Chi sono io?

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Spesso quand’io ti miro

star cosí muta in sul deserto piano,

che, in suo giro lontano, al ciel confina;

ovver con la mia greggia

seguirmi viaggiando a mano a mano;

e quando miro in cielo arder le stelle;

dico fra me pensando:

— A che tante facelle?

che fa laria infinita, e quel profondo

infinito seren? che vuol dir questa

solitudine immensa? ed io che sono? —

Giacomo Leopardi

 

Ricordo il racconto di un’amica, molti anni fa; la figlia, piccina, un bel mattino, prima di andare alla scuola materna, impegnata nelle quotidiane operazioni di toeletta, piantò lì, come nulla fosse, uno di quegli interrogativi che i genitori di tutto il mondo temono: “Perché io sono io?”

Inutili le schermaglie dialettiche, gli anni di catechesi, i titoli universitari, di fronte alla potenza di una tale domanda. Alla mia amica – donna intelligentissima – pareva di arrampicarsi su un vetro insaponato, e dopo ogni dotta elucubrazione lo scetticismo dimostrato dalla bimba la spingeva di nuovo alla base della parete. Fino a che la sera, tornato il padre dal lavoro, fu coinvolto nella quaestio disputata e rispose, un po’ seccato dalle grane che non era riuscito a lasciare in ufficio, che a quella domanda non sarebbe riuscita a rispondere mai. Curiosamente solamente di fronte a questa conclusione lapidaria, la bimba sembrò trarre sollievo, per niente imbarazzata dal paradosso.

Aveva visto lungo quel padre, perché la domanda delle 100 pistole, non può essere risolta neanche nel lavoro di una vita. E diventare adulti rende, sebbene non automaticamente, più consapevoli, in un territorio dove ciò che si sa è ciò che non si potrà mai sapere, finiscono per sovrapporsi in un modo sbalorditivo.

Ripensavo a questo aneddoto qualche giorno fa, guardando un telefilm – di quelli con le risate aggiunte – dove un bambino, approssimativamente dell’età della figlia della mia amica ai tempi dell’episodio, desidera vestirsi da femmina  prima di recarsi a scuola, allora la zia (i genitori sono fuori causa) dice agli insegnanti che il bimbo stia attraversando una fase di “fluid identity”, e di non preoccuparsi troppo di quella stravaganza. Ora, conosco vaste porzioni del mondo, segnatamente di quello cattolico, che già qui potrebbero sentirsi vibrare i follicoli delle mani.

Ma perché, in fondo? Torniamo alla domanda della figlia della mia amica, a cui possiamo, alla lunga, rispondere con una tautologia – io sono io – oppure riconoscere che l’identità sia liquida tanto quanto quella del telefilm, ovvero che una forma acquisita non ci sia, oppure che non si sia ancora solidificata, e che quindi sia ancora in divenire.

Si potrebbe separare – e le porzioni del mondo cattolico che ho citato già lo fanno – l’interrogativo in due parti, di cui collocarne la dimensione “in divenire” nell’alveo della metafisica, dell’homo viator, l’essere sul percorso del Destino, mentre la seconda parte, pertinente alla cosiddetta “natura” delle cose, che rimarrebbe incollata alla suddetta tautologia, e che quindi non troverebbe alcun giovamento dalle fluttuazioni di identità, quali il volere indossare vestiti da femmina per un maschietto. Il collante tra ontologia e onticità, tra essenza e storicità individuale apparterrebbe alla sfera educativa – educare, educere, tirare fuori – il cui obiettivo, sarebbe esattamente quella di stabilire limiti e confini precisi su “che cosa” possa essere tirato fuori da quel tipo di seme. E certo non si potrebbe indulgere con quella particolare dissonanza, poiché “chi nasce tondo non può morire quadrato”.

Tuttavia questo approccio alla questione identitaria, potrebbe rivelarsi limitato e limitante. Perché un’osservazione fenomenelogica, che non fosse prescrittiva e proditoriamente assertiva, scoprirebbe che la persona è molto più, e molto prima di quanto il desiderio di collocarla in un determinato ruolo non consentirebbe, un processo. Esattamente. La realtà della persona è interamente processuale, e lo è sempre, ovvero non esclusivamente in quella che la tassonomia tradizionale riconosce essere una “età evolutiva” (la cui implicazione con la sfera educativa, tuttavia ci costringerà a fare una precisazione più avanti). Gli uomini e le donne affrontano cambiamenti in ogni stagione della propria esistenza – o vi resistono, talvolta per convenienze più opache e meno univoche di quanto il racconto sociale non consenta – di continuo. In particolare gli oggetti che finiscono per qualificare e contrassegnare l’evoluzione affettiva, si rivelano parziali e provvisori. Più parziali e provvisori di quanto un’antropologia assiomatica ed “euclidea” non vorrebbe consegnarci.

È merito della psicoanalisi, poco più di cento anni fa, l’aver documentato per la prima volta quanto il bambino si affacci all’esistenza con meno certezze, più fragilità e bisogni, di quanto la Grundnorm preesistente non consentisse. Non solo. La psicoanalisi è nata da medici, con finalità terapeutiche, non da filosofi desiderosi di ampliare le categorie della antropologia vigente, e in ambito terapeutico è sostanzialmente rimasta – il che non significa che nel corso degli anni l’abbia profondamente modificata -, proprio a causa del vulnus lasciato quanto alle pulsioni e agli istinti, talvolta, primordiali, e la congerie di sintomi che quella grave  omissione comportava. Senza entrare nei dettagli – non è il compito dello scrivente occuparsi apertamente di psicanalisi – cosa ebbe a scoprire il pioniere della nuova disciplina, Sigmund Freud? Che il bambino, fino allora immaginato come un adulto in miniatura, avesse un processo e fasi di crescita da attraversare. E soprattutto che quelle fasi fossero più spurie e scabrose di quanto l’antropologia apollinea non consentisse. Il bambino scopre se stesso come identità, e il mondo circostante, cercando di divorarlo, portarlo alla bocca, colloca il suo primo esserci quando scopre di poter controllare le proprie evacuazioni, costruisce la propria identità affettiva e sessuale a partire dagli impulsi incestuosi di Edipo ed Elettra, e si afferma cronologicamente come forma di autoerotismo narcisistico – rivolta inizialmente verso di sé – e solo successivamente, attraverso la morte simbolica di Narciso, si differenzia in Altro da sé…

Anche questo è un punto molto importante. Poiché il problema identitario si identifica con la sua processualità, ne consegue – con una coerenza drammatica – che anche la scoperta dell’Altro (o meglio si dovrebbe dire dell’ “altro come Altro”) avviene in un processo, e quindi avviene, se avviene, quando avviene e come avviene. La “non alterità” delle persone che si incontrano in una vita (i figli, i genitori, gli amici, gli amore e i colleghi, o anche semplicemente quel tale che ci irrita sul tram perché parla ad alta voce, al telefono) può avvenire presto oppure molto tardi, in modo completo oppure parziale o provvisorio, oppure potrebbe non avvenire affatto.

Possiamo quindi anche, volendo, postulare un percorso “ideale” nella crescita della persona, ma la quantità di variabili e la dimensione fortemente entropica, rischiano di lasciarne la riflessione, un futile esercizio o poco più. Perché noi non siamo, né saremo mai, “ciò che siamo”, ma imprescindibilmente siamo ciò che diventiamo, che diventeremo e infine ciò che saremo diventati. L’introduzione della dimensione storica della risposta alla domanda su chi siamo, descrive un percorso estremamente complesso e accidentato, dove le cose possono aprirsi in miriadi di esiti differenti, la cui compressione in una sorta di ortopedia della psiche, rischia di far soffrire le persone di più anziché meno, perché introduce un “dover essere” su cui verranno registrati nuovi potenziali record e insuccessi, fino allo sfinimento.

E dopo Freud, inevitabilmente, il quadro andò a complicarsi ulteriormente, perché i dati che le analisi individuavano costringevano a rivederne lo statuto epistemologico, uscendo dal ristretto quadro positivista in un cui il viennese si muoveva, collocando il tema identitario – come per Carl Gustav Jung – nella crepe della tettonica dei popoli e l’alchimia degli archetipi, arrivando a postulare una libido come forma energetica “universale”, entro le cui pieghe, le piastrine delle storie individuali, consentono la coagulazione delle varie culture, espressioni spirituali e forme artistiche.

Tuttavia questo dibattito non ci interessa, se non per ribadire che dal l’avvento della psicanalisi, dal riconoscimento della sua efficacia, e della sua incontestabile capacità di “prendersi cura” delle persone, il tema identitario non possa più essere ridotto alla descrizione di un ente geometrico, le cui proprietà sono deducibili a priori. L’uomo è una creatura complessa, molto complessa, e non solo per il destino tragico di Ananke, espresso dalla costrizione di confrontarsi con la morte e gli déi, e neppure dai Novissimi della teologia cattolica. Lo è a causa della propria intricata e terribile storia. Una storia piena di trappole, inciampi, rallentamenti, scorciatoie, imbuti, fallaci digressioni, e costellazioni di esiti diversi. Storie che non arrivano a un epilogo scontato, che spesso si fermano a metà, se non addirittura tornano indietro (o che devono necessariamente tornare indietro pur di far qualche passo in avanti). Storie piene, soprattutto, di dolorosi adattamenti.

In questo gioca un ruolo chiave l’educazione.

Il trappista statunitense Thomas Merton intitolò nel 1955 un saggio “Nessun uomo è un’isola”. Ed è vero, ancorché per difetto. Perché, restando nella metafora geologica, ogni uomo è piuttosto un arcipelago. Un arcipelago particolare in verità, dove a emergere è effettivamente una sola isola, ma molte altre si agitano sotto la superficie dell’acqua. Alcune giacciono a profondità imperscrutabili, altre spuntano tra le onde non appena il mare si fa mosso; alcune ancora appartengono a un passato di cui non si ha memoria, mentre altre emergeranno, forse, in un futuro indecifrabile, altre ancora sono scogli invisibili, di dimensioni modeste, ma in grado di far naufragare – se sottovalutati – i più colossali transatlantici. Lo stabilisce in modo assai convincente la psicologia dei complessi – le isole sommerse – di Jung, o il conflitto tra pulsione e civiltà in Freud. A emergere dall’arcipelago è una sola isola perché questo è il lavoro della educazione – educere, “tirare fuori” – ma sotto la superficie ne vibrano  molte altre, pronte a balzare fuori alla prima bassa marea.

Perché ogni cosa che esiste, per il semplice fatto di esistere, anela alla luce e alla vita. Mutati mutandis, ogni aspetto della personalità, quando non addirittura altre personalità tout court, aspirano a essere riconosciute e legittimate. Per quando scabrose, o per quando giudicate inopportune dal racconto sociale, dalla convenienza o dalle aspettative diffuse. Questo è un punto cruciale, perciò vi indugeremo ancora. L’attività degli educatori (i genitori, gli insegnanti, quelli che i libri sulla educazione li scrivono, e coloro che sul bene di figli e studenti discettano, convincendosi con troppa indulgenza di fare ogni cosa per il bene delle inermi cavie dei propri esperimenti) viene rinforzata da un immaginario molto potente, la cui finalità manifesta è sempre quella di insegnare a “stare al mondo”.  Perché il mondo quello è, punto e a capo!

Finanche il lessico adottato esprime la prerogativa del tipo di movimento, ove ogni azione impartita nel nome della buona pedagogia, viene nutrita dall’uso della terza persona singolare (più raramente la terza plurale): una determinata cosa “si deve” fare in quel determinato modo. E la bontà (presunta) del risultato, giustifica ogni tipo di azione, non di rado la forzatura. In questa sovrastima del principio di realtà – da cui nemmeno Freud riuscirà a distanziarsi – nasce probabilmente da un coacervo di convinzioni, tra le quali un ruolo chiave è certamente, noi crediamo, la convinzione giudaico/ellenistica che la realtà sia “buona”, e che ogni adattamento, ogni assuefazione, ogni assestamento all’ambiente circostante, non potrà che essere intrinsecamente benedetto dal medesimo sistema che solca i filari della semina e raccoglie le messi quando i frutti sono maturi.

In nessun passaggio ci si domanda, né si porta rispetto a ciò che vi potrebbe essere latente, “chi sia” colui che quel processo dovrà subire. Anzi, spedire se possibile ogni aspetto disomogeneo nelle profondità oceaniche, è la migliore educazione possibile. Nel migliore dei casi ci si affiderà a una immagine stereotipata offerta dalla antropologia dominante, rigorosamente uguale per tutti; né mai si potrà imbattere in una auscultazione delle prerogative e dei fabbisogni individuali. E se appunto non accade mai di intravedere una qualsiasi azione educativa che tenga in alcun conto di elementi individuali anche molto semplici, è facile immaginare il triste destino di quelli che Carl Gustav Jung chiama “complessi”, la cui – mai parola fu tanto azzeccata – banale ammissibilità implicherebbe una dannata e sgradevole complicazione. Tralasciamo (in questa sede) le conseguenze tragiche che le omissioni comportano, sottolineando esclusivamente la vastissima  congerie di sintomi – che noi impropriamente chiamiamo “malattia mentale” – che contrassegnano un adattamento riuscito male, tanto quanto un altro riuscito chirurgicamente bene.

La vastissima letteratura psicoanalitica ha documentato irrefutabilmente che esattamente ciò che viene “rimosso” finisce per essere determinante in un altro momento, e quanto più un elemento viene allontanato dalla torre di controllo della ragione, diventa la scossa tellurica in grado di farla vacillare in un altro momento, generando spettri, contaminando pesantemente la vita emozionale del soggetto.

Se gli aspetti scartati di una personalità sono veri e propri nuclei identitari, se l’educazione riesce a far affiorare una sola isola, sommergendo tutte le altre, allora sulla linea d’orizzonte  dell’Oceano si profileranno nubi dense e nere, foriere delle peggiori tempeste.

Esiste tra gli scultori il paradigma della ablazione – saccheggiato guarda caso da certa pedagogia, nonché dalla teologia -, per cui l’artista non inventa la forma da imporre al blocco di marmo, ma la trova, preesistente, e si limita a farla affiorare, sgrezzandola da tutto ciò che è superfluo o dannoso. Ma se nella pietra vi fossero più forme – o istanze più complesse di quella -, lo stesso processo cui si indulge alla bontà dell’azione educativa, implicherebbe la necessità del raschiamento di tutte le altre. E se l’unica forma cui si decide di portare avanti la gestazione, fosse determinata – sarebbe anacronistico escluderlo – da una maieutica sociale dominante, e non solo dalla presunta forma trovata nel granito, l’aborto non ne conseguirebbe nel modo più violento possibile? L’azione dello scalpello non sarebbe simile al bisturi di un vivi sezionatore? Ebbene, questo scenario terribile è esattamente quello di cui siamo ostinatamente convinti; l’educazione, parenetica e assertiva che conosciamo in questa porzione di mondo, non si comporta come una amorevole ostetrica, ma come una cinica mammana che stabilisce, di uno zigote plurigemellare, quale sia il virgulto da far crescere e i tanti da recidere sin da principio.

Ora, che riteniamo aver chiarito a sufficienza questo concetto, torniamo al tema con cui eravamo partiti. Sul tavolo del tema di identità – chi sono io? – da qui in poi abbiamo abbastanza elementi da ritenere che si tratti di un tema assai più delicato e controverso di quanto uno qualsiasi degli immaginari di riferimento potrà mai tratteggiare (a questo riguardo rileviamo che, per la psicologia analitica junghiana la stessa domanda “chi sono io” potrebbe rivelarsi sovrastimata in partenza, e si dovrebbe sostituire, suggeriamo noi, con la più congrua “chi è Sé”). Il quadro così dovrebbe essersi sufficientemente arricchito – anche se preferiamo dire complicato -; l’Io, per come lo si intende è l’esito mai del tutto compiuto di un interminabile sequenza di segmenti, accelerazioni, diversificazioni, forzature, allentamenti e regressioni. E il tempo è il dedalo entro cui questo delicatissimo processo si snoda, perché nessuno può o potrà mai essere se stesso al netto della propria storia. Perciò possiamo ritenere seducente – ma neanche troppo – l’ipotesi di un dibattito su cosa sia l’Io, quale sia la sua vera identità, e che cosa debba fare un adulto per consentirgli di emergere e crescere armoniosamente. Potrebbe altresì attrarre il dibattito su cosa sia la vera natura, e quali obiettivi si debbano focalizzare perché il processo, nella sua autenticità, rispetti la sua più intima veridicità. Potrebbe, sì. Ma il rischio che l’esito di un tale dibattito sia un “dover essere” (o un “aver da essere”, come diceva Sofia Vanni Rovighi) il cui carattere assertivo e, ultimamente, impositivo, dovrebbero rendere restii dal voler trarre una conclusione. Perché la storia di ogni persona è talmente complicata – come modestamente abbiamo cercato di illustrare – al punto che un determinato individuo potrebbe arrivare al risultato “giusto” (pur ammettendo e niente affatto concedendo che esista l’esito ortodosso di un processo educativo) -, ma arrivarci per la ragione sbagliata, o per un motivo provvisorio, troppo presto oppure troppo tardi, o ancora arrivarvi come forma di ossequio e adeguamento alle aspettative collettive, come esito della cosiddetta pressione sociale. Nella sostanza per una forzatura e non per una libera scelta. E quindi un tale dibattito, se non fosse rispettoso dei molteplici fattori (e molti altri) che abbiamo provato a evidenziare, sarebbe soltanto una perdita di tempo nel migliore dei casi, oppure una pericolosa teoria generale dell’uomo nel peggiore. Basta guardarsi intorno, intercettare gli sguardi sui mezzi pubblici, sedersi nella sala d’aspetto di un medico di base; basterebbe ascoltare le persone che incontriamo per accorgersi, nella filigrana nascosta, di quanti adattamenti traumatici, quante acquiescenze subite, quante falsificazioni e quanto dolore vi possa essere sotto la divisa di un buon padre di famiglia, una madre protettiva, un figlio educato, una figlia annoiata, un insegnante pignolo, un commercialista ambizioso, o un anziano disilluso.

Poiché l’unica risposta sensata alla domanda su chi siamo, continuerà a essere “non lo so!”. Ogni virgola, o sospiro, aggiunto dall’esterno sarà inesorabilmente una prevaricazione.

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Penelope

odisseo

 

 

 

quella è la riva

il mio lontano approdo

tra braccia sfinite

dal lavoro più sodo

 

tra reti e pescatori

pelli cotte da lungo sale

io nacqui alla vita

in un liquido opale

 

la tela rigonfia

di un ebbro destino

io appartenni al vento

in un irto cammino

 

furon cento i perigli

più di mille le spade

sul cui filo io rischiai

di smarrirmi in mie strade

 

fu confusa la mente

da un infido altare

con gli occhi di nebbia

io giunsi a rubare

 

le voci più fatue

cangiando il ricordo

mi furon bonaccia

ché io chiusi il mio porto

 

del naufragio vorace

che bramò il mio desìo

fece sì che il petto

palpitasse non mio

 

se la gravida notte

finanche la più nera

partorisce un biancore

di una luce ancor vera

 

con il volto ferito

da cocente sconfitta

pure io ero vivo

la mia fine non scritta

 

non fu l’orgoglio

o lo stolido furore

se in un giorno d’estate

m’imbattei nel mio cuore

 

ritrovai il presagio

della terra ancestrale

il deliquio si era conchiuso

quando giunse il maestrale

 

il timone nella mano

la prua tesa al disco solare

io trovai il mio me stesso

e di nuovo fui a volare

 

quanto lungo è il ritorno

mille d’anni è il mio viaggio

mia amica la chiglia d’acero

mio compagno è solo il faggio

 

ogni onda mi rallegra

questa attesa non è vana

se il tempo non fa pretesa

ed il cuor non si rintana

 

sono io Odisseo

e mio giaciglio è il mare

ora è nitida la meta

sei Tu l’ultima mia stella polare

Tu

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Tu che sei la mia tristezza

Sei la mia promessa

Il solco scavato dal ghiaccio

L’arteria nella mia roccia

Il vento che mi incupisce

Il sasso lanciato nel pozzo dei miei ricordi

Sei la chimica delle cose…

Tu, che sei ciò che non può essere

Il ventre del mare che mi divide da ogni cosa

Isola e Abisso

Sei ciò per cui io posso dire io

La mano che esita sull’uscio

Il frastuono della neve                        

[fuori la finestra]

Tu che sei la follia

Il diaframma che mi separa da essa

E le membra fragili su cui                        

[io cammino]

La soglia che varco quando cedo al sonno

La luce che solleva i miei pensieri

Il vuoto che li sfinisce

Sei il mio dentro e il mio fuori

Sei la scala tra il pianto e il respiro

Sei il riso dei bambini

Tu che sei gli eventi, e il colore della pioggia

Tu che sei la mia attesa, e ciò che non attendo

Sei la ferita e il suo linimento

La mia guerra e la mia pace

Salvezza e Dannazione

Tu

solo Tu

Il cuore di Te Fiti, l’orrore (inconcepibile) di Te Kā

La Disney non sbaglia un colpo neanche a volere. Dopo averci regalato – si fa per dire, mica siamo nel no profit – autentici capolavori, dopo avere attinto a piene mani dalla tradizione favolistica dei vari Grimm, Perrault e Andersen, dopo avere ancora escogitato la narrazione di un mito semi storico (e autoctono) come Pocahontas, e quello “epicantevole” di Mulan, i capaci sceneggiatori del colosso statunitense dell’animazione, hanno trovato il modo di creare un nuovo potpourri, mescolando con mestiere ed efficacia elementi fittizi e altri mitologici. E il risultato non è affatto male.

Con il 56esimo prodotto, la casa madre di Topolino, ha fatto centro. Di nuovo. Oceania è un prodotto gradevole, divertente, e non disdegna alcuni passaggi in cui anche palati più esigenti possono trovare di che cibarsi. Ambientato tra le abbacinanti isole vulcaniche dell’Oceano Pacifico – la protagonista Vaiana proviene da Motu Nui, due parole tautologizzanti che significano, nella lingua di Tahiti, “isolotto” e “isola” – la storia racconta di un mito ancestrale, quando c’era solo l’Oceano, e la dea Te Fiti, l’isola Madre, stava generando ogni cosa. Ma il semidio Maui (l’unico realmente fondato), spinto dalla cupidigia, rubò il suo cuore, una pietra verde, scontrandosi con il demone Te Kā. Nella colluttazione, Maui perse il suo amo, e il cuore di Te Fiti andò perduto nelle profondità oceaniche.

A questo punto inizia la storia profana, con la piccola Vaiana che sin dalla più tenera età mostra una curiosità e una intraprendenza differente dagli altri pargoli. Al punto che il padre – in questo il film incarna un simbolismo, a parer mio, rovesciato; ma vi ritorneremo… -, il capo villaggio, deve continuamente dissuaderla dall’avventurarsi oltre il reef, perché in mare aperto si celano le peggiori minacce. Insiste il prudente genitore, il destino del loro villaggio si deve compiere “all’asciutto” del rassicurante salvagente di corallo, sebbene anche in quel rifugio l’onda lunga della perdita del cuore di Te Fiti, quando la gli alberi avvizziscono e le acque chete si spopolano dei pesci, necessari per sopravvivere.

In quel momento muore la nonna di Vaiana, dopo averle svelato il segreto secondo cui tutti loro appartenevano a una stirpe di navigatori, e averle dato il cuore di Te Fiti, lasciandole come consegna di attraversare il mare, trovare Maui e costringerlo a riportare il cuore laddove l’aveva mille anni prima carpito. Da par suo la progenitrice non abbandonerà l’ardimentosa nipote, accompagnandola nella sua nuova forma – un nume teriomorfo – di manta.

Non ci soffermiamo sulle avventure. Perché, dopo mille peripezie, Vaiana raggiunge la dove dovrebbe giacere l’isola di Te Fiti, trova solo uno spazio vuoto. Allora capisce: Te Fiti è Te Kā. Il demone, senza cuore è l’altro volto della benevola generatrice di vita. Allora si fa raggiungere dal mostro e le depone la pietra proprio dove era stata rubata, e Te Kā, dunque, perde il suo derma di lava e torna a essere la lussureggiante isola, dalla quale ogni cosa era stata generata.

In questo passaggio si realizza la “coniunctio oppositorum”, tanto cara agli alchimisti e da questi ereditata nello strano mondo psicoterapeutico di Carl Gustav Jung. Di più, volendo. Perché Oceania è un film identitario. Vaiana a più riprese si domanda infatti “chi è”. E il dilemma è sciolto, appunto, solo nella conclusione, quando si imbatte nell’archetipo femminile della Grande Madre generatrice/distruttrice.

Nel lungometraggio animato funziona, molto bene, la catena femminile, dove i ruoli chiave sono tutti occupati da donne, fatta eccezione per il semidio Maui.

Oltre a Vaiana, emergono dall’indifferenziazione la dea ambivalente, la nonna e persino la madre della giovane, che mentre il padre vorrebbe bruciare le barche, unica testimonianza di un passato di gesta coraggiose, le prepara una sacca per l’avventura imminente. Insomma, i maschi del film non fanno una grande figura. Persino Maui, a scapito del lignaggio soprannaturale, si riscatta solo nelle battute conclusive. E per ottenere questo, come abbiamo detto, gli autori devono impugnare un simbolismo rovesciato, perché in realtà il tema del viaggio, della scoperta e dell’avventura è, sul piano archetipico, una prerogativa maschile. Ma ne abbiamo scritto, più volte, altrove.

Qui l’accentramento sulla dimensione femminile consente l’epilogo appena descritto, e in questo almeno, gli autori riescono a dire qualcosa di interessante, ancorché inascoltato. Perché finiti i titoli di coda, rientrati nei ranghi sociali, la dimensione terribile della madre, continua a mancare di una rappresentazione credibile. L’immaginario continua a essere radicalmente differente. Nonostante il racconto dei fatti cosiddetti “reali” lo richiederebbe. Più spesso di quanto non si creda la cronaca mostri quanto Te Kā sia inscindibile da Te Fiti, talvolta avvicinandosi in modo pauroso alle streghe che ci spaventavano – forse troppo – nelle fiabe.

Difficile da credere? Si può fare una prova estremamente semplice. Si apra un qualsiasi browser, e sulla onnipresente stringa di Google si digiti un nome e un cognome: Lamora Williams. Il motore di ricerca, caso più unico che raro, non si dimostrerà reattivo e non completerà la frase. Quando il nome sarà stato completato, si prema invio. Ed ecco che dai fondali del web, qualcosa emergerà. Non molto tuttavia. Solo articoli scritti immediatamente a ridosso del fatto di cronaca, e neanche uno in italiano. Gli italiani, pronti a farsi solleticare in ogni vicenda pruriginosa, non sono interessati, pur trattandosi di uno dei fatti di cronaca più agghiaccianti degli ultimi anni. Persino i pochi quotidiani – non le corazzate del Corriere e Repubblica, per intendersi – che avevano riportato un trafiletto sono stati incredibilmente sommersi nell’oblio.

Cos’ha fatto Lamora Williams? E’ presto detto, anche se il solo racconto fa accapponare la pelle. La giovane madre di Atlanta lo scorso tredici ottobre ha preso due dei quattro figli, i più piccoli segnatamente, e li ha infilati nel forno, uccidendoli. Non solo. Durante l’omicidio è rimasta impassibile a filmare la scena, inviando poi via Whatsapp la inenarrabile sequenza al padre.

Ora, non è questa la sede per stabilire quale sia la giusta pena per un tale crimine, né se esista una pena adeguata, e nemmeno per valutare quale livello di compromissione psichica sia stato necessario per arrivare fin lì. Non ci interessa, e lasciamo il dibattito a giudici, periti, e quanti si vorranno esprimere.

Ciò che sorprende è l’inammissibilità di una cosa del genere nel nostro immaginario. La violenza “sulle” donne è – giustamente – oggetto di un dibattito serrato, i fatti di cronaca ribadiscono quanto sia necessario tenere la guardia alta. Tuttavia quando si parla di violenza “delle” donne, improvvisamente si entra nella terra di nessuno. Non che non ci sia, ma come documenta la vicenda dei bimbi di Lamora, non è rappresentabile. Manca un codice, un engramma affinché se ne possa semplicemente parlare.

Eppure basterebbe accostarsi, dopo tanti anni, alla libreria di quando eravamo piccini, dove coperti di polvere, ci sono ancora alcuni libri, dimenticati e sepolti nel nostro inconscio. Sarebbe sufficiente aprire Hansel e Gretel…

Conosci le mie mani

Mi ferisci

In questo oggi che non diventa domani

Domani

Maledetto il disperato bisogno di senso,

Di parole non dette

Non cercarle

Non sussurrarle,

Poiché non vi sono labbra,

Né lingue per parlarle,

Orecchie per udire,

Né timpani o vibrazioni

Solo vertigini che si piegano

Nel tuo grembo, sul mio petto

 

Non riderne

Così mi uccidi

Col silenzio

Con la distanza,

Sotto questa luna di cani

Di stelle derise,

Da sciocchi e ubriachi,

Di luci allagate

E tu non torni

Perché?

 

Conosci le mie mani

Il loro segreto,

Tutto il male, e le guarigioni

Custodite nei palmi,

Come preghiera

Maledico le pietre che mi fecero

Rotolare

Fin lassù

Benedico le piume

Che mi deglutirono

In questo fondo

Senza fondo

Non ti temo,

Non ho bisogno di te per amarti

Tu mi hai dato la vita

Più vita per più vite

(questa e molte che verranno)

Hai detto basta

Ma io ho continuato a contare

Fino a quando non avrò più forze

E incespicherò tra le gengive

Altre mani mi condurranno al giaciglio

Senza benedizioni

Non serve, non le cerco

Perché

Mi hai dato le ore

Mi hai dato la pelle

Su cui disegnare

L’orizzonte di ogni ovunque

Lo spessore di ogni sempre

Fertile di attese

Gravido di promesse

Mi hai fatto dono

Di vedere le cose

Attraverso le ciglia sbarrate di Dio,

E questa non è tra tutte le cose

La più straordinaria,

Ma

Solamente

L’unica che conti

 

I Cattoliquidi

Non l’hanno presa bene. Gli entusiasmi iniziali si sono raffreddati molto presto, lasciando posto ad altro. Dapprima sembrava una questione di puntiglio, poi progressivamente l’ostinazione ha preso – o avrebbe voluto – i connotati della sostanza, della rivendicazione amara e del dissenso aperto.

Quando ero più giovane, e le questioni ecclesiologiche mi appassionavano molto più di adesso, c’era una cosa che ribadivo più di ogni altra. Se un sedicente cattolico sinistrorso mi diceva che con Giovanni Paolo II la chiesa aveva fatto un passo indietro di duecento anni, io contrapponevo una verità teologica incontrovertibile; molto prima di entrare nel merito (sempre che vi entrassi), e cioè che l’elezione di un Pontefice avviene in un Conclave dove, a essere decisivo, più che i “partiti” per una certa visione della chiesa medesima, è la volontà del Paraclito. E quella o la si accetta, o ci si colloca automaticamente fuori dal Magistero. Cosa ovviamente legittima, come fecero i seguaci di Monsignor Lefebvre dopo i preoccupanti – per essi – passi compiuti con il Concilio Vaticano II. E la mia non era una presa di posizione solitaria, ma quella di molta parte della chiesa, compresa quella a cui io allora partecipavo. “Lo Spirito soffia dove vuole”, parafrasavamo il Vangelo di Giovanni (3,8) ai vari fomentatori di eresie, assai facilitati che, in quel momento, soffiasse proprio nella stessa direzione che avremmo voluto noi.

Sono passati quasi quaranta anni dall’elezione del papa che conquistò tutti con il suo refuso “se mi sbaglio, mi corrigerete”, e dalla sua morte nel 2005, ne sono succeduti ben due in un lasso brevissimo di tempo. Di Benedetto XVI non voglio dire nulla, perché il suo pontificato poco ha fatto per disgiungersi dal suo predecessore, eccetto che per confermare, con le coraggiose “dimissioni” più l’intuizione del Nanni Moretti di Habemus Papam rispetto a quanti dal cinema uscirono scandalizzati.

Se dopo secoli di papi italiani, Wojtyla s’era guadagnato a buon diritto, il titolo di Papa “venuto di un paese lontano”, ciò che è accaduto con l’elezione dell’argentino Bergoglio ha amplificato esponenzialmente le distanze culturali tanto quanto risultavano esotiche quelle topografiche. Di più anzi, perché gli antipodi sono diventati antipatie, crasse idiosincrasie e differenze culturali che hanno impedito – stanno impedendo – assimilazioni che, con altre figure sarebbero riuscite più naturali. E così i difensori della “libertà dello spirito” sono scivolati, temo senza accorgersene, in quella dei suoi ammutinati.

Le differenze è inutile negare che ci siano. Papa Francesco è un sudamericano fino in fondo. Si è formato a un modo di sentire, di percepire la realtà – molto prima che pensarla – differente da come viene insegnata dalle austere cattedre di teologia europee. Si è sentito da subito l’influsso della teologia della liberazione (non me ne si voglia; questa riflessione non ha per oggetto il Pontefice, ma piuttosto i suoi detrattori. Perciò riferendomi alla suddetta scuola di pensiero, non intendo tanto affrontare le implicazioni dottrinali, quanto appunto  un modo di sentire e rappresentare la realtà intera). Sotto i lineamenti fermi e delicati dell’uomo di chiesa, traspaiono le ferite di centinaia di favelas, del pastore che ha visitato la Ciudad Oculta, che ha ascoltato levarsi il grido dai barrios, l’uomo che ha camminato nel ventre di tutte le Villa Miseria del suo continente, il padre che ha ascoltato il canto degli ultimi e se n’è fatto carico. Una povertà la cui diversità nelle percezioni è possibile solo immaginare, per i satolli uomini europei. E questo diverso sentire ha cambiato le priorità del principe della chiesa prima e del vicario di Cristo dopo.

Fin da subito Francesco si è preoccupato di rappresentare più il volto della Misericordia – ci si potrebbe domandare se ve ne sia un altro – piuttosto di quello della ortodossia, del rigore, della battaglia combattuta, sia pure in ritirata, contro il mondo secolare pronto a insinuarsi nelle trame della società. Così un crescente numero di fedeli, dapprima sottovoce, poi confortandosi vicendevolmente, hanno cominciato a non riconoscersi il quel pastore “così esotico”, a mugugnare, a manifestare il proprio disagio per l’uomo della Patagonia che aveva indossato la tunica di Pietro, certo per una svista. Infine il clamore si è fatto esplicito, e manifesto, ha trovato dei maître-a-pensée, capi branco i quali non aspettavano che il momento della ribalta. Altri, più furbi probabilmente hanno assecondato il dissenso per così dire in modo “trasversale”, esasperando i toni senza tuttavia andare a risolvere il nodo teologale (più avanti mi riferirò a questi come “terzo gruppo”).

Com’è possibile – si domandano tutti questi – che un/il Pontefice non si renda conto che la Chiesa è sotto attacco? Il “pensiero unico” – ecco un mitologema adatto allo scopo, contro cui rivolgere il proprio risentimento – è diventato  laicista, abortista, genderista. Si è dovuto aggiornare il lessico, per rincorrere le follie del “nemico”, e in questo clima di crescente belligeranza per poter vomitare il proprio no, si sono dovute escogitare formazioni pseudo militari come le sentinelle in piedi. In un momento avvertito come epocale, proprio mentre la società liquida preconizzata da Zygmunt Bauman, la sua natura ondivaga, e la nota incapacità a trattenere una forma, corrode le istituzioni, liquefa la famiglia tradizionale, rischia di far annegare anche alcuni principi “naturali” come l’identità di genere; ecco, proprio mentre codesti cattolici avrebbero bisogno di un comandante a capo dell’esercito, si ritrovano piuttosto un pacioso cappellano che preferisce mitigare i fuochi piuttosto che alimentarli. Un papa che talvolta sceglie di assumere responsabilità piuttosto che distribuirne, che porge l’altra guancia quando si dovrebbero rifilare sganassoni, un uomo che disinnesca le armi quando gli si chiede di caricarle a pallettoni, un presbitero che solleva la croce piuttosto che buttarla sulle spalle di quelli che sbagliano; un pontefice che relativamente alla questione dei gay è riuscito a pronunciare la cacofonia “Chi sono io per giudicare?”. Un tradimento simmetrico, insomma, per quel cattolicesimo radicalizzato, che vorrebbe continuare a trasformare i vomeri del dialogo nelle spade del giudizio sferzante.

Il cattolicesimo si è dunque polarizzato, e proprio chi l’avrebbe dovuto guidare in battaglia ha invece disseminato il dubbio nel suo esercito, provocando fratture verticali all’interno delle gerarchie – come quel vescovo che parlando del vicario di Cristo in terra, gli ha manco troppo velatamente augurato la brevità di papa Luciani -, e all’interno dei movimenti, lacerati verticalmente tra i fautori di una linea morbida, i quali recepiscono, anche a fatica, lo spirito che guida il papa argentino, e gli intransigenti, radicalizzati molto, ma molto, più che nel passato, che berciano alla eterodossia, che sgridano il pontefice dai propri scranni social, blog e profili Twitter. Ce ne sarebbe, come anticipato, a dire il vero, anche un terzo – che io però associo al secondo – che fa proprie le istanze più reazionarie, ma in modo meno diretto; un consesso che non sana la contraddizione, ma la seppellisce sotto un ossequio formale, e una distanza sostanziale. Gli adepti del terzo gruppo, a mio personalissimo avviso, hanno adottato una scaltrezza attraverso cui evitare lo scontro frontale, ostentando invece una sintonia non supportata da fatti e documenti, mentre sobillano la rivolta tanto quanto quelli del secondo, solo in modo assai più opaco, nei mezzi e nelle intenzioni.

I cattorisentiti sono assertivi come forse nessun movimento d’opinione cattolico prima di loro – almeno nella storia recente -, con una disinvoltura che mette i brividi; scrivono libri, tonnellate di documenti, fondano quotidiani che mobilitano alla Jihad cattolica, abusano con disinvoltura di simboli universali, sottovalutano ciò che non conviene loro – la pedofilia nella chiesa sarebbe una montatura mediatica -, costruiscono temerarie consecutio tra l’omosessualità e i terremoti, e altre disgrazie. Alimentano le proprie fantasie persecutorie con adrenaliniche mailing list e appelli alla disobbedienza ecclesiale che rimbalzano, con facilità disarmante, tra le onde del web senza incontrare ostacoli. Si dicono fedeli al papa, sebbene non sia chiaro si tratti di Pio IX, o si debba risalire al Concilio di Trento.

Ecco per distinguere tra questo “cattolicesimo incazzato”, e quello mite di Papa Francesco, si potrebbero utilizzare proprio le categorie del citato Zygmunt Bauman. Uno è, o dovrebbe essere, quello solido, refrattario ai cambiamenti e l’altro liquido, ovvero privo di forma, adattato alle insidie della postmodernità. I ruoli tuttavia potrebbero risultare meno spontanei di come appare, perché le caratteristiche della liquidità appartengono più ai reazionari che agli altri. I fenomeni di aggregazione rancorosa che li contraddistingue, del contagio paranoide della rete, del sostanziale sganciamento dal magistero ecclesiale, il riferirsi ai nuovi capi popolo, come Mario Adinolfi, o Costanza Miriano per fare due nomi – quasi fossero “dottori della chiesa” dotati di una infallibilità ex Facebook – postulando una autorevolezza fondata sul numero di “follower”, che millantano il martirio digitale per essere stati sospesi due giorni da Twitter: ecco costoro sono ciò che di più postmoderno sia accaduto alla Chiesa da sempre. L’autoreferenzialità imperversa, le semplificazioni e tautologie (natura/contro natura ad esempio) vengono saccheggiate senza ritegno, in un pensiero debole travestito solo attraverso la durezza dei toni energumeni, ma che di forte ha davvero molto, molto poco. Questa nuova forma di fideismo, ancorché nostalgica nei contenuti, è il corrispettivo intracattolico dei no-vax, no Tav, gli indignati, e di tutti quei movimenti massimalisti di straordinaria attualità che poco hanno a che fare con la Chiesa e la sua storia, e molto con le angosce identitarie collettive, che appartengono più al mondo dell’inconscio che non alla formulazione del Credo.

Perché lo Spirito, come il vento soffia dove vuole. E continuerà a farlo, anche se coloro che fissano esclusivamente le proprie vele e gli anemometri sui propri campanili dovessero risentirsene. Talvolta brezza, talvolta tempesta, ma la natura dello Spirito non è né solida, né liquida. Ma leggera, come il vento gentile che soffia sui duri cespi della pampa.

L’insonnia della ragione genera mostri

“Che cos’è l’insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni?”

Marguerite Yourcenar

 

“Il sonno della ragione genera mostri”, pensava Goya e, affinché fosse chiaro il concetto vi dedicò una serie di disegni tuttora visibili al Prado. Ma si sbagliava, perché piuttosto è vero il contrario, ovvero che l’insonnia della ragione partorisce a getto continuo oggetti deformi. Il pittore iberico era figlio del suo tempo, e non poteva non sentire le forti suggestioni che, a pochi chilometri di distanza, l’Illuminismo cominciava a portare. “Chi dorme non piglia pesci”, gli avrebbe fatto eco un adagio contadino, ma anche il proverbio tralascia un quesito fondamentale, reso persino ancora più cogente dall’autenticità della affermazione, e cioè, perché dobbiamo dormire, oppure perché dobbiamo dormire così tanto? Non c’è dubbio che l’essere costretti a dormire un terzo del nostro tempo passato sulla terra, non rappresenti – eccetto che per vie assai più imponderabili – uno di quei vantaggi evolutivi che hanno consentito alla specie umana di muoversi dalle palafitte ai grattacieli. Quante trote e naselli in più potrebbero raccogliere dalle reti, i pescatori di questo mondo, se la natura non li costringesse a passare venticinque anni tra le coperte? E non è tutto! Occorre sfatare un altro refrain duro a morire. Il sonno non è riposo, o quantomeno lo spazio che occupa non vi coincide. Se un uomo dovesse passare una settimana della sua esistenza, sdraiato e coccolato nella più confortevole delle suite ma, tuttavia, gli venisse contestualmente impedito l’accesso alle braccia di Morfeo, non si tratterebbe più di una vacanza, ma una intollerabile tortura. Più verosimile appare invece l’affermazione secondo cui la notte, quantomeno, “stacchiamo la spina”; tuttavia anche in questo caso occorrono dei distinguo, perché quel distacco non comporta automaticamente un sollievo, o un alleggerimento, e forse sarebbe più corretto dire che di notte la nostra mente si collega a una turbina differente, dove rischia più facilmente, rispetto a quella diurna, di cortocircuitare, di lasciarci fulminati o in preda a un blackout. Spieghiamoci. Se potessimo creare uno standard dell’uomo occidentale contemporaneo, vedremmo che le sue giornate possano essere sì stressanti, ma non troppo. Non dobbiamo più rincorrere la cena nella foresta, né dobbiamo montare la guardia affinché le tigri dai denti a sciabola non balzino al centro del villaggio, lacerando carni e smembrando corpi. Veniamo a sapere di eccidi e guerre, ma per lo più sprofondati nella poltrona, dove l’Isis e i deliri nucleari di Kim Jong Un, continuano a sembrare talmente lontani; sopportiamo un paio di traslochi nell’arco di una esistenza; il trauma del licenziamento ci guarda minaccioso nei momenti di crisi, ma spesso riusciamo a non farci azzannare; non dobbiamo sopportare troppi ricoveri ospedalieri, i lutti e gli addii sono altresì l’eccezione e non la regola. La realtà è che la nostra vita “diurna” scorre su percorsi eternamente uguali, tanto che, per provare uno straccio di emozione, dobbiamo guardare un film d’azione (o un horror…), ci impegniamo in estenuanti sessioni alla Playstation, oppure andiamo allo stadio a vomitare rancore contro giocatori colpevoli d’indossare i colori sbagliati. I più audaci (o bisognosi), poi, arrivano a montare su un aereo e si lanciano col paracadute, si iniettano overdose di adrenalina legandosi una caviglia a un elastico prima di lanciarsi da un ponte, oppure scapicollandosi in pericolosissime corse sulla tangenziale. Ma in ogni caso – persino quando le cose si mettono per il verso storto – si tratta di simulazioni. L’elastico ci riporta sul ponte, il motore raffredda la notte nel box, e le scene più agghiaccianti del thriller ci fanno aggrappare al bracciolo per riportarci, subito dopo, indietro.

Non è così di notte. Quando siamo sotto le coperte – qui tuttavia occorre una precisazione, perché differentemente dalle esperienze “estreme” testé descritte, di cui non sono un assiduo frequentatore, per quanto attiene a quelle oniriche, onde evitare l’eccessiva genericità, mi riferirò esclusivamente a cose sperimentate in prima persona, e quando ciò non sarà possibile, ne farò espressamente menzione – viviamo esperienze molto più forti, e molto, molto, meno gestibili. Di notte andiamo in guerra, facciamo viaggi estenuanti, lottiamo strenuamente contro nemici occulti; viviamo estasi erotiche, riconciliazioni inesprimibili, trasformazioni inconcepibili, si riaprono ferite sepolte, ne sorgono nuove altrettanto laceranti, ne guariscono altre ancora; nei sogni diventiamo assassini oppure eroi, martiri o codardi; veniamo inseguiti da dinosauri, ci suicidiamo, transitiamo attraverso l’Inferno, incontriamo personaggi storici o sconosciuti che diventano i migliori amici mai avuti; oppure ancora ritroviamo cari che abbiamo dovuto lasciare sotto una lastra di granito, affiorano episodi dimenticati della nostra infanzia. C’è di più: nei sogni viviamo la fine del mondo – a me è capitato cinque o sei volte -, ci implichiamo in misteriose ritualità, ci imbattiamo in entità numinose, come fauni, centauri, membri del Pantheon ellenico o di quello egiziano, ma anche con Gesù Cristo. Non basta ancora. Nei sogni vediamo il futuro, o circostanze misteriosamente legate a un futuro possibile, visitiamo località dove non siamo mai stati, oppure assistiamo a sincronicità inspiegabili.

E noi chiamiamo tutto questo “sogno”, relegandolo nel rango delle fantasie arbitrarie, prive di significato, bizzarrie che il nostro organismo stabilisce di concedersi, purché non diventino troppo importanti.

Ma non è così. Il primo contrassegno è proprio la fatica con cui al mattino (non) riusciamo a trattenere quanto abbiamo sognato, in un modo che ricorda l’escursionista esausto che, una volta raggiunto il rifugio, si libera dell’enorme zaino che gli aveva anchilosato le spalle. I sogni sono un fardello troppo pesante, ancorché un innocuo sollazzo.

Perché attraverso (necessariamente, tuttavia non esclusivamente) i sogni ci trasferiamo provvisoriamente nel regno delle ombre, e possiamo osservare cose che, durante le ore del giorno, ci sono quasi sempre precluse. Che tuttavia ci contrassegnano tanto quanto, forse persino in misura maggiore, di quelle che vediamo alla luce del sole. Nemmeno. Gli “oggetti onirici” designano non cose che ci appartengono, ma ci portano egli estremi limiti dell’esistenza medesima, oltre il cui bordo non possiamo che intravedere le “cose” cui siamo noi a consegnarci in un’appartenenza necessaria. Che ci piaccia oppure il sonno ci trasporta – finanche fenomenologicamente – verso le cose ultime. E le cose prime.

Innanzitutto il sonno è ciò che in psicanalisi viene chiamata esperienza regressiva. Dormendo torniamo all’indietro, al punto di riavvolgerci nella placenta, assumendo la posizione fetale, e per un lasso di tempo torniamo a nuotare nel liquido amniotico dal cui letargo proveniamo.

E mentre ci spinge dove ogni cosa ha avuto inizio, il sonno ci trasporta dove tutto avrà fine. Perché dormire è anche un anticipo della nostra morte.

Lo avevano intuito i greci, nel cui Pantheon Hypnos, il dio del sonno, è figlio di Njx, la notte, e fratello gemello di Thanatos, che siede sullo scranno della morte. Intuizione su cui si sono ostinati molti autori antichi, da Omero a Cicerone. Scrive, a titolo di esempio, Ovidio:

“Che è il sonno se non l’immagine della gelida morte?”

Ma cos’è realmente questo fluido entro il quale ci immergiamo, e dove attraverso paradossi biografici, avvistiamo i comignoli di ciò che si colloca oltre gli argini del mondo e della vita? Cos’è realmente il sonno, da dove trae il suo potere, il suo fascino e la necessità?

Davanti a questi interrogativi, non si può che reclinare il capo e tacere, perché se c’è qualcosa che merita pienamente il titolo di Mistero, è ciò di cui stiamo trattando.

Il grande sociologo Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, ha costruito la propria carriera intorno alla (felice) intuizione della modernità liquida. Crediamo di non travisare i suoi insegnamenti se diciamo, che la nostra epoca sia appunto liquida, perché inconscia. Non ha più una forma solida, le istituzioni tradizionali – famiglia, scuola, chiesa – hanno perso l’enorme tenuta  di 50/100 anni or sono, e troppo spesso si ritrovano a vivacchiare su antiche rendite di posizioni, ma le sfide di oggi sembrano giocarsi altrove. È un mondo in rapida trasformazione, in cui fenomeni collettivi venti anni fa nemmeno ipotizzabili, sono entrati a far parte del nostro quotidiano. Sono tempi straordinari, magmatici e primordiali, dove la meraviglia si accompagna facilmente alla ferocia. Sono tempi dormienti. Sono tempi onirici.