Prima gli africani

Nella contrapposizione, ormai quotidiana, sui flussi di migranti, sugli atteggiamenti da tenere, se sia legittimo (o a quale registro stesso di legalità riferirsi) nella questione degli extracomunitari che cercano nei paesi più ricchi una possibilità di vita, ho già scritto, e continuerò a farlo. Ma c’è un paradigma, che si finisce per dare per scontato, e la cui messa a fuoco potrebbe di per sé cambiare la lettura del fenomeno in quanto tale, la sua percezione collettiva e di conseguenza il senso di una complessità che al momento appare come un miraggio.

La “pacchia

Il dimissionario ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha tratto dalla contrapposizione a ogni forma di migrazione le proprie fortune con alcuni slogan la cui efficacia neanche i suoi detrattori potranno contestargli. Uno tra i meglio riusciti è stato quel “E’ finita la pacchia” con cui inaugurò l’attuale esperienza di governo i primi giorni di giugno 2018, fomentando in questo modo  l’elettorato. Ed è contro questa presunta forma di parassitismo internazionale che Salvini ha inaugurato una forma politica d’autodifesa territoriale – storicamente ricorrente – condensata nel secondo fortunato adagio dei seguaci di Alberto da Giussano, ovvero “Prima gli italiani.”

Perché l’assunto fondamentale della prospettiva leghista è che la migrazione sia, appunto, una sorta di villeggiatura per scrocconi. Nell’Africa subsahariana, nel Kurdistan e in Siria, nello Yemen e ad Haiti, nelle aree più povere del pianeta e in quelle dove la geopolitica stritola le esistenze di milioni di persone, ci sarebbero tuttavia barbieri, sale d’attesa degli stregoni, dove pigramente decine di avventurieri che non sanno come sbarcare il lunario, lazzaroni senza arte né parte, consultano depliant ove si illustrano le facilitazioni, le infinite possibilità per i furbi e i criminali, solo superando una frontiera, o investendo tuttalpiù una piccola somma per attraversare il mediterraneo, oppure facendo qualche chilometro in più. 

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Il Mediterraneo già; proprio dove, come un peduncolo prospiciente verso l’emisfero australe, il gancetto di una porta lasciata inopportunamente aperta, la penisola italica consente a chiunque di approfittarne. Ecco l’immaginario che ha decretato l’enorme impatto di Salvini e la sua Lega sulla politica italiana. Da qui l’intransigenza nel tenere a distanza di sicurezza i parassiti, come il Raid faceva in un noto spot degli anni ’80, con le zanzare.

La terra di tutti

Perché i sovranisti amano la propria terra, la vorrebbero incellophanare, vulcanizzare, proteggere dagli agenti  patogeni esterni (ciò che proviene da fuori porta malattie…); costoro si commuovono quando ascoltano l’inno di Mameli, gongolano per la patria ferita, sono suscettibili se qualcuno le manca di rispetto, soffiano come gatti se una compagine sportiva arruola atleti di colore. 

Gli altri, per una forma transitiva e riflessa, invece no. E meno di tutti i migranti, che la propria terra l’abbandonano per un tozzo di pane – non importa quanto necessario per sopravvivere – e si lanciano alla ricerca del paese della cuccagna. La pacchia, appunto. I migranti non amano la propria terra.

Tuttavia non appena si guardano le cose un po’ da vicino, e si accetta di mettere in discussione un immaginario rustico e privo di complessità, si scopre che le cose non possono, non potevano stare così. E che a credervi anche solo per po’, occorre/va fare un grave torto alla propria intelligenza. Bisogna spegnere il cervello, e così è facile detestare “gli invasori”. 

Perché la scelta di migrare in un’altra terra può susseguire a molte motivazioni, anche radicalmente diverse le une con le altre, ma tra queste non può essere compendiata la pacchia. Mai. Contrariamente a quanto suggerito dagli sgherri di Salvini, non è facile per nessuno separarsi dai luoghi ove si è stati generati. Non occorre indulgere al sovranismo per comprendere che c’è un legame tra qualunque essere umano e la propria terra. E spezzare questo legame, anche per necessità inderogabili, è un prezzo enorme e un trauma molto difficile da superare, a prescindere – si noti bene – dal tasso di ospitalità riscontrato nel luogo dove si cerca asilo.

Nella prefazione del libro “La doppia assenza” del sociologo franco magrebino Abdelmalek Sayad, viene descritta la difficoltà di questa condizione:

“Sayad dimostra che il migrante è atopos, un curioso ibrido privo di posto, uno “spostato” nel duplice senso di incongruente e inopportuno, intrappolato in quel settore ibrido dello spazio sociale in posizione intermedia tra essere sociale e non-essere11. Né cittadino, né straniero, né dalla parte dello Stesso, né dalla parte dell’Altro, l’immigrato esiste solo per difetto nella comunità d’origine e per eccesso nella società ricevente generando periodicamente in entrambe recriminazione e risentimento. Fuori posto nei due sistemi sociali che definiscono la sua non-esistenza, il migrante, attraverso l’inesorabile vessazione sociale e l’imbarazzo mentale che provoca, ci costringe a riconsiderare da cima a fondo la questione delle fondamenta legittime della cittadinanza e del rapporto tra cittadino, stato e nazione.” 

In altre parole il migrante non ha una terra rispetto la quale possa nutrire un senso di appartenenza. Non più, né ancora. Non quella da cui è partito, nei confronti della quale ha operato una cesura definitiva, un “tradimento” archetipico, se vogliamo. Non può tornare indietro perché, proprio per la natura della scelta operata, non fa più parte del territorio né della popolazione cui pure è stato generato. 

Un dolore ineffabile che è un dovere (e una convenienza, di cui parlerò più avanti) mai trascurare da parte di qualsiasi interlocutore. Basta rileggere i versi dell’italianissimo (in realtà nato in Grecia) Ugo Foscolo, in A Zacinto, dove esprime il proprio dolore per l’esilio (autoimposto, si noti bene, per ragioni di natura politica):

Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde

col suo primo sorriso, onde non tacque

le tue limpide nubi e le tue fronde

l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio

per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

Anche quando il migrante viene espulso, non potrà mai più tornare alla vita precedente. Una dissociazione è stata comunque operata, e un’esistenza apolide può rischiare di abbarbicarsi, ove costretta, a forme di appartenenza identitarie – perché il problema identitario è sempre il più radicale, a qualsiasi latitudine – molto, molto pericolose. Gli  autori di episodi terroristici degli ultimi anni, come la strage di Nizza del 14 luglio 2016, erano inseriti nei paesi di destinazione da tempo, e la radicalizzazione si è dimostrata come la necessità derivante dalla mancanza di alternative, piuttosto che convinzioni strutturate. Storie di povertà e marginalità sociale invece che di letture coraniche. Ogni migrante, persino se vive in Europa da generazioni, può risentire profondamente delle dinamiche di esclusione operate nei confronti suoi e della sua gente, e affidarsi di conseguenza a dinamiche identitarie sommerse. Perciò la migliore prevenzione del radicalismo, o del terrorismo autoctono, non può che essere il percorso per una migliore integrazione. Di qui la convenienza.

E se il migrante non appartiene più alla terra lasciata, la possibilità di appartenere a quella di destinazione, è affidata a una speranza esile come un sospiro. L’aggregazione sociale per coloro che sono espatriati è soggetta a una chimica fragilissima, pronta a suppurare e ammalarsi, facendo ammalare anche il tessuto connettivo con il quale  dovrà a ogni modo confrontarsi.

A titolo di esempio vorrei citare l’osservazione in Svezia di quella che è stata battezzata come la Sindrome della rassegnazione” (uppgivenhetssyndrom), che colpisce i bambini delle famiglie sulle quali incombe la spada di Damocle di un possibile respingimento. Fanciulli che diventano catatonici, inappetenti, incapaci di reagire, perdendo progressivamente l’istinto di autoconservazione. I bambini sentono trapelare, pure attraverso il silenzio degli adulti che, dopo avere perduto la terra madre, stanno per perdere quella cui contavano per andare avanti. E se non si può più andare avanti né indietro, meglio lasciarsi morire.

La sindrome della Rassegnazione

A questo punto, considerato che migrare non è la passeggiata per chi vi si avventura, incontrando sempre più spesso l’ostilità dei padroni di casa, la domanda sorge spontanea: perché? Chi glielo fa fare di rischiare la vita, spendere gli ultimi averi per trasferirsi in rettangoli del pianeta dove si verrà guardati con sospetto e malevolenza? Perché abbandonare la propria casa?

Una risposta semplice a questa domanda non esiste. Anzi. La migrazione è un fenomeno talmente complesso, storicamente stratificato – cui ogni paese ha fatto esperienza da entrambi i capi del filo -, da suggerire d’evitare risposte facili o demagogiche. Proprio le letture strumentali che però costituiscono il mainstream nel quale ci tocca vivere. 

Tuttavia una risposta dobbiamo provare a cercarla.

Si potrebbe dire senza timor di smentita che la ragione dei flussi migratori consti nella povertà, nell’estrema indigenza. E sia. Ma non è sufficiente, perché spesso il tipo di povertà che attanaglia regioni dove l’aspettativa di vita è mediamente la metà di quella europea, ha la propria radice recondita – e spesso anche quella più prossima – proprio nella iniqua redistribuzione delle ricchezze. Detto in altre parole, l’estrema povertà della stragrande popolazione mondiale è la condizione necessaria per il privilegio dei pochi. E stando così le cose il flusso dalle aree più povere verso quelle arricchite appare una fatalità osmotica. 

Niente che possa essere impugnato davanti ai tribunali civili oppure ai parlamenti sovranisti, ma di fronte a quello della storia eccome. Intendiamoci, a questa osservazione non consegue che la migrazione sia simpliciter cosa buona e giusta (semmai inevitabile), e che vada avallata in qualsiasi forma si palesi. Solamente che come fenomeno complesso, dalle radici attorcigliate alla vicissitudini dei continenti, merita un senso della complessità.

I migranti scappano dalla guerra, dalle persecuzioni politiche – i curdi, siriani, iracheni, libici, rohingya -; e tra le nuove povertà riscontrate nei paesi meno tecnologici, la maggior parte sono da addossare proprio agli standard di vita tenuti in quelli più ricchi. Ci sono studi, ad esempio, che documentano quanto stringenti siano i rapporti tra i flussi migratori e la desertificazione causata dai cambiamenti climatici. Per dirla in soldoni, mentre la parte settentrionale dell’emisfero terrestre, mangia, consuma e inquina, quella meridionale ne patisce le conseguenze in termini di siccità, di impossibilità di coltivare cereali, legumi, perché la terra si è inaridita. 

Ricordiamo poi lo sfruttamento della manodopera nella filiera dell’abbigliamento, dove griffe “bianche” hanno decentrato la propria produzione, a causa del costo della manodopera risibile, l’assenza di tutele sindacali e la possibilità di imporre salari sempre inferiori a fronte della competizione commerciale (a vantaggio ovviamente dei risparmiatori occidentali). Non è una “leggenda buonista”. Il 24 aprile 2013 a Dacca, nel Bangladesh, avvenne il crollo del Rana Plaza dove centinaia di donne erano costrette – segregate se non picchiate – per produrre capi d’abbigliamento a basso costo. Morirono 1125 lavoratori, soprattutto donne, e altre 2515 rimasero menomate. Sono numeri spaventosi. Tuttavia noi continuiamo a comprare polo “italiane” a costi ultra competitivi, e di come siano arrivate qui poco ce ne cale.

Il crollo del Rana Plaza
L’etichetta della mia Polo, “italianissima”, comperata solo poche settimane fa a un prezzo ultra competitivo.

Ota Benga

Ma la storia che voglio raccontare non riguarda l’attualità. E’ una storia un po’ più lontana nel tempo. La storia di un uomo piccolo piccolo (un metro e venti dicono le cronache), una storia diversa dove però tutti i temi fino qui tracciati trovano una tragica esemplificazione. Una storia singola che contiene tutti i deliri e i misfatti della fine del XIX secolo, e quelli non meno cupi del XX. 

E’ la storia di Ota Benga, il piccolo congolese, per raccontare la quale si deve partire distanti, in uno sfarzoso e austero palazzo di Laeken, in Belgio. Il palazzo reale. Leopoldo II, asceso al trono nel 1865 alla morte del padre vi si aggirava inquieto. Per un decennio aveva fatto pressione sul parlamento nazionale affinché approfittasse delle condizioni che il colonialismo sembrava offrire. Idioti, i politici erano degli idioti. Nonostante avesse lasciato carta bianca riguardo gli affari interni, non era stato ricambiato di pari moneta per quelli esteri. Il mondo era lì una miniera, un frutteto, un succoso frutto tropicale da spremere avidamente come già stavano facendo da molto più tempo e sagacia gli inglesi e i francesi. Persino gli olandesi, no dico gli olandesi in Sudafrica!, avevano approfittato. Possibile che solo a Bruxelles non si rendessero conto? Che i suoi connazionali non comprendessero quale opportunità andavano sprecando? Gente dalla dura cervice i fiamminghi, attenti alla borsa, ma prudenti fino al ristagno. Rimpiangeva, l’ambizioso sovrano, i tempi in cui Anversa trafficava col resto del mondo, le navi scambiavano spezie con l’Indocina e i mercanti si arricchivano. Dov’era finita la tigna di quelle generazioni? Toccava a lui, una testa incoronata, prendere l’iniziativa manco fosse un avido  commerciante. Si domandava Leopoldo se i suoi connazionali gli avrebbero mai riconosciuto un tale merito. Probabilmente no, ma non si perse d’animo. Dapprima provò a coinvolgere Pietro Savorgnan di Brazzà, che lo aiutasse a imbastire una missione esplorativa, o filantropica, insomma una di quelle sciocchezze lì.  Quel che contava era apparecchiarsi alla tavola prima che spegnessero le luci e chiudessero le cucine. Ma l’italiano declinò; riguardo l’Africa centrale aveva sancito un debito d’onore con la Francia, la seconda patria e gli aveva preparato per bene una conquista facile facile, proprio in Congo (per una contorsione del pensiero, tutt’altro che insolita in quei territori, gli dedicheranno la capitale Brazzaville). Leopoldo risentito per quel rifiuto, si rivolse quindi al più grande esploratore del continente nero, Henry Morton Stanley, il quale fu più accondiscendente. Non aveva ascendenti nobiliari, un‘infanzia passata a scappare dagli orfanotrofi e una curiosità mordace, sarebbe stato più malleabile. Insieme fondarono l’Association Internationale Africaine. E così nel 1879 partì la sedicente missione scientifica, pronta a esplorare nuove terre e ad annettere nuove succulente scoperte. Stanley si aggirava sulle acque melmose del fiume Congo, portandosi doni e oggetti curiosi, chincaglierie (ma, va detto, anche qualche prezioso cimelio), concludendo accordi con i capi villaggio. Questi, ignari apponevano una rudimentale “X” sul fondo di un documento di cui, ovviamente, non avevano compreso nulla. In una lingua diversa da quella che parlavano, e che avrebbero imparato a leggere molto più tardi. Troppo tardi. Non capivano. Men che meno afferravano ciò che avrebbe comportato per le loro terre e il loro popolo. 

Leopoldo II del Belgio

Agli occhi del mondo, a garanzia delle migliori intenzioni di Leopoldo, non bastavano le millantate finalità filantropiche e geografiche dai notabili dell’impresa. No, no. Occorreva di più, occorreva… un nome, uno che facesse sparire le ultime ombre. 

E così attraverso la lenta cucitura di lembi diplomatici e di sudate annessioni militari, riuscì dopo pochissimi anni a fondare uno stato completamente nuovo, riconosciuto nel 1885 dalla conferenza di Berlino, in Prussia, dove si decidevano – com’era inevitabile che fosse – i destini dei popoli africani. Finalmente Leopoldo aveva la sua fattoria negra. Ma il nome, un’acrobazia diplomatica che avrebbe fatto scuola, doveva indicare altro: lo Stato Libero del Congo, la cui purezza d’intenzione e autonomia era suggellata emblematicamente dalla nomenclatura fiamminga Kongo-Vrijstaat. Mica poteva spiegarglielo in Lingala che finalmente erano liberi. 

La bandiera era una stella in campo indaco, a suggellare la luce che il monarca europeo stava portando presso quei selvaggi. Non si trattava beninteso di un possedimento coloniale belga, ma di una proprietà privata del suo sovrano, che divenne a questo punto Leopoldo I del Congo – liberato s’intende -. Tuttavia non sentì mai il bisogno effettivo di visitare il proprio giardino africano. Poteva fare tutto restando sotto la confortevole ombra degli ippocastani del sontuoso giardino. 

Un seduttore, Leopoldo; era riuscito ad ammansire i francesi preoccupati dei propri possedimenti, i britannici e persino Bismarck, con la promessa di creare nell’area dei Grandi Laghi uno stato cuscino. Promise, elargì sorrisi e buone intenzioni, ché la stella fosse mica lì per caso, avrebbe promosso le missioni cattoliche, ostacolato la tratta degli esseri umani – che i feroci Batambatamba continuavano a imperversare tra l’isola di Zanzibar e il Sudan, e da lì verso il medio Oriente o l’India -, e avrebbe affrancato i mercati. Fece molte promesse Leopoldo a Berlino, e non fu invano. Certo, non si soffermò troppo a discutere che gli schiavisti, oltre che disumani, erano i principali competitori nel commercio dell’oro bianco: l’avorio, di cui l’Africa si pensava essere, a torto, una miniera inesauribile.

Ma con un’intelligenza rara per il commercio Leopoldo riuscì a guardare persino oltre alle zanne, che cominciarono a impilarsi sulle pareti delle nuove stazioni di transito, lanciandosi a capofitto nella ricerca di quello che sarebbe stato per decenni uno dei pilastri dell’industria europea. La gomma! Nel suo orto privato Leopoldo poteva approvvigionarsi a dovere del raccolto delle piante di caucciù e di ficus elastica. Nel 1888 un veterinario scozzese, John Boyd Dunlop, trafficando intorno alla ruota del triciclo del figlioletto, inventò il pneumatico gonfiabile. Di gomma, appunto, migliorando così le condizioni di viaggio di milioni di viaggiatori e decretando, senza saperlo, una sentenza di morte per milioni di congolesi.

Proprio mentre l’avorio cominciava a diventare un problema, Leopoldo si ritrovava tra le mani un giacimento d’oro elastico. “Tra le mani” tuttavia era un modo di dire, poiché la manodopera doveva essere quella locale, poiché era sufficiente “convincere” gli autoctoni – che grazie a Leopoldo potevano vivere in uno stato libero – a lavorare gratis per lui. Quanta ingratitudine. Aveva portato loro la civiltà europea, potevano esimersi da lavorare sedici, diciotto al giorno ore per lui? Si era seduto al tavolo delle potenze coloniali con incolpevole ritardo, ci mancava che perdesse altro tempo prezioso a convincere i negri. 

Tuttavia le cose ci misero un po’ a girare per il verso giusto, perché gli indigeni ci misero un bel po’ a capire le loro semplicissime mansioni. Non era nemmeno cattiva volontà, chissà se quelle bestie ce l’avevano una volontà propria?, ma di ignoranza e idiozia. Non capivano. Perciò dovette – e un po’ di questo si rammaricò, esclusivamente per l’immagine di benefattore che doveva pur sempre salvaguardare – usare i modi più bruschi. I militari della neonata Force Publique arrivarono a decimare intere porzioni di territorio, sterminare villaggi. 

Qualcuno rimaneva indietro…

Poi c’erano anche altri sistemi di apprendimento, altrettanto efficaci e meno, appena meno, sanguinari. Come ad esempio la prassi di amputare una mano di quelli che non raggiungevano la quantità di raccolto prefissata. Ci sono foto dell’epoca, più eloquenti di qualsiasi statistica, dove ragazzini svuotati mostrano all’obiettivo il moncherino. Mica con un’aria di denuncia – chi li avrebbe ascoltati? -, ma più per documentare un esercizio doverosamente svolto. Quello dei carnefici. Inutile dire che Leopoldo diventò vergognosamente ricco, fino a che nel 1908 il parlamento belga gli portasse via il suo meraviglioso giocattolo. Ma questa non è la storia di una testa incoronata. Nemmeno quella di chi per arricchimento privato comminò un vero genocidio, quando di genocidi ancora non si sentiva l’esigenza di parlare. Alcune stime riferiscono che Leopoldo abbia fatto uccidere quasi dieci milioni di persone, un terzo della popolazione congolese. 

La suggestiva bandiera dello Stato Libero del Congo

Questa è piuttosto un’altra storia, quella di un uomo piccolo, un Twa oppure un Mbuti, un pigmeo, talmente piccolo da diventare presto un freak, una bestia da baraccone, ma non abbastanza piccolo da sfuggire alle maglie della storia degli uomini, uomini altri ma non grandi, i cui nomi continueranno a gocciolare l’altrui plasma sui libri di storia. 

Ota Benga era nato intorno al 1880. Era un guerriero. Poteva seguire un leopardo per giorni, sapeva come spaventare un elefante lanciato in una carica forsennata, riconosceva perfettamente le impronte di un okapi passato giorni prima. Proprio tornando da una battuta di caccia, mentre ancora teneva la selvaggina sotto l’ascella, cominciò a non capire. Perché il villaggio, la sua casa, i fratelli, le sorelle, non c’era. Dov’era stata la sua esistenza c’erano soltanto rovine fumanti; Ota Benga non capiva, e quando non si capisce si soffre meno. Non fece neanche in tempo a realizzare ciò che era accaduto, quando fu catturato da alcuni mercenari. Doveva essere destinato anche lui a trasportare la gomma dall’interno sino ai porti, e caricarla sulle navi. Ma Gesù, era talmente piccolo che sarebbe servito a poco. E poi, con quei denti, limati e aguzzi come quelli di un felino, inquietava persino i carcerieri. Meglio disfarsene. No, non ammazzarlo, poteva pur rendere qualcosa. 

Lo acquistò uno di quei personaggi senza arte né parte che attraversavano l’Africa, un po’ affarista e un po’ missionario. Il mercante se lo portò dapprima in Europa. Era lì che il credo positivista faceva allestire i primi “zoo umani”, con i curiosi a sciamare davanti alle gabbie. Non erano la prova provata che l’uomo discendesse da uno di quegli abomini? Sembrava un po’ come guardare dal buco della serratura di Dio, e sbirciare nel laboratorio dove aveva fatto le prove generali. Non c’era chi non volesse pagare il biglietto per quelle attrazioni. Ma l’Europa aveva materiale più che a sufficienza. Gabbie di pigmei n’erano già state allestite tante. Non ce n’era una libera (si fa per dire) per Ota Benga. 

Ota Benga nel 1904

Allora il missionario, per nulla scoraggiato – in fondo ci aveva messo su dei bei soldi – salì su un nuovo bastimento, con il quale varcò questa volta l’Oceano Atlantico. Destinazione America. Nuovi mercati, altri curiosi, meno schizzinosi. Lì avrebbero pagato il giusto per un fenomeno come Ota Benga. Dapprima riuscì a farlo esibire all’Expo di Saint Luis nel 1904. Poi, finita la kermesse, doveva trovare altri interlocutori interessati. 

Arrivarono così a New York, dove dapprima il pigmeo fu “prestato” al museo di Storia Naturale. Doveva servire a documentare qualcosa…, neanche aveva capito il missionario. Essenziale che pagassero. Ma Ota Benga si rattristava in mezzo agli animali impagliati. Dicono si fosse fatto aggressivo, troppo aggressivo, per i ricevimenti che l’alta borghesia ogni tanto qui teneva. In una di quelle serata danzanti, tra la bacheca dei coleotteri e sotto l’enorme scheletro della balenottera azzurra, Ota Benga fece una mossa decisamente sbagliata, mordendo uno dei rampolli Rockefeller, il quale voleva soltanto baloccarsi con lui, prenderlo in braccio come si fa con un cucciolo. Ne seguì che il Museo dovette allontanarlo, rischiando di vedere essiccare il copioso flusso di donazioni cui proprio non poteva fare a meno. Specie non a causa delle bizzarrie di uno scimmiotto.

Così la “carriera” da fenomeno di Ota Benga proseguì altrove, in contesti meno nobili, più vicini alla vorace curiosità della plebe. Finì nello zoo nel Bronx, stessa gabbia delle scimmie. Gli avevano persino costruito un arco giocattolo, perché sembrasse più minaccioso, o più patetico. L’esibizione – che fu, va detto, un enorme successo – suscitò tuttavia anche le rimostranze della comunità afroamericana della Grande Mela. Poco male. Avevano da poco raggiunto la liberazione dalla schiavitù, che non si allargassero troppo. Tra le voci più irriducibili della protesta, fu importante quella del Reverendo James B. Gordon, il quale insistette così tanto, con le missive al sindaco e ai notabili cittadini, che alla fine non solo lo liberarono, ma glielo appiopparono come un pacco ingombrante. Ormai la sorpresa per quella scimmietta con i denti aguzzi si era esaurita.

Il reverendo prese a benvolere Ota Benga. Nel modo che gli sembrava più congeniale, ovvero il proprio. Si prodigò affinché il pigmeo si americanizzasse, e smettesse così una volta per tutte d’essere uno scherzo della natura. Gli avrebbe insegnato l’inglese, gli trovò nel 1910, persino un lavoro, giù in Virginia, in una fabbrica di lavorazione del tabacco. Di tasca propria sborsò una somma importante per portarlo da un dentista, che gli incapsulasse gli incisivi, ché sembrasse un cristiano e non più una belva pronta ad assalire la preda. Era un uomo buono il Reverendo Gordon, un uomo di Dio. Perciò è curioso che stesse spingendo Ota Benga nella stessa direzione, ma per la ragione opposta, di quelli che l’avevano messo nella gabbia delle scimmie. Lo spingeva lontano da ciò che era.

Un gioco cui il pigmeo per un po’ provò a prestarsi. Non capiva le parole, ma gli occhi di un uomo buono, quello sì. Poteva accondiscendergli, mostrargli un po’ di riconoscenza. Un tentativo doveva farlo, ma nel cuore aveva soltanto un proposito, una sola chimera: tornare nella terra di suo padre, sulle tracce dei leopardi, nei sentieri della giungla. A casa. Per questo motivo accettò tutti quei compromessi, come il lavoro o di vestire all’occidentale. Doveva risparmiare quel che gli serviva per tornare a casa.

Ma le teste coronate europee decisero, per la seconda volta, che la storia dei grandi dovesse calpestare quella dei pigmei. Insieme a quelle di milioni di altri individui. 

Nel 1914 in un posto di cui Ota Benga avrebbe continuato a ignorare l’esistenza, un uomo sparò addosso a una coppia su di un’automobile. Dovevano essere persone importanti, ma questo Ota Benga lo ignorava. Da quel duplice omicidio ci fu un’escalation di avvenimenti, e l’Europa – sempre l’Europa, le cui sorti Ota Benga avrebbe fatto volentieri a meno di incrociare – si lanciò in una voragine mai vista prima, una “Guerra Mondiale”. Anche l’America ne fu coinvolta. E gli U-Boot tedeschi cominciarono ad affondare qualsiasi bastimento o cargo si allontanasse dalle coste degli USA. Ota Benga non sapeva cosa fosse un sottomarino. E le poche guerre che aveva conosciuto erano tribali, dove si uccideva un nemico, ma lo si guardava dritto negli occhi mentre la vita scorreva via come acqua sulle pietre. Così no. Non sapeva che gli uomini potessero combattere a quel modo. Gli stessi che dovevano portare la luce del sole nel suo Congo, e che vi avevano portato l’ombra della violenza e della cupidigia.

A quel punto fece la sua scelta.

Così la sera del 20 marzo 1916, dopo una giornata di lavoro, Ota Benga si isolò nel piccolo locale che il Reverendo aveva affittato per lui. Dapprima si dedicò  a un’operazione laboriosa e alquanto dolorosa: si estrasse da solo tutte le capsule, che avevano nascosto al mondo la sua dentatura particolare. Che avevano nascosto al mondo chi fosse Ota Benga. Poi si spogliò, e improvvisò un altare rituale, come quelli che tempo prima – sembravano secoli – aveva visto al villaggio. Neanche questo c’era più. Accese un fuoco, compì alcuni riti antichi. Non troppo precisamente (non li ricordava nel dettaglio, ma non era così importante, per quella volta sarebbe bastata l’intenzione). Poi da un panno estrasse un revolver. Non si sa come ne fosse venuto in possesso. Quella sera, dopo avere cercato di riconnettersi con il mondo degli antichi, da cui era stato strappato, si puntò la canna della pistola alla tempia e fece fuoco.

L’Africa agli africani

Quella di Ota Benga è una storia tristissima, ma niente affatto straordinaria. La sua disperazione, collocata al centro di tempi in cui la disperazione è l’unica mercanzia che i mantici della guerra continuano a dispensare, si perde come un sospiro al centro della tempesta. Questa proporzione non vale, tuttavia, solo come indicazione cronologica, ma anche topografica. Ota Benga è una goccia di dolore in mezzo a un oceano di dolore, e una zolla al centro di una territorio che geme e gronda il proprio sangue: l’Africa. E nessuno realmente sembra poter mai pensare che le cose potrebbero stare diversamente. Dovrebbero, senza forse.

C’è un callo che si è formato nella coscienza europea, se di coscienza si può ancora parlare, per cui ogni lettura, ogni paradigma costruito sulle sorti del continente nero, è che la sofferenza sia un prerequisito inscindibile dal prodotto osservato. Qualcosa d’inevitabile, come le formiche a un picnic o l’acne negli adolescenti. 

E’ così da talmente tanto tempo che non si postula in alcun modo che le cose potrebbero andare in un altro modo. Ed è pure conveniente. C’è chi è destinato a soffrire e chi no. Noi ovviamente no. Possiamo, di quando in quando, commuoverci, elargire una moneta untuosa al senegalese appostato vicino ai carrelli vicino al discount, fare un’adozione a distanza, sì da sentirci migliori. Una carità pelosa che dà quell’attimo di sollievo, ma che non sposta un convincimento tanto più radicato quanto meno consapevole. Che, ovvero, ognuno si trovi esattamente nel luogo dove deve trovarsi, che ci sia un ordine implicito nelle cose, che la posizione di vantaggio relativo, assunta nella fugacità dell’incontro, sia giusta così, a prescindere dai livelli empatici adoperati. Ma è davvero così?

La Caverna di Alì Baba

Sono partito ricordando che il sovranismo che imperversa nelle nostre contrade, sui social, e che ha determinato la fortuna politica del personaggio Salvini, si crogiola, tra untuose illazioni al non essere razzisti, a una pretestuosa difesa del territorio, farcita di tautologie come “ciò che è nostro deve essere nostro”, “ognuno a casa sua”, et similia.

Ma se i migranti hanno compiuto un atto così tragico come strappare i legami con l’origine, non sarà simmetricamente proprio perché non hanno potuto tenersi il proprio? La storia di Leopoldo II con il Congo – che ha schiacciato il piccolo Ota Benga come un gheriglio sotto un cingolato, è solo un cliché degli accadimenti africani. Il problema africano è di essere un territorio smisuratamente ricco. Ed evidentemente in tutto questo c’è un enorme paradosso. Il continente è scandalosamente ricco di ogni tipo di risorsa naturale. Dal petrolio nigeriano, il legname delle foreste equatoriali, il rame, i diamanti nel centro-sud del continente (senza la scoperta dei quali, ad esempio, avremmo letto storie differenti sull’Apartheid sudafricano), il rarissimo Coltan indispensabile per le nanotecnologie e l’uranio. Pochi sanno, ad esempio, che il materiale radioattivo usato dal progetto Manhattan sino al poco meritevole epilogo di Hiroshima veniva dal Congo. Ancora il Congo, già, grande come tutta l’Europa occidentale, un paese che è una autentica “Caverna di Alì Babà”: oltre alla gomma che interessava tanto a Leopoldo II (e oggi ovviamente tutti i produttori di pneumatici), ci sono i diamanti, l’oro, i metalli rari e appunto l’uranio. Il Congo è il terzo giacimento planetario di Rame, e il primo di Colombite (Niobio) e Tantalio (il citato Coltan); il tantalio in particolare è un metallo che resiste fino ad altissime temperature – il suo punto di fusione è 6000 °C, ed è quindi indispensabile per i microcircuiti, i processori e ogni cosa riguardi l’hi-tech. Ebbene, l’80% del Coltan planetario si trova, sotto forma di una ghiaia apparentemente insignificante, sul letto dei fiumi congolesi. Quindi, se una persona (faccio per dire) utilizza uno smartphone, una consolle di gioco – la Sony dovette rinviare il lancio della Playstation 2 di qualche mese proprio a causa della contrazione dell’offerta di Coltan), oppure un computer, ebbene, costui può dare per certe almeno due cose (e un corollario): la prima è che nel suo device c’è una piccola parte del Congo e la seconda è che ad arricchirsi per le inevitabili impennate del prezzo del Coltan non sarà mai stato un congolese. Qui occorre però inserire il corollario, perché la seconda affermazione non è del tutto vera, se non si precisano alcune cose. Ovvero marginalmente anche i congolesi sono riusciti a guadagnare dalla raccolta, e poi dalla vendita del materiale, ma il tutto secondo i processi della cosiddetta economia informale, la quale, nel caso della storia recente del Congo, è stata un’economia di guerra. Perciò sì, talvolta anche alcuni congolesi – ma anche ruandesi, ugandesi e angolani – hanno tratto dei benefici dal Coltan, ma molto spesso, ne sono venuti in possesso attraverso meccanismi di prevaricazione, stermini e faide, che hanno lasciato le strade del paese lastricate di morti. E’ facile che i pochi africani a essersi arricchiti con il Coltan, insomma, siano dei signori della guerra locali, a capo di una milizia, siglata da un acronimo oscuro, che per poter controllare una regione abbia facilmente ucciso, smembrato, stuprato, assalito villaggi con i propri “kadogo” (bambini soldato, a suo tempo rapiti dalle proprie famiglie) qualche villaggio. E in nessun caso i veri profitti, neanche con questo corollario, i veri profitti saranno stati realizzati localmente. L’Africa e le sue ricchezze sono storicamente state depredate dal mundele. L’uomo bianco.

Bambini in Katanga. Una delle regioni minerarie più ricche al mondo.

E’ così. Le miniere del Katanga sono vergognosamente ricche d’ogni ben di Dio. Di Dio, forse, ma certo non dei congolesi. Parliamo infatti di uno dei paesi più poveri del pianeta, e il ragionamento potrebbe essere troncato qui. Perché la storia dice esattamente che i congolesi, come gli altri africani, non hanno mai potuto usufruire, sfruttare o negoziare da una posizione di forza. Anzi. La storia dell’arcinota instabilità politica del continente, le guerre civili ricorrenti come monsoni ai tropici, l’ascesa al potere di politici controversi – Amin Dada, Bokassa, Mobutu e Mugabe per citarne alcuni tra i più sanguinari e folcloristici -, dittatori crudeli e megalomani, “signori della guerra”, sono le maglie di una rete ove la convenienza del primo mondo verte proprio sulla sostanziale incapacità di autogovernarsi del terzo. Sui libri di storia non lo troveremo, ma subito dopo la seconda guerra mondiale, il più pesante tributo di sangue mai pagato da una popolazione in un conflitto, appartiene alla seconda guerra del Congo (1998/2003 dice Wikipedia, ma in realtà non si è mai del tutto sopita). Un conflitto duro, sporco e complicato, tanto da scoraggiare le letture parenetiche utilizzate dai reporter e gli storici occidentali, combattuta in varie fasi e tra molte  fazioni. Ma con un denominatore che si è affermato  trasversalmente in tutte le fasi – specialmente le più cruente – della guerra, ovvero il controllo dei ricchissimi giacimenti congolesi.

La seconda guerra del Congo conta, subito dopo la II guerra mondiale, il più elevato numero di vittime

Perciò dire che le nostre ricchezze, i diamanti incastonati negli anelli degli innamorati a San Valentino, gli Smartphone e tutti gli oggetti che ci sono divenuti negli anni familiari e indispensabili partner di vita, insomma che tutti questi benefit siano macchiati del sangue di innocenti, non è purtroppo un’iperbole, una forma di masochismo celata nel senso di colpa che il neoliberismo magari coltiva nell’inconscio. Non è il mantra di un nostalgico ritorno a Che Guevara, ma è un doto di fatto, facilmente constatabile. E pure in modo facile e disarmante. Il Congo è un paese ricchissimo – come risorse – e nel 2010 il suo bilancio segnalava 4,9 mld di dollari. Più o meno come una quello di una prestigiosa università statunitense. Dove sono finite quelle ricchezze? Non nelle mani dei congolesi, questo è certo.

Un paese con con PIL pro capite (2009) di poco più di duecento dollari, con un’aspettativa di vita appena superiore ai quaranta anni e una mortalità infantile tra le più alte del pianeta (167 bambini su 1000 non raggiungono i cinque anni), il 30% di analfabetismo, l’assenza di infrastrutture, la corruzione dilagante che si è protratta attraverso tutti i regimi, l’assenza di ospedali e di una qualsivoglia parvenza di welfare. Con tutte queste premesse, privati di ciò che appartiene loro, cosa risponderà un congolese se gli si domanda dove vorrebbe essere, risponde “Na Poto”, ovvero in Europa. Gli si può dare torto?

E’ sempre la stessa Storia…

Da centocinquanta anni le concessioni, i retaggi coloniali, vengono mantenuti sostanzialmente intatti. Il continente africano ha conosciuto lungo tutto il XX secolo un’unica sequela di conflitti, colpi di stato, genocidi – come quello ruandese nel 1994, alle cui spalle c’era un retaggio triplista inventato, o almeno radicalizzato, dai belgi -, violenze inimmaginabili, scontri fratricidi e fame, tanta fame, il cui unico minimo denominatore è stato che giovavano a qualcun altro, perché le ricchezze che si sarebbero potute conservare, come “risorse nazionali” erano già sopra un bastimento diretto in Europa, Asia o America. Insomma, di tutti gli slogan criptorazziali, che sono diventati il mainstream  della comunicazione politica e, purtroppo, istituzionale, la più ipocrita di tutte è quella secondo cui gli africani andrebbero “aiutati a casa loro”. Perché è vero l’esatto contrario. La gomma della Liberia, il petrolio di Brazzaville o quello nigeriano, i diamanti della Namibia, finiscono nelle vetrine di Cartier, nei battistrada dei pneumatici Firestone oppure nei serbatoi dei fuoristrada giapponesi. E’ tutto sotto la luce del sole.

Se gli africani sono stati depauperati è perché non hanno – pro domo nostra – potuto far conto su ciò che la natura aveva offerto loro. Il motivo recondito delle migrazioni non è dunque da ricercare in un avvenire migliore, ma in un passato (e un presente) rapace. E se le cose stanno così – fingiamo di poterne ancora dubitare – allora ogni forma di migrazione dai paesi più poveri verso quelli più ricchi conterrà inevitabilmente una quota di risarcimento per un debito, un debito di guerra soprattutto, un debito morale ed economico che sarà quasi impossibile estinguere. E ad ogni rata gli uomini dei cosiddetti “paesi progrediti” dovranno presentarsi col capo cosparso di cenere, e il cuore profondamente contrito. Ecco la pacchia.

Ma purtroppo le regole le fanno i prepotenti, e non le loro vittime.

Prima gli Italiani? Se dopo c’è un dopo

Alle scorse elezioni europee Salvini ha preso decisamente il largo, polarizzando a proprio favore il binomio al governo, dimostrando – se ce ne fosse il bisogno – di non essere uno sprovveduto, dotato di una capacità di leggere le dinamiche profonde del paese con un’abilità che gli ingenui pentastellati francamente si sognano.

Ha costruito una macchina da guerra perfettamente lubrificata, un appeal social come nessun politico (italiano, va detto) prima di lui. E funziona, funziona molto bene. Purtroppo.

Al suo fianco lavora “la Bestia” – come ribattezzata, con grande efficacia, la macchina della propaganda salviniana dello spin doctor Luca Morisi -, pronta a toccare le corde meno visibili degli italiani. E così la versione 3.0 di quella che fu la “Lega Lombarda” di Umberto Bossi è diventata il vero soggetto nuovo presente sullo scenario politico italiano.
A costo di ripetersi, purtroppo.

L’esasperata ambizione e il cinismo di Salvini lo hanno portato a disfarsi in un colpo dei vari mitologemi (cui s’era anch’egli abbeverato), come La Padania, la Secessione – l’unica per cui sembra adoperarsi con profitto è oramai quella europea – e la “Roma ladrona.” Niente più riti propiziatori al Dio Po, niente allusioni abborracciate a un paganesimo wagneriano, minor enfasi nelle adunate identitarie di Pontida, la fine di tutto l’immaginario celodurista, giubilando personaggi ingombranti come Borghezio, disfacendo cerchi magici e ributtando in fiume le trote che avevano infestato la cronaca solo dieci anni fa. A quello che si era rivelato per un populismo obsoleto ha imposto un enorme upgrade, dando prova di una duttilità che la Lega, in sé, non aveva mai avuto. Facendole così fare definitivamente il salto del Rubicone, passando da forza di nicchia – una nicchia enorme – a una dimensione politica nazionale, in grado di governare il paese, trascinandolo però progressivamente verso dinamiche retrive che speravamo seppellite.

Il Mantra

Lo slogan di Salvini e dei suoi, l’hashtag che ne ha decretato le fortune elettorali, è Prima gli italiani.”  Che cosa però questo Mantra potrebbe davvero significare?

Qui vorremmo domandarci il motivo di questo fragoroso successo. Per farlo tuttavia occorre scomporlo. Non vogliamo dedicare neanche un istante al sostantivo, perché abbiamo già verificato quanto sarebbe futile ricordare l’antistoricità della la vocazione “nazionalista” del partito di Salvini. Ci vorrebbero trattati di sociologia per documentare come la politica della seconda e terza repubblica non tenga in alcuna considerazione la “coerenza” delle affermazioni, e il conseguente rischio di venire contraddetti persino molto tempo dopo. Distanti anni luce sono le tribune elettorali dove parlamentari del PCI e la DC si azzuffavano a colpi di documenti, contestandosi reciprocamente le discordanze con quanto sostenuto in precedenza. Da cinque lustri l’incoerenza è uno pseudo problema.  Spesso persino un vantaggio. 

Intendiamoci, non si tratta di un cliché nostalgico, ma della semplice constatazione di un cambiamento epocale.

Prima alcuni

In questa riflessione ci interessa di più l’abbrivio rispetto alla dimensione temporale. Il “prima” non ancora, secondo noi, oggetto di adeguate riflessioni. Poiché intercetta una vibrazione animale, un timore atavico quanto l’essere dimenticati, di passare appunto in secondo piano. Di venire “dopo”. Un timore originario, una voracità orale (in senso freudiano), una bulimia primitiva, un egoismo ancestrale involuto cui tutti hanno fatto esperienza. Se non altro durante l’infanzia (e infatti l’elettorato tipo leghista è tipicamente puerile, così come sono parossistici i tratti infantili del suo esponente di spicco). Un egoismo che porta significativamente ad assorbire l’attenzione senza vedere un palmo oltre al perimetro della propria ingombrante identità. Ecco l’intercetto leghista.

Tuttavia l’evoluzione porta – dovrebbe – a stadi successivi, e il bambino infine cresce. Prendendo coscienza di un mondo fuori da sé. Prendendo coscienza dell’Altro. E quindi, quando si diventa grandi, si prende consapevolezza che gli altri ci sono, che non ci si può semplicemente sbarazzare chiudendo le porte (e i porti), trincerandosi dietro ad autarchie psicotiche.

Ora è chiaro che la fortuna di Salvini consta esattamente nell’avere accalappiato questo tipo di appetiti inconsci, avere coltivata e rilanciata nel paese l’esclusionem timoris dove un popolo sempre più sospettoso e avido (più avido di quanto in realtà non sia, perché è questo che favoriscono le inclinazioni patologiche se continuano ad autoalimentarsi, trovando nella politica dei catalizatori ideali come Salvini) teme gli venga impedito l’accesso alla fruizione della risorsa più imprescindibile: il cibo.

Salvini parla letteralmente “alla pancia” degli italiani,  e attraverso la pancia comunica, quella simbolica oppure il pacioso profilo social, dove – un’intuizione geniale a dir poco – viene continuamente esibito al cospetto di una tavola imbandita, della nutella o un arancino. Fomentando così una percezione adulterata della realtà dove un popolo satollo paventa di poter morire di fame. Favorendo e acutizzando la ricerca di adottare risposte semplici  e semplicistiche a problematiche strutturali enormemente complesse.

La pancia

L’esito dell’ostinazione con cui ci si rappresenta le cose in questo modo, è un’improbabile guerra tra poveri, quelli veri che, alla ricerca di speranza, attraversano un mare, e quelli che poveri ci si sentono a prescindere da ciò che già hanno. Quelli per cui morire di fame non è un’iperbole, e quelli che temono di sprofondare nell’inedia se non riescono ad acquistare l’ultimo iPhone. Un confronto in sé pieno di squallore.

Basterebbe poco. Ricordare ogni tanto che su questo pianeta è avvenuta – e continua a esasperarsi – una iniqua redistribuzione delle risorse fondamentali; tenere a mente, a portata di cuore, che l’arretramento di alcune regioni del pianeta, la conseguente povertà, non è un retaggio genetico, ma storico, dove per l’accumulo dei pochi sono stati defraudati i molti, attraverso il colonialismo, le guerre e la corruzione e le dittature, pronte a tutelare i ricchi nei territori di chi non ha nulla. Non è nostalgia vetero-comunista. Non è il melting pot di Soros. E’ banalissima storia. Molto spesso cronaca.

E’ successo. E succede anche oggi, dove per ottenere capi d’abbigliamento a prezzi stracciati le multinazionali affamano la manodopera del Bangladesh e del Vietnam. Ancora, non si tratta di un’iperbole buonista o una rivincita sinistrorsa. Sarebbe sufficiente leggere le etichette dietro le magliette e chiedersi, per esempio come mai l’abbigliamento costa adesso molto meno di venti anni fa. Passiamo ore e ore su Google, potremmo usarlo una volta tanto per documentarsi sulla desertificazione dell’Africa, o su cosa succede ai Curdi e i Rohingya, e dopo, soltanto dopo, provare a respingere un padre che rischia la vita per dare una speranza ai figli. Ci vorrebbe quantomeno più coraggio a pensare che gli altri vengano dopo.

E dopo?

“Prima gli italiani” è dunque uno slogan catartico, efficace e fuorviante, perciò diabolico – attenzione, come non ci piace vedere baciare rosari e vangeli a sproposito, non è nostra intenzione lanciare nuovi anatemi in un momento dove questi sovrabbondano. Qui diabolico è da intendersi nel senso etimologico, ovvero offerente una percezione divisiva delle cose -, ancorché incompleta.

Perché ogni prima  esige un dopo, e persino in questa forma, dovremmo domandarci se, quando saremo sufficientemente saziati, lasceremo accostare al tavolo anche gli altri. Un dopo ci vuole. Ecco, occorrerebbe porsi qualche domanda in più, invece che vomitare odio, instillando la logica paranoide secondo cui ogni rovescio debba trovare un capro espiatorio in chi è differente da sé. Occorre porsi delle questione. Proprio quel tipo di domande che chi sta facendo le prove da Dittatore non vorrebbe mai.

Se Salvini volesse davvero convincerci di non aspirare a essere il nuovo Mussolini, deve fare qualcosa di più, riconsiderando due elementari verità: che l’essere italiani non è, e non potrà mai essere, un merito, come l’essere poveri non è una colpa.

Perché il turno degli altri prima o poi arriva.

Valerio – da, L’unica vita che ho

Incurante Valerio aveva tagliato un’altra fetta di pianura, e si era diretto verso uno spicchio di terra bruna, dove le indicazioni bianche e verdi – subito dietro a una innaturale torsione di catrame – indicavano il casello dell’autostrada. Quando l’ebbero imboccata borbottò qualcosa a proposito di un’area di sosta. Ma suonava come una comunicazione interna; gli altri tuttalpiù si sarebbero adeguati. Aveva deciso lui l’ordine delle priorità, come sempre. Aveva stabilito chi doveva venire, chi accampare una scusa per tirarsi indietro; aveva scelto di andare, ospite, con un giorno di anticipo rispetto alla data della cerimonia, sempre lui che aveva stabilito il percorso da seguire, nonché l’orario della partenza. Persino i passeggeri, come i bagagli, erano stati disposti secondo una logica ferrea che apparteneva a lui, e mai a chi l’aveva dovuta subire. Non si erano opposti, perché non avrebbe avuto senso. Oppure sarebbe stato troppo dispendioso. Mettersi di traverso, anche per un dettaglio, avrebbe innescato un tasso di conflittualità di cui tutti facevano volentieri a meno. Anche perché Valerio, le cose, le faceva funzionare. Quasi sempre. Aveva escogitato dal nulla una impresa, una società di distribuzione di catarifrangenti, e in capo a sette anni l’aveva fatta fiorire e portata a livelli di tutto rispetto, coprendo quote di mercato sempre più importanti. Aveva creato solidità e benessere per se stesso e per una ristretta cerchia, e opportunità di lavoro per un centinaio di persone, se si consideravano tutte quelle che si erano avvicendate anche per un breve periodo, in azienda. Tuttavia ci si sbaglierebbe che il motore fosse l’ambizione. Ne aveva, ma guardandolo da vicino ci si accorgeva che a muoverlo fossero leve più potenti e nascoste nel profondo. Non era il benessere, che pur aveva conseguito, oppure i traguardi di natura professionale. Sembrava piuttosto un insetto dominato dalla frenesia di impollinare quanti più fiori avesse potuto. Un’ape senza miele e senza alveare. Eternamente indaffarato a marcare un territorio sempre più ampio, per una bestia che non riusciva a scovare un angolo che sentisse tana. Un animale braccato. C’era insicurezza, proprio lì dove ostentava una sicumera esasperante. Valerio era il tipo di uomo che si sarebbe sentito un barbone anche alla guida di una Bentley, o se la sua residenza fosse stata una reggia. Anche il matrimonio era stato progettato con la medesima fretta di passare dai progetti alle cose, cementato nella stessa betoniera, edificato con l’unico calcestruzzo cui metteva in piedi ogni cosa: friabile nella sostanza, ma teso e resistente quanto le tenaglie invisibili del suo formidabile istinto. Per questo non si sarebbero lasciati mai: avevano un profondissimo bisogno reciproco, quanto Cristo ha bisogno della sua croce. Non si odiavano neanche. Non più quantomeno. L’odio richiede un dispendio di energia che avevano tacitamente stabilito di non pagare. Forse odiavano solo di essere allacciati, per sempre, in quella simbiosi perversa.

Il moto perpetuo e l’assenza di pace, che contrassegnavano tutto il suo essere, erano il marcatore della sua effimera grandezza, quanto della sua dignitosa meschinità. Oltre che il pesante fardello di quanti dovevano condividere le sue sorti. Anche per un semplice viaggio. Giro lo guardò con attenzione. Lo conosceva da sempre, o almeno così gli sembrava. Aveva ricordi di Valerio che lo accompagnavano dai primi vagiti della adolescenza. Gli pareva di ricordarlo, con la sorella, che lo aspettava appollaiato sulla rastrelliera fuori da una scuola, dopo un’ora di ginnastica ortopedica, di quelle propinate per correggere la scoliosi. Lo conosceva così bene, eppure non sapeva nulla di lui. Aveva interpellato cento, mille volte il suo sguardo ottenendo sempre lo stesso verdetto provvisorio. Non era mai lì. Non lo sarebbe mai stato.

Anche adesso, costretto nella postura della guida, i suo occhi rilucevano in un deliquio sordo inseguendo alfabeti impossibili nella mezzeria. Era un uomo imponente, con un torace da sub, ma non era grasso. Difficile dire quanti anni avesse, perché quale che fosse, l’età era un vestito che indossava nello stesso identico modo. Dalla camicia a righe, aperta negli ultimi due bottoni emergeva il petto irsuto, contraddicendo almeno in parte la cura meticolosa che aveva del proprio aspetto. Sotto il collo massiccio, dove il pomo d’Adamo picchiava a picchi alterni di mazza sul tamburo, e una catenina leggera, senza pendagli. Un randagio senza medaglietta.

Una scuola ‘favolosa’

Abracadabra! Se avessi una bacchetta magica cosa farei? Fiumi di gemme in giro per il salotto, damigiane di elisir della lunga vita per dissetarmi e probabilmente un intero harem di odalische dagli sguardi ammalianti per portarmi quella dolcissima libagione. 

Siamo seri, è soltanto un sogno. Ma sognare non costa nulla, e talvolta dai sogni possono arrivare elementi interessanti anche per la prosaicità della vita. Se potessi rivolgere poi il sogno a una realtà che ho preso, mio malgrado a conoscer piuttosto bene, come la trasformerei? Ecco la domanda: se avessi una bacchetta magica come cambierei la scuola?

Tuttavia devo confessare da subito come il ritenere necessario usare incantesimi per poter cambiare qualcosa nella scuola, sia frustrante, altresì realistico La frustrazione è dovuta proprio alla sensazione che, senza le arti di Merlino, non si possa venire a capo di nulla. Ma tant’è.

La scuola è una specie di ‘Addormentata nel bosco’ (neanche troppo bella, a dirla tutta) che vive in un letargo incantato dietro la robustissima siepe della burocrazia, delle procedure, proteggendosi così dall’avanzata del principe della opportunità e dalle fate della possibili innovazioni. Questa principessa imbambolata è l’ambiente dove si alligna la più malevola refrattarietà a ogni forma di cambiamento, a causa di vizi e tradizioni secolari che condensano in una sintesi venefica mortificazioni e privilegi in ugual misura, formando in questa guisa un zoccolo di ruoli durissimo da mettere in discussione. 

Ma oggi non si parla dei disagi della scuola, mentre invece si discute di sogni e bacchette magiche.

Tenendo conto che se io, da una parte, non mi ritengo in grado di sostenere le responsabilità del riformatore scolastico, anche come aspirante Harry Potter sono alle prime armi, e quindi nei magheggi sulla Hogwarts, finirò sicuramente per sovrapporre elementi inconciliabili o addirittura contraddittori, spero tuttavia che il lettore ci faccia sopra una risata soffermandosi sullo spirito di questo gioco.

Abracadabra, dunque.

Intanto cambierei le retribuzioni dei docenti, portandole a un sostanziale raddoppio. In alcuni paesi europei, del resto, quasi ci siamo, e non hanno nemmeno dovuto scomodare la fata Turchina per ottenerlo. Come abbiano fatto sarebbe interessante andarglielo a chiedere, anche se sospetto non ci svelerebbero particolari sortilegi, ma ci parlerebbero di gestioni oculate, di controllo degli sprechi, di riduzione degli organici, eccetera.

Ma non importa, fin tanto che abbiamo la nostra bacchetta magica, e possiamo ottenere le stesse cose buttando ali di pipistrello e occhi di salamandra dentro il ribollente calderone. 

Certo in cambio di uno stipendio raddoppiato avrei da chiedere come contrappasso una serie di cose: ad esempio vorrei che insegnare diventasse una professione esplicitamente full time. Preciso ‘esplicitamente’ poiché so per certo che molti docenti la vivono già a tempo pieno, e che usano molte più ore di quelle per cui vengono retribuiti, ma perché non regolarizzarlo allora? E perché non esigerlo da tutti e non solo dai più coscienziosi e volenterosi? Non dovrebbe essere particolarmente difficile: sarebbe sufficiente dover rimanere a scuola… anche il pomeriggio. Del resto il tema della scuola pomeridiana è uno dei grandi paradossi su cui non ci vuole mettere la testa nessuno. Perché un ambito grande e strutturato come un plesso scolastico, dovrebbe essere sfruttato per una molteplicità di iniziative di ogni genere: sportivo, ricreativo, musicale, recupero scolastico, teatrale. Non credo occorrerebbe molto per ottenerlo, davvero. Il contesto scolastico dovrebbe provare a rispondere in modo articolato alla naturale domanda di socialità organizzata di cui ogni giovane si fa, più o meno coscientemente, portatore. Certo occorrerebbe che, quantomeno al di fuori dai rigidi parametri dell’orario scolastico mattutino, le ore dopo il pranzo vedessero gli studenti liberi di – e se – scegliere le attività nelle quali implicarsi. Un oceano di possibilità lì dove per adesso riscontriamo soltanto un deserto con pochi ciuffi paglierini a segnalare la presenza di qualche sparuta forma di vita resiliente.

Ma rimaniamo sul tema della retribuzione dei docenti: sono persuaso che la madre di tutti i mali è determinata dalla uniformità con cui gli stipendi vengono erogati tanto a chi svolge il proprio lavoro con solerzia e passione, quanto a quelli che al termine delle lezioni fanno cadere la penna sul registro. Non va bene. Si fa un gran parlare di meritocrazia, ma in un regime di invariabilità  salariale, sono e saranno sempre chiacchiere a vuoto.

Ma con la mia bacchetta magica posso cambiare tutto solo schioccando le dita. Ecco allora che i salari dei dipendenti della scuola non saranno solo sostanzialmente raddoppiati, ma una quota molto importante della cifra scritta sul cedolino, viaggerà su un canale variabile. Da cosa dipenderà prendere molto di più o molto di meno? Sim sala bin, qui mi posso sbizzarrire. Perché da una parte mi piacerebbe lasciare questa responsabilità a delle semplici regole di mercato, con dirigenti scolastici trasformati in autentici manager, che si assumano quote accessorie di responsabilità proprio nel reclutamento dei docenti, la lettura dei curriculum vitae, e così via dicendo. Non avrei nessuna obiezione che esistessero vere e proprie ‘star’ del registro,  ricercate, coccolate e profumatamente retribuite come lo sono i migliori chirurghi e giornalisti. Lo auspico, anzi. E se la scuola-azienda dovesse incespicare per scelte incaute o nepotistiche, allora via ai ribaltoni con le dimissioni forzate dei Consigli di Amministrazione, e la sostituzione dei vecchi con nuovi manager. Meritocrazia, meritocrazia ovunque. Ma temo che questo sogno sarebbe azzardato persino per chi avesse a disposizione una bacchetta magica. Troppe le resistenze in uno degli ultimi ambiti dove resiste una paleontologia sindacale immutata dai decreti delegati del ‘74.

Anche senza arrivare a immagine così estreme, tuttavia si potrebbero introdurre variabili retributive. Mi si risponderà che non è facile misurare la qualità dell’operato di un docente, ed è vero. Ma nell’epoca in cui si sono creati marcatori e indicatori tali da misurare praticamente qualsiasi cosa, trovo sia estremamente riduttivo pensare che l’unica soluzione adeguata al mondo della scuola sia quella di adottarne… nessuno. Nel paese dei non vedenti anche la miopia sarebbe un bel vantaggio.

Per esempio si potrebbero creare dibattiti disciplinari per cui, su riviste specializzate, si vadano a contare il numero e il valore delle pubblicazioni con le quali ogni singolo docente ha contribuito. Si premino le innovazioni nella didattica. Vorrei che venissero incentivate tutte le iniziative intelligenti finalizzate a portare a casa il successo formativo.

Ci sarebbe ancora di più: è un paradosso che un docente si muova in un universo solipsistico e autoreferenziale per cui il suo operato non venga mai vagliato da alcuno che non sia egli stesso. La tutela della libertà di insegnamento, la segretezza dell’aula e la impenetrabilità del registro, non sono crismi ineffabili, che sempre si trasformano in armi a taglio semplice o doppio. Perché i primi a vedersi sottratto un fondamentale feedback sono proprio gli insegnanti che, avviluppati in questa paresi stregata, passano la propria carriera a battersi pacche sulla spalla da soli. Forse potrà sembrare puerile parlare ancora delle ‘Pagelle dei docenti’ in cui i ruoli tradizionali e le docimologie vengano ribaltate, ma è pur sempre una idea. E ho sempre una bacchetta magica in mano. 

Mi piacerebbe che alla tradizionale dicotomia Bocciatura/Promozione, si preferisse un’altra: cosa dovrebbe essere realmente promosso? Non lo studente, ma l’azione formativa che lo riguarda, cosicché dovrebbero essere valutati tutti i soggetti (con criteri di responsabilizzazione inversamente proporzionali alla età) che vi sono implicati. E le loro azioni. “Promosso” nel nuovo lessico scolastico si dovrebbe sostituire con “efficace”. L’aver ‘studiato la lezione’ dovrebbe essere solo uno dei molteplici fattori del concorso formativo a dover essere considerato, e nemmeno il più importante. Se una squadra di football viene attrezzata per primeggiare in un campionato, nel caso di insuccesso verranno coinvolti tanto l’allenatore quanto i giocatori. E neanche in una quota paritetica, perché se i secondi non dovessero buttarla dentro mai, il primo sarà responsabile persino di non avere messo i propri giocatori di rendere quanto avrebbero potuto: insomma, il primo a rischiare la ‘bocciatura’ e l’esonero è proprio il coach.

Bibidi Bobidi Bu

Forse stabilire l’analogia tra docenti e allenatori è un pochino troppo forte? Torniamo allora alla vecchia (si fa per dire) idea di promuovere e bocciare l’azione formativa in quanto tale, godendo dei benefici e assumendosi le responsabilità di quanto ottenuto. Non siamo giunti dove volevamo arrivare? Cambiamo strategia insieme. Quanti potrebbero essere infine le modalità per creare quei raccordi e comunioni di intenzione, è un campo smisurato che ci si apre davanti. Perché non sviluppare ad esempio, il concetto di contratto formativo, arrivando a tararlo per quanto possibile sugli obiettivi che appartengono all’individuo? Non si tratterrebbe nemmeno di tirare via dalla soffitta il polveroso tormentone della didattica individualizzata, poiché diversamente da quella, si tratterebbe di stabilire quali siano gli step individuali, la cui soddisfazione comporterebbe automaticamente l’assolvimento dei vincoli contrattuali, e quindi il pieno adempimento dell contratto formativo. Sarebbe questo, a mio avviso, un sentiero nuovo sul quale avventurarsi, tanto nei contenuti quanto nella forma. Perché non creare delle cerimonie di passaggio, dove lo studente firmi la sua copia del contratto, che verrà poi letta quando gli obiettivi specifici lì indicati potranno dirsi raggiunti?

Bibidi bobidi bu! Finalmente posso usare la bacchetta magica.

Anzi già che ci sono potrei far sparire il concetto stesso di bocciatura. Cosa significa esattamente ‘essere bocciati’, espressione dura che la semantica scolastica si è preoccupata di addolcire nel suono delle parole usate ma non nella sostanza? 

Che un percorso scolastico si debba fare in N anni, e non N+1 o N+2 non è a pensarci bene, il vero problema. Se si considerano gli anni morti cui ogni giovane, prima di essere consegnato come un pacco postale al mondo del lavoro, è destinato – tra quelli spesi a decidere la facoltà giusta, quelli fuori corso e infine quelli lasciati dolorosamente a lanciare curriculum vitae sui tavoli di mezzo pianeta, ahimè invano – perderne uno a causa della bocciatura non può essere una difficoltà insormontabile. Lo è però sul piano psicologico, dove il passaggio a uno stadio successivo, collettivamente avvertito come necessario, il Lucignolo di circostanza si vede respingere mentre tutti gli altri vengono accettati. 

Stare fuori/rimanere dentro.

Come se mamma gatto si rifiutasse di allattare i cuccioli più gracili. Un processo di esclusione che può minare anche molto seriamente il processo dell’autostima che, come la crosta fredda del budino, in questi anni si sta faticosamente formando.

Siamo sicuri che non esistano percorsi alternativi? Ma certo che esistono: hocus pocus, e la magia è fatta! Niente più bocciati e promossi, mai più la frustrante esposizione dei tabelloni attaccati dai bidelli con lo scotch ai vetri della scuola. Si potrebbe riformulare il percorso scolastico sulla falsariga di quelli universitari: ogni disciplina dovrebbe essere suddivisa in una molteplicità di segmenti che ne coprano l’intero percorso. Ad esempio si potrebbe dividere l’intero programma di matematica del liceo scientifico in una quindicina di argomenti più o meno vasti, taluni consequenziali altri no. Lo studente che entra all’inizio del percorso sa che deve soddisfare tutte e quindici le richieste, previo il superamento di un esame conclusivo. Ciò consentirebbe di: 

  1. abolire nella sostanza la bocciatura
  2. creare classi modulari di scopo, cui gli studenti si iscrivono, frequentano, e sciolgono con l’assolvimento del modulo stesso; 
  3. istituire una cosa molto importante, ovvero aule che appartengono a quel preciso docente, o quantomeno dedicate alla frequentazione di quel determinato modulo; 
  4. stabilire gerarchie intuitive, interne allo stesso istituto, perché gli studenti potrebbero agglomerarsi spontaneamente – ad esempio, per il modulo di matematica 11, scomposizione dei polinomi – con quel docente talmente bravo da rendere chiarissimo un argomento così ostico (ebbene sì, in seconda superiore presi il mio unico 3 e mezzo proprio nella SDP).
  5. ottenere una grande flessibilità perché se, da un lato, ogni docente potrebbe essere incaricato di realizzare più moduli, anche non contigui, dall’altro consentirebbe allo studente in difficoltà di tralasciare un modulo per lui particolarmente ostico, occuparsi di un altro – successivo ma non contiguo – per poi ritornare su quello lasciato in sospeso, magari con un docente con cui non avverte il rapporto incancrenito, al di là dei meriti e demeriti (che, altresì, esistono nella scuola come ovunque altrove).

Ovviamente lo studente verrebbe ‘licenziato’ al termine del percorso solamente quando avrà assolto la totalità degli elementi modulari previsti, avendo magari ripetuto matematica 9 tre volte senza per questo essere costretto a ripetere biologia 6 e italiano 4, dove magari aveva ottenuto risultati più che soddisfacenti. 

Non so se userei la magia per abolire il valore legale del titolo di studio, che non ha più molto senso. Più probabilmente lo impiegherei per creare un albo degli insegnanti, i cui iscritti fossero liberi professionisti con Partita Iva (vuoi mettere fare al spesa al Metro?), con inquadramenti professionali come quelli degli agenti di commercio.

E poi, considerato quanto la scuola continui a porsi in una condizione ‘giudicante’ nei confronti dei propri utenti, ci terrei molto che si lanciasse definitivamente funzione del Tutor, del quale con la ciclicità dei monsoni si torna a parlare, senza che sia mai effettivamente germogliata. Una funzione che vorrei ritagliare sulla sagoma dell’avvocato difensore nel processo penale, oppure del sindacalista nelle vertenze professionali: lo studente si ritroverebbe, in quel mondo di adulti che così spesso si ergono a puntargli l’indice contro, una figura che sia a priori e istituzionalmente dalla sua parte. Anche qui, considerato il vuoto attuale, ci si potrebbe sbizzarrire nell’attribuire al tutor anche funzioni di orientamento, come la somministrazione di test attitudinali, il colloquio con le famiglie, la mediazione con i docenti; potrebbe essere un interlocutore nelle situazioni di emergenza, un organizzatore del metodo e del tempo di studio, e magari potrebbe essere a incoraggiare il ragazzo che ha fallito una prova e a congratularsi per un successo. E magari potrebbe essere parzialmente o totalmente esonerato dall’insegnamento, e non essere l’insegnante del tutelato.

Abracadabra

Con la mia bacchetta magica mi piacerebbe poi migliorare gli aspetti infrastrutturali delle scuole, facendo mente locale alle riflessioni sulla kalokagathia, lanciandosi alla scoperta di quanto si potrebbero favorire le dinamiche dell’apprendimento in contesti che non ricordino le carceri adibite al 41 bis. Vorrei creare ambiti ‘individuativi’, spazi per quanto piccoli – un armadietto, per cominciare – che uno studente possa riconoscere come proprio, un territorio da non essere costretto a condividere con chicchessia.

Mi piacerebbe ancora…

Ma la campanella che sormonta la sala dei professori ha suonato i suoi millemila rintocchi, e in men che non si dica mi ritrovo appiedato, con la carrozza che si trasformata nuovamente in una cattedra consumata, il lampadario Swarovski in una tetra lavagna di ardesia, i fieri cavalli in commessi scorbutici che mi sgridano perché cammino sulla segatura, e il ciambellano di corte è tornato ad essere il guardiano torvo che rotea le chiavi solo perché mi sono attardato una decina di minuti nelle mie fantasie.

Cattolici 2.0

Ma sono davvero così? Non capisco, lo giuro. Sono in difficoltà. 

E’ davvero questo il volto del cattolicesimo 2.0? Uomini e donne che ingrossano le file dei convegni sulla ‘famiglia naturale’, ma fanno spallucce per quelle che vengono inghiottite dalle onde? Millantano la minaccia dell’invasione islamica, si fomentano con l’ultima Fallaci, e difendono a spada tratta la Meloni o Salvini? 

Ma davvero?

Una genia di persone tutte uguali – ma sarà pure la distorsione quantistica dell’osservatore -, più laici che consacrati, (un altro motivo di sconforto), che adottano pattern comportamentali passivo aggressivi: dicono e scrivono cose aberranti, sono social-iperattivi, ma poi tirano indietro la manina quando il cristallo è rotto. Parlano di ‘pensiero unico’, di ‘eterofobia’, vedono cospirazioni ovunque, ma è probabile che se un povero Cristo (sì, proprio quello lì) si presentasse alla porta l’accuserebbero d’essere un fantoccio di Soros. Vescovi che difendono l’operato dello Spirito Santo se da un Conclave esce un ‘Papa amico’, tipo un modello polacco o tedesco, ma invocano l’Angelo della morte se arriva dal Sudamerica.

Sono allibito.

Facinorosi, suscettibili, faziosi, antipatici (da intendersi come ‘anti-empatici’), sciorinano le peggiori fesserie con la tracotanza dei fatti incontrovertibili. Sono documentati su tutto, parlano di tutto, capiscono tutto (quanto ad atteggiamento dogmatico va detto, a parziale discolpa, che hanno avuto dei buoni maestri), senza ritegno, senza il minimo sospetto che magari agli interlocutori importasega dei loro minuscoli ego battaglieri.

Sono omofobi e non per le cose aberranti che dicono, condite di tautologie e becero cameratismo – ché le dicono eccome – ma perché gli importa nulla delle persone che le ricevono.

Cercano la rissa, soffiano come gatti inseguiti, camminano con la freccia di Pandaro eternamente incoccata alla ricerca dell’incidente diplomatico che, si auspicano, li renderà meritevoli del martirologio del leader squadrista di turno.

Applaudono l’umanità idrofoba e rancorosa che affiora dagli scritti di Costanza Miriano o Mario Adinolfi, per poi recriminare contro Bergoglio se l’emorragia dei credenti in Italia pare non aver fine. Coerentemente con un quadro paranoide, sono pronti a scagliare le colpe, qualsiasi colpa, sui propri avversari. Vivono una rappresentazione – si direbbe – della fede, fondata sull’inimicizia e sulla altrui colpevolizzazione preventiva.

Sono cattivi.

Ecco, SE questi sono il volto della nuova evangelizzazione, se sono costoro i credenti che meglio interpretano il verbo di Cristo, allora IO ho un problema.

Cos’è un immaginario collettivo?

re nudo

Il vestito nuovo dell’Imperatore

Cos’è un immaginario collettivo? Diceva Thomas Kuhn che persino la fredda e oggettiva scienza, che dovrebbe – anche qui un immaginario collettivo – limitarsi a registrare con somma obiettività i dati che la natura generosa profonde, ha bisogno di collocare quei dati in un contenitore immaginario, una visione del mondo, un paradigma dai più condiviso. E quel paradigma diventa antecedente, sia cronologicamente che euristicamente, i microscopi o le provette che si usano per accertare i dati.

Ecco l’immaginario collettivo. Noi abbiamo bisogno di sapere cosa sia il mondo nel quale ci muoviamo, per poi decidere la direzione dove andare. O meglio… dobbiamo rappresentarcelo, e quindi “credere di sapere”.

Le cose vanno peggio (o meglio), se possibile nella vita quotidiana. Ogni giorno chiunque formula una quantità innumerevole di valutazioni. Nella stragrande maggioranza queste vengono formulate in una situazione di difetto rispetto al possesso degli elementi che renderebbero quella valutazione obiettiva. Ogni persona, quando dice “Tizio ha fatto A”, prima, molto prima di riferirsi ai fatti che si propone di valutare, formula una scelta di campo, o forse di immaginario, nel quale collocare i propri vissuti. Perché noi non ci limitiamo a osservare la realtà, ma ne viviamo una rappresentazione che diventa l’alveo, naturale o procurato, dove i nostri pensieri e le nostre convinzioni trovano le conferme che maggiormente ci abbisognano perché la realtà ci rassicuri. Insomma, convincersi di una qualsiasi cosa, non richiede semplicemente di effettuare una valutazione rispetto a ciò che si palesa davanti ai nostri occhi, ma la nostra energia conoscitiva si sprigiona nel tentativo di difendere quella rappresentazione.

Il nostro assenso – mi viene in mente John Henry Newman – non asseconda la cosa che ci pare più “vera”, ma quella più confortante, ovvero quella che non ci costringe a vedere  il mondo in un mondo diverso da come ansioliticamente ce lo siamo rappresentati fino quel momento.

Per dirla in altre parole, il processo attraverso il quale noi diciamo che una cosa sia vera, non ci vede tomisticamente come la pellicola che registra ciò che si palesa all’apertura dell’otturatore, ma schierati nella difesa della immagine delle cose che maggiormente tutela i nostri vissuti. Un processo dove non occorre un particolare tasso di disonestà. Si tratta di essere invece “appartenenti” o “schierati”. Di nuovo l’immaginario collettivo… esso si nutre di multireferenzialità, di rifiuto della complessità, e di architetture simboliche che ci rendono refrattari a ciò che non vorremmo vedere o sapere. Per cui – ecco l’alchimia – un immaginario collettivo, con la sua mitopoiesi, il suo (meta)racconto della realtà, è ciò che meglio implacabilmente riesce a convincere le persone della assoluta veridicità della cosa meno evidente.

AAA. CITOFONARE L’AMORE

L’Amore abitava in una casa molto grande, e da tempo non condivideva quello spazio con qualcuno. Non che ne sentisse una particolare esigenza, in realtà. Stava bene con se stesso, e non aveva mai ritenuto che lasciar entrare qualcuno nel proprio spazio fosse una priorità. Ma forse proprio a causa di questo suo star bene venne un giorno in cui si accorse fosse il momento di concludere l’isolamento e condividere, almeno un po’, del proprio benessere.

Pur avendo abitato in quella casa da sempre, ne era diventato proprietario da un anno o poco più, e si sentiva pronto oramai a ospitare qualcuno. Allora dopo averci pensato ancora un po’ un giorno telefonò al quotidiano locale perché pubblicassero la sua inserzione. La sera andò a dormire agitato e contento, convinto che la cosa avrebbe comportato considerevoli cambiamenti; poi la mattina successiva, alzatosi di buon’ora, si recò all’edicola che distava da casa solo poche centinaia di metri. Acquistato il giornale, andò subito a curiosare la pagine degli annunci, non fosse mai che avessero pubblicato delle inesattezze. Dopo avere fatto scorrere per mezzo minuto il dito sulle quattro colonne, dove altri vendevano un televisore acciaccato, cercavano lavoro oppure offrivano posti auto in città, trovò infine il proprio annuncio, che recitava:

“Offresi spazio per coabitazione. Ampi vani. Affitto calmierato. Presentarsi direttamente in loco: corso Indipendenza 22. 

Citofonare L’Amore.”

Preciso come l’aveva dettato lui. Di proposito non aveva lasciato il telefono, perché preferiva incontrare i candidati di persona, che non avesse a pentirsi in seguito.

Non dovette aspettare molto. Già il pomeriggio, quando aveva appena finito di mangiare, sentì il citofono suonare vigorosamente.

“Un momento…”, disse mentre si puliva la bocca con il tovagliolo e riponeva i piatti sporchi nel lavabo. Ma il citofono ringhiò ancora due o tre volte, ostinatamente, facendolo inquietare.

“Che modi!”, disse, e volendo vedere subito subito la persona che insisteva tanto, non rispose nemmeno al citofono e scesa la rampa di scale che conduceva all’ingresso.

Quando aprì la porta vide un uomo mingherlino, con gli occhi slavati e la carnagione di un pallore cadaverico. Aveva ancora il dito sul campanello, che ritrasse non appena la porta si aprì, con l’aria di un ragazzino scoperto a trafugare cianfrusaglie in un negozio.

“Posso fare qualcosa per lei?”, disse il padrone di casa piccato.

“Ho letto l’annuncio…”, farfugliò l’altro masticando la metà delle parole. Teneva gli occhi abbassati, e li sollevava di quando in quando come incombesse su di lui una qualche minaccia, “E’ qui che dovevo venire. Vero? Non è vero? E’ qui giusto?”

L’Amore lo guardò avvertendo una forma di tenerezza prendere il posto del fastidio. Aveva l’impressione di averci già avuto a che fare.

“Non saprei, cioè sì, l’annuncio è mio, però devo valutare ancora molti candidati. Intanto lei come si chiama? Mi pare che ci siamo già conosciuti, ma non riesco a far mente locale.”

“Come molti candidati?”, gli occhi fuggevoli dello sconosciuto si fissarono sul volto di L’Amore per un istante, per poi tornare improvvisamente allo zerbino, “Io ne ho una necessità assoluta, lei non può capire, deve offrirmi una stanza. Io non… No, lei non ha idea.”

In quel momento il padrone di casa lo riconobbe.

“Invece sì…”, gli pose una mano sulla spalla, “Ti conosco bene. Sei Il Bisogno, vero?”

“Non ho alternative. Io devo abitare qui, non posso farne a meno. No, no n esiste. Sì sono Il Bisogno. E adesso come faccio?”

L’Amore gli strinse più forte la spalla, ma era certo non sarebbe riuscito a evitare l’avvilupparsi su se stessa dell’anima che gli stava di fronte. Si sarebbe smarrito qualsiasi cosa avesse fatto.

“Ma tu hai già abitato qui. È stato molto tempo fa.”

“Non ricordo.”

“Invece sì. Sei già stato qui, e non è andata bene.”

“Io… ho tanto bisogno.”, disse il signor Il Bisogno.

“Lo so bene. Hai una necessità immensa. Hai innanzitutto bisogno di prenderti cura di te stesso, e finché non lo farai, nessuno potrà aiutarti veramente. Nemmeno io.”

“Davvero ho abitato qui?”

“Certamente. Eravamo entrambi appena arrivati in città, e ci assomigliavamo molto. Eravamo giovani. Avevamo delle storie simili. Avevi scelto di vivere dove c’erano le cantine.”

Per un istante gli occhi diafani di Il Bisogno furono attraversati da un lampo di consapevolezza.

“Ora ricordo, le cantine, le tubature sul soffitto, l’odore di muffa… E come andò a finire?”

“Male. Sparisti un giorno senza dire nulla.”

“Già. Già. Le cantine. E dimmi… non potrei abitare ancora là? Sai, non ho un posto dove andare.”

“Tu devi andare dove ci sia qualcuno che si possa prendere cura effettivamente di te. Dove qualcuno ti aiuti a essere tu stesso una risorsa per te.”, al signor L’Amore si strinse il cuore per quel fuggitivo, “Io non sono all’altezza, mi mancano gli strumenti. E poi al posto delle cantine ora ci sono le fondamenta della mia casa, dopo che l’ho ristrutturata.”

“Ah già le fondamenta. Beh sì, farmi aiutare?”, gli occhi di Il Bisogno si erano fatti di nuovo sfuggenti, “Hai proprio ragione. Mi occorre un aiuto, è vero. Ma chi può aiutarmi?”

“Aspetta, ho il numero di alcune persone che fanno al caso tuo. Mi aspetti qui un secondo?”

“Certo, sì. Al caso mio, dici?, già già,…”

L’Amore si affrettò a rientrare in casa, lasciando la porta aperta dietro di sé. Guadagnò rapidamente la cucina, dove in un cassetto teneva l’agenda. Con un presentimento tornò alla porta, ancora spalancata, ma del Bisogno non c’era traccia. Sparito come una folata di vento. In preda alla sconforto si sporse in fuori, lo chiamò anche, ma già sapeva che ogni ricerca, così come anni prima, sarebbe stata vana. Rientrò in casa, e ancora emozionato per l’incontro, si appoggiò con la schiena al muro d’ingresso. Come poteva essere, si domandò, che avesse convissuto con una creatura così tormentata? Quella notte L’Amore dormì poco, e fece anche sogni inquieti.

Il giorno dopo non aveva impegni, perciò si costrinse a stare a letto un po’ più a lungo. Verso le nove fu il telefono a squillare, e a farlo balzare repentinamente dal letto.

“Pronto…”, berciò scorbutico nella cornetta. Non amava il telefono, specie al mattino.

“Buon giorno, parlo con il signor L’Amore?”

“Chi è?”

“Mi chiamo Il Dono, e telefono per l’inserzione.”, disse una voce maschile calda e sicura. Sul sottofondo si sentivano, ovattate e impercettibili, altre voci e gli squilli di altri telefoni.

“Quale inserzione?”, disse L’Amore fattosi ancora più sospettoso.

“L’inserzione… Quella sul giornale. Non è lei che ha lasciato una inserzione, dove si parlava di uno spazio abitativo?”

“Io ho scritto una inserzione, ma non compariva il numero di telefono.

Seguì una breve pausa, durante la quale ebbe l’impressione che l’altro avesse coperto il microfono con la mano. Poi Il Dono, fattosi circospetto, disse:

“Ah sì, mi scusi, ha ragione. Solo che non potevo venire di persona, e ho fatto una ricerca sull’elenco.”

“Ma io non ci sono neppure sull’elenco.”

“Ah no?”, la voce di Il Dono si era fatta ora confusa, e aveva perso molto del calore e della cordialità di poco prima.

“Ho capito chi è lei…”, lo incalzò L’Amore, “È già venuto qui una volta, a domandare se vi fossero appartamenti in vendita nel caseggiato, e aveva persino insistito. Lavora per una agenzia, come si chiamava… La Gratuità, vero? Le avevo persino chiesto di mostrarmi un documento e lei s’è rifiutato. Una massa di cialtroni che si spacciano per ciò che non sono, ecco cosa siete.”

“Ma come…”

“Eccome se mi ricordo di lei, capelli tinti, un sorriso incapsulato; ed era venuto con quella signorina tutta rifatta. Come si chiamava, La Carità, giusto?”

Ne aveva ancora, ma si accorse che all’altro capo Il Dono – sempre che fosse veramente il suo nome – aveva buttato giù la cornetta, senza neppure l’educazione di salutare, o scusarsi. La cosa ebbe l’effetto di farlo imbestialire ancora di più, e di placarlo insieme. Perché vi aveva trovato la conferma di ciò che pensava e così non avrebbe sprecato così altro tempo. Oramai però non si sarebbe riaddormentato, e quindi si alzò, e dopo una doccia fece la sua consueta passeggiata mattutina. Il pomeriggio invece lavorò da casa. Verso le cinque udì il campanello suonare un’unica volta. Attese un momento poi discese le scale e fu all’ingresso. Quando aprì la porta si trovò davanti una donna sulla quarantina. Vestita in modo elegante e sobrio, con un trucco leggero, colpì il padrone di casa soprattutto per l’espressione rigida, incapace di sorridere, con cui lo guardava.

“Posso fare qualcosa per lei?”

“Solo se io potrò fare altrettanto per lei.”, rispose in modo enigmatico la sconosciuta, “Sono La Reciprocità, ho letto la sua inserzione, e credo proprio che mi spetti una stanza in questa casa…”

“Non capisco. In che senso le spetterebbe?”, disse L’Amore cui quel modo di atteggiarsi proprio non piaceva.

La donna lo guardò con espressione esterrefatta.

“Come perché? Mi sono presa l’incomodo di rispondere alla sua inserzione, di venire fino a qui, e per cosa l’avrei fatto altrimenti?”

“Ma scusi… io potrei avere già promesso l’alloggio a un altro che avesse risposto alla medesima inserzione.”

“Non dica sciocchezze, perché altrimenti la convivenza non partirebbe nel migliore dei modi. Piuttosto cominciamo a chiarire le regole da seguire da qui ai mesi a venire. Punto uno: nessun ospite e nessun estraneo se io a mia volta non ne abbia invitato uno. Punto due: niente animali domestici, a meno che io ne abbia acquistato uno a mia volta. Numero tre: nessuna invasione dei miei piani all’interno del frigorifero eccetto che anche io abbia posto qualcosa di mio in uno dei suoi. Numero quattro…”

Il signor L’Amore sgranò gli occhi davanti alla sconosciuta che, senza neppure entrare in casa, enumerava sulle dita della mano sinistra le proprie condizioni.

“Mi scusi ma credo di non essere stato chiaro, ma sa com’è… già in molti hanno veduto la casa”, mentì, “e mi sono accordato con una persona. Perciò non voglio abusare ulteriormente della sua pazienza.”

“Non mi interrompa! Non ho ancora finito: numero cinque…”

“Ma ho finito io, buona sera!”, e spinse la porta davanti a sé in modo deciso. Rimase ancora qualche istante dietro la porta, temendo che La Reciprocità avrebbe potuto suonare di nuovo, o forse esigere di sbattere l’uscio a sua volta. Ma per fortuna, dopo qualche interminabile minuto se ne andò, lasciando L’Amore rimase ancora frastornato per una mezz’ora buona.

Pure quella notte faticò ad addormentarsi.

Il giorno dopo era già al lavoro nello studio di buon’ora. Non era del migliore umore, e quindi rinunciò alla consueta passeggiata. Gli unici strani personaggi che avevano risposto all’inserzione, lo avevano infastidito, facendogli dubitare della possibilità che quella ricerca avrebbe prodotto un esito positivo, e quindi anche della opportunità d’averla cominciata. Se tanto gli dava tanto, chi avrebbe potuto suonare ora alla sua porta?

Verso mezzogiorno sentì un rumore molto lieve, quasi impercettibile, provenire dal piano di sotto. Rimase col fiato sospeso, per verificare non fosse stato un colpo di vento, o magari uno di quegli uccellini che venivano a pigolare talvolta sulla veranda alla ricerca di una briciola di pane. Non udì nulla, perciò si risolse che doveva essersi sbagliato e riprese il lavoro. Ma dopo quasi un quarto d’ora, quando se n’era praticamente dimenticato, sentì nuovamente il fruscio, stavolta appena più pronunciato. Di nuovo fermò ogni attività e si protese nell’ascolto. Ancora niente. Poi, proprio quando stava per liquidare definitivamente la questione, sentì leggerissime nocche che sfioravano il massello all’ingresso. Scese nuovamente la rampa delle scale, oltremodo incuriosito e spalancò la porta, ma non vide nessuno.

Questa volta però era certo di ciò che aveva sentito, e per non credervi avrebbe dovuto pensare di avere allucinazioni. Perciò uscì di alcuni metri allo scoperto e guardò in tutte le direzioni. Ancora niente.

“C’è nessuno?”, disse stentoreo.

Di nuovo silenzio.

Confuso, perché cominciava seriamente a dubitare di se stesso, fece per tornare dentro. Quando fu sulla soglia provò a voltarsi di scatto, come si trattasse di un gioco e dovesse sorprendere qualcuno, ma non lo trovò divertente.

Proprio in quel momento una vocina flebile gli giunse dall’interno della casa:

“Che cosa… cosa sta facendo?”

Era una voce femminile, più spaventata che spaventosa. Non rispose e si fece sulla soglia.

“Che è lei, e che ci fa in casa mia?”

Dallo stipite della cucina spuntò una donna minuta, che lo guardava senza mostrarsi per intero, nonostante fosse stata lei a introdursi come una ladra. Nonostante la cosa fosse in sé inaccettabile, fece a L’Amore una grande tenerezza, forse proprio sembrava la nemesi della Reciprocità.

“Mi perdoni, so che non dovevo. Ma ero molto spaventata. Mi è sembrato di sentire dei passi dietro di me…”

“Forse erano i miei passi, e magari non erano dietro ma davanti.”, disse lui cauto. Temeva che se l’avesse incalzata, la sconosciuta si sarebbe nascosta come un topolino sotto la legnaia. Si avvicinò alla porta, evitando i movimenti bruschi; tuttavia rimase fuori accettando, forse inconsapevolmente, il rovesciamento dei ruoli.

“Venga pure fuori, non la mangio mica…”, le sorrise, “E mi dica con chi ho il piacere di parlare.”

Lei grata del sorriso e della cortesia allora uscì allo scoperto, e si sforzò di ricambiare il sorriso con la sua variante esangue.

Aveva una corporatura più esile della sua voce ed era, nonostante la giornata primaverile, tutta imbacuccata. Sotto il colbacco grigio di lana cotta, spuntavano appena i capelli biondo cinerino. Anche il volto era nascosto dal bavero, ma si individuavano lineamenti diafani e occhi innaturalmente portati all’indecisione.

“Sono La Paura. Credo, credo di avere letto una sua inserzione, per… Non è lei che affitta una stanza?”

“In effetti sì. Lei sta cercando una sistemazione?”

“No. Cioè sì. Io una casa ce l’avrei pure, ma è una casa troppo grande per una persona sola. Io vivo, vivo… terrorizzata da ogni piccolo scricchiolio, per ogni finestra lasciata aperta. Non posso più andare avanti in questo modo.”

“Capisco.”, fece L’Amore, e in effetti gli riusciva naturale capire l’irrequietezza della donna, “Ma vede, io al momento in cui ho pensato all’inserzione, avevo in mente di dare la stanza a qualcuno che altrimenti resterebbe per strada. Spero mi possa capire…”

“Come no? Tuttavia io non posso più vivere nel panico. Davvero non ce la faccio più, mi creda.”, la donna ora teneva fissi su di lui gli occhi pieni di sgomento, “La prego, mi aiuti.”

“Io credo di conoscerla, sa? Ciò che mi sta dicendo non mi lascia indifferente, però credo che fin quando non sarà lei ad affrontare i suoi timori, nessuna sistemazione potrà rispondere alle sue esigenze.”

L’Amore aveva parlato di slancio, come gli accadeva nei momenti più importanti. Nondimeno si stupì di riconoscere nella signora La Paura i segni tangibili di un discernimento: aveva capito.

“E cosa posso fare dunque?”

“Mi faccia pensare”, disse L’Amore aggrottando le sopracciglia; dopo una manciata di secondi esclamò, “Idea! Facciamo in questo modo: io lavoro sempre a casa, e trovo sempre un po’ di tempo da dedicare agli amici. Lei mi verrà a trovare una volta alla settimana, e mi racconterà come sono andati quei sette giorni.”

“Davvero farebbe questo per me?”

“Assolutamente sì.”

“Non cambierà idea e si stuferà dopo un mese?”

“Non succederà. Le do la mia parola…”

Gli occhi de La Paura si riempirono di una gratitudine acquosa.

“Va bene. Allora… ci vediamo settimana prossima.”

“Oramai sa dove abito.”

“Non mi resta che augurarle una buona giornata.”

“Buon giorno a lei.”

La Paura allora uscì alla luce, si allentò la sciarpa, aprì il bavero e si tolse l’ingombrante cappello come se il calore del sole ora l’avesse finalmente raggiunta. Mentre la donna superava il portico, lui riguadagnò l’ingresso di casa.

“Le posso domandare ancora una cosa?”

“Senza problemi.”, rispose ancora lui.

“Perché lo fa? Cioè, perché si preoccupa dei timori di una perfetta sconosciuta?”

Lui aggrottò nuovamente la fronte, misurando i propri pensieri. Poi disse:

“Perché non mi è poi così sconosciuta. E perché penso non dovrebbe esserlo. Non so se potrò mai capire le sue angosce, ma voglio provare a rimanervi in contatto. Vorrei che questa casa non dimentichi chi sia La Paura, ecco.”, concluse con un tono appena più solenne di quel che avrebbe voluto.

Ciò detto si salutarono nuovamente, e la donna si allontanò visibilmente rinfrancata dalla conversazione, e con la promessa che ne era scaturita, mentre L’Amore tornò alle sue occupazioni.

I giorni successivi ricevette la visita di altri potenziali candidati, ma non ebbe mai la sensazione di trovarsi davanti le persone giuste. Così sulla veranda passarono i gemelli Il Rimpianto e Il Pentimento (che non si assomigliavano affatto però), La Dedizione, e Lo Struggimento. Ma in nessuno di quegli incontri sentì d’avere di fronte qualcuno che stesse cercando un luogo per la medesima ragione cui lui lo offriva. E così passò tutta la settimana, e infine il giornale smise di pubblicare il suo annuncio.

L’Amore non ammise mai, neppure con se stesso, che l’infruttuosità della ricerca gli stesse creando qualche grattacapo. Non perché non stesse bene anche così, anzi; ma si domandava se vi fosse un ostacolo interiore che gli aveva impedito di coronare con successo la cosa. Cosa gli aveva impedito d’intravedere negli inquieti personaggi che si erano succeduti un possibile coinquilino? O magari un amico? Un compagno di avventura, o chissà che altro?

Perciò, sia pure compostamente e in modo mai soverchiante, nel suo animo cominciò a filtrare una fuligginosa inquietudine, che rese opache le sue percezioni nei giorni successivi.

Non si pentiva di avere messo l’annuncio né, in linea di principio, dei responsi che aveva dato. Ma allora… cosa c’era che non andava? Cosa non aveva funzionato?

Finché un giovedì sera, mentre fuori dalla porta una tempesta stava scaraventando tutto il fuoco risparmiato da mesi sulla città inerme, sentì nuovamente il campanello. Non pensava più all’annuncio, né attendeva qualcuno in visita. Men che meno in una giornata come quella. Perciò incuriosito scese rapidamente le scale, accarezzando il muro mentre percorreva i gradini due a due. Aprì.

Fradicia di pioggia, il vento spinse nell’ingresso una donna. Indossava un trench chiaro, che aveva da ore perduto la sua battaglia con il cielo. Quando L’Amore aprì, chiuse il piccolo ombrello, mentre le raffiche che lo fecero gonfiare e rovesciare un paio di volte. Aveva lunghi capelli castani, avvitati in ciocche fradice tra i quali si indovinava ancora un fermaglio verde impotente ai rivoli di acqua che si perdevano sul collo. Gli occhi trasparenti color nocciola lo guardavano in cerca di comprensione. Il volto esprimeva una nitidezza che raramente L’Amore aveva riscontrato.

In pochi secondi la veranda si era riempita di acqua che le colava dalle scarpe. Le labbra erano schiuse alla ricerca di motivi con cui giustificare il trambusto. Ma sembrò non trovarli, e presto smise di cercarli. Ancora con la porta spalancata alle spalle, mentre provenivano gli ululati della battaglia, rimasero a lungo a guardarsi.

Senza parlare. Senza fare rumore. Lasciando che i respiri e gli sguardi si sincronizzassero. Consentendo che il cielo baluginante parlasse per loro.

“Sono L’Attesa…”, a un tratto disse lei, come avesse preso la rincorsa.

Un nuovo silenzio attraversò lo spazio che li divideva.

“Ti aspettavo.”, disse L’Amore.

“Ma com’è possibile? Io nemmeno sapevo che…”

“Non ne ho idea.”, la interruppe lui, “L’ho capito solo ora. Ma so che ti aspettavo da molto, moltissimo, tempo.”

Un lampo accese il cielo alle spalle di lei. Sorridevano.

Lamento per M

Alla fine cosa resta?
le pietraie di giorni duri,
i minuti come ghiaia
le clessidre di tempesta

 
Ci fu un tempo per la guerra
la pioggia ferisce, il vento sfinisce
sotto un cielo di fango
ci piegammo solo alla terra

 
Che rimane di quei giorni,
sponde liquide e ricordi
come fumo tra le nebbie
troppe le andate, pochi i ritorni

 
Non il tempo, né le vittorie
o sconfitte e delusioni
sono righe sulla sabbia,
solo graffi le nostre storie

 
Cos’era falso, e cosa reale
un calendario di farfalla
poiché basta anche solo un istante
per capire ciò che davvero vale

 
E così compagno vero, amico mio
questo è tempo del congedo
il momento di slacciarsi
e di stringersi nell’Addio

 
Terrò strette tra le dita
i ricordi e le parole
anche ora che giunge pace
perché infine guerra è finita

 
Sopra lombi di cemento
si levarono le stelle
acqua guarisce, il suo refolo lenisce
nella notte senza più vento

 

Ora sei in un altro Altrove
la tua casa tutta nuova
un rifugio silenzioso
ove le cose ritornano nuove

 
Dove piovono miracoli,
non ci sono più colpevoli
la luce appassisce, la sua ombra fiorisce
alle spalle son’ormai gli ostacoli

 
Mentre l’istante ultimo si scuce
soppesiamo ogni respiro
noi che vibriamo d’inquietudine
mentre tu già vedi la Luce

Due o tre cose che ho capito della psicanalisi

 

 

Caro Claudio Mercandelli

ho finalmente letto il suo scritto. È molto bello e quasi saggio, mica da tutti i giorni

Moltissimi saluti
Luigi Zoja

Un anno e mezzo fa stavo viaggiando in moto, una macchina girò improvvisamente verso il distributore mentre la sorpassavo, le piombai addosso e caddi rovinosamente. Fortunatamente me la cavai con parecchi lividi ed un paio di escoriazioni profonde, ma chiamarono ugualmente l’Ambulanza. Mi portarono tutto steccato al Pronto Soccorso, dove passarono diverse ora prima di medicarmi. Quando entrai nell’ambulatorio la ferita era ormai cicatrizzata, e la sabbia del manto stradale penetrata. Allora un’infermiera orientale mi tagliò il jeans e cominciò con una spugnetta assai ruvida a lavorare sulla ferita energicamente. Raramente ho provato un dolore come quello. Credo di averle detto cose inenarrabili, al punto che il chirurgo mi sgridò, e io mi dovetti scusare.

Ecco, quando penso alla psicanalisi penso a qualcosa di simile. La storia delle persone – tutte – ha reso le nostre anime piene di ferite, lacerazioni, croste non ancora suppurate, muscoli sviliti, piaghe da allettamento, lividi e carni escoriate, che talvolta dolgono insopportabilmente, e qualche volta molto meno. Talvolta si riesce a vivere anche così. Ogni tanto invece no.

Cinquanta anni fa temperamenti depressivi, matrimoni sostanzialmente infelici ed esistenze cronicamente sofferenti erano sostenute da un tessuto sociale vivo, dove i parenti, gli amici persino i vicini di casa erano una risorsa costantemente attingibile. Qualcosa di simile accade ora in alcuni habitat sociali, dove la famiglia più o meno funziona, la comunità può essere omogenea, il movimento politico o ecclesiale cui si appartiene svolge una efficace funzione di contenimento di tutte le dinamiche. Ma il contenitore e il contenuto continuano a essere cose molto differenti, perché sotto le armature la carne duole egualmente, e proprio la rigidità delle strutture nelle quali si ascrivono i propri vissuti può amplificare il dolore, conferendogli una connotazione claustrofobica.

I contenitori sono da sempre una risorsa che consente di attraversare la prosaicità della vita sostenuti, incoraggiati e aiutati in un qualche consorzio. Ma essi non sono mai la risposta autentica a quelle sofferenze, così come una ingessatura non determina la guarigione da una infezione. Accade anzi anche che essi diventino parte del problema medesimo. Perché in un dato momento la carne sotto il gesso comincia a prurire. Magari incancrenisce. Per quanto possa essere grave una frattura, non si può vivere con i propri arti immobilizzati da un tutore. Prima o poi lo si deve levare, e cominciare a camminare da soli.

Oggi il tessuto sociale è profondamente cambiato e il restare a fianco dei propri sposi, così come la maternità e la paternità (mestieri assai più problematici di come lo stereotipo vorrebbe) vengono ora affrontati in solitaria. I contenitori sono molto più esili e le manie e depressioni che caratterizzano la vita postmoderna diventano ora pareti insormontabili. Così progressivamente cresce il numero delle persone che avvertono la propria esistenza come un sacco che si va restringendo, sentono la vita sfilarsi tra le dita e cominciano ad avvitarsi nei rimpianti e le recriminazioni per ciò che non solo non si ha avuto, ma per ciò che ci si è impedito immaginare di poter avere. Spesso si finisce per caricare le persone circostanti della responsabilità di essere esse stesse sbarre di quella gabbia invisibile. Invero una responsabilità immeritata, o non del tutto meritata.

Porte

Ho scritto di recente che “nel tempo si odia ogni cosa non si sia potuta scegliere”. Potrei aggiungere che anche le cose che si sono scelte per ragioni parziali e provvisorie, le circostanze che si sono assunte nel vincolo del bisogno, diventano nel tempo intollerabili.

Ogni ambiente, psichico o fisico, vive nella traiettoria dell’adattamento dinamico, della ricerca di una omeostasi. E qualsiasi evento- anche profondamente traumatico-, tende ad assorbirsi e integrarsi un po’ come il proiettile che oramai fa parte del corpo di Gino Paoli. Si sopravvive a qualsiasi cosa, o quasi. E passando gli anni ci si adatta ad ogni situazione, come prevaricazioni, sudditanze, compromessi e microviolenze subite. Il trauma viene allora mandato a fare parte del tessuto del nostro inconscio, dove spesso rimane immerso nell’arco di una esistenza intera. Una posizione dalla quale però continua a intromettersi, a contaminare, polarizzare, sbilanciare le dinamiche consce e determinando OGNI SINGOLO SENTIRE. Da queste dinamiche, rimosse o scisse perché troppo dolorose, nascono le nevrosi e più raramente le psicosi.

Accade anche però che ciò che si vorrebbe seppellito emerga- anche attraverso i sogni-, con movimenti ancora più potenti, e i traumi tornino ad affiorare nella vita di tutti i giorni.

La psicoanalisi è esattamente analoga al drammatico lavoro di quella infermiera. Si va a cercare la carne viva del trauma, con un lavoro che è contemporaneamente esplorativo, lenitivo e contenitivo, facendo affiorare le parti che si era tentato tenacemente di tenere nascoste a se stessi. Arrivano così nuovi dolori, passioni, tristezze, scompensi e comportamenti profondamente differenti rispetto a quelli che si erano referenziati fino quel momento. “Non ti riconosco più”, dicono i familiari e gli amici, quando con disappunto registrano introversi che ora si buttano fuori nel mondo, temperamenti remissivi diventano ribelli, uomini mansueti tirano fuori improvvisamente le unghie, inappetenti che diventano voraci, persone ordinarie che mostrano ora latitrasgressivi. Quegli amici hanno ragione. Ciò che però essi non conteggiano è che sta emergendo è solo la parte mancante, a lungo censurata. Ed emerge proprio così. Con tanta più esplosività -si noti bene!- quanto più era stata compressa. Come una tigre che diventa particolarmente feroce se le pareti della gabbia erano molto anguste. L’inconscio è come quella tigre, che ora vuole ferocemente affermare la parte negata. Spesso i comportamenti più trasgressivi nascono da impianti educativi fortemente colpevolizzanti e castranti.

Questo in analisi è un passaggio è molto delicato, perché la persona che cambia pelle in quel momento rischia di perdere le redini della trasformazione. “E’ impazzito” recita il mantra di coloro che furono prossimi. Talvolta si impazzisce. Quello che gli amici non sanno è però che “la pazzia” comincia sempre molto prima della sua manifestazione, e “cose da pazzi” furono gli strenui sforzi operati fin dalla primissima infanzia per essere la persona che non si era, magari per compiacere un genitore prima, un coniuge dopo, un gruppo di amici o un Dio.

 

Divano analisi

Se l’analisi funziona allora il soggetto trova nel tempo (un processo che richiede tempi lunghi, talvolta lunghissimi) un nuovo assetto, che non è più quello mutilato e parziale precedente, ma uno stato dove le forze inconsce dialogano con la coscienza, diventando ora parte di un sistema integrato che Jung chiama il “Sé”. Una persona nuova che avendo oltrepassato confini fin lì invisibili, frutto di educazioni prescrittive o argini a storie troppo dolorose, guadagna un enorme patrimonio energetico alla libertà attraverso l’emancipazione dal bisogno e la necessità.

Tanti anni fa, sul retrocopertina di un libro che ritenevo molto importante, compariva una scritta che recitava più o meno: “Ogni percorso nella vita non può partire che dalla decisione ad essere se stessi.” Una affermazione autentica, a condizione che quel compito non venga fagocitato nella traiettoria dell’ennesima appartenenza, l’ennesima mitopoiesi o l’ennesimo contenitore.

Perché quando si comincia a vedere nel fondo della propria anima si comprende cosa si può accettare e cosa risulta intollerabile. Si comincia a scegliere, a non subire più. Si giunge ad amare la persona che si è, e non quella che provarono surrettiziamente a imporci di essere.

E forse alla fine potremo perdonare persino Dio di non averci mai chiesto “posso?”.

Contro Sancho Panza

Don Chischiotte

Sulla Post-Truth

 

“– Quelli che vedi là – rispose il suo padrone – dalle smisurate braccia; e ce n’è alcuni che arrivano ad averle lunghe due leghe.

– Badi la signoria vostra – osservò Sancio – che quelli che si vedono là non son giganti ma mulini a vento, e ciò che in essi paiono le braccia, son le pale che “girate dal vento fanno andare la pietra del mulino.

– Si vede bene – disse don Chisciotte – che non te n’intendi d’avventure; quelli sono giganti; e se hai paura, levati di qua, e mettiti a pregare, mentre io entrerò con essi in aspra e disugual tenzone.”

Miguel De Cervantes. “Don Chisciotte della Mancia”

Jay Branscomb lo scorso luglio ha pubblicato su Facebook una foto che ritrae Steven Spielberg accovacciato sul corpo straziato di un triceratopo, improbabile trofeo di caccia. La didascalia recitava: “Per favore, condividete la foto, così che il mondo possa svergognare quest’uomo spregevole”.

triceratopo

Pochi secondi ed ecco che i social ingaggiano con l’insensibile assassino di animali estinti una vera e propria gara di insulti – una shitstorm, per la quale non occorre traduzione -, di indignazione e così via. Si sono contate qualcosa come 31.000 “condivisioni”, accompagnate dai più furiosi commenti, che andavano dal “bracconiere” ad altri assai più triviali. E’ tutto vero.

Il fatto che Jay fosse conosciuto per altri scherzi divenuti virali, e che Steven Spielberg, fosse il papà di creature improbabili come ET e gli spilungoni alieni di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, non ha dissuaso i più. La foto per inciso era datata 1993, e proviene dal set del Blockbuster “Jurassic Park.”  

Si potrebbe ridere, e classificare l’episodio come una di quelle amene vacuità che ci accompagnano nei mesi più caldi, e con cui i giornalisti titillano la pigra curiosità di chi sbadiglia sotto un ombrellone. Però, a mio avviso, ci si può ravvisare molto di più. Vi potremmo cogliere addirittura lo spunto per una vera e propria mutazione antropologica e filosofica, lasciando agli studiosi del comportamento unicamente il dibattito se sia già avvenuta per intero (personalmente mi collocherei in questo “partito”), parzialmente, se sia inarrestabile, oppure ancora se vi si possa – o se si deve – porre un argine.

Perché quante probabilità sussistono che i 31.000 sedicenti  cretaceo-animalisti non avessero gli strumenti per comprendere si trattava di un fotomontaggio? Quanti tra essi, risalendo un fiume del Borneo potrebbero temere l’incontro con un Ittiosauro? Quanti ancora addentrandosi nella giungla del Congo riterrebbero effettivamente possibile lo sgradevole incontro con le fauci di uno Spinosauro affamato? Insomma, possibile che 31.000 persone siano il campione realistico di una moltitudine che ignora l’estinzione dei dinosauri avvenuta 65.000.000 di anni fa?

Probabilmente no, tuttavia il fenomeno è tale da non dover essere ignorato. Anzi, sono proprio quelle cifre il cardine della questione, perché alla vexata quaestio nella quale si sono compiaciuti per secoli i filosofi (in modo non sempre proficuo), ovvero cosa sia “veramente vero” e cosa no, trovano in questa massiccia forma di assenso parallelo, un proprio superamento, nonché una tardiva confutazione. Non si tratta in realtà di una nuova categoria, ma una digressione che si è determinata grossomodo negli ultimi cento, centocinquanta anni. Ma che solo negli ultimi trova una sua collocazione epistemologica nuova. Forzata finché si voglia ma nella stessa misura in cui gli avvenimenti costringono gli intellettuali a rivedere le proprie convinzioni.

Le 31.000 persone che hanno – a questo punto si può dire “banalmente” – dato il proprio assenso all’immagine del triceratopo non agivano una forma tradizionale della gnoseologia, ma venivano agiti da qualcosa di differente. Non hanno stabilito di dare il proprio “assenso” – che da qui in poi rappresenterà un vetusto processo per aderire al vero – a una proposizione, ma si sono lasciati trascinare da un impetuoso torrente verso valle. Da sempre esistono forme di consenso collettivo, e quando hanno trovato le afferenze e le sincronie necessarie per uscire allo scoperto, hanno lasciato più rovine che edifici. Dice in proposito lo psicanalista Luigi Zoja nel suo illuminante saggio sulla Paranoia.

“Gli impulsi alla pace non sono accompagnati da forti emozioni. Gli impulsi distruttivi sono invece inebrianti, soprattutto all’interno di una folla che diluisce la responsabilità e rinforza le emozioni.”

E ancora:

“Una folla abbassa l’intelligenza al livello inferiore dei suoi componenti…”

Due prerogative che accomunano l’attualità, ovvero l’inquietante rapidità del contagio – che non a caso si accompagna a fenomeni definiti virali -, e la prevalenza della collera rispetto a sentimenti più sociali. 

Un elemento imprescindibile di questa accelerazione è determinato dalle nuove agorà virtuali ove si incontrano (o appunto si scontrano) le persone, i social e le piattaforme digitali, nelle quali l’altro è difficilmente oggetto empatico, per la semplicissima ragione che non viene percepito nella sua fisicità, nelle espressioni del volto, nella prossemica e nella storicità del suo essere, ma solo nel “profilo” che, strutturalmente ha solo due dimensioni, mancando della profondità. Sui social avviene una identificazione arbitraria in qualsiasi altro contesto, ovvero ogni persona coincide con l’ultima cosa scritta, e se si contrasta l’opinione così espressa, quasi inevitabilmente si detesta anche il suo latore. Si creano forme di aggregazione semi spontanea, attraverso un semplice click, dove da un certo punto in poi si incontrano solo quelli identici a sé, e gli altri esclusivamente quando si intende rovesciare il fiele accumulato.

E i nuovi politici, non hanno tardato ad accorgersene. Non è un caso se i fenomeni registrati dalla macropolitica – all’incirca dalla cosiddetta “Primavera Araba” fino a tute le elezioni più recenti, passando per la Brexit, gli indignati e le varie proteste no/tutto – si sono costituite con questa malta a presa rapida e scarsa tenuta. Fenomeni che montano con velocità inusitata, e con altrettanta rapidità si sciolgono a prescindere che l’obiettivo sia stato raggiunto o meno. Non siamo più alle prese con un “pensiero solido”, ideologicamente organizzato e perseguito con tenacia, quale poteva essere quello del ’68, o i giovani di piazza Tienanmen. Spesso dietro non c’è un pensiero evoluto, ma  un germoglio sadico irrorato da scariche viscerali, tempeste che si addensano e scompaiono prima di essere socialmente rilevabili, e che entrano nei radar dei sociologi quando vengono intercettate e coartate da leader massimalisti. Spesso arroganti e con pochi scrupoli, “qualità” che in queste temperie vengono purtroppo premiate.

E’ quello cui stiamo assistendo. In un’epoca nella quale si dovrebbe godere delle conquiste dei decenni precedenti, in cui facilmente ci si fregiava della pseudo tolleranza volteriana, sintetizzata nell’incipit

“Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire.”

alla quale non hanno seguìto i comportamenti consoni, vedendo prevalere piuttosto l’oltraggio, gli imperativi su ciò che gli altri dovrebbero fare, sdoganando definitivamente l’insolenza. 

Ma se a segnare il passo è stata appunto la tradizione illuminista e tollerante, ce n’è un’altra che a questa mutazione ha dovuto soccombere persino in misura maggiore. Vi abbiamo già fatto cenno.

La gnoseologia occidentale è la principale vittima del forsennato cambiamento cui siamo testimoni. Essa ha attraversato i secoli evitando che il suo caposaldo venisse messo in discussione, ovvero che c’è una distinzione chiara, univoca e indefettibile tra oggetto e soggetto; che “l’oggetto è oggettivo”. 

Non si tratta di una sterile querelle filosofica, dibattuta da noiosi accademici barbuti nelle aule fatiscenti di un ateneo, perché parliamo di quella parte della filosofia che è diventata il cosiddetto immaginario collettivo dentro il quale, volenti o nolenti, siamo costretti a muoverci. Di più anzi, perché mentre quelle certezze nel dibattito degli addetti ai lavori sono state largamente messe in discussione – pensiamo all’idealismo in filosofia o alla meccanica quantistica – nella percezione dell’uomo comune, essa permane profondamente radicata. Confidiamo così tanto nella nostra capacità di cogliere realisticamente gli oggetti, che l’unica cosa di cui non dubitiamo mai è, altresì, quella più semplice: forse ci stiamo sbagliando. E che forse non possiamo non sbagliarci.

Dice Fritjof Capra ne “Il Tao della fisica”:

“Cercando di comprendere il mondo, ci troviamo di fronte alle stesse difficoltà che incontra un cartografo che cerchi di rappresentare la superficie curva della Terra con una serie di mappe piane.”

Un testo datato, ma estremamente attuale ed efficace. Se la nostra capacità di conoscere è simili alla cartografia piana, e la terra ovviamente sferica, ostinarsi nella strada della descrizione oggettiva, moltiplicherà i fraintendimenti invece che bonificarli.

E’ questo il dato curioso: i 31.000 indignati dalla caccia di Spielberg ai triceratopi sono esattamente gli stessi persuasi della “oggettività” delle proprie osservazioni. 

Il dogmatismo, la pretenziosità nonché la conseguente virulenza delle prese di posizione, anziché contrapporsi dialetticamente  sono invece posizioni concentriche.

Mi spiego.

Nel wrestling esiste una tradizione, denominata keyfabe, per la quale gli spettatori di un match “sospendono temporaneamente” l’incredulità – altrimenti opportuna – affinché ci si possa godere lo spettacolo. Solo questo consente l’efficacia della finzione scenica, gli eccessi di performance cui gli atleti si accreditano prima di salire sul ring. Quel bestione è davvero alto due metri e quindici? Possibile che siano centosessanta chili di muscoli? E’ davvero arrabbiato contro l’avversario?

wrestling

Ecco, a noi manca la keyfabe. E poiché non siamo riusciti a immaginarne una, quando ad esempio parliamo di politica, o calcio, confondiamo sempre la realtà con una parte. E che continuerà ad essere una parte, per quanto noi si possa essere in buona fede. Specialmente. Non ci siamo attrezzati a suo tempo a comprendere che c’è un difetto d’origine nel rapporto tra cartografia e conformazione dei continenti (peraltro alcune tra le più curiose delle bugie sviluppate in rete parlano proprio di una terra che sarebbe piatta, oppure che l’esistenza della Finlandia sarebbe un costrutto mediatico), e quindi se le carte non funzionano sono i continenti a essere sbagliati. Non è un caso che le persone più pronte ad accumulare compulsivamente le “prove” oggettive, per le più strampalate tesi, sono proprio i paranoici.

Sui social si diffondono come macule del morbillo le più disparate fake news, si dibatte sulla postmodernità della verità (o sulla contemporaneità della frottola), e le redazioni dei giornali si affidano necessariamente ai debunkers, i commoventi paladini della “verità oggettiva”, pronti a demistificare con largo uso di documenti e di fotografie qualsiasi bugia, ma per quanto essi si sforzino non riusciranno mai a superare il difetto nel manico: non c’è una verità provata, non c’è documento fotografico in grado di inchiodare quel tale a quella circostanza. Perché non c’è una verità oggettiva. Già Leon Festinger, poco più di mezzo secolo fa, ha documentato irrefutabilmente che il nostro cervello è strutturato per sopportare solo una modica quantità di verità e di evidenza. Ed esclusivamente quella che ci serve di più, quella che si armonizza meglio con il nostro consolidato sistema di convinzioni. Per tutto il resto occorrerebbe magari un po’ di ironia.

Siamo stati inconsapevolmente indotti a pensare che la conoscenza fosse, per dirla con Tommaso d’Aquino, Adaequatio intellectus ad rem, e non sono state sufficienti tre critiche kantiane e tutto il dibattito successivo, a farci recedere da quel passo. Ma non era vero. La nostra conoscenza non è sufficientemente ampia e profonda per cogliere “la cosa in sé”; invero essa è uno strumento più rigido che imprime all’oggetto la propria stessa forma, per poi stupirsi della corrispondenza fittizia. Quando noi pensiamo di conoscere qualcosa avviene una sorta di esplosione controllata delle nostre connessioni sinaptiche, una innumerevole quantità di microscopici ictus cerebrali  – l’immagine ovviamente no ha alcun fondamento scientifico, però rende l’idea – convogliano la rappresentazione di ciò che abbiamo di fronte nella melmosa palude di ciò che sapevamo anche prima.

Abbiamo aperto questa lunga riflessione con il noto passo di Miguel De Cervantes dove Don Chisciotte e Sancho Panza si confrontano sulla vera natura dei mulini a vento, e ogni lettore sa in partenza quale dei due personaggi sia un visionario patetico e chi il suo contrappeso realistico Sancho Panza. Solo Don Chisciotte può confondere, a causa della sua comica follia, a confondere per giganti i frantoi e le macine sulla riva del fiume. Ma è davvero così? Certo il lettore collude, per tutte le ragioni che abbiamo stabilito, col dimesso Sancho. Perché siamo stati educati nella stessa rappresentazione, che però è vera solo in quanto è stata accettata da una serie di attori sul proscenio. E che si tratti un mulino è la cosa che serve per evitare, appunto, di passare per folli o patetici, e per evitare di farsi più male del necessario. Oltre che per non alimentare paure più irrazionali, che tuttavia continuano ad abitarci più in profondità.

Ma si tratta ancora di utilità, non di verità. Cosa ci sia lì, oltre le convenienze e le paure, oltre a tutti i fulminei ictus che ci fanno convergere verso una determinata rappresentazione, non è dato saperlo. E forse Don Chisciotte potrebbe averci visto lungo.