Volevo dire la mia sulla pubblicità Esselunga. Se ho esitato è perché da un lato credo se ne sia parlato troppo, alcune nuance siano state lette come radicalizzazioni, attribuendo talvolta un eccesso d’intenzione che, forse, non c’era. Tuttavia le prese di posizione ci sono state, le contrapposizioni – anche molto dure – altrettanto. E allora eccomi:
Intanto la pubblicità è furba. Scritta e girata molto, molto bene. Gli attori quasi perfetti. La bambina di suo già in odore di Oscar. L’Esselunga dove si svolge l’azione non è il tempio di luce che conosciamo, ma un ambiente più dimesso. La gente che si aggira coi carrelli non è lì a vincere la partita con la vita, non ha vinto al Superenalotto, non è nemmeno in condizione di indigenza. E’ gente che lotta, onestamente, per portare avanti la vita come pensa e come riesce. Di certo è così la madre. La bimba è una bimba qualsiasi, possiede un universo interiore – celato agli adulti -, ed è un po’ malinconica. Ma anche qui non troppo. Non è depressa, lacerata interiormente a causa delle divisioni in famiglia. Riesce comunque a giocare, non è “spezzata”. Tuttavia da questo parziale equilibrio, si ricorda di quando i genitori stavano insieme – entrambi vengono descritti, per cenni, come delle belle persone, perciò è facile immaginare che quella fosse stata una bella coppia – e ne ha nostalgia. E così parte l’espediente della pesca.
Se quella che abbiamo descritto fosse una situazione reale – per quel che vale questa parola – non ci sarebbe alcunché da dire. Beh sì, forse è un pochino idealizzata nelle sue proporzioni, ma che un bimbo possa essere nostalgico della unione dei genitori una volta separati, non ci trovo niente di assurdo. Il punto è piuttosto che questo ci viene proposto in una réclame, dove ciò che nella realtà continuerebbe ad avere un elemento contingente, e rappresentare ESCLUSIVAMENTE sé stesso, una volta trasposto in una clip pubblicitaria, ripetuta ossessivamente, gli elementi caratterizzanti la situazione trascendono la singolarità assumendo una dimensione simbolica; la bambina figlia di separati diventa OGNI figlia di separati, tutti bambini che cioè soffrono silenziosamente e talvolta azzardano manovre di avvicinamento tra i genitori.
E’ un gioco, almeno un po’, sporco. Perché intanto Esselunga ha realizzato questo spot per innalzare ulteriormente i profitti (probabilmente ci riuscirà), e non per riaprire il dibattito sociologico sul ruolo della famiglia nella società italiana. Ed essendo una operazione di marketing, vuol dire che qualcuno a monte ha deciso di ammiccare, questa volta, a “questi” piuttosto che a “quelli”. Va da sé che giochini non troppo puliti sono sempre possibili, per la medesima ragione, anche per operazioni con segni differenti. Manca infatti – sicuramente in Italia – un serio dibattito non sulla famiglia (quello ha stufato), ma sul ruolo della pubblicità e del marketing, sulla capacità di comprimere le scelte e di ridurre i margini di manovra delle persone che fanno la spesa, devono cambiare automobile, decidere un profumo, scegliere un distributore cui rifornirsi. Lo sintetizzo meglio: la pubblicità serve, oserei dire tautologicamente, a ridurre gli spazi di scelta dei consumatori, e mai il contrario. Questo sì sarebbe un dibattito interessante ma, poiché investe interessi troppo alti e remunerativi, è probabile che non avverrà mai.
Mentre il dibattito sulla unitarietà delle famiglie e e la libertà dei soggetti invece imperversa come sempre. Leggevo ad esempio su Facebook ciò che ha scritto un mio grande amico, il quale – anche, ma non solo perché divorziato – criticava in modo perspicace appunto la scelta di girare uno spot simile. Una critica che, sia chiaro, condivido fino in fondo. Ma la cosa che mi ha colpito di più è stata una replica, suppongo di un conoscente cattolico, al suo post.
“Oddio oddio uno spot Esselunga mi ricorda che il divorzio dei genitori fa soffrire i figli! Come osano ricordarmi delle mie responsabilità?”
Niente di particolarmente intelligente o perspicace, ma un tipo di posizione che vedo, estremamente diffusa in quel mondo, la quale si fortifica con l’inerzia della cose (presunte presuntuosamente) ovvie, o persino delle tautologie.
Dire che gli adulti abbiano delle responsabilità nei confronti dei bambini è talmente ovvio, da rasentare la banalità. Ma qui si allude che la responsabilità di non far soffrire i bambini sia quella di evitargli il dolore del divorzio. Ecco la mancanza di complessità. Ecco la facezia. E la conseguenza è l’arroganza. Perché i bambini soffrono – oserei dire comunque – per una serie di cose che vanno molto al di là della separazione dei genitori. Intanto è vero, i bambini hanno bisogno di “continuità”, ovvero quando devono affrontare dei cambiamenti il loro tasso di ansia e di insicurezza cresce a dismisura. Aggiungo che oltretutto questo avviene in un ordine di grandezze disomogeneo. Per esempio un bambino può patire follemente un trasloco, mentre un altro convivere con relativa serenità il succitato divorzio. Questo può dipendere da fattori sia personali e soggettivi, ma anche da altri culturali. Sui primi non posso dire nulla, perché non c’è una ricetta sulla gestione dell’ansia che valga egualmente ogni bambino preoccupato (sottolineo tuttavia che patologie psichiche anche molto serie, come la depressione infantile, molto molto spesso sorgono proprio nelle cosiddette famiglie tradizionali, cui proprio la struttura eccessivamente rigida può favorire; nonché molti bambini possono soffrire di abbandoni pur con i genitori allacciati per tutta la vita).
Insomma la realtà è profondamente complessa, e il desiderio di ovvietà con la complessità, non si accompagna mai bene. I genitori sono certamente responsabili di arrecare il minor dolore possibile ai figli – pensare di esserne tuttavia esenti è di una stupidità criminale -, ma la cosa va articolata meglio. Intanto, in primo luogo, un bambino soffre un cambiamento in misura direttamente proporzionale alla convinzione in lui instillata che il cambiamento sia impossibile, o che sia “male”. I bambini non hanno solamente, fino a una certa età, uno scheletro molto elastico, ma anche una psiche altrettanto fluida e adattabile a contingenze differenti. Se avviene un eccessivo irrigidimento è facile che siano stati proprio gli adulti – quelli di cui si invoca la responsabilità anche a sproposito -. In un mio testo, Un elefante in cucina, facevo l’esempio per cui, se un elefante non riesce a uscire dalla mia cucina è per una duplice ragione. Una palese, l’altra invece sostanzialmente ignorata. La prima sono le dimensioni del pachiderma, e l’altra è rappresentata dall’ampiezza e dall’altezza degli archi e degli stipiti di casa mia. Mutati mutandis, se un bambino non riesce ad accettare un cambiamento potrebbe esserci irrigidimenti e fissazioni, a proposito delle quali la responsabilità dei genitori non si è attivata – per ignoranza o pregiudizio -, oppure ha lavorato in senso contrario a ciò che effettivamente serve al figlio. La vera responsabilità di un adulto non è quella di promettere a un bambino che un cambiamento non avverrà mai, ma che se anche dovesse avvenire, questi ha tutti gli strumenti per poterlo affrontare e gestire.
Mi piace citare spesso un witz di James Hillman, di cui va ricordata l’origine ebraica, tratto dal suo lavoro Puer Aeternus:
C’è una storiella ebraica, una delle solite barzellette degli ebrei sugli ebrei, che dice: Un padre, volendo insegnare al figlio a essere meno pauroso, ad avere più coraggio, lo fa saltare dai gradini di una scala. Lo mette in piedi sul secondo gradino e gli dice: «Salta, che ti prendo». Il bambino salta. Poi lo piazza sul terzo gradino, dicendo: «Salta, che ti prendo». Il bambino ha paura ma, poiché si fida del padre, fa come questo gli dice e salta tra le sue braccia. Quindi il padre lo sistema sul quarto gradino, e poi sul quinto, dicendo ogni volta: «Salta, che ti prendo», e ogni volta il bambino salta e il padre lo afferra prontamente. Continuano così per un po’. A un certo punto il bambino è su un gradino molto in alto, ma salta ugualmente, come in precedenza; questa volta però il padre si tira indietro, e il bambino cade lungo e disteso. Mentre tutto sanguinante e piangente si rimette in piedi, il padre gli dice: «Così impari: mai fidarti di un ebreo, neanche se è tuo padre».
Questo aneddoto, che può far raccapricciare molti, in realtà è ricco di un insegnamento molto profondo. La fiducia del bambino viene “tradita” (il tradimento è il tema dell’opera) dal padre, il quale così, però, gli impartisce un insegnamento fondamentale: i tradimenti, i cambiamenti (anche radicali) NON UCCIDONO, e possono essere affrontati con la consapevolezza che, se anche papà si è tirato indietro, il bambino è in grado di rimettersi in piedi DA SOLO. Ribadisco: seppure l’esempio sia volutamente paradossale, quel genitore esercita la propria RESPONSABILITÀ di educatore in modo intenso ed efficace. Quel bambino in futuro sarà maggiormente in grado di gestire le delusioni amorose, gli insuccessi professionali e i cambiamenti esistenziali.
Alla bambina della pubblicità ESSELUNGA una cosa gliela possiamo augurare. Che il suo gesto, per quanto carico di ingenuità, abbia “successo” solo se vi sono solide ed effettive motivazioni. Perché se mamma e papà, commossi dal gesto, decidessero di tornare insieme unicamente per quel frainteso “senso di responsabilità”, per il timore che la figlia debba soffrire troppo, allora sarebbero loro a diventare infelici, e prima o poi quella bambina, magari diventata adulta, dovrebbe riscontrare di essere diventata la causa della infelicità dei propri genitori. E questo è un peso che NESSUNO, nella vita, dovrebbe mai portare.
Anche questa volta Netflix, con la miniserie Black Heart Rising, ha fatto centro. Una produzione britannica, dove con linguaggio duro, talvolta scabroso, riemergono gli aspetti conosciuti, al pari di quelli rimossi, del genocidio ruandese, che ebbe luogo tra aprile – con l’omicidio del presidente Habyarimana (Hutu) e nei cento giorni successivi, dove a perdere la vita sono stati quasi un milione di Tutsi, nei modi più raccapriccianti. Un genocidio vero, programmato con meticolosa precisione nei mesi precedenti. Gli ingredienti ci sono tutti: il delirio paranoico, le radio che trasmettevano h24 messaggi dove si inneggiava, appunto, al massacro, l’immancabile creazione di una milizia (preparata dall’esercito regolare, ma anche dai francesi che non volevano rinunciare ad alcune “opportunità”, costasse quel che costasse) che non aspettava che il momento di poter sprigionare tutte la violenza accumulata fino a quel punto. Il Ruanda, il paese più cattolico del continente nero – molti osservatori internazionali – a partire da Boutros Ghali, che non volevano farsi coinvolgere in una nuova Somalia, erano pronti a minimizzare sistematicamente i dati terrificanti che provenivano dagli osservatori, se potevano confidare che Habyarimana “tutte le domeniche andasse a messa”. Un odio ancestrale quello tra Hutu e Tutsi, che tuttavia era radicato in un passato non troppo remoto, perché la “distinzione” tra le due razze proveniva dall’occupazione del Belgio,il quale dopo la conclusione della prima Guerra Mondiale – non contento dei disastri compiuti nel limitrofo Congo – doveva immagazzinarne ancora qualcuno in quel paesino, poco più grande del Piemonte. E chi meglio dei missionari, i famigerati padri scheutisti che cominciarono a stabilire che una delle due razze, quella più armoniosa, con i lineamenti più slanciati, il naso sottile, nonché la minoranza non dovesse acquisire la leadership del paese? Nei decenni ci furono anche cambiamenti di prospettiva, sempre “lanciati dall’alto”, ma che riuscirono solamente a inasprire gli animi, a mantenere fiamme vivide sotto la brace.
La serie tuttavia non si svolge nel 1994, ma ai giorni nostri. La protagonista è Kathe una giovane donna britannica, figlia di Eve una esperta procuratrice, specializzata nel perseguire crimini “tiepidi”di guerre lontane del tempo. Lei in Ruanda, nel 94 c’era, ha visto l’orrore ed è riuscita a salvare proprio quella bambina, portandosela al salvo, in Gran Bretagna. La storia si apre quando l’indomita Eve accetta di perseguire, per conto della corte dell’Aja, un Tutsi, un “eroe di guerra”, membro del Fronte Patriottico Ruandese – quello del mai citato Paul Kagame -, l’organizzatissimo esercito Tutsi che, prima – e senza – le democrazie occidentali, aveva rovesciato le sorti del paese. Tuttavia il profilo di questo eroe viene comunque tratteggiato un po’ più ambiguo di quanto avrebbe dovuto: egli si presenta, da ruandese, al confine tra Congo e il paese delle mille colline, con una divisa diversa da quella ordinaria. Percorre a lunghi passi furiosi il tratto tra le sbarre che demarcano gli sbarramenti militari. Chiede di parlare con un ufficiale, e protesta a lungo che i suoi camion siano bloccati – da un po’ – dalla parte congolese. Cosa portassero quei camion non viene precisato, ma non occorre una immaginazione particolarmente fertile. Torniamo in Inghilterra, con Eve che parte per processare l’eroe Tutsi, raccogliendo per questo il feroce disappunto della figlia. Lei la il genocidio non l’ha vissuto, sebbene non ne sia stata risparmiata. Cresciuta con la consapevolezza di essere sopravvissuta, tirata via dai capelli da una morte certa e terribile, ora si oppone con tutta se stessa a vedere processare uno dei “buoni”, uno di quelli che il suo popolo ha provato a salvarlo. Ma le cose si complicano, intanto perché in Olanda la madre viene uccisa da un commando, insieme all’imputato designato. E il quadro continua a complicarsi, ad aggiungere colpi di scena, mescolando geopolitica e temi di una Spy Story, talvolta pertinente, altre invece ridondante (come ad esempio la descrizione di una leadership ruandese, che finisce per assomigliare allora stato maggiore del Pentagono. Anche troppi intrighi insomma, e non tutti di semplice lettura.
Ma il quadro che alla fine emerge è – uno dei colpi di scena – che Kathe non è in grado di sopportare. Intanto perché la sua storia non le era stata raccontata per intero: Kathe non è una Tutsi, come aveva sempre saputo, ma una Hutu. E sì era stata strappata da morte certa, ma non perché gli Hutu stessero massacrando la sua famiglia, ma perché i Tutsi, vinta la guerra in patria, avevano preso a rincorrere quelli che fuggivano oltre il confine del Congo. Proprio lì, in uno degli sconfinati campi profughi, teatro della prima e della seconda guerra congolese – un crimine che non vengano studiate a scuola – dove per caso è sopravvissuta a una epurazione dove erano morti 50000 Hutu inermi. Dapprima il dolore la fa avvitare in una spirale angosciante, poi piano piano comincia ad accettare la complessità delle circostanze, fino ad essere direttamente germinata da quella complessità.
La serie può concludersi qui, ma la rigidità di alcune parole inserite all’interno dei dibattito storiografico, invece dovrebbe cominciare proprio qui. Perché proprio il Ruanda, come nessun altro avvenimento, recente o non, non consente di collocare “gli eventi e le responsabilità” secondo dei rigidi canoni euristici per cui ci sono i cattivi, il cui unico compito è sversare tutto il veleno che hanno in corpo, e i buoni, che rimediano e puniscono quelli del primo gruppo. Queste sono categorie che appartengono all’uomo europeo, alla semplificazione tutta occidentale, al voler far chiarezza anche quando le circostanze storiografiche non consentono di andare oltre a una certa opacità. Purtroppo di buoni, senza macchia e senza paura che, animati da ideali sempiterni non ce ne sono. Non ce ne sono, probabilmente, mai stati. E’ vero che taluni eventi come la seconda guerra mondiale ci hanno quasi sequestrato all’interno di una lettura univoca ed infinitamente semplificata dei fenomeni storici. A soccombere non è la corretta visione dei torti da assegnare – Shoah ad esempio, ma non esclusivamente – e dei meriti da attribuire, ma quella di una rappresentazione della storia meno semplicistica. Quello Ruandese è un genocidio a tutto tondo – diversamente dalle troppe volte in cui giornali e politici si lasciano attrarre troppo dall’enfasi con cui è troppo facile lasciarsi sedurre da certe parole. Ma questo genocidio è pieno di sfaccettature, di travasi di sentimenti e di sangue, dove chi aveva – ha – la piena titolarità per fregiarsi di quel titolo, di chi ha pagato un enorme dazio in termini di vite e di sangue versato per le strade, in un altro tempo non ha esitato a usare approcci non troppo dissimili, sia per “vendicare” i genocidi della prima tornata, se non che – per me decisamente, se possibile, peggio – per lucrare sulla enorme quantità di materie prime reperibili – dal punto di vista ruandese – appena oltre il confine con la RDC, scatenando, insieme ad altri protagonisti, le due “guerre mondiali del Congo”, che pure non potrà essere considerato “un genocidio”, tuttavia il numero di morti del secondo (1997/03) al non invidiabile target di essere il secondo conflitto della storia umana più pesante in termini di tributi umani. Il tutto condito dalla naturale indolenza dei paesi più sviluppati (durante il genocidio ruandese qualche esperto di media francese aveva rilevato una avvilente statistica: la percezione pubblica dei media occidentali è sollecitata analogamente dall’omicidio di un “bianco” oppure da 87.000 africani: un bilancio sconcertante
E così, come gli Hutu durante il genocidio avevano goduto di una importante impunità (per esempio i francesi di Miterrand erano legati a doppia mano con gli insorti), altrettanto ha potuto fare con poche preoccupazioni gli uomini di Paul Kagame, eroe, presidente e dittatore Tutsi, invasore del Congo, sterminatore degli Hutu rimasti nei campi profughi, e che una volta scomputo il misfatto, rimanevano in loco, a causa delle sterminate risorse minerali, delle quali i congolesi sapevano poco cosa farci, mentre le milizie armate avevano un’idea invece molto precisa su come sarebbero riuscite a fare ripartire l’economia di Kigali. Certo significava riproporre lo schema che fu già del “sovrano illuminato”, Leopoldo II del Belgio, il “proprietario privato” (sic!) dello sterminato Congo tra il 1885 e il 1906. Per convincere quei “selvaggi” a raccogliere l’enorme quantità della gomma, resa indispensabile dalla nascente industria dei pneumatici, veniva imputata ai più pigri, o ai bambini che non potevano reggere certi ritmi di lavoro.
E così anche 90 anni dopo, gli M23 di affiliazione ruandese, si sono messe a soggiogare le popolazioni inerti con stupri, omicidi di massa, affinché quella gente si mettesse a cercare l’oro grigio, il Coltan, senza il quale i cellulari sarebbero una dolce utopia. Siamo noi gli utilizzatori finali del Coltan, è a causa nostra se il gigante congolese non troverà mai pace.
E intanto il Ruanda – immemore del genocidio di 29 anni fa, si è messo a produrre cellulari, i primi smartphone 100% africani. Africani, non ruandesi visto che i giacimenti di cobalto e coltan del paese sono del tutto insufficienti.
Il grido rimbombò esagerato nella sala da pranzo dell’Ospizio. Dio si risvegliò di soprassalto con un filo di bava. Era stato davvero lui a gridare in quel modo? Nel sonno? Un’infermiera contrariata si stava avvicinando. Con un gesto sgarbato gli prese il fazzoletto umido, dimenticato come una lurida pochette, e gli asciugò l’angolo della bocca. Intorno gli altri anziani lo guardavano perplessi, e nella televisione laggiù in fondo una signorina con la faccia gialla sorrideva come una deficiente, e gridava quanto fosse contenta per un sapone. Lo sfarfallio disturbava la parte inferiore della immagine. Ma nessuno sembrava curarsene. Una deficiente, ecco.
Un vecchio con cespugli ispidi al posto delle sopracciglia, non si accorse di nulla e continuò a impilare carte sudice sulla cerata bianca a quadrettoni rossi. Era giunto a uno stallo, ma continuava a osservare le carte disposte sul tavolo con la speranza che si combinassero meglio da sole. Doveva essere molto stanco. La donna di fiori affondava per metà in una chiazza di caffellatte, a certificare il poco riguardo per il decoro e l’igiene. Un paio di richieste informali, blande proteste di parenti e persino la lettera di un avvocato – nipote alla lontana di una corpulenta anziana che, sei mesi prima, si era spenta poche settimane dopo il suo ingresso nel gerontocomio -, fiacche ed esili come ragnatele, galleggiavano inerti sulla scrivania della direzione; le buste ancora sigillate.
Dio era ancora confuso, si sentiva una palla di cannone nella testa per il brusco risveglio. Ringraziò l’infermiera sussiegoso , esagerato, e rivolse agli altri vecchi uno sguardo affannato che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto rassicurare dall’eventualità che si ripetesse una cosa talmente incresciosa, bofonchiò delle scuse, che stava dormendo e… Quelli però nemmeno lo ascoltavano più, avevano ricominciato a guardare la tivù, a inseguire le carte rovesciate sui tavoli luridi, a borbottare nel sonno di sogni increspati. Una signora con la testa bianchissima, che indossava una vestaglia di seta cinese dai colori appariscenti, si era avvicinata col deambulatore alla TV per colpirlo fiaccamente ed eliminare lo sfarfallio. La signorina diafana continuò a sfrigolare della fronte in giù, senza curarsene, strillando invece di quanto fosse felice e con un alito profumato da quando usava quel dentifricio.
Dio affondò i gomiti sui braccioli della sedia a rotelle e si issò di qualche centimetro, gemendo e storcendo la bocca per l’affanno. Una fatica della malora! Le natiche gli dolevano, ma non si sarebbe lamentato, non lo faceva mai. E poi, a che sarebbe servito? Allungò una mano tremante verso la tazza di plastica azzurra, dove il tè era diventato freddo da un po’. Amaro, come sempre. Per quante zollette di zucchero, o pastiglie di dolcificante vi sciogliesse, non riusciva a farlo diventare un po’ più dolce. Di certo era perché le infermiere gli avevano sciolto le medicine dentro, Dio ne era certo. Medicine superflue, o che lo facevano dormire troppo. Ecco, era colpa loro se aveva gridato nel sonno, sissignore! Specialmente il sudamericano, che sorrideva sempre con un’espressione che più falsa non si poteva. Non gli piaceva per niente: “per ni-en-te!”, compitò soddisfatto spingendo la lingua contro il palato a ogni sillaba, facendo schioccare la protesi. Poi tornò a rimuginare, “Sonniferi, ci mettono i sonniferi e poi ci rovistano nei cassetti mentre dormiamo. La mia catenina è sparita così…”, poi afferrò la tazza, e dimenticatosi del ricettacolo di minacce che vi albergavano riprese a sorseggiare. La appoggiò nuovamente sul tavolo. Una chiazza oleosa si era formata sulla superficie del liquido.
Poi dovette passargli un ricordo per la mente, perché un lampo ruvido gli attraversò lo sguardo opaco. Infilò ansimando, la mano nella tasca sdrucita nei pantaloni del pigiama “da ferroviere”, per lo sforzo producendo due asole oscene nella zona inguinale. Per fortuna non importava a nessuno. Tanto meno a lui. Alla fine estrasse una voluminosa pallottola di carta stagnola; prese a cercarne faticosamente l’estremità, un lembo appiattito, strizzando gli occhi e spingendo fuori la punta della lingua. Estenuato fu lì lì per abbandonare la ricerca più volte; infine, quando l’ebbe ritrovato con un polpastrello, lo svolse lentamente. L’operazione durò diversi minuti, a causa delle mani e della vista barcollanti. Quando delicatamente, con soddisfazione concluse l’operazione, si fece circospetto. Si ricordò degli occhiali, che gli pendevano inerti per una cordicella al collo, imprecando per il colpevole ritardo con cui se n’era ricordato. L’infermiera si era allontanata, dietro alla scrivania, dove teneva gli occhi serrati su un libro traboccante di sentimenti impossibili; gli altri guardavano la TV. Il vecchio che faceva il solitario, stremato, si era infine assopito. Respirava in modo scomposto anche nel sonno. Dio allora estrasse una pietra azzurra levigata, con delle striature blu e verdi. La ghermì per qualche secondo con la mano sinistra e poi tenendola sul palmo la portò vicino alla bocca e vi soffiò sopra. La pietra si animò di una luce vivissima, divenne iridescente eppure fredda per alcuni interminabili istanti. Il sasso mandò un bagliore che gli accese gli occhi. E ricordò: “Bang…”, ripeté questa volta con un filo di voce. Con il volto illuminato abbozzò un sorriso. L’infermiera però stava accorgendosi di qualcosa. Allora Dio frettolosamente si nascose la pietra in grembo, ove celandola da occhi indiscreti la riavvolse nella carta stagnola. Ripose l’involucro infine nella tasca della vestaglia marrone. Infine compiaciuto reclinò la testa all’indietro e riprese a dormire. Sorrideva.
Non che non ci vedesse tanto poco, o che il suo vederci poco fosse talmente esplicito da fargli assegnare etichette e soprannomi da parte di quel tipo di studenti – una significativa e chiassosa minoranza, ma pur sempre una minoranza – che preferisce imputare i propri insuccessi scolastici alle difformità degli insegnanti piuttosto che alla mancanza di studio; “Hubble”, o “Quattrocchi”, oppure “Monte Palomar” lo avrebbero potuto appellare, mentre invece avevano avuto questa clemenza.
E questo era di per sé strano, perché nella sua scuola c’era questa curiosa tradizione di affibbiare un soprannome a tutti quelli che vi lavoravano. Non c’era un motivo preciso, né qualcuno si ricordava il perché la cosa avesse preso piede. Ma non c’era insegnante, bidello o segretaria cui non ne fosse stato affibbiato uno. Persino i supplenti che rimanevano poche settimane non sfuggivano all’usanza locale. Tutti, ma proprio tutti, con l’eccezione del professor Correnti, che pure vi insegnava da tre lustri.
Si trattava per lo più di soprannomi bonari, che tendevano a valorizzare una peculiarità dell’aspetto fisico, le attitudini oppure la provenienza, mai però, mai, con intento canzonatorio. Magari si andavano a toccare anche aspetti caricaturali, sempre con l’intento di rappresentare la persona come curiosa e speciale, piuttosto che marcarne una mancanza fisica, o una pesantezza caratteriale.
Per fare qualche esempio, il professor Anselmo Lucci, romano e tifoso sfegatato della Lazio, dopo appena una settimana era stato ribattezzato Aquila, mentre Vanessa Tedaldi, che aveva vissuto per molti anni in Argentina, era diventata la Pampera. A Sergio Donati, l’allampanato insegnante di religione, affetto da una forma precoce ed aggressiva di alopecia, gli era stato affibbiato un cordiale Kojak, oppure Amanda Dolenti, la giunonica DSGA, che era stata ribattezzata Milly, perché ricordava la gioviale casalinga, protagonista di un telefilm degli anni ’70.
Alcuni soprannomi erano più azzeccati di altri, ma ci si sbaglierebbe a pensare che la relativa assegnazione fosse improvvisazione o, peggio, approssimazione. Perché ci si teneva davvero. Una tradizione cominciata per caso, eppure nel corso degli anni aveva assunto una dimensione distintiva rispetto alle altre scuole, qualcosa di cui anche in quartiere, al supermercato, o in ufficio quando si parlava dei figli, o la sera al corso di Pilates, non si poteva non fare cenno. Gli insegnanti in particolare, con quei soprannomi sembravano discendere da un piedistallo e, con il ricorso a una dose di buona autoironia, si rendevano più simpatici, accessibili e disponibili. Anche le tormentate sessioni di consigli di classe aperti, quelle dove i docenti si siedono tutti da un lato della classe e i genitori dall’altra, a designare mondi che più distanti non si può, a quella maniera si coloravano di complicità e anche un po’ di buffoneria, così il tempo correva via più veloce, e i dialoghi ne guadagnavano in spigliatezza e cordialità.
Eppure, come s’è detto, Leonardo Correnti continuava a rappresentare una, unica e poco vistosa, eccezione. Ci si sbaglierebbe a pensare che non volesse, che fosse refrattario, o che tenesse a mantenere le distanze. Niente di tutto ciò. Non avrebbe avuto nulla in contrario, né tuttavia ambiva a portarne uno. Non ci faceva caso, così come gli altri non facevano caso a lui. La ragione per cui Correnti era privo di un soprannome era molto semplice: egli navigava su rotte talmente nascoste, che i radar della comunità scolastica neanche lo intercettavano.
C’era, ma come se non ci fosse.
Camminava per i corridoi, si sedeva a scrivere qualcosa in sala professori, piluccava una merendina dal distributore automatico – solo in momenti sideralmente distanti dalla ressa dell’intervallo – oppure si perdeva dietro alle costole dei libri, negli scaffali della biblioteca, ma senza che nessuno badasse a lui. Si potrebbe dire che Leonardo Correnti fosse un uomo trasparente, o che sfuggisse come una saponetta alle dinamiche della vita scolastica. E la cosa non gli creava, almeno in apparenza, alcun tipo di problema.
Nessuno si accorgeva di lui, così come lui con la suo vista carente, faticava ad accorgersi di tutti gli altri.
Persino la sua miopia non era, per dir così, convenzionale. Certo gli occhiali li portava, di quelli dalla montatura di finta tartaruga, corvini e ampli, stagliati sulla sua carnagione pallida, con le lenti spesse, e che in effetti deformavano i bulbi oculari, facendoli più grandi e sporgenti di quanto non fossero. Ma non era quello. Ci vedeva effettivamente male, ma più che la miopia, o i perimetri delle figure sfalsati dell’astigmatismo, era affetto da un male – e quando diciamo male, lo intendiamo solo per la quantità di cose che poteva fare con, potremmo dire, una minore efficacia – assai meno convenzionale: sembrava che le immagini, capovolte sul cristallino e di lì mandate dal nervo ottico fino al lobo temporale, arrivassero con un consistente ritardo rispetto alla capacità percettiva delle persone intorno a lui. Più che “orbo” poteva sembrare stupido, e non lo era affatto (e nessuno che lo conoscesse men che superficialmente lo avrebbe mai pensato). Più che le diottrie sembrava mancargli costantemente il tempo. Il tempo di elaborare le immagini, quello di classificarle, quello di farne qualcosa prima che svanissero.
Un processo similare accadeva al suo udito. Tirando le somme si sarebbe potuto dire che fosse “mezzo sordo”, ma nuovamente ci si sarebbe allontanati dal bersaglio, perché i suoni giungevano ai suoi padiglioni auricolari in un modo differenziato, a seconda della frequenza, più che della intensità o la distanza. Per cui poteva accadere che fraintendesse le parole della persona che gli parlava a meno d’un metro, e che altresì inchiodasse il responsabile di un bisbiglio pronunciato sommessamente a una decina di metri, nella confusione più totale. Gli effetti – per esempio in classe – di quella difformità sensoriale potevano essere comici, almeno fin che non venivano digeriti dalla opulenta tirannia della routine che finisce per livellare in basso ovunque le eccentricità di ogni comportamento umano.
Il tatto e il gusto, invece, erano normali, per quel che può valere questa parola. Sopravvalutata il più delle volte, eccetto che non vi si voglia indicare una forma di adeguamento, anche forzoso, alla collettività. Ma se ciò si limita ad avere un significato circoscritto quanto alle virtù sociali, poco poteva incidere se riferita alla dotazione sensoriale con cui affrontava la quotidianità e le sue battaglie. Cosicché il suo tatto dapprima, e il gusto poi, a furia del sottoutilizzo si atrofizzarono, allineandosi agli altri sensi, e perse col tempo il gusto di accarezzare una giacca di velluto, o quello di ordinare un piatto sofisticato al ristorante. Non ne traeva il giovamento ragionevolmente atteso.
Con l’olfatto invece aveva un rapporto drasticamente diverso. La capacità di percepire profumi e odori è, tra i cinque, il senso più primitivo, meno conformistico e di conseguenza, meno socialmente rilevante; il che può rappresentare uno svantaggio, o un orpello insignificante, col metro con cui si misurano, per esempio, le carriere di successo, mentre aveva assunto una grande portanza nel sua interiorità, come vi avesse reperito una forma di compensazione, nascosta e flebile, ma tenace al contempo. Quando gli capitava di entrare in un grande magazzino, era capace di passare ore – solo che si sentisse sufficientemente invisibile, che non ci fosse nessuno nei paraggi, ma anche che non si accorgesse di una telecamera di sorveglianza troppo insistente – a sprigionare effluvi di profumo sui tester di carta, sul palmo delle mani o sui polsini della camicia, elevandosi in una separazione mistica per interminabili minuti. Indifferentemente quelli maschili quanto quelli femminili. Aveva negli anni creato una tassonomia complessa e articolata della maggior parte delle fragranze reperibili in commercio, aggiungendo mano a mano quelle che lo stilista francese o l’azienda di indumenti sportivi lanciava, di anno in anno. E gli archivi erano tutti nella sua memoria. Come si diceva, a interessargli non era lo status sociale, o la performazione della sua personalità, che diventasse di successo, o più seducente nei confronti dell’universo femminile, oppure come strumento di potere. Tutto il contrario, anzi. Era sedotto dai profumi, travolto, annientato dagli aromi i quali avevano il potere di strapparlo al presente, così difficilmente arrancato, e proiettarlo in un adesso separato, selvatico e inesplorato. Ciò che otteneva dall’apertura di un flaconcino era più simile a ciò che per chiunque altro avrebbe richiesto un biglietto aereo, uno spostamento lungo e faticoso,
Ancora occorre una precisazione, perché non si trattava di fuggire dal presente, ma una sua trasfigurazione, tanto che nel luogo dove si recava, non vi giungeva attraverso l’immaginazione, ma per una strada secondaria del senso. Dopo avere spostato, e usato con circospezione, decine di boccette, non le comprava mai. Non per pitoccheria, tuttavia; semmai il mancato acquisto era per tutelare l’integrità, così come avrebbe trovato osceno (anche peggio di osceno) ricordare un luogo dove si è stati con un magnete sul frigorifero, o un adesivo sulla valigia. Le poche volte che dovette tradurre in un acquisto uno di quei momenti, a causa dello sguardo seccato di una commessa, poco propensa ai voli pindarici della percezione e molto più prosaicamente rivolta alle boccette che – per quanto lui ne facesse un uso assennato – avrebbe dovuto riporre in ordine, prendeva uno dei profumi, e lo faceva incartare in una confezione regalo. La quale finiva ineluttabilmente sul pavimento di legno chiaro del guardaroba. Nessuno l’avrebbe scartata. Non c’era chi avrebbe ricevuto il dono.
Quarantanove anni, divorziato, Leonardo Correnti, aveva una vita che assomigliava fin troppo ai resoconti che i suoi occhi e le orecchie gli consegnavano. Quando, puntuale come un impiegato svizzero spalancava la porta di una classe, i suoi studenti lo aspettavano, seduti sui banchi, a parlare di cose a distanza siderale dal mondo della scuola. E non avevano particolarmente fretta di sedersi dietro ai banchi. Non si sentivano minacciati, e lui non faceva nulla per sembrare minaccioso. Non serviva, oltre che non sarebbe stato credibile comunque. La puntualità, così come un rigore esagerato in ogni tipo di consegna si fosse assunto, era l’unica deroga che si poteva individuare a un aspetto trasandato, ma si trattava più di una forma di compensazione che pignoleria. Come se ogni cosa, piombando nel suo universo percettivo con un consistente ritardo, lo facesse propendere ad agire in anticipo, così da ottenere un affannato pareggio.
Non aveva avuto figli, sebbene non si trattasse di una scelta, ma di una conseguenza del suo modo di vivere.
La stessa Marcella – colei che in un afflato, vuoi di ingenuità, vuoi di quel tipo di generosità che si affievolisce nel corso degli anni e che spegne le speranze coltivate senza che riescano a mettere radici – aveva perso interesse per lui prima di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di averne uno. Non era stato un amante particolarmente focoso, e lo sapeva; ciò non perché gli difettassero pulsioni e passioni quanto, come forse si sarà immaginato, perché queste tendevano a manifestarsi in lui, e conseguentemente alla sua partner, con un ritardo che dava spazio a ogni tipo di ritrosia e raffreddamento, cosicché lo stesso principio del piacere gli s’era atrofizzato addosso.
Perciò non aveva biasimato la povera Marcella, le aveva concesso il divorzio più rapido e indolore di cui si fosse avuta mai notizia e, successivamente, aveva smesso di cercarsi una compagna, poiché l’amore sarà pure sinonimo di sacrificio, ma era altresì certo che donne vocate al martirio non ne avrebbe trovate più. Né si riteneva in diritto di ingannarle.
Del quadro che abbiamo tinteggiato emerge spontanea una parola, handicap, che non rende giustizia al professor Correnti. Certo il sostantivo “ritardo”, ancorché epurato fin all’eccesso dalla lingua italiana da tutte le circonlocuzioni che vi si aggrappano, quando applicato alle persone, è forse la peggiore delle disabilità, quasi a sovrapporsi in ciò cui si designa. Ma questa è solo una faccia della medaglia, potremmo anzi dire che si tratta della sua dimensione sociale. Vista nella prospettiva interiore, si presta a più di una sfaccettatura.
Intanto era l’interiorità in quanto tale, e la gemella memoria, non diciamo a giovarsene poiché non è di un giovamento che parliamo, ma a risultarne arricchita. Tutta quella congerie, l’enorme patrimonio sensoriale, che compariva alla sua coscienza con il consistente ritardo di cui parliamo, vi arrivava in modo tale che le combinazioni così originate, vi permanessero per un tempo indefinito. Non vogliamo dire che Leonardo Correnti “ricordasse” le cose che alla fine vedeva, o non solo quantomeno; ma che il ritardo medesimo le ricombinasse in una serie di disposizioni, trasformando e collegando cose che lavorando a velocità normale, non avrebbe potuto. Come ombre cinesi che, al posto si svanire, lasciavano tuttavia una traccia flebile e duratura sulla parete. Quello dei profumi è un esempio perfetto: ciò che vi reperiva era molto diverso, più intenso e profondo, rispetto a quanto ciò che cercava chiunque altro; è così era anche per o suoi “sensi ritardati”: le percezioni, raggiunto così faticosamente il territorio dell’ipotalamo, vi si depositavano come una nevicata copiosa, leggera e soffice, persistente e tenace non solo quanto alla permanenza, ma soprattutto, alla capacità di trasformare gli oggetti dal suo ingresso in poi. Perché una volta dentro questi gli appartenevano più di quanto non si possa dire per molte altre persone.
Analogamente a un uomo che rimiri un panorama sotterrato dal neve, dove gli altri vedevano alberi e case, Leonardo Correnti s’era abituato alla distorsione temporale dei sensi, e a misurarsi con qualcosa di inaccessibile per coloro con cui interagiva. E se il contrappasso era la solitudine, la solitudine aveva smesso di pesargli da tanto tempo. Non tuttavia un solipsismo autistico, come sarebbe facile e immaginarsi; egli si sorprendeva della maggior parte delle cose, persino quelle destinate alla ripetizione quotidiana, ma il loro ingresso nella coscienza veniva attutito da un presentimento dovuto proprio alla divaricazione percettiva: quella reale e quella differita, appunto. Come un avventore al ristorante che ordina le stesse pietanze a due tavoli differenti, cosicché sbocconcellando i piatti giunti al primo, sa cosa aspettarsi quando il cameriere apparecchia il secondo.
Per esempio il professor Correnti sapeva perfettamente che sarebbe invecchiato, anche se non era in grado di dire quando ciò sarebbe accaduto. Bella forza, si potrebbe replicare, tutti sanno che invecchieranno. Ma non è del tutto vero, o certo non è vero nel senso in cui lo percepiva lui. Della sua età si è già detto, ma curiosamente non dimostrava i suoi anni. Come gli stimoli del mondo circostante lo raggiungevano dopo una pausa consistente, così era stato per il tempo che, come un parente lontano, lo veniva a trovare di rado più che potesse. Non invecchiava oppure, come sarebbe più corretto dire, invecchiava più lentamente. La sua pelle era liscia e glabra, i lineamenti tenui come quelli di un ragazzino, i capelli d’un nero corvino, senza che nebbie e lanugini avessero provato di avvicinarsi, e le uniche rughe presenti sul suo volto erano o quelle di espressione – come quella di condivisione che assumeva durante ogni dialogo ravvicinato, dovuta alla mancata comprensione di buona parte dei contenuti e della mancanza del coraggio necessario per esporre il problema, finendo per pronunciare le fossette e gli zigomi del suo volto – oppure l’equatore che marcava due aree perfettamente distinte sulla sua fronte, dovuto alla sua natura, all’attitudine di elaborare e rimuginare ogni cosa; come una “vacca del pensiero”, egli attingeva alla greppia dei sensi col ritardo che abbiamo qui descritto, ruminando i contenuti per mesi e mesi, a prescindere dal valore o le effettive conseguenze. E la ruga sulla fronte era il confine visibile che la sentinella aveva di continuo attraversato, indecisa su quale dei due lati presidiare.
Anche gli spessi occhiali, di cui s’è detto, non potevano essere considerati un segno di vecchiaia, perché li portava così dalla prima media. Persino l’astigmatismo e la miopia non gli avevano messo fretta. Eppure persino per lui la sabbia nella clessidra continuava a incedere nel suo processo irreversibile. E ne aveva una coscienza lucidissima. Ma una cosa è il sapere, privo di ogni connotazione emotiva, e un’altra sarebbe stata quando se ne fosse capacitato veramente, quando avrebbe “sentito” interiormente che la quota più importante della sua esistenza fosse oramai alle spalle, e che una serie consistente di traguardi non sarebbero più stati alla sua portata, sarebbe accaduto improvvisamente. Ecco quindi il miglior esempio, finalmente, di cosa consistesse il suo ritardo percettivo. Egli conosceva in anticipo qualcosa di cui avrebbe avuto consapevolezza solamente molto, molto tempo dopo. Il “piatto della vecchiaia” potremmo dire non era mai mancato a uno dei suoi due tavoli, così che quando sarebbe arrivato al secondo, avrebbe saputo esattamente di cosa si trattava.
Non sapeva quando, ma era ragionevolmente consapevole di come, un giorno, gli sarebbe successo. Forse sarebbe accaduto sul tram, uno di quei vermi arancioni che bucano la polpa della città, oppure nel corridoio davanti la sala professori, oppure ancora nel tragitto pedonale consueto, tra il cubicolo ove abitava e il mercato rionale dove si recava con la sportina ripiegata in tasca e ne tornava con lo stretto indispensabile – era inevitabile che avvenisse in un contesto famigliare, perché solo le difese abbassate, solo un luogo dove la soglia di attenzione fosse stata inferiore avrebbe fatto scattare la trappola -, avrebbe scrutato uno sconosciuto per un po’, senza saperne la ragione, con vorace curiosità. Sarebbe stato un uomo – difficile una donna – approssimativamente della sua età. Ne avrebbe soppesato particolari, dettagli della pettinatura, i tendini del collo pronunciati, o peggio ancora non gli sarebbe sfuggita la folta peluria delle narici. L’avrebbe osservato sollevare gli occhiali, e scrutare con puntiglio le voci di uno scontrino. Avrebbe guardato la polo slavata, il colletto floscio per una stiratura approssimativa, la pelle escoriata del petto. Avrebbe annotato i pantaloni abbondanti, dal cavallo basso, con le cuciture ben visibili, le pence o i passanti lisi, e probabilmente si sarebbe soffermato sui mocassini consunti, indossati quasi certamente senza calzino. O, peggio, con uno di quei calzini invisibili. L’avrebbe detestato, sicuro. Di più, anzi; l’avrebbe odiato di una visceralità onnipotente, con ogni fibra del suo essere. Poi sarebbe accaduto un passaggio successivo, dovuto al non capacitarsi di quel risentimento. E poi sarebbe accaduto l’inevitabile. A un tratto uno di quei dettagli, meglio anzi, un solo dettaglio contenuto come scatola cinese dentro quei particolari, l’avrebbe folgorato, perché vi avrebbe riconosciuto se stesso. Quell’uomo disarcionato, che aveva oscenamente valicato la soglia tra la maturità e la vecchiaia, altri non era che lui. Ovviamente sarebbe stato un momento tragico (nemmeno la doppia temporalità l’avrebbe tutelato da questo), perché avrebbe strangolato, definitivamente, ogni residua speranza di fare altro dal poco che aveva fatto – per quanto poco pensasse sinceramente di poter fare, e per quanto drammaticamente poco sapesse di avere fatto -, di poter essere ciò che non era mai stato, di accedere a un territorio che, per qualche misura interiore, non aveva voluto o potuto. Era tardi sino per il suo ritardo. Avrebbe anch’egli in quel preciso istante varcato irreversibilmente la soglia tra l’orizzonte di possibilità indefinite e un fronte di recriminazioni e rimpianti per ciò che non era mai potuto essere. Non si trattava della certezza della morte – la cui ingombrante presenza da quel momento sarebbe stata attestata come uno scoglio emerso, squallido e scontroso, da un oceano limpido e appiattito fino a un istante prima -; non aveva paura della morte (se non entro una soglia che potremmo definire fisiologica), e non l’avrebbe temuta dopo; lo avrebbe angosciato – e di conseguenza lo turbava adesso – la percezione del gorgo di sabbia che risucchia ogni cosa, quando la metà superiore della clessidra comincia a svuotarsi. La misura del reale, da quell’istante, sarebbe stata una volta per tutte dettata dalle cose che non aveva potuto consentirsi. E, si badi bene, non c’era nulla che potesse fare a riguardo. Non poteva “osare di più adesso per rimpiangere meno dopo”. Perché il punto più drammatico non constava nel numero di occasioni da spostare da un canestro all’altro; neanche dal numero di covoni trascinati dall’aia al fienile asciutto prima delle piogge, ma nel movimento soffocante cui il tempo, attorcigliandosi su se stesso, l’avrebbe costretto a sottostare. Nella lucida anticipazione che Leonardo Correnti aveva del momento in cui si sarebbe scoperto “anziano”, c’era il senso preciso che in quel momento Kairos – il tempo carico di opportunità – sarebbe piombato davanti al suo orizzonte e, nell’atto di abbandonarlo definitivamente, l’avrebbe congelato in una diapositiva unica, sottraendogli la forza propulsiva – vera o apparente, non importa – che l’aveva condotto sino a lì, e che non l’avrebbe più condotto da nessuna parte. Da quel momento nessuno avrebbe più potuto spacchettare i doni sotto l’albero, non sarebbe più accaduto nulla, e il contenuto dell’involucro temporale sarebbe divenuto talmente rigido che anche il contenitore, per sua natura dinamico, avrebbe presto cominciato a lacerarsi. Non si trattava, lo rimarchiamo, che in un dato momento si giungesse davanti a un baratro, ma che il movimento normale del tempo, giungesse allo stallo definitivo. Quello era il baratro.
Il che ci porta a due conclusioni, una palese, valida come una vera e propria “legge del tempo” e l’altra meno ovvia – cui però un lettore attento non sarà sfuggita -, che per quanto ne sappiamo potrebbe valere esclusivamente per il professor Leonardo Correnti. In primo luogo si può dedurre che la dimensione “cairotica” dello scorrere degli anni, altro non è che la coscienza medesima; ciò ci porta a un corollario quasi intuitivo, ovvero che il tempo risulterà tanto più semplice da vivere, quanto alla sua dimensione orizzontale, quanto meno coscienza se ne arriverà ad avere. Questo comporta tuttavia un gigantesco paradosso, ovvero che la coscienza, in quanto strumento unico con cui testare e attribuire significato al tempo, ne rappresenta anche un capillare molto fragile, perché laddove l’uomo afferma un significato al tempo, e alla realtà tutta, si espone enormemente al rischio della sua vanificazione.
Guai all’uomo che avesse il senso effimero dello scorrimento del tempo davanti a sé, perché si troverebbe costantemente nella condizione che si preannunciava al professor Correnti. E tuttavia – ecco quindi il secondo scontato passaggio – quell’uomo esisteva, e aveva un nome e un cognome: Leonardo Correnti, appunto. Infatti il destino non solo lo attendeva per un agguato a un crocevia del futuro, ma egli ne era perfettamente consapevole già nel presente.
Così Kairos si comportava, almeno con lui, come uno spiritello fastidioso, aggiungendo alle due una terza dimensione: l’attesa. La certezza anticipata della ineluttabilità del tempo, non gli toglieva la possibilità di una dimensione routinaria. Viveva cioè senza il terrore della spada di Damocle galleggiante sul suo capo; anzi, una quota di gesti ordinari e ripetitivi erano per lui ancora più necessari che per chiunque altro. Non perché gli consentissero di obnubilare il tragico rendez-vous (quanto a questo non aveva alcuna speranza), ma per stabilire una “vivibilità del reale” senza cui sarebbe stato buio pesto anche a mezzogiorno. Era uomo vivo, sebbene in modo poco appariscente, e lontano dai radar dei suoi simili. I suoi piccoli gesti – la scuola, il mercato rionale, i mezzi pubblici saturi di carne sui quali saliva – erano l’attestazione di un esistere resiliente, come una cultura di batteri, anni dopo, consente alla vita di vincere nuovamente l’ardua battaglia con la morte, dove un vulcano ha vomitato le sue viscere. Piccole cose, ostinate, ma imprescindibili.
La terza dimensione del tempo si era in lui sviluppata, per dir così, come una introflessione e quasi – l’uso della parola è da intendersi come eccezione normativa – un capovolgimento; come un alberello, apparentemente gracile, che sviluppa una parte delle radici alla luce del sole e una parte della chioma sepolta nell’argilla. Uno scherzo della natura, si potrebbe pensare, uno sgorbio; alcuni insegnanti del suo liceo dovevano esserne convinti, e certo lui non faceva nulla per dissuaderli, e a valicare i fossati che circondavano la sua inquieta ed esitante figura, limitandosi a un fugace saluto davanti la macchinetta del caffè, oppure lo scambio tiepido di documenti durante un consiglio di programmazione.
Beninteso che essi non fossero tenuti a vedere oltre – chi mai potrà essere costretto a vedere un’oncia oltre il visibile di qualsiasi altra persona? -, eppure ciò che, così, si perdevano, era molto. L’alberello rovesciato che abbiamo scelto come esempio, non è un caso, perché le radici rivolte al cielo, scagionate dalla fotosintesi, servivano ad acquisire una misura profonda dello spazio circostante; e ancor più il fogliame compattato sottoterra che consentiva ai suoi sensi, così affievoliti quanto alla capacità di carpire il mondo circostante, si torcevano tutti verso l’interno quando si trattava di stabilire colori e significato del suo, a questo punto ricchissimo, universo interiore. Non riuscendo a protendersi verso il fuori, aveva trovato un sistema singolare per trascinarne una parte al proprio interno. Poteva godere in modo radicale di cose che il resto del mondo, avrebbe giudicato irrilevanti. Dei voli pindarici nel reparto profumi abbiamo detto, ma si possono fare altri esempi, concernenti l’olfatto come altri invece a esso slegati. Un nuovo ammorbidente, saggiamente dosato nel bucato, poteva infondergli un’energia insospettabile per una settimana; una melodia – intercettata casualmente sui titoli di coda d’un film melenso – turbarlo fino al pianto profondo. Le domeniche mattina, specie quelle di autunno, amava alzarsi non troppo tardi, e rimanere a letto ancora un po’. Apriva i vetri della sua camera, ma lasciava chiusi gli scuri, dai quali trapelava tuttavia l’opalescenza del giorno; stava lì, sdraiato, con gli occhi ben aperti, a fissare il soffitto. Folate di aria fresca si affacciavano nella stanza, e lui le accoglieva sulla pelle. E poi ascoltava, i rumori del quartiere che, sonnacchioso, prendeva progressivamente vita. I bambini recalcitranti trascinati a messa, le donne anziane che, sebbene non distinguesse le parole, gareggiavano sugli acciacchi, il vento e la luce – sì, anche la luce può essere ascoltata – e poi l’uomo vecchio, che non vide mai (o almeno non lo riconobbe), la cui voce, gutturale ma svilita, gli era tuttavia familiare: “Pepe, Pepe, vieni qui.” S’era fatto l’idea che fosse un volpino nero, tarchiato, con le zampe rigide e un occhio sbilenco. Poi venivano i rintocchi della campana, lenti e rassicuranti, promemoria delle cose del cielo. E si sentiva felice; immotivatamente si potrebbe pensare, e molti l’avrebbero pensato se solo un po’ di quella felicità fosse trapelata nelle sue espressioni, nelle parole o nei gesti (una ragione in più per tenere tutto dentro); sciocchezze, cose piccole, ecco che avrebbero pensato. Ma la verità è che talune cose sono grandi non perché vengono amplificate dalle anime separate, ma nonostante tutte le altre le ignorino; dimensioni la cui effettiva portata, per un preconcetto, si impedisce di godere. Non lui; non Leonardo Correnti, il quale si riteneva piuttosto un privilegiato, un monello che sotto a una staccionata trova un pertugio invisibile, l’accesso a un mondo segreto, e che segreto doveva rimanere. Un segreto che aumentava il proprio valore ogni giorno che riusciva inviolato.
Amava la pioggia, sebbene un rovo di protocolli e convenzioni, non gli consentisse di goderne quanto avrebbe voluto – avrebbe fatto specie vedere un uomo di mezza età, ben vestito, che cammina senza un ombrello sotto a un acquazzone, senza affannarsi per guadagnare una pensilina, o il riparo di un cornicione. E amava ancor più il vento. Purtroppo a Milano è un evento straordinario, perciò si doveva accontentare dei pomeriggi, facilmente primaverili, in cui il cielo viene sgomberato, come una cantina dimenticata, e al suo posto compare una lastra di pastello blu, liscia e levigata. Adorava quelle poche giornate poteva muoversi per la città, vedere le insegne dei negozi sbatacchiate, le tende delle finestre dimenticate oscillare, come i paramenti di un confessionale mentre accolgono un peccatore.
In autunno invece amava la nebbia. Quella non mancava mai, sebbene nel corso degli anni, per poterne godere come aveva in mente, doveva uscire dal territorio comunale – troppo traffico, luci, insegne luminose – e spostarsi in alcune propaggini dell’hinterland. Quelle arano le giornate perfette per i miopi. Aveva visto un documentario, tempo prima, sulla resilienza. Vi si diceva che persone “normali”, che non avessero particolari doti, anzi, addirittura i depressi gravi, capitava che nel momento di circostanze eccezionali, trovavano non si sa come, risorse sorprendenti, inconcepibili quasi.
Inevitabile che si immedesimasse. Ebbene, in quelle giornate si sentiva bene, perché la nebbia era, per i miopi, come la resilienza durante le catastrofi; diminuiva il gap. All’opacità delle cose lui c’era abituato, era il suo pane quotidiano, perciò quando il cielo calava le cataratte, poteva giocare in casa. Questo non l’aveva sentito nel documentario. Era roba sua. Non l’avrebbe sfoderata in una conversazione, ma averci pensato bastava a renderlo orgoglioso.
Aveva scovato un paesino, tra Milano e Crema – per raggiungerlo doveva percorrere la Paullese per una ventina di chilometri, andando poi a conficcarsi tra i rettangoli coltivati -, non particolarmente bello ma caratteristico e, cosa decisiva, deserto praticamente ogni momento dell’anno, fatta la necessaria eccezione dei braccianti e agricoltori che l’attraversavano di continuo. Ai bordi del paese c’era una specie di ristorante, lungo e stirato sulla esile striscia d’asfalto. D’estate era un continuo corteo di trattori e altri pesanti macchinari; gli piaceva fermarsi all’esterno, e trovarvi oltre agli immancabili e sparuti anziani, ai quattro lati di una tovaglia lurida a scambiare briscole e bestemmie a ogni ora del pomeriggio, mentre sull’imbrunire arrivavano gli uomini più giovani, di ritorno dai campi, coi capelli umidi della doccia e la pelle del volto arrossata, dopo le ore passate sulla mietitrebbia. Appena dall’altra parte della strada
Seduto, beveva un tè freddo – che la signora dietro il bancone doveva avere preparato la sera prima – versato da un bottiglione da vino. Da principio la donna lo aveva guardato con diffidenza, e questo aveva gli provocato un simmetrico disagio. Ma alla fine s’era abituata. I tavoli fuori dal locale erano, persino per frequentatori sporadici, i meno ambiti. Perché il sole vi picchiava tutto il giorno, e non appena s’abbassava, con le mattonelle ancora incandescenti, si potevano vedere dai campi accorrere orde di moscerini, piombini densi di un fucile da caccia, per l’adunanza del fastidio. Ed egli pativa entrambe le cose, tuttavia essere lì, con il quotidiano sportivo sbiadito – fingeva soltanto di leggerlo -, lasciato da un altro avventore, lo colmava di una insospettabile gioia. La strada, i trattori sbuffanti gasolio incombusto, la calura, il profumo acre delle foglie di sorgo, oppure quello rancido dei pomodori caduti da un bancale e spiaccicati dalle ruote di decine di auto, tutto questo lo faceva sentire partecipe di un Tutto che si srotolava accanto a lui, che lo raccoglieva con le sue spire viscose trascinandolo in una vibrazione successiva di esistere. Cristo quanto era fortunato. Quante cose erano non solo accessibili a un uomo dai sensi feriti come lui, ma c’erano perché gli fosse consentita una vitalità, che altrimenti non avrebbe potuto. Una vita che gli esplodeva nel cuore, e di cui difficilmente avrebbe saputo raccontare a qualcuno. Ma non importava poiché raccontare non era il suo mestiere. Perciò la segretezza di quel piacere, così inconsueto e distante dagli accessi della moltitudine rimaneva preservata, non dall’egoismo – non era egoista – ma dalla scarsa credibilità dell’unico testimone.
La vita, in fondo tutta quanta, è divaricata tra alcune scelte, consapevoli o meno, che fanno del nostro mondo un luogo molto grande oppure molto piccolo. E’ questa la dialettica eterna tra sicurezza e libertà. Tra l’una o l’altra cosa. Talvolta nessuna delle due, ma mai entrambe.
Il mondo, per come ce lo si rappresenta, o è un luogo estremamente confortante, o un posto dove l’inquietante è sempre dietro l’angolo. Va da sé che i più scelgono la sicurezza. Poiché per andare a fondo delle cose talvolta bisogna affondare, mettere la testa sotto, e mancare nel respiro. Una cosa assai spaventevole, la sola quale consente di vedere tuttavia le cose per quello che sono e non per ciò che piace raccontarsi.
A staccarsi dalle certezze, ed entrare nel “tempo verticale”, ovvero sacro, si fa fatica, ed è percorso che si fa sempre in solitaria. Normalmente abbandonando – spesso previo naufragio – le galère dove si remava tutti insieme sì, ma incatenati, per affidare le proprie sorti a natanti di più modeste dimensioni. E solo allora si scopre quanto possa essere sconfinato, maestoso e agghiacciante, l’Oceano.
Wof, Wof. Qualche minuto di silenzio cui seguiva un’altra salva, wof, wof! Il vecchio Fedro aspettava che qualcuno passasse davanti al cancello tutto il giorno, con la cocciutaggine che gli uomini dovrebbero invidiare ai cani. Non era cattivo e manco ci assomigliava. Ma abbaiare era come un dovere, e non si sarebbe sottratto.
Il tempo tuttavia si srotolava come un tappeto cencioso, e trascorrevano a quel modo ore senza che passasse anima viva, così il macilento spinone finiva per prendersela con tutte le cose che si scuotevano distanti – i panni stesi della vedova Martucci, o le imposte lucide del Floriano -. Ma, inevitabilmente, alla fine prendeva ad accontentarsi, con minor convinzione, di quelle che si muovevano solo nella sua capoccia; un’ombra, un riflesso, un alito di vento scampato ai viottoli. A un tratto, però, drizzò le orecchie e chiuse la bocca, ché ci sentiva meglio senza sbavare, e squadrò cogli occhi stretti il muretto del municipio, indeciso se abbaiare in anticipo e far prendere uno spavento al forestiero, oppure aspettare per vedere se arrivava qualcuno di conosciuto.
Pochi secondi e riconobbe uno scalpicciare rapido e asimmetrico; il cagnaccio s’avvicinò alla rete, la testa docile e la coda bassa che s’agitava come un metronomo scassato per ottenere qualche carezza o un tozzo di pane, ma si sarebbe accontentato di una parola di zucchero. Era di poche pretese il buon Fedro. Tuttavia non era la giornata giusta e, quando la sagoma femminile tozza ed energica gli sfilò davanti senza rallentare, deluso si arrese, tornando a sdraiarsi sul fianco, annusando appena una foglia secca che dall’ultima volta, chissà, poteva anche essere diventata una galletta. Ma niente. Così tornò ad assopirsi nel sonno troppo sognato dei cani.
La donna non l’aveva degnato di uno sguardo. Di solito almeno una parola riusciva a lasciarla giù, ma quel giorno passò come una freccia, che quasi s’era scordata la gamba più corta. Era corpulenta e tarchiata tuttavia agile, con le braccia flaccide che s’agitavano ai fianchi, come bielle di una locomotiva, tipo quella buffa disegnata nell’atrio della scuola materna. Che poi di bambini alla scuola non se ne vedevano da secoli, e il trenino buffo disegnato s’era immalinconito, sbiadendo fino a scomparire o quasi. Da quanto tempo non c’era stato più un monello? Neanche le veniva in mente. E mica era giovane, oramai era vicina a contare settanta primavere, sebbene dimostrasse ancora una vitalità sproporzionata. Non fosse stato per la zoppia avrebbe ruzzolato su e giù per i viottoli del paese come un pischello che gioca a Tela. E anche col piede offeso, finiva per farlo molto più spesso della maggior parte dei compaesani.
No, che non c’aveva tempo per Fedro. Una giornata così… E dire che quando era scesa aveva in mente di chiedere a Gustavo il salumaio, un osso di porco – e lo sapeva che nel retro teneva quelli più succosi per il Labrador del Sindaco – ché lo vedeva sempre più smagrito. Avrebbe addirittura insistito, litigare quello no. Non litigava con nessuno, aveva un cuore buono. Ma aveva incontrato la Severina, vicino alla bottega con quella notizia – e che notizia! -, perciò aveva tirato su il rognone prenotato il giorno prima, e due carote per la cena, ché anche la spesa lunga doveva aspettare.
Gli occhi, piccoli e scuri, brillavano di febbre curiosa mentre gli sbalzi del selciato si propagavano sulle guance come schiaffi sulla gelatina mentre svoltava per l’Asinera, che menava dal paese a casa. La Consolina non rallentò neanche per la pendenza, sebbene quando arrivò nel punto dove il sentiero si infossava, e doveva fare attenzione alle pietre grosse, dovette fermarsi per forza. Certo con un bastone avrebbe saggiato i passaggi in anticipo, guadagnando in tempo e velocità, ma non c’era verso di farglielo tenere; chi lo voleva un bastone? Era da vecchi, i vecchi vecchi cioè, e lei non ci si voleva sentire. Glielo aveva suggerito Cornelia, quella che teneva i polli e i conigli, e la stessa Severina. Persone gentili, che si conoscevano da sempre, e che non si facevano beffe della sua camminata. Il sindaco che c’era prima, Tolomeo, aveva addirittura inventato una specie di lotteria per farle vincere, col trucco, il premio ch’era guarda caso un bastone per camminare, arrivato punto dalla valle. Ma lei niente! Aveva accettato perché rifiutare era da cafoni, e non era una maleducata, di litigare non c’aveva il cuore con nessuno, poi però l’aveva portato al fienile e nascosto sotto alle balle, casomai veniva la polizia dei regali a controllare che i vincitori non buttavano i premi. Di invecchiare lo sapeva bene, mica le dispiaceva; anche perché gli anni della gioventù non erano stati poi così diversi da quelli venuti dopo, ma andare in giro con la verga come le arpie di quando era bambina, proprio non poteva. Cattive nel profondo. Superate le grosse pietre, dosando agilità e prudenza, concluse l’ultimo rettilineo che l’avrebbe condotta nell’aia del cascinale. Come di consueto, quando superava il masso che sanciva la fine del sentiero, strillò con la sua voce acidula:
“Va là che sono io, la Consolina.”
Non ricevette risposta, nemmeno l’aspettava, mentre calpestava l’ultimo sterrato che portava all’uscio di casa. Scansò con un gesto ebbro di consuetudine le cinghie di plastica colorata, pendenti tra lo stipite e il pavimento, che facevano ombra e tenevano lontani i calabroni. Col freddo, quando d’insetti in giro se ne vedevano meno, le ritirava dietro il pomello, come fossero i capelli di una smorfiosa dietro l’orecchio. L’ansia di raccontare s’era un po’ placata, affiancata con l’idea dello stufato da preparare, e la preoccupazione che ci fosse del vino aperto – altrimenti doveva scendere in cantina, e non le piaceva, per l’umidità mica i gradini – ma non appena scalzò le scarpe aiutandosi coi pollici e contraendo le labbra con le smorfie di reumatismo, il ricordo della cosa più importante sbucò di nuovo come una marmotta dal suo pertugio.
“Uè, sapessi cosa mi hanno detto giù al negozio…”. Parlò sottovoce, con gli occhi bassi, sembrava un giuramento vendetta, come faceva quando temeva di perdere il filo. Quando si sentì sufficientemente sicura, si rammentò delle altre cose, cercò con gli alluci le pantofole, finite come sempre sotto la stufa spenta, e si liberò della spesa. Dalla borsa di corda sbucò un canovaccio di giornale, flaccido e gocciolante come il cuore che re Davide aveva strappato dal petto di Golia.
“Accidenti!”, bisbigliò mentre contemplava le gocce cupe che l’avevano accompagnata dall’ingresso, certe col segno della scarpa. Un lavoro in più, che tanto ne aveva già pochi, si commiserò soltanto un pochino. Compatirsi era distante dalla sua natura, non meno del bastone lasciato marcire sotto la paglia. Avrebbe potuto lagnarsi della strada che doveva fare fino a quattro, anche sei volte al giorno, che doveva pensare a tutto senza nessun aiuto. E non era più una ragazzina, eh no! Ma non le veniva. La verità era che non voleva nessuno a impicciarsi delle cose sue. Finché ce la faceva, ce la faceva, e poi un posto al Camposanto mica glielo avrebbero negato. Quanto a Santino, beh, non è che ci avesse mai pensato troppo. Dipendeva da lei come un neonato, e che la loro vicenda fosse legata da un doppio filo non era un mistero.
Emise un lungo sospiro – non per la fatica, da cui sembrava immune ma per la sporcizia -, poi gettò il rognone sul tavolo di resina. Abbandonò la borsa di corda sulla spalla della sedia più vicina; tra le maglie grosse si vedevano le carote, preservate chissà come dal sanguinamento.
Prima di cambiare stanza si concesse un piccolo vizio, trasse dallo scolatoio un bicchiere grande, le pareti zigrinate e il fondo spesso, che a guardarci dentro faceva un effetto; poi prese il fiasco incastrato tra la stufa e la parete, lo stappò e controllò che ve ne fosse abbastanza per la cena, poi si versò un dito di liquido nero come il sangue sul pavimento, e lo deglutì d’un sorso. Ma si paralizzò, col bicchiere laconicamente vuoto, pentita con un istante di ritardo, anche se tutto ciò che le venne fu di accompagnarne la focosa discesa con una mano sullo sterno. Gli occhi rotearono senza trovare l’asse giusto, poi dopo l’esitazione, riempì per metà nuovamente il bicchiere. Alla malora se mancava per la cena.
“Ti va un dito di vino?”, domandò con la voce che aveva perso l’acutezza e s’era fatta più melliflua, quasi dovesse venderlo al mercato, “Eh, ti va un goccio?”
Attraversò nella direzione opposta il corridoio da cui era appena venuta, attenta a non calpestare la sporcizia, ignorò l’ingresso e si inerpicò su una scala ripida, comparsa dal nulla. Aveva una tale confidenza coi pioli che lì superò senza dover coprire la sommità del bicchiere con la mano. La levata terminò su un mezzanino di legno cigolante, coperto alla bell’e meglio con un tappetino rosso, dove erano disegnate le greche e i ghirigori persiani – almeno così le aveva detto il Borghetto, quello del mercato – con delle lunghe frange bionde, oramai sbiadite dalle spazzolate e dagli anni. Le travi del pavimento protestarono blandamente, fino che non trovò una piccola porticina. Dovette incunearsi un poco.
L’arredamento della stanza al piano era diverso da quella da basso, pieno di cose ovunque, come se solo lontana dall’ingresso aveva potuto infischiarsi di tutto e mettere le cose che amava di più. Una specie di segreto che, anche a causa della condizione del Santino, che non poteva vedere nessuno e che non poteva ricevere nessuno, avrebbe fatto meno fatica a preservare. La finestra era aperta, col ramo del ciliegio lì a un braccio, che durante le settimane della raccolta si poteva fare una scorpacciata soltanto sporgendosi. Adesso era pure meglio, perché al posto delle amarene profumate si potevano ascoltare le ciarle delle Peppole e i Lucherini, indifferenti ai curiosi, commentare le frizzanti giornate estive. Per tacere ci sarebbe stata la stagione fredda. A stare in silenzio, ma in silenzio per bene, si poteva vedere anche lo scoiattolo fare un balzo da un ramo all’altro, o arrotolarsi frenetico un seme tra le zampe, cogli occhi sbarrati e le zampe contratte, pronto a svanire al primo soffio.
Consolina adorava la finestra, e quella stanza, ingombra di oggetti affastellati un po’ ovunque. Il sofà intarsiato di velluto rosso, con sopra i lavori a maglia, pronti da riprendere la sera, il tavolino alto di bambù sopra il quale non aveva ancora trovato il giusto abat-jour, la credenza di legno pesante e scuro, dove erano una decina di Capodimonte, poggiati ciascuno sul proprio centrino, che rappresentavano vecchi o bambini, come ci fosse nulla nel mezzo. Gli anziani potevano passeggiare con le mani nodose dietro la schiena, o dar da mangiare agli uccellini, i secondi compitavano su un quaderno, oppure finivano con le guance arrossate dietro la lavagna per una marachella. Il suo preferito era un bimbo coi pantaloni abbassati, intento a orinare sugli attrezzi del babbo – un martello e una sega – mentre veniva scoperto e si voltava con gli occhi sbarrati di paura.
Sullo spigolo c’era la pendola a scandire i pomeriggi coi suoi tetri contraccolpi allo scoccare dell’ora, che s’annunciava con un cigolio lagnoso, come quando s’apre un cassetto chiuso da troppo tempo, e poi la scampanio afono, perché da quando s’era ammalato Santino la Consolina aveva pensato bene che non era così importante conteggiare lo scorrere del tempo con tutta quella pompa, e quindi l’aveva imbottito con uno strofinaccio. Di fronte al sofà c’era il tavolo rotondo, col tappeto verde e i fiori blu e gialli, che scendeva fin quasi a terra, così spesso che anche quando Santino l’aveva bruciato col sigaro – uno sbaglio per carità di Dio, cominciava a non stare bene in quei mesi, e ogni tanto gli cadevano di mano le chiavi, o la forchetta –, aveva stabilito di tenerla così, ché un rammendo non si poteva, e di buttarla proprio non se ne parlava. Fece piuttosto un centrotavola tutto nuovo con la maglia, più scuro e fitto degli altri, e ce lo mise sopra, compiacendosi del risultato sin troppo per restare sincera. Ma tanto lì sopra ci stava solo lei, e il suo Santino, perciò alla fine delle otto sedie massicce con gli schienali alti e imbottiti – parevano troni senza re e regine -, sei erano state ribaltate l’una sull’altra, e allineate lungo l’unica parete libera, e infine ricoperte con un lenzuolo uscito definitamente dal suo scopo. Un’altra fungeva da appoggio per il cesto del cucito, coi manici lunghi e le levette con cui s’apriva lo scrigno d’un tesoro. Poiché si trattava davvero di un tesoro, almeno per la Consolina: tutti i suoi aghi, i ditali d’ottone, l’uovo di pomice per rammendare i calzini, i rocchetti del filo colorato, la bobina di quello bianco per imbastire, i nastri e le fettucce, tutte in disordine, a moltiplicarne la ricchezza e la sorpresa ad ogni apertura.
Sull’ultima sedia, accanto al tavolo in modo che potesse godere la finestra spalancata, c’era un uomo. Stava con la schiena rigida, e la mano sinistra chiusa sulla seduta, come si apprestasse ad alzarsi. La destra invece era poggiata sul tavolo, e tamburellava un morse inudibile, con i polpastrelli a sfiorare il pianale. Anche la bocca umida, sembrava seguire una partitura segreta, senza sosta. Aveva i capelli bianchi, bianche erano le folte basette che scendevano come ruscelli d’argento intorno a una pietra rugosa. Soffici batuffoli fuoriuscivano anche dai padiglioni e le narici, a compensare il ritiro senile delle cartilagini. Le altri parti del volto erano glabre, rasate con cura di recente, un dettaglio a cui la moglie non avrebbe rinunciato per ragione alcuna. Gli occhi grigi erano irrequieti, e vagavano nel tragitto tra la finestra e la porta alla ricerca di un dettaglio, una spiegazione che tardava a venire. Portava i pantaloni d’un pigiama grigio, di tessuto pettinato, e una giacca militare verde oliva, con le mostrine colorate ancora perfettamente visibili. Faceva contrasto con la divisa un bavaglio di stoffa, sotto il mento, riciclato da un bambino di molto, molto tempo prima.
“Ti ho portato una cosa buona!”, disse Consolina coprendo adesso il bicchiere con la mano per una sorpresa che per lei aveva senso, “Ti va un po’ di vino? Poco poco, un goccio soltanto, che ne abbiamo anche per la cena?”
Spostò il cestino per terra poi, dopo avere lasciato il vino sul tavolo, afferrò con entrambe le mani il trono e, trasse faticosamente lo schienale vicino al tavolo, fino a comprimere il diaframma. Porse così dapprima il bicchiere al marito, quasi potesse brandirlo da solo.
“Stufato!”, rispose la Consolina a una domanda invisibile, non appena ritornò il fiato. Poggiò nuovamente il bicchiere. Da seduta si mise a guardargli il volto con la perizia di un tagliatore di diamanti, ma tutto quello che doveva fare era strofinargli il bavaglino sul rivolo di bava, affrancato del controllo di muscoli e mucose, affiorato sul mento dalla mattina. Il pannolone lo avrebbe cambiato dopo, mica faceva la corsa.
“Eccolo qua, tutto perfetto e asciutto, come piace al suo amoruccio.”
Santino per un attimo sembrò riluttante non per la toeletta, ma del tono puerile con cui era stata impartita, un lieve mugugno di protesta che si perse immediatamente sotto i colpi di tessuto.
“Allora, lo beviamo un goccetto, che fa sangue?” Prese risolutamente l’iniziativa, porgendogli delicatamente, ma decisa, il bicchiere in prossimità del labbro inferiore, aspettando un via libera che non poteva essere dato. Lo inclinò lentamente fino a che, non potendo rinunciare al respiro, il marito cominciò a trangugiare la libagione, sebbene la maggior parte finì su bavaglia e giacca. Poco male, pensò Consolina, gratificata come ogni volta che riusciva a fargli trangugiare qualcosa a prescindere dal grado di imposizione. Posò infine il bicchiere semivuoto. Appoggiò le mani sulle ginocchia al Santino, poi con gli occhi luccicanti, si apprestò a raccontare la clamorosa novità .
“Allora, non hai idea di cosa sono venuta a sapere oggi.”
Il campanello squittì trascinandosi un cigolio lungo e lagnoso. Sarebbe stato sufficiente una goccia d’olio sullo stipite per ridurlo al silenzio una volta per tutte, ma oramai la merciaia e le sue clienti ci s’erano abituate. Quasi più familiare dello stesso scampanellio, annunciava clienti e comari, che venivano a bottega per comprare un nastro, una cerniera, due bottoni o, se capitava, chiedere per un rammendo. Che poi bottega si faceva fatica a chiamarla, perché non c’era il bancone né la vetrina, e le merci più che esposte erano sparpagliate per la stanza, con un disordine che nulla lasciava presagire che il commercio. Tuttavia la Severina in quel bailamme non perdeva nulla, nemmeno un ditale, e quando ci si recava a ritirare un paio di pantaloni cui aveva fatto l’orlo, li sfilava senza pensarci da una pila qualsiasi, rammendati e stirati impeccabilmente, con una specie di scontrino – scritto a mano, con la matita grossa – fissato con lo spillo alla tasca o al risvolto.
L’idea l’aveva veduta in una sartoria di classe, tanti anni prima che neanche ricordava. Era poco più che una bambina, la Severina, una delle poche volte che col padre s’era avventurata giù in città. Dovevano comperare delle cose, ma lei in quel locale grande s’era incantata. Ci lavoravano almeno dieci persone, per lo più ragazze poco più grandi di lei, correvano qua e là, prendevano le misure, piegavano i vestiti con gesti esperti e meccanici, indossavano tutte un camice verde come le infermiere. Tenevano gli occhi bassi, né sorridevano mai, svolgendo il lavoro con l’attenzione di un chirurgo, o il pilota di un battello tra gli scogli. N’era rimasta così sopraffatta che, anche quand’era tornata a Bordomundi aveva continuato a fantasticare su di un posto come quello.
Non era mai stata bella, neanche da ragazza quando la natura è generosa a con tutte, o quasi. Ecco, lei anche allora faceva parte del secondo gruppo. Aveva i fianchi e le caviglie massicce del babbo, da pescatore, gli occhi a palla, il volto asimmetrico e stralunato. I capelli grigi e stopposi neanche li curava più, affidandoli a una molletta grande e vaporosa. Dalla madre invece non sapeva dire cosa avesse preso. Se n’era andata ch’era ancora piccina, a inseguire un fantomatico lavoro in Canada, e il padre avrebbe dovuto prendersi cura di lei. Non gli piaceva parlarne, anche perché a seconda di quanto aveva bevuto, la versione cambiava, ora l’Australia, il Belgio o l’Argentina, un’altra volta ch’era solo una puttanella, perciò alla fine la piccola aveva smesso di chiedere, così da mantenere la parvenza poiché non poteva il ricordo, di una immagine dignitosa. Per un po’ s’era raccontata una storia bella, dolce come le caramelle, poi le caramelle l’avevano stufata, e non aveva voluto più sentire storie.
Suo padre un po’ lavorava e un po’ no, e i soldi quando c’erano, li spendeva per bere, o per cercare una baldracca alla sponda. Era stata piuttosto la piccolina, da quando aveva otto anni o giù di lì, a doversi occupare delle faccende di casa, preparare la cena, rifare i letti, e di quando in quando scendere da basso ché sentiva i passi biascicare nel portico, e tirare in casa il babbo prima che rovesciasse lo stomaco all’aperto.
E lei mai che si lamentasse. Aveva capito molto presto, anche troppo, di non essere un buon partito, e aveva accettato la cosa con decorosa sofferenza. Anzi, quella vita sacrificata dietro l’uscio della casa paterna le aveva fatto guadagnare una forma di considerazione densa e luttuosa presso le donne più attempate, un rispetto muto e commiserevole che, ne era certa, un giorno le sarebbe valso a qualcosa. Quel tempo poi era venuto prima di quanto si aspettasse.
Un lunedì mattina il padre si era presentato stranamente sobrio, pettinato a dovere e con le guance irritate dalla rasatura. S’era portato una delle sue zoccole dalla sponda, e stavolta se l’era pure sposata. Era una donna giovane, poco più grande della Severina, ma le caviglie sottili, gli occhi verdi e un seno dritto come lo gnomone della chiesa. Il padre la guardava non cogli occhi degli innamorati, ma di chi ha vinto un trofeo da esibire. Questa volta la Severina non l’avrebbe perdonato. Tuttavia il rancore rancido le fece sopravvalutare il proprio ruolo, perché una donna ora l’aveva, sebbene non sapesse riconoscere un tegamino da un mortaio.
Le cose precipitarono, perché Ludmilla, la troia, come Severina l’apostrofava con le poche amiche, l’odiava e lei altrettanto, e nessuna delle due faceva nulla per nasconderlo. E al padre, palesemente, poco ne calava. Due serve si ritrovava, e con una ci poteva fare i porci comodi. Severina se n’accorgeva che era stata una di quelle notti quando si alzava all’alba e trovava Ludmilla seduta in cucina, che fumava, o guardava fuori la finestra. Aveva magari un occhio pesto, o un livido sul braccio. Capiva bene, ma non le diceva niente. Avrebbe potuto manifestarle un po’ di compassione femminile, avrebbe dovuto. Ma non le riusciva, e finiva per detestare quella cagna ancora di più. Perché non se ne andava? Com’era arrivata poteva levare i tacchi, e sbattere la porta dietro di sé. Nessuno l’avrebbe rincorsa. Neanche il padre. Era una gara, tra le due donne, a chi odiasse di più l’uomo immondo, lercio di peccato ed egoismo, gonfio di lussuria e alcol, una sfida senza pietà per l’antagonista.
Severina, lei no, non poteva andarsene. Non aveva potuto durante gli anni ch’era una ragazza e neanche dopo; quando il pensiero l’aveva solleticata don Protaso, era stato molto chiaro su questo punto: “Ma, figliola cara, dove potresti andare? Il tuo compito è restare nella casa domandando a Domineddio la forza per portare la Croce. Perché il Signore non ci consegna mai pesi troppo gravosi da sostenere.” Diceva così, perché mica li doveva portare lui i pesi. Però era troppo sfinita per non dargli retta. Ché i preti mica lo dicono, ma certi fardelli uno mica li sopporta per salire sulla croce, ma per mancanza di alternative, o di immaginazione.
Severina non si affrancò dal suo ancora per molti anni. Più di don Protaso, che fu stroncato da un infarto, la mattina, seduto nel confessionale. Forse il Signore l’aveva chiamato a sé prima che una delle anime del Bordo venisse a fargli le pulci per i giudizi che affettava come la lonza magra. E dopo la morte di don Protaso non venne più nessuno, ma a quel punto alla Severina non importava più. Fosse venuto anche il Papa i suoi guai se li sarebbe tenuti per sé. Pochi mesi dopo don Protaso anche il padre aveva tolto il disturbo; mentre tornava a casa ubriaco era precipitato giù dal Pendaglio. L’aveva chiamata il brigadiere Luciano. Era venuto a prendere lei e Ludmilla, che s’erano sedute sul sedile posteriore. Non avevano parlato mai, né fatto domande, anche se il brigadiere continuava a dare spiegazioni lunghe e affatto necessarie, a dire che dovevano pazientare ancora qualche minuto, che poi avrebbero capito tutto. Erano arrivati sul ciglio del promontorio, un punto dove tiravano raffiche di vento così forti che il brigadiere s’era messo in dovere di aprire le braccia, a evitare che le donne venissero portate via. Poi con cautela le invitò a sporgersi, piano piano, giusto per vedere se riconoscevano la macchina. Una cautela non necessaria, perché né Severina né Ludmilla, intendevano seguire il porco giù nel burrone. Si sporsero senza tentennamenti. Nessuna vertigine avrebbe loro portato via la visione della fine dei tormenti. Cinquanta metri sotto, rovesciata sulla schiena, c’era la macchina del padre. O meglio la metà posteriore, mentre l’altra era sparita tra i flutti. Anche il padre era rimasto per metà spiaccicato sulla roccia, mentre il tronco, le braccia e la testa erano stati direttamente inghiottiti dalla bocca dell’inferno. Non che si riconoscesse ciò che era rimasto del corpo, perché faceva tutta una massa fumante con le lamiere contorte e i liquami viscidi dell’auto. Severina non era impressionata, e non lo sarebbe stata neanche se avesse riconosciuto, che so, un osso spappolato, oppure una macchia di sangue colare sulla roccia; non era ovviamente addolorata, ma nemmeno sollevata. Era delusa, piuttosto, che la fuliggine mattutina le facesse percepire tutto come ovattato. Faceva freddo. Vedeva la strada che univa il promontorio di Bordomundi con il continente davanti a sé; una sciabola d’argento conficcata nel costone della montagna, che compariva e scompariva, lottando contro le volte e sporgenze brulle. Non sentiva niente. Una qualità del vuoto inspiegabile. Non era preoccupata del futuro, ma neanche si sentiva come se la croce – che il Signore e lo zelo di don Protaso s’erano prodigate non risparmiarle – fosse sparita di colpo. Non era più leggera. Semmai era in una campana di vetro; tuttavia il vuoto era esattamente ciò che voleva avvertire. Come quando si toglie il giogo a una bestia che ha tirato per anni l’aratro, che non conosce altro, dapprima si sente strana, e quasi non vorrebbe. Ecco cosa avveniva in Severina. Il niente le causava un riallineamento interiore, che tutti gli organi fossero fuori posto e avevano preso a cercare la posizione giusta. Poi si voltò e vide, come in uno specchio, la stessa espressione in Ludmilla. Uno sguardo identico al suo. La avvertì vicina come non erano mai state. Senza pensarci, e senza ricordare ogni cosa, le afferrò la mano. Il brigadiere Luciano se ne accorse, e si commosse. Pensò che in fondo doveva essere stato un brav’uomo, a scapito delle dicerie.
Dopo che il padre s’era sfracellato non successero molte cose. In paese non se ne parlò che per qualche giorno, anche perché in tanti scommettevano che avrebbe fatto una fine del genere, e certi pure gliel’avevano augurata. Dopo quel vincolo, tutto femminile, sancito davanti al Brigadiere Luciano che schermava le donne ai colpi del vento, queste non sentirono mai l’esigenza di duellare sull’eredità. Che poi quattro muri erano rimasti che il maiale non s’era venduto per bere. Tuttavia fu proprio Severina a chiarire il punto sin da subito, che la casa non le interessava, se la poteva tenere tutta quanta. E, se non aveva nulla in contrario, avrebbe tenuto esclusivamente la bottega del nonno – poco più di uno scantinato – dal quale avrebbe ricavato la bottega da merciaia, come quella veduta in città secoli prima. Insomma, una specie. Si sarebbe cucita anche un camice verde.
Ecco, di due cose poteva essere grata al padre, averla portata quel giorno a vedere la grande sartoria che s’era incastonata in fondo alla sua anima, e d’avere tenuto le sue lerce mani lontane dalla bottega, che altrimenti non avrebbe potuto farci nulla. Prese anche a viverci, perché la stufa nel retrobottega ci stava a pennello, e il bagno suo nonno era stato assai previdente a farne costruire uno, come sapesse. Quanto al dormire, non è che Severina dormisse tanto; le bastava la poltrona sulla quale di giorno poggiava la metà delle cose imbastite, e di notte reclinava lo schienale quel tanto per non stare con la colonna diritta. Molto presto le donne del paese si accorsero del negozio e, chi per rammendare i calzoni del marito distratto che s’era impigliato in un rovo, chi per lamentarsi del marito distratto, che s’era dimenticato l’Anniversario o l’Onomastico della suocera, arrivavano da lei. Dapprima alla chetichella (in fin dei conti per tutti quegli anni aveva vissuto come una reclusa, e prima di guadagnarsi la fiducia, fosse anche per una cerniera lisa, o il bottone della blusa scolorito, ce ne voleva), poi sempre più assiduamente. Era brava, ma non era quello. Aveva reso la bottega un luogo speciale, con tre o quattro seggiole disposte in un semicerchio, le pile dei vestiti alle spalle, un piccolo quadro dai colori tenui, ove erano rappresentate altre ricamatrici, e la stufa su cui, estate o inverno, sbuffava leggera una teiera. Ludmilla oramai aveva venduto la casa a un farmacista della valle (che però s’era fatto vedere col naso all’insù per un paio di ricognizioni prima di firmare col notaio, poi più niente), aveva fatto le valigie una mattina di febbraio, poi vestita di tutto punto era scesa a bussare alla bottega. Era bella e luminosa, come la fata delle fiabe. Lei e Severina dal funerale – c’erano andate, a fatica – non avevano più parlato. Non erano diventate amiche, non c’era bisogno. Quella stretta di mano, davanti all’orrido di Bordomundi, aveva sancito qualcosa di più, o di molto meno di un’amicizia. Avevano capito, punto. E quando si capisce le parole non servono più.
Quella mattina era la Candelora, il giorno più freddo dell’inverno. Ludmilla era vestita per bene, come il giorno in cui aveva fatto capolino in paese. Quando aprì la porta non erano ancora le sei, Ludmilla era paonazza per il gelo. Non sorrideva. Severina nemmeno ricordava d’averla mai vista sorridere. Dava l’impressione, in ogni circostanza, d’averla appena scampata da una bombola che esplode, o il fiume che si porta via la casa. Ecco, sembrava una che sopravvive a un cataclisma al giorno, e che già si prepara a quello successivo.
“Sto andando…”, disse col suo accento. Parlava un italiano così accurato come solo uno straniero. Severina non sapeva cosa dire, allora la invitò a entrare per un tè.
“L’autobus passa tra dieci minuti.”, ribadì Ludmilla senza che risuonasse come una giustificazione. Se ne restò, invece, ancora lì in silenzio, imbambolata per il freddo, o l’imbarazzo.
“Cosa posso fare per te?”, domandò la Severina, cercando di adeguarsi alla donna intirizzita che la fissava. Ma quella neanche l’aveva ascoltata. Poi, dopo altri istanti di imbarazzo, prese a trafficare con una tasca sul retro della gonna:
“Ho una cosa per te.”
Dopo essersi rigirata un paio di volte, estrasse una busta gialla rigonfia, aperta e lisa che a riempirla doveva aver fatto numerosi conteggi e ripensamenti.
Non sapeva cosa dire. Si limitò a un “grazie”, pieno d’impaccio e stantio persino a lei. Teneva ancora la busta con due dita, senza essersi decisa tra il disgusto o la gratitudine, che Ludmilla di slancio fece un passo verso di lei, e la strinse a sé con un abbraccio tenue e disperato. Non disse nulla, non piangeva. Prima che Severina potesse stabilire un atteggiamento consono, s’era già ritratta, e scalpicciava verso la piazza. “Addio”, disse quando oramai era distante. “Addio…”, rispose Severina sottovoce, prima di richiudere la porta.
Appoggiò la busta sul tavolo. Era incuriosita eccome, e non si faceva scrupoli a fingere il contrario. Ma c’era qualcosa che le stonava. Un grumo di rabbia, piccolo ma appuntito, che la teneva schiacciata sulla sedia.
Poi capì, improvvisamente: non aveva mai detto addio a nessuno! Non, com’era ovvio, a suo padre, sulla cui tomba avrebbe potuto pisciare. Se fosse stata un uomo l’avrebbe fatto, eccome! Che poi, a dire tomba, ce ne voleva. Una croce di legno, appena dignitosa, in mezzo al rettangolo di terriccio rosso, era. Il nome lo sapeva lei, ed era fin troppo da portare nel ricordo. Magari si seppellissero i nomi. No, lì sotto, nella cassa, c’erano solo gli effetti personali che altrimenti avrebbe dovuto dare alla parrocchia. Per quel che ne sapeva suo padre era una striscia rossa dal costone, giù giù, fino al portone di Satana. Macché addio, alla malora piuttosto. Neanche a don Protaso, a zia Provvidenza, o la nonna adorata. Per nessuno aveva conosciuto lo strappo del congedo, e non fosse stato per Ludmilla avrebbe tirato avanti così. A Bordomundi nessuno diceva addio: la gente campava, lavorava, cacciava qualche bestemmia, qualche preghiera, e poi tirava le cuoia. E mai, dico mai, si diceva addio a qualcuno. Perché nessuno se ne andava. Tutti restavano lì, qualcuno a lavorare la terra di sopra, gli altri a concimarla da sotto. Nessuno prendeva la corriera, che passava lì per dovere mica per tirare su i cristiani. Tutti rimanevano, eccetto le due donne di suo padre. Quel porco era riuscito, a trent’anni l’una dall’altra, a farle fuggire. Ma a sua madre, alla mamma, no, non aveva potuto dire addio. Non aveva bussato alla sua porta, non era scesa avanti al suo vecchio cuore di bimba a dirle, a dirle che?; cosa si racconta ai bambini per non dire “addio”? Non aveva sentito l’esigenza di stringerla a sé, e non le aveva consegnato una busta, un balocco, un ricordo, una cosa qualsiasi che le avesse tenuto caldo per tutti i febbraio della vita. Ecco d’un tratto il rancore sopito dimenticato le salì come una bolla nel latte sul tegame. Era di nuovo la bambina cui viene carpito un segreto, ed estorta l’unica parola che non era mai stata pronta a proferire. Che non sarebbe mai stata pronta.
Ludmilla aveva infranto una promessa che neppure sapeva, superato una soglia trasparente, oltre cui c’era un cespuglio, un rovo sotto il quale si nascondeva la rabbia antica che la faceva fremere come una foglia nella tramontana. Si alzò dalla seggiola, si avvicinò al tavolo e prese la busta gialla, poi si avvicinò alla stufa, dove crepitava la brace tenue. Non appena aprì lo sportello la fiamma si riattizzò, alla promessa di qualcosa da divorare. Senza indugio, senza neanche degnarla d’uno sguardo, depose la busta nella pancia di ghisa, la smosse un paio di volte con l’attizzatoio – a confermare quanto fosse convinta -, poi la richiuse come lo stomaco di un inferno tutto suo che, per quel giorno almeno, poteva dirsi placato. Non appena vide la busta contorcersi fintanto che la fiammella azzurra la lambiva, andò alla credenza a prendere una delle tazze buone. Era proprio il momento perfetto per un tè.
Ricordami ricordati quella musica di rose di tutto il calore, del discreto candore
Questo onnipotente mio tuo sentire questa fiera che drena il mio sangue che stilla gli anni, che estirpa le ore
E non sono, non voglio più rimanere in questo cielo sguaiato c’è solo nero, il nero m’ingoia Non voglio la vita, non cerco la gioia
Tutta questa bellezza la nostra distanza, il dolore mi assorbe chi cerca altro tempo, chi trova la sorte L’amore ci rende soltanto più soli Non ho più tempo per non amarti
Ma non ti piangerò mio unico amore perché la sola cosa posso tenere la stecca di un dito sulla cartina, a indicare il punto più esatto dove fu vivo (un palpito lieve, una vibrazione incolore) il mio esanime cuore
Perché tutto questo dolore? Perché la neve, perché non le parole? Allacciati un istante nello strame di città prima del ghiaccio, di un buio pallore
Che n’è stato di noi, che sarà di me? Ma non m’importa di questo bulbo che muore sopra la testa le torme di uccelli scheggiano le nubi, adombrano i cieli si trovano sempre senza cercarsi, odiando il clamore
Ma non voglio, non posso più calcolarmi sopra un foglio che brucia dietro un cielo che urla della tua assenza, della mia mancanza Maledetto sia il sole io rimango sotto questo manto nero di un nero fradicio fingendo che sono da molto non ero
Avviso ai naviganti, questo messaggio contiene informazioni personali. Le mie quantomeno. Perché per una volta voglio parlare di me, e intendo farlo “in pubblico”. In questo testo parlerò della mia crescita, e del suo ingrediente principale, il tempo. Il mio.
Ah dimenticavo… ho molte cose da dire.
1965 – 1986 ca.
La prima cosa. Io sono uno scrittore. So di esserlo e, inoltre, so oramai di non poter essere niente altro. Aggiungo che sono pure bravo. Non si tratta primariamente di ciò che “so fare” ma, appunto, di ciò che sono. Lo sono da sempre (per quanto riguarda la bravura per ora c’è solamente l’autoreferenzialità, ancora per un po’).
Per riprendere l’immagine che ha reso celebre James Hillman, nel suo geniale Il codice dell’Anima, la scrittura è da sempre la “mia ghianda”. Anche da bambino, non avrei saputo esprimerlo, né dare un significato, ma in realtà lo sapevo già allora. Le mie fantasie erano tutte rivolte in quella direzione.
Poi c’è la vita, con le scelte del mio primo indirizzo scolastico (mio padre volevi facessi il classico io, per spirito di contraddizione, puntai su agraria), l’azzardo della facoltà universitaria – un perito agrario che passa a studiare filosofia? Oltre a me e Recalcati, non credo ce ne siano molti -. La mia incontrovertibile pigrizia, è tutto lì. Da adolescente leggevo, da bambino ancora di più. Ma come scoprii più avanti, non abbastanza.
Le pagine di Tolkien fioccavano come nevicata abbondante nella mia mente, e poi autori vari. Attraverso la lettura e rilettura di Carlo Silva, Vengo dalla Siberia, mi innamorai di quel continente congelato. Ma quanto a scrivere nisba…
I miei voti in italiano scritto non erano mai stati esaltanti. Più verso il 5 che non la sufficienza. Non ero mai “ispirato” (uso questo termine che tuttavia non indica ciò che intendo dire). Tuttavia un giorno la prof Daniela ci affibbiò un commento del Candido di Voltaire, scattò un click e, diversamente dalle altre mie performance, lo scrissi d’un fiato, con molta ironia, e una disinvoltura che facevo fatica a riconoscere. Piacque molto. La prof sospettava un plagio.
La ghianda di Hillman
Durante il mio primo anno di università mi accadde una cosa spiacevole, cui accordai – a posteriori – un potere eccessivo nell’ostacolare la schiusura della ghianda. Un alibi. Partecipai a una conferenza di Giampaolo Pansa, intorno al mestiere del giornalista – io che ancora non avevo focalizzato lo “scrivere”, ero arrivato come massima ambizione a immaginarmi appunto come cronista -. A un certo punto disse che per poter svolgere tale professione occorreva arrivare a vent’anni avendo letto TUTTI i classici della letteratura. Nessuno escluso. Dai Fratelli Karamazov fino a Victor Hugo. Essersi dedicati con successo all’Opera Omnia di tutti i mostri sacri. Ebbene, io non rientravo in quel novero. Non avevo ancora focalizzato la mia “missione” e già ne venivo estromesso. E non potevo recuperare, perché differentemente da molti amici già dovevo registrare, oltre alla inabilità alla scrittura, anche una feroce difficoltà nella lettura; la concentrazione che in me lavora (tuttora in modo controintuitivo: più una cosa mi interessa, meno riesco in una lettura lineare) e le diottrie mancanti, che cominciavano a crescere vertiginosamente.
Non so se quella di Pansa dovesse intendersi come una iperbole oppure come un requisito indiscutibile – negli anni successivi mi sarei accorto di tanta gente diventata cronista che non solo, probabilmente, aveva disertato le cattedrali della scrittura indicate da lui, ma forse anche il bungalow di una modesta grammatica italiana -, ma di sicuro io la intesi nel secondo modo.
Sarebbe importante precisare che il processo della maturazione della “ghianda” era ancora profondamente sommerso nell’inconscio, perché lo sbarramento lo avvertì a livello umorale, non di pensiero cosciente. Un fastidio.
1986 – 2000
Negli anni successivi, come si sa, cominciai a insegnare. Dapprima pensavo si sarebbe trattato di un espediente per sbarcare il lunario perché poi le cose sarebbero andate diversamente. Non sapevo come, ma diversamente. E mi sbagliavo.
Di scrivere ancora non se ne parlava (e non se ne sarebbe parlato per un bel po’).
Quando redassi la mia laurea – un bestione di 500 pagine! – ricordo che portai il primo capitolo, abborracciato indegnamente, all’assistente del docente (non farò nomi ma si tratta di una persona rispetto alla quale ho coscienza d’aver contratto un cospicuo debito di gratitudine; uno dei tanti), la quale pochi giorni dopo me lo riconsegnò pieno di gratti di penna rossa. Un disastro. La sintassi, i contenuti e PERSINO l’ortografia. Sembrava scritto da un ragazzino di prima media, un po’ scazzato pure. L’assistente era sconcertata e me lo scrisse chiaramente. Non era accettabile da parte di un laureando in filosofia. Ricordo che ripresi in mano i fogli e, a un certo punto, scattò “un interruttore” – è proprio la coscienza che ci siano stati, nella mia storia, alcuni di questi interruttori a farmi abbracciare l’idea di Hillman – e tutto cambiò. Un istante prima non sapevo di poter fare meglio, e quello dopo ero oltremodo consapevole del contrario. Quando riportai gli stessi medesimi fogli dalla curatrice della tesi, ero provvisoriamente uscito da un’impasse con la quale, tuttavia, mi sarei confrontato molte altre volte nella vita.
Negli anni ’90, il mio desiderio di scrivere s’era fatto ancora più incandescente. Le parole mi bruciavano dentro, ma non trovavano mai un canale afferente. Ricordo d’aver comprato almeno un paio di registratori con la mini cassetta, perché nelle lunghe attese davanti a una scuola materna a prendere una figlia per poi precipitarsi al corso di nuoto dell’altra – talvolta ore di pausa – provavo a registrami, perché così la sera avrei semplicemente dovuto ascoltare e trascrivere. Niente. Pagine prodotte in quegli anni, nemmeno una. 0 tondo tondo. Neanche un capoverso.
Cosa ci avrei voluto mettere? Veramente, non lo sapevo allora e non lo so adesso; l’impellenza di comunicare precedeva e non di poco il contenuto. Mi domando se non sia sempre così.
Non si trattava di constatare il presunto valore di cose che non arrivavano MAI al foglio di carta, ma di comunicare me stesso. Un’urgenza sconfinata priva di una vera forma di soddisfazione. Frustrante a dir poco.
Per esempio, durante i primissimi anni di insegnamento – tanto tempo fa – feci un bellissimo sogno, perfetto per costruirci una fiaba. Ebbene, a scapito dei numerosissimi tentativi, non ci riuscivo. Non vi riuscii per più di VENTI interminabili anni.
Di nuovo vorrei sottolineare l’importanza identitaria di questa cosa per me: non riuscire a scrivere era “non poter essere” ciò che effettivamente ero. Una privazione dolorosa.
2000 – 2012
A cavallo del 2000 arrivarono i primi personal computer (a dire il vero per scrivere la mia tesi avevo – oltre a coinvolgere una schiera di amici volenterosi – usato un patetico Amstrad, un “ciccione” con il monitor a cristalli liquidi da sei o sette pollici, e un mastodontico PC proveniente da un intraprendente laboratorio di carcerati; programma di videoscrittura WordStar, sistemi di salvataggio prima i giurassici floppy disk, da 5 pollici e poi da 3,5); ma, tesi a parte, ancora niente. Arrivò internet, e scoprii i forum in rete.
Scoprì di poter essere letto e che, talvolta, ciò che scrivevo piaceva. A persone competenti, talvolta.
Qualcosa di molto, molto gracile si muoveva. Nel 2000 ottenni di andare a lavorare, gratuitamente, all’Ufficio Stampa di una importante kermesse estiva (non importa quale, sebbene non sarà difficile capirlo). Primo ufficio occupato, comunicati stampa. Un lavoro frenetico, dovevo andare a un incontro e, appena finito, tornare in fretta e furia in ufficio a scrivere il “pezzo”. Una sintesi, ad uso addetti ai lavori, di ciò che avevo appena ascoltato. Quattro, cinque incontri e relativi pezzi al giorno. Molta quantità e poca qualità, ma quanto mi divertii. L’ufficio stampa era un piccolo giardino dove la mia ghianda, molto tardi, cominciava ad aprirsi. Era un salottino, frequentato anche da giornalisti “veri”. Ne ho un ricordo grato e intimo.
Una parete di compensato veniva riempita, ogni giorno, da tutti gli articoli che alla kermesse si riferivano. Intorno agli ultimi giorni, un pomeriggio, lessi un articolo molto polemico verso la manifestazione stessa. Mi arrabbiai molto, mi precipitai alla mia postazione e buttai giù una risposta piccata all’estensore del pezzo. Lo stampai e feci leggere al mio responsabile quello che avevo prodotto. Era buono, e lo sapevo. Gli piacque e mi autorizzò ad appenderlo alla parete, con lo scotch, sotto quello che mi aveva fatto infuriare.
Il giorno dopo il foglio era sparito ma, l’anno successivo, senza alcuna “raccomandazione” mi trovai a lavorare per il “quotidiano”, sempre della stessa manifestazione. Ero stato promosso.
Passarono così quattro anni, molto interessanti, in cui compresi cosa fosse “fare un’intervista”, incontrare persone stupende e cialtroni in ugual misura, e poi scrivere i miei pezzi. Mi piaceva. In fondo Pansa non aveva avuto completamente ragione. Talvolta scrivevo molto bene, altre meno.
Ma dentro di me ardeva altro.
Gli anni successivi sono stati tumultuosi. Verso il 2007 mi presentai presso la redazione di un settimanale, inventando una raccomandazione che in realtà non c’era. Mi serviva un secondo lavoro – e non lo sarebbe diventato mai, specie dal punto di vista remunerativo – ma mi occorreva molto, molto di più, scrivere. Ero ancora un vulcano con un enorme tappo sul cratere. Ottenni la collaborazione esterna (non mi sono mai iscritto all’ordine dei giornalisti e non ho rimpianti in questo senso) facendo alcune esperienze davvero edificanti. Mi venivano affidati dei pezzi, specie redazionali (quindi rozza promozione) ma mi giocai bene le mie carte. Sapevo scrivere.
Continuai così per circa cinque o sei anni.
Ma quanto al vero “scrivere” ancora poco o niente, se si fa eccezione per la fiaba “Io, Maggie e la luna” (2007) il cui nucleo mi si sprigionò dalle dita in un pomeriggio solo. E’ un racconto che oggi scriverei molti diversamente, in un linguaggio “didascalico”, ma i contenuti ci sono. Molte persone, dopo averlo letto, hanno pianto. Qualche anno fa entrai in una classe dove avevo due ore di supplenza. Non era una mia classe, ma mi ci trovai bene. Gli proposi di leggere “un mio racconto”. Lessi l’unico che avevo. Passarono altri mesi e per una nuova supplenza tornai in quella classe. Domandai se si ricordavano di me (narcisismo!), mi risposero di sì, ero il prof che aveva scritto “la fiaba del fiore e la farfalla”; in cerca di adulazioni domandai, vago, se fosse loro piaciuto e una ragazza, mi guardò dritto negli occhi e mi disse, serissima, “Prof, quel racconto mi ha cambiato la vita.” Mi dà i brividi a ripensarci. Ma se cercavo gratificazioni diverse da questa non ne avrei avute, perché quella ragazza aveva costruito un rapporto “speciale” con la mia fiaba. Non con me. Di me, se avessi scritto altre cose, giustamente, non le importava nulla. Giustamente. I miei personaggi non erano me e non mi appartenevano.
Tuttavia la mia scrittura non avrebbe avuto ancora adeguata soddisfazione. Avevo il mio bel laptop a casa, ma di inanellare storie o considerazioni “mie”, non se ne sarebbe parlato. Perché – ecco un altro dato importante – io IN CASA non riesco né a scrivere, né a leggere.
Quanto alla lettura, fondamentale nel mio processo di maturazione, ero ancora in ritardo. Tuttavia nel 2007, nell’arco di pochi mesi, dovetti dire addio a due automobili diverse. Rimasi per tre o quattro mesi appiedato e, abitando da mia madre, cominciai a viaggiare in Tram. Forlanini Mac Mahon era un tragitto interminabile, così presi a piluccare la libreria di mamma. C’era un’intera collana di “Classici” (di certo una parte di quelli cui aveva alluso Pansa trenta anni prima) e in quelle giornate autunnali presi a leggere voracemente come non sospettavo. Nella mia gerla caddero Dino Buzzati, Remarque, Boll e molti altri. Purtroppo non ebbi la saggezza di afferrare quanto fosse importante quel lavoro – e come sorprendentemente potessi consentirmi i libri cartacei: ora non potrei – perciò al più presto acquistai una nuova automobile e a girare con quella. Arrivederci ai tram, arrivederci alle fondamentali letture.
2012 – 2018
La vera svolta però avvenne nel 2012. Ero a casa di mio fratello e lui, a un tratto, estrasse un oggetto che fino a quel momento avevo visto solo negli spot della Apple. Era un iPad. Mi sembrava uno strumento eccessivo e ridondante. Che farsene di tanta tecnologia in uno spazio così ridotto? Tuttavia – per fortuna – la curiosità ebbe la meglio sul preconcetto e, giusto per gioco, provai ad aprire un documento e usare la tastiera virtuale. Non era così male, niente male davvero. Capì che mi serviva come l’acqua nel deserto. Ma non potevo comprarlo in quel momento. Mio fratello allora – ecco un debito di gratitudine taglia XXL – me ne regalò uno intonso. Smisi di andare a scuola con la macchina e ripresi la straordinaria idea di ricominciare con i tram. E l’iPad era una ENORME possibilità SIA per la lettura QUANTO per la scrittura.
Sulla metropolitana era di una facilità disarmante leggere gli ebook sulla applicazione kindle, mentre il pomeriggio, dopo la scuola, mi era sufficiente fermarmi in un bar – alcuni come quello autogrill sotto la metrò di Famagosta, li amai profondamente -. Tutt’ora il mio programma di editing preferito è Pages. Per fare un esempio il sogno fatto nel 1988 diventò in pochissimi mesi un racconto completo, di una settantina di pagine. E presto ne giunsero altri. Certo i miei personaggi erano (e per un certo verso continueranno ad esserlo) fossili e vegetali: conchiglie, margherite, un salice, un gruppo di persone chiuse in una stanza. Ero stato immobile per tanto tempo, come potevo mettermi a correre? Ma il vulcano era alfine esploso e la lava copriva ogni cosa intorno a me.
Commisi tuttavia l’imperdonabile peccato di superbia, già riscontrato alla mia laurea, che mi bastasse l’accensione di quest’ultimo – pensavo – interruttore per raggiungere l’editoria, eccetera. Ma mi sbagliavo. La lava può diventare un territorio molto fertile, ma devono passare anni, deve raffreddarsi e deve specialmente essere lavorata. Talvolta erano le mie dita a scrivere, la mia anima non ne veniva nemmeno coinvolta. La mia “lava” erano concetti e immagini fino a lì inespressi, che sgorgavano come grida nella notte. Cominciavo a essere uno scrittore, ma ero materiale grezzo, informe, che nessuno poteva ancora interpretare. Ero ancora illeggibile.
Fu così che un giorno – un altro interruttore, nuovi debiti di gratitudine – un amico scrittore mi parlò di una amica, Stefania, mamma di uno studente. Era una editor professionale. Non sapevo esattamente cosa fosse, ma seppi che doveva essere lei la risposta.
Ed ecco che cominciò un periodo di lavoro “vero”. Si lavorava sui testi sulla crescita attraverso essi. Stefania non mi ha mai negato, oltre a un’amicizia speciale, tanto ascolto, anche una considerazione per me imprescindibile. Era lei lo scultore che dentro a un bitorzolo di lava ci vedeva qualcosa. Ma di strada ne mancava ancora. Anzi, il lavoro cominciava solamente adesso. Certo, avevo nuovamente bisogno di leggere, di imparare la parola da Paolo Giordano, Irene Némirovsky. E dovevo semplificare la enorme cerebralità che contraddistingueva il mio materiale grezzo. La parola doveva smettere d’essere concetto, diventare sensazione, suono. Ma come facevo a leggere? Il mio cheratocono mi aveva da tempo sottratto l’uso della parola sulla carta, e l’iPad dopo quattro anni di onorato servizio, aveva ceduto allo stress. E non era stato rimpiazzato. Avevo comprato un ebook reader della Sony, ma si era dimostrato uno strumento – per quella generazione – troppo esile. Ero riuscito a infilare soltanto un D’Avenia. E non mi aveva impressionato.
Stefania un giorno mi butto lì: “Non hai mai letto Houellebecq?”
“No, perché.”
“Così, forse poteva servire.”, aveva esitato a premere l’acceleratore. Sarebbe stato importante, sono certo lei sapesse; ma occorreva che ci arrivassi pian piano. Al momento giusto.
In realtà in Houellebecq mi ci ero imbattuto, non nella lettura, ma attraverso un film, Le particelle elementari. L’avevo trovato sgradevole, e non desideravo imbattermici di nuovo. E, aggiungo adesso, non è che abbia cambiato idea.
Intanto nel 2015, con estremo ritardo, scoprii che taluni dei “portatili” fossero portatili per davvero. Che esistevano computer che, senza essere attaccati alla rete, reggevano giorni interi. E si poteva SCRIVERE. Con la carta del docente fu il turno di un microscopico ACER – che si rivelò una pessima idea -, e poi due anni dopo approdai al mio primo Mac. Me lo rubarono, riuscii a procurarmene un altro poche settimane dopo. Questo era l’upgrade di cui avevo veramente bisogno.
Ma per leggere? Cioè, ne avevo più bisogno adesso che mai. Non avrei colmato il “gap di Pansa”, ma egualmente non potevo prescinderne. Un giorno Raffaele (un altro debito di gratitudine!) mi disse che a Rozzano avevano allungato la linea del 15. Oramai avevo un mezzo urbano che, lentissimo, mi avrebbe potuto consentire lunghissime sessioni di lettura. Era lì, a cinque chilometri da Zibido. Uno scherzo.
Mancava solo un ultimo tassello.
2018 – oggi
Scoprii che dal mio Sony in poi, la tecnologia degli ebook reader aveva fatto passi da gigante. Acquistai un Kobo e, quasi a ruota, un Kindle fire. I soldi meglio spesi della mia vita. Da novembre 2018 vado a scuola in tram. Ci metto circa un’ora e venti all’andata (Rozzano/ Abbiategrasso M2 – Lanza/ 12 – Mac Mahon). E pregusto il viaggio di ritorno che invece dura due ore: Mac Mahon 12 – Duomo / 15 – Rozzano). Sono quasi quattro ore di lettura tutti i santi giorni. E riesco a leggere come non avevo mai fatto.
Letteratura o saggistica? Entrambe. In poco più di un anno ho letto una trentina di libri: da Mircea Eliade a Joseph Campbell, dal Maestro e Margherita al sontuoso Todorov, Hervé Clerc sul buddismo e Paolo Branca sull’Islam. Mitologia, tanta. Psicanalisi ovviamente (Zoja, Recalcati e Hillman). Sono rimasto impressionato dagli incipit di Saviano.
E intanto mi allenavo al confronto con l’editoria. Una amica – altro debito di gratitudine – mi ha suggerito un concorso letterario. Ho, in due mesi, raffazzonato vecchi racconti e mandati. Non ho vinto, ma i giudici hanno voluto incontrarmi. Sono andato a Bormio. Ero piaciuto.
Mancava ancora un tassello, perché il lavoro di semplificazione del testo non era mai sufficiente. E non mi sembrava ciò che veramente volevo. Poi un giorno Ernesto mi dice (altro debito di gratitudine): “Dovresti leggere Serotonina di Houellebecq.”
Sono un uomo capace di respingere le indicazioni, per quanto sensate, ma non di oppormi all’inevitabile.
Ho letto Serotonina, e anche Le particelle elementari (in mezzo anche una commovente storia del Congo – 700 pagine – e un saggio sulla guerra dei minerali rari), e ho capito quanto Houellebecq mi servisse. Continua a essere sgradevole e scabroso. I miei temi non coincidono, se non tangenzialmente, con i suoi. Ma la sua scrittura è esattamente quella che mi serve. Io NON devo cercare la semplificazione del testo ma, all’opposto, moltiplicare la mia cerebralità fino a farla diventare cifra. Perché io sono così.
Nella contrapposizione, ormai quotidiana, sui flussi di migranti, sugli atteggiamenti da tenere, se sia legittimo (o a quale registro stesso di legalità riferirsi) nella questione degli extracomunitari che cercano nei paesi più ricchi una possibilità di vita, ho già scritto, e continuerò a farlo. Ma c’è un paradigma, che si finisce per dare per scontato, e la cui messa a fuoco potrebbe di per sé cambiare la lettura del fenomeno in quanto tale, la sua percezione collettiva e di conseguenza il senso di una complessità che al momento appare come un miraggio.
La “pacchia“
Il dimissionario ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha tratto dalla contrapposizione a ogni forma di migrazione le proprie fortune con alcuni slogan la cui efficacia neanche i suoi detrattori potranno contestargli. Uno tra i meglio riusciti è stato quel “E’ finita la pacchia” con cui inaugurò l’attuale esperienza di governo i primi giorni di giugno 2018, fomentando in questo modo l’elettorato. Ed è contro questa presunta forma di parassitismo internazionale che Salvini ha inaugurato una forma politica d’autodifesa territoriale – storicamente ricorrente – condensata nel secondo fortunato adagio dei seguaci di Alberto da Giussano, ovvero “Prima gli italiani.”
Perché l’assunto fondamentale della prospettiva leghista è che la migrazione sia, appunto, una sorta di villeggiatura per scrocconi. Nell’Africa subsahariana, nel Kurdistan e in Siria, nello Yemen e ad Haiti, nelle aree più povere del pianeta e in quelle dove la geopolitica stritola le esistenze di milioni di persone, ci sarebbero tuttavia barbieri, sale d’attesa degli stregoni, dove pigramente decine di avventurieri che non sanno come sbarcare il lunario, lazzaroni senza arte né parte, consultano depliant ove si illustrano le facilitazioni, le infinite possibilità per i furbi e i criminali, solo superando una frontiera, o investendo tuttalpiù una piccola somma per attraversare il mediterraneo, oppure facendo qualche chilometro in più.
Il Mediterraneo già; proprio dove, come un peduncolo prospiciente verso l’emisfero australe, il gancetto di una porta lasciata inopportunamente aperta, la penisola italica consente a chiunque di approfittarne. Ecco l’immaginario che ha decretato l’enorme impatto di Salvini e la sua Lega sulla politica italiana. Da qui l’intransigenza nel tenere a distanza di sicurezza i parassiti, come il Raid faceva in un noto spot degli anni ’80, con le zanzare.
La terra di tutti
Perché i sovranisti amano la propria terra, la vorrebbero incellophanare, vulcanizzare, proteggere dagli agenti patogeni esterni (ciò che proviene da fuori porta malattie…); costoro si commuovono quando ascoltano l’inno di Mameli, gongolano per la patria ferita, sono suscettibili se qualcuno le manca di rispetto, soffiano come gatti se una compagine sportiva arruola atleti di colore.
Gli altri, per una forma transitiva e riflessa, invece no. E meno di tutti i migranti, che la propria terra l’abbandonano per un tozzo di pane – non importa quanto necessario per sopravvivere – e si lanciano alla ricerca del paese della cuccagna. La pacchia, appunto. I migranti non amano la propria terra.
Tuttavia non appena si guardano le cose un po’ da vicino, e si accetta di mettere in discussione un immaginario rustico e privo di complessità, si scopre che le cose non possono, non potevano stare così. E che a credervi anche solo per po’, occorre/va fare un grave torto alla propria intelligenza. Bisogna spegnere il cervello, e così è facile detestare “gli invasori”.
Perché la scelta di migrare in un’altra terra può susseguire a molte motivazioni, anche radicalmente diverse le une con le altre, ma tra queste non può essere compendiata la pacchia. Mai. Contrariamente a quanto suggerito dagli sgherri di Salvini, non è facile per nessuno separarsi dai luoghi ove si è stati generati. Non occorre indulgere al sovranismo per comprendere che c’è un legame tra qualunque essere umano e la propria terra. E spezzare questo legame, anche per necessità inderogabili, è un prezzo enorme e un trauma molto difficile da superare, a prescindere – si noti bene – dal tasso di ospitalità riscontrato nel luogo dove si cerca asilo.
Nella prefazione del libro “La doppia assenza” del sociologo franco magrebino Abdelmalek Sayad, viene descritta la difficoltà di questa condizione:
“Sayad dimostra che il migrante è atopos, un curioso ibrido privo di posto, uno “spostato” nel duplice senso di incongruente e inopportuno, intrappolato in quel settore ibrido dello spazio sociale in posizione intermedia tra essere sociale e non-essere11. Né cittadino, né straniero, né dalla parte dello Stesso, né dalla parte dell’Altro, l’immigrato esiste solo per difetto nella comunità d’origine e per eccesso nella società ricevente generando periodicamente in entrambe recriminazione e risentimento. Fuori posto nei due sistemi sociali che definiscono la sua non-esistenza, il migrante, attraverso l’inesorabile vessazione sociale e l’imbarazzo mentale che provoca, ci costringe a riconsiderare da cima a fondo la questione delle fondamenta legittime della cittadinanza e del rapporto tra cittadino, stato e nazione.”
In altre parole il migrante non ha una terra rispetto la quale possa nutrire un senso di appartenenza. Non più, né ancora. Non quella da cui è partito, nei confronti della quale ha operato una cesura definitiva, un “tradimento” archetipico, se vogliamo. Non può tornare indietro perché, proprio per la natura della scelta operata, non fa più parte del territorio né della popolazione cui pure è stato generato.
Un dolore ineffabile che è un dovere (e una convenienza, di cui parlerò più avanti) mai trascurare da parte di qualsiasi interlocutore. Basta rileggere i versi dell’italianissimo (in realtà nato in Grecia) Ugo Foscolo, in A Zacinto, dove esprime il proprio dolore per l’esilio (autoimposto, si noti bene, per ragioni di natura politica):
Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
Anche quando il migrante viene espulso, non potrà mai più tornare alla vita precedente. Una dissociazione è stata comunque operata, e un’esistenza apolide può rischiare di abbarbicarsi, ove costretta, a forme di appartenenza identitarie – perché il problema identitario è sempre il più radicale, a qualsiasi latitudine – molto, molto pericolose. Gli autori di episodi terroristici degli ultimi anni, come la strage di Nizza del 14 luglio 2016, erano inseriti nei paesi di destinazione da tempo, e la radicalizzazione si è dimostrata come la necessità derivante dalla mancanza di alternative, piuttosto che convinzioni strutturate. Storie di povertà e marginalità sociale invece che di letture coraniche. Ogni migrante, persino se vive in Europa da generazioni, può risentire profondamente delle dinamiche di esclusione operate nei confronti suoi e della sua gente, e affidarsi di conseguenza a dinamiche identitarie sommerse. Perciò la migliore prevenzione del radicalismo, o del terrorismo autoctono, non può che essere il percorso per una migliore integrazione. Di qui la convenienza.
E se il migrante non appartiene più alla terra lasciata, la possibilità di appartenere a quella di destinazione, è affidata a una speranza esile come un sospiro. L’aggregazione sociale per coloro che sono espatriati è soggetta a una chimica fragilissima, pronta a suppurare e ammalarsi, facendo ammalare anche il tessuto connettivo con il quale dovrà a ogni modo confrontarsi.
A titolo di esempio vorrei citare l’osservazione in Svezia di quella che è stata battezzata come la “Sindrome della rassegnazione” (uppgivenhetssyndrom), che colpisce i bambini delle famiglie sulle quali incombe la spada di Damocle di un possibile respingimento. Fanciulli che diventano catatonici, inappetenti, incapaci di reagire, perdendo progressivamente l’istinto di autoconservazione. I bambini sentono trapelare, pure attraverso il silenzio degli adulti che, dopo avere perduto la terra madre, stanno per perdere quella cui contavano per andare avanti. E se non si può più andare avanti né indietro, meglio lasciarsi morire.
La sindrome della Rassegnazione
A questo punto, considerato che migrare non è la passeggiata per chi vi si avventura, incontrando sempre più spesso l’ostilità dei padroni di casa, la domanda sorge spontanea: perché? Chi glielo fa fare di rischiare la vita, spendere gli ultimi averi per trasferirsi in rettangoli del pianeta dove si verrà guardati con sospetto e malevolenza? Perché abbandonare la propria casa?
Una risposta semplice a questa domanda non esiste. Anzi. La migrazione è un fenomeno talmente complesso, storicamente stratificato – cui ogni paese ha fatto esperienza da entrambi i capi del filo -, da suggerire d’evitare risposte facili o demagogiche. Proprio le letture strumentali che però costituiscono il mainstream nel quale ci tocca vivere.
Tuttavia una risposta dobbiamo provare a cercarla.
Si potrebbe dire senza timor di smentita che la ragione dei flussi migratori consti nella povertà, nell’estrema indigenza. E sia. Ma non è sufficiente, perché spesso il tipo di povertà che attanaglia regioni dove l’aspettativa di vita è mediamente la metà di quella europea, ha la propria radice recondita – e spesso anche quella più prossima – proprio nella iniqua redistribuzione delle ricchezze. Detto in altre parole, l’estrema povertà della stragrande popolazione mondiale è la condizione necessaria per il privilegio dei pochi. E stando così le cose il flusso dalle aree più povere verso quelle arricchite appare una fatalità osmotica.
Niente che possa essere impugnato davanti ai tribunali civili oppure ai parlamenti sovranisti, ma di fronte a quello della storia eccome. Intendiamoci, a questa osservazione non consegue che la migrazione sia simpliciter cosa buona e giusta (semmai inevitabile), e che vada avallata in qualsiasi forma si palesi. Solamente che come fenomeno complesso, dalle radici attorcigliate alla vicissitudini dei continenti, merita un senso della complessità.
I migranti scappano dalla guerra, dalle persecuzioni politiche – i curdi, siriani, iracheni, libici, rohingya -; e tra le nuove povertà riscontrate nei paesi meno tecnologici, la maggior parte sono da addossare proprio agli standard di vita tenuti in quelli più ricchi. Ci sono studi, ad esempio, che documentano quanto stringenti siano i rapporti tra i flussi migratori e la desertificazione causata dai cambiamenti climatici. Per dirla in soldoni, mentre la parte settentrionale dell’emisfero terrestre, mangia, consuma e inquina, quella meridionale ne patisce le conseguenze in termini di siccità, di impossibilità di coltivare cereali, legumi, perché la terra si è inaridita.
Ricordiamo poi lo sfruttamento della manodopera nella filiera dell’abbigliamento, dove griffe “bianche” hanno decentrato la propria produzione, a causa del costo della manodopera risibile, l’assenza di tutele sindacali e la possibilità di imporre salari sempre inferiori a fronte della competizione commerciale (a vantaggio ovviamente dei risparmiatori occidentali). Non è una “leggenda buonista”. Il 24 aprile 2013 a Dacca, nel Bangladesh, avvenne il crollo del Rana Plaza dove centinaia di donne erano costrette – segregate se non picchiate – per produrre capi d’abbigliamento a basso costo. Morirono 1125 lavoratori, soprattutto donne, e altre 2515 rimasero menomate. Sono numeri spaventosi. Tuttavia noi continuiamo a comprare polo “italiane” a costi ultra competitivi, e di come siano arrivate qui poco ce ne cale.
Il crollo del Rana PlazaL’etichetta della mia Polo, “italianissima”, comperata solo poche settimane fa a un prezzo ultra competitivo.
Ota Benga
Ma la storia che voglio raccontare non riguarda l’attualità. E’ una storia un po’ più lontana nel tempo. La storia di un uomo piccolo piccolo (un metro e venti dicono le cronache), una storia diversa dove però tutti i temi fino qui tracciati trovano una tragica esemplificazione. Una storia singola che contiene tutti i deliri e i misfatti della fine del XIX secolo, e quelli non meno cupi del XX.
E’ la storia di Ota Benga, il piccolo congolese, per raccontare la quale si deve partire distanti, in uno sfarzoso e austero palazzo di Laeken, in Belgio. Il palazzo reale. Leopoldo II, asceso al trono nel 1865 alla morte del padre vi si aggirava inquieto. Per un decennio aveva fatto pressione sul parlamento nazionale affinché approfittasse delle condizioni che il colonialismo sembrava offrire. Idioti, i politici erano degli idioti. Nonostante avesse lasciato carta bianca riguardo gli affari interni, non era stato ricambiato di pari moneta per quelli esteri. Il mondo era lì una miniera, un frutteto, un succoso frutto tropicale da spremere avidamente come già stavano facendo da molto più tempo e sagacia gli inglesi e i francesi. Persino gli olandesi, no dico gli olandesi in Sudafrica!, avevano approfittato. Possibile che solo a Bruxelles non si rendessero conto? Che i suoi connazionali non comprendessero quale opportunità andavano sprecando? Gente dalla dura cervice i fiamminghi, attenti alla borsa, ma prudenti fino al ristagno. Rimpiangeva, l’ambizioso sovrano, i tempi in cui Anversa trafficava col resto del mondo, le navi scambiavano spezie con l’Indocina e i mercanti si arricchivano. Dov’era finita la tigna di quelle generazioni? Toccava a lui, una testa incoronata, prendere l’iniziativa manco fosse un avido commerciante. Si domandava Leopoldo se i suoi connazionali gli avrebbero mai riconosciuto un tale merito. Probabilmente no, ma non si perse d’animo. Dapprima provò a coinvolgere Pietro Savorgnan di Brazzà, che lo aiutasse a imbastire una missione esplorativa, o filantropica, insomma una di quelle sciocchezze lì. Quel che contava era apparecchiarsi alla tavola prima che spegnessero le luci e chiudessero le cucine. Ma l’italiano declinò; riguardo l’Africa centrale aveva sancito un debito d’onore con la Francia, la seconda patria e gli aveva preparato per bene una conquista facile facile, proprio in Congo (per una contorsione del pensiero, tutt’altro che insolita in quei territori, gli dedicheranno la capitale Brazzaville). Leopoldo risentito per quel rifiuto, si rivolse quindi al più grande esploratore del continente nero, Henry Morton Stanley, il quale fu più accondiscendente. Non aveva ascendenti nobiliari, un‘infanzia passata a scappare dagli orfanotrofi e una curiosità mordace, sarebbe stato più malleabile. Insieme fondarono l’Association Internationale Africaine. E così nel 1879 partì la sedicente missione scientifica, pronta a esplorare nuove terre e ad annettere nuove succulente scoperte. Stanley si aggirava sulle acque melmose del fiume Congo, portandosi doni e oggetti curiosi, chincaglierie (ma, va detto, anche qualche prezioso cimelio), concludendo accordi con i capi villaggio. Questi, ignari apponevano una rudimentale “X” sul fondo di un documento di cui, ovviamente, non avevano compreso nulla. In una lingua diversa da quella che parlavano, e che avrebbero imparato a leggere molto più tardi. Troppo tardi. Non capivano. Men che meno afferravano ciò che avrebbe comportato per le loro terre e il loro popolo.
Leopoldo II del Belgio
Agli occhi del mondo, a garanzia delle migliori intenzioni di Leopoldo, non bastavano le millantate finalità filantropiche e geografiche dai notabili dell’impresa. No, no. Occorreva di più, occorreva… un nome, uno che facesse sparire le ultime ombre.
E così attraverso la lenta cucitura di lembi diplomatici e di sudate annessioni militari, riuscì dopo pochissimi anni a fondare uno stato completamente nuovo, riconosciuto nel 1885 dalla conferenza di Berlino, in Prussia, dove si decidevano – com’era inevitabile che fosse – i destini dei popoli africani. Finalmente Leopoldo aveva la sua fattoria negra. Ma il nome, un’acrobazia diplomatica che avrebbe fatto scuola, doveva indicare altro: lo Stato Libero del Congo, la cui purezza d’intenzione e autonomia era suggellata emblematicamente dalla nomenclatura fiamminga Kongo-Vrijstaat. Mica poteva spiegarglielo in Lingala che finalmente erano liberi.
La bandiera era una stella in campo indaco, a suggellare la luce che il monarca europeo stava portando presso quei selvaggi. Non si trattava beninteso di un possedimento coloniale belga, ma di una proprietà privata del suo sovrano, che divenne a questo punto Leopoldo I del Congo – liberato s’intende -. Tuttavia non sentì mai il bisogno effettivo di visitare il proprio giardino africano. Poteva fare tutto restando sotto la confortevole ombra degli ippocastani del sontuoso giardino.
Un seduttore, Leopoldo; era riuscito ad ammansire i francesi preoccupati dei propri possedimenti, i britannici e persino Bismarck, con la promessa di creare nell’area dei Grandi Laghi uno stato cuscino. Promise, elargì sorrisi e buone intenzioni, ché la stella fosse mica lì per caso, avrebbe promosso le missioni cattoliche, ostacolato la tratta degli esseri umani – che i feroci Batambatamba continuavano a imperversare tra l’isola di Zanzibar e il Sudan, e da lì verso il medio Oriente o l’India -, e avrebbe affrancato i mercati. Fece molte promesse Leopoldo a Berlino, e non fu invano. Certo, non si soffermò troppo a discutere che gli schiavisti, oltre che disumani, erano i principali competitori nel commercio dell’oro bianco: l’avorio, di cui l’Africa si pensava essere, a torto, una miniera inesauribile.
Ma con un’intelligenza rara per il commercio Leopoldo riuscì a guardare persino oltre alle zanne, che cominciarono a impilarsi sulle pareti delle nuove stazioni di transito, lanciandosi a capofitto nella ricerca di quello che sarebbe stato per decenni uno dei pilastri dell’industria europea. La gomma! Nel suo orto privato Leopoldo poteva approvvigionarsi a dovere del raccolto delle piante di caucciù e di ficus elastica. Nel 1888 un veterinario scozzese, John Boyd Dunlop, trafficando intorno alla ruota del triciclo del figlioletto, inventò il pneumatico gonfiabile. Di gomma, appunto, migliorando così le condizioni di viaggio di milioni di viaggiatori e decretando, senza saperlo, una sentenza di morte per milioni di congolesi.
Proprio mentre l’avorio cominciava a diventare un problema, Leopoldo si ritrovava tra le mani un giacimento d’oro elastico. “Tra le mani” tuttavia era un modo di dire, poiché la manodopera doveva essere quella locale, poiché era sufficiente “convincere” gli autoctoni – che grazie a Leopoldo potevano vivere in uno stato libero – a lavorare gratis per lui. Quanta ingratitudine. Aveva portato loro la civiltà europea, potevano esimersi da lavorare sedici, diciotto al giorno ore per lui? Si era seduto al tavolo delle potenze coloniali con incolpevole ritardo, ci mancava che perdesse altro tempo prezioso a convincere i negri.
Tuttavia le cose ci misero un po’ a girare per il verso giusto, perché gli indigeni ci misero un bel po’ a capire le loro semplicissime mansioni. Non era nemmeno cattiva volontà, chissà se quelle bestie ce l’avevano una volontà propria?, ma di ignoranza e idiozia. Non capivano. Perciò dovette – e un po’ di questo si rammaricò, esclusivamente per l’immagine di benefattore che doveva pur sempre salvaguardare – usare i modi più bruschi. I militari della neonata Force Publique arrivarono a decimare intere porzioni di territorio, sterminare villaggi.
Qualcuno rimaneva indietro…
Poi c’erano anche altri sistemi di apprendimento, altrettanto efficaci e meno, appena meno, sanguinari. Come ad esempio la prassi di amputare una mano di quelli che non raggiungevano la quantità di raccolto prefissata. Ci sono foto dell’epoca, più eloquenti di qualsiasi statistica, dove ragazzini svuotati mostrano all’obiettivo il moncherino. Mica con un’aria di denuncia – chi li avrebbe ascoltati? -, ma più per documentare un esercizio doverosamente svolto. Quello dei carnefici. Inutile dire che Leopoldo diventò vergognosamente ricco, fino a che nel 1908 il parlamento belga gli portasse via il suo meraviglioso giocattolo. Ma questa non è la storia di una testa incoronata. Nemmeno quella di chi per arricchimento privato comminò un vero genocidio, quando di genocidi ancora non si sentiva l’esigenza di parlare. Alcune stime riferiscono che Leopoldo abbia fatto uccidere quasi dieci milioni di persone, un terzo della popolazione congolese.
La suggestiva bandiera dello Stato Libero del Congo
Questa è piuttosto un’altra storia, quella di un uomo piccolo, un Twa oppure un Mbuti, un pigmeo, talmente piccolo da diventare presto un freak, una bestia da baraccone, ma non abbastanza piccolo da sfuggire alle maglie della storia degli uomini, uomini altri ma non grandi, i cui nomi continueranno a gocciolare l’altrui plasma sui libri di storia.
Ota Benga era nato intorno al 1880. Era un guerriero. Poteva seguire un leopardo per giorni, sapeva come spaventare un elefante lanciato in una carica forsennata, riconosceva perfettamente le impronte di un okapi passato giorni prima. Proprio tornando da una battuta di caccia, mentre ancora teneva la selvaggina sotto l’ascella, cominciò a non capire. Perché il villaggio, la sua casa, i fratelli, le sorelle, non c’era. Dov’era stata la sua esistenza c’erano soltanto rovine fumanti; Ota Benga non capiva, e quando non si capisce si soffre meno. Non fece neanche in tempo a realizzare ciò che era accaduto, quando fu catturato da alcuni mercenari. Doveva essere destinato anche lui a trasportare la gomma dall’interno sino ai porti, e caricarla sulle navi. Ma Gesù, era talmente piccolo che sarebbe servito a poco. E poi, con quei denti, limati e aguzzi come quelli di un felino, inquietava persino i carcerieri. Meglio disfarsene. No, non ammazzarlo, poteva pur rendere qualcosa.
Lo acquistò uno di quei personaggi senza arte né parte che attraversavano l’Africa, un po’ affarista e un po’ missionario. Il mercante se lo portò dapprima in Europa. Era lì che il credo positivista faceva allestire i primi “zoo umani”, con i curiosi a sciamare davanti alle gabbie. Non erano la prova provata che l’uomo discendesse da uno di quegli abomini? Sembrava un po’ come guardare dal buco della serratura di Dio, e sbirciare nel laboratorio dove aveva fatto le prove generali. Non c’era chi non volesse pagare il biglietto per quelle attrazioni. Ma l’Europa aveva materiale più che a sufficienza. Gabbie di pigmei n’erano già state allestite tante. Non ce n’era una libera (si fa per dire) per Ota Benga.
Ota Benga nel 1904
Allora il missionario, per nulla scoraggiato – in fondo ci aveva messo su dei bei soldi – salì su un nuovo bastimento, con il quale varcò questa volta l’Oceano Atlantico. Destinazione America. Nuovi mercati, altri curiosi, meno schizzinosi. Lì avrebbero pagato il giusto per un fenomeno come Ota Benga. Dapprima riuscì a farlo esibire all’Expo di Saint Luis nel 1904. Poi, finita la kermesse, doveva trovare altri interlocutori interessati.
Arrivarono così a New York, dove dapprima il pigmeo fu “prestato” al museo di Storia Naturale. Doveva servire a documentare qualcosa…, neanche aveva capito il missionario. Essenziale che pagassero. Ma Ota Benga si rattristava in mezzo agli animali impagliati. Dicono si fosse fatto aggressivo, troppo aggressivo, per i ricevimenti che l’alta borghesia ogni tanto qui teneva. In una di quelle serata danzanti, tra la bacheca dei coleotteri e sotto l’enorme scheletro della balenottera azzurra, Ota Benga fece una mossa decisamente sbagliata, mordendo uno dei rampolli Rockefeller, il quale voleva soltanto baloccarsi con lui, prenderlo in braccio come si fa con un cucciolo. Ne seguì che il Museo dovette allontanarlo, rischiando di vedere essiccare il copioso flusso di donazioni cui proprio non poteva fare a meno. Specie non a causa delle bizzarrie di uno scimmiotto.
Così la “carriera” da fenomeno di Ota Benga proseguì altrove, in contesti meno nobili, più vicini alla vorace curiosità della plebe. Finì nello zoo nel Bronx, stessa gabbia delle scimmie. Gli avevano persino costruito un arco giocattolo, perché sembrasse più minaccioso, o più patetico. L’esibizione – che fu, va detto, un enorme successo – suscitò tuttavia anche le rimostranze della comunità afroamericana della Grande Mela. Poco male. Avevano da poco raggiunto la liberazione dalla schiavitù, che non si allargassero troppo. Tra le voci più irriducibili della protesta, fu importante quella del Reverendo James B. Gordon, il quale insistette così tanto, con le missive al sindaco e ai notabili cittadini, che alla fine non solo lo liberarono, ma glielo appiopparono come un pacco ingombrante. Ormai la sorpresa per quella scimmietta con i denti aguzzi si era esaurita.
Il reverendo prese a benvolere Ota Benga. Nel modo che gli sembrava più congeniale, ovvero il proprio. Si prodigò affinché il pigmeo si americanizzasse, e smettesse così una volta per tutte d’essere uno scherzo della natura. Gli avrebbe insegnato l’inglese, gli trovò nel 1910, persino un lavoro, giù in Virginia, in una fabbrica di lavorazione del tabacco. Di tasca propria sborsò una somma importante per portarlo da un dentista, che gli incapsulasse gli incisivi, ché sembrasse un cristiano e non più una belva pronta ad assalire la preda. Era un uomo buono il Reverendo Gordon, un uomo di Dio. Perciò è curioso che stesse spingendo Ota Benga nella stessa direzione, ma per la ragione opposta, di quelli che l’avevano messo nella gabbia delle scimmie. Lo spingeva lontano da ciò che era.
Un gioco cui il pigmeo per un po’ provò a prestarsi. Non capiva le parole, ma gli occhi di un uomo buono, quello sì. Poteva accondiscendergli, mostrargli un po’ di riconoscenza. Un tentativo doveva farlo, ma nel cuore aveva soltanto un proposito, una sola chimera: tornare nella terra di suo padre, sulle tracce dei leopardi, nei sentieri della giungla. A casa. Per questo motivo accettò tutti quei compromessi, come il lavoro o di vestire all’occidentale. Doveva risparmiare quel che gli serviva per tornare a casa.
Ma le teste coronate europee decisero, per la seconda volta, che la storia dei grandi dovesse calpestare quella dei pigmei. Insieme a quelle di milioni di altri individui.
Nel 1914 in un posto di cui Ota Benga avrebbe continuato a ignorare l’esistenza, un uomo sparò addosso a una coppia su di un’automobile. Dovevano essere persone importanti, ma questo Ota Benga lo ignorava. Da quel duplice omicidio ci fu un’escalation di avvenimenti, e l’Europa – sempre l’Europa, le cui sorti Ota Benga avrebbe fatto volentieri a meno di incrociare – si lanciò in una voragine mai vista prima, una “Guerra Mondiale”. Anche l’America ne fu coinvolta. E gli U-Boot tedeschi cominciarono ad affondare qualsiasi bastimento o cargo si allontanasse dalle coste degli USA. Ota Benga non sapeva cosa fosse un sottomarino. E le poche guerre che aveva conosciuto erano tribali, dove si uccideva un nemico, ma lo si guardava dritto negli occhi mentre la vita scorreva via come acqua sulle pietre. Così no. Non sapeva che gli uomini potessero combattere a quel modo. Gli stessi che dovevano portare la luce del sole nel suo Congo, e che vi avevano portato l’ombra della violenza e della cupidigia.
A quel punto fece la sua scelta.
Così la sera del 20 marzo 1916, dopo una giornata di lavoro, Ota Benga si isolò nel piccolo locale che il Reverendo aveva affittato per lui. Dapprima si dedicò a un’operazione laboriosa e alquanto dolorosa: si estrasse da solo tutte le capsule, che avevano nascosto al mondo la sua dentatura particolare. Che avevano nascosto al mondo chi fosse Ota Benga. Poi si spogliò, e improvvisò un altare rituale, come quelli che tempo prima – sembravano secoli – aveva visto al villaggio. Neanche questo c’era più. Accese un fuoco, compì alcuni riti antichi. Non troppo precisamente (non li ricordava nel dettaglio, ma non era così importante, per quella volta sarebbe bastata l’intenzione). Poi da un panno estrasse un revolver. Non si sa come ne fosse venuto in possesso. Quella sera, dopo avere cercato di riconnettersi con il mondo degli antichi, da cui era stato strappato, si puntò la canna della pistola alla tempia e fece fuoco.
L’Africa agli africani
Quella di Ota Benga è una storia tristissima, ma niente affatto straordinaria. La sua disperazione, collocata al centro di tempi in cui la disperazione è l’unica mercanzia che i mantici della guerra continuano a dispensare, si perde come un sospiro al centro della tempesta. Questa proporzione non vale, tuttavia, solo come indicazione cronologica, ma anche topografica. Ota Benga è una goccia di dolore in mezzo a un oceano di dolore, e una zolla al centro di una territorio che geme e gronda il proprio sangue: l’Africa. E nessuno realmente sembra poter mai pensare che le cose potrebbero stare diversamente. Dovrebbero, senza forse.
C’è un callo che si è formato nella coscienza europea, se di coscienza si può ancora parlare, per cui ogni lettura, ogni paradigma costruito sulle sorti del continente nero, è che la sofferenza sia un prerequisito inscindibile dal prodotto osservato. Qualcosa d’inevitabile, come le formiche a un picnic o l’acne negli adolescenti.
E’ così da talmente tanto tempo che non si postula in alcun modo che le cose potrebbero andare in un altro modo. Ed è pure conveniente. C’è chi è destinato a soffrire e chi no. Noi ovviamente no. Possiamo, di quando in quando, commuoverci, elargire una moneta untuosa al senegalese appostato vicino ai carrelli vicino al discount, fare un’adozione a distanza, sì da sentirci migliori. Una carità pelosa che dà quell’attimo di sollievo, ma che non sposta un convincimento tanto più radicato quanto meno consapevole. Che, ovvero, ognuno si trovi esattamente nel luogo dove deve trovarsi, che ci sia un ordine implicito nelle cose, che la posizione di vantaggio relativo, assunta nella fugacità dell’incontro, sia giusta così, a prescindere dai livelli empatici adoperati. Ma è davvero così?
La Caverna di Alì Baba
Sono partito ricordando che il sovranismo che imperversa nelle nostre contrade, sui social, e che ha determinato la fortuna politica del personaggio Salvini, si crogiola, tra untuose illazioni al non essere razzisti, a una pretestuosa difesa del territorio, farcita di tautologie come “ciò che è nostro deve essere nostro”, “ognuno a casa sua”, et similia.
Ma se i migranti hanno compiuto un atto così tragico come strappare i legami con l’origine, non sarà simmetricamente proprio perché non hanno potuto tenersi il proprio? La storia di Leopoldo II con il Congo – che ha schiacciato il piccolo Ota Benga come un gheriglio sotto un cingolato, è solo un cliché degli accadimenti africani. Il problema africano è di essere un territorio smisuratamente ricco. Ed evidentemente in tutto questo c’è un enorme paradosso. Il continente è scandalosamente ricco di ogni tipo di risorsa naturale. Dal petrolio nigeriano, il legname delle foreste equatoriali, il rame, i diamanti nel centro-sud del continente (senza la scoperta dei quali, ad esempio, avremmo letto storie differenti sull’Apartheid sudafricano), il rarissimo Coltan indispensabile per le nanotecnologie e l’uranio. Pochi sanno, ad esempio, che il materiale radioattivo usato dal progetto Manhattan sino al poco meritevole epilogo di Hiroshima veniva dal Congo. Ancora il Congo, già, grande come tutta l’Europa occidentale, un paese che è una autentica “Caverna di Alì Babà”: oltre alla gomma che interessava tanto a Leopoldo II (e oggi ovviamente tutti i produttori di pneumatici), ci sono i diamanti, l’oro, i metalli rari e appunto l’uranio. Il Congo è il terzo giacimento planetario di Rame, e il primo di Colombite (Niobio) e Tantalio (il citato Coltan); il tantalio in particolare è un metallo che resiste fino ad altissime temperature – il suo punto di fusione è 6000 °C, ed è quindi indispensabile per i microcircuiti, i processori e ogni cosa riguardi l’hi-tech. Ebbene, l’80% del Coltan planetario si trova, sotto forma di una ghiaia apparentemente insignificante, sul letto dei fiumi congolesi. Quindi, se una persona (faccio per dire) utilizza uno smartphone, una consolle di gioco – la Sony dovette rinviare il lancio della Playstation 2 di qualche mese proprio a causa della contrazione dell’offerta di Coltan), oppure un computer, ebbene, costui può dare per certe almeno due cose (e un corollario): la prima è che nel suo device c’è una piccola parte del Congo e la seconda è che ad arricchirsi per le inevitabili impennate del prezzo del Coltan non sarà mai stato un congolese. Qui occorre però inserire il corollario, perché la seconda affermazione non è del tutto vera, se non si precisano alcune cose. Ovvero marginalmente anche i congolesi sono riusciti a guadagnare dalla raccolta, e poi dalla vendita del materiale, ma il tutto secondo i processi della cosiddetta economia informale, la quale, nel caso della storia recente del Congo, è stata un’economia di guerra. Perciò sì, talvolta anche alcuni congolesi – ma anche ruandesi, ugandesi e angolani – hanno tratto dei benefici dal Coltan, ma molto spesso, ne sono venuti in possesso attraverso meccanismi di prevaricazione, stermini e faide, che hanno lasciato le strade del paese lastricate di morti. E’ facile che i pochi africani a essersi arricchiti con il Coltan, insomma, siano dei signori della guerra locali, a capo di una milizia, siglata da un acronimo oscuro, che per poter controllare una regione abbia facilmente ucciso, smembrato, stuprato, assalito villaggi con i propri “kadogo” (bambini soldato, a suo tempo rapiti dalle proprie famiglie) qualche villaggio. E in nessun caso i veri profitti, neanche con questo corollario, i veri profitti saranno stati realizzati localmente. L’Africa e le sue ricchezze sono storicamente state depredate dal mundele. L’uomo bianco.
Bambini in Katanga. Una delle regioni minerarie più ricche al mondo.
E’ così. Le miniere del Katanga sono vergognosamente ricche d’ogni ben di Dio. Di Dio, forse, ma certo non dei congolesi. Parliamo infatti di uno dei paesi più poveri del pianeta, e il ragionamento potrebbe essere troncato qui. Perché la storia dice esattamente che i congolesi, come gli altri africani, non hanno mai potuto usufruire, sfruttare o negoziare da una posizione di forza. Anzi. La storia dell’arcinota instabilità politica del continente, le guerre civili ricorrenti come monsoni ai tropici, l’ascesa al potere di politici controversi – Amin Dada, Bokassa, Mobutu e Mugabe per citarne alcuni tra i più sanguinari e folcloristici -, dittatori crudeli e megalomani, “signori della guerra”, sono le maglie di una rete ove la convenienza del primo mondo verte proprio sulla sostanziale incapacità di autogovernarsi del terzo. Sui libri di storia non lo troveremo, ma subito dopo la seconda guerra mondiale, il più pesante tributo di sangue mai pagato da una popolazione in un conflitto, appartiene alla seconda guerra del Congo (1998/2003 dice Wikipedia, ma in realtà non si è mai del tutto sopita). Un conflitto duro, sporco e complicato, tanto da scoraggiare le letture parenetiche utilizzate dai reporter e gli storici occidentali, combattuta in varie fasi e tra molte fazioni. Ma con un denominatore che si è affermato trasversalmente in tutte le fasi – specialmente le più cruente – della guerra, ovvero il controllo dei ricchissimi giacimenti congolesi.
La seconda guerra del Congo conta, subito dopo la II guerra mondiale, il più elevato numero di vittime
Perciò dire che le nostre ricchezze, i diamanti incastonati negli anelli degli innamorati a San Valentino, gli Smartphone e tutti gli oggetti che ci sono divenuti negli anni familiari e indispensabili partner di vita, insomma che tutti questi benefit siano macchiati del sangue di innocenti, non è purtroppo un’iperbole, una forma di masochismo celata nel senso di colpa che il neoliberismo magari coltiva nell’inconscio. Non è il mantra di un nostalgico ritorno a Che Guevara, ma è un doto di fatto, facilmente constatabile. E pure in modo facile e disarmante. Il Congo è un paese ricchissimo – come risorse – e nel 2010 il suo bilancio segnalava 4,9 mld di dollari. Più o meno come una quello di una prestigiosa università statunitense. Dove sono finite quelle ricchezze? Non nelle mani dei congolesi, questo è certo.
Un paese con con PIL pro capite (2009) di poco più di duecento dollari, con un’aspettativa di vita appena superiore ai quaranta anni e una mortalità infantile tra le più alte del pianeta (167 bambini su 1000 non raggiungono i cinque anni), il 30% di analfabetismo, l’assenza di infrastrutture, la corruzione dilagante che si è protratta attraverso tutti i regimi, l’assenza di ospedali e di una qualsivoglia parvenza di welfare. Con tutte queste premesse, privati di ciò che appartiene loro, cosa risponderà un congolese se gli si domanda dove vorrebbe essere, risponde “Na Poto”, ovvero in Europa. Gli si può dare torto?
E’ sempre la stessa Storia…
Da centocinquanta anni le concessioni, i retaggi coloniali, vengono mantenuti sostanzialmente intatti. Il continente africano ha conosciuto lungo tutto il XX secolo un’unica sequela di conflitti, colpi di stato, genocidi – come quello ruandese nel 1994, alle cui spalle c’era un retaggio triplista inventato, o almeno radicalizzato, dai belgi -, violenze inimmaginabili, scontri fratricidi e fame, tanta fame, il cui unico minimo denominatore è stato che giovavano a qualcun altro, perché le ricchezze che si sarebbero potute conservare, come “risorse nazionali” erano già sopra un bastimento diretto in Europa, Asia o America. Insomma, di tutti gli slogan criptorazziali, che sono diventati il mainstream della comunicazione politica e, purtroppo, istituzionale, la più ipocrita di tutte è quella secondo cui gli africani andrebbero “aiutati a casa loro”. Perché è vero l’esatto contrario. La gomma della Liberia, il petrolio di Brazzaville o quello nigeriano, i diamanti della Namibia, finiscono nelle vetrine di Cartier, nei battistrada dei pneumatici Firestone oppure nei serbatoi dei fuoristrada giapponesi. E’ tutto sotto la luce del sole.
Se gli africani sono stati depauperati è perché non hanno – pro domo nostra – potuto far conto su ciò che la natura aveva offerto loro. Il motivo recondito delle migrazioni non è dunque da ricercare in un avvenire migliore, ma in un passato (e un presente) rapace. E se le cose stanno così – fingiamo di poterne ancora dubitare – allora ogni forma di migrazione dai paesi più poveri verso quelli più ricchi conterrà inevitabilmente una quota di risarcimento per un debito, un debito di guerra soprattutto, un debito morale ed economico che sarà quasi impossibile estinguere. E ad ogni rata gli uomini dei cosiddetti “paesi progrediti” dovranno presentarsi col capo cosparso di cenere, e il cuore profondamente contrito. Ecco la pacchia.
Ma purtroppo le regole le fanno i prepotenti, e non le loro vittime.