Valerio – da, L’unica vita che ho

Incurante Valerio aveva tagliato un’altra fetta di pianura, e si era diretto verso uno spicchio di terra bruna, dove le indicazioni bianche e verdi – subito dietro a una innaturale torsione di catrame – indicavano il casello dell’autostrada. Quando l’ebbero imboccata borbottò qualcosa a proposito di un’area di sosta. Ma suonava come una comunicazione interna; gli altri tuttalpiù si sarebbero adeguati. Aveva deciso lui l’ordine delle priorità, come sempre. Aveva stabilito chi doveva venire, chi accampare una scusa per tirarsi indietro; aveva scelto di andare, ospite, con un giorno di anticipo rispetto alla data della cerimonia, sempre lui che aveva stabilito il percorso da seguire, nonché l’orario della partenza. Persino i passeggeri, come i bagagli, erano stati disposti secondo una logica ferrea che apparteneva a lui, e mai a chi l’aveva dovuta subire. Non si erano opposti, perché non avrebbe avuto senso. Oppure sarebbe stato troppo dispendioso. Mettersi di traverso, anche per un dettaglio, avrebbe innescato un tasso di conflittualità di cui tutti facevano volentieri a meno. Anche perché Valerio, le cose, le faceva funzionare. Quasi sempre. Aveva escogitato dal nulla una impresa, una società di distribuzione di catarifrangenti, e in capo a sette anni l’aveva fatta fiorire e portata a livelli di tutto rispetto, coprendo quote di mercato sempre più importanti. Aveva creato solidità e benessere per se stesso e per una ristretta cerchia, e opportunità di lavoro per un centinaio di persone, se si consideravano tutte quelle che si erano avvicendate anche per un breve periodo, in azienda. Tuttavia ci si sbaglierebbe che il motore fosse l’ambizione. Ne aveva, ma guardandolo da vicino ci si accorgeva che a muoverlo fossero leve più potenti e nascoste nel profondo. Non era il benessere, che pur aveva conseguito, oppure i traguardi di natura professionale. Sembrava piuttosto un insetto dominato dalla frenesia di impollinare quanti più fiori avesse potuto. Un’ape senza miele e senza alveare. Eternamente indaffarato a marcare un territorio sempre più ampio, per una bestia che non riusciva a scovare un angolo che sentisse tana. Un animale braccato. C’era insicurezza, proprio lì dove ostentava una sicumera esasperante. Valerio era il tipo di uomo che si sarebbe sentito un barbone anche alla guida di una Bentley, o se la sua residenza fosse stata una reggia. Anche il matrimonio era stato progettato con la medesima fretta di passare dai progetti alle cose, cementato nella stessa betoniera, edificato con l’unico calcestruzzo cui metteva in piedi ogni cosa: friabile nella sostanza, ma teso e resistente quanto le tenaglie invisibili del suo formidabile istinto. Per questo non si sarebbero lasciati mai: avevano un profondissimo bisogno reciproco, quanto Cristo ha bisogno della sua croce. Non si odiavano neanche. Non più quantomeno. L’odio richiede un dispendio di energia che avevano tacitamente stabilito di non pagare. Forse odiavano solo di essere allacciati, per sempre, in quella simbiosi perversa.

Il moto perpetuo e l’assenza di pace, che contrassegnavano tutto il suo essere, erano il marcatore della sua effimera grandezza, quanto della sua dignitosa meschinità. Oltre che il pesante fardello di quanti dovevano condividere le sue sorti. Anche per un semplice viaggio. Giro lo guardò con attenzione. Lo conosceva da sempre, o almeno così gli sembrava. Aveva ricordi di Valerio che lo accompagnavano dai primi vagiti della adolescenza. Gli pareva di ricordarlo, con la sorella, che lo aspettava appollaiato sulla rastrelliera fuori da una scuola, dopo un’ora di ginnastica ortopedica, di quelle propinate per correggere la scoliosi. Lo conosceva così bene, eppure non sapeva nulla di lui. Aveva interpellato cento, mille volte il suo sguardo ottenendo sempre lo stesso verdetto provvisorio. Non era mai lì. Non lo sarebbe mai stato.

Anche adesso, costretto nella postura della guida, i suo occhi rilucevano in un deliquio sordo inseguendo alfabeti impossibili nella mezzeria. Era un uomo imponente, con un torace da sub, ma non era grasso. Difficile dire quanti anni avesse, perché quale che fosse, l’età era un vestito che indossava nello stesso identico modo. Dalla camicia a righe, aperta negli ultimi due bottoni emergeva il petto irsuto, contraddicendo almeno in parte la cura meticolosa che aveva del proprio aspetto. Sotto il collo massiccio, dove il pomo d’Adamo picchiava a picchi alterni di mazza sul tamburo, e una catenina leggera, senza pendagli. Un randagio senza medaglietta.

Una scuola ‘favolosa’

Abracadabra! Se avessi una bacchetta magica cosa farei? Fiumi di gemme in giro per il salotto, damigiane di elisir della lunga vita per dissetarmi e probabilmente un intero harem di odalische dagli sguardi ammalianti per portarmi quella dolcissima libagione. 

Siamo seri, è soltanto un sogno. Ma sognare non costa nulla, e talvolta dai sogni possono arrivare elementi interessanti anche per la prosaicità della vita. Se potessi rivolgere poi il sogno a una realtà che ho preso, mio malgrado a conoscer piuttosto bene, come la trasformerei? Ecco la domanda: se avessi una bacchetta magica come cambierei la scuola?

Tuttavia devo confessare da subito come il ritenere necessario usare incantesimi per poter cambiare qualcosa nella scuola, sia frustrante, altresì realistico La frustrazione è dovuta proprio alla sensazione che, senza le arti di Merlino, non si possa venire a capo di nulla. Ma tant’è.

La scuola è una specie di ‘Addormentata nel bosco’ (neanche troppo bella, a dirla tutta) che vive in un letargo incantato dietro la robustissima siepe della burocrazia, delle procedure, proteggendosi così dall’avanzata del principe della opportunità e dalle fate della possibili innovazioni. Questa principessa imbambolata è l’ambiente dove si alligna la più malevola refrattarietà a ogni forma di cambiamento, a causa di vizi e tradizioni secolari che condensano in una sintesi venefica mortificazioni e privilegi in ugual misura, formando in questa guisa un zoccolo di ruoli durissimo da mettere in discussione. 

Ma oggi non si parla dei disagi della scuola, mentre invece si discute di sogni e bacchette magiche.

Tenendo conto che se io, da una parte, non mi ritengo in grado di sostenere le responsabilità del riformatore scolastico, anche come aspirante Harry Potter sono alle prime armi, e quindi nei magheggi sulla Hogwarts, finirò sicuramente per sovrapporre elementi inconciliabili o addirittura contraddittori, spero tuttavia che il lettore ci faccia sopra una risata soffermandosi sullo spirito di questo gioco.

Abracadabra, dunque.

Intanto cambierei le retribuzioni dei docenti, portandole a un sostanziale raddoppio. In alcuni paesi europei, del resto, quasi ci siamo, e non hanno nemmeno dovuto scomodare la fata Turchina per ottenerlo. Come abbiano fatto sarebbe interessante andarglielo a chiedere, anche se sospetto non ci svelerebbero particolari sortilegi, ma ci parlerebbero di gestioni oculate, di controllo degli sprechi, di riduzione degli organici, eccetera.

Ma non importa, fin tanto che abbiamo la nostra bacchetta magica, e possiamo ottenere le stesse cose buttando ali di pipistrello e occhi di salamandra dentro il ribollente calderone. 

Certo in cambio di uno stipendio raddoppiato avrei da chiedere come contrappasso una serie di cose: ad esempio vorrei che insegnare diventasse una professione esplicitamente full time. Preciso ‘esplicitamente’ poiché so per certo che molti docenti la vivono già a tempo pieno, e che usano molte più ore di quelle per cui vengono retribuiti, ma perché non regolarizzarlo allora? E perché non esigerlo da tutti e non solo dai più coscienziosi e volenterosi? Non dovrebbe essere particolarmente difficile: sarebbe sufficiente dover rimanere a scuola… anche il pomeriggio. Del resto il tema della scuola pomeridiana è uno dei grandi paradossi su cui non ci vuole mettere la testa nessuno. Perché un ambito grande e strutturato come un plesso scolastico, dovrebbe essere sfruttato per una molteplicità di iniziative di ogni genere: sportivo, ricreativo, musicale, recupero scolastico, teatrale. Non credo occorrerebbe molto per ottenerlo, davvero. Il contesto scolastico dovrebbe provare a rispondere in modo articolato alla naturale domanda di socialità organizzata di cui ogni giovane si fa, più o meno coscientemente, portatore. Certo occorrerebbe che, quantomeno al di fuori dai rigidi parametri dell’orario scolastico mattutino, le ore dopo il pranzo vedessero gli studenti liberi di – e se – scegliere le attività nelle quali implicarsi. Un oceano di possibilità lì dove per adesso riscontriamo soltanto un deserto con pochi ciuffi paglierini a segnalare la presenza di qualche sparuta forma di vita resiliente.

Ma rimaniamo sul tema della retribuzione dei docenti: sono persuaso che la madre di tutti i mali è determinata dalla uniformità con cui gli stipendi vengono erogati tanto a chi svolge il proprio lavoro con solerzia e passione, quanto a quelli che al termine delle lezioni fanno cadere la penna sul registro. Non va bene. Si fa un gran parlare di meritocrazia, ma in un regime di invariabilità  salariale, sono e saranno sempre chiacchiere a vuoto.

Ma con la mia bacchetta magica posso cambiare tutto solo schioccando le dita. Ecco allora che i salari dei dipendenti della scuola non saranno solo sostanzialmente raddoppiati, ma una quota molto importante della cifra scritta sul cedolino, viaggerà su un canale variabile. Da cosa dipenderà prendere molto di più o molto di meno? Sim sala bin, qui mi posso sbizzarrire. Perché da una parte mi piacerebbe lasciare questa responsabilità a delle semplici regole di mercato, con dirigenti scolastici trasformati in autentici manager, che si assumano quote accessorie di responsabilità proprio nel reclutamento dei docenti, la lettura dei curriculum vitae, e così via dicendo. Non avrei nessuna obiezione che esistessero vere e proprie ‘star’ del registro,  ricercate, coccolate e profumatamente retribuite come lo sono i migliori chirurghi e giornalisti. Lo auspico, anzi. E se la scuola-azienda dovesse incespicare per scelte incaute o nepotistiche, allora via ai ribaltoni con le dimissioni forzate dei Consigli di Amministrazione, e la sostituzione dei vecchi con nuovi manager. Meritocrazia, meritocrazia ovunque. Ma temo che questo sogno sarebbe azzardato persino per chi avesse a disposizione una bacchetta magica. Troppe le resistenze in uno degli ultimi ambiti dove resiste una paleontologia sindacale immutata dai decreti delegati del ‘74.

Anche senza arrivare a immagine così estreme, tuttavia si potrebbero introdurre variabili retributive. Mi si risponderà che non è facile misurare la qualità dell’operato di un docente, ed è vero. Ma nell’epoca in cui si sono creati marcatori e indicatori tali da misurare praticamente qualsiasi cosa, trovo sia estremamente riduttivo pensare che l’unica soluzione adeguata al mondo della scuola sia quella di adottarne… nessuno. Nel paese dei non vedenti anche la miopia sarebbe un bel vantaggio.

Per esempio si potrebbero creare dibattiti disciplinari per cui, su riviste specializzate, si vadano a contare il numero e il valore delle pubblicazioni con le quali ogni singolo docente ha contribuito. Si premino le innovazioni nella didattica. Vorrei che venissero incentivate tutte le iniziative intelligenti finalizzate a portare a casa il successo formativo.

Ci sarebbe ancora di più: è un paradosso che un docente si muova in un universo solipsistico e autoreferenziale per cui il suo operato non venga mai vagliato da alcuno che non sia egli stesso. La tutela della libertà di insegnamento, la segretezza dell’aula e la impenetrabilità del registro, non sono crismi ineffabili, che sempre si trasformano in armi a taglio semplice o doppio. Perché i primi a vedersi sottratto un fondamentale feedback sono proprio gli insegnanti che, avviluppati in questa paresi stregata, passano la propria carriera a battersi pacche sulla spalla da soli. Forse potrà sembrare puerile parlare ancora delle ‘Pagelle dei docenti’ in cui i ruoli tradizionali e le docimologie vengano ribaltate, ma è pur sempre una idea. E ho sempre una bacchetta magica in mano. 

Mi piacerebbe che alla tradizionale dicotomia Bocciatura/Promozione, si preferisse un’altra: cosa dovrebbe essere realmente promosso? Non lo studente, ma l’azione formativa che lo riguarda, cosicché dovrebbero essere valutati tutti i soggetti (con criteri di responsabilizzazione inversamente proporzionali alla età) che vi sono implicati. E le loro azioni. “Promosso” nel nuovo lessico scolastico si dovrebbe sostituire con “efficace”. L’aver ‘studiato la lezione’ dovrebbe essere solo uno dei molteplici fattori del concorso formativo a dover essere considerato, e nemmeno il più importante. Se una squadra di football viene attrezzata per primeggiare in un campionato, nel caso di insuccesso verranno coinvolti tanto l’allenatore quanto i giocatori. E neanche in una quota paritetica, perché se i secondi non dovessero buttarla dentro mai, il primo sarà responsabile persino di non avere messo i propri giocatori di rendere quanto avrebbero potuto: insomma, il primo a rischiare la ‘bocciatura’ e l’esonero è proprio il coach.

Bibidi Bobidi Bu

Forse stabilire l’analogia tra docenti e allenatori è un pochino troppo forte? Torniamo allora alla vecchia (si fa per dire) idea di promuovere e bocciare l’azione formativa in quanto tale, godendo dei benefici e assumendosi le responsabilità di quanto ottenuto. Non siamo giunti dove volevamo arrivare? Cambiamo strategia insieme. Quanti potrebbero essere infine le modalità per creare quei raccordi e comunioni di intenzione, è un campo smisurato che ci si apre davanti. Perché non sviluppare ad esempio, il concetto di contratto formativo, arrivando a tararlo per quanto possibile sugli obiettivi che appartengono all’individuo? Non si tratterrebbe nemmeno di tirare via dalla soffitta il polveroso tormentone della didattica individualizzata, poiché diversamente da quella, si tratterebbe di stabilire quali siano gli step individuali, la cui soddisfazione comporterebbe automaticamente l’assolvimento dei vincoli contrattuali, e quindi il pieno adempimento dell contratto formativo. Sarebbe questo, a mio avviso, un sentiero nuovo sul quale avventurarsi, tanto nei contenuti quanto nella forma. Perché non creare delle cerimonie di passaggio, dove lo studente firmi la sua copia del contratto, che verrà poi letta quando gli obiettivi specifici lì indicati potranno dirsi raggiunti?

Bibidi bobidi bu! Finalmente posso usare la bacchetta magica.

Anzi già che ci sono potrei far sparire il concetto stesso di bocciatura. Cosa significa esattamente ‘essere bocciati’, espressione dura che la semantica scolastica si è preoccupata di addolcire nel suono delle parole usate ma non nella sostanza? 

Che un percorso scolastico si debba fare in N anni, e non N+1 o N+2 non è a pensarci bene, il vero problema. Se si considerano gli anni morti cui ogni giovane, prima di essere consegnato come un pacco postale al mondo del lavoro, è destinato – tra quelli spesi a decidere la facoltà giusta, quelli fuori corso e infine quelli lasciati dolorosamente a lanciare curriculum vitae sui tavoli di mezzo pianeta, ahimè invano – perderne uno a causa della bocciatura non può essere una difficoltà insormontabile. Lo è però sul piano psicologico, dove il passaggio a uno stadio successivo, collettivamente avvertito come necessario, il Lucignolo di circostanza si vede respingere mentre tutti gli altri vengono accettati. 

Stare fuori/rimanere dentro.

Come se mamma gatto si rifiutasse di allattare i cuccioli più gracili. Un processo di esclusione che può minare anche molto seriamente il processo dell’autostima che, come la crosta fredda del budino, in questi anni si sta faticosamente formando.

Siamo sicuri che non esistano percorsi alternativi? Ma certo che esistono: hocus pocus, e la magia è fatta! Niente più bocciati e promossi, mai più la frustrante esposizione dei tabelloni attaccati dai bidelli con lo scotch ai vetri della scuola. Si potrebbe riformulare il percorso scolastico sulla falsariga di quelli universitari: ogni disciplina dovrebbe essere suddivisa in una molteplicità di segmenti che ne coprano l’intero percorso. Ad esempio si potrebbe dividere l’intero programma di matematica del liceo scientifico in una quindicina di argomenti più o meno vasti, taluni consequenziali altri no. Lo studente che entra all’inizio del percorso sa che deve soddisfare tutte e quindici le richieste, previo il superamento di un esame conclusivo. Ciò consentirebbe di: 

  1. abolire nella sostanza la bocciatura
  2. creare classi modulari di scopo, cui gli studenti si iscrivono, frequentano, e sciolgono con l’assolvimento del modulo stesso; 
  3. istituire una cosa molto importante, ovvero aule che appartengono a quel preciso docente, o quantomeno dedicate alla frequentazione di quel determinato modulo; 
  4. stabilire gerarchie intuitive, interne allo stesso istituto, perché gli studenti potrebbero agglomerarsi spontaneamente – ad esempio, per il modulo di matematica 11, scomposizione dei polinomi – con quel docente talmente bravo da rendere chiarissimo un argomento così ostico (ebbene sì, in seconda superiore presi il mio unico 3 e mezzo proprio nella SDP).
  5. ottenere una grande flessibilità perché se, da un lato, ogni docente potrebbe essere incaricato di realizzare più moduli, anche non contigui, dall’altro consentirebbe allo studente in difficoltà di tralasciare un modulo per lui particolarmente ostico, occuparsi di un altro – successivo ma non contiguo – per poi ritornare su quello lasciato in sospeso, magari con un docente con cui non avverte il rapporto incancrenito, al di là dei meriti e demeriti (che, altresì, esistono nella scuola come ovunque altrove).

Ovviamente lo studente verrebbe ‘licenziato’ al termine del percorso solamente quando avrà assolto la totalità degli elementi modulari previsti, avendo magari ripetuto matematica 9 tre volte senza per questo essere costretto a ripetere biologia 6 e italiano 4, dove magari aveva ottenuto risultati più che soddisfacenti. 

Non so se userei la magia per abolire il valore legale del titolo di studio, che non ha più molto senso. Più probabilmente lo impiegherei per creare un albo degli insegnanti, i cui iscritti fossero liberi professionisti con Partita Iva (vuoi mettere fare al spesa al Metro?), con inquadramenti professionali come quelli degli agenti di commercio.

E poi, considerato quanto la scuola continui a porsi in una condizione ‘giudicante’ nei confronti dei propri utenti, ci terrei molto che si lanciasse definitivamente funzione del Tutor, del quale con la ciclicità dei monsoni si torna a parlare, senza che sia mai effettivamente germogliata. Una funzione che vorrei ritagliare sulla sagoma dell’avvocato difensore nel processo penale, oppure del sindacalista nelle vertenze professionali: lo studente si ritroverebbe, in quel mondo di adulti che così spesso si ergono a puntargli l’indice contro, una figura che sia a priori e istituzionalmente dalla sua parte. Anche qui, considerato il vuoto attuale, ci si potrebbe sbizzarrire nell’attribuire al tutor anche funzioni di orientamento, come la somministrazione di test attitudinali, il colloquio con le famiglie, la mediazione con i docenti; potrebbe essere un interlocutore nelle situazioni di emergenza, un organizzatore del metodo e del tempo di studio, e magari potrebbe essere a incoraggiare il ragazzo che ha fallito una prova e a congratularsi per un successo. E magari potrebbe essere parzialmente o totalmente esonerato dall’insegnamento, e non essere l’insegnante del tutelato.

Abracadabra

Con la mia bacchetta magica mi piacerebbe poi migliorare gli aspetti infrastrutturali delle scuole, facendo mente locale alle riflessioni sulla kalokagathia, lanciandosi alla scoperta di quanto si potrebbero favorire le dinamiche dell’apprendimento in contesti che non ricordino le carceri adibite al 41 bis. Vorrei creare ambiti ‘individuativi’, spazi per quanto piccoli – un armadietto, per cominciare – che uno studente possa riconoscere come proprio, un territorio da non essere costretto a condividere con chicchessia.

Mi piacerebbe ancora…

Ma la campanella che sormonta la sala dei professori ha suonato i suoi millemila rintocchi, e in men che non si dica mi ritrovo appiedato, con la carrozza che si trasformata nuovamente in una cattedra consumata, il lampadario Swarovski in una tetra lavagna di ardesia, i fieri cavalli in commessi scorbutici che mi sgridano perché cammino sulla segatura, e il ciambellano di corte è tornato ad essere il guardiano torvo che rotea le chiavi solo perché mi sono attardato una decina di minuti nelle mie fantasie.

Cattolici 2.0

Ma sono davvero così? Non capisco, lo giuro. Sono in difficoltà. 

E’ davvero questo il volto del cattolicesimo 2.0? Uomini e donne che ingrossano le file dei convegni sulla ‘famiglia naturale’, ma fanno spallucce per quelle che vengono inghiottite dalle onde? Millantano la minaccia dell’invasione islamica, si fomentano con l’ultima Fallaci, e difendono a spada tratta la Meloni o Salvini? 

Ma davvero?

Una genia di persone tutte uguali – ma sarà pure la distorsione quantistica dell’osservatore -, più laici che consacrati, (un altro motivo di sconforto), che adottano pattern comportamentali passivo aggressivi: dicono e scrivono cose aberranti, sono social-iperattivi, ma poi tirano indietro la manina quando il cristallo è rotto. Parlano di ‘pensiero unico’, di ‘eterofobia’, vedono cospirazioni ovunque, ma è probabile che se un povero Cristo (sì, proprio quello lì) si presentasse alla porta l’accuserebbero d’essere un fantoccio di Soros. Vescovi che difendono l’operato dello Spirito Santo se da un Conclave esce un ‘Papa amico’, tipo un modello polacco o tedesco, ma invocano l’Angelo della morte se arriva dal Sudamerica.

Sono allibito.

Facinorosi, suscettibili, faziosi, antipatici (da intendersi come ‘anti-empatici’), sciorinano le peggiori fesserie con la tracotanza dei fatti incontrovertibili. Sono documentati su tutto, parlano di tutto, capiscono tutto (quanto ad atteggiamento dogmatico va detto, a parziale discolpa, che hanno avuto dei buoni maestri), senza ritegno, senza il minimo sospetto che magari agli interlocutori importasega dei loro minuscoli ego battaglieri.

Sono omofobi e non per le cose aberranti che dicono, condite di tautologie e becero cameratismo – ché le dicono eccome – ma perché gli importa nulla delle persone che le ricevono.

Cercano la rissa, soffiano come gatti inseguiti, camminano con la freccia di Pandaro eternamente incoccata alla ricerca dell’incidente diplomatico che, si auspicano, li renderà meritevoli del martirologio del leader squadrista di turno.

Applaudono l’umanità idrofoba e rancorosa che affiora dagli scritti di Costanza Miriano o Mario Adinolfi, per poi recriminare contro Bergoglio se l’emorragia dei credenti in Italia pare non aver fine. Coerentemente con un quadro paranoide, sono pronti a scagliare le colpe, qualsiasi colpa, sui propri avversari. Vivono una rappresentazione – si direbbe – della fede, fondata sull’inimicizia e sulla altrui colpevolizzazione preventiva.

Sono cattivi.

Ecco, SE questi sono il volto della nuova evangelizzazione, se sono costoro i credenti che meglio interpretano il verbo di Cristo, allora IO ho un problema.

Cos’è un immaginario collettivo?

re nudo

Il vestito nuovo dell’Imperatore

Cos’è un immaginario collettivo? Diceva Thomas Kuhn che persino la fredda e oggettiva scienza, che dovrebbe – anche qui un immaginario collettivo – limitarsi a registrare con somma obiettività i dati che la natura generosa profonde, ha bisogno di collocare quei dati in un contenitore immaginario, una visione del mondo, un paradigma dai più condiviso. E quel paradigma diventa antecedente, sia cronologicamente che euristicamente, i microscopi o le provette che si usano per accertare i dati.

Ecco l’immaginario collettivo. Noi abbiamo bisogno di sapere cosa sia il mondo nel quale ci muoviamo, per poi decidere la direzione dove andare. O meglio… dobbiamo rappresentarcelo, e quindi “credere di sapere”.

Le cose vanno peggio (o meglio), se possibile nella vita quotidiana. Ogni giorno chiunque formula una quantità innumerevole di valutazioni. Nella stragrande maggioranza queste vengono formulate in una situazione di difetto rispetto al possesso degli elementi che renderebbero quella valutazione obiettiva. Ogni persona, quando dice “Tizio ha fatto A”, prima, molto prima di riferirsi ai fatti che si propone di valutare, formula una scelta di campo, o forse di immaginario, nel quale collocare i propri vissuti. Perché noi non ci limitiamo a osservare la realtà, ma ne viviamo una rappresentazione che diventa l’alveo, naturale o procurato, dove i nostri pensieri e le nostre convinzioni trovano le conferme che maggiormente ci abbisognano perché la realtà ci rassicuri. Insomma, convincersi di una qualsiasi cosa, non richiede semplicemente di effettuare una valutazione rispetto a ciò che si palesa davanti ai nostri occhi, ma la nostra energia conoscitiva si sprigiona nel tentativo di difendere quella rappresentazione.

Il nostro assenso – mi viene in mente John Henry Newman – non asseconda la cosa che ci pare più “vera”, ma quella più confortante, ovvero quella che non ci costringe a vedere  il mondo in un mondo diverso da come ansioliticamente ce lo siamo rappresentati fino quel momento.

Per dirla in altre parole, il processo attraverso il quale noi diciamo che una cosa sia vera, non ci vede tomisticamente come la pellicola che registra ciò che si palesa all’apertura dell’otturatore, ma schierati nella difesa della immagine delle cose che maggiormente tutela i nostri vissuti. Un processo dove non occorre un particolare tasso di disonestà. Si tratta di essere invece “appartenenti” o “schierati”. Di nuovo l’immaginario collettivo… esso si nutre di multireferenzialità, di rifiuto della complessità, e di architetture simboliche che ci rendono refrattari a ciò che non vorremmo vedere o sapere. Per cui – ecco l’alchimia – un immaginario collettivo, con la sua mitopoiesi, il suo (meta)racconto della realtà, è ciò che meglio implacabilmente riesce a convincere le persone della assoluta veridicità della cosa meno evidente.

AAA. CITOFONARE L’AMORE

L’Amore abitava in una casa molto grande, e da tempo non condivideva quello spazio con qualcuno. Non che ne sentisse una particolare esigenza, in realtà. Stava bene con se stesso, e non aveva mai ritenuto che lasciar entrare qualcuno nel proprio spazio fosse una priorità. Ma forse proprio a causa di questo suo star bene venne un giorno in cui si accorse fosse il momento di concludere l’isolamento e condividere, almeno un po’, del proprio benessere.

Pur avendo abitato in quella casa da sempre, ne era diventato proprietario da un anno o poco più, e si sentiva pronto oramai a ospitare qualcuno. Allora dopo averci pensato ancora un po’ un giorno telefonò al quotidiano locale perché pubblicassero la sua inserzione. La sera andò a dormire agitato e contento, convinto che la cosa avrebbe comportato considerevoli cambiamenti; poi la mattina successiva, alzatosi di buon’ora, si recò all’edicola che distava da casa solo poche centinaia di metri. Acquistato il giornale, andò subito a curiosare la pagine degli annunci, non fosse mai che avessero pubblicato delle inesattezze. Dopo avere fatto scorrere per mezzo minuto il dito sulle quattro colonne, dove altri vendevano un televisore acciaccato, cercavano lavoro oppure offrivano posti auto in città, trovò infine il proprio annuncio, che recitava:

“Offresi spazio per coabitazione. Ampi vani. Affitto calmierato. Presentarsi direttamente in loco: corso Indipendenza 22. 

Citofonare L’Amore.”

Preciso come l’aveva dettato lui. Di proposito non aveva lasciato il telefono, perché preferiva incontrare i candidati di persona, che non avesse a pentirsi in seguito.

Non dovette aspettare molto. Già il pomeriggio, quando aveva appena finito di mangiare, sentì il citofono suonare vigorosamente.

“Un momento…”, disse mentre si puliva la bocca con il tovagliolo e riponeva i piatti sporchi nel lavabo. Ma il citofono ringhiò ancora due o tre volte, ostinatamente, facendolo inquietare.

“Che modi!”, disse, e volendo vedere subito subito la persona che insisteva tanto, non rispose nemmeno al citofono e scesa la rampa di scale che conduceva all’ingresso.

Quando aprì la porta vide un uomo mingherlino, con gli occhi slavati e la carnagione di un pallore cadaverico. Aveva ancora il dito sul campanello, che ritrasse non appena la porta si aprì, con l’aria di un ragazzino scoperto a trafugare cianfrusaglie in un negozio.

“Posso fare qualcosa per lei?”, disse il padrone di casa piccato.

“Ho letto l’annuncio…”, farfugliò l’altro masticando la metà delle parole. Teneva gli occhi abbassati, e li sollevava di quando in quando come incombesse su di lui una qualche minaccia, “E’ qui che dovevo venire. Vero? Non è vero? E’ qui giusto?”

L’Amore lo guardò avvertendo una forma di tenerezza prendere il posto del fastidio. Aveva l’impressione di averci già avuto a che fare.

“Non saprei, cioè sì, l’annuncio è mio, però devo valutare ancora molti candidati. Intanto lei come si chiama? Mi pare che ci siamo già conosciuti, ma non riesco a far mente locale.”

“Come molti candidati?”, gli occhi fuggevoli dello sconosciuto si fissarono sul volto di L’Amore per un istante, per poi tornare improvvisamente allo zerbino, “Io ne ho una necessità assoluta, lei non può capire, deve offrirmi una stanza. Io non… No, lei non ha idea.”

In quel momento il padrone di casa lo riconobbe.

“Invece sì…”, gli pose una mano sulla spalla, “Ti conosco bene. Sei Il Bisogno, vero?”

“Non ho alternative. Io devo abitare qui, non posso farne a meno. No, no n esiste. Sì sono Il Bisogno. E adesso come faccio?”

L’Amore gli strinse più forte la spalla, ma era certo non sarebbe riuscito a evitare l’avvilupparsi su se stessa dell’anima che gli stava di fronte. Si sarebbe smarrito qualsiasi cosa avesse fatto.

“Ma tu hai già abitato qui. È stato molto tempo fa.”

“Non ricordo.”

“Invece sì. Sei già stato qui, e non è andata bene.”

“Io… ho tanto bisogno.”, disse il signor Il Bisogno.

“Lo so bene. Hai una necessità immensa. Hai innanzitutto bisogno di prenderti cura di te stesso, e finché non lo farai, nessuno potrà aiutarti veramente. Nemmeno io.”

“Davvero ho abitato qui?”

“Certamente. Eravamo entrambi appena arrivati in città, e ci assomigliavamo molto. Eravamo giovani. Avevamo delle storie simili. Avevi scelto di vivere dove c’erano le cantine.”

Per un istante gli occhi diafani di Il Bisogno furono attraversati da un lampo di consapevolezza.

“Ora ricordo, le cantine, le tubature sul soffitto, l’odore di muffa… E come andò a finire?”

“Male. Sparisti un giorno senza dire nulla.”

“Già. Già. Le cantine. E dimmi… non potrei abitare ancora là? Sai, non ho un posto dove andare.”

“Tu devi andare dove ci sia qualcuno che si possa prendere cura effettivamente di te. Dove qualcuno ti aiuti a essere tu stesso una risorsa per te.”, al signor L’Amore si strinse il cuore per quel fuggitivo, “Io non sono all’altezza, mi mancano gli strumenti. E poi al posto delle cantine ora ci sono le fondamenta della mia casa, dopo che l’ho ristrutturata.”

“Ah già le fondamenta. Beh sì, farmi aiutare?”, gli occhi di Il Bisogno si erano fatti di nuovo sfuggenti, “Hai proprio ragione. Mi occorre un aiuto, è vero. Ma chi può aiutarmi?”

“Aspetta, ho il numero di alcune persone che fanno al caso tuo. Mi aspetti qui un secondo?”

“Certo, sì. Al caso mio, dici?, già già,…”

L’Amore si affrettò a rientrare in casa, lasciando la porta aperta dietro di sé. Guadagnò rapidamente la cucina, dove in un cassetto teneva l’agenda. Con un presentimento tornò alla porta, ancora spalancata, ma del Bisogno non c’era traccia. Sparito come una folata di vento. In preda alla sconforto si sporse in fuori, lo chiamò anche, ma già sapeva che ogni ricerca, così come anni prima, sarebbe stata vana. Rientrò in casa, e ancora emozionato per l’incontro, si appoggiò con la schiena al muro d’ingresso. Come poteva essere, si domandò, che avesse convissuto con una creatura così tormentata? Quella notte L’Amore dormì poco, e fece anche sogni inquieti.

Il giorno dopo non aveva impegni, perciò si costrinse a stare a letto un po’ più a lungo. Verso le nove fu il telefono a squillare, e a farlo balzare repentinamente dal letto.

“Pronto…”, berciò scorbutico nella cornetta. Non amava il telefono, specie al mattino.

“Buon giorno, parlo con il signor L’Amore?”

“Chi è?”

“Mi chiamo Il Dono, e telefono per l’inserzione.”, disse una voce maschile calda e sicura. Sul sottofondo si sentivano, ovattate e impercettibili, altre voci e gli squilli di altri telefoni.

“Quale inserzione?”, disse L’Amore fattosi ancora più sospettoso.

“L’inserzione… Quella sul giornale. Non è lei che ha lasciato una inserzione, dove si parlava di uno spazio abitativo?”

“Io ho scritto una inserzione, ma non compariva il numero di telefono.

Seguì una breve pausa, durante la quale ebbe l’impressione che l’altro avesse coperto il microfono con la mano. Poi Il Dono, fattosi circospetto, disse:

“Ah sì, mi scusi, ha ragione. Solo che non potevo venire di persona, e ho fatto una ricerca sull’elenco.”

“Ma io non ci sono neppure sull’elenco.”

“Ah no?”, la voce di Il Dono si era fatta ora confusa, e aveva perso molto del calore e della cordialità di poco prima.

“Ho capito chi è lei…”, lo incalzò L’Amore, “È già venuto qui una volta, a domandare se vi fossero appartamenti in vendita nel caseggiato, e aveva persino insistito. Lavora per una agenzia, come si chiamava… La Gratuità, vero? Le avevo persino chiesto di mostrarmi un documento e lei s’è rifiutato. Una massa di cialtroni che si spacciano per ciò che non sono, ecco cosa siete.”

“Ma come…”

“Eccome se mi ricordo di lei, capelli tinti, un sorriso incapsulato; ed era venuto con quella signorina tutta rifatta. Come si chiamava, La Carità, giusto?”

Ne aveva ancora, ma si accorse che all’altro capo Il Dono – sempre che fosse veramente il suo nome – aveva buttato giù la cornetta, senza neppure l’educazione di salutare, o scusarsi. La cosa ebbe l’effetto di farlo imbestialire ancora di più, e di placarlo insieme. Perché vi aveva trovato la conferma di ciò che pensava e così non avrebbe sprecato così altro tempo. Oramai però non si sarebbe riaddormentato, e quindi si alzò, e dopo una doccia fece la sua consueta passeggiata mattutina. Il pomeriggio invece lavorò da casa. Verso le cinque udì il campanello suonare un’unica volta. Attese un momento poi discese le scale e fu all’ingresso. Quando aprì la porta si trovò davanti una donna sulla quarantina. Vestita in modo elegante e sobrio, con un trucco leggero, colpì il padrone di casa soprattutto per l’espressione rigida, incapace di sorridere, con cui lo guardava.

“Posso fare qualcosa per lei?”

“Solo se io potrò fare altrettanto per lei.”, rispose in modo enigmatico la sconosciuta, “Sono La Reciprocità, ho letto la sua inserzione, e credo proprio che mi spetti una stanza in questa casa…”

“Non capisco. In che senso le spetterebbe?”, disse L’Amore cui quel modo di atteggiarsi proprio non piaceva.

La donna lo guardò con espressione esterrefatta.

“Come perché? Mi sono presa l’incomodo di rispondere alla sua inserzione, di venire fino a qui, e per cosa l’avrei fatto altrimenti?”

“Ma scusi… io potrei avere già promesso l’alloggio a un altro che avesse risposto alla medesima inserzione.”

“Non dica sciocchezze, perché altrimenti la convivenza non partirebbe nel migliore dei modi. Piuttosto cominciamo a chiarire le regole da seguire da qui ai mesi a venire. Punto uno: nessun ospite e nessun estraneo se io a mia volta non ne abbia invitato uno. Punto due: niente animali domestici, a meno che io ne abbia acquistato uno a mia volta. Numero tre: nessuna invasione dei miei piani all’interno del frigorifero eccetto che anche io abbia posto qualcosa di mio in uno dei suoi. Numero quattro…”

Il signor L’Amore sgranò gli occhi davanti alla sconosciuta che, senza neppure entrare in casa, enumerava sulle dita della mano sinistra le proprie condizioni.

“Mi scusi ma credo di non essere stato chiaro, ma sa com’è… già in molti hanno veduto la casa”, mentì, “e mi sono accordato con una persona. Perciò non voglio abusare ulteriormente della sua pazienza.”

“Non mi interrompa! Non ho ancora finito: numero cinque…”

“Ma ho finito io, buona sera!”, e spinse la porta davanti a sé in modo deciso. Rimase ancora qualche istante dietro la porta, temendo che La Reciprocità avrebbe potuto suonare di nuovo, o forse esigere di sbattere l’uscio a sua volta. Ma per fortuna, dopo qualche interminabile minuto se ne andò, lasciando L’Amore rimase ancora frastornato per una mezz’ora buona.

Pure quella notte faticò ad addormentarsi.

Il giorno dopo era già al lavoro nello studio di buon’ora. Non era del migliore umore, e quindi rinunciò alla consueta passeggiata. Gli unici strani personaggi che avevano risposto all’inserzione, lo avevano infastidito, facendogli dubitare della possibilità che quella ricerca avrebbe prodotto un esito positivo, e quindi anche della opportunità d’averla cominciata. Se tanto gli dava tanto, chi avrebbe potuto suonare ora alla sua porta?

Verso mezzogiorno sentì un rumore molto lieve, quasi impercettibile, provenire dal piano di sotto. Rimase col fiato sospeso, per verificare non fosse stato un colpo di vento, o magari uno di quegli uccellini che venivano a pigolare talvolta sulla veranda alla ricerca di una briciola di pane. Non udì nulla, perciò si risolse che doveva essersi sbagliato e riprese il lavoro. Ma dopo quasi un quarto d’ora, quando se n’era praticamente dimenticato, sentì nuovamente il fruscio, stavolta appena più pronunciato. Di nuovo fermò ogni attività e si protese nell’ascolto. Ancora niente. Poi, proprio quando stava per liquidare definitivamente la questione, sentì leggerissime nocche che sfioravano il massello all’ingresso. Scese nuovamente la rampa delle scale, oltremodo incuriosito e spalancò la porta, ma non vide nessuno.

Questa volta però era certo di ciò che aveva sentito, e per non credervi avrebbe dovuto pensare di avere allucinazioni. Perciò uscì di alcuni metri allo scoperto e guardò in tutte le direzioni. Ancora niente.

“C’è nessuno?”, disse stentoreo.

Di nuovo silenzio.

Confuso, perché cominciava seriamente a dubitare di se stesso, fece per tornare dentro. Quando fu sulla soglia provò a voltarsi di scatto, come si trattasse di un gioco e dovesse sorprendere qualcuno, ma non lo trovò divertente.

Proprio in quel momento una vocina flebile gli giunse dall’interno della casa:

“Che cosa… cosa sta facendo?”

Era una voce femminile, più spaventata che spaventosa. Non rispose e si fece sulla soglia.

“Che è lei, e che ci fa in casa mia?”

Dallo stipite della cucina spuntò una donna minuta, che lo guardava senza mostrarsi per intero, nonostante fosse stata lei a introdursi come una ladra. Nonostante la cosa fosse in sé inaccettabile, fece a L’Amore una grande tenerezza, forse proprio sembrava la nemesi della Reciprocità.

“Mi perdoni, so che non dovevo. Ma ero molto spaventata. Mi è sembrato di sentire dei passi dietro di me…”

“Forse erano i miei passi, e magari non erano dietro ma davanti.”, disse lui cauto. Temeva che se l’avesse incalzata, la sconosciuta si sarebbe nascosta come un topolino sotto la legnaia. Si avvicinò alla porta, evitando i movimenti bruschi; tuttavia rimase fuori accettando, forse inconsapevolmente, il rovesciamento dei ruoli.

“Venga pure fuori, non la mangio mica…”, le sorrise, “E mi dica con chi ho il piacere di parlare.”

Lei grata del sorriso e della cortesia allora uscì allo scoperto, e si sforzò di ricambiare il sorriso con la sua variante esangue.

Aveva una corporatura più esile della sua voce ed era, nonostante la giornata primaverile, tutta imbacuccata. Sotto il colbacco grigio di lana cotta, spuntavano appena i capelli biondo cinerino. Anche il volto era nascosto dal bavero, ma si individuavano lineamenti diafani e occhi innaturalmente portati all’indecisione.

“Sono La Paura. Credo, credo di avere letto una sua inserzione, per… Non è lei che affitta una stanza?”

“In effetti sì. Lei sta cercando una sistemazione?”

“No. Cioè sì. Io una casa ce l’avrei pure, ma è una casa troppo grande per una persona sola. Io vivo, vivo… terrorizzata da ogni piccolo scricchiolio, per ogni finestra lasciata aperta. Non posso più andare avanti in questo modo.”

“Capisco.”, fece L’Amore, e in effetti gli riusciva naturale capire l’irrequietezza della donna, “Ma vede, io al momento in cui ho pensato all’inserzione, avevo in mente di dare la stanza a qualcuno che altrimenti resterebbe per strada. Spero mi possa capire…”

“Come no? Tuttavia io non posso più vivere nel panico. Davvero non ce la faccio più, mi creda.”, la donna ora teneva fissi su di lui gli occhi pieni di sgomento, “La prego, mi aiuti.”

“Io credo di conoscerla, sa? Ciò che mi sta dicendo non mi lascia indifferente, però credo che fin quando non sarà lei ad affrontare i suoi timori, nessuna sistemazione potrà rispondere alle sue esigenze.”

L’Amore aveva parlato di slancio, come gli accadeva nei momenti più importanti. Nondimeno si stupì di riconoscere nella signora La Paura i segni tangibili di un discernimento: aveva capito.

“E cosa posso fare dunque?”

“Mi faccia pensare”, disse L’Amore aggrottando le sopracciglia; dopo una manciata di secondi esclamò, “Idea! Facciamo in questo modo: io lavoro sempre a casa, e trovo sempre un po’ di tempo da dedicare agli amici. Lei mi verrà a trovare una volta alla settimana, e mi racconterà come sono andati quei sette giorni.”

“Davvero farebbe questo per me?”

“Assolutamente sì.”

“Non cambierà idea e si stuferà dopo un mese?”

“Non succederà. Le do la mia parola…”

Gli occhi de La Paura si riempirono di una gratitudine acquosa.

“Va bene. Allora… ci vediamo settimana prossima.”

“Oramai sa dove abito.”

“Non mi resta che augurarle una buona giornata.”

“Buon giorno a lei.”

La Paura allora uscì alla luce, si allentò la sciarpa, aprì il bavero e si tolse l’ingombrante cappello come se il calore del sole ora l’avesse finalmente raggiunta. Mentre la donna superava il portico, lui riguadagnò l’ingresso di casa.

“Le posso domandare ancora una cosa?”

“Senza problemi.”, rispose ancora lui.

“Perché lo fa? Cioè, perché si preoccupa dei timori di una perfetta sconosciuta?”

Lui aggrottò nuovamente la fronte, misurando i propri pensieri. Poi disse:

“Perché non mi è poi così sconosciuta. E perché penso non dovrebbe esserlo. Non so se potrò mai capire le sue angosce, ma voglio provare a rimanervi in contatto. Vorrei che questa casa non dimentichi chi sia La Paura, ecco.”, concluse con un tono appena più solenne di quel che avrebbe voluto.

Ciò detto si salutarono nuovamente, e la donna si allontanò visibilmente rinfrancata dalla conversazione, e con la promessa che ne era scaturita, mentre L’Amore tornò alle sue occupazioni.

I giorni successivi ricevette la visita di altri potenziali candidati, ma non ebbe mai la sensazione di trovarsi davanti le persone giuste. Così sulla veranda passarono i gemelli Il Rimpianto e Il Pentimento (che non si assomigliavano affatto però), La Dedizione, e Lo Struggimento. Ma in nessuno di quegli incontri sentì d’avere di fronte qualcuno che stesse cercando un luogo per la medesima ragione cui lui lo offriva. E così passò tutta la settimana, e infine il giornale smise di pubblicare il suo annuncio.

L’Amore non ammise mai, neppure con se stesso, che l’infruttuosità della ricerca gli stesse creando qualche grattacapo. Non perché non stesse bene anche così, anzi; ma si domandava se vi fosse un ostacolo interiore che gli aveva impedito di coronare con successo la cosa. Cosa gli aveva impedito d’intravedere negli inquieti personaggi che si erano succeduti un possibile coinquilino? O magari un amico? Un compagno di avventura, o chissà che altro?

Perciò, sia pure compostamente e in modo mai soverchiante, nel suo animo cominciò a filtrare una fuligginosa inquietudine, che rese opache le sue percezioni nei giorni successivi.

Non si pentiva di avere messo l’annuncio né, in linea di principio, dei responsi che aveva dato. Ma allora… cosa c’era che non andava? Cosa non aveva funzionato?

Finché un giovedì sera, mentre fuori dalla porta una tempesta stava scaraventando tutto il fuoco risparmiato da mesi sulla città inerme, sentì nuovamente il campanello. Non pensava più all’annuncio, né attendeva qualcuno in visita. Men che meno in una giornata come quella. Perciò incuriosito scese rapidamente le scale, accarezzando il muro mentre percorreva i gradini due a due. Aprì.

Fradicia di pioggia, il vento spinse nell’ingresso una donna. Indossava un trench chiaro, che aveva da ore perduto la sua battaglia con il cielo. Quando L’Amore aprì, chiuse il piccolo ombrello, mentre le raffiche che lo fecero gonfiare e rovesciare un paio di volte. Aveva lunghi capelli castani, avvitati in ciocche fradice tra i quali si indovinava ancora un fermaglio verde impotente ai rivoli di acqua che si perdevano sul collo. Gli occhi trasparenti color nocciola lo guardavano in cerca di comprensione. Il volto esprimeva una nitidezza che raramente L’Amore aveva riscontrato.

In pochi secondi la veranda si era riempita di acqua che le colava dalle scarpe. Le labbra erano schiuse alla ricerca di motivi con cui giustificare il trambusto. Ma sembrò non trovarli, e presto smise di cercarli. Ancora con la porta spalancata alle spalle, mentre provenivano gli ululati della battaglia, rimasero a lungo a guardarsi.

Senza parlare. Senza fare rumore. Lasciando che i respiri e gli sguardi si sincronizzassero. Consentendo che il cielo baluginante parlasse per loro.

“Sono L’Attesa…”, a un tratto disse lei, come avesse preso la rincorsa.

Un nuovo silenzio attraversò lo spazio che li divideva.

“Ti aspettavo.”, disse L’Amore.

“Ma com’è possibile? Io nemmeno sapevo che…”

“Non ne ho idea.”, la interruppe lui, “L’ho capito solo ora. Ma so che ti aspettavo da molto, moltissimo, tempo.”

Un lampo accese il cielo alle spalle di lei. Sorridevano.

Lamento per M

Alla fine cosa resta?
le pietraie di giorni duri,
i minuti come ghiaia
le clessidre di tempesta

 
Ci fu un tempo per la guerra
la pioggia ferisce, il vento sfinisce
sotto un cielo di fango
ci piegammo solo alla terra

 
Che rimane di quei giorni,
sponde liquide e ricordi
come fumo tra le nebbie
troppe le andate, pochi i ritorni

 
Non il tempo, né le vittorie
o sconfitte e delusioni
sono righe sulla sabbia,
solo graffi le nostre storie

 
Cos’era falso, e cosa reale
un calendario di farfalla
poiché basta anche solo un istante
per capire ciò che davvero vale

 
E così compagno vero, amico mio
questo è tempo del congedo
il momento di slacciarsi
e di stringersi nell’Addio

 
Terrò strette tra le dita
i ricordi e le parole
anche ora che giunge pace
perché infine guerra è finita

 
Sopra lombi di cemento
si levarono le stelle
acqua guarisce, il suo refolo lenisce
nella notte senza più vento

 

Ora sei in un altro Altrove
la tua casa tutta nuova
un rifugio silenzioso
ove le cose ritornano nuove

 
Dove piovono miracoli,
non ci sono più colpevoli
la luce appassisce, la sua ombra fiorisce
alle spalle son’ormai gli ostacoli

 
Mentre l’istante ultimo si scuce
soppesiamo ogni respiro
noi che vibriamo d’inquietudine
mentre tu già vedi la Luce

Filastrocca

A volte mi domando,

dove sei, chi ti placa, 

quale ombra ti nasconde

in che foresta ti sei inoltrata

se ci son lupi, fate ed elfi

di una fiaba non raccontata

 

A volte guardo

oltre gli orli del tramonto

prenotando(ti) dopo il mondo

quando il tempo più non incute

il terrore nelle notti 

delle cose incompiute

 

E mi resto così, 

sentinella del respiro

non c’è vuoto né tristezza

una stella fucilata

che protesta al firmamento

il punto esatto cui (mi) sei nata

 

Alla fine sono qui,

strappo ciocche al nostro vento

taglio trucioli di stella

inspiro aria respirata

prendo tempo senza tempo

fisso l’uscio da cui sei andata

 

Mi attraversasti a piedi scalzi, 

quella notte di un aprile

il campo gelido, di sterpi e rovi;

al momento cui mi destasti 

[per donarmi il tuo tepore,]

fu così l’unica mia alba,

di un caustico nitore

 

Ti ho perduta mille volte

neanche una ti ho ritrovato,

ma più tu t’allontanavi

più affondavi nel mio cuore

poiché solo la distanza

è lingua unica di Amore

 

Che volevo, né sapevo

io che fui quel primo giorno

ciò che sono e ciò che ero

il solco resta ed è fissato

mai più oltre avrò a cercare

ora che so quanto si può essere amato

 

Non mi occorre niente altro

che pensarti di te

che stai bene, e non ti sprechi

ti trattengo nel mio costato,

ti amai quando non sapevo amare

t’amerò fino a che l’avrò dimenticato

Due o tre cose che ho capito della psicanalisi

 

 

Caro Claudio Mercandelli

ho finalmente letto il suo scritto. È molto bello e quasi saggio, mica da tutti i giorni

Moltissimi saluti
Luigi Zoja

Un anno e mezzo fa stavo viaggiando in moto, una macchina girò improvvisamente verso il distributore mentre la sorpassavo, le piombai addosso e caddi rovinosamente. Fortunatamente me la cavai con parecchi lividi ed un paio di escoriazioni profonde, ma chiamarono ugualmente l’Ambulanza. Mi portarono tutto steccato al Pronto Soccorso, dove passarono diverse ora prima di medicarmi. Quando entrai nell’ambulatorio la ferita era ormai cicatrizzata, e la sabbia del manto stradale penetrata. Allora un’infermiera orientale mi tagliò il jeans e cominciò con una spugnetta assai ruvida a lavorare sulla ferita energicamente. Raramente ho provato un dolore come quello. Credo di averle detto cose inenarrabili, al punto che il chirurgo mi sgridò, e io mi dovetti scusare.

Ecco, quando penso alla psicanalisi penso a qualcosa di simile. La storia delle persone – tutte – ha reso le nostre anime piene di ferite, lacerazioni, croste non ancora suppurate, muscoli sviliti, piaghe da allettamento, lividi e carni escoriate, che talvolta dolgono insopportabilmente, e qualche volta molto meno. Talvolta si riesce a vivere anche così. Ogni tanto invece no.

Cinquanta anni fa temperamenti depressivi, matrimoni sostanzialmente infelici ed esistenze cronicamente sofferenti erano sostenute da un tessuto sociale vivo, dove i parenti, gli amici persino i vicini di casa erano una risorsa costantemente attingibile. Qualcosa di simile accade ora in alcuni habitat sociali, dove la famiglia più o meno funziona, la comunità può essere omogenea, il movimento politico o ecclesiale cui si appartiene svolge una efficace funzione di contenimento di tutte le dinamiche. Ma il contenitore e il contenuto continuano a essere cose molto differenti, perché sotto le armature la carne duole egualmente, e proprio la rigidità delle strutture nelle quali si ascrivono i propri vissuti può amplificare il dolore, conferendogli una connotazione claustrofobica.

I contenitori sono da sempre una risorsa che consente di attraversare la prosaicità della vita sostenuti, incoraggiati e aiutati in un qualche consorzio. Ma essi non sono mai la risposta autentica a quelle sofferenze, così come una ingessatura non determina la guarigione da una infezione. Accade anzi anche che essi diventino parte del problema medesimo. Perché in un dato momento la carne sotto il gesso comincia a prurire. Magari incancrenisce. Per quanto possa essere grave una frattura, non si può vivere con i propri arti immobilizzati da un tutore. Prima o poi lo si deve levare, e cominciare a camminare da soli.

Oggi il tessuto sociale è profondamente cambiato e il restare a fianco dei propri sposi, così come la maternità e la paternità (mestieri assai più problematici di come lo stereotipo vorrebbe) vengono ora affrontati in solitaria. I contenitori sono molto più esili e le manie e depressioni che caratterizzano la vita postmoderna diventano ora pareti insormontabili. Così progressivamente cresce il numero delle persone che avvertono la propria esistenza come un sacco che si va restringendo, sentono la vita sfilarsi tra le dita e cominciano ad avvitarsi nei rimpianti e le recriminazioni per ciò che non solo non si ha avuto, ma per ciò che ci si è impedito immaginare di poter avere. Spesso si finisce per caricare le persone circostanti della responsabilità di essere esse stesse sbarre di quella gabbia invisibile. Invero una responsabilità immeritata, o non del tutto meritata.

Porte

Ho scritto di recente che “nel tempo si odia ogni cosa non si sia potuta scegliere”. Potrei aggiungere che anche le cose che si sono scelte per ragioni parziali e provvisorie, le circostanze che si sono assunte nel vincolo del bisogno, diventano nel tempo intollerabili.

Ogni ambiente, psichico o fisico, vive nella traiettoria dell’adattamento dinamico, della ricerca di una omeostasi. E qualsiasi evento- anche profondamente traumatico-, tende ad assorbirsi e integrarsi un po’ come il proiettile che oramai fa parte del corpo di Gino Paoli. Si sopravvive a qualsiasi cosa, o quasi. E passando gli anni ci si adatta ad ogni situazione, come prevaricazioni, sudditanze, compromessi e microviolenze subite. Il trauma viene allora mandato a fare parte del tessuto del nostro inconscio, dove spesso rimane immerso nell’arco di una esistenza intera. Una posizione dalla quale però continua a intromettersi, a contaminare, polarizzare, sbilanciare le dinamiche consce e determinando OGNI SINGOLO SENTIRE. Da queste dinamiche, rimosse o scisse perché troppo dolorose, nascono le nevrosi e più raramente le psicosi.

Accade anche però che ciò che si vorrebbe seppellito emerga- anche attraverso i sogni-, con movimenti ancora più potenti, e i traumi tornino ad affiorare nella vita di tutti i giorni.

La psicoanalisi è esattamente analoga al drammatico lavoro di quella infermiera. Si va a cercare la carne viva del trauma, con un lavoro che è contemporaneamente esplorativo, lenitivo e contenitivo, facendo affiorare le parti che si era tentato tenacemente di tenere nascoste a se stessi. Arrivano così nuovi dolori, passioni, tristezze, scompensi e comportamenti profondamente differenti rispetto a quelli che si erano referenziati fino quel momento. “Non ti riconosco più”, dicono i familiari e gli amici, quando con disappunto registrano introversi che ora si buttano fuori nel mondo, temperamenti remissivi diventano ribelli, uomini mansueti tirano fuori improvvisamente le unghie, inappetenti che diventano voraci, persone ordinarie che mostrano ora latitrasgressivi. Quegli amici hanno ragione. Ciò che però essi non conteggiano è che sta emergendo è solo la parte mancante, a lungo censurata. Ed emerge proprio così. Con tanta più esplosività -si noti bene!- quanto più era stata compressa. Come una tigre che diventa particolarmente feroce se le pareti della gabbia erano molto anguste. L’inconscio è come quella tigre, che ora vuole ferocemente affermare la parte negata. Spesso i comportamenti più trasgressivi nascono da impianti educativi fortemente colpevolizzanti e castranti.

Questo in analisi è un passaggio è molto delicato, perché la persona che cambia pelle in quel momento rischia di perdere le redini della trasformazione. “E’ impazzito” recita il mantra di coloro che furono prossimi. Talvolta si impazzisce. Quello che gli amici non sanno è però che “la pazzia” comincia sempre molto prima della sua manifestazione, e “cose da pazzi” furono gli strenui sforzi operati fin dalla primissima infanzia per essere la persona che non si era, magari per compiacere un genitore prima, un coniuge dopo, un gruppo di amici o un Dio.

 

Divano analisi

Se l’analisi funziona allora il soggetto trova nel tempo (un processo che richiede tempi lunghi, talvolta lunghissimi) un nuovo assetto, che non è più quello mutilato e parziale precedente, ma uno stato dove le forze inconsce dialogano con la coscienza, diventando ora parte di un sistema integrato che Jung chiama il “Sé”. Una persona nuova che avendo oltrepassato confini fin lì invisibili, frutto di educazioni prescrittive o argini a storie troppo dolorose, guadagna un enorme patrimonio energetico alla libertà attraverso l’emancipazione dal bisogno e la necessità.

Tanti anni fa, sul retrocopertina di un libro che ritenevo molto importante, compariva una scritta che recitava più o meno: “Ogni percorso nella vita non può partire che dalla decisione ad essere se stessi.” Una affermazione autentica, a condizione che quel compito non venga fagocitato nella traiettoria dell’ennesima appartenenza, l’ennesima mitopoiesi o l’ennesimo contenitore.

Perché quando si comincia a vedere nel fondo della propria anima si comprende cosa si può accettare e cosa risulta intollerabile. Si comincia a scegliere, a non subire più. Si giunge ad amare la persona che si è, e non quella che provarono surrettiziamente a imporci di essere.

E forse alla fine potremo perdonare persino Dio di non averci mai chiesto “posso?”.

Un elefante in cucina

(lo scandalo, il perdono e la leggerezza)

Giovedì mattina, trasmissione radiofonica, si parla ancora del professore di Saluzzo. In studio una claque di esperti che fanno sostanzialmente una cosa sola: condannare senza se e senza ma l’insegnante, reo di essersi portato a letto due studentesse di sedici anni. Esperti convocati ancora una volta per ribadire la natura libidinosa di quella relazione nata davanti alla cartina politica dell’Europa, si fa un gioco facile, e si va a raschiare il fondo del barile delle ovvietà, non disdegnando talvolta pescare quello tracimante della banalità.
Tutto pare essere chiaro.
Ad esempio una professoressa/ psicoterapeuta/ aspirante tuttologa che in coda alla trasmissione, spiega che se l’episodio si fosse verificato con una polarità opposta rispetto a quello stigmatizzato dai giornali agostani, cioè con l’insegnante donna e il discente maschietto, la cosa sarebbe molto diversa – al punto di provocare qualche sorriso compiacente nei cultori dei B movie degli anni 70 -, perché gli uomini hanno il testosterone che induce a pensare al sesso 4 volte ogni ora, mentre le donne hanno il progesterone che ammalia con le sue seduzioni soltanto 4 volte ogni giorno. L’aspetto più curioso è che per sostenere il principio viene invocata una causalità rovesciata, per cui sarebbe meno colpevole chi viene pressato in modo meno determinante dalla propria fisiologia. In altre parole pur di mantenere inalterati i paletti sui quali si regge la visione “tradizionale” con la quale si interpreta l’episodio, si arriva a capovolgere il principio della “incapacità di intendere e di volere”.
Chi scrive ha già dichiarato quanto sbagliato sia stato l’operato di quell’insegnante, e a scanso di equivoci ritiene legittima la universale aspettativa di allontanarlo dal mondo della scuola, quali che siano i risvolti penali della vicenda. Ma la sensazione è che vi sia molto di più accanto al fuoco. Perché episodi di questo tipo, che incarnano archetipicamente simbologie incestuose, scatenano pruriti ed esecrazioni che spesso passano il segno, indicando una rimozione collettiva che andrebbe guardata più da vicino, e con minor enfasi.
Poiché esiste l’episodio considerato in se stesso, al quale si va a ad aggiungere la sua dilatazione mediatica, il senso di proibito e di scandalo che contiene, a mio avviso, temi inconsci più delicati.
L’episodio in se stesso è facilmente inquadrabile, come “abuso” perché i contraenti la relazione lo hanno fatto da una posizione non paritetica, asimmetrica quindi, e con un minor tasso di libertà da parte di chi quella relazione l’ha subita da una posizione di “inferiorità di potere”. La radice della questione è proprio qui: qualsiasi abuso si verifica perché uno dei contraenti non era in condizione di poterlo volere fino in fondo. L’oltraggio si misura quindi nella prevaricazione della libertà delle – in questo caso – discenti. Qui la comprensibile condanna della pedofilia, dello stupro e, sia pure su un altro livello, delle azioni del professore cuneese. Qui lo scandalo, i suoi aspetti inaccettabili.
Ma davvero non c’è altro?
La parola scandalo deriva dal greco “skandalon” che significa ostacolo, oppure inciampo. Ora ogni scandalo si costituisce su una doppia dimensione, e non su una sola come invece viene colto nella sua rappresentazione collettiva. In uno scandalo vi è il “fatto scandaloso”, la sua dimensione e la sua portata, poi generalmente misconosciuta vi è la propensione allo scandalo dei soggetti direttamente o indirettamente coinvolti. Mi farò capire con un esempio: se un elefante cercasse di entrare nella mia cucina, non vi riuscirebbe, incontrando un ostacolo insormontabile negli stipiti della mia porta. Ora lo scandalo- in senso etimologico- qui sarebbe determinato da due fattori, il primo ovviamente costituito dalla mole del pachiderma, ma il secondo è invece determinato dalle dimensioni della porta medesima. Uscendo di metafora: un insegnante che si porta a letto una studentessa commette qualcosa di elefantiaco, sbagliato, asimmetrico e inaccettabile. Ma la percezione di questo fatto- le dimensioni della porta-, non sono fissate in modo immutabile una volta per tutte. La studentessa in questione potrebbe subire due abusi, e non uno solo, perché se in una fase iniziale potrebbe facilmente sottovalutare l’impatto che quella relazione potrebbe avere sul proprio contesto di appartenenza, in un secondo – specialmente se la combine è venuta alla luce del sole – quella ragazza sentirà sulla propria pelle il peso del giudizio che universalmente è stato associato alla sua vicenda. Non basterà quindi che qualcuno le dica “non è stata colpa tua”, perché almeno la vergogna di averlo consentito, rinforzata addirittura dall’esasperazione di un giudizio di innocenza, la avvertirà. E sarà un peso insopportabile.
La suddetta educatrice intervenuta nella trasmissione radiofonica di questa mattina a un certo punto ha detto che la fanciulla, perlomeno quando avrà quaranta, poi cinquanta o sessanta anni, ne avvertirà la vergogna. Ma come può dirlo? Forse possiede una palla di cristallo? Non è possibile che tra dieci o quindici anni quel professore e le sue studentesse si incontrino riconoscendo l’errore che hanno commesso e tuttavia il bene che si potrebbero pur essersi voluto, e il bene che si potrebbero essere fatti? Ma soprattutto quanto influirà nella formazione di quel sentimento la sua dimensione sociale, ovvero quanto il contesto di appartenenza abbia ritenuto quella cosa “vergognosa” (e solo vergognosa) sin dal suo inizio? È facile la valutazione di quella educatrice, ma parte da una premessa sottaciuta, e quindi molto pericolosa, ovvero che la linea di demarcazione tra ciò che è scandaloso e ciò che non lo è, viene stabilito da chi i giornali lì legge, e da chi li scrive. Molto meno da chi fornisce loro il materiale su cui lavorare.
E gli stipiti di questa porta non sono né immutabili, né postulati veri per tutte le culture e tutte le epoche. Come ho già scritto altrove (cfr. la mia lettera ad Alessandro D’Avenia) la asimmetria di relazione è una condizione vera, ma rappresenta una disparità storica, non ontologica. Essa non è destinata a permanere a meno che i soggetti implicati rimangano avviluppati dalla crisalide della vergogna e nella simbiosi perversa carnefice/vittima; a un certo punto dovrebbero decidere di fare un passo in avanti. Non occorre poi ricordare che esistono e sono esistiti modelli di civiltà e di educazione che integravano ciò che per noi, adesso, è abominio. Che lo sia perché noi pensiamo lo debba essere, ha un aspetto di arbitrarietà francamente inaccettabile.
Le cose poi non vanno molto meglio all’estero, come negli USA dove, per un bellissimo editoriale del Washington Post, nel quale Betsy Karasik, commentando un fatto simile a quello di Saluzzo segnalava la pericolosità della “vera e propria isteria con cui la società risponde a queste situazioni (che) serve meno a proteggere i bambini che a confortare il bisogno della società stessa di pensare che li stiamo proteggendo”, il quotidiano è stato sommerso da una innumerevole quantità di lettere di protesta per quelle parole. Eppure la scrittrice statunitense indicava un principio di semplicissimo buon senso. Tornando all’esempio dell’elefante in cucina, è come se la società ponesse più attenzione a vigilare che la distanza tra gli stipiti della porta non venga mai messa in discussione, più di quanto non si considerino gli effettivi danni prodotti dall’elefante una volta che scorrazzi tra pentole e bicchieri.
La società occidentale si è costituita sul paradigma dell’incesto, da Edipo in poi, sia in quanto “tema oscuro” della costituzione della affettività delle persone, sia come censura di questo, e il conseguente tabù. E come ogni tabù viene rispedito nelle aree più remote dell’inconscio collettivo e personale, da dove fa sentire la sua potenza sia che accadano episodi come Saluzzo, sia che non ne avvengano più. Non sono forse le stesse persone a puntare l’indice contro il professore abusante, a stracciarsi le vesti davanti a un cotale scempio, ad avallare poi le immagini vagamente pruriginose di un paio di sessantenni che in prime-time guardano lubricamente dal basso due “veline” diciottenni che ballano, in abiti succinti, sopra di loro? Chi scrive non ha sentenze da produrre, e men che meno intende aumentare un senso sociale dello scandalo del quale, nell’epoca degli indignati, non vi è alcun bisogno. E non intende neppure assolvere chicchessia. Ma vuole solo ricordare che la civiltà giudaico cristiana si è sviluppata dallo “scandalo”- per greci e giudei- di chi computò all’adultera l’amore come giustizia: “sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.” (Lc. 7,23-8,3)
Colui che ha il potere di trasformare il vino in acqua, ha anche il potere di fondere l’instabile e gratuita logica dell’amore- quello sacro e quello profano- nella più pesante lega della simmetrica giustizia, e di conteggiare il peccato come virtù. In questo bellissimo passaggio, vi è l’attestazione dal principio giuridico di chi compie l’azione, come compresero perfettamente quanti assistettero alla scena (“Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?»”). Ma il potere del perdono qui descritto si protende anche verso una dimensione diversa, che oserei chiamare “intrapsichica”. L’adultera non è perdonata solo in una traiettoria giurisprudenziale, dove occorre il (onni)potere di levare i peccati, ma anche in quella- non contrapposta, ma neppure coincidente con questa- di rendere il peccato più leggero da portare per chi l’ha compiuto, che si condensa in una espressione “va’ in pace!”. La lascia andare, la alleggerisce di un peso che altrimenti non le avrebbe consentito di uscire dalla stanza del senso di colpa. Di più. Suggerisco una conclusione paradossale: se non esistesse quella dimensione di leggerezza nell’atto del perdono, allora sarebbe l’adultera a dover perdonare Gesù. Lo dovrebbe perdonare per avere dovuto spremere fino in fondo il serbatoio della infinita potenza per toglierle il suo peccato. Come un bambino che fa a pugni con il prepotente della classe, e con un occhio livido viene indotto dal proprio padre a dire cosa sia accaduto, e quest’ultimo per “fare giustizia” si presenti a casa dei genitori del bulletto con un ordigno nucleare.
Insomma, colui che aveva il potere di togliere i peccati in una dimensione salvifica, come avrebbe potuto non essere interessato alla facilitazione dell’esistenza di chi ne avrebbe in ogni caso portato il fardello psichico? L’adultera non viene “solo” perdonata, ma le viene comunicato che forse poi ha da perdonarsi meno di quanto temuto. Un uomo così non si sarebbe scandalizzato come molti nostri maître-a-pensée.
Perché non è sempre necessario rimpicciolire gli elefanti per ingrandire la porta della cucina.

Contro Sancho Panza

Don Chischiotte

Sulla Post-Truth

 

“– Quelli che vedi là – rispose il suo padrone – dalle smisurate braccia; e ce n’è alcuni che arrivano ad averle lunghe due leghe.

– Badi la signoria vostra – osservò Sancio – che quelli che si vedono là non son giganti ma mulini a vento, e ciò che in essi paiono le braccia, son le pale che “girate dal vento fanno andare la pietra del mulino.

– Si vede bene – disse don Chisciotte – che non te n’intendi d’avventure; quelli sono giganti; e se hai paura, levati di qua, e mettiti a pregare, mentre io entrerò con essi in aspra e disugual tenzone.”

Miguel De Cervantes. “Don Chisciotte della Mancia”

Jay Branscomb lo scorso luglio ha pubblicato su Facebook una foto che ritrae Steven Spielberg accovacciato sul corpo straziato di un triceratopo, improbabile trofeo di caccia. La didascalia recitava: “Per favore, condividete la foto, così che il mondo possa svergognare quest’uomo spregevole”.

triceratopo

Pochi secondi ed ecco che i social ingaggiano con l’insensibile assassino di animali estinti una vera e propria gara di insulti – una shitstorm, per la quale non occorre traduzione -, di indignazione e così via. Si sono contate qualcosa come 31.000 “condivisioni”, accompagnate dai più furiosi commenti, che andavano dal “bracconiere” ad altri assai più triviali. E’ tutto vero.

Il fatto che Jay fosse conosciuto per altri scherzi divenuti virali, e che Steven Spielberg, fosse il papà di creature improbabili come ET e gli spilungoni alieni di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, non ha dissuaso i più. La foto per inciso era datata 1993, e proviene dal set del Blockbuster “Jurassic Park.”  

Si potrebbe ridere, e classificare l’episodio come una di quelle amene vacuità che ci accompagnano nei mesi più caldi, e con cui i giornalisti titillano la pigra curiosità di chi sbadiglia sotto un ombrellone. Però, a mio avviso, ci si può ravvisare molto di più. Vi potremmo cogliere addirittura lo spunto per una vera e propria mutazione antropologica e filosofica, lasciando agli studiosi del comportamento unicamente il dibattito se sia già avvenuta per intero (personalmente mi collocherei in questo “partito”), parzialmente, se sia inarrestabile, oppure ancora se vi si possa – o se si deve – porre un argine.

Perché quante probabilità sussistono che i 31.000 sedicenti  cretaceo-animalisti non avessero gli strumenti per comprendere si trattava di un fotomontaggio? Quanti tra essi, risalendo un fiume del Borneo potrebbero temere l’incontro con un Ittiosauro? Quanti ancora addentrandosi nella giungla del Congo riterrebbero effettivamente possibile lo sgradevole incontro con le fauci di uno Spinosauro affamato? Insomma, possibile che 31.000 persone siano il campione realistico di una moltitudine che ignora l’estinzione dei dinosauri avvenuta 65.000.000 di anni fa?

Probabilmente no, tuttavia il fenomeno è tale da non dover essere ignorato. Anzi, sono proprio quelle cifre il cardine della questione, perché alla vexata quaestio nella quale si sono compiaciuti per secoli i filosofi (in modo non sempre proficuo), ovvero cosa sia “veramente vero” e cosa no, trovano in questa massiccia forma di assenso parallelo, un proprio superamento, nonché una tardiva confutazione. Non si tratta in realtà di una nuova categoria, ma una digressione che si è determinata grossomodo negli ultimi cento, centocinquanta anni. Ma che solo negli ultimi trova una sua collocazione epistemologica nuova. Forzata finché si voglia ma nella stessa misura in cui gli avvenimenti costringono gli intellettuali a rivedere le proprie convinzioni.

Le 31.000 persone che hanno – a questo punto si può dire “banalmente” – dato il proprio assenso all’immagine del triceratopo non agivano una forma tradizionale della gnoseologia, ma venivano agiti da qualcosa di differente. Non hanno stabilito di dare il proprio “assenso” – che da qui in poi rappresenterà un vetusto processo per aderire al vero – a una proposizione, ma si sono lasciati trascinare da un impetuoso torrente verso valle. Da sempre esistono forme di consenso collettivo, e quando hanno trovato le afferenze e le sincronie necessarie per uscire allo scoperto, hanno lasciato più rovine che edifici. Dice in proposito lo psicanalista Luigi Zoja nel suo illuminante saggio sulla Paranoia.

“Gli impulsi alla pace non sono accompagnati da forti emozioni. Gli impulsi distruttivi sono invece inebrianti, soprattutto all’interno di una folla che diluisce la responsabilità e rinforza le emozioni.”

E ancora:

“Una folla abbassa l’intelligenza al livello inferiore dei suoi componenti…”

Due prerogative che accomunano l’attualità, ovvero l’inquietante rapidità del contagio – che non a caso si accompagna a fenomeni definiti virali -, e la prevalenza della collera rispetto a sentimenti più sociali. 

Un elemento imprescindibile di questa accelerazione è determinato dalle nuove agorà virtuali ove si incontrano (o appunto si scontrano) le persone, i social e le piattaforme digitali, nelle quali l’altro è difficilmente oggetto empatico, per la semplicissima ragione che non viene percepito nella sua fisicità, nelle espressioni del volto, nella prossemica e nella storicità del suo essere, ma solo nel “profilo” che, strutturalmente ha solo due dimensioni, mancando della profondità. Sui social avviene una identificazione arbitraria in qualsiasi altro contesto, ovvero ogni persona coincide con l’ultima cosa scritta, e se si contrasta l’opinione così espressa, quasi inevitabilmente si detesta anche il suo latore. Si creano forme di aggregazione semi spontanea, attraverso un semplice click, dove da un certo punto in poi si incontrano solo quelli identici a sé, e gli altri esclusivamente quando si intende rovesciare il fiele accumulato.

E i nuovi politici, non hanno tardato ad accorgersene. Non è un caso se i fenomeni registrati dalla macropolitica – all’incirca dalla cosiddetta “Primavera Araba” fino a tute le elezioni più recenti, passando per la Brexit, gli indignati e le varie proteste no/tutto – si sono costituite con questa malta a presa rapida e scarsa tenuta. Fenomeni che montano con velocità inusitata, e con altrettanta rapidità si sciolgono a prescindere che l’obiettivo sia stato raggiunto o meno. Non siamo più alle prese con un “pensiero solido”, ideologicamente organizzato e perseguito con tenacia, quale poteva essere quello del ’68, o i giovani di piazza Tienanmen. Spesso dietro non c’è un pensiero evoluto, ma  un germoglio sadico irrorato da scariche viscerali, tempeste che si addensano e scompaiono prima di essere socialmente rilevabili, e che entrano nei radar dei sociologi quando vengono intercettate e coartate da leader massimalisti. Spesso arroganti e con pochi scrupoli, “qualità” che in queste temperie vengono purtroppo premiate.

E’ quello cui stiamo assistendo. In un’epoca nella quale si dovrebbe godere delle conquiste dei decenni precedenti, in cui facilmente ci si fregiava della pseudo tolleranza volteriana, sintetizzata nell’incipit

“Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire.”

alla quale non hanno seguìto i comportamenti consoni, vedendo prevalere piuttosto l’oltraggio, gli imperativi su ciò che gli altri dovrebbero fare, sdoganando definitivamente l’insolenza. 

Ma se a segnare il passo è stata appunto la tradizione illuminista e tollerante, ce n’è un’altra che a questa mutazione ha dovuto soccombere persino in misura maggiore. Vi abbiamo già fatto cenno.

La gnoseologia occidentale è la principale vittima del forsennato cambiamento cui siamo testimoni. Essa ha attraversato i secoli evitando che il suo caposaldo venisse messo in discussione, ovvero che c’è una distinzione chiara, univoca e indefettibile tra oggetto e soggetto; che “l’oggetto è oggettivo”. 

Non si tratta di una sterile querelle filosofica, dibattuta da noiosi accademici barbuti nelle aule fatiscenti di un ateneo, perché parliamo di quella parte della filosofia che è diventata il cosiddetto immaginario collettivo dentro il quale, volenti o nolenti, siamo costretti a muoverci. Di più anzi, perché mentre quelle certezze nel dibattito degli addetti ai lavori sono state largamente messe in discussione – pensiamo all’idealismo in filosofia o alla meccanica quantistica – nella percezione dell’uomo comune, essa permane profondamente radicata. Confidiamo così tanto nella nostra capacità di cogliere realisticamente gli oggetti, che l’unica cosa di cui non dubitiamo mai è, altresì, quella più semplice: forse ci stiamo sbagliando. E che forse non possiamo non sbagliarci.

Dice Fritjof Capra ne “Il Tao della fisica”:

“Cercando di comprendere il mondo, ci troviamo di fronte alle stesse difficoltà che incontra un cartografo che cerchi di rappresentare la superficie curva della Terra con una serie di mappe piane.”

Un testo datato, ma estremamente attuale ed efficace. Se la nostra capacità di conoscere è simili alla cartografia piana, e la terra ovviamente sferica, ostinarsi nella strada della descrizione oggettiva, moltiplicherà i fraintendimenti invece che bonificarli.

E’ questo il dato curioso: i 31.000 indignati dalla caccia di Spielberg ai triceratopi sono esattamente gli stessi persuasi della “oggettività” delle proprie osservazioni. 

Il dogmatismo, la pretenziosità nonché la conseguente virulenza delle prese di posizione, anziché contrapporsi dialetticamente  sono invece posizioni concentriche.

Mi spiego.

Nel wrestling esiste una tradizione, denominata keyfabe, per la quale gli spettatori di un match “sospendono temporaneamente” l’incredulità – altrimenti opportuna – affinché ci si possa godere lo spettacolo. Solo questo consente l’efficacia della finzione scenica, gli eccessi di performance cui gli atleti si accreditano prima di salire sul ring. Quel bestione è davvero alto due metri e quindici? Possibile che siano centosessanta chili di muscoli? E’ davvero arrabbiato contro l’avversario?

wrestling

Ecco, a noi manca la keyfabe. E poiché non siamo riusciti a immaginarne una, quando ad esempio parliamo di politica, o calcio, confondiamo sempre la realtà con una parte. E che continuerà ad essere una parte, per quanto noi si possa essere in buona fede. Specialmente. Non ci siamo attrezzati a suo tempo a comprendere che c’è un difetto d’origine nel rapporto tra cartografia e conformazione dei continenti (peraltro alcune tra le più curiose delle bugie sviluppate in rete parlano proprio di una terra che sarebbe piatta, oppure che l’esistenza della Finlandia sarebbe un costrutto mediatico), e quindi se le carte non funzionano sono i continenti a essere sbagliati. Non è un caso che le persone più pronte ad accumulare compulsivamente le “prove” oggettive, per le più strampalate tesi, sono proprio i paranoici.

Sui social si diffondono come macule del morbillo le più disparate fake news, si dibatte sulla postmodernità della verità (o sulla contemporaneità della frottola), e le redazioni dei giornali si affidano necessariamente ai debunkers, i commoventi paladini della “verità oggettiva”, pronti a demistificare con largo uso di documenti e di fotografie qualsiasi bugia, ma per quanto essi si sforzino non riusciranno mai a superare il difetto nel manico: non c’è una verità provata, non c’è documento fotografico in grado di inchiodare quel tale a quella circostanza. Perché non c’è una verità oggettiva. Già Leon Festinger, poco più di mezzo secolo fa, ha documentato irrefutabilmente che il nostro cervello è strutturato per sopportare solo una modica quantità di verità e di evidenza. Ed esclusivamente quella che ci serve di più, quella che si armonizza meglio con il nostro consolidato sistema di convinzioni. Per tutto il resto occorrerebbe magari un po’ di ironia.

Siamo stati inconsapevolmente indotti a pensare che la conoscenza fosse, per dirla con Tommaso d’Aquino, Adaequatio intellectus ad rem, e non sono state sufficienti tre critiche kantiane e tutto il dibattito successivo, a farci recedere da quel passo. Ma non era vero. La nostra conoscenza non è sufficientemente ampia e profonda per cogliere “la cosa in sé”; invero essa è uno strumento più rigido che imprime all’oggetto la propria stessa forma, per poi stupirsi della corrispondenza fittizia. Quando noi pensiamo di conoscere qualcosa avviene una sorta di esplosione controllata delle nostre connessioni sinaptiche, una innumerevole quantità di microscopici ictus cerebrali  – l’immagine ovviamente no ha alcun fondamento scientifico, però rende l’idea – convogliano la rappresentazione di ciò che abbiamo di fronte nella melmosa palude di ciò che sapevamo anche prima.

Abbiamo aperto questa lunga riflessione con il noto passo di Miguel De Cervantes dove Don Chisciotte e Sancho Panza si confrontano sulla vera natura dei mulini a vento, e ogni lettore sa in partenza quale dei due personaggi sia un visionario patetico e chi il suo contrappeso realistico Sancho Panza. Solo Don Chisciotte può confondere, a causa della sua comica follia, a confondere per giganti i frantoi e le macine sulla riva del fiume. Ma è davvero così? Certo il lettore collude, per tutte le ragioni che abbiamo stabilito, col dimesso Sancho. Perché siamo stati educati nella stessa rappresentazione, che però è vera solo in quanto è stata accettata da una serie di attori sul proscenio. E che si tratti un mulino è la cosa che serve per evitare, appunto, di passare per folli o patetici, e per evitare di farsi più male del necessario. Oltre che per non alimentare paure più irrazionali, che tuttavia continuano ad abitarci più in profondità.

Ma si tratta ancora di utilità, non di verità. Cosa ci sia lì, oltre le convenienze e le paure, oltre a tutti i fulminei ictus che ci fanno convergere verso una determinata rappresentazione, non è dato saperlo. E forse Don Chisciotte potrebbe averci visto lungo.