Un uomo su un barile

Naufragio, William Turner

La vita, in fondo tutta quanta, è divaricata tra alcune scelte, consapevoli o meno, che fanno del nostro mondo un luogo molto grande oppure molto piccolo. E’ questa la dialettica eterna tra sicurezza e libertà. Tra l’una o l’altra cosa. Talvolta nessuna delle due, ma mai entrambe.

Il mondo, per come ce lo si rappresenta, o è un luogo estremamente confortante, o un posto dove l’inquietante è sempre dietro l’angolo. Va da sé che i più scelgono la sicurezza. Poiché per andare a fondo delle cose talvolta bisogna affondare, mettere la testa sotto, e mancare nel respiro. Una cosa assai spaventevole, la sola quale consente di vedere tuttavia le cose per quello che sono e non per ciò che piace raccontarsi.

A staccarsi dalle certezze, ed entrare nel “tempo verticale”, ovvero sacro, si fa fatica, ed è percorso che si fa sempre in solitaria. Normalmente abbandonando – spesso previo naufragio – le galère dove si remava tutti insieme sì, ma incatenati, per affidare le proprie sorti a natanti di più modeste dimensioni. E solo allora si scopre quanto possa essere sconfinato, maestoso e agghiacciante, l’Oceano. 

Io per conto mio, sono un uomo su un barile.

Nero Fradicio

Ricordami
ricordati
quella musica di rose
di tutto il calore, del discreto candore

Questo onnipotente
mio tuo sentire
questa fiera che drena il mio sangue 
che stilla gli anni,
che estirpa le ore

E non sono, non voglio più 
rimanere in questo cielo sguaiato 
c’è solo nero, 
il nero m’ingoia
Non voglio la vita, non cerco la gioia

Tutta questa bellezza
la nostra distanza, 
il dolore mi assorbe
chi cerca altro tempo, chi trova la sorte
L’amore ci rende
soltanto più soli
Non ho più tempo per non amarti

Ma non ti piangerò mio unico amore
perché la sola cosa posso tenere
la stecca di un dito 
sulla cartina, a indicare
il punto più esatto
dove fu vivo
(un palpito lieve, una vibrazione incolore)
il mio esanime cuore

Perché tutto questo dolore?
Perché la neve, perché non le parole?
Allacciati un istante
nello strame di città
prima del ghiaccio, di un buio pallore

Che n’è stato di noi, 
che sarà di me?
Ma non m’importa
di questo bulbo che muore
sopra la testa le torme di uccelli
scheggiano le nubi, adombrano i cieli
si trovano sempre
senza cercarsi, odiando il clamore

Ma non voglio, non posso più
calcolarmi sopra un foglio che brucia
dietro un cielo che urla
della tua assenza, della mia mancanza
Maledetto sia il sole
io rimango
sotto questo manto nero
di  un nero fradicio
fingendo che sono
da molto non ero

Filastrocca

A volte mi domando,

dove sei, chi ti placa, 

quale ombra ti nasconde

in che foresta ti sei inoltrata

se ci son lupi, fate ed elfi

di una fiaba non raccontata

 

A volte guardo

oltre gli orli del tramonto

prenotando(ti) dopo il mondo

quando il tempo più non incute

il terrore nelle notti 

delle cose incompiute

 

E mi resto così, 

sentinella del respiro

non c’è vuoto né tristezza

una stella fucilata

che protesta al firmamento

il punto esatto cui (mi) sei nata

 

Alla fine sono qui,

strappo ciocche al nostro vento

taglio trucioli di stella

inspiro aria respirata

prendo tempo senza tempo

fisso l’uscio da cui sei andata

 

Mi attraversasti a piedi scalzi, 

quella notte di un aprile

il campo gelido, di sterpi e rovi;

al momento cui mi destasti 

[per donarmi il tuo tepore,]

fu così l’unica mia alba,

di un caustico nitore

 

Ti ho perduta mille volte

neanche una ti ho ritrovato,

ma più tu t’allontanavi

più affondavi nel mio cuore

poiché solo la distanza

è lingua unica di Amore

 

Che volevo, né sapevo

io che fui quel primo giorno

ciò che sono e ciò che ero

il solco resta ed è fissato

mai più oltre avrò a cercare

ora che so quanto si può essere amato

 

Non mi occorre niente altro

che pensarti di te

che stai bene, e non ti sprechi

ti trattengo nel mio costato,

ti amai quando non sapevo amare

t’amerò fino a che l’avrò dimenticato

Una casa

casa disadorna

 

Troverò una casa
dove sfilano i nostri anni
si vedrà anche il mare
mangeremo al tramonto
dimenticando anche gli affanni

Cercherò una casa
dove placa la tempesta
con giardini tra le nubi
e quando viene la domenica
noi daremo anche una festa

Costruirò una casa
con mattoni di speranza
ché il dolore non ci spezzi
non ci sfiori tutto il male,
mentre il nostro cuore danza

Solo tu che sei mia casa
i tuoi occhi son abbaini
e le ciocche come tende
la caldaia sia il tuo cuore
le tue dita, i gradini

Sei soffitto e pavimento
i gerani sotto le stelle
Ed è qui che io attendo
abitando le tue pareti
Le rivesto con la mia pelle

La Balena

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Una balena corre bislacca
sopra un campo piumato di cielo
cinghie di sabbia la tengono attratta
su di una punta puntuta del melo

Fette di asfalto le dicon coraggio
che ci vuole coraggio per prendere il volo
la balena sorride al sole di maggio
le ali di pietra la tengono al suolo

Il vigile fischia da dentro il cappello
si fermano tutti, il vento ha il fiatone
l’orologio tintinna quando si apre il cancello
la balena arrossisce per la troppa tensione

Si arresta anche il treno coi baffi di bruma
ridon forte i bidelli nel cortile di scuola
ma ormai è troppo tardi, già vicina è la luna
nell’azzurro profondo la balena ora vola

Sempre Novembre

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Una foto sgualcita
Di quando sorridemmo
Senza sapere
Che novembre
ci aspettava
Dove novembre
Ci portava
Dietro le imposte,
Sotto i lampioni
Steli conficcati
Nella pelle rugosa
Di quei giorni
Di Novembre

Correva il tram divaricato
Tra rotaie di cipressi
E castagni
Dove si danno appuntamento
Le foglie
Cadute
Gli amori
Non amati
Le parole soffocate
In fondo alle tasche
Di Novembre

Ricordo i tuoi capelli
Ragnatele di vento,
sul cuscino mentre
Mi guardavi,
(come mai fui guardato)
E mi dicesti che non sapevi
Ma sapevamo
Ch’era tempo di Novembre
Tenevi il capo chino,
Ti saresti scusata, se
Lo avessi consentito
Come un bimbo che barcolla sotto
Il peso di una cartella
Troppo pesante
E’ così tanto ciò che mi hai dato
Così niente ciò che ti ho restituito

Dicevi che non volevi
Non potevi,
Ma Novembre è arrivato
Quando ti portai a casa
In auto, parcheggiati
Nel capillare della città
Ci dicemmo
Che nulla sarebbe cambiato,
Che per sempre…
Come se Novembre non fosse,
Ma
Non valeva per entrambi,
Perché il mio era sceso
Dai rami spogli, dai vetri opachi
E (solo) a me,
Sarebbe stato l’unico sempre
Novembre

Penelope

odisseo

 

 

 

quella è la riva

il mio lontano approdo

tra braccia sfinite

dal lavoro più sodo

 

tra reti e pescatori

pelli cotte da lungo sale

io nacqui alla vita

in un liquido opale

 

la tela rigonfia

di un ebbro destino

io appartenni al vento

in un irto cammino

 

furon cento i perigli

più di mille le spade

sul cui filo io rischiai

di smarrirmi in mie strade

 

fu confusa la mente

da un infido altare

con gli occhi di nebbia

io giunsi a rubare

 

le voci più fatue

cangiando il ricordo

mi furon bonaccia

ché io chiusi il mio porto

 

del naufragio vorace

che bramò il mio desìo

fece sì che il petto

palpitasse non mio

 

se la gravida notte

finanche la più nera

partorisce un biancore

di una luce ancor vera

 

con il volto ferito

da cocente sconfitta

pure io ero vivo

la mia fine non scritta

 

non fu l’orgoglio

o lo stolido furore

se in un giorno d’estate

m’imbattei nel mio cuore

 

ritrovai il presagio

della terra ancestrale

il deliquio si era conchiuso

quando giunse il maestrale

 

il timone nella mano

la prua tesa al disco solare

io trovai il mio me stesso

e di nuovo fui a volare

 

quanto lungo è il ritorno

mille d’anni è il mio viaggio

mia amica la chiglia d’acero

mio compagno è solo il faggio

 

ogni onda mi rallegra

questa attesa non è vana

se il tempo non fa pretesa

ed il cuor non si rintana

 

sono io Odisseo

e mio giaciglio è il mare

ora è nitida la meta

sei Tu l’ultima mia stella polare

Tu

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Tu che sei la mia tristezza

Sei la mia promessa

Il solco scavato dal ghiaccio

L’arteria nella mia roccia

Il vento che mi incupisce

Il sasso lanciato nel pozzo dei miei ricordi

Sei la chimica delle cose…

Tu, che sei ciò che non può essere

Il ventre del mare che mi divide da ogni cosa

Isola e Abisso

Sei ciò per cui io posso dire io

La mano che esita sull’uscio

Il frastuono della neve                        

[fuori la finestra]

Tu che sei la follia

Il diaframma che mi separa da essa

E le membra fragili su cui                        

[io cammino]

La soglia che varco quando cedo al sonno

La luce che solleva i miei pensieri

Il vuoto che li sfinisce

Sei il mio dentro e il mio fuori

Sei la scala tra il pianto e il respiro

Sei il riso dei bambini

Tu che sei gli eventi, e il colore della pioggia

Tu che sei la mia attesa, e ciò che non attendo

Sei la ferita e il suo linimento

La mia guerra e la mia pace

Salvezza e Dannazione

Tu

solo Tu

Conosci le mie mani

Mi ferisci

In questo oggi che non diventa domani

Domani

Maledetto il disperato bisogno di senso,

Di parole non dette

Non cercarle

Non sussurrarle,

Poiché non vi sono labbra,

Né lingue per parlarle,

Orecchie per udire,

Né timpani o vibrazioni

Solo vertigini che si piegano

Nel tuo grembo, sul mio petto

Non riderne

Così mi uccidi

Col silenzio

Con la distanza,

Sotto questa luna di cani

Di stelle derise,

Da sciocchi e ubriachi,

Di luci allagate

E tu non torni

Perché?

Conosci le mie mani

Il loro segreto,

Tutto il male, e le guarigioni

Custodite nei palmi,

Come preghiera

Maledico le pietre che mi fecero

Rotolare

Fin lassù

Benedico le piume

Che mi deglutirono

In questo fondo

Senza fondo

Non ti temo,

Non ho bisogno di te per amarti

Tu mi hai dato la vita

Più vita per più vite

(questa e molte che verranno)

Hai detto basta

Ma io ho continuato a contare

Fino a quando non avrò più forze

E incespicherò tra le gengive

Altre mani mi condurranno al giaciglio

Senza benedizioni

Non serve, non le cerco

Perché

Mi hai dato le ore

Mi hai dato la pelle

Su cui disegnare

L’orizzonte di ogni ovunque

Lo spessore di ogni sempre

Fertile di attese

Gravido di promesse

Mi hai fatto dono

Di vedere le cose

Attraverso le ciglia sbarrate di Dio,

E questa non è tra tutte le cose

La più straordinaria,

Ma

Solamente

L’unica che conta