Caro Claudio Mercandelli
ho finalmente letto il suo scritto. È molto bello e quasi saggio, mica da tutti i giorni
Moltissimi salutiLuigi Zoja
Un anno e mezzo fa stavo viaggiando in moto, una macchina girò improvvisamente verso il distributore mentre la sorpassavo, le piombai addosso e caddi rovinosamente. Fortunatamente me la cavai con parecchi lividi ed un paio di escoriazioni profonde, ma chiamarono ugualmente l’Ambulanza. Mi portarono tutto steccato al Pronto Soccorso, dove passarono diverse ora prima di medicarmi. Quando entrai nell’ambulatorio la ferita era ormai cicatrizzata, e la sabbia del manto stradale penetrata. Allora un’infermiera orientale mi tagliò il jeans e cominciò con una spugnetta assai ruvida a lavorare sulla ferita energicamente. Raramente ho provato un dolore come quello. Credo di averle detto cose inenarrabili, al punto che il chirurgo mi sgridò, e io mi dovetti scusare.
Ecco, quando penso alla psicanalisi penso a qualcosa di simile. La storia delle persone – tutte – ha reso le nostre anime piene di ferite, lacerazioni, croste non ancora suppurate, muscoli sviliti, piaghe da allettamento, lividi e carni escoriate, che talvolta dolgono insopportabilmente, e qualche volta molto meno. Talvolta si riesce a vivere anche così. Ogni tanto invece no.
Cinquanta anni fa temperamenti depressivi, matrimoni sostanzialmente infelici ed esistenze cronicamente sofferenti erano sostenute da un tessuto sociale vivo, dove i parenti, gli amici persino i vicini di casa erano una risorsa costantemente attingibile. Qualcosa di simile accade ora in alcuni habitat sociali, dove la famiglia più o meno funziona, la comunità può essere omogenea, il movimento politico o ecclesiale cui si appartiene svolge una efficace funzione di contenimento di tutte le dinamiche. Ma il contenitore e il contenuto continuano a essere cose molto differenti, perché sotto le armature la carne duole egualmente, e proprio la rigidità delle strutture nelle quali si ascrivono i propri vissuti può amplificare il dolore, conferendogli una connotazione claustrofobica.
I contenitori sono da sempre una risorsa che consente di attraversare la prosaicità della vita sostenuti, incoraggiati e aiutati in un qualche consorzio. Ma essi non sono mai la risposta autentica a quelle sofferenze, così come una ingessatura non determina la guarigione da una infezione. Accade anzi anche che essi diventino parte del problema medesimo. Perché in un dato momento la carne sotto il gesso comincia a prurire. Magari incancrenisce. Per quanto possa essere grave una frattura, non si può vivere con i propri arti immobilizzati da un tutore. Prima o poi lo si deve levare, e cominciare a camminare da soli.
Oggi il tessuto sociale è profondamente cambiato e il restare a fianco dei propri sposi, così come la maternità e la paternità (mestieri assai più problematici di come lo stereotipo vorrebbe) vengono ora affrontati in solitaria. I contenitori sono molto più esili e le manie e depressioni che caratterizzano la vita postmoderna diventano ora pareti insormontabili. Così progressivamente cresce il numero delle persone che avvertono la propria esistenza come un sacco che si va restringendo, sentono la vita sfilarsi tra le dita e cominciano ad avvitarsi nei rimpianti e le recriminazioni per ciò che non solo non si ha avuto, ma per ciò che ci si è impedito immaginare di poter avere. Spesso si finisce per caricare le persone circostanti della responsabilità di essere esse stesse sbarre di quella gabbia invisibile. Invero una responsabilità immeritata, o non del tutto meritata.

Ho scritto di recente che “nel tempo si odia ogni cosa non si sia potuta scegliere”. Potrei aggiungere che anche le cose che si sono scelte per ragioni parziali e provvisorie, le circostanze che si sono assunte nel vincolo del bisogno, diventano nel tempo intollerabili.
Ogni ambiente, psichico o fisico, vive nella traiettoria dell’adattamento dinamico, della ricerca di una omeostasi. E qualsiasi evento- anche profondamente traumatico-, tende ad assorbirsi e integrarsi un po’ come il proiettile che oramai fa parte del corpo di Gino Paoli. Si sopravvive a qualsiasi cosa, o quasi. E passando gli anni ci si adatta ad ogni situazione, come prevaricazioni, sudditanze, compromessi e microviolenze subite. Il trauma viene allora mandato a fare parte del tessuto del nostro inconscio, dove spesso rimane immerso nell’arco di una esistenza intera. Una posizione dalla quale però continua a intromettersi, a contaminare, polarizzare, sbilanciare le dinamiche consce e determinando OGNI SINGOLO SENTIRE. Da queste dinamiche, rimosse o scisse perché troppo dolorose, nascono le nevrosi e più raramente le psicosi.
Accade anche però che ciò che si vorrebbe seppellito emerga- anche attraverso i sogni-, con movimenti ancora più potenti, e i traumi tornino ad affiorare nella vita di tutti i giorni.
La psicoanalisi è esattamente analoga al drammatico lavoro di quella infermiera. Si va a cercare la carne viva del trauma, con un lavoro che è contemporaneamente esplorativo, lenitivo e contenitivo, facendo affiorare le parti che si era tentato tenacemente di tenere nascoste a se stessi. Arrivano così nuovi dolori, passioni, tristezze, scompensi e comportamenti profondamente differenti rispetto a quelli che si erano referenziati fino quel momento. “Non ti riconosco più”, dicono i familiari e gli amici, quando con disappunto registrano introversi che ora si buttano fuori nel mondo, temperamenti remissivi diventano ribelli, uomini mansueti tirano fuori improvvisamente le unghie, inappetenti che diventano voraci, persone ordinarie che mostrano ora latitrasgressivi. Quegli amici hanno ragione. Ciò che però essi non conteggiano è che sta emergendo è solo la parte mancante, a lungo censurata. Ed emerge proprio così. Con tanta più esplosività -si noti bene!- quanto più era stata compressa. Come una tigre che diventa particolarmente feroce se le pareti della gabbia erano molto anguste. L’inconscio è come quella tigre, che ora vuole ferocemente affermare la parte negata. Spesso i comportamenti più trasgressivi nascono da impianti educativi fortemente colpevolizzanti e castranti.
Questo in analisi è un passaggio è molto delicato, perché la persona che cambia pelle in quel momento rischia di perdere le redini della trasformazione. “E’ impazzito” recita il mantra di coloro che furono prossimi. Talvolta si impazzisce. Quello che gli amici non sanno è però che “la pazzia” comincia sempre molto prima della sua manifestazione, e “cose da pazzi” furono gli strenui sforzi operati fin dalla primissima infanzia per essere la persona che non si era, magari per compiacere un genitore prima, un coniuge dopo, un gruppo di amici o un Dio.

Se l’analisi funziona allora il soggetto trova nel tempo (un processo che richiede tempi lunghi, talvolta lunghissimi) un nuovo assetto, che non è più quello mutilato e parziale precedente, ma uno stato dove le forze inconsce dialogano con la coscienza, diventando ora parte di un sistema integrato che Jung chiama il “Sé”. Una persona nuova che avendo oltrepassato confini fin lì invisibili, frutto di educazioni prescrittive o argini a storie troppo dolorose, guadagna un enorme patrimonio energetico alla libertà attraverso l’emancipazione dal bisogno e la necessità.
Tanti anni fa, sul retrocopertina di un libro che ritenevo molto importante, compariva una scritta che recitava più o meno: “Ogni percorso nella vita non può partire che dalla decisione ad essere se stessi.” Una affermazione autentica, a condizione che quel compito non venga fagocitato nella traiettoria dell’ennesima appartenenza, l’ennesima mitopoiesi o l’ennesimo contenitore.
Perché quando si comincia a vedere nel fondo della propria anima si comprende cosa si può accettare e cosa risulta intollerabile. Si comincia a scegliere, a non subire più. Si giunge ad amare la persona che si è, e non quella che provarono surrettiziamente a imporci di essere.
E forse alla fine potremo perdonare persino Dio di non averci mai chiesto “posso?”.