Io sono Trump

Però prima di trovarmi una serie di persone sotto casa pronte al linciaggio (comprensibile), vorrei spiegarmi. Dovrei dire che ‘a partire dalle notizie di ieri‘, ma purtroppo non è così, o dovrei spiegare che si tratta di un paradosso. Ma purtroppo, a discapito dell’orrore che il personaggio mi suscita, non si tratta soltanto di un iperbole.

Dopo la fine della guerra fredda un sociologo americano, Francis Fukuyama scrisse un saggio sulla ‘fine della storia’. Non parlava di Apocalisse, né si lanciava in improbabili escatologie. O forse sì, ma l’escatologia americana non poteva che essere per definizione una devitalizzazione del pianeta in funzione della particolare versione borghese stelle e strisce. Da quel momento – pensava Francis – non ci sarebbero stati più conflitti, l’economia avrebbe progredito finalmente senza ostacoli, il mondo rassicurato si sarebbe grossomodo stabilizzato e rasserenato.

Ovviamente aveva torto, perché partiva (mica solo lui) da premesse incredibilmente riduttive. Tra i primi a sottolinearlo fu Luigi Zoja, che in ‘Paranoia‘ sottolineò come la nostra psiche, collettiva e individuale, funziona diversamente dal pensiero di Fukuyama come dal cogito del 95% del genere umano. 

Noi abbiamo bisogno di nemici, altrimenti la nostra identità vacilla. Che strano: la ragione umana funziona – io direi quasi sempre – in modo controintuitivo. Ma siccome noi da quasi tremila anni ci siamo agganciati a una forma di pensiero assertivo e univoco (da Parmenide in poi) vediamo la contraddizione e la complessità come una malattia del pensiero, e non come uno delle ultime scialuppe libere sul Titanic. 

Nel Piccolo libro dell’Ombra, Robert Bly finge di stupirsi del fatto – citazione spannometrica – che in oriente, fuori da alcune abitazioni ci sono sculture mostruose, denti acuminati, narici fumanti, e la gente che ci vive dentro è molto pacificata, mentre qui troviamo ancora qualche  edicola con una candida signora benedicente, perfetta madre e vergine, e le famiglie disfunzionali, le violenze domestiche sono diventate la regola e non l’eccezione. Le forme di prevaricazione domestica, le incomprensioni diventano regole, e le fragilità motivo di isolamento e allontanamento, esattamente come il campanello alla caviglia dei lebbrosi. Ma guai a dirlo a un prete che benedice le case in Avvento, o farlo presente durante una mielosa commedia holliwoodiana. Eppure.

Volevamo nemici, e siamo diventati nemici – è curioso che uno dei fenomeni più inquietanti degli ultimi cinquant’anni si sia identificato meno con il progetto politico, utopico o religioso di fondo, quanto attraverso l’emozione suscitata collettivamente, il terrore, universalmente suscitata.

E’ stato James Hillman a dire

Culture flowers, civilization works

una doppia velocità che aspettava solo il momento giusto e gli uomini sbagliati per cominciare a lacerare il tessuto della storia. Anzi, potremmo dire che la velocità è addirittura tripla, perché il nostro inconscio – l’Abisso del Sé -, il vero padrone di casa, ignorato e blindato nella polverosa e buia cantina, si è fermato dalle parti dell’Homo di Cro Magnon o giù di lì. 

Così il tessuto planetario, tirato all’inverosimile dalle ‘civiltà del progresso’, i cui pochissimi e bulimici fruitori hanno pensato bene che, ora davanti al baratro, non si poteva che accelerare.

Il modello dello ‘Sviluppo infinito’, che pietisticamente Rudyard Kipling immaginava con la poesia ‘The white man burden’, un sistema dove i buoni e ricchi bianchi si assumevano la responsabilità di accrescere le proprie ricchezze (il connazionale Cecil Rhodes alla fine della sua vita aveva un patrimonio di tre tonnellate di diamanti, e neanche un carato reperito nella perfida Albione…) e trascinare disciplinatamente nel benessere, in fila con una ciotola, ‘il fardello’ dei nati con la pelle scura. 

Ci siamo riusciti, direi, se pensiamo che Jeff Bezos respira la stessa atmosfera di un congolese medio, il cui reddito vacilla intorno ai 700 dollari annui, e la cui aspettativa di vita supera di poco i 40 anni. E non importa se Bezos (e gli altri) si arricchiscono vendendo imprescindibili asset congolesi.

La sedicente civiltà si arruffa sulle inquadrature dei baci ‘illegali’ di San Remo – quelli che il Moige non vede l’ora di spalancare varchi dell’inferno, indifferente degli orrori nello Yemen, in Libia, nel Congo K 🇨🇩💔- mi si permetta questa insistenza personale – o in Siria, come se in un inferno flaccido e maleodorante non ci fossimo tutti fino al polpaccio. 

Uomini sani e timorati da vecchi e nuovi dei, si aggirano tra forniti scaffali a fuggire cibi con olio di palma, allontanando le bevande gassate come Lucifero; tutto come se Thanatos non cominci a fuoriuscire dai tombini a pochi chilometri da casa; ci si accontenta di un’esistenza come quella del George Gray di Spoon River – picchiamo forte solo sui ‘social’, eroi della tastiera, belve in scatola con il traffico in Tangenziale. 

Come educatori abbiamo tolto i bambini dai giochi e dalle insidie delle strade, recintando giardini e ancorandoli a consolle di giochi, dentro reticoli virtuali limitati e ossessivi, dove guadagni per ogni nemico ucciso. Poi ci si domanda perché la scuola non insegni ai più piccoli a leggere le proprie emozioni.

In un apprezzabile film ‘Un amore alla fine del mondo’, quando arriva la notizia che ineluttabilmente un asteroide distruggerà il pianeta, il protagonista (Steve Carell) si ritrova l’immancabile matrona mesoamericana a pulirgli la casa, come ogni giovedì. E quando prova a dirle che, in quelle condizioni, potrebbe restare un po’ di tempo con la sua numerosa famiglia, questa con gli occhioni pieni di lacrime domanda se la sta licenziando, e perché? Fino all’ultimo dei giovedì lei sarà al suo posto perché è meglio prendere fuoco che immaginare di non avercelo avuto un posto al mondo. 

E l’inconscio ruggisce per la ablazione delle sue istanze, della sua esistenza, pronto a sfondare la porta, come un Dio furibondo e pronto a punizioni bibliche.

Quanto è attuale – sebbene rovesciata – l’intuizione di Jacques Maritain

Pour se poser il s’oppose

perché ormai troviamo angusti momenti di hype, ci sentiamo vivi solo durante il linciaggio di qualcuno con un interesse ridotto al ‘chi’ o ‘perché’ merita questa volta gli schiaffi. L’importante è che abbia guance prominenti a soddisfare la voglia di menare le mani. 

Siamo ciò che odiamo

direbbe un Feuerbach del XXI secolo. E la lista di sagome da colpire è illimitata.

Povero Fukuyama. La guerra fredda è finita solo sui libri del liceo, perché a furia di mettere nelle stanze del potere imbecilli e arroganti, con l’empatia di un calorifero, ora il magma è di nuovo incandescente, e ci si deve preparare al peggio.

Ma ce lo meritiamo.

Ce lo meritiamo perché è quello che abbiamo inconsciamente voluto, e spinto, e infine ottenuto. Perché nel dibattito politico – che sia nazionale o internazionale non cambia un granché – troviamo persone più simili a noi di quanto vorremmo ammettere. Tutti hanno ragione. Nessuno riconosce un torto. La colpa, qualsiasi colpa, è sempre di un altro. E il mondo diventa un Risiko dove i carrarmatini colorati di una nazione si scontrano contro quelli di un Dio, facendo rotolare teste al posto dei dadi.

Quei mostri sono lì perché ci assomigliano. Perciò è meglio preparare le guance, perché anche se facciamo esercizio fisico, compriamo solo frutta locale, non trattata da diserbanti, anche se ci leggiamo fino in fondo la filiera da dove proviene l’olio EVO, o tutti i bugiardini delle tonnellate di farmaci che assumiamo, siamo comunque più arroganti e autoreferenziali di quanto immaginiamo. E gli schiaffi presto o tardi arriveranno anche qui.

La pesca delle responsabilità

Volevo dire la mia sulla pubblicità Esselunga. Se ho esitato è perché da un lato credo se ne sia parlato troppo, alcune nuance siano state lette come radicalizzazioni, attribuendo talvolta un eccesso d’intenzione che, forse, non c’era. Tuttavia le prese di posizione ci sono state, le contrapposizioni – anche molto dure – altrettanto. E allora eccomi:

Intanto la pubblicità è furba. Scritta e girata molto, molto bene. Gli attori quasi perfetti. La bambina di suo già in odore di Oscar. L’Esselunga dove si svolge l’azione non è il tempio di luce che conosciamo, ma un ambiente più dimesso. La gente che si aggira coi carrelli non è lì a vincere la partita con la vita, non ha vinto al Superenalotto, non è nemmeno in condizione di indigenza. E’ gente che lotta, onestamente, per portare avanti la vita come pensa e come riesce. Di certo è così la madre. La bimba è una bimba qualsiasi, possiede un universo interiore – celato agli adulti -, ed è un po’ malinconica. Ma anche qui non troppo. Non è depressa, lacerata interiormente a causa delle divisioni in famiglia. Riesce comunque a giocare, non è “spezzata”. Tuttavia da questo parziale equilibrio, si ricorda di quando i genitori stavano insieme – entrambi vengono descritti, per cenni, come delle belle persone, perciò è facile immaginare che quella fosse stata una bella coppia – e ne ha nostalgia. E così parte l’espediente della pesca.

Se quella che abbiamo descritto fosse una situazione reale – per quel che vale questa parola – non ci sarebbe alcunché da dire. Beh sì, forse è un pochino idealizzata nelle sue proporzioni, ma che un bimbo possa essere nostalgico della unione dei genitori una volta separati, non ci trovo niente di assurdo. Il punto è piuttosto che questo ci viene proposto in una réclame, dove ciò che nella realtà continuerebbe ad avere un elemento contingente, e rappresentare ESCLUSIVAMENTE sé stesso, una volta trasposto in una clip pubblicitaria, ripetuta ossessivamente, gli elementi caratterizzanti la situazione trascendono la singolarità assumendo una dimensione simbolica; la bambina figlia di separati diventa OGNI figlia di separati, tutti bambini che cioè soffrono silenziosamente e talvolta azzardano manovre di avvicinamento tra i genitori.

E’ un gioco, almeno un po’, sporco. Perché intanto Esselunga ha realizzato questo spot per innalzare ulteriormente i profitti (probabilmente ci riuscirà), e non per riaprire il dibattito sociologico sul ruolo della famiglia nella società italiana. Ed essendo una operazione di marketing, vuol dire che qualcuno a monte ha deciso di ammiccare, questa volta, a “questi” piuttosto che a “quelli”. Va da sé che giochini non troppo puliti sono sempre possibili, per la medesima ragione, anche per operazioni con segni differenti. Manca infatti – sicuramente in Italia – un serio dibattito non sulla famiglia (quello ha stufato), ma sul ruolo della pubblicità e del marketing, sulla capacità di comprimere le scelte e di ridurre i margini di manovra delle persone che fanno la spesa, devono cambiare automobile, decidere un profumo, scegliere un distributore cui rifornirsi. Lo sintetizzo meglio: la pubblicità serve, oserei dire tautologicamente, a ridurre gli spazi di scelta dei consumatori, e mai il contrario. Questo sì sarebbe un dibattito interessante ma, poiché investe interessi troppo alti e remunerativi, è probabile che non avverrà mai.

Mentre il dibattito sulla unitarietà delle famiglie e e la libertà dei soggetti invece imperversa come sempre. Leggevo ad esempio su Facebook ciò che ha scritto un mio grande amico, il quale – anche, ma non solo perché divorziato – criticava in modo perspicace appunto la scelta di girare uno spot simile. Una critica che, sia chiaro, condivido fino in fondo. Ma la cosa che mi ha colpito di più è stata una replica, suppongo di un conoscente cattolico, al suo post. 

“Oddio oddio uno spot Esselunga mi ricorda che il divorzio dei genitori fa soffrire i figli! Come osano ricordarmi delle mie responsabilità?”

Niente di particolarmente intelligente o perspicace, ma un tipo di posizione che vedo, estremamente diffusa in quel mondo, la quale si fortifica con l’inerzia della cose (presunte presuntuosamente) ovvie, o persino delle tautologie.

Dire che gli adulti abbiano delle responsabilità nei confronti dei bambini è talmente ovvio, da rasentare la banalità. Ma qui si allude che la responsabilità di non far soffrire i bambini sia quella di evitargli il dolore del divorzio. Ecco la mancanza di complessità. Ecco la facezia. E la conseguenza è l’arroganza. Perché i bambini soffrono – oserei dire comunque – per una serie di cose che vanno molto al di là della separazione dei genitori. Intanto è vero, i bambini hanno bisogno di “continuità”, ovvero quando devono affrontare dei cambiamenti il loro tasso di ansia e di insicurezza cresce a dismisura. Aggiungo che oltretutto questo avviene in un ordine di grandezze disomogeneo. Per esempio un bambino può patire follemente un trasloco, mentre un altro convivere con relativa serenità il succitato divorzio. Questo può dipendere da fattori sia personali e soggettivi, ma anche da altri culturali. Sui primi non posso dire nulla, perché non c’è una ricetta sulla gestione dell’ansia che valga egualmente ogni bambino preoccupato (sottolineo tuttavia che patologie psichiche anche molto serie, come la depressione infantile, molto molto spesso sorgono proprio nelle cosiddette famiglie tradizionali, cui proprio la struttura eccessivamente rigida può favorire; nonché molti bambini possono soffrire di abbandoni pur con i genitori allacciati per tutta la vita).

Insomma la realtà è profondamente complessa, e il desiderio di ovvietà con la complessità, non si accompagna mai bene. I genitori sono certamente responsabili di arrecare il minor dolore possibile ai figli – pensare di esserne tuttavia esenti è di una stupidità criminale -, ma la cosa va articolata meglio. Intanto, in primo luogo, un bambino soffre un cambiamento in misura direttamente proporzionale alla convinzione in lui instillata che il cambiamento sia impossibile, o che sia “male”. I bambini non hanno solamente, fino a una certa età, uno scheletro molto elastico, ma anche una psiche altrettanto fluida e adattabile a contingenze differenti. Se avviene un eccessivo irrigidimento è facile che siano stati proprio gli adulti – quelli di cui si invoca la responsabilità anche a sproposito -. In un mio testo, Un elefante in cucina, facevo l’esempio per cui, se un elefante non riesce a uscire dalla mia cucina è per una duplice ragione. Una palese, l’altra invece sostanzialmente ignorata. La prima sono le dimensioni del pachiderma, e l’altra è rappresentata dall’ampiezza e dall’altezza degli archi e degli stipiti di casa mia. Mutati mutandis, se un bambino non riesce ad accettare un cambiamento potrebbe esserci irrigidimenti e fissazioni, a proposito delle quali la responsabilità dei genitori non si è attivata – per ignoranza o pregiudizio -, oppure ha lavorato in senso contrario a ciò che effettivamente serve al figlio. La vera responsabilità di un adulto non è quella di promettere a un bambino che un cambiamento non avverrà mai, ma che se anche dovesse avvenire, questi ha tutti gli strumenti per poterlo affrontare e gestire. 

Mi piace citare spesso un witz di James Hillman, di cui va ricordata l’origine ebraica, tratto dal suo lavoro Puer Aeternus:

C’è una storiella ebraica, una delle solite barzellette degli ebrei sugli ebrei, che dice: Un padre, volendo insegnare al figlio a essere meno pauroso, ad avere più coraggio, lo fa saltare dai gradini di una scala. Lo mette in piedi sul secondo gradino e gli dice: «Salta, che ti prendo». Il bambino salta. Poi lo piazza sul terzo gradino, dicendo: «Salta, che ti prendo». Il bambino ha paura ma, poiché si fida del padre, fa come questo gli dice e salta tra le sue braccia. Quindi il padre lo sistema sul quarto gradino, e poi sul quinto, dicendo ogni volta: «Salta, che ti prendo», e ogni volta il bambino salta e il padre lo afferra prontamente. Continuano così per un po’. A un certo punto il bambino è su un gradino molto in alto, ma salta ugualmente, come in precedenza; questa volta però il padre si tira indietro, e il bambino cade lungo e disteso. Mentre tutto sanguinante e piangente si rimette in piedi, il padre gli dice: «Così impari: mai fidarti di un ebreo, neanche se è tuo padre».

Questo aneddoto, che può far raccapricciare molti, in realtà è ricco di un insegnamento molto profondo. La fiducia del bambino viene “tradita” (il tradimento è il tema dell’opera) dal padre, il quale così, però, gli impartisce un insegnamento fondamentale: i tradimenti, i cambiamenti (anche radicali) NON UCCIDONO, e possono essere affrontati con la consapevolezza che, se anche papà si è tirato indietro, il bambino è in grado di rimettersi in piedi DA SOLO. Ribadisco: seppure l’esempio sia volutamente paradossale, quel genitore esercita la propria RESPONSABILITÀ di educatore in modo intenso ed efficace. Quel bambino in futuro sarà maggiormente in grado di gestire le delusioni amorose, gli insuccessi professionali e i cambiamenti esistenziali.

Alla bambina della pubblicità ESSELUNGA una cosa gliela possiamo augurare. Che il suo gesto, per quanto carico di ingenuità, abbia “successo” solo se vi sono solide ed effettive motivazioni. Perché se mamma e papà, commossi dal gesto, decidessero di tornare insieme unicamente per quel frainteso “senso di responsabilità”, per il timore che la figlia debba soffrire troppo, allora sarebbero loro a diventare infelici, e prima o poi quella bambina, magari diventata adulta, dovrebbe riscontrare di essere diventata la causa della infelicità dei propri genitori. E questo è un peso che NESSUNO, nella vita, dovrebbe mai portare. 

Ruanda’s calling

Anche questa volta Netflix, con la miniserie Black Heart Rising, ha fatto centro. Una produzione britannica, dove con linguaggio duro, talvolta scabroso, riemergono gli aspetti conosciuti, al pari di quelli rimossi, del genocidio ruandese, che ebbe luogo tra aprile – con l’omicidio del presidente Habyarimana (Hutu) e nei cento giorni successivi, dove a perdere la vita sono stati quasi un milione di Tutsi, nei modi più raccapriccianti. Un genocidio vero, programmato con meticolosa precisione nei mesi precedenti. Gli ingredienti ci sono tutti: il delirio paranoico, le radio che trasmettevano h24 messaggi dove si inneggiava, appunto, al massacro, l’immancabile creazione di una milizia (preparata dall’esercito regolare, ma anche dai francesi che non volevano rinunciare ad alcune “opportunità”, costasse quel che costasse) che non aspettava che il momento di poter sprigionare tutte la violenza accumulata fino a quel punto. Il Ruanda, il paese più cattolico del continente nero – molti osservatori internazionali – a partire da Boutros Ghali, che non volevano farsi coinvolgere in una nuova Somalia, erano pronti a minimizzare sistematicamente i dati terrificanti che provenivano dagli osservatori, se potevano confidare che Habyarimana “tutte le domeniche andasse a messa”. Un odio ancestrale quello tra Hutu e Tutsi, che tuttavia era radicato in un passato non troppo remoto, perché la “distinzione” tra le due razze proveniva dall’occupazione del Belgio,il quale dopo la conclusione della prima Guerra Mondiale – non contento dei disastri compiuti nel limitrofo Congo – doveva immagazzinarne ancora qualcuno in quel paesino, poco più grande del Piemonte. E chi meglio dei missionari, i famigerati padri scheutisti che cominciarono a stabilire che una delle due razze, quella più armoniosa, con i lineamenti più slanciati, il naso sottile, nonché la minoranza non dovesse acquisire la leadership del paese? Nei decenni ci furono anche cambiamenti di prospettiva, sempre “lanciati dall’alto”, ma che riuscirono solamente a inasprire gli animi, a mantenere fiamme vivide sotto la brace.

La serie tuttavia non si svolge nel 1994, ma ai giorni nostri. La protagonista è Kathe una giovane donna britannica, figlia di Eve una esperta procuratrice, specializzata nel perseguire crimini “tiepidi”di guerre lontane del tempo. Lei in Ruanda, nel 94 c’era, ha visto l’orrore ed è riuscita a salvare proprio quella bambina, portandosela al salvo, in Gran Bretagna. La storia si apre quando l’indomita Eve accetta di perseguire, per conto della corte dell’Aja, un Tutsi, un “eroe di guerra”, membro del Fronte Patriottico Ruandese – quello del mai citato Paul Kagame -, l’organizzatissimo esercito Tutsi che, prima – e senza – le democrazie occidentali, aveva rovesciato le sorti del paese. Tuttavia il profilo di questo eroe viene comunque tratteggiato un po’ più ambiguo di quanto avrebbe dovuto: egli si presenta, da ruandese, al confine tra Congo e il paese delle mille colline, con una divisa diversa da quella ordinaria. Percorre a lunghi passi furiosi il tratto tra le sbarre che demarcano gli sbarramenti militari. Chiede di parlare con un ufficiale, e protesta a lungo che i suoi camion siano bloccati – da un po’ – dalla parte congolese. Cosa portassero quei camion non viene precisato, ma non occorre una immaginazione particolarmente fertile. Torniamo in Inghilterra, con Eve che parte per processare l’eroe Tutsi, raccogliendo per questo il feroce disappunto della figlia. Lei la il genocidio non l’ha vissuto, sebbene non ne sia stata risparmiata. Cresciuta con la consapevolezza di essere sopravvissuta, tirata via dai capelli da una morte certa e terribile, ora si oppone con tutta se stessa a vedere processare uno dei “buoni”, uno di quelli che il suo popolo ha provato a salvarlo. Ma le cose si complicano, intanto perché in Olanda la madre viene uccisa da un commando, insieme all’imputato designato. E il quadro continua a complicarsi, ad aggiungere colpi di scena, mescolando geopolitica e temi di una Spy Story, talvolta pertinente, altre invece ridondante (come ad esempio la descrizione di una leadership ruandese, che finisce per assomigliare allora stato maggiore del Pentagono. Anche troppi intrighi insomma, e non tutti di semplice lettura.

Ma il quadro che alla fine emerge è – uno dei colpi di scena – che Kathe non è in grado di sopportare. Intanto perché la sua storia non le era stata raccontata per intero: Kathe non è una Tutsi, come aveva sempre saputo, ma una Hutu. E sì era stata strappata da morte certa, ma non perché gli Hutu stessero massacrando la sua famiglia, ma perché i Tutsi, vinta la guerra in patria, avevano preso a rincorrere quelli che fuggivano oltre il confine del Congo. Proprio lì, in uno degli sconfinati campi profughi, teatro della prima e della seconda guerra congolese – un crimine che non vengano studiate a scuola – dove per caso è sopravvissuta a una epurazione dove erano morti 50000 Hutu inermi. Dapprima il dolore la fa avvitare in una spirale angosciante, poi piano piano comincia ad accettare la complessità delle circostanze, fino ad essere direttamente germinata da quella complessità.

La serie può concludersi qui, ma la rigidità di alcune parole inserite all’interno dei dibattito storiografico, invece dovrebbe cominciare proprio qui. Perché proprio il Ruanda, come nessun altro avvenimento, recente o non, non consente di collocare “gli eventi e le responsabilità” secondo dei rigidi canoni euristici per cui ci sono i cattivi, il cui unico compito è sversare tutto il veleno che hanno in corpo, e i buoni, che rimediano e puniscono quelli del primo gruppo. Queste sono categorie che appartengono all’uomo europeo, alla semplificazione tutta occidentale, al voler far chiarezza anche quando le circostanze storiografiche non consentono di andare oltre a una certa opacità. Purtroppo di buoni, senza macchia e senza paura che, animati da ideali sempiterni non ce ne sono. Non ce ne sono, probabilmente, mai stati. E’ vero che taluni eventi come la seconda guerra mondiale ci hanno quasi sequestrato all’interno di una lettura univoca ed infinitamente semplificata dei fenomeni storici. A soccombere non è la corretta visione dei torti da assegnare – Shoah ad esempio, ma non esclusivamente – e dei meriti da attribuire, ma quella di una rappresentazione della storia meno semplicistica. Quello Ruandese è un genocidio a tutto tondo – diversamente dalle troppe volte in cui giornali e politici si lasciano attrarre troppo dall’enfasi con cui è troppo facile lasciarsi sedurre da certe parole. Ma questo genocidio è pieno di sfaccettature, di travasi di sentimenti e di sangue, dove chi  aveva – ha – la piena titolarità per fregiarsi di quel titolo, di chi ha pagato un enorme dazio in termini di vite e di sangue versato per le strade, in un altro tempo non ha esitato a usare approcci non troppo dissimili, sia per “vendicare” i genocidi della prima tornata, se non che – per me decisamente, se possibile, peggio – per lucrare sulla enorme quantità di materie prime reperibili – dal punto di vista ruandese – appena oltre il confine con la RDC, scatenando, insieme ad altri protagonisti, le due “guerre mondiali del Congo”, che pure non potrà essere considerato “un genocidio”, tuttavia il numero di morti del secondo (1997/03) al non invidiabile target di essere il secondo conflitto della storia umana più pesante in termini di tributi umani. Il tutto condito dalla naturale indolenza dei paesi più sviluppati (durante il genocidio ruandese qualche esperto di media francese aveva rilevato una avvilente statistica: la percezione pubblica dei media occidentali è sollecitata analogamente dall’omicidio di un “bianco” oppure da 87.000 africani: un bilancio sconcertante

E così, come gli Hutu durante il genocidio avevano goduto di una importante impunità (per esempio i francesi di Miterrand erano legati a doppia mano con gli insorti), altrettanto ha potuto fare con poche preoccupazioni gli uomini di Paul Kagame, eroe, presidente e dittatore Tutsi, invasore del Congo, sterminatore degli Hutu rimasti nei campi profughi, e che una volta scomputo il misfatto, rimanevano in loco, a causa delle sterminate risorse minerali, delle quali i congolesi sapevano poco cosa farci, mentre le milizie armate avevano un’idea invece molto precisa su come sarebbero riuscite a fare ripartire l’economia di Kigali. Certo significava riproporre lo schema che fu già del “sovrano illuminato”, Leopoldo II del Belgio, il “proprietario privato” (sic!) dello sterminato Congo tra il 1885 e il 1906. Per convincere quei “selvaggi” a raccogliere l’enorme quantità della gomma, resa indispensabile dalla nascente industria dei pneumatici, veniva imputata ai più pigri, o ai bambini che non potevano reggere certi ritmi di lavoro.

E così anche 90 anni dopo, gli M23 di affiliazione ruandese, si sono messe a soggiogare le popolazioni inerti con stupri, omicidi di massa, affinché quella gente si mettesse a cercare l’oro grigio, il Coltan, senza il quale i cellulari sarebbero una dolce utopia. Siamo noi gli utilizzatori finali del Coltan, è a causa nostra se il gigante congolese non troverà mai pace.

E intanto il Ruanda – immemore del genocidio di 29 anni fa, si è messo a produrre cellulari, i primi smartphone 100% africani. Africani, non ruandesi visto che i giacimenti di cobalto e coltan del paese sono del tutto insufficienti.

 

Bang!

“Bang!”.

Il grido rimbombò esagerato nella sala da pranzo dell’Ospizio. Dio si risvegliò di soprassalto con un filo di bava. Era stato davvero lui a gridare in quel modo? Nel sonno? Un’infermiera contrariata si stava avvicinando. Con un gesto sgarbato gli prese il fazzoletto umido, dimenticato come una lurida pochette, e gli asciugò l’angolo della bocca. Intorno gli altri anziani lo guardavano perplessi, e nella televisione laggiù in fondo una signorina con la faccia gialla sorrideva come una deficiente, e gridava quanto fosse contenta per un sapone. Lo sfarfallio disturbava la parte inferiore della immagine. Ma nessuno sembrava curarsene. Una deficiente, ecco.

Un vecchio con cespugli ispidi al posto delle sopracciglia, non si accorse di nulla e continuò a impilare carte sudice sulla cerata bianca a quadrettoni rossi. Era giunto a uno stallo, ma continuava a osservare le carte disposte sul tavolo con la speranza che si combinassero meglio da sole. Doveva essere molto stanco. La donna di fiori affondava per metà in una chiazza di caffellatte, a certificare il poco riguardo per il decoro e l’igiene. Un paio di richieste informali, blande proteste di parenti e persino la lettera di un avvocato – nipote alla lontana di una corpulenta anziana che, sei mesi prima, si era spenta poche settimane dopo il suo ingresso nel gerontocomio -, fiacche ed esili come ragnatele, galleggiavano inerti sulla scrivania della direzione; le buste ancora sigillate.

Dio era ancora confuso, si sentiva una palla di cannone nella testa per il brusco risveglio. Ringraziò l’infermiera sussiegoso , esagerato, e rivolse agli altri vecchi uno sguardo affannato che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto rassicurare dall’eventualità che si ripetesse una cosa talmente incresciosa, bofonchiò delle scuse, che stava dormendo e… Quelli però nemmeno lo ascoltavano più, avevano ricominciato a guardare la tivù, a inseguire le carte rovesciate sui tavoli luridi, a borbottare nel sonno di sogni increspati. Una signora con la testa bianchissima, che indossava una vestaglia di seta cinese dai colori appariscenti, si era avvicinata col deambulatore alla TV per colpirlo fiaccamente ed eliminare lo sfarfallio. La signorina diafana continuò a sfrigolare della fronte in giù, senza curarsene, strillando invece di quanto fosse felice e con un alito profumato da quando usava  quel dentifricio.

Dio affondò i gomiti sui braccioli della sedia a rotelle e si issò di qualche centimetro,  gemendo e storcendo la bocca per l’affanno. Una fatica della malora! Le natiche gli dolevano, ma non si sarebbe lamentato, non lo faceva mai. E poi, a che sarebbe servito? Allungò una mano tremante verso la tazza di plastica azzurra, dove il tè era diventato freddo da un po’. Amaro, come sempre. Per quante zollette di zucchero, o pastiglie di dolcificante vi sciogliesse, non riusciva a farlo diventare un po’ più dolce. Di certo era perché le infermiere gli avevano sciolto le medicine dentro, Dio ne era certo. Medicine superflue, o che lo facevano dormire troppo. Ecco, era colpa loro se aveva gridato nel sonno, sissignore! Specialmente il sudamericano, che sorrideva sempre con un’espressione che più falsa non si poteva. Non gli piaceva per niente: “per ni-en-te!”, compitò soddisfatto spingendo la lingua contro il palato a ogni sillaba, facendo schioccare la protesi. Poi tornò a rimuginare, “Sonniferi, ci mettono i sonniferi e poi ci rovistano nei cassetti mentre dormiamo. La mia catenina è sparita così…”, poi afferrò la tazza, e dimenticatosi del ricettacolo di minacce che vi albergavano riprese a sorseggiare. La appoggiò nuovamente sul tavolo. Una chiazza oleosa si era formata sulla superficie del liquido. 

Poi dovette passargli un ricordo per la mente, perché un lampo ruvido gli attraversò lo sguardo opaco. Infilò ansimando, la mano nella tasca sdrucita nei pantaloni del pigiama “da ferroviere”,  per lo sforzo producendo due asole oscene nella zona inguinale. Per fortuna non importava a nessuno. Tanto meno a lui. Alla fine estrasse una voluminosa pallottola di carta stagnola; prese a cercarne faticosamente l’estremità, un lembo appiattito, strizzando gli occhi e spingendo fuori la punta della lingua. Estenuato fu lì lì per abbandonare la ricerca più volte; infine, quando l’ebbe ritrovato con un polpastrello, lo svolse lentamente. L’operazione durò diversi minuti, a causa delle mani e della vista barcollanti. Quando delicatamente, con soddisfazione concluse l’operazione, si fece circospetto. Si ricordò degli occhiali, che gli pendevano inerti per una cordicella al collo, imprecando per il colpevole ritardo con cui se n’era ricordato. L’infermiera si era allontanata, dietro alla scrivania, dove teneva gli occhi serrati su un libro traboccante di sentimenti impossibili; gli altri guardavano la TV. Il vecchio che faceva il solitario, stremato, si era infine assopito. Respirava in modo scomposto anche nel sonno. Dio allora estrasse una pietra azzurra levigata, con delle striature blu e verdi. La ghermì per qualche secondo con la mano sinistra e poi tenendola sul palmo la portò vicino alla bocca e vi soffiò sopra. La pietra si animò di una luce vivissima, divenne iridescente eppure fredda per alcuni interminabili istanti. Il sasso mandò un bagliore che gli accese gli occhi. E ricordò: “Bang…”, ripeté questa volta con un filo di voce. Con il volto illuminato abbozzò un sorriso. L’infermiera però stava accorgendosi di qualcosa. Allora Dio frettolosamente si nascose la pietra in grembo, ove celandola da occhi indiscreti la riavvolse nella carta stagnola. Ripose l’involucro infine nella tasca della vestaglia marrone. Infine compiaciuto reclinò la testa all’indietro e riprese a dormire. Sorrideva.

Un uomo invisibile

Non che non ci vedesse tanto poco, o che il suo vederci poco fosse talmente esplicito da fargli assegnare etichette e soprannomi da parte di quel tipo di studenti – una significativa e chiassosa minoranza, ma pur sempre una minoranza – che preferisce imputare i propri insuccessi scolastici alle difformità degli insegnanti piuttosto che alla mancanza di studio; “Hubble”, o “Quattrocchi”, oppure “Monte Palomar” lo avrebbero potuto appellare, mentre invece avevano avuto questa clemenza. 

E questo era di per sé strano, perché nella sua scuola c’era questa curiosa tradizione di affibbiare un soprannome a tutti quelli che vi lavoravano. Non c’era un motivo preciso, né qualcuno si ricordava il perché la cosa avesse preso piede. Ma non c’era insegnante, bidello o segretaria cui non ne fosse stato affibbiato uno. Persino i supplenti che rimanevano poche settimane non sfuggivano all’usanza locale. Tutti, ma proprio tutti, con l’eccezione del professor Correnti, che pure vi insegnava da tre lustri.

Si trattava per lo più di soprannomi bonari, che tendevano a valorizzare una peculiarità dell’aspetto fisico, le attitudini oppure la provenienza, mai però, mai, con intento canzonatorio. Magari si andavano a toccare anche aspetti caricaturali, sempre con l’intento di rappresentare la persona come curiosa e speciale, piuttosto che marcarne una mancanza fisica, o una pesantezza caratteriale. 

Per fare qualche esempio, il professor Anselmo Lucci, romano e tifoso sfegatato della Lazio, dopo appena una settimana era stato ribattezzato Aquila, mentre Vanessa Tedaldi, che aveva vissuto per molti anni in Argentina, era diventata la Pampera. A Sergio Donati, l’allampanato insegnante di religione, affetto da una forma precoce ed aggressiva di alopecia, gli era stato affibbiato un cordiale Kojak, oppure Amanda Dolenti, la giunonica DSGA, che era stata ribattezzata Milly, perché ricordava la gioviale casalinga, protagonista di un telefilm degli anni ’70.

Alcuni soprannomi erano più azzeccati di altri, ma ci si sbaglierebbe a pensare che la relativa assegnazione fosse improvvisazione o, peggio, approssimazione. Perché ci si teneva davvero. Una tradizione cominciata per caso, eppure nel corso degli anni aveva assunto una dimensione distintiva rispetto alle altre scuole, qualcosa di cui anche in quartiere, al supermercato, o in ufficio quando si parlava dei figli, o la sera al corso di Pilates, non si poteva non fare cenno. Gli insegnanti in particolare, con quei soprannomi sembravano discendere da un piedistallo e, con il ricorso a una dose di buona autoironia, si rendevano più simpatici, accessibili e disponibili. Anche le tormentate sessioni di consigli di classe aperti, quelle dove i docenti si siedono tutti da un lato della classe e i genitori dall’altra, a designare mondi che più distanti non si può, a quella maniera si coloravano di complicità e anche un po’ di buffoneria, così il tempo correva via più veloce, e i dialoghi ne guadagnavano in spigliatezza e cordialità.

Eppure, come s’è detto, Leonardo Correnti continuava a rappresentare una, unica e poco vistosa, eccezione. Ci si sbaglierebbe a pensare che non volesse, che fosse refrattario, o che tenesse a mantenere le distanze. Niente di tutto ciò. Non avrebbe avuto nulla in contrario, né tuttavia ambiva a portarne uno. Non ci faceva caso, così come gli altri non facevano caso a lui. La ragione per cui Correnti  era privo di un soprannome era molto semplice: egli navigava su rotte talmente nascoste, che i radar della comunità scolastica neanche lo intercettavano.

C’era, ma come se non ci fosse. 

Camminava per i corridoi, si sedeva a scrivere qualcosa in sala professori, piluccava una merendina dal distributore automatico – solo in momenti sideralmente distanti dalla ressa dell’intervallo – oppure si perdeva dietro alle costole dei libri, negli scaffali della biblioteca, ma senza che nessuno badasse a lui. Si potrebbe dire che Leonardo Correnti fosse un uomo trasparente, o che sfuggisse come una saponetta alle dinamiche della vita scolastica. E la cosa non gli creava, almeno in apparenza, alcun tipo di problema.

Nessuno si accorgeva di lui, così come lui con la suo vista carente, faticava ad accorgersi di tutti gli altri. 

Persino la sua miopia non era, per dir così, convenzionale. Certo gli occhiali li portava, di quelli dalla montatura di finta tartaruga, corvini e ampli, stagliati sulla sua carnagione pallida, con le lenti spesse, e che in effetti deformavano i bulbi oculari, facendoli più grandi e sporgenti di quanto non fossero. Ma non era quello. Ci vedeva effettivamente male, ma più che la miopia, o i perimetri delle figure sfalsati dell’astigmatismo, era affetto da un male – e quando diciamo male, lo intendiamo solo per la quantità di cose che poteva fare con, potremmo dire, una minore efficacia – assai meno convenzionale: sembrava che le immagini, capovolte sul cristallino e di lì mandate dal nervo ottico fino al lobo temporale, arrivassero con un consistente ritardo rispetto alla capacità percettiva delle persone intorno a lui. Più che “orbo” poteva sembrare stupido, e non lo era affatto (e nessuno che lo conoscesse men che superficialmente lo avrebbe mai pensato). Più che le diottrie sembrava mancargli costantemente il tempo. Il tempo di elaborare le immagini, quello di classificarle, quello di farne qualcosa prima che svanissero.

Un processo similare accadeva al suo udito. Tirando le somme si sarebbe potuto dire che fosse “mezzo sordo”, ma  nuovamente ci si sarebbe allontanati dal bersaglio, perché i suoni giungevano ai suoi padiglioni auricolari in un modo differenziato, a seconda della frequenza, più che della intensità o la distanza. Per cui poteva accadere che fraintendesse le parole della persona che gli parlava a meno d’un metro, e che altresì inchiodasse il responsabile di un bisbiglio pronunciato sommessamente a una decina di metri, nella confusione più totale. Gli effetti – per esempio in classe – di quella difformità sensoriale potevano essere comici, almeno fin che non venivano digeriti dalla opulenta tirannia della routine che finisce per livellare in basso ovunque le eccentricità di ogni comportamento umano.

Il tatto e il gusto, invece, erano normali, per quel che può valere questa parola. Sopravvalutata il più delle volte, eccetto che non vi si voglia indicare una forma di adeguamento, anche forzoso, alla collettività. Ma se ciò si limita ad avere un significato circoscritto quanto alle virtù sociali, poco poteva incidere se riferita alla dotazione sensoriale con cui affrontava la quotidianità e le sue battaglie. Cosicché il suo tatto dapprima, e il gusto poi, a furia del sottoutilizzo si atrofizzarono, allineandosi agli altri sensi, e perse col tempo il gusto di accarezzare una giacca di velluto, o quello di ordinare un piatto sofisticato al ristorante. Non ne traeva il giovamento ragionevolmente atteso.

Con l’olfatto invece aveva un rapporto drasticamente diverso. La capacità di percepire profumi e odori è, tra i cinque, il senso più primitivo, meno conformistico e di conseguenza, meno socialmente rilevante; il che può rappresentare uno svantaggio, o un orpello insignificante, col metro con cui si misurano, per esempio, le carriere di successo, mentre aveva assunto una grande portanza nel sua interiorità, come vi avesse reperito una forma di compensazione, nascosta e flebile, ma tenace al contempo. Quando gli capitava di entrare in un grande magazzino, era capace di passare ore – solo che si sentisse sufficientemente invisibile, che non ci fosse nessuno nei paraggi, ma anche che non si accorgesse di una telecamera di sorveglianza troppo insistente – a sprigionare effluvi di profumo sui tester di carta, sul palmo delle mani o sui polsini della camicia, elevandosi in una separazione mistica per interminabili minuti. Indifferentemente quelli maschili quanto quelli femminili. Aveva negli anni creato una tassonomia complessa e articolata della maggior parte delle fragranze reperibili in commercio, aggiungendo mano a mano quelle che lo stilista francese o l’azienda di indumenti sportivi lanciava, di anno in anno. E gli archivi erano tutti nella sua memoria. Come si diceva, a interessargli non era lo status sociale, o la performazione della sua personalità, che diventasse di successo, o più seducente nei confronti dell’universo femminile, oppure come strumento di potere. Tutto il contrario, anzi. Era sedotto dai profumi, travolto, annientato dagli aromi i quali avevano il potere di strapparlo al presente, così difficilmente arrancato, e proiettarlo in un adesso separato, selvatico e inesplorato. Ciò che otteneva dall’apertura di un flaconcino era più simile a ciò che per chiunque altro avrebbe richiesto un biglietto aereo, uno spostamento lungo e faticoso,

Ancora occorre una precisazione, perché non si trattava di fuggire dal presente, ma una sua trasfigurazione, tanto che nel luogo dove si recava, non vi giungeva attraverso l’immaginazione, ma per una strada secondaria del senso. Dopo avere spostato, e usato con circospezione, decine di boccette, non le comprava mai. Non per pitoccheria, tuttavia; semmai il mancato acquisto era per tutelare l’integrità, così come avrebbe trovato osceno (anche peggio di osceno) ricordare un luogo dove si è stati con un magnete sul frigorifero, o un adesivo sulla valigia. Le poche volte che dovette tradurre in un acquisto uno di quei momenti, a causa dello sguardo seccato di una commessa, poco propensa ai voli pindarici della percezione e molto più prosaicamente rivolta alle boccette che – per quanto lui ne facesse un uso assennato – avrebbe dovuto riporre in ordine, prendeva uno dei profumi, e lo faceva incartare in una confezione regalo. La quale finiva ineluttabilmente sul pavimento di legno chiaro del guardaroba. Nessuno l’avrebbe scartata. Non c’era chi avrebbe ricevuto il dono.

Quarantanove anni, divorziato, Leonardo Correnti, aveva una vita che assomigliava fin troppo ai resoconti che i suoi occhi e le orecchie gli consegnavano. Quando, puntuale come un impiegato svizzero spalancava la porta di una classe, i suoi studenti lo aspettavano, seduti sui banchi, a parlare di cose a distanza siderale dal mondo della scuola. E non avevano particolarmente fretta di sedersi dietro ai banchi. Non si sentivano minacciati, e lui non faceva nulla per sembrare minaccioso. Non serviva, oltre che non sarebbe stato credibile comunque. La puntualità, così come un rigore esagerato in ogni tipo di consegna si fosse assunto, era l’unica deroga che si poteva individuare a un aspetto trasandato, ma si trattava più di una forma di compensazione che pignoleria. Come se ogni cosa, piombando nel suo universo percettivo con un consistente ritardo, lo facesse propendere ad agire in anticipo, così da ottenere un affannato pareggio.

Non aveva avuto figli, sebbene non si trattasse di una scelta, ma di una conseguenza del suo modo di vivere. 

La stessa Marcella – colei che in un afflato, vuoi di ingenuità, vuoi di quel tipo di generosità che si affievolisce nel corso degli anni e che spegne le speranze coltivate senza che riescano a mettere radici – aveva perso interesse per lui prima di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di averne uno. Non era stato un amante particolarmente focoso, e lo sapeva; ciò non perché gli difettassero pulsioni e passioni quanto, come forse si sarà immaginato, perché queste tendevano a manifestarsi in lui, e conseguentemente alla sua partner, con un ritardo che dava spazio a ogni tipo di ritrosia e raffreddamento, cosicché lo stesso principio del piacere gli s’era atrofizzato addosso. 

Perciò non aveva biasimato la povera Marcella, le aveva concesso il divorzio più rapido e indolore di cui si fosse avuta mai notizia e, successivamente, aveva smesso di cercarsi una compagna, poiché l’amore sarà pure sinonimo di sacrificio, ma era altresì certo che donne vocate al martirio non ne avrebbe trovate più. Né si riteneva in diritto di ingannarle.

Del quadro che abbiamo tinteggiato emerge spontanea una parola, handicap, che non rende giustizia al professor Correnti. Certo il sostantivo “ritardo”, ancorché epurato fin all’eccesso dalla lingua italiana da tutte le circonlocuzioni che vi si aggrappano, quando applicato alle persone, è forse la peggiore delle disabilità, quasi a sovrapporsi in ciò cui si designa. Ma questa è solo una faccia della medaglia, potremmo anzi dire che si tratta della sua dimensione sociale. Vista nella prospettiva interiore, si presta a più di una sfaccettatura. 

Intanto era l’interiorità in quanto tale, e la gemella memoria, non diciamo a giovarsene poiché non è di un giovamento che parliamo, ma a risultarne arricchita. Tutta quella congerie, l’enorme patrimonio sensoriale, che compariva alla sua coscienza con il consistente ritardo di cui parliamo, vi arrivava in modo tale che le combinazioni così originate, vi permanessero per un tempo indefinito. Non vogliamo dire che Leonardo Correnti “ricordasse” le cose che alla fine vedeva, o non solo quantomeno; ma che il ritardo medesimo le ricombinasse in una serie di disposizioni, trasformando e collegando cose che lavorando a velocità normale, non avrebbe potuto. Come ombre cinesi che, al posto si svanire, lasciavano tuttavia una traccia flebile e duratura sulla parete. Quello dei profumi è un esempio perfetto: ciò che vi reperiva era molto diverso, più intenso e profondo, rispetto a quanto ciò che cercava chiunque altro; è così era anche per o suoi “sensi ritardati”: le percezioni, raggiunto così faticosamente il territorio dell’ipotalamo, vi si depositavano come una nevicata copiosa, leggera e soffice, persistente e tenace non solo quanto alla permanenza, ma soprattutto, alla capacità di trasformare gli oggetti dal suo ingresso in poi. Perché una volta dentro questi gli appartenevano più di quanto non si possa dire per molte altre persone.

Analogamente a un uomo che rimiri un panorama sotterrato dal neve, dove gli altri vedevano alberi e case, Leonardo Correnti s’era abituato alla distorsione temporale dei sensi, e a misurarsi con qualcosa di inaccessibile per coloro con cui interagiva. E se il contrappasso era la solitudine, la solitudine aveva smesso di pesargli da tanto tempo. Non tuttavia un solipsismo autistico, come sarebbe facile e immaginarsi; egli si sorprendeva della maggior parte delle cose, persino quelle destinate alla ripetizione quotidiana, ma il loro ingresso nella coscienza veniva attutito da un presentimento dovuto proprio alla divaricazione percettiva: quella reale e quella differita, appunto. Come un avventore al ristorante che ordina le stesse pietanze a due tavoli differenti, cosicché sbocconcellando i piatti giunti al primo, sa cosa aspettarsi quando il cameriere apparecchia il secondo.

Per esempio il professor Correnti sapeva perfettamente che sarebbe invecchiato, anche se non era in grado di dire quando ciò sarebbe accaduto. Bella forza, si potrebbe replicare, tutti sanno che invecchieranno. Ma non è del tutto vero, o certo non è vero nel senso in cui lo percepiva lui. Della sua età si è già detto, ma curiosamente non dimostrava i suoi anni. Come gli stimoli del mondo circostante lo raggiungevano dopo una pausa consistente, così era stato per il tempo che, come un parente lontano, lo veniva a trovare di rado più che potesse. Non invecchiava oppure, come sarebbe più corretto dire, invecchiava più lentamente. La sua pelle era liscia e glabra, i lineamenti tenui come quelli di un ragazzino, i capelli d’un nero corvino, senza che nebbie e lanugini avessero provato di avvicinarsi, e le uniche rughe presenti sul suo volto erano o quelle di espressione – come quella di condivisione che assumeva durante ogni dialogo ravvicinato, dovuta alla mancata comprensione di buona parte dei contenuti e della mancanza del coraggio necessario per esporre il problema, finendo per pronunciare le fossette e gli zigomi del suo volto  – oppure l’equatore che marcava due aree perfettamente distinte sulla sua fronte, dovuto alla sua natura, all’attitudine di elaborare e rimuginare ogni cosa; come una “vacca del pensiero”, egli attingeva alla greppia dei sensi col ritardo che abbiamo qui descritto, ruminando i contenuti per mesi e mesi, a prescindere dal valore o le effettive conseguenze. E la ruga sulla fronte era il confine visibile che la sentinella aveva di continuo attraversato, indecisa su quale dei due lati presidiare.

Anche gli spessi occhiali, di cui s’è detto, non potevano essere considerati un segno di vecchiaia, perché li portava così dalla prima media. Persino l’astigmatismo e la miopia non gli avevano messo fretta. Eppure persino per lui la sabbia nella clessidra continuava a incedere nel suo processo irreversibile. E ne aveva una coscienza lucidissima. Ma una cosa è il sapere, privo di ogni connotazione emotiva, e un’altra sarebbe stata quando se ne fosse capacitato veramente, quando avrebbe “sentito” interiormente che la quota più importante della sua esistenza fosse oramai alle spalle, e che una serie consistente di traguardi non sarebbero più stati alla sua portata, sarebbe accaduto improvvisamente. Ecco quindi il miglior esempio, finalmente, di cosa consistesse il suo ritardo percettivo. Egli conosceva in anticipo qualcosa di cui avrebbe avuto consapevolezza solamente molto, molto tempo dopo. Il “piatto della vecchiaia” potremmo dire non era mai mancato a uno dei suoi due tavoli, così che quando sarebbe arrivato al secondo, avrebbe saputo esattamente di cosa si trattava.

Non sapeva quando, ma era ragionevolmente consapevole di come, un giorno, gli sarebbe successo. Forse sarebbe accaduto sul tram, uno di quei vermi arancioni che bucano la polpa della città, oppure nel corridoio davanti la sala professori, oppure ancora nel tragitto pedonale consueto, tra il cubicolo ove abitava e il mercato rionale dove si recava con la sportina ripiegata in tasca e ne tornava con lo stretto indispensabile – era inevitabile che avvenisse in un contesto famigliare, perché solo le difese abbassate, solo un luogo dove la soglia di attenzione fosse stata inferiore avrebbe fatto scattare la trappola -, avrebbe scrutato uno sconosciuto per un po’, senza saperne la ragione, con vorace curiosità. Sarebbe stato un uomo – difficile una donna – approssimativamente della sua età. Ne avrebbe soppesato particolari, dettagli della pettinatura, i tendini del collo pronunciati, o peggio ancora non gli sarebbe sfuggita la folta peluria delle narici. L’avrebbe osservato sollevare gli occhiali, e scrutare con puntiglio le voci di uno scontrino. Avrebbe guardato la polo slavata, il colletto floscio per una stiratura approssimativa, la pelle escoriata del petto. Avrebbe annotato i pantaloni abbondanti, dal cavallo basso, con le cuciture ben visibili, le pence o i passanti lisi, e probabilmente si sarebbe soffermato sui mocassini consunti, indossati quasi certamente senza calzino.  O, peggio, con uno di quei calzini invisibili. L’avrebbe detestato, sicuro. Di più, anzi; l’avrebbe odiato di una visceralità onnipotente, con ogni fibra del suo essere. Poi sarebbe accaduto un passaggio successivo, dovuto al non capacitarsi di quel risentimento. E poi sarebbe accaduto l’inevitabile. A un tratto uno di quei dettagli, meglio anzi, un solo dettaglio contenuto come scatola cinese dentro quei particolari, l’avrebbe folgorato, perché vi avrebbe riconosciuto se stesso. Quell’uomo disarcionato, che aveva oscenamente valicato la soglia tra la maturità e la vecchiaia, altri non era che lui. Ovviamente sarebbe stato un momento tragico (nemmeno la doppia temporalità l’avrebbe tutelato da questo), perché avrebbe strangolato, definitivamente, ogni residua speranza di fare altro dal poco che aveva fatto – per quanto poco pensasse sinceramente di poter fare, e per quanto drammaticamente poco sapesse di avere fatto -, di poter essere ciò che non era mai stato, di accedere a un territorio che, per qualche misura interiore, non aveva voluto o potuto.  Era tardi sino per il suo ritardo. Avrebbe anch’egli in quel preciso istante varcato irreversibilmente la soglia tra l’orizzonte di possibilità indefinite e un fronte di recriminazioni e rimpianti per ciò che non era mai potuto essere. Non si trattava della certezza della morte – la cui ingombrante presenza da quel momento sarebbe stata attestata come uno scoglio emerso, squallido e scontroso, da un oceano limpido e appiattito fino a un istante prima -; non aveva paura della morte (se non entro una soglia che potremmo definire fisiologica), e non l’avrebbe temuta dopo; lo avrebbe angosciato – e di conseguenza lo turbava adesso – la percezione del gorgo di sabbia che risucchia ogni cosa, quando la metà superiore della clessidra comincia a svuotarsi. La misura del reale, da quell’istante, sarebbe stata una volta per tutte dettata dalle cose che non aveva potuto consentirsi. E, si badi bene, non c’era nulla che potesse fare a riguardo. Non poteva “osare di più adesso per rimpiangere meno dopo”. Perché il punto più drammatico non constava nel numero di occasioni da spostare da un canestro all’altro; neanche dal numero di covoni trascinati dall’aia al fienile asciutto prima delle piogge, ma nel movimento soffocante cui il tempo, attorcigliandosi su se stesso, l’avrebbe costretto a sottostare. Nella lucida anticipazione che Leonardo Correnti aveva del momento in cui si sarebbe scoperto “anziano”, c’era il senso preciso che in quel momento Kairos – il tempo carico di opportunità – sarebbe piombato davanti al suo orizzonte e, nell’atto di abbandonarlo definitivamente, l’avrebbe congelato in una diapositiva unica, sottraendogli la forza propulsiva – vera o apparente, non importa – che l’aveva condotto sino a lì, e che non l’avrebbe più condotto da nessuna parte. Da quel momento nessuno avrebbe più potuto spacchettare i doni sotto l’albero, non sarebbe più accaduto nulla, e il contenuto dell’involucro temporale sarebbe divenuto talmente rigido che anche il contenitore, per sua natura dinamico, avrebbe presto cominciato a lacerarsi. Non si trattava, lo rimarchiamo, che in un dato momento si giungesse davanti a un baratro, ma che il movimento normale del tempo, giungesse allo stallo definitivo. Quello era il baratro.

Il che ci porta a due conclusioni, una palese, valida come una vera e propria “legge del tempo” e l’altra meno ovvia – cui però un lettore attento non sarà sfuggita -, che per quanto ne sappiamo potrebbe valere esclusivamente per il professor Leonardo Correnti. In primo luogo si può dedurre che la dimensione “cairotica” dello scorrere degli anni, altro non è che la coscienza medesima; ciò ci porta a un corollario quasi intuitivo, ovvero che il tempo risulterà tanto più semplice da vivere, quanto alla sua dimensione orizzontale, quanto meno coscienza se ne arriverà ad avere. Questo comporta tuttavia un gigantesco paradosso, ovvero che la coscienza, in quanto strumento unico con cui testare e attribuire significato al tempo, ne rappresenta anche un capillare molto fragile, perché laddove l’uomo afferma un significato al tempo, e alla realtà tutta, si espone enormemente al rischio della sua vanificazione.

Guai all’uomo che avesse il senso effimero dello scorrimento del tempo davanti a sé, perché si troverebbe costantemente nella condizione che si preannunciava al professor Correnti. E tuttavia – ecco quindi il secondo  scontato passaggio – quell’uomo esisteva, e aveva un nome e un cognome: Leonardo Correnti, appunto. Infatti il destino non solo lo attendeva per un agguato a un crocevia del futuro, ma egli ne era perfettamente consapevole già nel presente. 

Così Kairos si comportava, almeno con lui, come uno spiritello fastidioso, aggiungendo alle due una terza dimensione: l’attesa. La certezza anticipata della ineluttabilità del tempo, non gli toglieva la possibilità di una dimensione routinaria. Viveva cioè senza il terrore della spada di Damocle galleggiante sul suo capo; anzi, una quota di gesti ordinari e ripetitivi erano per lui ancora più necessari che per chiunque altro. Non perché gli consentissero di obnubilare il tragico rendez-vous (quanto a questo non aveva alcuna speranza), ma per stabilire una “vivibilità del reale” senza cui sarebbe stato buio pesto anche a mezzogiorno. Era uomo vivo, sebbene in modo poco appariscente, e lontano dai radar dei suoi simili. I suoi piccoli gesti – la scuola, il mercato rionale, i mezzi pubblici saturi di carne sui quali saliva – erano l’attestazione di un esistere resiliente, come una cultura di batteri, anni dopo, consente alla vita di vincere nuovamente l’ardua battaglia con la morte, dove un vulcano ha vomitato le sue viscere. Piccole cose, ostinate, ma imprescindibili.

La terza dimensione del tempo si era in lui sviluppata, per dir così, come una introflessione e quasi – l’uso della parola è da intendersi come eccezione normativa – un capovolgimento; come un alberello, apparentemente gracile, che sviluppa una parte delle radici alla luce del sole e una parte della chioma sepolta nell’argilla. Uno scherzo della natura, si potrebbe pensare, uno sgorbio; alcuni insegnanti del suo liceo dovevano esserne convinti, e certo lui non faceva nulla per dissuaderli, e a valicare i fossati che circondavano la sua inquieta ed esitante figura, limitandosi a un fugace saluto davanti la macchinetta del caffè, oppure lo scambio tiepido di documenti durante un consiglio di programmazione. 

Beninteso che essi non fossero tenuti a vedere oltre – chi mai potrà essere costretto a vedere un’oncia oltre il visibile di qualsiasi altra persona? -, eppure ciò che, così, si perdevano, era molto. L’alberello rovesciato  che abbiamo scelto come esempio, non è un caso, perché le radici rivolte al cielo, scagionate dalla fotosintesi, servivano ad acquisire una misura profonda dello spazio circostante; e ancor più il fogliame compattato sottoterra che consentiva ai suoi sensi, così affievoliti quanto alla capacità di carpire il mondo circostante, si torcevano tutti verso l’interno quando si trattava di stabilire colori e significato del suo, a questo punto ricchissimo, universo interiore. Non riuscendo a protendersi verso il fuori, aveva trovato un sistema singolare per trascinarne una parte al proprio interno. Poteva godere in modo radicale di cose che il resto del mondo, avrebbe giudicato irrilevanti. Dei voli pindarici nel reparto profumi abbiamo detto, ma si possono fare altri esempi, concernenti l’olfatto come altri invece a esso slegati. Un nuovo ammorbidente, saggiamente dosato nel bucato, poteva infondergli un’energia insospettabile per una settimana; una melodia – intercettata casualmente sui titoli di coda d’un film melenso – turbarlo fino al pianto profondo. Le domeniche mattina, specie quelle di autunno, amava alzarsi non troppo tardi, e rimanere a letto ancora un po’. Apriva i vetri della sua camera, ma lasciava chiusi gli scuri, dai quali trapelava tuttavia l’opalescenza del giorno; stava lì, sdraiato, con gli occhi ben aperti, a fissare il soffitto. Folate di aria fresca si affacciavano nella stanza, e lui le accoglieva sulla pelle. E poi ascoltava, i rumori del quartiere che, sonnacchioso, prendeva progressivamente vita. I bambini recalcitranti trascinati a messa, le donne anziane che, sebbene non distinguesse le parole, gareggiavano sugli acciacchi, il vento e la luce – sì, anche la luce può essere ascoltata – e poi l’uomo vecchio, che non vide mai (o almeno non lo riconobbe), la cui voce, gutturale ma svilita, gli era tuttavia familiare: “Pepe, Pepe, vieni qui.” S’era fatto l’idea che fosse un volpino nero, tarchiato, con le zampe rigide e un occhio sbilenco. Poi venivano i rintocchi della campana, lenti e rassicuranti, promemoria delle cose del cielo. E si sentiva felice; immotivatamente si potrebbe pensare, e molti l’avrebbero pensato se solo un po’ di quella felicità fosse trapelata nelle sue espressioni, nelle parole o nei gesti (una ragione in più per tenere tutto dentro); sciocchezze, cose piccole, ecco che avrebbero pensato. Ma la verità è che talune cose sono grandi non perché vengono amplificate dalle anime separate, ma nonostante tutte le altre le ignorino; dimensioni la cui effettiva portata, per un preconcetto, si impedisce di godere. Non lui; non Leonardo Correnti, il quale si riteneva piuttosto un privilegiato, un monello che sotto a una staccionata trova un pertugio invisibile, l’accesso a un mondo segreto, e che segreto doveva rimanere. Un segreto che aumentava il proprio valore ogni giorno che riusciva inviolato.

Amava la pioggia, sebbene un rovo di protocolli e convenzioni, non gli consentisse di goderne quanto avrebbe voluto – avrebbe fatto specie vedere un uomo di mezza età, ben vestito, che cammina senza un ombrello sotto a un acquazzone, senza affannarsi per guadagnare una pensilina, o il riparo di un cornicione. E amava ancor più il vento. Purtroppo a Milano è un evento straordinario, perciò si doveva accontentare dei pomeriggi, facilmente primaverili, in cui il cielo viene sgomberato, come una cantina dimenticata, e al suo posto compare una lastra di pastello blu, liscia e levigata. Adorava quelle poche giornate poteva muoversi per la città, vedere le insegne dei negozi sbatacchiate, le tende delle finestre dimenticate oscillare, come i paramenti di un confessionale mentre accolgono un peccatore.

In autunno invece amava la nebbia. Quella non mancava mai, sebbene nel corso degli anni, per poterne godere come aveva in mente, doveva uscire dal territorio comunale – troppo traffico, luci, insegne luminose – e spostarsi in alcune propaggini dell’hinterland. Quelle arano le giornate perfette per i miopi. Aveva visto un documentario, tempo prima, sulla resilienza. Vi si diceva che persone “normali”, che non avessero particolari doti, anzi, addirittura i depressi gravi, capitava che nel momento di circostanze eccezionali, trovavano non si sa come, risorse sorprendenti, inconcepibili quasi. 

Inevitabile che si immedesimasse. Ebbene, in quelle giornate si sentiva bene, perché la nebbia era, per i miopi, come la resilienza durante le catastrofi; diminuiva il gap. All’opacità delle cose lui c’era abituato, era il suo pane quotidiano, perciò quando il cielo calava le cataratte, poteva giocare in casa. Questo non l’aveva sentito nel documentario. Era roba sua. Non l’avrebbe sfoderata in una conversazione, ma averci pensato bastava a renderlo orgoglioso.

Aveva scovato un paesino, tra Milano e Crema – per raggiungerlo doveva percorrere la Paullese per una ventina di chilometri, andando poi a conficcarsi tra i rettangoli coltivati -, non particolarmente bello ma caratteristico e, cosa decisiva, deserto praticamente ogni momento dell’anno, fatta la necessaria eccezione dei braccianti e agricoltori che l’attraversavano di continuo. Ai bordi del paese c’era una specie di ristorante, lungo e stirato sulla esile striscia d’asfalto. D’estate era un continuo corteo di trattori e altri pesanti macchinari; gli piaceva fermarsi all’esterno, e trovarvi oltre agli immancabili e sparuti anziani, ai quattro lati di una tovaglia lurida a scambiare briscole e bestemmie a ogni ora del pomeriggio, mentre sull’imbrunire arrivavano gli uomini più giovani, di ritorno dai campi, coi capelli umidi della doccia e la pelle del volto arrossata, dopo le ore passate sulla mietitrebbia. Appena dall’altra parte della strada

Seduto, beveva un tè freddo – che la signora dietro il bancone doveva avere preparato la sera prima – versato da un bottiglione da vino. Da principio la donna lo aveva guardato con diffidenza, e questo aveva gli provocato un simmetrico disagio. Ma alla fine s’era abituata. I tavoli fuori dal locale erano, persino per frequentatori sporadici, i meno ambiti. Perché il sole vi picchiava tutto il giorno, e non appena s’abbassava, con le mattonelle ancora incandescenti, si potevano vedere dai campi accorrere orde di moscerini, piombini densi di un fucile da caccia, per l’adunanza del fastidio. Ed egli pativa entrambe le cose, tuttavia essere lì, con il quotidiano sportivo sbiadito – fingeva soltanto di leggerlo -, lasciato da un altro avventore, lo colmava di una insospettabile gioia. La strada, i trattori sbuffanti gasolio incombusto, la calura, il profumo acre delle foglie di sorgo, oppure quello rancido dei pomodori caduti da un bancale e spiaccicati dalle ruote di decine di auto, tutto questo lo faceva sentire partecipe di un Tutto che si srotolava accanto a lui, che lo raccoglieva con le sue spire viscose trascinandolo in una vibrazione successiva di esistere. Cristo quanto era fortunato. Quante cose erano non solo accessibili a un uomo dai sensi feriti come lui, ma c’erano perché gli fosse consentita una vitalità, che altrimenti non avrebbe potuto. Una vita che gli esplodeva nel cuore, e di cui difficilmente avrebbe saputo raccontare a qualcuno. Ma non importava poiché raccontare non era il suo mestiere. Perciò la segretezza di quel piacere, così inconsueto e distante dagli accessi della moltitudine rimaneva preservata, non dall’egoismo – non era egoista – ma dalla scarsa credibilità dell’unico testimone.

Un uomo su un barile

Naufragio, William Turner

La vita, in fondo tutta quanta, è divaricata tra alcune scelte, consapevoli o meno, che fanno del nostro mondo un luogo molto grande oppure molto piccolo. E’ questa la dialettica eterna tra sicurezza e libertà. Tra l’una o l’altra cosa. Talvolta nessuna delle due, ma mai entrambe.

Il mondo, per come ce lo si rappresenta, o è un luogo estremamente confortante, o un posto dove l’inquietante è sempre dietro l’angolo. Va da sé che i più scelgono la sicurezza. Poiché per andare a fondo delle cose talvolta bisogna affondare, mettere la testa sotto, e mancare nel respiro. Una cosa assai spaventevole, la sola quale consente di vedere tuttavia le cose per quello che sono e non per ciò che piace raccontarsi.

A staccarsi dalle certezze, ed entrare nel “tempo verticale”, ovvero sacro, si fa fatica, ed è percorso che si fa sempre in solitaria. Normalmente abbandonando – spesso previo naufragio – le galère dove si remava tutti insieme sì, ma incatenati, per affidare le proprie sorti a natanti di più modeste dimensioni. E solo allora si scopre quanto possa essere sconfinato, maestoso e agghiacciante, l’Oceano. 

Io per conto mio, sono un uomo su un barile.

La Consolina

I cani e i santi

Wof, Wof. Qualche minuto di silenzio cui seguiva un’altra salva, wof, wof! Il vecchio Fedro aspettava che qualcuno passasse davanti al cancello tutto il giorno, con la cocciutaggine che gli uomini dovrebbero invidiare ai cani. Non era cattivo e manco ci assomigliava.  Ma abbaiare era come un dovere, e non si sarebbe sottratto.

Il tempo tuttavia si srotolava come un tappeto cencioso, e trascorrevano a quel modo ore senza che passasse anima viva, così il macilento spinone finiva per prendersela con tutte le cose che si scuotevano distanti – i panni stesi della vedova Martucci, o le imposte lucide del Floriano -. Ma, inevitabilmente, alla fine prendeva ad accontentarsi, con minor convinzione, di quelle che si muovevano solo nella sua capoccia; un’ombra, un riflesso, un alito di vento scampato ai viottoli. A un tratto, però, drizzò le orecchie e chiuse la bocca, ché ci sentiva meglio senza sbavare, e squadrò cogli occhi stretti il muretto del municipio, indeciso se abbaiare in anticipo e far prendere uno spavento al forestiero, oppure aspettare per vedere se arrivava qualcuno di conosciuto. 

Pochi secondi e riconobbe uno scalpicciare rapido e asimmetrico; il cagnaccio s’avvicinò alla rete, la testa docile e la coda bassa che s’agitava come un metronomo scassato per ottenere qualche carezza o un tozzo di pane, ma si sarebbe accontentato di una parola di zucchero. Era di poche pretese il buon Fedro. Tuttavia non era la giornata giusta e, quando la sagoma femminile tozza ed energica gli sfilò davanti senza rallentare, deluso si arrese, tornando a sdraiarsi sul fianco, annusando appena una foglia secca che dall’ultima volta, chissà, poteva anche essere diventata una galletta. Ma niente. Così tornò ad assopirsi nel sonno troppo sognato dei cani.

La donna non l’aveva degnato di uno sguardo. Di solito almeno una parola riusciva a lasciarla giù, ma quel giorno passò come una freccia, che quasi s’era scordata la gamba più corta. Era corpulenta e tarchiata tuttavia agile, con le braccia flaccide che s’agitavano ai fianchi, come bielle di una locomotiva, tipo quella buffa disegnata nell’atrio della scuola materna. Che poi di bambini alla scuola non se ne vedevano da secoli, e il trenino buffo disegnato s’era immalinconito, sbiadendo fino a scomparire o quasi. Da quanto tempo non c’era stato più un monello? Neanche le veniva in mente. E mica era giovane, oramai era vicina a contare settanta primavere, sebbene dimostrasse ancora una vitalità sproporzionata. Non fosse stato per la zoppia avrebbe ruzzolato su e giù per i viottoli del paese come un pischello che gioca a Tela. E anche col piede offeso, finiva per farlo molto più spesso della maggior parte dei compaesani.

No, che non c’aveva tempo per Fedro. Una giornata così… E dire che quando era scesa aveva in mente di chiedere a Gustavo il salumaio, un osso di porco – e lo sapeva che nel retro teneva quelli più succosi per il Labrador del Sindaco – ché lo vedeva sempre più smagrito. Avrebbe addirittura insistito, litigare quello no. Non litigava con nessuno, aveva un cuore buono. Ma aveva incontrato la Severina, vicino alla bottega con quella notizia – e che notizia! -, perciò aveva tirato su il rognone prenotato il giorno prima, e due carote per la cena, ché anche la spesa lunga doveva aspettare. 

Gli occhi, piccoli e scuri, brillavano di febbre curiosa mentre gli sbalzi del selciato si propagavano sulle guance come schiaffi sulla gelatina mentre svoltava per l’Asinera, che menava dal paese a casa. La Consolina non rallentò neanche per la pendenza, sebbene quando arrivò nel punto dove il sentiero si infossava, e doveva fare attenzione alle pietre grosse, dovette fermarsi per forza. Certo con un bastone avrebbe saggiato i passaggi in anticipo, guadagnando in tempo e velocità, ma non c’era verso di farglielo tenere; chi lo voleva un bastone? Era da vecchi, i vecchi vecchi cioè, e lei non ci si voleva sentire. Glielo aveva suggerito Cornelia, quella che teneva i polli e i conigli, e la stessa Severina. Persone gentili, che si conoscevano da sempre, e che non si facevano beffe della sua camminata. Il sindaco che c’era prima, Tolomeo, aveva addirittura inventato una specie di lotteria per farle vincere, col trucco, il premio ch’era guarda caso un bastone per camminare, arrivato punto dalla valle. Ma lei niente! Aveva accettato perché rifiutare era da cafoni, e non era una maleducata, di litigare non c’aveva il cuore con nessuno, poi però l’aveva portato al fienile e nascosto sotto alle balle, casomai veniva la polizia dei regali a controllare che i vincitori non buttavano i premi. Di invecchiare lo sapeva bene, mica le dispiaceva; anche perché gli anni della gioventù non erano stati poi così diversi da quelli venuti dopo, ma andare in giro con la verga come le arpie di quando era bambina, proprio non poteva. Cattive nel profondo. Superate le grosse pietre, dosando agilità e prudenza, concluse l’ultimo rettilineo che l’avrebbe condotta nell’aia del cascinale. Come di consueto, quando superava il masso che sanciva la fine del sentiero, strillò con la sua voce acidula:

“Va là che sono io, la Consolina.”

Non ricevette risposta, nemmeno l’aspettava, mentre calpestava l’ultimo sterrato che portava all’uscio di casa. Scansò con un gesto ebbro di consuetudine le cinghie di plastica colorata, pendenti tra lo stipite e il pavimento, che facevano ombra e tenevano lontani i calabroni. Col freddo, quando d’insetti in giro se ne vedevano meno, le ritirava dietro il pomello, come fossero i capelli di una smorfiosa dietro l’orecchio. L’ansia di raccontare s’era un po’ placata, affiancata con l’idea dello stufato da preparare, e la preoccupazione che ci fosse del vino aperto – altrimenti doveva scendere in cantina, e non le piaceva, per l’umidità mica i gradini – ma non appena scalzò le scarpe aiutandosi coi pollici e contraendo le labbra con le smorfie di reumatismo, il ricordo della cosa più importante sbucò di nuovo come una marmotta dal suo pertugio.

“Uè, sapessi cosa mi hanno detto giù al negozio…”. Parlò sottovoce, con gli occhi bassi, sembrava un giuramento vendetta, come faceva quando temeva di perdere il filo. Quando si sentì sufficientemente sicura, si rammentò delle altre cose, cercò con gli alluci le pantofole, finite come sempre sotto la stufa spenta, e si liberò della spesa. Dalla borsa di corda sbucò un canovaccio di giornale, flaccido e gocciolante come il cuore che re Davide aveva strappato dal petto di Golia.

“Accidenti!”, bisbigliò mentre contemplava le gocce cupe che l’avevano accompagnata dall’ingresso, certe col segno della scarpa. Un lavoro in più, che tanto ne aveva già pochi, si commiserò soltanto un pochino. Compatirsi era distante dalla sua natura, non meno del bastone lasciato marcire sotto la paglia. Avrebbe potuto lagnarsi della strada che doveva fare fino a quattro, anche sei volte al giorno, che doveva pensare a tutto senza nessun aiuto. E non era più una ragazzina, eh no! Ma non le veniva. La verità era che non voleva nessuno a impicciarsi delle cose sue. Finché ce la faceva, ce la faceva, e poi un posto al Camposanto mica glielo avrebbero negato. Quanto a Santino, beh, non è che ci avesse mai pensato troppo. Dipendeva da lei come un neonato, e che la loro vicenda fosse legata da un doppio filo non era un mistero.

Emise un lungo sospiro – non per la fatica, da cui sembrava immune ma per la sporcizia -, poi gettò il rognone sul tavolo di resina. Abbandonò la borsa di corda sulla spalla della sedia più vicina; tra le maglie grosse si vedevano le carote, preservate chissà come dal sanguinamento.

Prima di cambiare stanza si concesse un piccolo vizio, trasse dallo scolatoio un bicchiere grande, le pareti zigrinate e il fondo spesso, che a guardarci dentro faceva un effetto; poi prese il fiasco incastrato tra la stufa e la parete, lo stappò e controllò che ve ne fosse abbastanza per la cena, poi si versò un dito di liquido nero come il sangue sul pavimento, e lo deglutì d’un sorso. Ma si paralizzò, col bicchiere laconicamente vuoto, pentita con un istante di ritardo, anche se tutto ciò che le venne fu di accompagnarne la focosa discesa con una mano sullo sterno. Gli occhi rotearono senza trovare l’asse giusto, poi dopo l’esitazione, riempì per metà nuovamente il bicchiere. Alla malora se mancava per la cena.

“Ti va un dito di vino?”, domandò con la voce che aveva perso l’acutezza e s’era fatta più melliflua, quasi dovesse venderlo al mercato, “Eh, ti va un goccio?”

Attraversò nella direzione opposta il corridoio da cui era appena venuta, attenta a non calpestare la sporcizia, ignorò l’ingresso e si inerpicò su una scala ripida, comparsa dal nulla. Aveva una tale confidenza coi pioli che lì superò senza dover coprire la sommità del bicchiere con la mano. La levata terminò su un mezzanino di legno cigolante, coperto alla bell’e meglio con un tappetino rosso, dove erano disegnate le greche e i ghirigori persiani – almeno così le aveva detto il Borghetto, quello del mercato – con delle lunghe frange bionde, oramai sbiadite dalle spazzolate e dagli anni. Le travi del pavimento protestarono blandamente, fino che non trovò una piccola porticina. Dovette incunearsi un poco. 

L’arredamento della stanza al piano era diverso da quella da basso, pieno di cose ovunque, come se solo lontana dall’ingresso aveva potuto infischiarsi di tutto e mettere le cose che amava di più. Una specie di segreto che, anche a causa della condizione del Santino, che non poteva vedere nessuno e che non poteva ricevere nessuno, avrebbe fatto meno fatica a preservare. La finestra era aperta, col ramo del ciliegio lì a un braccio, che durante le settimane della raccolta si poteva fare una scorpacciata soltanto sporgendosi. Adesso era pure meglio, perché al posto delle amarene profumate si potevano ascoltare le ciarle delle Peppole e i Lucherini, indifferenti ai curiosi, commentare le frizzanti giornate estive. Per tacere ci sarebbe stata la stagione fredda. A stare in silenzio, ma in silenzio per bene, si poteva vedere anche lo scoiattolo fare un balzo da un ramo all’altro, o arrotolarsi frenetico un seme tra le zampe, cogli occhi sbarrati e le zampe contratte, pronto a svanire al primo soffio. 

Consolina adorava la finestra, e quella stanza, ingombra di oggetti affastellati un po’ ovunque. Il sofà intarsiato di velluto rosso, con sopra i lavori a maglia, pronti da riprendere la sera, il tavolino alto di bambù sopra il quale non aveva ancora trovato il giusto abat-jour, la credenza di legno pesante e scuro, dove erano una decina di Capodimonte, poggiati ciascuno sul proprio centrino, che rappresentavano vecchi o bambini, come ci fosse nulla nel mezzo. Gli anziani potevano passeggiare con le mani nodose dietro la schiena, o dar da mangiare agli uccellini, i secondi compitavano su un quaderno, oppure finivano con le guance arrossate dietro la lavagna per una marachella. Il suo preferito era un bimbo coi pantaloni abbassati, intento a orinare sugli attrezzi del babbo – un martello e una sega – mentre veniva scoperto e si voltava con gli occhi sbarrati di paura. 

Sullo spigolo c’era la pendola a scandire i pomeriggi coi suoi tetri contraccolpi allo scoccare dell’ora, che s’annunciava con un cigolio lagnoso, come quando s’apre un cassetto chiuso da troppo tempo, e poi la scampanio afono, perché da quando s’era ammalato Santino la Consolina aveva pensato bene che non era così importante conteggiare lo scorrere del tempo con tutta quella pompa, e quindi l’aveva imbottito con uno strofinaccio. Di fronte al sofà c’era il tavolo rotondo, col tappeto verde e i fiori blu e gialli, che scendeva fin quasi a terra, così spesso che anche quando Santino l’aveva bruciato col sigaro – uno sbaglio per carità di Dio, cominciava a non stare bene in quei mesi, e ogni tanto gli cadevano di mano le chiavi, o la forchetta –, aveva stabilito di tenerla così, ché un rammendo non si poteva, e di buttarla proprio non se ne parlava. Fece piuttosto un centrotavola tutto nuovo con la maglia, più scuro e fitto degli altri, e ce lo mise sopra, compiacendosi del risultato sin troppo per restare sincera. Ma tanto lì sopra ci stava solo lei, e il suo Santino, perciò alla fine delle otto sedie massicce con gli schienali alti e imbottiti – parevano troni senza re e regine -, sei erano state ribaltate l’una sull’altra, e allineate lungo l’unica parete libera, e infine ricoperte con un lenzuolo uscito definitamente dal suo scopo. Un’altra fungeva da appoggio per il cesto del cucito, coi manici lunghi e le levette con cui s’apriva lo scrigno d’un tesoro. Poiché si trattava davvero di un tesoro, almeno per la Consolina: tutti i suoi aghi, i ditali d’ottone, l’uovo di pomice per rammendare i calzini, i rocchetti del filo colorato, la bobina di quello bianco per imbastire, i nastri e le fettucce, tutte in disordine, a moltiplicarne la ricchezza e la sorpresa ad ogni apertura. 

Sull’ultima sedia, accanto al tavolo in modo che potesse godere la finestra spalancata, c’era un uomo. Stava con la schiena rigida, e la mano sinistra chiusa sulla seduta, come si apprestasse ad alzarsi. La destra invece era poggiata sul tavolo, e tamburellava un morse inudibile, con i polpastrelli  a sfiorare il pianale. Anche la bocca umida, sembrava seguire una partitura segreta, senza sosta. Aveva i capelli bianchi, bianche erano le folte basette che scendevano come ruscelli d’argento intorno a una pietra rugosa. Soffici batuffoli fuoriuscivano anche dai padiglioni e le narici, a compensare il ritiro senile delle cartilagini. Le altri parti del volto erano glabre, rasate con cura di recente, un dettaglio a cui la moglie non avrebbe rinunciato per ragione alcuna. Gli occhi grigi erano irrequieti, e vagavano nel tragitto tra la finestra e la porta alla ricerca di un dettaglio, una spiegazione che tardava a venire. Portava i pantaloni d’un pigiama grigio, di tessuto pettinato, e una giacca militare verde oliva, con le mostrine colorate ancora perfettamente visibili. Faceva contrasto con la divisa un bavaglio di stoffa, sotto il mento, riciclato da un bambino di molto, molto tempo prima.

“Ti ho portato una cosa buona!”, disse Consolina coprendo adesso il bicchiere con la mano per una sorpresa che per lei aveva senso, “Ti va un po’ di vino? Poco poco, un goccio soltanto, che ne abbiamo anche per la cena?”

Spostò il cestino per terra poi, dopo avere lasciato il vino sul tavolo, afferrò con entrambe le mani il trono e, trasse faticosamente lo schienale vicino al tavolo, fino a comprimere il diaframma. Porse così dapprima il bicchiere al marito, quasi potesse brandirlo da solo.

“Stufato!”, rispose la Consolina a una domanda invisibile, non appena ritornò il fiato. Poggiò nuovamente il bicchiere. Da seduta si mise a guardargli il volto con la perizia di un tagliatore di diamanti, ma tutto quello che doveva fare era strofinargli il bavaglino sul rivolo di bava, affrancato del controllo di muscoli e mucose, affiorato sul mento dalla mattina. Il pannolone lo avrebbe cambiato dopo, mica faceva la corsa.

“Eccolo qua, tutto perfetto e asciutto, come piace al suo amoruccio.”

Santino per un attimo sembrò riluttante non per la toeletta, ma del tono puerile con cui era stata impartita, un lieve mugugno di protesta che si perse immediatamente sotto i colpi di tessuto.

“Allora, lo beviamo un goccetto, che fa sangue?” Prese risolutamente l’iniziativa, porgendogli delicatamente, ma decisa, il bicchiere in prossimità del labbro inferiore, aspettando un via libera che non poteva essere dato. Lo inclinò lentamente fino a che, non potendo rinunciare al respiro, il marito cominciò a trangugiare la libagione, sebbene la maggior parte finì su bavaglia e giacca. Poco male, pensò Consolina, gratificata come ogni volta che riusciva a fargli trangugiare qualcosa a prescindere dal grado di imposizione. Posò infine il bicchiere semivuoto. Appoggiò le mani sulle ginocchia al Santino, poi con gli occhi luccicanti, si apprestò a raccontare la clamorosa novità .

“Allora, non hai idea di cosa sono venuta a sapere oggi.”

La Severina (da “I peccatori d’acqua dolce”)

La Severina

Il campanello squittì trascinandosi un cigolio lungo e lagnoso. Sarebbe stato sufficiente una goccia d’olio sullo stipite per ridurlo al silenzio una volta per tutte, ma oramai la merciaia e le sue clienti ci s’erano abituate. Quasi più familiare dello stesso scampanellio, annunciava clienti e comari, che venivano a bottega per comprare un nastro, una cerniera, due bottoni o, se capitava, chiedere per un rammendo. Che poi bottega si faceva fatica a chiamarla, perché non c’era il bancone né la vetrina, e le merci più che esposte erano sparpagliate per la stanza, con un disordine che nulla lasciava presagire che il commercio. Tuttavia la Severina in quel bailamme non perdeva nulla, nemmeno un ditale, e quando ci si recava a ritirare un paio di pantaloni cui aveva fatto l’orlo, li sfilava senza pensarci da una pila qualsiasi, rammendati e stirati impeccabilmente, con una specie di scontrino – scritto a mano, con la matita grossa – fissato con lo spillo alla tasca o al risvolto. 

L’idea l’aveva veduta in una sartoria di classe, tanti anni prima che neanche ricordava. Era poco più che una bambina, la Severina, una delle poche volte che col padre s’era avventurata giù in città. Dovevano comperare delle cose, ma lei in quel locale grande s’era incantata. Ci lavoravano almeno dieci persone, per lo più ragazze poco più grandi di lei, correvano qua e là, prendevano le misure, piegavano i vestiti con gesti esperti e meccanici, indossavano tutte un camice verde come le infermiere. Tenevano gli occhi bassi, né sorridevano mai, svolgendo il lavoro con l’attenzione di un chirurgo, o il pilota di un battello tra gli scogli. N’era rimasta così sopraffatta che, anche quand’era tornata a Bordomundi aveva continuato a fantasticare su di un posto come quello. 

Non era mai stata bella, neanche da ragazza quando la natura è generosa a con tutte, o quasi. Ecco, lei anche allora faceva parte del secondo gruppo. Aveva i fianchi e le caviglie massicce del babbo, da pescatore, gli occhi a palla, il volto asimmetrico e stralunato. I capelli grigi e stopposi neanche li curava più, affidandoli a una molletta grande e vaporosa. Dalla madre invece non sapeva dire cosa avesse preso. Se n’era andata ch’era ancora piccina, a inseguire un fantomatico lavoro in Canada, e il padre avrebbe dovuto prendersi cura di lei. Non gli piaceva parlarne, anche perché a seconda di quanto aveva bevuto, la versione cambiava, ora l’Australia, il Belgio o l’Argentina, un’altra volta ch’era solo una puttanella, perciò alla fine la piccola aveva smesso di chiedere, così da mantenere la parvenza poiché non poteva il ricordo, di una immagine dignitosa. Per un po’ s’era raccontata una storia bella, dolce come le caramelle, poi le caramelle l’avevano stufata, e non aveva voluto più sentire storie. 

Suo padre un po’ lavorava e un po’ no, e i soldi quando c’erano, li spendeva per bere, o per cercare una baldracca alla sponda. Era stata piuttosto la piccolina, da quando aveva otto anni o giù di lì, a doversi occupare delle faccende di casa, preparare la cena, rifare i letti, e di quando in quando scendere da basso ché sentiva i passi biascicare nel portico, e tirare in casa il babbo prima che rovesciasse lo stomaco all’aperto.

E lei mai che si lamentasse. Aveva capito molto presto, anche troppo, di non essere un buon partito, e aveva accettato la cosa con decorosa sofferenza. Anzi, quella vita sacrificata dietro l’uscio della casa paterna le aveva fatto guadagnare una forma di considerazione densa e luttuosa presso le donne più attempate, un rispetto muto e commiserevole che, ne era certa, un giorno le sarebbe valso a qualcosa. Quel tempo poi era venuto prima di quanto si aspettasse. 

Un lunedì mattina il padre si era presentato stranamente sobrio, pettinato a dovere e con le guance irritate dalla rasatura. S’era portato una delle sue zoccole dalla sponda, e stavolta se l’era pure sposata. Era una donna giovane, poco più grande della Severina, ma le caviglie sottili, gli occhi verdi e un seno dritto come lo gnomone della chiesa. Il padre la guardava non cogli occhi degli innamorati, ma di chi ha vinto un trofeo da esibire. Questa volta la Severina non l’avrebbe perdonato. Tuttavia il rancore rancido le fece sopravvalutare il proprio ruolo, perché una donna ora l’aveva, sebbene non sapesse riconoscere un tegamino da un mortaio. 

Le cose precipitarono, perché Ludmilla, la troia, come Severina l’apostrofava con le poche amiche, l’odiava e lei altrettanto, e nessuna delle due faceva nulla per nasconderlo. E al padre, palesemente, poco ne calava. Due serve si ritrovava, e con una ci poteva fare i porci comodi. Severina se n’accorgeva che era stata una di quelle notti quando si alzava all’alba e trovava Ludmilla seduta in cucina, che fumava, o guardava fuori la finestra. Aveva magari un occhio pesto, o un livido sul braccio. Capiva bene, ma non le diceva niente. Avrebbe potuto manifestarle un po’ di compassione femminile, avrebbe dovuto. Ma non le riusciva, e finiva per detestare quella cagna ancora di più. Perché non se ne andava? Com’era arrivata poteva levare i tacchi, e sbattere la porta dietro di sé. Nessuno l’avrebbe rincorsa. Neanche il padre. Era una gara, tra le due donne, a chi odiasse di più l’uomo immondo, lercio di peccato ed egoismo, gonfio di lussuria e alcol, una sfida senza pietà per l’antagonista. 

Severina, lei no, non poteva andarsene. Non aveva potuto durante gli anni ch’era una ragazza e neanche dopo; quando il pensiero l’aveva solleticata don Protaso, era stato molto chiaro su questo punto: “Ma, figliola cara, dove potresti andare? Il tuo compito è restare nella casa domandando a Domineddio la forza per portare la Croce. Perché il Signore non ci consegna mai pesi troppo gravosi da sostenere.” Diceva così, perché mica li doveva portare lui i pesi. Però era troppo sfinita per non dargli retta. Ché i preti mica lo dicono, ma certi fardelli uno mica li sopporta per salire sulla croce, ma per mancanza di alternative, o di immaginazione.

Severina non si affrancò dal suo ancora per molti anni. Più di don Protaso, che fu stroncato da un infarto, la mattina, seduto nel confessionale. Forse il Signore l’aveva chiamato a sé prima che una delle anime del Bordo venisse a fargli le pulci per i giudizi che affettava come la lonza magra. E dopo la morte di don Protaso non venne più nessuno, ma a quel punto alla Severina non importava più. Fosse venuto anche il Papa i suoi guai se li sarebbe tenuti per sé. Pochi mesi dopo don Protaso anche il padre aveva tolto il disturbo; mentre tornava a casa ubriaco era precipitato giù dal Pendaglio. L’aveva chiamata il brigadiere Luciano. Era venuto a prendere lei e Ludmilla, che s’erano sedute sul sedile posteriore. Non avevano parlato mai, né fatto domande, anche se il brigadiere continuava a dare spiegazioni lunghe e affatto necessarie, a dire che dovevano pazientare ancora qualche minuto, che poi avrebbero capito tutto. Erano arrivati sul ciglio del promontorio, un punto dove tiravano raffiche di vento così forti che il brigadiere s’era messo in dovere di aprire le braccia, a evitare che le donne venissero portate via. Poi con cautela le invitò a sporgersi, piano piano, giusto per vedere se riconoscevano la macchina. Una cautela non necessaria, perché né Severina né Ludmilla, intendevano seguire il porco giù nel burrone. Si sporsero senza tentennamenti. Nessuna vertigine avrebbe loro portato via la visione della fine dei tormenti. Cinquanta metri sotto, rovesciata sulla schiena, c’era la macchina del padre. O meglio la metà posteriore, mentre l’altra era sparita tra i flutti. Anche il padre era rimasto per metà spiaccicato sulla roccia, mentre il tronco, le braccia e la testa erano stati direttamente inghiottiti dalla bocca dell’inferno. Non che si riconoscesse ciò che era rimasto del corpo, perché faceva tutta una massa fumante con le lamiere contorte e i liquami viscidi dell’auto. Severina non era impressionata, e non lo sarebbe stata neanche se avesse riconosciuto, che so, un osso spappolato, oppure una macchia di sangue colare sulla roccia; non era ovviamente addolorata, ma nemmeno sollevata. Era delusa, piuttosto, che la fuliggine mattutina le facesse percepire tutto come ovattato. Faceva freddo. Vedeva la strada che univa il promontorio di Bordomundi con il continente davanti a sé; una sciabola d’argento conficcata nel costone della montagna, che compariva e scompariva, lottando contro le volte e sporgenze brulle. Non sentiva niente. Una qualità del vuoto inspiegabile. Non era preoccupata del futuro, ma neanche si sentiva come se la croce – che il Signore e lo zelo di don Protaso s’erano prodigate non risparmiarle – fosse sparita di colpo. Non era più leggera. Semmai era in una campana di vetro; tuttavia il vuoto era esattamente ciò che voleva avvertire. Come quando si toglie il giogo a una bestia che ha tirato per anni l’aratro, che non conosce altro, dapprima si sente strana, e quasi non vorrebbe. Ecco cosa avveniva in Severina. Il niente le causava un riallineamento interiore, che tutti gli organi fossero fuori posto e avevano preso a cercare la posizione giusta. Poi si voltò e vide, come in uno specchio, la stessa espressione in Ludmilla. Uno sguardo identico al suo. La avvertì vicina come non erano mai state. Senza pensarci, e senza ricordare ogni cosa, le afferrò la mano. Il brigadiere Luciano se ne accorse, e si commosse. Pensò che in fondo doveva essere stato un brav’uomo, a scapito delle dicerie.

Dopo che il padre s’era sfracellato non successero molte cose. In paese non se ne parlò che per qualche giorno, anche perché in tanti scommettevano che avrebbe fatto una fine del genere, e certi pure gliel’avevano augurata. Dopo quel vincolo, tutto femminile, sancito davanti al Brigadiere Luciano che schermava le donne ai colpi del vento, queste non sentirono mai l’esigenza di duellare sull’eredità. Che poi quattro muri erano rimasti che il maiale non s’era venduto per bere. Tuttavia fu proprio Severina a chiarire il punto sin da subito, che la casa non le interessava, se la poteva tenere tutta quanta. E, se non aveva nulla in contrario, avrebbe tenuto esclusivamente la bottega del nonno – poco più di uno scantinato – dal quale avrebbe ricavato la bottega da merciaia, come quella veduta in città secoli prima. Insomma, una specie. Si sarebbe cucita anche un camice verde. 

Ecco, di due cose poteva essere grata al padre, averla portata quel giorno a vedere la grande sartoria che s’era incastonata in fondo alla sua anima, e d’avere tenuto le sue lerce mani lontane dalla bottega, che altrimenti non avrebbe potuto farci nulla. Prese anche a viverci, perché la stufa nel retrobottega ci stava a pennello, e il bagno suo nonno era stato assai previdente a farne costruire uno, come sapesse. Quanto al dormire, non è che Severina dormisse tanto; le bastava la poltrona sulla quale di giorno poggiava la metà delle cose imbastite, e di notte reclinava lo schienale quel tanto per non stare con la colonna diritta. Molto presto le donne del paese si accorsero del negozio e, chi per rammendare i calzoni del marito distratto che s’era impigliato in un rovo, chi per lamentarsi del marito distratto, che s’era dimenticato l’Anniversario o l’Onomastico della suocera, arrivavano da lei. Dapprima alla chetichella (in fin dei conti per tutti quegli anni aveva vissuto come una reclusa, e prima di guadagnarsi la fiducia, fosse anche per una cerniera lisa, o il bottone della blusa scolorito, ce ne voleva), poi sempre più assiduamente. Era brava, ma non era quello. Aveva reso la bottega un luogo speciale, con tre o quattro seggiole disposte in un semicerchio, le pile dei vestiti alle spalle, un piccolo quadro dai colori tenui, ove erano rappresentate altre ricamatrici, e la stufa su cui, estate o inverno, sbuffava leggera una teiera. Ludmilla oramai aveva venduto la casa a un farmacista della valle (che però s’era fatto vedere col naso all’insù per un paio di ricognizioni prima di firmare col notaio, poi più niente), aveva fatto le valigie una mattina di febbraio, poi vestita di tutto punto era scesa a bussare alla bottega. Era bella e luminosa, come la fata delle fiabe. Lei e Severina dal funerale – c’erano andate, a fatica – non avevano più parlato. Non erano diventate amiche, non c’era bisogno. Quella stretta di mano, davanti all’orrido di Bordomundi, aveva sancito qualcosa di più, o di molto meno di un’amicizia. Avevano capito, punto. E quando si capisce le parole non servono più.

Quella mattina era la Candelora, il giorno più freddo dell’inverno. Ludmilla era vestita per bene, come il giorno in cui aveva fatto capolino in paese. Quando aprì la porta non erano ancora le sei, Ludmilla era paonazza per il gelo. Non sorrideva. Severina nemmeno ricordava d’averla mai vista sorridere. Dava l’impressione, in ogni circostanza, d’averla appena scampata da una bombola che esplode, o il fiume che si porta via la casa. Ecco, sembrava una che sopravvive a un cataclisma al giorno, e che già si prepara a quello successivo.

“Sto andando…”, disse col suo accento. Parlava un italiano così accurato come solo uno straniero. Severina non sapeva cosa dire, allora la invitò a entrare per un tè.

“L’autobus passa tra dieci minuti.”, ribadì Ludmilla senza che risuonasse come una giustificazione. Se ne restò, invece, ancora lì in silenzio, imbambolata per il freddo, o l’imbarazzo.

“Cosa posso fare per te?”, domandò la Severina, cercando di adeguarsi alla donna intirizzita che la fissava. Ma quella neanche l’aveva ascoltata. Poi, dopo altri istanti di imbarazzo, prese a trafficare con una tasca sul retro della gonna:

“Ho una cosa per te.”

Dopo essersi rigirata un paio di volte, estrasse una busta gialla rigonfia, aperta e lisa che a riempirla doveva aver fatto numerosi conteggi e ripensamenti. 

Non sapeva cosa dire. Si limitò a un “grazie”, pieno d’impaccio e stantio persino a lei. Teneva ancora la busta con due dita, senza essersi decisa tra il disgusto o la gratitudine, che Ludmilla di slancio fece un passo verso di lei, e la strinse a sé con un abbraccio tenue e disperato. Non disse nulla, non piangeva. Prima che Severina potesse stabilire un atteggiamento consono, s’era già ritratta, e scalpicciava verso la piazza. “Addio”, disse quando oramai era distante. “Addio…”, rispose Severina sottovoce, prima di richiudere la porta. 

Appoggiò la busta sul tavolo. Era incuriosita eccome, e non si faceva scrupoli a fingere il contrario. Ma c’era qualcosa che le stonava. Un grumo di rabbia, piccolo ma appuntito, che la teneva schiacciata sulla sedia.

Poi capì, improvvisamente: non aveva mai detto addio a nessuno! Non, com’era ovvio, a suo padre, sulla cui tomba avrebbe potuto pisciare. Se fosse stata un uomo l’avrebbe fatto, eccome! Che poi, a dire tomba, ce ne voleva. Una croce di legno, appena dignitosa, in mezzo al rettangolo di terriccio rosso, era. Il nome lo sapeva lei, ed era fin troppo da portare nel ricordo. Magari si seppellissero i nomi. No, lì sotto, nella cassa, c’erano solo gli effetti personali che altrimenti avrebbe dovuto dare alla parrocchia. Per quel che ne sapeva suo padre era una striscia rossa dal costone, giù giù, fino al portone di Satana. Macché addio, alla malora piuttosto. Neanche a don Protaso, a zia Provvidenza, o la nonna adorata. Per nessuno aveva conosciuto lo strappo del congedo, e non fosse stato per Ludmilla avrebbe tirato avanti così. A Bordomundi nessuno diceva addio: la gente campava, lavorava, cacciava qualche bestemmia, qualche preghiera, e poi tirava le cuoia. E mai, dico mai, si diceva addio a qualcuno. Perché nessuno se ne andava. Tutti restavano lì, qualcuno a lavorare la terra di sopra, gli altri a concimarla da sotto. Nessuno prendeva la corriera, che passava lì per dovere mica per tirare su i cristiani. Tutti rimanevano, eccetto le due donne di suo padre. Quel porco era riuscito, a trent’anni l’una dall’altra, a farle fuggire. Ma a sua madre, alla mamma, no, non aveva potuto dire addio. Non aveva bussato alla sua porta, non era scesa avanti al suo vecchio cuore di bimba a dirle, a dirle che?; cosa si racconta ai bambini per non dire “addio”? Non aveva sentito l’esigenza di stringerla a sé, e non le aveva consegnato una busta, un balocco, un ricordo, una cosa qualsiasi che le avesse tenuto caldo per tutti i febbraio della vita. Ecco d’un tratto il rancore sopito dimenticato le salì come una bolla nel latte sul tegame. Era di nuovo la bambina cui viene carpito un segreto, ed estorta l’unica parola che non era mai stata pronta a proferire. Che non sarebbe mai stata pronta.

Ludmilla aveva infranto una promessa che neppure sapeva, superato una soglia trasparente, oltre cui c’era un cespuglio, un rovo sotto il quale si nascondeva la rabbia antica che la faceva fremere come una foglia nella tramontana. Si alzò dalla seggiola, si avvicinò al tavolo e prese la busta gialla, poi si avvicinò alla stufa, dove crepitava la brace tenue. Non appena aprì lo sportello la fiamma si riattizzò, alla promessa di qualcosa da divorare. Senza indugio, senza neanche degnarla d’uno sguardo, depose la busta nella pancia di ghisa, la smosse un paio di volte con l’attizzatoio – a confermare quanto fosse convinta -, poi la richiuse come lo stomaco di un inferno tutto suo che, per quel giorno almeno, poteva dirsi placato. Non appena vide la busta contorcersi fintanto che la fiammella azzurra la lambiva, andò alla credenza a prendere una delle tazze buone. Era proprio il momento perfetto per un tè.

Nero Fradicio

Ricordami
ricordati
quella musica di rose
di tutto il calore, del discreto candore

Questo onnipotente
mio tuo sentire
questa fiera che drena il mio sangue 
che stilla gli anni,
che estirpa le ore

E non sono, non voglio più 
rimanere in questo cielo sguaiato 
c’è solo nero, 
il nero m’ingoia
Non voglio la vita, non cerco la gioia

Tutta questa bellezza
la nostra distanza, 
il dolore mi assorbe
chi cerca altro tempo, chi trova la sorte
L’amore ci rende
soltanto più soli
Non ho più tempo per non amarti

Ma non ti piangerò mio unico amore
perché la sola cosa posso tenere
la stecca di un dito 
sulla cartina, a indicare
il punto più esatto
dove fu vivo
(un palpito lieve, una vibrazione incolore)
il mio esanime cuore

Perché tutto questo dolore?
Perché la neve, perché non le parole?
Allacciati un istante
nello strame di città
prima del ghiaccio, di un buio pallore

Che n’è stato di noi, 
che sarà di me?
Ma non m’importa
di questo bulbo che muore
sopra la testa le torme di uccelli
scheggiano le nubi, adombrano i cieli
si trovano sempre
senza cercarsi, odiando il clamore

Ma non voglio, non posso più
calcolarmi sopra un foglio che brucia
dietro un cielo che urla
della tua assenza, della mia mancanza
Maledetto sia il sole
io rimango
sotto questo manto nero
di  un nero fradicio
fingendo che sono
da molto non ero

Io, come scrittore. Io, come lettore.

Avviso ai naviganti, questo messaggio contiene informazioni personali. Le mie quantomeno. Perché per una volta voglio parlare di me, e intendo farlo “in pubblico”. In questo testo parlerò della mia crescita, e del suo ingrediente principale, il tempo. Il mio.

Ah dimenticavo… ho molte cose da dire.

1965 – 1986 ca.

La prima cosa. Io sono uno scrittore. So di esserlo e, inoltre, so oramai di non poter essere niente altro. Aggiungo che sono pure bravo. Non si tratta primariamente di ciò che “so fare” ma, appunto, di ciò che sono. Lo sono da sempre (per quanto riguarda la bravura per ora c’è solamente l’autoreferenzialità, ancora per un po’).

Per riprendere l’immagine che ha reso celebre James Hillman, nel suo geniale Il codice dell’Anima, la scrittura è da sempre la “mia ghianda”. Anche da bambino, non avrei saputo esprimerlo, né dare un significato, ma in realtà lo sapevo già allora. Le mie fantasie erano tutte rivolte in quella direzione.

Poi c’è la vita, con le scelte del mio primo indirizzo scolastico (mio padre volevi facessi il classico io, per spirito di contraddizione, puntai su agraria), l’azzardo della facoltà universitaria – un perito agrario che passa a studiare filosofia? Oltre a me e Recalcati, non credo ce ne siano molti -. La mia incontrovertibile pigrizia, è tutto lì. Da adolescente leggevo, da bambino ancora di più. Ma come scoprii più avanti, non abbastanza. 

Le pagine di Tolkien fioccavano come nevicata abbondante nella mia mente, e poi autori vari. Attraverso la lettura e rilettura di Carlo Silva, Vengo dalla Siberia, mi innamorai di quel continente congelato. Ma quanto a scrivere nisba…

I miei voti in italiano scritto non erano mai stati esaltanti. Più verso il 5 che non la sufficienza. Non ero mai “ispirato” (uso questo termine che tuttavia non indica ciò che intendo dire). Tuttavia un giorno la prof Daniela ci affibbiò un commento del Candido di Voltaire, scattò un click e, diversamente dalle altre mie performance, lo scrissi d’un fiato, con molta ironia, e una disinvoltura che facevo fatica a riconoscere. Piacque molto. La prof sospettava un plagio.

La ghianda di Hillman

Durante il mio primo anno di università mi accadde una cosa spiacevole, cui accordai – a posteriori – un potere eccessivo nell’ostacolare la schiusura della ghianda. Un alibi. Partecipai a una conferenza di Giampaolo Pansa, intorno al mestiere del giornalista – io che ancora non avevo focalizzato lo “scrivere”, ero arrivato come massima ambizione a immaginarmi appunto come cronista -. A un certo punto disse che per poter svolgere tale professione occorreva arrivare a vent’anni avendo letto TUTTI i classici della letteratura. Nessuno escluso. Dai Fratelli Karamazov fino a Victor Hugo. Essersi dedicati con successo all’Opera Omnia di tutti i mostri sacri. Ebbene, io non rientravo in quel novero. Non avevo ancora focalizzato la mia “missione” e già ne venivo estromesso. E non potevo recuperare, perché differentemente da molti amici già dovevo registrare, oltre alla inabilità alla scrittura, anche una feroce difficoltà nella lettura; la concentrazione che in me lavora (tuttora in modo controintuitivo: più una cosa mi interessa, meno riesco in una lettura lineare) e le diottrie mancanti, che cominciavano a crescere vertiginosamente.

Non so se quella di Pansa dovesse intendersi come una iperbole oppure come un requisito indiscutibile – negli anni successivi mi sarei accorto di tanta gente diventata cronista che non solo, probabilmente, aveva disertato le cattedrali della scrittura indicate da lui, ma forse anche il bungalow di una modesta grammatica italiana -, ma di sicuro io la intesi nel secondo modo.

Sarebbe importante precisare che il processo della maturazione della “ghianda” era ancora profondamente sommerso nell’inconscio, perché lo sbarramento lo avvertì a livello umorale, non di pensiero cosciente. Un fastidio.

1986 – 2000

Negli anni successivi, come si sa, cominciai a insegnare. Dapprima pensavo si sarebbe trattato di un espediente per sbarcare il lunario perché poi le cose sarebbero andate diversamente. Non sapevo come, ma diversamente. E mi sbagliavo.

Di scrivere ancora non se ne parlava (e non se ne sarebbe parlato per un bel po’).

Quando redassi la mia laurea – un bestione di 500 pagine! – ricordo che portai il primo capitolo, abborracciato indegnamente, all’assistente del docente (non farò nomi ma si tratta di una persona rispetto alla quale ho coscienza d’aver contratto un  cospicuo debito di gratitudine; uno dei tanti), la quale pochi giorni dopo me lo riconsegnò pieno di gratti di penna rossa. Un disastro. La sintassi, i contenuti e PERSINO l’ortografia. Sembrava scritto da un ragazzino di prima media, un po’ scazzato pure. L’assistente era sconcertata e me lo scrisse chiaramente. Non era accettabile da parte di un laureando in filosofia. Ricordo che ripresi in mano i fogli e, a un certo punto, scattò “un interruttore” – è proprio la coscienza che ci siano stati, nella mia storia, alcuni di questi interruttori a farmi abbracciare l’idea di Hillman – e tutto cambiò. Un istante prima non sapevo di poter fare meglio, e quello dopo ero oltremodo consapevole del contrario. Quando riportai gli stessi medesimi fogli dalla curatrice della tesi, ero provvisoriamente uscito da un’impasse con la quale, tuttavia, mi sarei confrontato molte altre volte nella vita.

Negli anni ’90, il mio desiderio di scrivere s’era fatto ancora più incandescente. Le parole mi bruciavano dentro, ma non trovavano mai un canale afferente. Ricordo d’aver comprato almeno un paio di registratori con la mini cassetta, perché nelle lunghe attese davanti a una scuola materna a prendere una figlia per poi precipitarsi al corso di nuoto dell’altra – talvolta ore di pausa – provavo a registrami, perché così la sera avrei semplicemente dovuto ascoltare e trascrivere. Niente. Pagine prodotte in quegli anni, nemmeno una. 0 tondo tondo. Neanche un capoverso.

Cosa ci avrei voluto mettere? Veramente, non lo sapevo allora e non lo so adesso; l’impellenza di comunicare precedeva e non di poco il contenuto. Mi domando se non sia sempre così. 

Non si trattava di constatare il presunto valore di cose che non arrivavano MAI al foglio di carta, ma di comunicare me stesso. Un’urgenza sconfinata priva di una vera forma di soddisfazione. Frustrante a dir poco.

Per esempio, durante i primissimi anni di insegnamento – tanto tempo fa – feci un bellissimo sogno, perfetto per costruirci una fiaba. Ebbene, a scapito dei numerosissimi tentativi, non ci riuscivo. Non vi riuscii per più di VENTI interminabili anni.

Di nuovo vorrei sottolineare l’importanza identitaria di questa cosa per me: non riuscire a scrivere era “non poter essere” ciò che effettivamente ero. Una privazione dolorosa.

2000 – 2012 

A cavallo del 2000 arrivarono i primi personal computer (a dire il vero per scrivere la mia tesi avevo – oltre a coinvolgere una schiera di amici volenterosi – usato un patetico Amstrad, un “ciccione” con il monitor a cristalli liquidi da sei o sette pollici, e un mastodontico PC proveniente da un intraprendente laboratorio di carcerati; programma di videoscrittura WordStar, sistemi di salvataggio prima i giurassici floppy disk, da 5 pollici e poi da 3,5); ma, tesi a parte, ancora niente. Arrivò internet, e scoprii i forum in rete. 

Scoprì di poter essere letto e che, talvolta, ciò che scrivevo piaceva. A persone competenti, talvolta. 

Qualcosa di molto, molto gracile si muoveva. Nel 2000 ottenni di andare a lavorare, gratuitamente, all’Ufficio Stampa di una importante kermesse estiva (non importa quale, sebbene non sarà difficile capirlo). Primo ufficio occupato, comunicati stampa. Un lavoro frenetico, dovevo andare a un incontro e, appena finito, tornare in fretta e furia in ufficio a scrivere il “pezzo”. Una sintesi, ad uso addetti ai lavori, di ciò che avevo appena ascoltato. Quattro, cinque incontri e relativi pezzi al giorno. Molta quantità e poca qualità, ma quanto mi divertii. L’ufficio stampa era un piccolo giardino dove la mia ghianda, molto tardi, cominciava ad aprirsi. Era un salottino, frequentato anche da giornalisti “veri”. Ne ho un ricordo grato e intimo. 

Una parete di compensato veniva riempita, ogni giorno, da tutti gli articoli che alla kermesse si riferivano. Intorno agli ultimi giorni, un pomeriggio, lessi un articolo molto polemico verso la manifestazione stessa. Mi arrabbiai molto, mi precipitai alla mia postazione e buttai giù una risposta piccata all’estensore del pezzo. Lo stampai e feci leggere al mio responsabile quello che avevo prodotto. Era buono, e lo sapevo. Gli piacque e mi autorizzò ad appenderlo alla parete, con lo scotch, sotto quello che mi aveva fatto infuriare.

Il giorno dopo il foglio era sparito ma, l’anno successivo, senza alcuna “raccomandazione” mi trovai a lavorare per il “quotidiano”, sempre della stessa manifestazione. Ero stato promosso.

Passarono così quattro anni, molto interessanti, in cui compresi cosa fosse “fare un’intervista”, incontrare persone stupende e cialtroni in ugual misura, e poi scrivere i miei pezzi. Mi piaceva. In fondo Pansa non aveva avuto completamente ragione. Talvolta scrivevo molto bene, altre meno.

Ma dentro di me ardeva altro.

Gli anni successivi sono stati tumultuosi. Verso il 2007 mi presentai presso la redazione di un settimanale, inventando una raccomandazione che in realtà non c’era. Mi serviva un secondo lavoro – e non lo sarebbe diventato mai, specie dal punto di vista remunerativo – ma mi occorreva molto, molto di più, scrivere. Ero ancora un vulcano con un enorme tappo sul cratere. Ottenni la collaborazione esterna (non mi sono mai iscritto all’ordine dei giornalisti e non ho rimpianti in questo senso) facendo alcune esperienze davvero edificanti. Mi venivano affidati dei pezzi, specie redazionali (quindi rozza promozione) ma mi giocai bene le mie carte. Sapevo scrivere.

Continuai così per circa cinque o sei anni.

Ma quanto al vero “scrivere” ancora poco o niente, se si fa eccezione per la fiaba “Io, Maggie e la luna” (2007) il cui nucleo mi si sprigionò dalle dita in un pomeriggio solo. E’ un racconto che oggi scriverei molti diversamente, in un linguaggio “didascalico”, ma i contenuti ci sono. Molte persone, dopo averlo letto, hanno pianto. Qualche anno fa entrai in una classe dove avevo due ore di supplenza. Non era una mia classe, ma mi ci trovai bene. Gli proposi di leggere “un mio racconto”. Lessi l’unico che avevo. Passarono altri mesi e per una nuova supplenza tornai in quella classe. Domandai se si ricordavano di me (narcisismo!), mi risposero di sì, ero il prof che aveva scritto “la fiaba del fiore e la farfalla”; in cerca di adulazioni domandai, vago, se fosse loro piaciuto e una ragazza, mi guardò dritto negli occhi e mi disse, serissima, “Prof, quel racconto mi ha cambiato la vita.” Mi dà i brividi a ripensarci. Ma se cercavo gratificazioni diverse da questa non ne avrei avute, perché quella ragazza aveva costruito un rapporto “speciale” con la mia fiaba. Non con me. Di me,  se avessi scritto altre cose, giustamente, non le importava nulla. Giustamente. I miei personaggi non erano me e non mi appartenevano. 

Tuttavia la mia scrittura non avrebbe avuto ancora adeguata soddisfazione. Avevo il mio bel laptop a casa, ma di inanellare storie o considerazioni “mie”, non se ne sarebbe parlato. Perché – ecco un altro dato importante – io IN CASA non riesco né a scrivere, né a leggere.

Quanto alla lettura, fondamentale nel mio processo di maturazione, ero ancora in ritardo. Tuttavia nel 2007, nell’arco di pochi mesi, dovetti dire addio a due automobili diverse. Rimasi per tre o quattro mesi appiedato e, abitando da mia madre, cominciai a viaggiare in Tram. Forlanini Mac Mahon era un tragitto interminabile, così presi a piluccare la libreria di mamma. C’era un’intera collana di “Classici” (di certo una parte di quelli cui aveva alluso Pansa trenta anni prima) e in quelle giornate autunnali presi a leggere voracemente come non sospettavo. Nella mia gerla caddero Dino Buzzati, Remarque, Boll e molti altri. Purtroppo non ebbi la saggezza di afferrare quanto fosse importante quel lavoro – e come sorprendentemente potessi consentirmi i libri cartacei: ora non potrei – perciò al più presto acquistai una nuova automobile e a girare con quella. Arrivederci ai tram, arrivederci alle fondamentali letture.

2012 – 2018

La vera svolta però avvenne nel 2012. Ero a casa di mio fratello e lui, a un tratto, estrasse un oggetto che fino a quel momento avevo visto solo negli spot della Apple. Era un iPad. Mi sembrava uno strumento eccessivo e ridondante. Che farsene di tanta tecnologia in uno spazio così ridotto? Tuttavia – per fortuna – la curiosità ebbe la meglio sul preconcetto e, giusto per gioco, provai ad aprire un documento e usare la tastiera virtuale. Non era così male, niente male davvero. Capì che mi serviva come l’acqua nel deserto. Ma non potevo comprarlo in quel momento. Mio fratello allora – ecco un debito di gratitudine taglia XXL – me ne regalò uno intonso. Smisi di andare a scuola con la macchina e ripresi la straordinaria idea di ricominciare con i tram. E l’iPad era una ENORME possibilità SIA per la lettura QUANTO per la scrittura.

Sulla metropolitana era di una facilità disarmante leggere gli ebook sulla applicazione kindle, mentre il pomeriggio, dopo la scuola, mi era sufficiente fermarmi in un bar – alcuni come quello autogrill sotto la metrò di Famagosta, li amai profondamente -. Tutt’ora il mio programma di editing preferito è Pages. Per fare un esempio il sogno fatto nel 1988 diventò in pochissimi mesi un racconto completo, di una settantina di pagine. E presto ne giunsero altri. Certo i miei personaggi erano (e per un certo verso continueranno ad esserlo) fossili e vegetali: conchiglie, margherite, un salice, un gruppo di persone chiuse in una stanza. Ero stato immobile per tanto tempo, come potevo mettermi a correre? Ma il vulcano era alfine esploso e la lava copriva ogni cosa intorno a me.

Commisi tuttavia l’imperdonabile peccato di superbia, già riscontrato alla mia laurea, che mi bastasse l’accensione di quest’ultimo – pensavo – interruttore per raggiungere l’editoria, eccetera. Ma mi sbagliavo. La lava può diventare un territorio molto fertile, ma devono passare anni, deve raffreddarsi e deve specialmente essere lavorata. Talvolta erano le mie dita a scrivere, la mia anima non ne veniva nemmeno coinvolta. La mia “lava” erano concetti e immagini fino a lì inespressi, che sgorgavano come grida nella notte. Cominciavo a essere uno scrittore, ma ero materiale grezzo, informe, che nessuno poteva ancora interpretare. Ero ancora illeggibile.

Fu così che un giorno – un altro interruttore, nuovi debiti di gratitudine – un amico scrittore mi parlò di una amica, Stefania, mamma di uno studente. Era una editor professionale. Non sapevo esattamente cosa fosse, ma seppi che doveva essere lei la risposta.

Ed ecco che cominciò un periodo di lavoro “vero”. Si lavorava sui testi sulla crescita attraverso essi. Stefania non mi ha mai negato, oltre a un’amicizia speciale, tanto ascolto, anche una considerazione per me imprescindibile. Era lei lo scultore che dentro a un bitorzolo di lava ci vedeva qualcosa. Ma di strada ne mancava ancora. Anzi, il lavoro cominciava solamente adesso. Certo, avevo nuovamente bisogno di leggere, di imparare la parola da Paolo Giordano, Irene Némirovsky. E dovevo semplificare la enorme cerebralità che contraddistingueva il mio materiale grezzo. La parola doveva smettere d’essere concetto, diventare sensazione, suono. Ma come facevo a leggere? Il mio cheratocono mi aveva da tempo sottratto l’uso della parola sulla carta, e l’iPad dopo quattro anni di onorato servizio, aveva ceduto allo stress. E non era stato rimpiazzato. Avevo comprato un ebook reader della Sony, ma si era dimostrato uno strumento – per quella generazione – troppo esile. Ero riuscito a infilare soltanto un D’Avenia. E non mi aveva impressionato.

Stefania un giorno mi butto lì: “Non hai mai letto Houellebecq?”

“No, perché.”

“Così, forse poteva servire.”, aveva esitato a premere l’acceleratore. Sarebbe stato importante, sono certo lei sapesse; ma occorreva che ci arrivassi pian piano. Al momento giusto. 

In realtà in Houellebecq mi ci ero imbattuto, non nella lettura, ma attraverso un film, Le particelle elementari. L’avevo trovato sgradevole, e non desideravo imbattermici di nuovo. E, aggiungo adesso, non è che abbia cambiato idea.

Intanto nel 2015, con estremo ritardo, scoprii che taluni dei “portatili” fossero portatili per davvero. Che esistevano computer che, senza essere attaccati alla rete, reggevano giorni interi. E si poteva SCRIVERE. Con la carta del docente fu il turno di un microscopico ACER – che si rivelò una pessima idea -, e poi due anni dopo approdai al mio primo Mac. Me lo rubarono, riuscii a procurarmene un altro poche settimane dopo. Questo era l’upgrade di cui avevo veramente bisogno.

Ma per leggere? Cioè, ne avevo più bisogno adesso che mai. Non avrei colmato il “gap di Pansa”, ma egualmente non potevo prescinderne. Un giorno Raffaele (un altro debito di gratitudine!) mi disse che a Rozzano avevano allungato la linea del 15. Oramai avevo un mezzo urbano che, lentissimo, mi avrebbe potuto consentire lunghissime sessioni di lettura. Era lì, a cinque chilometri da Zibido. Uno scherzo.

Mancava solo un ultimo tassello.

2018 – oggi

Scoprii che dal mio Sony in poi, la tecnologia degli ebook reader aveva fatto passi da gigante. Acquistai un Kobo e, quasi a ruota, un Kindle fire. I soldi meglio spesi della mia vita. Da novembre 2018 vado a scuola in tram. Ci metto circa un’ora e venti all’andata (Rozzano/ Abbiategrasso M2 – Lanza/ 12 – Mac Mahon). E pregusto il viaggio di ritorno che invece dura due ore: Mac Mahon 12 – Duomo / 15 – Rozzano). Sono quasi quattro ore di lettura tutti i santi giorni. E riesco a leggere come non avevo mai fatto.

Letteratura o saggistica? Entrambe. In poco più di un anno ho letto una trentina di libri: da Mircea Eliade a Joseph Campbell, dal Maestro e Margherita al sontuoso Todorov, Hervé Clerc sul buddismo e Paolo Branca sull’Islam. Mitologia, tanta. Psicanalisi ovviamente (Zoja, Recalcati e Hillman). Sono rimasto impressionato dagli incipit di Saviano.

E intanto mi allenavo al confronto con l’editoria. Una amica – altro debito di gratitudine – mi ha suggerito un concorso letterario. Ho, in due mesi, raffazzonato vecchi racconti e mandati. Non ho vinto, ma i giudici hanno voluto incontrarmi. Sono andato a Bormio. Ero piaciuto.

Mancava ancora un tassello, perché il lavoro di semplificazione del testo non era mai sufficiente. E non mi sembrava ciò che veramente volevo. Poi un giorno Ernesto mi dice (altro debito di gratitudine): “Dovresti leggere Serotonina di Houellebecq.”

Sono un uomo capace di respingere le indicazioni, per quanto sensate, ma non di oppormi all’inevitabile.

Ho letto Serotonina, e anche Le particelle elementari (in mezzo anche una commovente storia del Congo – 700 pagine – e un saggio sulla guerra dei minerali rari), e ho capito quanto Houellebecq mi servisse. Continua a essere sgradevole e scabroso. I miei temi non coincidono, se non tangenzialmente, con i suoi. Ma la sua scrittura è esattamente quella che mi serve. Io NON devo cercare la semplificazione del testo ma, all’opposto, moltiplicare la mia cerebralità fino a farla diventare cifra. Perché io sono così.

E ora ci divertiamo.