Dio, e il Dio di Giulietta

LA PAROLA DIO

 

“La parola Dio, non si concepisce mentre sfila lento il corteo, di esistenze apparentemente lisce.”

Enrico Ruggeri, “Nuovo Swing” (ndr, in realtà ci siamo concessi una piccola licenza letteraria, perché il testo della canzone usa la parola “addio”, e non “Dio”. Ne chiediamo scusa al cantautore milanese).

Si fa presto a non credere in Dio. Da una parte forse per colpa proprio degli oligopoli delle religioni, che hanno lucrato sui vantaggi derivanti da una rendita di posizione. Incassando però anche le cocenti sconfitte quando quella determinata immagine veniva avversata per una serie di ragioni, talvolta legittime.

Fin da bambini veniamo educati a rappresentarci Dio in un determinato modo, e nel corso degli anni lo teniamo stretto, lo svalutiamo, lo riponiamo in soffitta o lo recuperiamo da uno scaffale polveroso se le prove dell’esistenza sono troppo dure per viverne dispensati, ma sempre a partire da quella immagine. In una sequenza del film dei Simpson quando su Springfield si sta per abbattere una piaga apocalittica, si vedono gli etilisti del locale di Boe’s uscire dalla taverna e precipitarsi in chiesa, incrociando giusto per un istante i fedelissimi del reverendo Lovejoy che compiono lo stesso percorso, ma nella direzione opposta. La straordinaria ironia di Matt Groening ha qui raggiunto un punto altissimo, documentando quanto parziali fossero gli approcci di entrambe le fazioni alle questioni di fondo della esistenza umana. E almeno questo è il caso che due metà non fanno un intero.

Anche noi abbiamo imparato a intrallazzare in quella parzialità, sottovalutando quanto le prese di posizione successive ne fossero figlie. Se, ad esempio, siamo stati educati a pensare Dio come il vecchio con la fluente barba bianca, che da sopra le nuvole dispensa sorrisi e ammiccamenti, quasi inevitabile che diventando adulti si torni a rivisitare la maggiore o minore adeguatezza di quella rappresentazione ai propri vissuti. Inutile dire che nella maggioranza dei casi una immagine tanto puerile non tiene, quando le priorità della vita cambiano.

Ma è veramente Dio quello di cui ci di disfa tanto facilmente?

Proviamo a riflettere sulla parola “Dio”, evitando di connotarla per come- pur legittimamente- tutte le religioni ne hanno stabilito l’uso.

IL PERCHÉ DELLE COSE

“L’amore è Dio”, S. Agostino, Commento alla prima Lettera di Giovanni

Possiamo immaginare la parola Dio come una scatola vuota, che storicamente tutti i popoli e tutte le civiltà hanno riempito con una serie di contenuti. Oppure come un foglio bianco, dove ogni cultura e ogni tempo ha scarabocchiato a lungo. Non è l’oggetto di questa riflessione esprimersi su cosa vi sia effettivamente dentro la scatola, o dietro al foglio bianco. Ci interessa di più capire il perché si sia avvertita impellente l’esigenza di darvi un contenuto, o di disegnarvi sopra, perché senza risolvere questo problema ogni altro risuonerà come un pretesto.

Rappresentazioni individuali o collettive, con alterni tassi di arbitrarietà, e con una enorme quantità di differenze. Eppure se ci soffermiamo sulla scatola vuota, possiamo individuare un minimo comune multiplo, perché tutte quelle rappresentazioni trovano la propria giustificazione più profonda, l’essenza più intima, nel rispondere a un unico grande interrogativo. Ovvero “perché?”. Possiamo dire che, riducendo la questione all’essenziale, Dio è “il perché delle cose”. L’uso della minuscola è qui voluto perché finora non abbiamo esposto tesi particolarmente rivoluzionarie. Tuttavia se avessimo sottolineato l’essere Dio “il Perché” delle cose, avremmo già preso la famosa scatola piena di molti dei contenuti che la storia del pensiero occidentale ha meticolosamente appoggiato, secolo dopo secolo, al suo interno. Crediamo che si possa- e si debba- provare un percorso diverso, spogliando di tutti gli orpelli lasciati lì dalla inflazione cui questa parola è da sempre sottoposta. Si tratta di ritrovare un uso quasi “primitivo” della parola, senza l’appiattimento cui ha condotto l’uso comune e paradigmatico. Vorremmo anzi provare un ulteriore stratagemma linguistico. Non più “Dio è il perché delle cose” ma la formula rovesciata, ovvero “il perché delle cose è Dio”. Perché un perché ci vuole, un motivo per giustificare la propria presenza al mondo occorre, quale che sia il rapporto che si è consumato con le religioni tradizionali, o per quanti siano gli anni in cui si sono disertate le panche di una chiesa. Non possiamo rassegnarci a essere qui solo per bruciare ossigeno e rilasciare anidride carbonica. Un “Dio”, nella definizione testé formulata, occorre. Non si tratta di convenire sulle formule con le quali i filosofi medievali hanno pensato di poter giustificare l’esistenza di un principio trascendente, o la passione con cui si sono lette le pagine di Aristotele sul Motore Immobile. E men che meno si tratta di “credere” in qualcosa. Occorre perché altrimenti la vita non avrebbe spessore. Nella formula da noi appena suggerita, riusciremo a compendiare qualsiasi valutazione, teorica o pragmatica, che chiunque tra di noi deve compiere. Se ad esempio ciò che spinge un uomo ad alzarsi tutte le mattine dovesse essere la passione per una squadra di calcio, allora dovremo accettare che per quella persona il posto tradizionalmente occupato da Dio lo sarà da una compagine sportiva. E la cosa nello specifico non dovrebbe nemmeno farci storcere il naso, poiché è esattamente quello che molto spesso accade, dove il tifo viene vissuto come una vera e propria fede, con tanto di rito domenicale e i toni massimalisti con i quali si infervorano vere e proprie guerre di religione contro i devoti della squadra avversaria.

DUE CARTE

William Wallace: “Certo chi combatte può morire, chi fugge resta vivo, almeno per un po’. Agonizzanti in un letto fra molti anni da adesso, siete sicuri che non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi, per avere l’occasione, solo un’altra occasione, di tornare qui sul campo a urlare ai nostri nemici che possono toglierci anche la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà!“, dal film Braveheart

Viviamo in una società evoluta, possiamo camminare nelle nostre strade con un discreto livello di sicurezza, la percentuale di persone occupate in un lavoro è piuttosto alta, abbiamo un automobile ad attenderci nel cortile sotto casa, e difficilmente moriamo di sete o di fame. Eppure…

In questa parte del mondo opulenta, dove abbiamo trovato risposte per la maggior parte delle esigenze cosiddette primarie, si vanno diffondendo patologie psichiche che contaminano le conquiste sino qui ottenute- secondo chi scrive sarebbe più corretto dire che quelle patologie contrassegnano la parzialità degli orizzonti di benessere-, come la depressione, il disturbo bipolare, o la nevrosi con cui misuriamo ogni giorno la nostra inadeguatezza a questo mondo. Sono patologie che codificano una “perdita degli scenari di senso”, senza i quali ogni esistenza vacilla nel passaggio a diventare una vera e propria narrazione.

Provo a spiegarmi con un esempio. Immaginiamo la vita “normale” di un uomo, i cui trend esistenziali- reddito, affettività, gratificazioni relazionali e situazione abitativa- siano intermedi al centro di una curva. Il nostro “signor Uguale” (ndr, il nome del protagonista del mio romanzo, “Il giorno in cui mia madre distrusse l’Universo” di prossima pubblicazione) si alza al mattino e va a dormire la sera sempre alla medesima ora, fa un lavoro moderatamente gratificante- eppure molto ripetitivo-, e ha una famiglia come tante altre. La sua esistenza si snoda su canali eternamente uguali, e in fondo egli stesso non si definirebbe infelice. Eppure a quella esistenza manca qualcosa. Manca un quid che le consentirebbe di diventare realmente vissuta.

Immaginiamo che il nostro signor Uguale una mattina, proprio davanti al bar dove va a bere il caffè dopo la pausa pranzo, si accorga che lì, proprio sotto il marciapiede, il vento ha portato una carta da gioco, un 4 di fiori. La cosa più di tanto non lo colpisce, e nei giorni successivi la sua vita riprende a snodarsi lentamente nel letto del fiume da sempre conosciuto. All’incirca una settimana dopo, però, mentre sta liberando il parabrezza della sua utilitaria dalle foglie rinsecchite dall’autunno, trova una seconda carta, un fante di quadri. In quel momento l’associazione di questi due fattori- che di per sé potrebbe non esistere- diventa inevitabilmente una ipotesi di senso da seguire. Un messaggio cifrato da parte degli adepti di una eccentrica setta segreta? Un Destino misterioso che si affaccia in quella routine attraverso missive affidate alla voce del vento?

Si noti bene che non importa che il messaggio vi sia effettivamente, quanto alla necessità di ipotizzare che un nesso vi possa essere. E quel nesso si chiama, appunto, “senso”. Possiamo solo immaginare poi lo sbigottimento dell’anonimo signor Uguale che si ritrovasse un nove di picche deposto sul vassoio con cui il cameriere gli porge l’aperitivo, perché mano a mano che le probabilità di trovarsi di fronte a eventi scollegati sembrano esaurirsi, nella mente del nostro protagonista la certezza sulle più inverosimili spiegazioni diventerebbe tenace.

Lo facciamo sempre, persino quando parliamo della sfortuna o della fortuna. E lo facciamo perché questi nessi sono la condizione perché la nostra esistenza possa diventare effettivamente un racconto.

LE PAGINE DELLA VITA

“Sei raggiungibile ovunque, sai sempre dove andare, hai il totale controllo della tua vita. Ma sei ancora capace di perderti?”, Pubblicità BMW, 2006

Se la prosaicità della nostra esistenza non venisse infilzata da alcuni elementi di rottura, non avrebbe una trama, non ci sarebbe un intreccio e “vivere” corrisponderebbe semplicemente alle scansione delle funzioni fisiologiche soddisfatte tra il momento della nascita e quello della morte. Se torniamo alla vicenda del nostro signor Uguale, e togliamo la possibilità che intervengano gli scenari narrativi che le due/tre carte potrebbero portare, cosa resterebbe? Una somma di gesti ripetuti, non all’infinito solo perché anche il signor Uguale dovrà un giorno morire. La sua esistenza, per quanto sicura e confortevole, non diventerebbe mai narrazione, e sarebbe privata dell’unica cosa realmente necessaria , ovvero “il perché delle cose”.

Chi leggerebbe un libro le cui pagine raccontassero le non-avventure del signor Uguale? Eppure un romanzo così più che leggerlo siamo costretti a viverlo. Una esistenza che non è diventata mai racconto è, in definitiva, una vita priva di valore. Cosa potremo raccontare di noi stessi ai nostri figli e ai nostri nipoti? Dove siamo stati? In quale avventura ci siamo imbarcati? Per quale causa ci siamo spesi? Quale amore ha effettivamente divampato nel nostro cuore? Qual è stata la volta in cui abbiamo fatto la differenza? Che magro bottino se potremo raccontare al massimo di quando abbiamo fatto la differenziata! Che miseria se saremo orgogliosi al massimo di non avere mai mancato una scadenza delle spese condominiali; che amarezza se tutto ciò che potremo dire sarà di non avere mai alzato la voce con un vicino maleducato, o se l’esperienza più avvincente fu andare a prendere il pane sotto il temporale.

Insomma, se si può fare tranquillamente a meno del “Dio, vegliardo con la barba bianca” è decisamente più complicato non confrontarsi con il tema di cosa possa realmente infondere nella propria esistenza il colore e la forza di una grande narrazione.

UN PROBLEMA ECONOMICO, A BEN VEDERE

“Dov’è carità e amore, qui c’è Dio.”, canto liturgico

Il problema dovrebbe essere anzi posto in termini economici. Perché la vita è come il denaro, e ognuno di noi è/sarà tenuto a rispondere di come la si è amministrata (si veda la parabola dei Talenti, Mt. 25,14-30), non necessariamente davanti a un tribunale differente dalla propria coscienza.

Il denaro ha infatti una prerogativa che ci interessa per gli obiettivi della presente trattazione: oggetto delle più viscose ambizioni di accumulo, esso non è tuttavia un valore in se stesso, ma l’intrinseca unità di misura di uno scambio. Il denaro vale esclusivamente per ciò con cui può essere scambiato.

E così è anche la nostra esistenza, nella quale la dimensione del valore assurge quando ci si imbatte in qualcosa per cui quel cambio risulta vantaggioso. Mutati mutandis, una lvita vale nella misura in cui si trova una alterità per cui spenderla, con la quale scambiarla. Ecco servito il grande paradosso: vivere assume un significato nella misura in cui troviamo qualcosa per cui morire sia vantaggioso.

Vorremmo infilare tre citazioni l’una dietro l’altra dove questa dimensione viene evocata con una potenza che lo scrivente non avrà per sua sfortuna mai:

Molte volte ho studiato la lapide che mi hanno scolpito:

una barca con vele ammainate, in un porto.

In realtà non è questa la mia destinazione, ma la mia vita.

Poiché l’amore mi si offrì ed io mi ritrassi dal suo inganno;

il dolore bussò alla mia porta

ed io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò,

ma io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.

E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino,

dovunque spingano la barca.

Dare un senso alla vita può condurre a follia,

ma una vita senza senso è tortura

dell’inquietudine e del vano desiderio;

è una barca che anela al mare eppure lo teme.

Edgar Lee Masters, “George Gray, Antologia di Spoon River”

“Forse che fine della vita è vivere? Forse che i figli di Dio resteranno con fermi piedi su questa miserabile terra? Non vivere, ma morire, e non digrossar la croce ma salirvi, e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna. Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per esser data?”

Paul Claudel, “L’Annuncio a Maria”

“Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e, per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo. Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle; e, trovata una perla di gran valore, se n’è andato, ha venduto tutto quello che aveva, e l’ha comperata.”

Vangelo di Matteo (vv.13,44-46)

Tre prospettive diverse, ma con un comune denominatore: il guadagno nella perdita di tutto. Così come la lapide di George Gray, l’uomo pieno di rimpianto di avere vissuto come una nave ancorata, e non avere solcato gli oceani, e di sapere ora- quando oramai è troppo tardi- che “dare un senso alla vita” può condurre a follia. Eppure la vita troppo assennata è tortura. Analogamente il potente brano dello scrittore cattolico Claudel, dove in modo esplicito si dice che il senso della vita è morire, ovvero- come precisa nella riga successiva- spendere la vita per qualcosa. Paradossalmente laica è l’iperbole del Vangelo, dove “il tesoro nel campo” non viene caratterizzato sufficientemente da escludere una qualsiasi attribuzione; esso è l’oggetto che vale abbastanza perché quell’uomo sacrifichi- renda sacro- ogni suo bene per poterlo ottenere. Qualsiasi oggetto cui venga attribuito tale valore.

Si potrebbe dire che questi tre brani condensano una dimensione antropologica molto solida: ogni esistenza, così come il denaro, vale per ciò con cui può essere scambiata. E la peggiore condanna è che essa si possa attraversare senza che venga mai celebrata una tale consunzione.

Riteniamo non si tratti di una dimensione religiosa nel senso sovrastrutturale della parola, ma una proposizione vera per l’uomo in quanto tale. Lo vogliamo ribadire: una esistenza nella quale non ci si imbatte in un valore assoluto- tale da giustificare lo scambio sacrificale di cui stiamo qui parlando- rimane svilita e priva di valore. Prendendo, per ora provvisoriamente per vera la sovrapposizione tra l’idea stessa del “perché delle cose” e quella dell’amore, troviamo la stessa immagine resa incandescente dai fratelli Karamazov:

“Padri e maestri, io mi domando: ‘Che cos’è l’inferno?‘ E do la seguente risposta: ‘La sofferenza di non essere più capaci di amare’.” Fëdor Dostoevskij, “I Fratelli Karamazov

Non solo, quindi, la vita di un uomo, ma la sua radicalizzazione in una dimensione definitiva, svuotata dalla dimensione del valore, diventa appunto un inferno. Sembra di leggere nuovamente le parole di Edgar Lee Masters sulla vita senza senso equiparata alla tortura, o l’immagine del servo che ha ricevuto un talento e che, per paura, non riesce a fare altro che seppellirlo. Oppure ancora l’immagine del fratello maggiore del figliol prodigo, il vero dannato della parabola, cui solo il ritorno del fratello, dissoluto finché si voglia ma infinitamente più vitale, apre un barlume di autocoscienza sulla propria miseria (Lc. 15-20,30).

L’esistenza svela la propria finalità (mai quanto qui il fine coincide con la fine) quando si compie l’equazione amorosa per cui l’oggetto d’amore vale la perdita della vita. Queste le ferali parole usate da Romeo per preconizzare l’atroce destino che lo avvilupperà con la sua amata Giulietta:

“Ma qualunque dolore me ne venga, non potrà bilanciare il gaudio d’un solo istante della sua presenza. Congiungi tu, con le parole sante, le nostre mani, e poi venga la Morte, la gran divoratrice dell’amore, a far di noi tutto quello che vuole. A me basta poterla chiamar mia.” William Shakespeare, Giulietta e Romeo

Di nuovo lo scambio, l’attribuzione di un valore per cui un solo istante “bilancia” e supera la morte medesima. Una operazione economica che ha per obiettivo- come dicono le ultime parole dell’imberbe rampollo dei Montecchi- l’acquisizione di una proprietà, come il Tesoro nel campo della parabola evangelica. È questa l’equazione amorosa, per la quale il tema dell’amore si accompagna inscindibilmente da sempre a quello della morte.

Come non ricordare la letteratura psicoanalitica, dove se le poltroncine parlassero, racconterebbero migliaia di storie di depressione, di uomini e donne che giunti a un certo passaggio della propria esistenza, pur avendo conseguito una serie di obiettivi di tranquillità e benessere, si sentono affondare nelle sabbie mobili di orizzonti paludati privi di valore.

Potremmo facilmente dire che la depressione è una esistenza vissuta distante dal “perché di tutte le cose.” Senza Dio, nella prospettiva qui documentata, una esistenza appare senza prospettiva.

Persino quando ci sediamo sulla confortevole poltrona di un cinema, o sul divano nel nostro pigro salotto, e accendiamo la televisione, per un paio d’ore ci immedesimiamo con le scelte ardimentose di un eroe- mai con quelle del pedestre impiegato dell’ufficio paghe di un supermercato-, perché almeno lì la nostra esigenza di narrazione trovi soddisfazione. Del resto l’eroe ha esattamente la prerogativa che serve a questa riflessione: egli non vive in funzione del principio di auto conservazione, ma ne ha quasi disprezzo- la lingua italiana confina esclusivamente a questo caso il sostantivo “sprezzo” dove nuovamente si configura una operazione economica-, perché getta il cuore oltre la barricata: ha trovato la cosa per cui valga la pena morire. Così come il martire, l’eroe non sopravvive, oppure vive, ma a discapito delle azioni intraprese. Quasi sempre il vero eroe muore per avere vissuto autenticamente, anche se magari per un giorno solo.

È facile comprendere quante azioni nella vita di un uomo siano dettate dal principio di sopravvivenza, che nutre le nostre paure e ci fa fuggire da un grande pericolo. Nessuno di noi ne è immune. Adoperiamo continuamente una economia del dolore che ci fa, costantemente optare per la situazione meno conflittuale e meno dispendiosa. Si tratta di sopravvivere. Tuttavia ci identifichiamo, appunto con le vicende degli eroi, che quel principio contraddicono e che ne affermano uno antitetico, all’origine tanto della conoscenza quanto dell’amore.

Nelle circostanze più estreme sono i codardi a sopravvivere, ma di essi il nome si perde immediatamente. Non quello dei martiri- come Massimiliano Kolbe o Salvo D’Acquisto-, delle agiografie, delle saghe e persino dei fumetti. Il loro sangue versato- sia esso drammaticamente reale oppure immaginato- nutre la terra affinché possa essere un luogo migliore.

EROS E THANATOS

“Non giurare; o, se ti piace, giura su te stesso, su codesta graziosa tua persona, l’idolo della mia venerazione, e tanto basterà perch’io ti creda.” William Shakespeare, Romeo e Giulietta

“Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?” Giobbe 2,10

Abbiamo usato poco fa, ancorché in modalità provvisoria, la sovrapposizione tra “significato” e “amore”; ora la vorremmo considerare nuovamente in modo più pregnante. Perché la parola “amore” è il significante di una delle realtà più difficili da descrivere, per la quale forse mai si potranno superare i limiti della esperienza soggettiva. Eppure, pur rispettando una siffatta complessità, assoggettandola per un momento al meccanismo economico descritto, le cose tornerebbero ad avere un senso: “amore” sarebbe il luogo dove quella alchimia si compie, dove trova soddisfazione l’esigenza di avere qualcosa per cui perdere tutto. Amore è dove un uomo possa dire “io per te darei la vita”. Questo il senso più profondo, almeno in questa prospettiva del sacrificio, dello spendersi senza misura per qualcosa, del tesoro trovato in un campo, comprato (spesso anche se non necessariamente) con la moneta del dolore. Amare è il gesto incredulo con cui Romeo dice a Giulietta “Io sono tu e tu sei io”, dove l’alterità viene levata in una intimità accessibile solo ai mistici:

“Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso? O che cosa potrebbe dare l’uomo in cambio di sé?(Mc. 8,36-37)

Ancora una volta, a discapito della provenienza, questa lettura dell’amore può essere fatta nella sua dimensione antropologica, e non necessariamente nella variante religiosa: l’amare si compie quando- e ogni volta che- si scopre ciò che vale quello scambio. In questo senso l’amore è il perché delle cose, poiché quando si riesce a stabilire una così profonda connessione, allora si è conseguito il massimo risultato possibile in una vita. Ed è possibile, ma non necessario, che conduca verso una dimensione trascendente dell’esistenza. Oppure, se si vuole, l’amore porta sempre nella direzione di una trascendenza, che tuttavia non deve per forza risiedere negli angusti limiti degli oggetti tradizionali della metafisica. Dice in proposito Bruno Bettelheim, nel suo saggio sulle fiabe:

“La fiaba prende molto sul serio le ansie e i dilemmi esistenziali e s’ispira direttamente ad essi: il bisogno di essere amati e la paura di non essere considerati, l’amore della vita e la paura della morte. Inoltre, la fiaba offre soluzioni in modi che il bambino può afferrare in base al proprio livello intellettivo. Per esempio, le fiabe pongono il problema del desiderio di vita eterna, concludendo talvolta: ‘Se non sono morti sono ancora vivi’. L’altra conclusione- ‘E vissero felici per sempre’- non fa credere per un solo istante al bambino che la vita eterna sia possibile. Essa indica qual è l’unica cosa che può farci sopportare gli angusti limiti del nostro tempo su questa terra: la formazione di un legame veramente soddisfacente con un’altra persona. Le fiabe insegnano che quando si è giunti a questo si è arrivati al massimo di sicurezza emotiva nella vita, e di durata di una relazione che sia alla portata dell’uomo; e soltanto questo può dissipare la paura della morte. Se una persona ha trovato il vero amore adulto, dice inoltre la fiaba, non ha bisogno di desiderare la vita eterna. Ciò è suggerito da un altro finale delle fiabe: ‘E vissero a lungo felici e contenti’.” Bruno Bettelheim, Il mondo incantato

Se fosse vera l’intuizione che abbiamo seguito sin qui si potrebbe parlare di un “perché di tutte le cose”, senza dover scomodare per forza il Dio del catechismo. E forse si dovrebbe, almeno per lasciar risuonare nella cassa toracica del nostro petto anche alcune delle prerogative che, sfibrate dall’uso corrotto che talvolta ne fanno i preti, più facilmente vengono dimenticate di quello.

Fra tutte la più importante è questa: l’amore/perché delle cose, non è solo “ordo ab chaos” ma anche caos dall’ordine. Proviamo a spiegarci meglio.

Nella psicanalisi freudiana vengono individuate due grandi pulsioni che caratterizzano il vivente, e che noi vorremmo dilatare a dinamiche universali: Eros e Thanatos, intese come la pulsione di costruzione e quella di distruzione. Lo stesso padre della psicoanalisi si riconosceva in questa distinzione debitore nei confronti del filosofo greco Empedocle, il quale parla d’un “dissidio cosmico” fra il principio di Amore/Amicizia cui si contrappone l’Odio/Discordia.

In questa parte del mondo, dove le religioni rivelate si sono fuse con le grandi sintesi di Platone e Aristotele, ha prevalso una immagine parmenidea di Dio “tutto pieno” di Essere e di attributi esclusivamente positivi- fino al paradosso di san Pier Damiani secondo cui “se Dio avesse voluto che il male fosse stato bene, sarebbe stato bene.” In questa tradizione, differentemente dalle filosofie religiose orientali, la concezione del Dio “perché delle cose” è in grado di sostenere solo uno dei due movimenti. Il Dio della Bibbia, quello del Corano o quello della Torah è un Dio esclusivamente erotico, e praticamente mai si è riusciti a fare ch’Egli integrasse la dimensione Thanatoica. A ben vedere forse ha avuto qui origine l’immagine di un Dio “vecchio con la barba bianca”, escludendo la dimensione oscura del Mistero. Eppure l’Amore “perché delle cose” contiene invece la dimensione distruttiva, e introduce sempre l’entropia lì dove, per il secondo principio della termodinamica, un ambiente cerca piuttosto di conservare un assetto e un proprio equilibrio interno. É l’inizio di uno squilibrio che coincide con il processo di vita. Che è disordine, non solo omeostasi. Enantiodromia, non solamente quiete. Dioniso, non solo Apollo.

Crediamo che il progressivo allontanamento dalla dimensione dirompente dell’amore/perché delle cose, della sua propulsione distruttiva, sia uno dei motivi fondamentali dalla secolarizzazione nel mondo occidentale.

In un suo bel testo il fenomenologo Rudolph Otto ascrive con la categoria del “numinoso”, tremendum et fascinans, proprio la duplice percezione primitiva del Mistero, da cui il mondo ebraico e cristiano si è progressivamente allontanato intraprendendo il sentiero parziale degli attributi trascendentali.

LA PROFEZIA DI GIULIETTA E L’INCAPACITÀ DI FRATE LORENZO

“Troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante.” Lucio Battisti, La collina dei ciliegi

Una rappresentazione di questa parzialità, nella tragedia di Giulietta e Romeo, viene collocata da Shakespeare con la figura di Frate Lorenzo, con un rigore e una consequenzialità tali da farci credere non sia un caso. Frate Lorenzo è una figura molto più centrale, e complessa di quanto non venga normalmente percepita. È lui che inizialmente agisce da pompiere nei confronti delle passioni del giovane Montecchi, lui che architetta usando un pragmatismo tutto ecclesiale il matrimonio con un obiettivo politico, sempre lui che dà alla giovanissima Capuleti il siero della morte apparente, lui che si affida per portare la comunicazione a Mantova al pacioso e poco reattivo Frate Giovanni, lui che scappa dalla cripta dove Giulietta sta per darsi la morte, e lui infine che davanti al principe adopera una stonata apologia delle proprie azioni. Le colpe, le negligenze e gli errori di sottovalutazione del francescano sono tantissimi- e con lui forse anche quelli della chiesa di cui è un portavoce diligente-, i quali mescolati in un cocktail micidiale portano alle tragiche conseguenze che sappiamo. La sua inettitudine è profetizzata già dalle parole di Giulietta:

“Perciò mi dia la tua lunga esperienza qualche pronto consiglio; se no, guarda, questo pugnale farà da arbitro tra me e le mie estreme tribolazioni, e saprà lui risolvere d’un colpo ciò che la tua età e la tua scienza saranno state incapaci di addurre a una degna e giusta conclusione.

Come in ogni tragedia che si rispetti il profeta viene frainteso, oppure non viene ascoltato e all’origine del mancato ascolto c’è quasi sempre una negligenza, una parzialità, un marchiano errore di valutazione. Frate Lorenzo non fa eccezione. Il personaggio viene descritto fin dalle prime battute, con un profilo molto coeso. Al primo incontro con Romeo, Shakespeare lo pone alle prese con le erbe officinali, fornito di una coscienza della duplicità della realtà:

“Di tutta la natura la Terra è madre e anche sepoltura.”

Un attimo dopo tuttavia documenta che questa dualità non verrà successivamente gestita: uno solo è il lato delle cose da considerare.

“Oh grande e varia è l’interna virtù delle erbe, delle piante e delle pietre, nelle lor naturali qualità, e niente è così vile sulla terra da non rendere ad essa, in contraccambio, qualche particolare beneficio; così come non v’è cosa sì docile che, distratta dal suo naturale impiego, non devii dalla sua vera origine, si corrompa e degradi in abuso. La virtù stessa si converte in vizio e il vizio talora si nobilita col compimento d’una bella azione. Nell’esile epitelio che riveste la corolla di questo fragil fiore stanno insieme un umore velenoso e una proprietà medicinale: a odorarlo t’inebria, a ingerirlo t’uccide, con il cuore, tutti i sensi. Due sovrani di questo stesso tipo, tra loro nemici, son sempre accampati, così come nelle erbe, anche nell’uomo: la Grazia e la brutale Volontà.”

Abbiamo riportato questo lungo brano perché vi abbiamo riscontrato una sorta di cifra non solo del personaggio, ma dell’intera tragedia, poiché da questa premessa discenderà ogni conseguenza. Frate Lorenzo è consapevole del potenziale trasformativo delle cose, delle prerogative “mercuriali” degli oggetti. Tuttavia che di questo dualismo intercetterà solo uno degli aspetti e non prenderà mai seriamente in considerazione l’altro, venendone alla fine travolto. Il paradosso è in agguato: le persone che cercherà di preservare attraverso la somministrazione dell’antidoto della prudenza, moriranno, di un avvelenamento- quello di Romeo e quello fittizio, concluso con il pugnale della profezia, di Giulietta- proprio a causa della sua paura di “ingerire” gli aspetti più potenti dell’erba amara dell’amore. Frate Lorenzo, paventando l’abuso irriflessivo del fiore del sentimento, si separa dagli effluvi del suo profumo: se nessuno se ne lascerà inebriare quel fiore non potrà uccidere. Ma quanto si sbaglia poiché proprio i suoi freni accelereranno il martirio dei giovani.

Poche righe dopo, quando Romeo gli rivela di non essere più innamorato di Rosalina, il chierico dapprima si complimenta- “Bravo il mio figliolo!”-, ma quando scopre che il giovane ha solo spostato il proprio desiderio, per giunta su un obiettivo molto più pericoloso, recrimina per ciò che un istante prima aveva meritato il suo plauso:

“Che voltafaccia è questo? E Rosalina, l’hai bell’e scordata? Sembrava che per lei volessi struggerti. Com’è vero che non nel cuore ha sede l’amor dei giovani, ma sol negli occhi!”

Romeo tuttavia non ci sta, e quando gli rinfaccia la difformità di valutazione si difende sostenendo che quella misura era stata o suggerita

Perché ti conducevi come un folle, figliolo, ma non già perché l’amassi”

Ma non è sincero perché subito rivela dove vorrebbe collocare entrambi gli amori:

“Ma non dentro una fossa dove calarne uno e trarne un altro.”

Il problema del chierico è quello di una sepoltura delle passioni giovanili, non d’una evoluzione. Nella sua ostinazione a buttare via l’acqua sporca, non comprende come così finisca per buttare il bambino dell’amore.

Tuttavia decide di aiutarli, ma senza cambiare ordine di valutazioni. L’amore/perché delle esistenze dei due sfortunati amanti rimane fuori dalla portata del radar di Frate Lorenzo; la sua complicità riguarda solo un obiettivo politico:

“C’è comunque una ragione per la quale m’induco ad aiutarti: ed è il pensiero che codesta unione possa riuscire sì provvidenziale da convertire in affetto sincero la bile delle due vostre famiglie.”

Romeo e Giulietta non vengono ascoltati, la loro passione non viene accolta né legittimata dal chierico. L’unica dimensione che riesce a comprendere è l’utilità sociale, mentre aborrisce la potenza dionisiaca, nei cui confronti l’unica misura è opporre calma e il contenimento. Vi si appella sin dalla prima sequenza fino alle parole sfinite lanciate a Giulietta affinché lo segua fuori dalla cripta dove giace il corpo del marito. Non elabora null’altro che questo. Non vi sono aspetti che possa comprendere e accompagnare. Il sentimento è per Frate Lorenzo sempre e solo un problema. Le sue sono solo svalutazioni. Risponde infatti a Romeo subito dopo l’espressione della “morte divoratrice dell’amore” che abbiamo riportato poco sopra.

“Codesti subitanei piacimenti hanno altrettanta subitanea fine, e come fuoco o polvere da sparo s’estinguono nel lor trionfo stesso, si consumano al loro primo bacio. Miele più dolce si fa più stucchevole proprio per l’eccessiva sua dolcezza, e toglie la sua voglia al primo assaggio. Perciò sii moderato nell’amare. L’amor che vuol durare fa così. Chi ha fretta arriva sempre troppo tardi, come chi s’incammina troppo adagio.”

Parla l’erborista che riconosce le proprietà medicamentose accostate a quelle velenose nelle erbe, ma teme le seconde così tanto da tentare sempre una meticolosa separazione, anche quando si tratta si una impresa poco realistica. Frate Lorenzo “non ha fretta”, e soprattutto non la capisce nemmeno negli altri. Nella sua percezione l’amore di Giulietta e Romeo è esclusivamente un veleno e mai un linimento. Cosicché per paura che qualcuno correndo inciampi, non si accorge dei tragici effetti della propria lentezza. Dopo che il rampollo dei Montecchi uccide in duello Tebaldo Capuleti, il Principe lo ha esiliato a Mantova, e dopo che infine il suo stratagemma ha condotto Giulietta per una morte apparente nella cripta funeraria, manda un proprio confratello nella città lombarda ad avvisare sui reali avvenimenti Romeo.

L’ironia aleggia nelle tragedie e si fa beffe degli strumenti del fato, Frate Lorenzo ha persino un barlume di consapevolezza quando promette, quasi contraddicendosi, alla giovanissima Capuleti:

“Io mando in fretta un mio fratello a Mantova con una lettera per tuo marito.”

Sembra intuire quanto il fattore tempo potrebbe essere determinante nell’evitare più nefaste conseguenze, tuttavia quel barlume si spegne subito, e riprende il suo lavoro di sottovalutazione di ciò che accade nei cuori dei due ragazzi. Nella scelta del messo è come se il chierico si disincarnasse dalla circostanza, ed effettua una valutazione che si rivelerà inadeguata. Invia il confratello Giovanni, che non essendo al corrente di quale importanza rivesta la missiva- come potrebbe esserlo, se la persino la coscienza del latore è frammentata?-, perde tempo preziosissimo. Dice con indolenza criminale Frate Giovanni, quando il danno irreparabile è stato fatto:

“Per avere una compagnia nel viaggio, m’ero messo a cercare un confratello, un fraticello scalzo del nostro ordine che assiste gli ammalati qui in città, e alla fine l’avevo rintracciato, quand’ecco che le guardie sanitarie, sospettando che noi si fosse usciti da una casa infestata dalla peste, ci hanno chiuso le porte di città, e non ci hanno permesso più di uscire. E lì è rimasto il mio viaggio per Mantova.”

Frate Giovanni, ignaro, ha tergiversato poiché Frate Lorenzo non aveva avuto fretta, e non gli ha comunicato ragioni per correre. Quasi atroce il sarcasmo involontario con cui si mette a cercare il compagno di viaggio in un fraticello scalzo, il quale presumibilmente se ne avesse avuto l’opportunità avrebbe camminato lentamente fino a Mantova. E come se non bastasse Frate Giovanni non solo si lascia smontare alla prima difficoltà, ma non ha alcuna premura di tornare dal confratello perché magari trovi una strategia alternativa.

Frate Lorenzo commette una gravissima negligenza poiché, coerentemente con il proprio personaggio, sottovaluta ciò che sta avvenendo nel cuore altrui. Nel cuore dei giovani. Come giovane è il cuore del servo Baldassarre, che differentemente dal pacato fraticello, si precipita alla volta della città dei Gonzaga cavalcando a perdifiato, e portando a Romeo la ferale, e non vera, notizia. Questa “doppia velocità”, dei cuori, delle menti e poi delle gambe, viene rappresentata nella trasposizione cinematografica più nota della tragedia shaekesperiana- quella di Zeffirelli del 1967- con una sequenza dove sulla strada per Mantova il servo di Romeo supera a folle velocità il fraticello, qui partito, che invece serafico cammina ammirando il paesaggio.

Sembra che solo dopo la restituzione della lettera ancora sigillata tra i due monaci nasca l’intesa sulla fretta che sarebbe stata necessaria dall’inizio:

Frate Lorenzo: Oh, sorte avversa! Questa lettera, pel sacro mio ordine!, non era cosa di poca importanza, ma gravida di serie conseguenze, ed averne mancato la consegna può esser causa di grossi guai! Va’, corri a procurarti un grimaldello, e portamelo qui, nella mia cella, ma subito, però.

Frate Giovanni: Vado, fratello: vado di corsa, e te lo porto subito.”

La fretta incorre quando oramai è del tutto inutile. Il grimaldello, infatti, serve solo per entrare nella cripta al cospetto della morte causata da tanta negligenza.

Quando il frate giunge al cimitero incontra proprio Baldassarre- i due si conoscono, e al lettore non può non venire in mente che forse avrebbe potuto contattare lui, e non Frate Giovanni, per portare la lettera a Mantova-, il quale gli rivela di essere lì proprio con Romeo. Nubi fosche si addensano all’orizzonte, ma ancora Frate Lorenzo cerca di scansarle. Nella cripta infine trova il corpo senza vita del giovane mentre Giulietta si risveglia. Il paggio del conte Paride intanto ha chiamato le guardie che si odono in distanza, e il frate a questo punto non ha nemmeno il coraggio di attenderle, e la sua viltà costerà, dopo che la sua lentezza avrà ucciso Romeo, il suicidio di Giulietta. Davanti alle conseguenze estreme delle proprie azioni Frate Lorenzo non riesce a fare altro che tutelare il proprio ruolo istituzionale.

“Sento qualche rumore… Vieni fuori, figliola mia, da quel nido di morte, di contagio e di sonno innaturale. Un potere, cui non possiamo opporci perché a noi superiore, ha contrastato il nostro piano. Vieni. Tuo marito è lì, morto sul tuo petto; e Paride con lui. Andiamo, vieni. Penserò io a procurarti asilo fra una comunità di pie sorelle. Non indugiarti a far domande adesso, sta venendo il guardiano. Vieni, andiamo, Giulietta, non mi far trovare qui.”

Persino quando viene colto con in mano “gli strumenti per scoperchiare queste tombe”, comincia prima di tutto a protestare la sua distanza da quei terribili fatti:

“Il maggiore di tutti sono io: il più sospetto, quanto il men capace di perpetrare un tale orrendo crimine. Ma l’ora e il luogo son contro di me. Eccomi dunque pronto ad accusarmi e a discolparmi di quello che in me sia degno di condanna e di discolpa.”

Concludendo con una giustificazione vagamente patetica il racconto della fine di Giulietta:

“(…) io la supplicai di venir via e sopportar con pia rassegnazione la volontà del cielo; in quell’istante, un rumore mi fece allontanare, per subita paura, dalla tomba, ed ella, in preda alla disperazione, si rifiutò di venir via con me, e, come pare, si tolse la vita. Questo è tutto ch’io so. La sua nutrice sa del suo matrimonio clandestino. Ora, se per mia colpa in tutto questo, è potuto accader qualche sciagura, si sacrifichi la mia vecchia vita al più severo rigor della legge: sarà solo un anticipo di ore alla sua naturale conclusione.”

Nemmeno ora, davanti ai corpi non ancora freddi dei giovani sposi, si assume le sue responsabilità. Preferisce invocare la volontà del Cielo, piuttosto che ammettere quanto la propria sia stata flaccida, rallentata, svalutante e inefficace. Nel (mancato) dramma di Frate Lorenzo- egli viene immediatamente scagionato dalle parole del Principe, che lo riconosce come “un sant’uomo”: l’abito ha fatto il monaco e appellarsi al ruolo non è risultato superfluo- si è compiuta l’ineluttabile tragedia.

Romeo e Giulietta muoiono, per la propria stessa mano, armata tuttavia non solo dall’odio delle rispettive famiglie, ma anche- e forse soprattutto- dalla incapacità del mondo circostante di comprendere qualcosa di altrettanto potente e profondo.

Essi sono gli acerbi sacerdoti di un culto dimenticato in un mondo, pur bigotto, profano; le telescriventi inconsapevoli di un ignoto autore in un mondo di analfabeti.

Non si tratta solo della vita o della morte dei due giovani, ma della enormità scaraventata sulla terra attraverso il loro sacrificio. Solo pochi giorni prima del secondo funerale di Giulietta il padre l’aveva minacciata con parole durissime, se avesse rifiutato la mano del conte Paride:

Mano sul cuore, medita e rifletti: se pensi ancora d’essere mia figlia, io ti darò per moglie a questo amico; altrimenti va’ pure ad impiccarti, ad elemosinare per la strada, a crepare di fame e di miseria, perché, sulla mia anima, ti disconoscerò come mia figlia, e nulla avrai di quello che possiedo.

Non osiamo immaginare la reazione se avesse saputo del suo amore per l’assassino di Tebaldo. Eppure ora è lì, attonito, davanti al corpo della figlia sul sagrato della chiesa.

La vicenda del loro amore “illegale” ha innescato una serie di conseguenze, tra cui le morti di Tebaldo, Mercuzio, e persino il conte Paride, la cui fine peraltro risulta la meno giustificata di tutta la tragedia. Eppure nessuna di queste perdite si avvicina lontanamente alla gravità del lutto per i giovani amanti. In queste morti si officia un sacrificio universale, e per un breve istante è come se la città di Verona, e il mondo intero, venisse messo di fronte alla sua ragione più profonda d’esistere. Una ragione fino a quel momento obliata. Tutti i concittadini di Giulietta e del suo Romeo, sono puniti- e forse salvati- dalla ierofania d’amore scaturita da quei corpi.

PARADOSSO PARADISO

Solo: “Aspetta! Se mi cancelli, io cosa… cosa divento?”

Jimi Dini: “Un fiocco di neve che non cade in nessun posto.”, dal film Nirvana, Gabriele Salvatores

“Se Dio avesse voluto che quell’abbraccio si protraesse, avrebbe solo dovuto portare i cancelli del Paradiso lì, in quella stanza, tra la sedia bianca e il comò disadorno. Ma già due amanti erano stati cacciati da quel luogo, perché non vi poteva essere un Paradiso in Paradiso. Un Paradiso più profondo di quello dai cui alberi sgorgavano la vita e il tempo.”, Claudio Mercandelli, L’Angelo

Siamo partiti in questa riflessione dalla parola Dio. Era importante soffermarsi sul significante, prima che sul significato, poiché in ogni forma di pensiero religioso avvengono una serie di attribuzioni, sottovalutando le quali si scambiano per “cose” quelle che continuano a essere per lo più proiezioni. Non ne è immune nemmeno l’idea stessa di Rivelazione, in quanto anche un evento “rivelato”, oppure “storico”, continua a ospitare le proiezioni di quanti vi ripongono una serie di aspettative e corrono il rischio di vedere frustrate speranze che ad esso sono ancorate. Di per sé nessun “fatto” è tale se non nel rapporto con un osservatore, e nessuno schermo funziona se non davanti a un proiettore, e va da sé che il tipo di aspettativa può accrescere o diminuire la maggior parte degli oggetti osservati. Se questo vale persino per la penna appoggiata sul tavolo davanti a me, ciò vale ancor di più per quel tipo di oggetto da cui dipende la rappresentazione del significato di ogni cosa. La parola Dio, che sussume in un solo punto la più grande aspettativa di significato e la minore fruibilità empirica, è per definizione quindi il ricettacolo di tutte le proiezioni di senso, che si configurino nella ortodossia di una religione oppure no.

Proprio gli scenari di senso in quanto tali diventano, però, caratterizzanti la parola considerata. Abbiamo voluto suggerire che ogni qual volta stabiliremo una connotazione di significato parleremo di Dio. Abbiamo poi osservato che la parola significato imprime all’esistenza umana un effetto dinamico, per cui una cosa comincia ad avere autenticamente senso solo quando produce una perdita e uno scambio. Ma in quanto si produce nel suo massimo sforzo si trasformazione, il significato cambia nuovamente nome, e assume quello dell’amore: amare è sapere “per cosa” spendere la propria esistenza. Ciò vale tanto in una prospettiva trascendente quanto in una immanente. Possiamo spingerci a dire che il Paradiso, oppure uno stato di beatitudine assoluta, lo si può raggiungere solo attraverso la consumazione di un amore.

Questo però conduce a un paradosso, poiché in molte tradizioni religiose il Paradiso appare come una condizione pregressa al divenire, una quiete priva di qualsiasi perturbazione. Ecco allora che forse, qui il paradosso, occorrono due paradisi diversi. Così come il Cosmo si mescola ovunque con il Caos, così come la realtà è attraversata sin dalle sue più remote profondità dalle oscure potenze dell’Eros e del Tanathos, e ognuna si contrappone all’altra e tuttavia ne proviene e in essa si estingue, occorre che come i due estremi di una corda vi siano due paradisi- o due versanti del Paradiso- che ne contengano le ancestrali dinamiche della permanenza e del divenire, Eros e Thanatos. Qualcosa del genere lo troviamo nel dualismo Jing e Yang nel Taoismo, oppure nel Buddismo dei Nikāya dove vi sono due Nirvana differenti: uno inferiore e statico (pratishtita Nirvana) e uno superiore e dinamico (apratishtita Nirvana).

Uno dei simboli più antichi e potenti siano mai stati prodotti dall’uomo, è quello dell’Uroboro, il mitico serpente rappresentato mentre si divora la coda. Esso produce un cerchio perfetto, il cui movimento non è realmente tale, poiché mentre si consuma si rigenera, non entrando mai nel mondo del divenire, un Paradiso privo di creazione. Nella letteratura psicanalitica una esistenza uroborica è quella del bambino prima della sua nascita, cui consegue una “cacciata dal Paradiso”, e la discesa in una esistenza terrea e dolorosa: la vita.

L’Uroboro è anche uno dei simboli dell’eternità, appunto perché non è soggetto alla scansione del tempo. Non si può dire che sia, in senso stretto, neppure un Dio, perché stante la sua autosufficienza non sente nemmeno il desiderio di creare. Nè quello di amare. A questo infinito occorre contrapporne un altro, quello del divenire, o anche quello- e questo sì che è un paradosso- del finito.

La legge dell’amore che abbiamo sino qui descritto non può che tenerli insieme, pur nella lacerazione delle loro differenze. Solo da ciò può scaturire la vita.

Del resto la parola simbolo (syn-ballein, tenere insieme) questo sta a significare. E tutti i Frate Lorenzo della storia, che fanno della separazione di ciò che andrebbe tenuto insieme finiscono, loro malgrado, per rivestire un ruolo “diabolico” (dia-ballein, tenere separati).

Non cade foglia

Gli anziani (quelli che lo erano durante gli anni della mia infanzia) avevano trovato una frase, asciutta ed essenziale, in grado di raccogliere tutta quanta l’eredita metafisica occidentale, nonché la tradizione cristiana di cui facevano orgogliosamente parte: “Non cade foglia che Dio non voglia.” Sette parole, come note sul pentagramma, una filastrocca con tanto di rima, facilissima da apprendere e mandare a memoria.

Ma cosa intendevano dire? O cosa potevano voler dire ben oltre le intenzioni? Essi tramandavano la loro fiducia senza riflettere troppo – è questo il senso delle tradizioni – su tutte le implicazioni che questa cantilena comporta. Nonostante avessero veduto due conflitti mondiali, la loro fede ne era uscita indenne, talvolta rafforzata. Avevano ricevuto notizie inimmaginabili di ciò che era accaduto in Polonia, in villaggi dai nomi impronunciabili; si erano barricati per giorni nei rifugi a causa dei bombardamenti alleati, avevano drammaticamente constatato l’oltraggio blasfemo della guerra, ma non avevano fatto dietrofront rispetto alle convinzioni più intime, e continuavano ad affollare le panche delle chiese a Natale e Pasqua. Non avevano sentito la necessità di chiedere a Dio, o ai suoi interlocutori, ragione di tutte le cose “diverse da una foglia” che gli erano precipitate addosso. Eppure…

Mio nonno non era uno stinco di santo. Era un bestemmiatore convinto, e bastava nonnulla perché inanellasse le sue giaculatorie blasfeme. Eppure persino lui – magari dietro una lunga ed elaborata trattativa della sua dolcissima e devota moglie – durante le feste comandate si asteneva dal calpestare il secondo comandamento. Lo ricordo ancora entrare qualche volta – non spesso – in chiesa, e togliersi il suo cappellaccio grigio da contadino, e piegare la nuca bianca al cospetto del Santissimo. Aveva combattuto a Caporetto, chissà quante atrocità aveva veduto, lui stesso ne aveva commesse, ma nonostante tutto nei momenti più importante sapeva riconoscere il Disegno della Provvidenza nella sua vita. In fondo persino quando bestemmiava invocava una causalità, pur rovesciata, e chiedeva a Dio, e non a qualcun altro, di ciò che accadeva. Nel comandamento si dice infatti di non nominare il nome di Dio invano. Invano… Quando si impara il decalogo, facilmente non si calca troppo la mano. Perché introduce un elemento di arbitrarietà che facilmente contraddice l’impianto educativo cui miravano i catechisti. Chi stabilisce la misura dell’utilità di una declamazione, persino blasfema? Cosa ci impedisce di pensare che mio nonno non conseguisse nella sfida di Capaneo il medesimo vantaggio di quando si genufletteva davanti al tabernacolo? Mancava di continuità sicuro, e poteva arrecare scandalo ai più piccoli, ma neanche questo contraddice in assoluto il principio di convenienza. Arrivo a dire di più: l’atto blasfemo, e quello dettato da una fede autentica, hanno due requisiti in comune, ovvero il destinatario (non uno qualsiasi) e, appunto, la “convenienza”, come colse molti anni fa don Luigi Giussani, come racconta in un aneddoto del Senso Religioso:

La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito: l’anarchico è l’affermazione di sé all’infinito e l’uomo autenticamente religioso è l’accettazione dell’infinito come significato di sé. Personalmente ho intuito ciò con chiarezza molti anni fa, quando un ragazzo è venuto a confessarsi da me spinto dalla madre. Egli in realtà non aveva fede. Abbiamo cominciato a discutere e, a un certo punto, di fronte alla valanga dei miei ragionamenti, ridendo mi dice: «Guardi, tutto ciò che lei si affatica a espormi non vale quanto sto per dirle. Lei non può negare che la vera statura dell’uomo è quella del Capaneo dantesco, questo gigante incatenato da Dio all’inferno, ma che a Dio grida: “Io non posso liberarmi da queste catene perché tu mi inchiodi qui. Non puoi però impedirmi di bestemmiarti, e io ti bestemmio”. Questa è la statura vera dell’uomo». Dopo qualche secondo di impaccio ho detto con calma: «Ma non è più grande ancora amare l’infinito?».

 

L’affermazione del sacerdote brianzolo, il cui ruolo nella storia della chiesa è dirompente, quale che sia il giudizio su Comunione e Liberazione, convince il suo interlocutore da una traiettoria di convenienza a un’altra (secondo lui) migliore. Ma non misconosce quella precedente. Non dileggia Capaneo, non parte dal presupposto che nominare Dio in una prospettiva differente dalla propria, non abbia una pertinenza. E’ lo stesso don Giussani a riportare che quel ragazzo fosse “spinto” dalla madre. Non sappiamo con quale carico di imposizione, di pervasività e di prevaricazione, perciò possiamo solo immaginare che la contrapposizione a Dio avesse il valore del “no” ostentato verso la costrizione perpetrata dalla genitrice. E probabilmente non ci sarebbe psicanalista al mondo che non sottoscriverebbe che la salvaguardia di un minuscolo spazio di identità fosse, a dir poco, “conveniente”. Non si va troppo lontano dal vero a pensare che la bestemmia altro non sia che una preghiera capovolta, oppure quella di una persona ferita. Quella di mio nonno lo era  di sicuro, e sono convinto che accogliendolo alla sua morte, Dio – un Dio con le spalle molto più larghe di come pensano tanti preti – così l’abbia conteggiata.

Tempo fa mi raccontarono di una donna che aveva veduto il marito paracadutista precipitare e accartocciarsi al suolo, senza che il salvavita si fosse aperto per tempo. Bestemmiava come uno scaricatore di porto. Ovviamente non possiamo escludere che quello fosse il suo linguaggio “normale”, ma mi piace pensare di no, e che nel momento del dolore più atroce avesse chiesto a Dio, e non alla fabbrica dei paracadute, di darle conto. Quella donna stava rinnovando i voti del figlio di Abramo:

“Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.  Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!».  Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!».” (Gn. 32,25-29)

Perché la lotta è lotta, senza esclusioni di colpi, e non un torneo di dama all’oratorio. La vedova stava lottando affinché la promessa di significato che intravisto nell’idea stessa di Dio, era stata messa radicalmente in discussione. Chi può biasimarla? Se Dio fa cadere le foglie, non può farsi da parte quando a precipitare dal cielo sono le persone amate. Certo, noi diciamo che “è un Mistero”, tuttavia il mistero non lo vediamo (altrimenti la parola sarebbe un ossimoro), e lo possiamo appunto “credere”. Ma l’atto del credere, ancorché conveniente, richiede per la sua affermazione il combattimento affrontato dalla moglie dell’acrobata. Non si scappa da qui. Persino un ateo compie un atto di fede, perché crede in qualcosa che non vede – non vede che Dio non ci sia – ed esprime piuttosto una valutazione pertinente a un ordine di convenienza. Per esempio considerare inammissibile l’istanza della fede potrebbe risparmiare il non-credente dallo spingere la lotta verso dimensioni troppo distanti, e difficili da gestire. Insomma, ovviamente non valgono le generalizzazioni, ma “credere in non-Dio” sutura una serie di questioni, impedendo una emorragia che per alcuni può essere angosciosa.

Ma si tratta sempre di convenienza.

Cosa vuol dire credere? Si assente a un sistema di valutazioni che per definizione non possono essere né immediatamente, né mediatamente evidenti. Si crede solo ciò di cui non si può avere alcuna evidenza. In fondo ogni atto di fede sancisce la vittoria della opacità dalle (pretese) evidenze della metafisica. Riprendo un altro passaggio di don Luigi Giussani, sempre dal Senso Religioso:

Certo, c’è una opzione che è secondo la natura, ed essa evidenzia la ragione, e un’opzione che è contro la natura, ed essa oscura la ragione. Però, alla fin fine, l’opzione è decisiva. Riflettiamo su un paragone. Se voi, nella penombra, volgete le spalle alla luce, esclamate: «Tutto è nulla, è oscurità, senza senso». Se volgete le spalle allo scuro, dite: «Il mondo è il vestibolo della luce, l’inizio della luce». Questa diversità di posizione è esclusivamente una scelta. È pur vero che tutto il problema non è qui. Delle due posizioni, quella di chi volta le spalle alla luce e dice: «Tutto è ombra», o quella di chi volta le spalle all’ombra e dice: «Siamo all’inizio della luce», delle due posizioni una ha ragione, l’altra no. Una delle due elimina un fattore, sia pure appena accennato: infatti se c’è la penombra, c’è la luce. Ciò richiama quello che parecchie volte ha detto Gesù nel Vangelo: «Io ho fatto tra voi molti segni. Perché non mi credete?».

Uno schema scarno, ma efficace. Nel credere qualcosa ogni persona esprime una valutazione su qualcosa che non vede. Ciò che vistosamente manca al dilemma posto in questi termini è la riduzione a un problema gnoseologico. Non lo è mai. Perché nella penombra noi “crediamo” – indifferentemente al buio o alla luce – non solo in proporzione alla onestà intellettuale con cui si privilegia un elemento piuttosto che l’altro, ma invece esprime una convenienza, anche estremamente complessa, degli scenari che comporterebbe ognuna delle opzioni.

Un esempio chiarificatore è quello della Fortuna, ovvero di quel mitologema che passa attraverso i secoli e le diverse fedi e contesti culturali, con immutabile potenza.

Per Noah Webster, la fortuna è:

“una forza senza scopo, imprevedibile e incontrollabile che plasma gli eventi in maniera favorevole o sfavorevole per un individuo, un gruppo o una causa”.

Facciamo un esempio autobiografico. Nel 1997 mi rubarono l’auto di famiglia. Non un’auto qualsiasi però, ma “il pullmino” verde, la cui sola presenza nel vialetto di casa era per me e per i miei familiari motivo di gioia. Disperazione e lacrime. Dopo qualche fiacca ricerca e poche speranze irragionevoli, feci la denuncia alla polizia, e subito mi rivolsi all’assicurazione, perché un nuovo automezzo serviva al più presto. 48 ore dopo l’effrazione ero già in giro per cercare un concessionario e portarmi così avanti. Era febbraio, e alle cinque del pomeriggio era già buio. Avevo studiato un concessionario Mazda in via Tolstoj, a Milano, ma non riuscivo a trovarlo. Dopo avere percorso un tratto, scorbutico, feci per tornare indietro, quindi svoltai a destra in via Lorenteggio (i non milanesi mi perdoneranno, ma la toponomastica ha un significato), quindi la prima a destra e di nuovo la prima a destra, compiendo la cosa più simile a un quadrato, per ricominciare al più presto la ricerca del concessionario. Ero in via Bertieri, una via privata talmente piccola da consentire solo il numero civico 1. Non credo di esserci passato mai in precedenza, e se l’avessi fatto sarebbe stato un passaggio rapido, mentre tuttora se capito in zona, ci faccio un salto. Ebbene lì, davanti a me, parcheggiato a lisca di pesce c’era quasi intatto il mio pulmino. Ero talmente incredulo da rimanere stordito. Chiamai, col mio Motorola pesante un chilo a casa dove ovviamente gridavano tutti per la gioia. E persino quando chiamai la polizia rimasi acquattato nei paraggi, forse per timore del ritorno dei ladri, o che svanisse come la nebbia, oppure perché mi sentivo alle prese con forze così potenti da dover essere spaventato. Ero stato molto, molto, molto fortunato. Quante chance avevo di trovarlo come esito di una decisione? Il calcolo delle probabilità era tutto contro. Perché “un” fatto straordinario nel computo ci poteva stare, ma quel pomeriggio se ne verificarono almeno tre, forse quattro. Avevo trovato il pulmino il giovedì – dopo che l’effrazione si era verificata martedì notte -, senza che lo cercassi, in una via microscopica distante da casa, dove oltretutto ero passato esclusivamente grazie a un’altra concomitanza di cause. Un miracolo, ma propiziato da quale potenza celeste? Francamente non lo so. Perché “Non cade foglia che…”, mi costringerebbe non solo a immaginare Dio con un fortissimo senso dell’humour, ma anche un altro un po’ cattivello quando il furto l’avevo subito. E poi, suvvia, il fatto è certo straordinario, almeno per me, ma si trattava di una macchina, non della guarigione da un carcinoma. Ecco allora quando si verificano fatti che percepiamo superare il calcolo delle probabilità, invochiamo la “dea bendata”, ovvero la fortuna appunto. O molto più spesso la sorella funesta. Non scomodiamo le convinzioni religiose “più nobili”, le certezze metafisiche granitiche (la cui fruizione tuttavia risulta nella quotidianità più complessa e articolata) e invochiamo la iella. Ma cos’è la fortuna?

Naturalmente la risposta a questa domanda non esiste. Si potrebbe dire la fortuna risponde a tutte le domande cui la teologia, o la metafisica, proprio non riescono. La definizione di Webster era già sufficientemente chiara: “forza senza scopo”, che agisce in deroga, o addirittura contraddicendo le leggi causa-effetto nelle quali abbiamo (forse un po’ troppo in fretta) ascritto il nostro universo. Se durante una partita di calcio molto importante la mia squadra colpisce sei o sette volte i legni, mentre gli avversari al primo tiro sbilenco fanno centro, e si aggiudicano immeritatamente l’intero palio, io ricorro al tema della sfortuna, piuttosto che pensare al Dio “defogliatore” che parteggia per la squadra avversaria. E si noti bene, il risultato di una partita non è affatto irrilevante nella vita emotiva di un tifoso. Ma se siamo soggetti alla disteleologia del fato, perché lo invochiamo, oppure perché ci affidiamo a gesti scaramantici?

Quando il calcolo delle probabilità è tale da richiedere – secondo una percezione fortemente soggettiva – l’intervento di una forza esterna, benevola o malevola, finiamo per ipostatizzare una divinità nella quale nessuno crede, cui però nessuno scampa. Almeno questo è il caso in cui, per usare la nomenclatura kantiana, la noesi fa il noema: l’atto di fede costituisce il creduto.

Da più di un secolo il mondo scientifico ha accettato le acquisizioni della meccanica quantistica, mai consentendole tuttavia di andare a mettere in discussione la rappresentazione globale della realtà – la weltanschauung – in cui sguazzano quelli che scienziati non sono, e che perseverano in una visione newtoniana, più affidabile e meno problematica. Ma se avessimo, anche solo in parte, accettato la mutazione del paradigma, avremmo visto che non è più concepibile una rappresentazione del mondo solida, di fatti che non attendono altro che l’esser scoperti da un soggetto intelligente. Non è così. La conoscenza è un processo dove il conoscente modifica, e molto, ciò che ritiene di conoscere. E se questo è vero per la valigetta che ho sul tavolo in questo momento, è sicuramente più macroscopico per quel tipo di oggetti che sono distanti dai nostri sensi. Come la fortuna. O come Dio.

Probabilmente uno statistico ci potrebbe raccontare che il suddetto calcolo della probabilità non sia poi identico a come lo percepiamo. Un tale deve andare in auto a un appuntamento estremamente importante, vuoi per la sua vita professionale, o per quella affettiva. Il tempo stringe il suo cappio e deve fare più in fretta possibile. Ma non ha fatto i conti con i cinquanta semafori che si frappongono tra lui e la destinazione. Perché sono tutti rossi, o almeno così gli pare. Anzi, sembra che il destino si stia facendo beffe di lui perché quando intravvede un semaforo verde dalla distanza, e fa di tutto per passare, quando è proprio a una trentina di metri scatta il giallo, e subito il rosso. Cinquanta semafori e tutti rossi. Una maledizione. Eppure se potesse rivedere il percorso, si accorgerebbe che invece 25 erano verdi, solo che i suoi vissuti persecutori non glieli hanno fatti cogliere. Prevedendo l’insuccesso nella corsa, la sua necessità di creare un capro espiatorio ha preso il sopravvento, gli ha fatto immaginare un poco probabile complotto di cui farebbero parte la sfortuna e il piano regolatore cittadino. Ha visto solo una parte dei “fatti” e li ha piegati in una ermeneutica inconscia, inevitabile, che gli ha fatto costruire la lettura, almeno per quella precisa circostanza, più conveniente. Anche la sfortuna può essere infatti conveniente. Perché consente alle nostre biografie di consolidare alcuni “punti di ripristino” (mi si passi la metafora informatica), necessari per continuare a vivere. Un giorno particolarmente sfortunato è pur sempre un giorno memorabile, degno di creare pagine e paragrafi nella biografia di un individuo, a differenza dei tanti passati senza che il baricentro oscillasse da una parte o dall’altra.

La nostra mente è biografica, mitopoietica (come abbiamo visto per la fortuna), ed è soprattutto capace non di scovare la finalità, ma di imprimerla in ciò che osserva.

Ho citato il Senso Religioso. Commetterei una svista se tuttavia non ricordassi che la conclusione più importante del libro di don Giussani, è che la “realtà sia segno”. Ne riportiamo un brano:

Il metodo con cui capisco che mia madre mi vuole bene, attraverso cui sono certo che molti mi sono amici, non è fissato meccanicamente, ma è intuito dalla intelligenza come unico senso ragionevole, unico motivo adeguato, per spiegare la convergenza di determinati «segni». Moltiplicate indefinitamente questi segni, a centinaia, a migliaia: il punto del loro senso adeguato è che mia madre mi vuol bene. Migliaia di indizi convergenti su questo punto: l’unico senso del comportamento di mia madre è questo, che «mia madre mi vuol bene». La dimostrazione per una certezza morale è un complesso di indizi il cui unico senso adeguato, il cui unico motivo adeguato, la cui unica lettura ragionevole è quella certezza.

La mente coglie migliaia di indizi, e su questi crea le proprie certezze fondamentali. Estremamente semplice, quasi rudimentale nella sua efficacia. Tuttavia le cose potrebbero essere molto più complicate di così. Perché la mente umana più che trovare gli indizi li crea, con alterno tasso di arbitrarietà, ma sempre mossa dal principio di convenienza. La psicanalisi ha mostrato come ci siano molte più madri distruttive di quanto il senso comune, o i titoli di cronaca nera, non lascino supporre. Anzi la distruttività è una parte del processo. Ebbene i figli delle madri depresse, indifferenti, iperprotettive, raramente “colgono” i milioni di indizi che potrebbero renderli edotti. Anzi, spesso costruiscono un racconto inverosimile, addirittura antitetico a quelle evidenze. Perché avere una madre amorosa è più conveniente della ipotesi contraria. Come la versione postmoderna di Pangloss, che si ostina a vedere tutti i semafori verdi, e rimuovere quelli più faticosi. In assoluto il quadro clinico che coglie meglio tutti gli indizi, e che riesce a collocare ogni singolo pezzo in un intricato puzzle, è quello della paranoia.

Si cancellano traumi, si rimuovono esperienze durate anni, si dimenticano centinaia di fattori e si ricostruisce come Penelope la propria autobiografia in funzione di un disegno che però non è “nelle cose”, ma nelle chimiche inconsce dell’osservatore. Con buona pace dei “raccoglitori di indizi”, continueremo a vedere solo la punta del famigerato Iceberg, e non le fondamenta.

Si potrebbe dire che vedere solo i 25 semafori rossi costituisce l’ingrediente fondamentale che ci consente di significare il carico di frustrazione di cui ognuno è portatore, i 25 verdi sono il nostro inguaribile ottimismo, l’escamotage migliore perché il mondo non ci appaia troppo brutto e la vita insostenibile.

Mi rendo conto d’inoltrarmi in un ginepraio se dico che anche la fede, ogni fede, ha le medesime prerogative. Una fede ci consente di vedere quella parte della realtà che ci fa vivere meglio, e di eliminare le cose che non possiamo assimilare. Anzi una fede che si appella al mistero – qualsiasi cioè – ha il suo punto di forza proprio in questa dimensione: esprime una certezza confortante persino su ciò che è più distante dalla capacità di monitorare. E questo, oltre a esprimere una verità metafisica (che potrebbe anche rivelarsi tale), ha il ruolo di fornire al fedele qualcosa di cui ha radicalmente bisogno: attestare un significato per ciò che sembra contraddire ogni possibile attribuzione. Nel 1500 i contadini lombardi subirono una grave pestilenza, con i raccolti messi a dura prova da una invasione di formiche. La fede ingenua di tanti e uomini e donne ricorse, come spesso accadeva, alla fede. Un popolo intero si radunava nelle cappelle votive, nei cori delle chiese, nelle pievi, a supplicare Dio e i Santi che si liberasse da quella piaga. Anzi, fecero qualcosa in più, escogitando una entità spirituale onomatopeica – san Formicone – che costituisse una sorta di interlocutore privilegiato per quella emergenza. Non importa constatare che san Formicone non venga ricordato dalla agiografia ufficiale della chiesa (che tuttavia contiene molti santi sulla cui storicità si potrebbe discutere a lungo). Ci basta osservare il processo, perché è questo che conta. La funzione crea l’organo come la disperazione crea la speranza. Il politeismo aveva quantomeno questo pregio, di non ingannare mai chiamando “cose” quelli che dovevano per forza essere dei “processi”.

Il significato che si attribuisce – legittimamente, ci mancherebbe – al mondo, è come un film che si proietta sulla superficie bianca di uno schermo. Questa è una ricchezza, non una povertà. Noi non vediamo il mondo come lo schermo bianco e inerte, perché possediamo questa straordinaria capacità. Certo non vediamo il fascio luminoso che si apre dalla nostra mente sul panorama, è questo è un limite. Perché così non si possiedono le cose nelle quali si crede, e se ne è piuttosto posseduti. Continuiamo a immaginare Dio che muove foglie, senza accorgerci del decespugliatore che invece teniamo acceso in mano.

Ovviamente il processo che ho cercato fin qui di descrivere, comporta l’avvicinarsi a questioni metafisiche troppo importanti, che non ho affrontato. E non affronterò. Perché la scoperta delle dinamiche proiettive non esclude, ma non risponde neanche, alla domanda su cosa sia davvero la realtà, né su cosa si celi dietro il lenzuolo dello schermo. E le domande restano tali. Voglio raccontare però un aneddoto che ho trovato, per dir così, liberante.

Carl Gustav Jung un giorno lesse sul giornale di un soldato nigeriano che sosteneva gli alberi gli parlassero. Un matto. A partire dall’aneddoto prese carta e penna e scrisse del cosiddetto “ritiro della proiezione”, che avviene secondo lui in cinque fasi. Cinque passaggi attraverso cui il soldato, se curato, avrebbe potuto far rientrare in sé l’origine della convinzione. Ma nell’ultima riga, dopo avere descritto il quinto e ultimo punto, Jung conclude:

“E poi, forse, gli alberi parlano.”

Forse sì. Con tutte quelle foglie…

LIBERI TUTTI!

Liberi Tutti

(Elogio della infedeltà)

Vogliamo raccontare un aneddoto interessante, tratto da un telefilm. Dopo una epidemia che ha decimato l’intero genere umano, un sopravvissuto pensa di essere rimasto solo sulla faccia della terra. Tuttavia dopo avere girato per mesi e mesi incontra una donna, bruttina e petulante, che dovrebbe di conseguenza essere l’ultima del suo genere. All’inizio il rapporto è talmente irritante che neppure l’ovvietà di essere soli al mondo consente ai due non solo di volersi bene, ma addirittura di tollerarsi a vicenda. Poi, un po’ per l’insistenza di lei, un po’ per necessità, e un po’ per l’ostentato proposito di far rifiorire la vita sulla terra, obtorto collo lui accetta di vivere quella relazione. E siccome lei, neppure di fronte alla straordinarietà della circostanza, vuole derogare ad alcuni “principi elementari di civiltà”, accetta persino di sposarla. Ma proprio quando il matrimonio è stato celebrato spunta una “seconda Eva” che, differentemente dalla prima, incarna tutto ciò che lui ha sempre cercato nel mondo femminile. Ma oramai il dado è tratto, perché dalla creazione del triangolo in poi, si apre la lunga sequela di gag ed equivoci della serie televisiva.

Tutta da ridere, almeno nelle intenzioni degli autori. E forse da riflettere. Perché il protagonista si sente “vincolato” alla prima donna? O forse dovrei dire: perché gli autori della serie attingono a piene mani da un immaginario dove il legame coniugale ha un valore giuridico vincolante a prescindere dalle condizioni, a dir poco eccezionali, in cui è stato contratto?

Chi ha avuto modo di incrociare le riflessioni dello scrivente, saprà quanto gli immaginari collettivi siano, per lui, una vera e propria priorità, quasi una ossessione. Paradigmi la cui solidità antecede di molto qualsiasi evoluzione o dialettica, persino in un prodotto di dubbio valore artistico.

Ci domandiamo perché sia così importante evocare la parola “fedeltà” non solo come un valore indefettibile, ma persino come un beneficio costantemente esigibile. E perché il “tradimento” è associato esclusivamente a un valore negativo. Semiologi di comprovata serietà hanno documentato come la parola contiene nella radice semantica il latino “tradere”, ovvero portare, così come la tradizione o la traduzione.

Proviamo allora a giocare con le parole. Una persona contrae un legame (con un’altra persona, una squadra di calcio, una religione, una ideologia politica) che, nel momento in cui lo accetta, pensa debba durare. Ma la vita non consente staticità. Ci si evolve, si cambiano convinzioni, specie se si scopre quanto fossero parziali e limitate quelle precedenti. Eppure esiste un sistema di convenzioni sociali, per cui se si è sempre fatta una cosa, si deve continuare a farla. Persino i supermercati, le compagnie telefoniche e quelle petrolifere tendono a stabilire linee di continuità – non a caso il fenomeno si chiama “fidelizzazione” – per cui una volta che si è clienti di quel determinato distributore ci si fa scrupoli a passare a un altro. Ci sembra di tradire qualcosa o qualcuno. Siamo stati educati sin dai primi momenti di vita a pensare che dobbiamo sempre qualcosa a qualcun altro. Molto meno a riconoscere quanto si debba, piuttosto, a se stessi. Ma forse non dovrebbe essere così. Quando cambiamo banca o fruttivendolo lo si può fare per una unica e semplicissima ragione, ovvero il luogo verso cui andiamo ci sembra più conveniente rispetto a quello da cui si proviene. Questo semplice dato, prima di essere una regola del marketing, è un principio di salubrità psichica. Se intorno a noi esiste tanta nevrosi e altrettanta depressione è il frutto della progressiva erosione del principio di convenienza. Ed è vero che esiste tanto egoismo, tuttavia si tratta di un egoismo inconscio, nella sua forma più grezza e meno consapevole, nato come contrappeso di una generosità mai realmente elaborata. Insomma, non è affatto scontato agire nell’ordine del proprio tornaconto, mentre è molto comune vivere giostrandosi su traiettorie debitorie e creditorie verso “altri”.

Nella preghiera del Giovane Esploratore (scout) c’è una frase che sintetizza molto bene il concetto:

Insegnami (…) a comportarmi lealmente quando tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi.

Giova ricordare che si tratta di una preghiera e che dovrebbe riguardare una realtà, un tempo almeno, pedagogicamente rilevante. A nessuno è dato vivere con lo sguardo dell’intero mondo rivolto su di sé. Ma se fosse possibile, l’azione diventerebbe per questo più morale? Non ci è dato sapere se Dio intende esaudire il contenuto della preghiera, ma sicuramente il supplicante, convinto della bontà della richiesta, potrebbe vivere “come se” quello sguardo esistesse: sarebbe allora più etico?

Ovviamente non lo sappiamo, ma di sicuro agire monitorati dallo sguardo del mondo rende il soggetto più ricattabile.  È quello che accade nella suddetta serie televisiva, dove “tutto il mondo” giudicante è ridotto ai minimi termini. Eppure il suo monito viene recepito in modo altrettanto vincolante e coriaceo, nemmeno dalla considerazione della parzialità delle condizioni in cui era stato carpito.

Perché pensiamo di “dovere” così tanto agli altri? Crescere è un compito assai improbo, noi crediamo, proprio per questa ragione. Si diventa grandi sotto il fuoco incrociato di cecchini e franchi tiratori, pronti a stabilire cosa – secondo loro, o secondo il mondo, la parrocchia, Dio o Dio sa cos’altro – si dovrebbe essere. E così, a partire da un’età in cui si è intrinsecamente ricattabili, si finisce per subire una serie di aggressioni che l’ambiente, pronto ad autoalimentarsi “Lo faccio solo per il tuo bene…”, continua a somministrare.

Non è difficile immaginare la vita di qualcuno che continua a tentare di adeguarsi alle aspettative in lui riposte. E il tasso di rassegnazione, è/sarebbe inversamente proporzionale alla coercizione e ricattabilità dei primi anni di vita. La possibilità (e non necessariamente i suoi agiti) di “tradire” i valori nella cui continuità è stato educato, sarebbe sicuramente il primo, insperato, segno di vitalità psichica.

Poniamo un uomo cresciuto in una famiglia borghese, tradizionalista e cattolica, la cui vita senza troppi scossoni ha seguito il letto del torrente segnato dal suo ambiente familiare. Insomma il nostro uomo è cattolico, più per non essersi imbattuto in motivi di apostasia che per reale convinzione. La madre, molto più invasiva, miope e radicata però i quegli stessi valori, sul letto di morte gli domanda di esaudire un ultimo desiderio: consacrarsi e diventare presbitero, come già lo zio e il prozio vescovo prima di lui. Il giovane accetta e la madre muore con il sorriso sulle labbra.

Molti anni dopo, concluso il seminario e ricevuto l’ordine, il nostro uomo potrebbe cominciare a misurare i passi con cui era giunto fin lì, e prendere una tardiva coscienza del sopruso subito. Per divincolarsi dal giogo dovrebbe tuttavia confrontarsi con lo sguardo di centinaia di persone, che si sono confessate da lui e che hanno seguito le sue omelie dal pulpito, con lo sguardo dei parenti, alcuni “amici” (il virgolettato è d’obbligo), con gli altri sacerdoti e i superiori della gerarchia ecclesiale (che non hanno indagato a sufficienza sulla autenticità delle sue intenzioni e sono magari invece ora propensi a scandalizzarsi) e, peggio ancora, con lo sguardo, oramai introiettato di una madre che, morendo, si è sottratta a qualsiasi confronto successivo. Per quell’uomo la possibilità del tradimento, di contravvenire a una molteplicità di sguardi riversi su di lui, di venire meno a una aspettativa diffusa nei suoi confronti, sarebbe quanto più di auspicabile potrebbe volere per lui chi gli volesse autenticamente bene.

Mentre il mondo potrebbe rimanere indignato, con la bocca spalancata, a osservarlo nell’atto di levarsi l’abito talare, egli non dovrebbe domandare perdono a quanti così deluderebbe, ma – ecco uno di quei paradossi che tanto piacciono allo scrivente – a se stesso, per avere esagerato il dovere contratto con gli altri più di quanto non sapesse di dovere a sé.

Non dovrebbe vergognarsi, oppure dovrebbe vergognarsi di provare vergogna per un motivo così distante dalla propria umanità.

Cos’è infatti la vergogna?

Darwin ritiene che “il rossore” che imporpora le guance di un essere umano, sia una delle prerogative che maggiormente lo separano dal regno animale; ovverosia nella prospettiva del naturalista britannico, la vergogna è uno dei vertici della evoluzione.

Nella Genesi ci è consegnato uno degli esempi più antichi della vergogna:

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gn. 3,7).*

* ci piace, solo a livello di provocazione, sottolineare come mentre per due secoli i creazionisti e gli evoluzionisti abbiano passato gran parte del loro tempo a darsele di santa ragione, il tema della vergogna riesca a metterli sorprendentemente d’accordo.

Essa è il contrappasso per aver rotto la prima delle alleanze che il signore aveva proposto. Tuttavia in una prospettiva “cronologica” la vergogna è anche il primo (chiediamo scusa per il pasticcio di parole) “frutto” dell’avere mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Di più ancora: Dio proibisce di consumare quel frutto, e punirà l’uomo e la donna per averlo disatteso, ma – si noti bene – non attraverso il mancato godimento di ciò che l’assunzione del frutto avrebbe comportato. Adamo ed Eva, infatti “aprono gli occhi”  in quell’istante. Insomma il frutto… frutta, e continua a maturare dentro le viscere del traditore. Il primo sintomo è proprio la vergogna. L’uomo non si vergogna per la natura fraudolenta del gesto, ma per il fatto di scoprirsi nudo. Era nudo anche prima, ma solo adesso ne prende coscienza. Egli per la prima volta si vede, e si vede attraverso lo sguardo dell’Altro- cui si cela con le foglie di un fico -, e nel pudore vede anche l’Altro, che sia Dio oppure no, ne percepisce la presenza, e lo sguardo indagatore e giudicante. Meglio ribadirlo: Adamo non si vergogna inizialmente del “tradimento”, ma della nudità/inermità con cui aveva accettato il vincolo. Il tradimento ha portato immediatamente a un incremento decisivo della propria autocoscienza, perché fino a quel momento non si era mai percepito come “Altro” rispetto all'”Altro” che gli aveva imposto un ordine. Per la prima volta vede se stesso e proprio per questo comincia a misurarsi con l’altrui sguardo. La stessa libertà nasce, non ontologicamente ma cronologicamente, con l’atto di insubordinazione: il tradimento “fa” la libertà.

Da questo momento, che sancisce la fine dell’unitarietà di Adamo con Dio, nascono il tempo, la vita, la coscienza e la fede stessa dell’uomo resa possibile esclusivamente dalla distanza che si è imposta, per sempre, tra la creatura e il Creatore.

Il peccato rompe una situazione di identificazione ingenua con il Tutto, ed è nella frattura- non nella saldatura – che la libertà comincia ad avere un senso.

Gli psichiatri ci dicono che la psicosi si verifica quasi sempre quando il paziente non riesce a differenziarsi dal corpo – dapprima fisico, poi evocato simbolicamente – della madre. Senza percepire la possibilità di spaccare il nesso sancito nel sangue del cordone ombelicale, l’uomo postmoderno prende a fluttuare inerte, soggetto solo alla gravità, come un satellite dimenticato intorno alla superficie liscia della madre terra.

Non è riuscito a tradire.

Dice sulla vergogna il grande filosofo Emanuel Levinas:

La vergogna non dipende, come si è portati a credere, dalla limitatezza del nostro essere in quanto suscettibile di peccato, ma dallo stesso essere, dalla sua incapacità di rompere con se stesso. La vergogna si fonda sulla solidarietà del nostro essere, che ci obbliga a rivendicare la responsabilità di noi stessi.

La vergogna quindi si fonda sulla anteposizione della coerenza rispetto alla capacità di “rompere” un quadro preesistente. Il “non traditore” ha un unico volto, che crede essere il proprio, ma è costantemente l’effetto di una molteplicità di adattamenti delle proprie istanze a quelle dell’ambiente circostante. Perciò egli finisce per identificarsi con la maschera dei comportamenti sociali, cui ha imparato suo malgrado ad assoggettarsi. Soffre di una paresi dell’azione, ha subito un ictus della propria anima, perché progressivamente la maschera ha finito per fondersi col derma del volto, e non potendo più toglierla non riconosce come propria la carne sottostante. Nella “inconcepibilità del tradimento”, diversamente da Adamo, perde per strada anche quella della fedeltà, che a questo punto diventa soltanto la ripetizione di un automatismo. Nulla più.

Assomiglia alla frustrazione del fratello del “Figliol Prodigo”, che della parabola è l’unico vero perdente:

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Abbiamo riportato un lungo stralcio perché ne emergono alcuni dettagli terribili. Il fratello maggiore vive qui l’unico frangente in cui possa dirsi al centro delle economie familiari. Per la prima volta egli si occupa di sé, e suo padre sembra accorgersi di lui. Per il resto è condannato al rango di subalterno, e proprio la sua subalternità cagiona la rabbia. Chissà quante volte, tornando dal duro lavoro dei campi, avrà mormorato contro il fratellino, forse non arrivando ad augurargli il male – il non traditore teme persino gli si possa contestare di essere meschino -, ma risolvendosi che avendo sperperato tutto in prostitute, ora giacerà prostrato nella polvere, come in fondo si è meritato. Certo lui non ha goduto come “quello là” – non ne ripeté più il nome -, ma almeno ha evitato al padre i grattacapi e i dolori che gli indovina quando lo vede scrutare i campi, e ogni tanto scendergli una lacrima. Non ama realmente il genitore, gli manca lo spazio per l’elaborazione di un sentimento così complesso, tuttavia quantomeno non è a causa sua che lo vede mese dopo mese sempre più piegato dalla fatica e dalla preoccupazione.

Ma gli avvenimenti di quella sera sono un rovesciamento e antropologico concettuale che non è attrezzato per sopportare. Non lo è ontologicamente, perché la fedeltà ingenua al mandato non gli consente di intravedere uno spazio ulteriore, in questo caso l’oltre-misura dell’amore di suo padre. Anche il padre non può fare nulla per aiutare o premiare il figlio fedele:

“Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo.”

Tuttavia quel che è suo è anche del figlio che non è sempre stato lì. Anzi, lo è persino di più. La preferenza del padre non va al fedele, non segue l’ordine naturale della primogenitura e della morale, ma va a quello che ha rotto il giocattolo.

Nel rapporto col figlio maggiore non si è creata la frattura circolare vista in Adamo/Dio nonché in Adamo/Adamo. E nella ottusità del monolite non si è spalancato l’orizzonte di (auto)coscienza: poiché si ha coscienza solo di ciò che si può tradire. Il padre potrebbe avere fatto festa tutte le notti per lui, e potrebbe avere ucciso ogni sera un vitello – un vitello che non riconosce né come suo, né come non suo – ma egli non se ne sarebbe accorto. Il padre non gli ha mai donato un vitello perché per farlo avrebbe dovuto registrare una distanza che non c’è mai stata. Tuttavia anche per il fratello maggiore i giochi non sono definitivamente chiusi, perché il tradimento del minore ha aperto comunque orizzonti nuovi, dei quali forse saprà approfittare. Non è la vergogna che separa il figlio fedele e il padre, ma la rabbia, che è tuttavia una emozione collegata alla vergogna. Se l’ingiustizia che ritiene di avere, a ragione, subito gli facesse spaccare qualcosa, o dire qualcosa di terribile, potrebbe in seguito pentirsi. E vergognarsi. Intanto quella sera i due sembrano incontrarsi, vedersi davvero, per la prima volta.

C’è nel vocabolario della lingua italiana un termine, “doppiezza”, normalmente usato per indicare falsità e ipocrisia. Tuttavia la parola ha anche un significato positivo, normalmente dimenticato dagli studiosi del linguaggio: occorre una doppiezza per stabilire la distanza tra identità e ambiente. Occorre una diversificazione interiore, difesa dallo sguardo altrui (celata sotto le foglie di fico), che consenta alla persona di non essere definita dal contesto dove si trova a vivere, perché la misura dello iato costituisce la possibilità della coscienza, e in questa la libertà medesima, che è il contrassegno della similitudine tra il Creatore e la Creatura. Noi siamo liberi perché siamo valigie a doppio fondo. Senza la doppiezza siamo tuttalpiù software che eseguono un programma. Se Adamo non avesse mangiato il frutto non ci sarebbe stata la morte, ma neppure la vita.

Non saremmo troppo lontani dal vero dall’affermare che la Bibbia è una lunga sequenza di tradimenti. Forse una propedeutica. Dio saccheggia metodologicamente il tradimento per portare a compimento il suo progetto di salvezza. Da Adamo a Giuda, da Caino a Davide, passando per Giacobbe e l’inganno perpetrato con l’aiuto della madre (un’altra traditrice) ai danni di Esaù e Isacco. Persino Dio non può chiamarsi fuori, perché chissà se Abramo non si è sentito tradito nella forzatura di quella prova di fedeltà, per non dire del mite Giobbe che ha dovuto subire un trattamento terrificante a causa di una disputa tra Dio e il diavolo.

Il tradimento coniugale, ad esempio, visto come il più nefando dei crimini – il matrimonio, in cui due diventano “una sola carne”, riproduce lo schema indifferenziato, visto in Adamo prima che cogliesse il frutto – viene ridimensionato molto da Cristo medesimo:

Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. (Mt. 5,28)

In quel “già”, che contiene una precisa indicazione sul non coltivare immagini velleitarie di fedeltà, e un invito implicito a passare oltre, a vedere oltre ciò che appare come inevitabile.

È altresì vero che nel passaggio immediatamente successivo Gesù invita a separarsi dall’occhio e la mano che sono state motivo di scandalo, tuttavia non crediamo intenda meramente una amputazione degli agenti di scandalo, che potrebbe valere per la mano, ma non per l’occhio. Complicato immaginare Colui che perdona l’adultera auspicare l’asportazione dell’occhio dell’uomo che si sorprende a concupire l’avvenente sconosciuta incrociata per strada, come forse nemmeno il più rigido dei Farisei farebbe. Il Nazareno stesso è “scandalo per i Giudei”, e trae da quella scandalosità l’irruenza della propria Rivelazione. Piuttosto l’occhio può essere motivo di scandalo essendo esageratamente propenso a farsi scandalizzare. Ne abbiamo scritto ne “Un elefante in cucina”, dove abbiamo cercato di descrivere una misura oggettiva e una soggettiva nel tema dello scandalo. Gesù non mette in guardia solo chi compie qualcosa di scandaloso, ma anche – forse soprattutto – chi si lascia infettare con troppa facilità dal morbo della supponenza di come gli altri dovrebbero agire o vivere.

In un legame esiste la ragionevole aspettativa che coloro che ci stanno intorno soddisfino una certa serie di obblighi di continuità, che in più delle volte si sovrappongono, o sostituiscono la natura del legame medesimo. Tuttavia ci siamo altresì abituati a giurisprudenzializzare questa aspettativa, a percepire queste linee di continuità tra identità e ruolo – padre, figlio, marito o moglie, amico o amica – come debito, un obbligo e una prescrizione che l’Altro, o noi stessi, è costretto a soddisfare.

Ma non è questa la natura più autentica di qualsiasi relazione, che invece è la libertà. Un rapporto dura fino a un istante prima che uno dei contraenti stabilisce unilateralmente che non sia giunto al termine.

Nella parola “legame” c’è una dimensione d’ombra, coincidente con la fenomenologia che, chi lo contrae rimane in qualche misura “legato.” Ma a essere legate sono le persone sequestrate, non quelle che scelgono la direzione da imprimere al proprio destino.

Ci permettiamo di infilare le citazioni tratte da due nostri racconti:

“(…) Oppure sì, ‘ti prometto che non succederà mai che…’. Potrei sì, a condizione di sapere- io e te- che vi sono promesse nella vita che non possono essere mantenute. O meglio: non possono essere mantenute soltanto a cagione del fatto di essere state formulate. Giacché se fosse per questo diverrebbero un debito. E i debiti sono il contrario dell’amore. Amare è non dover mai dire ‘ti devo’, poiché ciò che si deve non lo si può mai scegliere. E ciò che si deve restituire non lo si può certo donare.” (Io, Maggie e la Luna)

E ancora:

“Se l’Amore è Dio, forse è anche eterno, e l’indissolubilità coniugale potrebbe essere una conseguenza di questa verità…”, don Patrizio dopo il lungo silenzio aveva scelto una tempistica perfetta per tentare di sigillare la discussione in un modo congeniale al ruolo che pur sempre rivestiva, “Non credi Piero?”

L’amico lo guardò con una irruenza da metterlo in imbarazzo.

“Stai scherzando vero? Certo che in ogni amore, se autentico, c’è qualcosa che resiste al tempo. Ma non nel modo vagamente ricattatorio come quello che sembrano intendere i tuoi superiori. È una eternità mai esigibile, la cui principale caratteristica è che lascia le persone libere di fare ciò che vogliono: per quanto questo possa essere doloroso, o per quante convinzioni possa infrangere. Una pianta perenne verde che avvizzisce nell’istante stesso in cui qualcuno pensa di avere diritto alla frescura della sua ombra. Una eternità gracile come la brina, pronta a dissolversi al primo raggio del possesso. Un infinito che finisce non perché uno dei contraenti rompe il patto, ma perché l’altro esige che venga rispettato.” (Corso per fidanzati)

La libertà, e non il prerequisito di una fedeltà ottusa, guadagnata alla sottoscrizione di un documento, è la condizione perché un rapporto – ripetiamo, qualsiasi rapporto – possa essere considerato autentico. In una relazione vera ognuno dei contraenti fa ciò che vuole, e fino a quando lo vuole. Il resto sono costruzioni aprioristiche che poco hanno a che fare con la verità. Che merito avrebbe un uomo che fosse fedele alla sua compagna semplicemente per non avere mai concepito la possibilità di una alternativa? E quello che non avesse mai desiderato una donna diversa dalla propria, non sarebbe piuttosto malato di una grave forma di autismo?

Non l’obbligo, ma il dono è l’unico territorio su cui l’Altro dovrebbe essere incontrato. E sul dono non si può ammantare diritto alcuno. Ma unicamente questo apre alla possibilità della “sorpresa”: l’altro potrebbe andarsene, ma se vuole, e SOLO SE lo vuole, rimane:

”Se tu volerai mi perderai…”

”Se io sapessi di non poter volare saresti tu ad avermi perso comunque. Si ama solo ciò che non si trattiene.”

”Ma come possono una margherita e una farfalla stare per sempre insieme?”

”Forse non possono, o forse sì ma non scegliendo una volta per tutte. Tu ogni mattina aprirai i tuoi petali, e quando mi vedrai saprai che ho scelto ancora quel giorno e quella notte di essere qui.”

“Correndo il rischio di soffrire ogni giorno?”

”Se ciò vale quel rischio, sì.” (Io, Maggie e la Luna)

Sappiamo di offrire una visione alquanto paradossale, molto diversa da percezioni universalmente diffuse. Tuttavia nello stereotipo delle relazioni che si esauriscono quando i contraenti “si danno per scontati”, c’è un germe di verità. Perché se ogni cosa viene assunta sotto il regime dell’obbligo, e della espletazione di compiti costantemente rivendicabili dal beneficiario, allora ogni relazione si trasformerà nella eutanasia di se stessa. Diverso è l’approccio stabilito nella libertà. Ogni persona ha diritto a ché l’Altro con cui è in relazione faccia una scelta, ma non ha diritto alcuno di essere il contenuto di quella scelta.

”Chi ama non deve niente! Gli schiavi ‘devono’, gli amanti no.” La voce di Io si era fatta improvvisamente perentoria. Fece una pausa. “Solo chi ha paura pretende di riscuotere un debito, giacché pensa di avere acquisito nell’altro un credito o una proprietà da difendere. Non chi ama o si sa amato. In amore non vi è nessuna garanzia.” (Io, Maggie e la Luna)

Ogni essere umano può diventare scarto, accessorio e inessenziale alla causa della altrui felicità. Ciò dà quasi sempre luogo a vissuti abbandonici, tanto più frequenti in una umanità poco evoluta come quella di questo momento storico, più propensa a foraggiare vissuti narcisistici, a collocarsi al centro dell’Universo e chiedere ai circostanti una oblazione, recepita come un dovere. Il sedicente Prometeo del XXI secolo non concepisce la possibilità di essere abbandonato, e non di rado (purtroppo) si scopre incline alla violenza quando ritene non gli venga dato quanto ritiene pattuito. Ma nessun legame ha più valore della quantità di libertà necessaria per romperlo. E solo questo, esclusivamente questo, apre al sorprendente dono della dedizione e della fedeltà.

Liberi tutti.

Liberi Tutti

(Elogio della infedeltà)

Vogliamo raccontare un aneddoto interessante, tratto da un telefilm. Dopo una epidemia che ha decimato l’intero genere umano, un sopravvissuto pensa di essere rimasto solo sulla faccia della terra. Tuttavia dopo avere girato per mesi e mesi incontra una donna, bruttina e petulante, che dovrebbe di conseguenza essere l’ultima del suo genere. All’inizio il rapporto è talmente irritante che neppure l’ovvietà di essere soli al mondo consente ai due non solo di volersi bene, ma addirittura di tollerarsi a vicenda. Poi, un po’ per l’insistenza di lei, un po’ per necessità, e un po’ per l’ostentato proposito di far rifiorire la vita sulla terra, obtorto collo lui accetta di vivere quella relazione. E siccome lei, neppure di fronte alla straordinarietà della circostanza, vuole derogare ad alcuni “principi elementari di civiltà”, accetta persino di sposarla. Ma proprio quando il matrimonio è stato celebrato spunta una “seconda Eva” che, differentemente dalla prima, incarna tutto ciò che lui ha sempre cercato nel mondo femminile. Ma oramai il dado è tratto, perché dalla creazione del triangolo in poi, si apre la lunga sequela di gag ed equivoci della serie televisiva.

Tutta da ridere, almeno nelle intenzioni degli autori. E forse da riflettere. Perché il protagonista si sente “vincolato” alla prima donna? O forse dovrei dire: perché gli autori della serie attingono a piene mani da un immaginario dove il legame coniugale ha un valore giuridico vincolante a prescindere dalle condizioni, a dir poco eccezionali, in cui è stato contratto?

Chi ha avuto modo di incrociare le riflessioni dello scrivente, saprà quanto gli immaginari collettivi siano, per lui, una vera e propria priorità, quasi una ossessione. Paradigmi la cui solidità antecede di molto qualsiasi evoluzione o dialettica, persino in un prodotto di dubbio valore artistico.

Ci domandiamo perché sia così importante evocare la parola “fedeltà” non solo come un valore indefettibile, ma persino come un beneficio costantemente esigibile. E perché il “tradimento” è associato esclusivamente a un valore negativo. Semiologi di comprovata serietà hanno documentato come la parola contiene nella radice semantica il latino “tradere”, ovvero portare, così come la tradizione o la traduzione.

Proviamo allora a giocare con le parole. Una persona contrae un legame (con un’altra persona, una squadra di calcio, una religione, una ideologia politica) che, nel momento in cui lo accetta, pensa debba durare. Ma la vita non consente staticità. Ci si evolve, si cambiano convinzioni, specie se si scopre quanto fossero parziali e limitate quelle precedenti. Eppure esiste un sistema di convenzioni sociali, per cui se si è sempre fatta una cosa, si deve continuare a farla. Persino i supermercati, le compagnie telefoniche e quelle petrolifere tendono a stabilire linee di continuità – non a caso il fenomeno si chiama “fidelizzazione” – per cui una volta che si è clienti di quel determinato distributore ci si fa scrupoli a passare a un altro. Ci sembra di tradire qualcosa o qualcuno. Siamo stati educati sin dai primi momenti di vita a pensare che dobbiamo sempre qualcosa a qualcun altro. Molto meno a riconoscere quanto si debba, piuttosto, a se stessi. Ma forse non dovrebbe essere così. Quando cambiamo banca o fruttivendolo lo si può fare per una unica e semplicissima ragione, ovvero il luogo verso cui andiamo ci sembra più conveniente rispetto a quello da cui si proviene. Questo semplice dato, prima di essere una regola del marketing, è un principio di salubrità psichica. Se intorno a noi esiste tanta nevrosi e altrettanta depressione è il frutto della progressiva erosione del principio di convenienza. Ed è vero che esiste tanto egoismo, tuttavia si tratta di un egoismo inconscio, nella sua forma più grezza e meno consapevole, nato come contrappeso di una generosità mai realmente elaborata. Insomma, non è affatto scontato agire nell’ordine del proprio tornaconto, mentre è molto comune vivere giostrandosi su traiettorie debitorie e creditorie verso “altri”.

Nella preghiera del Giovane Esploratore (scout) c’è una frase che sintetizza molto bene il concetto:

Insegnami (…) a comportarmi lealmente quando tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi.

Giova ricordare che si tratta di una preghiera e che dovrebbe riguardare una realtà, un tempo almeno, pedagogicamente rilevante. A nessuno è dato vivere con lo sguardo dell’intero mondo rivolto su di sé. Ma se fosse possibile, l’azione diventerebbe per questo più morale? Non ci è dato sapere se Dio intende esaudire il contenuto della preghiera, ma sicuramente il supplicante, convinto della bontà della richiesta, potrebbe vivere “come se” quello sguardo esistesse: sarebbe allora più etico?

Ovviamente non lo sappiamo, ma di sicuro agire monitorati dallo sguardo del mondo rende il soggetto più ricattabile.  È quello che accade nella suddetta serie televisiva, dove “tutto il mondo” giudicante è ridotto ai minimi termini. Eppure il suo monito viene recepito in modo altrettanto vincolante e coriaceo, nemmeno dalla considerazione della parzialità delle condizioni in cui era stato carpito.

Perché pensiamo di “dovere” così tanto agli altri? Crescere è un compito assai improbo, noi crediamo, proprio per questa ragione. Si diventa grandi sotto il fuoco incrociato di cecchini e franchi tiratori, pronti a stabilire cosa – secondo loro, o secondo il mondo, la parrocchia, Dio o Dio sa cos’altro – si dovrebbe essere. E così, a partire da un’età in cui si è intrinsecamente ricattabili, si finisce per subire una serie di aggressioni che l’ambiente, pronto ad autoalimentarsi “Lo faccio solo per il tuo bene…”, continua a somministrare.

Non è difficile immaginare la vita di qualcuno che continua a tentare di adeguarsi alle aspettative in lui riposte. E il tasso di rassegnazione, è/sarebbe inversamente proporzionale alla coercizione e ricattabilità dei primi anni di vita. La possibilità (e non necessariamente i suoi agiti) di “tradire” i valori nella cui continuità è stato educato, sarebbe sicuramente il primo, insperato, segno di vitalità psichica.

Poniamo un uomo cresciuto in una famiglia borghese, tradizionalista e cattolica, la cui vita senza troppi scossoni ha seguito il letto del torrente segnato dal suo ambiente familiare. Insomma il nostro uomo è cattolico, più per non essersi imbattuto in motivi di apostasia che per reale convinzione. La madre, molto più invasiva, miope e radicata però i quegli stessi valori, sul letto di morte gli domanda di esaudire un ultimo desiderio: consacrarsi e diventare presbitero, come già lo zio e il prozio vescovo prima di lui. Il giovane accetta e la madre muore con il sorriso sulle labbra.

Molti anni dopo, concluso il seminario e ricevuto l’ordine, il nostro uomo potrebbe cominciare a misurare i passi con cui era giunto fin lì, e prendere una tardiva coscienza del sopruso subito. Per divincolarsi dal giogo dovrebbe tuttavia confrontarsi con lo sguardo di centinaia di persone, che si sono confessate da lui e che hanno seguito le sue omelie dal pulpito, con lo sguardo dei parenti, alcuni “amici” (il virgolettato è d’obbligo), con gli altri sacerdoti e i superiori della gerarchia ecclesiale (che non hanno indagato a sufficienza sulla autenticità delle sue intenzioni e sono magari invece ora propensi a scandalizzarsi) e, peggio ancora, con lo sguardo, oramai introiettato di una madre che, morendo, si è sottratta a qualsiasi confronto successivo. Per quell’uomo la possibilità del tradimento, di contravvenire a una molteplicità di sguardi riversi su di lui, di venire meno a una aspettativa diffusa nei suoi confronti, sarebbe quanto più di auspicabile potrebbe volere per lui chi gli volesse autenticamente bene.

Mentre il mondo potrebbe rimanere indignato, con la bocca spalancata, a osservarlo nell’atto di levarsi l’abito talare, egli non dovrebbe domandare perdono a quanti così deluderebbe, ma – ecco uno di quei paradossi che tanto piacciono allo scrivente – a se stesso, per avere esagerato il dovere contratto con gli altri più di quanto non sapesse di dovere a sé.

Non dovrebbe vergognarsi, oppure dovrebbe vergognarsi di provare vergogna per un motivo così distante dalla propria umanità.

Cos’è infatti la vergogna?

Darwin ritiene che “il rossore” che imporpora le guance di un essere umano, sia una delle prerogative che maggiormente lo separano dal regno animale; ovverosia nella prospettiva del naturalista britannico, la vergogna è uno dei vertici della evoluzione.

Nella Genesi ci è consegnato uno degli esempi più antichi della vergogna:

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gn. 3,7).*

* ci piace, solo a livello di provocazione, sottolineare come mentre per due secoli i creazionisti e gli evoluzionisti abbiano passato gran parte del loro tempo a darsele di santa ragione, il tema della vergogna riesca a metterli sorprendentemente d’accordo.

Essa è il contrappasso per aver rotto la prima delle alleanze che il signore aveva proposto. Tuttavia in una prospettiva “cronologica” la vergogna è anche il primo (chiediamo scusa per il pasticcio di parole) “frutto” dell’avere mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Di più ancora: Dio proibisce di consumare quel frutto, e punirà l’uomo e la donna per averlo disatteso, ma – si noti bene – non attraverso il mancato godimento di ciò che l’assunzione del frutto avrebbe comportato. Adamo ed Eva, infatti “aprono gli occhi”  in quell’istante. Insomma il frutto… frutta, e continua a maturare dentro le viscere del traditore. Il primo sintomo è proprio la vergogna. L’uomo non si vergogna per la natura fraudolenta del gesto, ma per il fatto di scoprirsi nudo. Era nudo anche prima, ma solo adesso ne prende coscienza. Egli per la prima volta si vede, e si vede attraverso lo sguardo dell’Altro- cui si cela con le foglie di un fico -, e nel pudore vede anche l’Altro, che sia Dio oppure no, ne percepisce la presenza, e lo sguardo indagatore e giudicante. Meglio ribadirlo: Adamo non si vergogna inizialmente del “tradimento”, ma della nudità/inermità con cui aveva accettato il vincolo. Il tradimento ha portato immediatamente a un incremento decisivo della propria autocoscienza, perché fino a quel momento non si era mai percepito come “Altro” rispetto all'”Altro” che gli aveva imposto un ordine. Per la prima volta vede se stesso e proprio per questo comincia a misurarsi con l’altrui sguardo. La stessa libertà nasce, non ontologicamente ma cronologicamente, con l’atto di insubordinazione: il tradimento “fa” la libertà.

Da questo momento, che sancisce la fine dell’unitarietà di Adamo con Dio, nascono il tempo, la vita, la coscienza e la fede stessa dell’uomo resa possibile esclusivamente dalla distanza che si è imposta, per sempre, tra la creatura e il Creatore.

Il peccato rompe una situazione di identificazione ingenua con il Tutto, ed è nella frattura- non nella saldatura – che la libertà comincia ad avere un senso.

Gli psichiatri ci dicono che la psicosi si verifica quasi sempre quando il paziente non riesce a differenziarsi dal corpo – dapprima fisico, poi evocato simbolicamente – della madre. Senza percepire la possibilità di spaccare il nesso sancito nel sangue del cordone ombelicale, l’uomo postmoderno prende a fluttuare inerte, soggetto solo alla gravità, come un satellite dimenticato intorno alla superficie liscia della madre terra.

Non è riuscito a tradire.

Dice sulla vergogna il grande filosofo Emanuel Levinas:

La vergogna non dipende, come si è portati a credere, dalla limitatezza del nostro essere in quanto suscettibile di peccato, ma dallo stesso essere, dalla sua incapacità di rompere con se stesso. La vergogna si fonda sulla solidarietà del nostro essere, che ci obbliga a rivendicare la responsabilità di noi stessi.

La vergogna quindi si fonda sulla anteposizione della coerenza rispetto alla capacità di “rompere” un quadro preesistente. Il “non traditore” ha un unico volto, che crede essere il proprio, ma è costantemente l’effetto di una molteplicità di adattamenti delle proprie istanze a quelle dell’ambiente circostante. Perciò egli finisce per identificarsi con la maschera dei comportamenti sociali, cui ha imparato suo malgrado ad assoggettarsi. Soffre di una paresi dell’azione, ha subito un ictus della propria anima, perché progressivamente la maschera ha finito per fondersi col derma del volto, e non potendo più toglierla non riconosce come propria la carne sottostante. Nella “inconcepibilità del tradimento”, diversamente da Adamo, perde per strada anche quella della fedeltà, che a questo punto diventa soltanto la ripetizione di un automatismo. Nulla più.

Assomiglia alla frustrazione del fratello del “Figliol Prodigo”, che della parabola è l’unico vero perdente:

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Abbiamo riportato un lungo stralcio perché ne emergono alcuni dettagli terribili. Il fratello maggiore vive qui l’unico frangente in cui possa dirsi al centro delle economie familiari. Per la prima volta egli si occupa di sé, e suo padre sembra accorgersi di lui. Per il resto è condannato al rango di subalterno, e proprio la sua subalternità cagiona la rabbia. Chissà quante volte, tornando dal duro lavoro dei campi, avrà mormorato contro il fratellino, forse non arrivando ad augurargli il male – il non traditore teme persino gli si possa contestare di essere meschino -, ma risolvendosi che avendo sperperato tutto in prostitute, ora giacerà prostrato nella polvere, come in fondo si è meritato. Certo lui non ha goduto come “quello là” – non ne ripeté più il nome -, ma almeno ha evitato al padre i grattacapi e i dolori che gli indovina quando lo vede scrutare i campi, e ogni tanto scendergli una lacrima. Non ama realmente il genitore, gli manca lo spazio per l’elaborazione di un sentimento così complesso, tuttavia quantomeno non è a causa sua che lo vede mese dopo mese sempre più piegato dalla fatica e dalla preoccupazione.

Ma gli avvenimenti di quella sera sono un rovesciamento e antropologico concettuale che non è attrezzato per sopportare. Non lo è ontologicamente, perché la fedeltà ingenua al mandato non gli consente di intravedere uno spazio ulteriore, in questo caso l’oltre-misura dell’amore di suo padre. Anche il padre non può fare nulla per aiutare o premiare il figlio fedele:

“Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo.”

Tuttavia quel che è suo è anche del figlio che non è sempre stato lì. Anzi, lo è persino di più. La preferenza del padre non va al fedele, non segue l’ordine naturale della primogenitura e della morale, ma va a quello che ha rotto il giocattolo.

Nel rapporto col figlio maggiore non si è creata la frattura circolare vista in Adamo/Dio nonché in Adamo/Adamo. E nella ottusità del monolite non si è spalancato l’orizzonte di (auto)coscienza: poiché si ha coscienza solo di ciò che si può tradire. Il padre potrebbe avere fatto festa tutte le notti per lui, e potrebbe avere ucciso ogni sera un vitello – un vitello che non riconosce né come suo, né come non suo – ma egli non se ne sarebbe accorto. Il padre non gli ha mai donato un vitello perché per farlo avrebbe dovuto registrare una distanza che non c’è mai stata. Tuttavia anche per il fratello maggiore i giochi non sono definitivamente chiusi, perché il tradimento del minore ha aperto comunque orizzonti nuovi, dei quali forse saprà approfittare. Non è la vergogna che separa il figlio fedele e il padre, ma la rabbia, che è tuttavia una emozione collegata alla vergogna. Se l’ingiustizia che ritiene di avere, a ragione, subito gli facesse spaccare qualcosa, o dire qualcosa di terribile, potrebbe in seguito pentirsi. E vergognarsi. Intanto quella sera i due sembrano incontrarsi, vedersi davvero, per la prima volta.

C’è nel vocabolario della lingua italiana un termine, “doppiezza”, normalmente usato per indicare falsità e ipocrisia. Tuttavia la parola ha anche un significato positivo, normalmente dimenticato dagli studiosi del linguaggio: occorre una doppiezza per stabilire la distanza tra identità e ambiente. Occorre una diversificazione interiore, difesa dallo sguardo altrui (celata sotto le foglie di fico), che consenta alla persona di non essere definita dal contesto dove si trova a vivere, perché la misura dello iato costituisce la possibilità della coscienza, e in questa la libertà medesima, che è il contrassegno della similitudine tra il Creatore e la Creatura. Noi siamo liberi perché siamo valigie a doppio fondo. Senza la doppiezza siamo tuttalpiù software che eseguono un programma. Se Adamo non avesse mangiato il frutto non ci sarebbe stata la morte, ma neppure la vita.

Non saremmo troppo lontani dal vero dall’affermare che la Bibbia è una lunga sequenza di tradimenti. Forse una propedeutica. Dio saccheggia metodologicamente il tradimento per portare a compimento il suo progetto di salvezza. Da Adamo a Giuda, da Caino a Davide, passando per Giacobbe e l’inganno perpetrato con l’aiuto della madre (un’altra traditrice) ai danni di Esaù e Isacco. Persino Dio non può chiamarsi fuori, perché chissà se Abramo non si è sentito tradito nella forzatura di quella prova di fedeltà, per non dire del mite Giobbe che ha dovuto subire un trattamento terrificante a causa di una disputa tra Dio e il diavolo.

Il tradimento coniugale, ad esempio, visto come il più nefando dei crimini – il matrimonio, in cui due diventano “una sola carne”, riproduce lo schema indifferenziato, visto in Adamo prima che cogliesse il frutto – viene ridimensionato molto da Cristo medesimo:

Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. (Mt. 5,28)

In quel “già”, che contiene una precisa indicazione sul non coltivare immagini velleitarie di fedeltà, e un invito implicito a passare oltre, a vedere oltre ciò che appare come inevitabile.

È altresì vero che nel passaggio immediatamente successivo Gesù invita a separarsi dall’occhio e la mano che sono state motivo di scandalo, tuttavia non crediamo intenda meramente una amputazione degli agenti di scandalo, che potrebbe valere per la mano, ma non per l’occhio. Complicato immaginare Colui che perdona l’adultera auspicare l’asportazione dell’occhio dell’uomo che si sorprende a concupire l’avvenente sconosciuta incrociata per strada, come forse nemmeno il più rigido dei Farisei farebbe. Il Nazareno stesso è “scandalo per i Giudei”, e trae da quella scandalosità l’irruenza della propria Rivelazione. Piuttosto l’occhio può essere motivo di scandalo essendo esageratamente propenso a farsi scandalizzare. Ne abbiamo scritto ne “Un elefante in cucina”, dove abbiamo cercato di descrivere una misura oggettiva e una soggettiva nel tema dello scandalo. Gesù non mette in guardia solo chi compie qualcosa di scandaloso, ma anche – forse soprattutto – chi si lascia infettare con troppa facilità dal morbo della supponenza di come gli altri dovrebbero agire o vivere.

In un legame esiste la ragionevole aspettativa che coloro che ci stanno intorno soddisfino una certa serie di obblighi di continuità, che in più delle volte si sovrappongono, o sostituiscono la natura del legame medesimo. Tuttavia ci siamo altresì abituati a giurisprudenzializzare questa aspettativa, a percepire queste linee di continuità tra identità e ruolo – padre, figlio, marito o moglie, amico o amica – come debito, un obbligo e una prescrizione che l’Altro, o noi stessi, è costretto a soddisfare.

Ma non è questa la natura più autentica di qualsiasi relazione, che invece è la libertà. Un rapporto dura fino a un istante prima che uno dei contraenti stabilisce unilateralmente che non sia giunto al termine.

Nella parola “legame” c’è una dimensione d’ombra, coincidente con la fenomenologia che, chi lo contrae rimane in qualche misura “legato.” Ma a essere legate sono le persone sequestrate, non quelle che scelgono la direzione da imprimere al proprio destino.

Ci permettiamo di infilare le citazioni tratte da due nostri racconti:

“(…) Oppure sì, ‘ti prometto che non succederà mai che…’. Potrei sì, a condizione di sapere- io e te- che vi sono promesse nella vita che non possono essere mantenute. O meglio: non possono essere mantenute soltanto a cagione del fatto di essere state formulate. Giacché se fosse per questo diverrebbero un debito. E i debiti sono il contrario dell’amore. Amare è non dover mai dire ‘ti devo’, poiché ciò che si deve non lo si può mai scegliere. E ciò che si deve restituire non lo si può certo donare.” (Io, Maggie e la Luna)

E ancora:

“Se l’Amore è Dio, forse è anche eterno, e l’indissolubilità coniugale potrebbe essere una conseguenza di questa verità…”, don Patrizio dopo il lungo silenzio aveva scelto una tempistica perfetta per tentare di sigillare la discussione in un modo congeniale al ruolo che pur sempre rivestiva, “Non credi Piero?”

L’amico lo guardò con una irruenza da metterlo in imbarazzo.

“Stai scherzando vero? Certo che in ogni amore, se autentico, c’è qualcosa che resiste al tempo. Ma non nel modo vagamente ricattatorio come quello che sembrano intendere i tuoi superiori. È una eternità mai esigibile, la cui principale caratteristica è che lascia le persone libere di fare ciò che vogliono: per quanto questo possa essere doloroso, o per quante convinzioni possa infrangere. Una pianta perenne verde che avvizzisce nell’istante stesso in cui qualcuno pensa di avere diritto alla frescura della sua ombra. Una eternità gracile come la brina, pronta a dissolversi al primo raggio del possesso. Un infinito che finisce non perché uno dei contraenti rompe il patto, ma perché l’altro esige che venga rispettato.” (Corso per fidanzati)

La libertà, e non il prerequisito di una fedeltà ottusa, guadagnata alla sottoscrizione di un documento, è la condizione perché un rapporto – ripetiamo, qualsiasi rapporto – possa essere considerato autentico. In una relazione vera ognuno dei contraenti fa ciò che vuole, e fino a quando lo vuole. Il resto sono costruzioni aprioristiche che poco hanno a che fare con la verità. Che merito avrebbe un uomo che fosse fedele alla sua compagna semplicemente per non avere mai concepito la possibilità di una alternativa? E quello che non avesse mai desiderato una donna diversa dalla propria, non sarebbe piuttosto malato di una grave forma di autismo?

Non l’obbligo, ma il dono è l’unico territorio su cui l’Altro dovrebbe essere incontrato. E sul dono non si può ammantare diritto alcuno. Ma unicamente questo apre alla possibilità della “sorpresa”: l’altro potrebbe andarsene, ma se vuole, e SOLO SE lo vuole, rimane:

”Se tu volerai mi perderai…”

”Se io sapessi di non poter volare saresti tu ad avermi perso comunque. Si ama solo ciò che non si trattiene.”

”Ma come possono una margherita e una farfalla stare per sempre insieme?”

”Forse non possono, o forse sì ma non scegliendo una volta per tutte. Tu ogni mattina aprirai i tuoi petali, e quando mi vedrai saprai che ho scelto ancora quel giorno e quella notte di essere qui.”

“Correndo il rischio di soffrire ogni giorno?”

”Se ciò vale quel rischio, sì.” (Io, Maggie e la Luna)

Sappiamo di offrire una visione alquanto paradossale, molto diversa da percezioni universalmente diffuse. Tuttavia nello stereotipo delle relazioni che si esauriscono quando i contraenti “si danno per scontati”, c’è un germe di verità. Perché se ogni cosa viene assunta sotto il regime dell’obbligo, e della espletazione di compiti costantemente rivendicabili dal beneficiario, allora ogni relazione si trasformerà nella eutanasia di se stessa. Diverso è l’approccio stabilito nella libertà. Ogni persona ha diritto a ché l’Altro con cui è in relazione faccia una scelta, ma non ha diritto alcuno di essere il contenuto di quella scelta.

”Chi ama non deve niente! Gli schiavi ‘devono’, gli amanti no.” La voce di Io si era fatta improvvisamente perentoria. Fece una pausa. “Solo chi ha paura pretende di riscuotere un debito, giacché pensa di avere acquisito nell’altro un credito o una proprietà da difendere. Non chi ama o si sa amato. In amore non vi è nessuna garanzia.” (Io, Maggie e la Luna)

Ogni essere umano può diventare scarto, accessorio e inessenziale alla causa della altrui felicità. Ciò dà quasi sempre luogo a vissuti abbandonici, tanto più frequenti in una umanità poco evoluta come quella di questo momento storico, più propensa a foraggiare vissuti narcisistici, a collocarsi al centro dell’Universo e chiedere ai circostanti una oblazione, recepita come un dovere. Il sedicente Prometeo del XXI secolo non concepisce la possibilità di essere abbandonato, e non di rado (purtroppo) si scopre incline alla violenza quando ritene non gli venga dato quanto ritiene pattuito. Ma nessun legame ha più valore della quantità di libertà necessaria per romperlo. E solo questo, esclusivamente questo, apre al sorprendente dono della dedizione e della fedeltà.

Liberi tutti.

Liberi Tutti

(Elogio della infedeltà)

Vogliamo raccontare un aneddoto interessante, tratto da un telefilm. Dopo una epidemia che ha decimato l’intero genere umano, un sopravvissuto pensa di essere rimasto solo sulla faccia della terra. Tuttavia dopo avere girato per mesi e mesi incontra una donna, bruttina e petulante, che dovrebbe di conseguenza essere l’ultima del suo genere. All’inizio il rapporto è talmente irritante che neppure l’ovvietà di essere soli al mondo consente ai due non solo di volersi bene, ma addirittura di tollerarsi a vicenda. Poi, un po’ per l’insistenza di lei, un po’ per necessità, e un po’ per l’ostentato proposito di far rifiorire la vita sulla terra, obtorto collo lui accetta di vivere quella relazione. E siccome lei, neppure di fronte alla straordinarietà della circostanza, vuole derogare ad alcuni “principi elementari di civiltà”, accetta persino di sposarla. Ma proprio quando il matrimonio è stato celebrato spunta una “seconda Eva” che, differentemente dalla prima, incarna tutto ciò che lui ha sempre cercato nel mondo femminile. Ma oramai il dado è tratto, perché dalla creazione del triangolo in poi, si apre la lunga sequela di gag ed equivoci della serie televisiva.

Tutta da ridere, almeno nelle intenzioni degli autori. E forse da riflettere. Perché il protagonista si sente “vincolato” alla prima donna? O forse dovrei dire: perché gli autori della serie attingono a piene mani da un immaginario dove il legame coniugale ha un valore giuridico vincolante a prescindere dalle condizioni, a dir poco eccezionali, in cui è stato contratto?

Chi ha avuto modo di incrociare le riflessioni dello scrivente, saprà quanto gli immaginari collettivi siano, per lui, una vera e propria priorità, quasi una ossessione. Paradigmi la cui solidità antecede di molto qualsiasi evoluzione o dialettica, persino in un prodotto di dubbio valore artistico.

Ci domandiamo perché sia così importante evocare la parola “fedeltà” non solo come un valore indefettibile, ma persino come un beneficio costantemente esigibile. E perché il “tradimento” è associato esclusivamente a un valore negativo. Semiologi di comprovata serietà hanno documentato come la parola contiene nella radice semantica il latino “tradere”, ovvero portare, così come la tradizione o la traduzione.

Proviamo allora a giocare con le parole. Una persona contrae un legame (con un’altra persona, una squadra di calcio, una religione, una ideologia politica) che, nel momento in cui lo accetta, pensa debba durare. Ma la vita non consente staticità. Ci si evolve, si cambiano convinzioni, specie se si scopre quanto fossero parziali e limitate quelle precedenti. Eppure esiste un sistema di convenzioni sociali, per cui se si è sempre fatta una cosa, si deve continuare a farla. Persino i supermercati, le compagnie telefoniche e quelle petrolifere tendono a stabilire linee di continuità – non a caso il fenomeno si chiama “fidelizzazione” – per cui una volta che si è clienti di quel determinato distributore ci si fa scrupoli a passare a un altro. Ci sembra di tradire qualcosa o qualcuno. Siamo stati educati sin dai primi momenti di vita a pensare che dobbiamo sempre qualcosa a qualcun altro. Molto meno a riconoscere quanto si debba, piuttosto, a se stessi. Ma forse non dovrebbe essere così. Quando cambiamo banca o fruttivendolo lo si può fare per una unica e semplicissima ragione, ovvero il luogo verso cui andiamo ci sembra più conveniente rispetto a quello da cui si proviene. Questo semplice dato, prima di essere una regola del marketing, è un principio di salubrità psichica. Se intorno a noi esiste tanta nevrosi e altrettanta depressione è il frutto della progressiva erosione del principio di convenienza. Ed è vero che esiste tanto egoismo, tuttavia si tratta di un egoismo inconscio, nella sua forma più grezza e meno consapevole, nato come contrappeso di una generosità mai realmente elaborata. Insomma, non è affatto scontato agire nell’ordine del proprio tornaconto, mentre è molto comune vivere giostrandosi su traiettorie debitorie e creditorie verso “altri”.

Nella preghiera del Giovane Esploratore (scout) c’è una frase che sintetizza molto bene il concetto:

Insegnami (…) a comportarmi lealmente quando tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi.

Giova ricordare che si tratta di una preghiera e che dovrebbe riguardare una realtà, un tempo almeno, pedagogicamente rilevante. A nessuno è dato vivere con lo sguardo dell’intero mondo rivolto su di sé. Ma se fosse possibile, l’azione diventerebbe per questo più morale? Non ci è dato sapere se Dio intende esaudire il contenuto della preghiera, ma sicuramente il supplicante, convinto della bontà della richiesta, potrebbe vivere “come se” quello sguardo esistesse: sarebbe allora più etico?

Ovviamente non lo sappiamo, ma di sicuro agire monitorati dallo sguardo del mondo rende il soggetto più ricattabile.  È quello che accade nella suddetta serie televisiva, dove “tutto il mondo” giudicante è ridotto ai minimi termini. Eppure il suo monito viene recepito in modo altrettanto vincolante e coriaceo, nemmeno dalla considerazione della parzialità delle condizioni in cui era stato carpito.

Perché pensiamo di “dovere” così tanto agli altri? Crescere è un compito assai improbo, noi crediamo, proprio per questa ragione. Si diventa grandi sotto il fuoco incrociato di cecchini e franchi tiratori, pronti a stabilire cosa – secondo loro, o secondo il mondo, la parrocchia, Dio o Dio sa cos’altro – si dovrebbe essere. E così, a partire da un’età in cui si è intrinsecamente ricattabili, si finisce per subire una serie di aggressioni che l’ambiente, pronto ad autoalimentarsi “Lo faccio solo per il tuo bene…”, continua a somministrare.

Non è difficile immaginare la vita di qualcuno che continua a tentare di adeguarsi alle aspettative in lui riposte. E il tasso di rassegnazione, è/sarebbe inversamente proporzionale alla coercizione e ricattabilità dei primi anni di vita. La possibilità (e non necessariamente i suoi agiti) di “tradire” i valori nella cui continuità è stato educato, sarebbe sicuramente il primo, insperato, segno di vitalità psichica.

Poniamo un uomo cresciuto in una famiglia borghese, tradizionalista e cattolica, la cui vita senza troppi scossoni ha seguito il letto del torrente segnato dal suo ambiente familiare. Insomma il nostro uomo è cattolico, più per non essersi imbattuto in motivi di apostasia che per reale convinzione. La madre, molto più invasiva, miope e radicata però i quegli stessi valori, sul letto di morte gli domanda di esaudire un ultimo desiderio: consacrarsi e diventare presbitero, come già lo zio e il prozio vescovo prima di lui. Il giovane accetta e la madre muore con il sorriso sulle labbra.

Molti anni dopo, concluso il seminario e ricevuto l’ordine, il nostro uomo potrebbe cominciare a misurare i passi con cui era giunto fin lì, e prendere una tardiva coscienza del sopruso subito. Per divincolarsi dal giogo dovrebbe tuttavia confrontarsi con lo sguardo di centinaia di persone, che si sono confessate da lui e che hanno seguito le sue omelie dal pulpito, con lo sguardo dei parenti, alcuni “amici” (il virgolettato è d’obbligo), con gli altri sacerdoti e i superiori della gerarchia ecclesiale (che non hanno indagato a sufficienza sulla autenticità delle sue intenzioni e sono magari invece ora propensi a scandalizzarsi) e, peggio ancora, con lo sguardo, oramai introiettato di una madre che, morendo, si è sottratta a qualsiasi confronto successivo. Per quell’uomo la possibilità del tradimento, di contravvenire a una molteplicità di sguardi riversi su di lui, di venire meno a una aspettativa diffusa nei suoi confronti, sarebbe quanto più di auspicabile potrebbe volere per lui chi gli volesse autenticamente bene.

Mentre il mondo potrebbe rimanere indignato, con la bocca spalancata, a osservarlo nell’atto di levarsi l’abito talare, egli non dovrebbe domandare perdono a quanti così deluderebbe, ma – ecco uno di quei paradossi che tanto piacciono allo scrivente – a se stesso, per avere esagerato il dovere contratto con gli altri più di quanto non sapesse di dovere a sé.

Non dovrebbe vergognarsi, oppure dovrebbe vergognarsi di provare vergogna per un motivo così distante dalla propria umanità.

Cos’è infatti la vergogna?

Darwin ritiene che “il rossore” che imporpora le guance di un essere umano, sia una delle prerogative che maggiormente lo separano dal regno animale; ovverosia nella prospettiva del naturalista britannico, la vergogna è uno dei vertici della evoluzione.

Nella Genesi ci è consegnato uno degli esempi più antichi della vergogna:

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gn. 3,7).*

* ci piace, solo a livello di provocazione, sottolineare come mentre per due secoli i creazionisti e gli evoluzionisti abbiano passato gran parte del loro tempo a darsele di santa ragione, il tema della vergogna riesca a metterli sorprendentemente d’accordo.

Essa è il contrappasso per aver rotto la prima delle alleanze che il signore aveva proposto. Tuttavia in una prospettiva “cronologica” la vergogna è anche il primo (chiediamo scusa per il pasticcio di parole) “frutto” dell’avere mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Di più ancora: Dio proibisce di consumare quel frutto, e punirà l’uomo e la donna per averlo disatteso, ma – si noti bene – non attraverso il mancato godimento di ciò che l’assunzione del frutto avrebbe comportato. Adamo ed Eva, infatti “aprono gli occhi”  in quell’istante. Insomma il frutto… frutta, e continua a maturare dentro le viscere del traditore. Il primo sintomo è proprio la vergogna. L’uomo non si vergogna per la natura fraudolenta del gesto, ma per il fatto di scoprirsi nudo. Era nudo anche prima, ma solo adesso ne prende coscienza. Egli per la prima volta si vede, e si vede attraverso lo sguardo dell’Altro- cui si cela con le foglie di un fico -, e nel pudore vede anche l’Altro, che sia Dio oppure no, ne percepisce la presenza, e lo sguardo indagatore e giudicante. Meglio ribadirlo: Adamo non si vergogna inizialmente del “tradimento”, ma della nudità/inermità con cui aveva accettato il vincolo. Il tradimento ha portato immediatamente a un incremento decisivo della propria autocoscienza, perché fino a quel momento non si era mai percepito come “Altro” rispetto all'”Altro” che gli aveva imposto un ordine. Per la prima volta vede se stesso e proprio per questo comincia a misurarsi con l’altrui sguardo. La stessa libertà nasce, non ontologicamente ma cronologicamente, con l’atto di insubordinazione: il tradimento “fa” la libertà.

Da questo momento, che sancisce la fine dell’unitarietà di Adamo con Dio, nascono il tempo, la vita, la coscienza e la fede stessa dell’uomo resa possibile esclusivamente dalla distanza che si è imposta, per sempre, tra la creatura e il Creatore.

Il peccato rompe una situazione di identificazione ingenua con il Tutto, ed è nella frattura- non nella saldatura – che la libertà comincia ad avere un senso.

Gli psichiatri ci dicono che la psicosi si verifica quasi sempre quando il paziente non riesce a differenziarsi dal corpo – dapprima fisico, poi evocato simbolicamente – della madre. Senza percepire la possibilità di spaccare il nesso sancito nel sangue del cordone ombelicale, l’uomo postmoderno prende a fluttuare inerte, soggetto solo alla gravità, come un satellite dimenticato intorno alla superficie liscia della madre terra.

Non è riuscito a tradire.

Dice sulla vergogna il grande filosofo Emanuel Levinas:

La vergogna non dipende, come si è portati a credere, dalla limitatezza del nostro essere in quanto suscettibile di peccato, ma dallo stesso essere, dalla sua incapacità di rompere con se stesso. La vergogna si fonda sulla solidarietà del nostro essere, che ci obbliga a rivendicare la responsabilità di noi stessi.

La vergogna quindi si fonda sulla anteposizione della coerenza rispetto alla capacità di “rompere” un quadro preesistente. Il “non traditore” ha un unico volto, che crede essere il proprio, ma è costantemente l’effetto di una molteplicità di adattamenti delle proprie istanze a quelle dell’ambiente circostante. Perciò egli finisce per identificarsi con la maschera dei comportamenti sociali, cui ha imparato suo malgrado ad assoggettarsi. Soffre di una paresi dell’azione, ha subito un ictus della propria anima, perché progressivamente la maschera ha finito per fondersi col derma del volto, e non potendo più toglierla non riconosce come propria la carne sottostante. Nella “inconcepibilità del tradimento”, diversamente da Adamo, perde per strada anche quella della fedeltà, che a questo punto diventa soltanto la ripetizione di un automatismo. Nulla più.

Assomiglia alla frustrazione del fratello del “Figliol Prodigo”, che della parabola è l’unico vero perdente:

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Abbiamo riportato un lungo stralcio perché ne emergono alcuni dettagli terribili. Il fratello maggiore vive qui l’unico frangente in cui possa dirsi al centro delle economie familiari. Per la prima volta egli si occupa di sé, e suo padre sembra accorgersi di lui. Per il resto è condannato al rango di subalterno, e proprio la sua subalternità cagiona la rabbia. Chissà quante volte, tornando dal duro lavoro dei campi, avrà mormorato contro il fratellino, forse non arrivando ad augurargli il male – il non traditore teme persino gli si possa contestare di essere meschino -, ma risolvendosi che avendo sperperato tutto in prostitute, ora giacerà prostrato nella polvere, come in fondo si è meritato. Certo lui non ha goduto come “quello là” – non ne ripeté più il nome -, ma almeno ha evitato al padre i grattacapi e i dolori che gli indovina quando lo vede scrutare i campi, e ogni tanto scendergli una lacrima. Non ama realmente il genitore, gli manca lo spazio per l’elaborazione di un sentimento così complesso, tuttavia quantomeno non è a causa sua che lo vede mese dopo mese sempre più piegato dalla fatica e dalla preoccupazione.

Ma gli avvenimenti di quella sera sono un rovesciamento e antropologico concettuale che non è attrezzato per sopportare. Non lo è ontologicamente, perché la fedeltà ingenua al mandato non gli consente di intravedere uno spazio ulteriore, in questo caso l’oltre-misura dell’amore di suo padre. Anche il padre non può fare nulla per aiutare o premiare il figlio fedele:

“Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo.”

Tuttavia quel che è suo è anche del figlio che non è sempre stato lì. Anzi, lo è persino di più. La preferenza del padre non va al fedele, non segue l’ordine naturale della primogenitura e della morale, ma va a quello che ha rotto il giocattolo.

Nel rapporto col figlio maggiore non si è creata la frattura circolare vista in Adamo/Dio nonché in Adamo/Adamo. E nella ottusità del monolite non si è spalancato l’orizzonte di (auto)coscienza: poiché si ha coscienza solo di ciò che si può tradire. Il padre potrebbe avere fatto festa tutte le notti per lui, e potrebbe avere ucciso ogni sera un vitello – un vitello che non riconosce né come suo, né come non suo – ma egli non se ne sarebbe accorto. Il padre non gli ha mai donato un vitello perché per farlo avrebbe dovuto registrare una distanza che non c’è mai stata. Tuttavia anche per il fratello maggiore i giochi non sono definitivamente chiusi, perché il tradimento del minore ha aperto comunque orizzonti nuovi, dei quali forse saprà approfittare. Non è la vergogna che separa il figlio fedele e il padre, ma la rabbia, che è tuttavia una emozione collegata alla vergogna. Se l’ingiustizia che ritiene di avere, a ragione, subito gli facesse spaccare qualcosa, o dire qualcosa di terribile, potrebbe in seguito pentirsi. E vergognarsi. Intanto quella sera i due sembrano incontrarsi, vedersi davvero, per la prima volta.

C’è nel vocabolario della lingua italiana un termine, “doppiezza”, normalmente usato per indicare falsità e ipocrisia. Tuttavia la parola ha anche un significato positivo, normalmente dimenticato dagli studiosi del linguaggio: occorre una doppiezza per stabilire la distanza tra identità e ambiente. Occorre una diversificazione interiore, difesa dallo sguardo altrui (celata sotto le foglie di fico), che consenta alla persona di non essere definita dal contesto dove si trova a vivere, perché la misura dello iato costituisce la possibilità della coscienza, e in questa la libertà medesima, che è il contrassegno della similitudine tra il Creatore e la Creatura. Noi siamo liberi perché siamo valigie a doppio fondo. Senza la doppiezza siamo tuttalpiù software che eseguono un programma. Se Adamo non avesse mangiato il frutto non ci sarebbe stata la morte, ma neppure la vita.

Non saremmo troppo lontani dal vero dall’affermare che la Bibbia è una lunga sequenza di tradimenti. Forse una propedeutica. Dio saccheggia metodologicamente il tradimento per portare a compimento il suo progetto di salvezza. Da Adamo a Giuda, da Caino a Davide, passando per Giacobbe e l’inganno perpetrato con l’aiuto della madre (un’altra traditrice) ai danni di Esaù e Isacco. Persino Dio non può chiamarsi fuori, perché chissà se Abramo non si è sentito tradito nella forzatura di quella prova di fedeltà, per non dire del mite Giobbe che ha dovuto subire un trattamento terrificante a causa di una disputa tra Dio e il diavolo.

Il tradimento coniugale, ad esempio, visto come il più nefando dei crimini – il matrimonio, in cui due diventano “una sola carne”, riproduce lo schema indifferenziato, visto in Adamo prima che cogliesse il frutto – viene ridimensionato molto da Cristo medesimo:

Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. (Mt. 5,28)

In quel “già”, che contiene una precisa indicazione sul non coltivare immagini velleitarie di fedeltà, e un invito implicito a passare oltre, a vedere oltre ciò che appare come inevitabile.

È altresì vero che nel passaggio immediatamente successivo Gesù invita a separarsi dall’occhio e la mano che sono state motivo di scandalo, tuttavia non crediamo intenda meramente una amputazione degli agenti di scandalo, che potrebbe valere per la mano, ma non per l’occhio. Complicato immaginare Colui che perdona l’adultera auspicare l’asportazione dell’occhio dell’uomo che si sorprende a concupire l’avvenente sconosciuta incrociata per strada, come forse nemmeno il più rigido dei Farisei farebbe. Il Nazareno stesso è “scandalo per i Giudei”, e trae da quella scandalosità l’irruenza della propria Rivelazione. Piuttosto l’occhio può essere motivo di scandalo essendo esageratamente propenso a farsi scandalizzare. Ne abbiamo scritto ne “Un elefante in cucina”, dove abbiamo cercato di descrivere una misura oggettiva e una soggettiva nel tema dello scandalo. Gesù non mette in guardia solo chi compie qualcosa di scandaloso, ma anche – forse soprattutto – chi si lascia infettare con troppa facilità dal morbo della supponenza di come gli altri dovrebbero agire o vivere.

In un legame esiste la ragionevole aspettativa che coloro che ci stanno intorno soddisfino una certa serie di obblighi di continuità, che in più delle volte si sovrappongono, o sostituiscono la natura del legame medesimo. Tuttavia ci siamo altresì abituati a giurisprudenzializzare questa aspettativa, a percepire queste linee di continuità tra identità e ruolo – padre, figlio, marito o moglie, amico o amica – come debito, un obbligo e una prescrizione che l’Altro, o noi stessi, è costretto a soddisfare.

Ma non è questa la natura più autentica di qualsiasi relazione, che invece è la libertà. Un rapporto dura fino a un istante prima che uno dei contraenti stabilisce unilateralmente che non sia giunto al termine.

Nella parola “legame” c’è una dimensione d’ombra, coincidente con la fenomenologia che, chi lo contrae rimane in qualche misura “legato.” Ma a essere legate sono le persone sequestrate, non quelle che scelgono la direzione da imprimere al proprio destino.

Ci permettiamo di infilare le citazioni tratte da due nostri racconti:

“(…) Oppure sì, ‘ti prometto che non succederà mai che…’. Potrei sì, a condizione di sapere- io e te- che vi sono promesse nella vita che non possono essere mantenute. O meglio: non possono essere mantenute soltanto a cagione del fatto di essere state formulate. Giacché se fosse per questo diverrebbero un debito. E i debiti sono il contrario dell’amore. Amare è non dover mai dire ‘ti devo’, poiché ciò che si deve non lo si può mai scegliere. E ciò che si deve restituire non lo si può certo donare.” (Io, Maggie e la Luna)

E ancora:

“Se l’Amore è Dio, forse è anche eterno, e l’indissolubilità coniugale potrebbe essere una conseguenza di questa verità…”, don Patrizio dopo il lungo silenzio aveva scelto una tempistica perfetta per tentare di sigillare la discussione in un modo congeniale al ruolo che pur sempre rivestiva, “Non credi Piero?”

L’amico lo guardò con una irruenza da metterlo in imbarazzo.

“Stai scherzando vero? Certo che in ogni amore, se autentico, c’è qualcosa che resiste al tempo. Ma non nel modo vagamente ricattatorio come quello che sembrano intendere i tuoi superiori. È una eternità mai esigibile, la cui principale caratteristica è che lascia le persone libere di fare ciò che vogliono: per quanto questo possa essere doloroso, o per quante convinzioni possa infrangere. Una pianta perenne verde che avvizzisce nell’istante stesso in cui qualcuno pensa di avere diritto alla frescura della sua ombra. Una eternità gracile come la brina, pronta a dissolversi al primo raggio del possesso. Un infinito che finisce non perché uno dei contraenti rompe il patto, ma perché l’altro esige che venga rispettato.” (Corso per fidanzati)

La libertà, e non il prerequisito di una fedeltà ottusa, guadagnata alla sottoscrizione di un documento, è la condizione perché un rapporto – ripetiamo, qualsiasi rapporto – possa essere considerato autentico. In una relazione vera ognuno dei contraenti fa ciò che vuole, e fino a quando lo vuole. Il resto sono costruzioni aprioristiche che poco hanno a che fare con la verità. Che merito avrebbe un uomo che fosse fedele alla sua compagna semplicemente per non avere mai concepito la possibilità di una alternativa? E quello che non avesse mai desiderato una donna diversa dalla propria, non sarebbe piuttosto malato di una grave forma di autismo?

Non l’obbligo, ma il dono è l’unico territorio su cui l’Altro dovrebbe essere incontrato. E sul dono non si può ammantare diritto alcuno. Ma unicamente questo apre alla possibilità della “sorpresa”: l’altro potrebbe andarsene, ma se vuole, e SOLO SE lo vuole, rimane:

”Se tu volerai mi perderai…”

”Se io sapessi di non poter volare saresti tu ad avermi perso comunque. Si ama solo ciò che non si trattiene.”

”Ma come possono una margherita e una farfalla stare per sempre insieme?”

”Forse non possono, o forse sì ma non scegliendo una volta per tutte. Tu ogni mattina aprirai i tuoi petali, e quando mi vedrai saprai che ho scelto ancora quel giorno e quella notte di essere qui.”

“Correndo il rischio di soffrire ogni giorno?”

”Se ciò vale quel rischio, sì.” (Io, Maggie e la Luna)

Sappiamo di offrire una visione alquanto paradossale, molto diversa da percezioni universalmente diffuse. Tuttavia nello stereotipo delle relazioni che si esauriscono quando i contraenti “si danno per scontati”, c’è un germe di verità. Perché se ogni cosa viene assunta sotto il regime dell’obbligo, e della espletazione di compiti costantemente rivendicabili dal beneficiario, allora ogni relazione si trasformerà nella eutanasia di se stessa. Diverso è l’approccio stabilito nella libertà. Ogni persona ha diritto a ché l’Altro con cui è in relazione faccia una scelta, ma non ha diritto alcuno di essere il contenuto di quella scelta.

”Chi ama non deve niente! Gli schiavi ‘devono’, gli amanti no.” La voce di Io si era fatta improvvisamente perentoria. Fece una pausa. “Solo chi ha paura pretende di riscuotere un debito, giacché pensa di avere acquisito nell’altro un credito o una proprietà da difendere. Non chi ama o si sa amato. In amore non vi è nessuna garanzia.” (Io, Maggie e la Luna)

Ogni essere umano può diventare scarto, accessorio e inessenziale alla causa della altrui felicità. Ciò dà quasi sempre luogo a vissuti abbandonici, tanto più frequenti in una umanità poco evoluta come quella di questo momento storico, più propensa a foraggiare vissuti narcisistici, a collocarsi al centro dell’Universo e chiedere ai circostanti una oblazione, recepita come un dovere. Il sedicente Prometeo del XXI secolo non concepisce la possibilità di essere abbandonato, e non di rado (purtroppo) si scopre incline alla violenza quando ritene non gli venga dato quanto ritiene pattuito. Ma nessun legame ha più valore della quantità di libertà necessaria per romperlo. E solo questo, esclusivamente questo, apre al sorprendente dono della dedizione e della fedeltà.

Liberi tutti.

Liberi Tutti

(Elogio della infedeltà)

Vogliamo raccontare un aneddoto interessante, tratto da un telefilm. Dopo una epidemia che ha decimato l’intero genere umano, un sopravvissuto pensa di essere rimasto solo sulla faccia della terra. Tuttavia dopo avere girato per mesi e mesi incontra una donna, bruttina e petulante, che dovrebbe di conseguenza essere l’ultima del suo genere. All’inizio il rapporto è talmente irritante che neppure l’ovvietà di essere soli al mondo consente ai due non solo di volersi bene, ma addirittura di tollerarsi a vicenda. Poi, un po’ per l’insistenza di lei, un po’ per necessità, e un po’ per l’ostentato proposito di far rifiorire la vita sulla terra, obtorto collo lui accetta di vivere quella relazione. E siccome lei, neppure di fronte alla straordinarietà della circostanza, vuole derogare ad alcuni “principi elementari di civiltà”, accetta persino di sposarla. Ma proprio quando il matrimonio è stato celebrato spunta una “seconda Eva” che, differentemente dalla prima, incarna tutto ciò che lui ha sempre cercato nel mondo femminile. Ma oramai il dado è tratto, perché dalla creazione del triangolo in poi, si apre la lunga sequela di gag ed equivoci della serie televisiva.

Tutta da ridere, almeno nelle intenzioni degli autori. E forse da riflettere. Perché il protagonista si sente “vincolato” alla prima donna? O forse dovrei dire: perché gli autori della serie attingono a piene mani da un immaginario dove il legame coniugale ha un valore giuridico vincolante a prescindere dalle condizioni, a dir poco eccezionali, in cui è stato contratto?

Chi ha avuto modo di incrociare le riflessioni dello scrivente, saprà quanto gli immaginari collettivi siano, per lui, una vera e propria priorità, quasi una ossessione. Paradigmi la cui solidità antecede di molto qualsiasi evoluzione o dialettica, persino in un prodotto di dubbio valore artistico.

Ci domandiamo perché sia così importante evocare la parola “fedeltà” non solo come un valore indefettibile, ma persino come un beneficio costantemente esigibile. E perché il “tradimento” è associato esclusivamente a un valore negativo. Semiologi di comprovata serietà hanno documentato come la parola contiene nella radice semantica il latino “tradere”, ovvero portare, così come la tradizione o la traduzione.

Proviamo allora a giocare con le parole. Una persona contrae un legame (con un’altra persona, una squadra di calcio, una religione, una ideologia politica) che, nel momento in cui lo accetta, pensa debba durare. Ma la vita non consente staticità. Ci si evolve, si cambiano convinzioni, specie se si scopre quanto fossero parziali e limitate quelle precedenti. Eppure esiste un sistema di convenzioni sociali, per cui se si è sempre fatta una cosa, si deve continuare a farla. Persino i supermercati, le compagnie telefoniche e quelle petrolifere tendono a stabilire linee di continuità – non a caso il fenomeno si chiama “fidelizzazione” – per cui una volta che si è clienti di quel determinato distributore ci si fa scrupoli a passare a un altro. Ci sembra di tradire qualcosa o qualcuno. Siamo stati educati sin dai primi momenti di vita a pensare che dobbiamo sempre qualcosa a qualcun altro. Molto meno a riconoscere quanto si debba, piuttosto, a se stessi. Ma forse non dovrebbe essere così. Quando cambiamo banca o fruttivendolo lo si può fare per una unica e semplicissima ragione, ovvero il luogo verso cui andiamo ci sembra più conveniente rispetto a quello da cui si proviene. Questo semplice dato, prima di essere una regola del marketing, è un principio di salubrità psichica. Se intorno a noi esiste tanta nevrosi e altrettanta depressione è il frutto della progressiva erosione del principio di convenienza. Ed è vero che esiste tanto egoismo, tuttavia si tratta di un egoismo inconscio, nella sua forma più grezza e meno consapevole, nato come contrappeso di una generosità mai realmente elaborata. Insomma, non è affatto scontato agire nell’ordine del proprio tornaconto, mentre è molto comune vivere giostrandosi su traiettorie debitorie e creditorie verso “altri”.

Nella preghiera del Giovane Esploratore (scout) c’è una frase che sintetizza molto bene il concetto:

Insegnami (…) a comportarmi lealmente quando tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi.

Giova ricordare che si tratta di una preghiera e che dovrebbe riguardare una realtà, un tempo almeno, pedagogicamente rilevante. A nessuno è dato vivere con lo sguardo dell’intero mondo rivolto su di sé. Ma se fosse possibile, l’azione diventerebbe per questo più morale? Non ci è dato sapere se Dio intende esaudire il contenuto della preghiera, ma sicuramente il supplicante, convinto della bontà della richiesta, potrebbe vivere “come se” quello sguardo esistesse: sarebbe allora più etico?

Ovviamente non lo sappiamo, ma di sicuro agire monitorati dallo sguardo del mondo rende il soggetto più ricattabile.  È quello che accade nella suddetta serie televisiva, dove “tutto il mondo” giudicante è ridotto ai minimi termini. Eppure il suo monito viene recepito in modo altrettanto vincolante e coriaceo, nemmeno dalla considerazione della parzialità delle condizioni in cui era stato carpito.

Perché pensiamo di “dovere” così tanto agli altri? Crescere è un compito assai improbo, noi crediamo, proprio per questa ragione. Si diventa grandi sotto il fuoco incrociato di cecchini e franchi tiratori, pronti a stabilire cosa – secondo loro, o secondo il mondo, la parrocchia, Dio o Dio sa cos’altro – si dovrebbe essere. E così, a partire da un’età in cui si è intrinsecamente ricattabili, si finisce per subire una serie di aggressioni che l’ambiente, pronto ad autoalimentarsi “Lo faccio solo per il tuo bene…”, continua a somministrare.

Non è difficile immaginare la vita di qualcuno che continua a tentare di adeguarsi alle aspettative in lui riposte. E il tasso di rassegnazione, è/sarebbe inversamente proporzionale alla coercizione e ricattabilità dei primi anni di vita. La possibilità (e non necessariamente i suoi agiti) di “tradire” i valori nella cui continuità è stato educato, sarebbe sicuramente il primo, insperato, segno di vitalità psichica.

Poniamo un uomo cresciuto in una famiglia borghese, tradizionalista e cattolica, la cui vita senza troppi scossoni ha seguito il letto del torrente segnato dal suo ambiente familiare. Insomma il nostro uomo è cattolico, più per non essersi imbattuto in motivi di apostasia che per reale convinzione. La madre, molto più invasiva, miope e radicata però i quegli stessi valori, sul letto di morte gli domanda di esaudire un ultimo desiderio: consacrarsi e diventare presbitero, come già lo zio e il prozio vescovo prima di lui. Il giovane accetta e la madre muore con il sorriso sulle labbra.

Molti anni dopo, concluso il seminario e ricevuto l’ordine, il nostro uomo potrebbe cominciare a misurare i passi con cui era giunto fin lì, e prendere una tardiva coscienza del sopruso subito. Per divincolarsi dal giogo dovrebbe tuttavia confrontarsi con lo sguardo di centinaia di persone, che si sono confessate da lui e che hanno seguito le sue omelie dal pulpito, con lo sguardo dei parenti, alcuni “amici” (il virgolettato è d’obbligo), con gli altri sacerdoti e i superiori della gerarchia ecclesiale (che non hanno indagato a sufficienza sulla autenticità delle sue intenzioni e sono magari invece ora propensi a scandalizzarsi) e, peggio ancora, con lo sguardo, oramai introiettato di una madre che, morendo, si è sottratta a qualsiasi confronto successivo. Per quell’uomo la possibilità del tradimento, di contravvenire a una molteplicità di sguardi riversi su di lui, di venire meno a una aspettativa diffusa nei suoi confronti, sarebbe quanto più di auspicabile potrebbe volere per lui chi gli volesse autenticamente bene.

Mentre il mondo potrebbe rimanere indignato, con la bocca spalancata, a osservarlo nell’atto di levarsi l’abito talare, egli non dovrebbe domandare perdono a quanti così deluderebbe, ma – ecco uno di quei paradossi che tanto piacciono allo scrivente – a se stesso, per avere esagerato il dovere contratto con gli altri più di quanto non sapesse di dovere a sé.

Non dovrebbe vergognarsi, oppure dovrebbe vergognarsi di provare vergogna per un motivo così distante dalla propria umanità.

Cos’è infatti la vergogna?

Darwin ritiene che “il rossore” che imporpora le guance di un essere umano, sia una delle prerogative che maggiormente lo separano dal regno animale; ovverosia nella prospettiva del naturalista britannico, la vergogna è uno dei vertici della evoluzione.

Nella Genesi ci è consegnato uno degli esempi più antichi della vergogna:

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gn. 3,7).*

* ci piace, solo a livello di provocazione, sottolineare come mentre per due secoli i creazionisti e gli evoluzionisti abbiano passato gran parte del loro tempo a darsele di santa ragione, il tema della vergogna riesca a metterli sorprendentemente d’accordo.

Essa è il contrappasso per aver rotto la prima delle alleanze che il signore aveva proposto. Tuttavia in una prospettiva “cronologica” la vergogna è anche il primo (chiediamo scusa per il pasticcio di parole) “frutto” dell’avere mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Di più ancora: Dio proibisce di consumare quel frutto, e punirà l’uomo e la donna per averlo disatteso, ma – si noti bene – non attraverso il mancato godimento di ciò che l’assunzione del frutto avrebbe comportato. Adamo ed Eva, infatti “aprono gli occhi”  in quell’istante. Insomma il frutto… frutta, e continua a maturare dentro le viscere del traditore. Il primo sintomo è proprio la vergogna. L’uomo non si vergogna per la natura fraudolenta del gesto, ma per il fatto di scoprirsi nudo. Era nudo anche prima, ma solo adesso ne prende coscienza. Egli per la prima volta si vede, e si vede attraverso lo sguardo dell’Altro- cui si cela con le foglie di un fico -, e nel pudore vede anche l’Altro, che sia Dio oppure no, ne percepisce la presenza, e lo sguardo indagatore e giudicante. Meglio ribadirlo: Adamo non si vergogna inizialmente del “tradimento”, ma della nudità/inermità con cui aveva accettato il vincolo. Il tradimento ha portato immediatamente a un incremento decisivo della propria autocoscienza, perché fino a quel momento non si era mai percepito come “Altro” rispetto all'”Altro” che gli aveva imposto un ordine. Per la prima volta vede se stesso e proprio per questo comincia a misurarsi con l’altrui sguardo. La stessa libertà nasce, non ontologicamente ma cronologicamente, con l’atto di insubordinazione: il tradimento “fa” la libertà.

Da questo momento, che sancisce la fine dell’unitarietà di Adamo con Dio, nascono il tempo, la vita, la coscienza e la fede stessa dell’uomo resa possibile esclusivamente dalla distanza che si è imposta, per sempre, tra la creatura e il Creatore.

Il peccato rompe una situazione di identificazione ingenua con il Tutto, ed è nella frattura- non nella saldatura – che la libertà comincia ad avere un senso.

Gli psichiatri ci dicono che la psicosi si verifica quasi sempre quando il paziente non riesce a differenziarsi dal corpo – dapprima fisico, poi evocato simbolicamente – della madre. Senza percepire la possibilità di spaccare il nesso sancito nel sangue del cordone ombelicale, l’uomo postmoderno prende a fluttuare inerte, soggetto solo alla gravità, come un satellite dimenticato intorno alla superficie liscia della madre terra.

Non è riuscito a tradire.

Dice sulla vergogna il grande filosofo Emanuel Levinas:

La vergogna non dipende, come si è portati a credere, dalla limitatezza del nostro essere in quanto suscettibile di peccato, ma dallo stesso essere, dalla sua incapacità di rompere con se stesso. La vergogna si fonda sulla solidarietà del nostro essere, che ci obbliga a rivendicare la responsabilità di noi stessi.

La vergogna quindi si fonda sulla anteposizione della coerenza rispetto alla capacità di “rompere” un quadro preesistente. Il “non traditore” ha un unico volto, che crede essere il proprio, ma è costantemente l’effetto di una molteplicità di adattamenti delle proprie istanze a quelle dell’ambiente circostante. Perciò egli finisce per identificarsi con la maschera dei comportamenti sociali, cui ha imparato suo malgrado ad assoggettarsi. Soffre di una paresi dell’azione, ha subito un ictus della propria anima, perché progressivamente la maschera ha finito per fondersi col derma del volto, e non potendo più toglierla non riconosce come propria la carne sottostante. Nella “inconcepibilità del tradimento”, diversamente da Adamo, perde per strada anche quella della fedeltà, che a questo punto diventa soltanto la ripetizione di un automatismo. Nulla più.

Assomiglia alla frustrazione del fratello del “Figliol Prodigo”, che della parabola è l’unico vero perdente:

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Abbiamo riportato un lungo stralcio perché ne emergono alcuni dettagli terribili. Il fratello maggiore vive qui l’unico frangente in cui possa dirsi al centro delle economie familiari. Per la prima volta egli si occupa di sé, e suo padre sembra accorgersi di lui. Per il resto è condannato al rango di subalterno, e proprio la sua subalternità cagiona la rabbia. Chissà quante volte, tornando dal duro lavoro dei campi, avrà mormorato contro il fratellino, forse non arrivando ad augurargli il male – il non traditore teme persino gli si possa contestare di essere meschino -, ma risolvendosi che avendo sperperato tutto in prostitute, ora giacerà prostrato nella polvere, come in fondo si è meritato. Certo lui non ha goduto come “quello là” – non ne ripeté più il nome -, ma almeno ha evitato al padre i grattacapi e i dolori che gli indovina quando lo vede scrutare i campi, e ogni tanto scendergli una lacrima. Non ama realmente il genitore, gli manca lo spazio per l’elaborazione di un sentimento così complesso, tuttavia quantomeno non è a causa sua che lo vede mese dopo mese sempre più piegato dalla fatica e dalla preoccupazione.

Ma gli avvenimenti di quella sera sono un rovesciamento e antropologico concettuale che non è attrezzato per sopportare. Non lo è ontologicamente, perché la fedeltà ingenua al mandato non gli consente di intravedere uno spazio ulteriore, in questo caso l’oltre-misura dell’amore di suo padre. Anche il padre non può fare nulla per aiutare o premiare il figlio fedele:

“Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo.”

Tuttavia quel che è suo è anche del figlio che non è sempre stato lì. Anzi, lo è persino di più. La preferenza del padre non va al fedele, non segue l’ordine naturale della primogenitura e della morale, ma va a quello che ha rotto il giocattolo.

Nel rapporto col figlio maggiore non si è creata la frattura circolare vista in Adamo/Dio nonché in Adamo/Adamo. E nella ottusità del monolite non si è spalancato l’orizzonte di (auto)coscienza: poiché si ha coscienza solo di ciò che si può tradire. Il padre potrebbe avere fatto festa tutte le notti per lui, e potrebbe avere ucciso ogni sera un vitello – un vitello che non riconosce né come suo, né come non suo – ma egli non se ne sarebbe accorto. Il padre non gli ha mai donato un vitello perché per farlo avrebbe dovuto registrare una distanza che non c’è mai stata. Tuttavia anche per il fratello maggiore i giochi non sono definitivamente chiusi, perché il tradimento del minore ha aperto comunque orizzonti nuovi, dei quali forse saprà approfittare. Non è la vergogna che separa il figlio fedele e il padre, ma la rabbia, che è tuttavia una emozione collegata alla vergogna. Se l’ingiustizia che ritiene di avere, a ragione, subito gli facesse spaccare qualcosa, o dire qualcosa di terribile, potrebbe in seguito pentirsi. E vergognarsi. Intanto quella sera i due sembrano incontrarsi, vedersi davvero, per la prima volta.

C’è nel vocabolario della lingua italiana un termine, “doppiezza”, normalmente usato per indicare falsità e ipocrisia. Tuttavia la parola ha anche un significato positivo, normalmente dimenticato dagli studiosi del linguaggio: occorre una doppiezza per stabilire la distanza tra identità e ambiente. Occorre una diversificazione interiore, difesa dallo sguardo altrui (celata sotto le foglie di fico), che consenta alla persona di non essere definita dal contesto dove si trova a vivere, perché la misura dello iato costituisce la possibilità della coscienza, e in questa la libertà medesima, che è il contrassegno della similitudine tra il Creatore e la Creatura. Noi siamo liberi perché siamo valigie a doppio fondo. Senza la doppiezza siamo tuttalpiù software che eseguono un programma. Se Adamo non avesse mangiato il frutto non ci sarebbe stata la morte, ma neppure la vita.

Non saremmo troppo lontani dal vero dall’affermare che la Bibbia è una lunga sequenza di tradimenti. Forse una propedeutica. Dio saccheggia metodologicamente il tradimento per portare a compimento il suo progetto di salvezza. Da Adamo a Giuda, da Caino a Davide, passando per Giacobbe e l’inganno perpetrato con l’aiuto della madre (un’altra traditrice) ai danni di Esaù e Isacco. Persino Dio non può chiamarsi fuori, perché chissà se Abramo non si è sentito tradito nella forzatura di quella prova di fedeltà, per non dire del mite Giobbe che ha dovuto subire un trattamento terrificante a causa di una disputa tra Dio e il diavolo.

Il tradimento coniugale, ad esempio, visto come il più nefando dei crimini – il matrimonio, in cui due diventano “una sola carne”, riproduce lo schema indifferenziato, visto in Adamo prima che cogliesse il frutto – viene ridimensionato molto da Cristo medesimo:

Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. (Mt. 5,28)

In quel “già”, che contiene una precisa indicazione sul non coltivare immagini velleitarie di fedeltà, e un invito implicito a passare oltre, a vedere oltre ciò che appare come inevitabile.

È altresì vero che nel passaggio immediatamente successivo Gesù invita a separarsi dall’occhio e la mano che sono state motivo di scandalo, tuttavia non crediamo intenda meramente una amputazione degli agenti di scandalo, che potrebbe valere per la mano, ma non per l’occhio. Complicato immaginare Colui che perdona l’adultera auspicare l’asportazione dell’occhio dell’uomo che si sorprende a concupire l’avvenente sconosciuta incrociata per strada, come forse nemmeno il più rigido dei Farisei farebbe. Il Nazareno stesso è “scandalo per i Giudei”, e trae da quella scandalosità l’irruenza della propria Rivelazione. Piuttosto l’occhio può essere motivo di scandalo essendo esageratamente propenso a farsi scandalizzare. Ne abbiamo scritto ne “Un elefante in cucina”, dove abbiamo cercato di descrivere una misura oggettiva e una soggettiva nel tema dello scandalo. Gesù non mette in guardia solo chi compie qualcosa di scandaloso, ma anche – forse soprattutto – chi si lascia infettare con troppa facilità dal morbo della supponenza di come gli altri dovrebbero agire o vivere.

In un legame esiste la ragionevole aspettativa che coloro che ci stanno intorno soddisfino una certa serie di obblighi di continuità, che in più delle volte si sovrappongono, o sostituiscono la natura del legame medesimo. Tuttavia ci siamo altresì abituati a giurisprudenzializzare questa aspettativa, a percepire queste linee di continuità tra identità e ruolo – padre, figlio, marito o moglie, amico o amica – come debito, un obbligo e una prescrizione che l’Altro, o noi stessi, è costretto a soddisfare.

Ma non è questa la natura più autentica di qualsiasi relazione, che invece è la libertà. Un rapporto dura fino a un istante prima che uno dei contraenti stabilisce unilateralmente che non sia giunto al termine.

Nella parola “legame” c’è una dimensione d’ombra, coincidente con la fenomenologia che, chi lo contrae rimane in qualche misura “legato.” Ma a essere legate sono le persone sequestrate, non quelle che scelgono la direzione da imprimere al proprio destino.

Ci permettiamo di infilare le citazioni tratte da due nostri racconti:

“(…) Oppure sì, ‘ti prometto che non succederà mai che…’. Potrei sì, a condizione di sapere- io e te- che vi sono promesse nella vita che non possono essere mantenute. O meglio: non possono essere mantenute soltanto a cagione del fatto di essere state formulate. Giacché se fosse per questo diverrebbero un debito. E i debiti sono il contrario dell’amore. Amare è non dover mai dire ‘ti devo’, poiché ciò che si deve non lo si può mai scegliere. E ciò che si deve restituire non lo si può certo donare.” (Io, Maggie e la Luna)

E ancora:

“Se l’Amore è Dio, forse è anche eterno, e l’indissolubilità coniugale potrebbe essere una conseguenza di questa verità…”, don Patrizio dopo il lungo silenzio aveva scelto una tempistica perfetta per tentare di sigillare la discussione in un modo congeniale al ruolo che pur sempre rivestiva, “Non credi Piero?”

L’amico lo guardò con una irruenza da metterlo in imbarazzo.

“Stai scherzando vero? Certo che in ogni amore, se autentico, c’è qualcosa che resiste al tempo. Ma non nel modo vagamente ricattatorio come quello che sembrano intendere i tuoi superiori. È una eternità mai esigibile, la cui principale caratteristica è che lascia le persone libere di fare ciò che vogliono: per quanto questo possa essere doloroso, o per quante convinzioni possa infrangere. Una pianta perenne verde che avvizzisce nell’istante stesso in cui qualcuno pensa di avere diritto alla frescura della sua ombra. Una eternità gracile come la brina, pronta a dissolversi al primo raggio del possesso. Un infinito che finisce non perché uno dei contraenti rompe il patto, ma perché l’altro esige che venga rispettato.” (Corso per fidanzati)

La libertà, e non il prerequisito di una fedeltà ottusa, guadagnata alla sottoscrizione di un documento, è la condizione perché un rapporto – ripetiamo, qualsiasi rapporto – possa essere considerato autentico. In una relazione vera ognuno dei contraenti fa ciò che vuole, e fino a quando lo vuole. Il resto sono costruzioni aprioristiche che poco hanno a che fare con la verità. Che merito avrebbe un uomo che fosse fedele alla sua compagna semplicemente per non avere mai concepito la possibilità di una alternativa? E quello che non avesse mai desiderato una donna diversa dalla propria, non sarebbe piuttosto malato di una grave forma di autismo?

Non l’obbligo, ma il dono è l’unico territorio su cui l’Altro dovrebbe essere incontrato. E sul dono non si può ammantare diritto alcuno. Ma unicamente questo apre alla possibilità della “sorpresa”: l’altro potrebbe andarsene, ma se vuole, e SOLO SE lo vuole, rimane:

”Se tu volerai mi perderai…”

”Se io sapessi di non poter volare saresti tu ad avermi perso comunque. Si ama solo ciò che non si trattiene.”

”Ma come possono una margherita e una farfalla stare per sempre insieme?”

”Forse non possono, o forse sì ma non scegliendo una volta per tutte. Tu ogni mattina aprirai i tuoi petali, e quando mi vedrai saprai che ho scelto ancora quel giorno e quella notte di essere qui.”

“Correndo il rischio di soffrire ogni giorno?”

”Se ciò vale quel rischio, sì.” (Io, Maggie e la Luna)

Sappiamo di offrire una visione alquanto paradossale, molto diversa da percezioni universalmente diffuse. Tuttavia nello stereotipo delle relazioni che si esauriscono quando i contraenti “si danno per scontati”, c’è un germe di verità. Perché se ogni cosa viene assunta sotto il regime dell’obbligo, e della espletazione di compiti costantemente rivendicabili dal beneficiario, allora ogni relazione si trasformerà nella eutanasia di se stessa. Diverso è l’approccio stabilito nella libertà. Ogni persona ha diritto a ché l’Altro con cui è in relazione faccia una scelta, ma non ha diritto alcuno di essere il contenuto di quella scelta.

”Chi ama non deve niente! Gli schiavi ‘devono’, gli amanti no.” La voce di Io si era fatta improvvisamente perentoria. Fece una pausa. “Solo chi ha paura pretende di riscuotere un debito, giacché pensa di avere acquisito nell’altro un credito o una proprietà da difendere. Non chi ama o si sa amato. In amore non vi è nessuna garanzia.” (Io, Maggie e la Luna)

Ogni essere umano può diventare scarto, accessorio e inessenziale alla causa della altrui felicità. Ciò dà quasi sempre luogo a vissuti abbandonici, tanto più frequenti in una umanità poco evoluta come quella di questo momento storico, più propensa a foraggiare vissuti narcisistici, a collocarsi al centro dell’Universo e chiedere ai circostanti una oblazione, recepita come un dovere. Il sedicente Prometeo del XXI secolo non concepisce la possibilità di essere abbandonato, e non di rado (purtroppo) si scopre incline alla violenza quando ritene non gli venga dato quanto ritiene pattuito. Ma nessun legame ha più valore della quantità di libertà necessaria per romperlo. E solo questo, esclusivamente questo, apre al sorprendente dono della dedizione e della fedeltà.

Liberi tutti.

4 buone ragioni per stare alla larga dal family day

Da una settimana in qua compaiono interventi sul Family Day ho visto scatenarsi sui social una sparatoria che nemmeno la sfida dell’Ok Corral. E la cosa più strana non è nemmeno la quantità di piombo e di bossoli lasciati nella sabbia che un osservatore, inguaribilmente esterno e divertito, può registrare, ma anche la confusione nello spara-spara, perché una volta tanto non sono i cow-boy contro gli indiani, o lo sceriffo contro i banditi, ma a sibilare accanto alle orecchie sono i colpi di quelli che un tempo dicevamo fratelli. Se proprio devo riconoscere un pregio (e faccio fatica) alla sarabanda di Roma, è che nello sforzo di difendere la famiglia sedicente naturale, ne hanno sparigliate parecchie altre che solide come si pensava non erano. Un parapiglia tutti contro tutti, dove probabilmente nessuno avverte la necessità di un mio intervento, ma da nostalgico dei film di Bud Spencer e Terence Hill non resisto alla tentazione di rifilare qualche schiaffone pure io.

  1. Difendere la famiglia. Le unioni civili introducono immagini della famiglia alternative a quella tradizionale, che automaticamente portano allo smantellamento dell’esistente. Davvero? Nella concitazione degli eventi, preoccupati di scansare un colpo e di aizzarne un altro, in pochi si sono soffermati su questo semplicissimo dettaglio, che dovrebbe tuttavia rappresentare il perno del ragionamento. In cosa le nuove unioni smantellerebbero quelle esistenti? In molti si appellano ai “dati di fatto”, duellano sui numeri dei partecipanti, ma curiosamente non si soffermano su questo dato. Persino quelli che nel mondo cattolico fanno la figura di quelli “aperti” – tipo quel prete importante che scrive un pistolotto sul Corriere che invita a placare i toni, ma nella sostanza non dice una cosa chiara che sia una – si dicono disponibile a riconoscere i diritti delle coppie di fatto, ma che nessuno le chiami “matrimonio”… la questione è dunque il nome da dare alle cose? Per cui chiamando pesciolino rosso uno squalo bianco si nuota più tranquillamente al largo. Già Giulietta Capuleti, pure alle prese con problemi più seri e una famiglia decisamente disfunzionale (ancorché “naturale”), avrebbe messo costoro in guardia: Ma poi, che cos’è un nome? Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?Eppure nella insistenza sulla nominazione si vede proprio il limite del dibattito, dove le cose contano meno di tutto il resto.
  2. La famiglia è sotto attacco. E mica da oggi! Ieri il divorzio, oggi quello breve, e ora persino questo. Tuttavia se questa tesi fosse vera, si dovrebbe riconoscere anche il regime di monopolio plurisecolare in cui questa cellula della società ha operato sostanzialmente indisturbata. Magari si potrebbe dare una sbirciata al fatto che le sue fortune siano derivate proprio dalla mancanza di alternative. E aprire un dibattito molto più interessante di questo, facendo il bilancio degli innegabili pregi ma anche delle prerogative strutturali dove la famiglia ha dimostrato di non essere all’altezza dei compiti assegnati. Insisto sulla parola “strutturali”, perché non capisco come mai le sentinelle ritengano i pregi pubblici e i vizi privati. Questo è giocare sporco. Aver corso, da sempre, senza antagonisti ha creato intorno alla famiglia un’aurea di immunità, e poi di impunità, che contraddice proprio gli obiettivi che quelli di Roma dicono di voler tutelare. Diciamo pure che la famiglia è rimasta intatta fino alla legge sul divorzio, ma quanto dolore ha causato proprio il dogma della sua indissolubilità? Quanti soprusi commessi con la prassi secolare dei matrimoni combinati? La verità è che sul fondo di una botte che ci si ostina a non voler aprire ci sono graffi, nel profondo della carne di molte persone ci sono ferite dimenticate, ma distanti dalla guarigione. E’ questa la famiglia che si vuole difendere? Io no.
  3. I bambini hanno bisogno di un genitore maschio e “uno” femmina. E sia. Rinuncio qui a sviluppare un ragionamento sul fatto che sicuramente si dovrebbe tacciare di “innaturalità” l’istituzione dell’adozione, quella dell’affido, e che se davvero le sentinelle in piedi continueranno a buttare benzina sul fuoco, anche le vedove e i vedovi dovrebbero preoccuparsi. Ma rimaniamo sull’asserto. Cui però mancano vistosamente quali siano i dati e le prerogative del maschile e del femminile, che si vorrebbero difendere. Certo se ci si ferma a ciò che era visibile dalla prima ecografia – ovvero se la “natura” coincidesse con la genitalità – allora il possesso del pene è sufficiente a definire il maschio, e la vagina una femmina. Il problema è che non è così (e fa un po’ specie che a sostenerlo siano coloro cui l’esistenza dei genitali crea più imbarazzi che opportunità). Noi siamo esseri storici, e non solo naturali. Dalla nascita in poi il percorso di ogni persona è fatto di innumerevoli bivi, blocchi, salite e scorciatoie che facilitano o rallentano il suo sviluppo. Possiamo pure dire che esistono un maschile e un femminile cui riferirsi, e che rappresentino l’optimum di un impianto educativo. Solo che sono nell’iperuranio (in realtà neppure lì, perché in Ermes c’è qualcosa di Afrodite e viceversa), mentre noi, cui tocca la fatica di respirare, siamo tante cose, troppe per dare adito a semplificazioni arbitrarie. Voglio essere chiaro: l’omosessualità NON è una condizione naturale, solo che non lo è nemmeno l’eterosessualità. Nessuno di noi è ciò che dovrebbe essere “per natura” ed è ciò che lo ha condotto a essere la sua storia. Perciò torno all’asserto mancante: quali sono le prerogative di un maschio, e quali di una femmina? Perché se, a costo di saccheggiare uno stereotipo, diciamo che nel codice maschile c’è la difesa del territorio, ebbene conosco molte donne (etero e sposate, per giunta con prole numerosa) che difendono il territorio molto di più e molto meglio di quello che posso fare io. Come del resto io potrei, forse, far accostare le mie figlie ad alcune dimensioni femminee dell’anima umana. Perché dietro alle definizioni, che sono flatus vocis, i figli cercano e cercheranno i propri riferimenti per la crescita in molti luoghi diversi dalla propria famiglia. E la verità è che fanno bene.
  4. Se il rischio del nominalismo non vale come attenuante per i familiaristi, un discorso diverso andrebbe fatto, a mio modo di vedere, per quanti nutrono aspettative dalla legge Cirinnà. Mi spiego. Proviamo a stabilire che sia solo sulla parola “matrimonio” a dividersi le sentinelle in piedi e i movimenti LGBT, per i primi il problema si risolverebbe in un problema formale, privo di reale sostanza, per i secondi invece la questione sarebbe più complessa. Non è neanche necessario osservare come gli omosessuali, tacciati di possedere “lobby potentissime”, in grado di rovesciare i governi, siano stati storicamente perseguitati da tutti i regimi, dalla Germania nazista alla Cuba di Castro. Non si tratta di questo. La fuoriuscita allo scoperto – il cosiddetto outing –, la necessità di coltivare la propria identità le proprie preferenze, e non nella sentina delle cose, è fondamentale per l’armonia e la crescita di ogni persona. Perché il nascondimento è un processo patogeno, quale che sia la cosa che si vuole celare. Ciò che viene vissuta esclusivamente come dimensione “privata” di una esistenza è di per sé causa di processi di ammorbamento proprio perché non può essere vissuto in una condizione aerobica. Come le ferite che si incancreniscono se non possono essere esibite al mondo, o come i processi psichici che diventano potenzialmente esplosivi  quando vengono esclusivamente nei recessi dell’inconscio. Quindi comprendo perfettamente le rivendicazioni del movimento LGBT, e l’ambizione di non essere più essere cittadini di serie B, che ciò che si ritiene essere vero e buono per se stessi, possa essere coltivato sotto la luce del sole.

 

Per tentare una conclusione. Le aspettative del mondo LGBT sono legittime non solo per il risultato sociale che, io mi auguro, comporteranno, ma anche e soprattutto perché il processo di fuoriuscita dalle catacombe cui il resto del mondo li aveva relegati, è GIA’ un processo evolutivo in atto. Lo sarebbe anche se non portasse a nulla. Quindi gli appelli alla difesa di una natura che non esiste (o dovrei dire che non esiste nella modalità immaginata da quelli che ritengono di difenderla), la discriminazione verso quanti discriminati lo sono stati da sempre, la difesa rancorosa del maschile e del femminile da parte di chi ha li ha storicamente seppelliti nel reliquario della cosiddetta famiglia naturale, la bile di quelli che ieri predicato una sorta di criptorchidia e infibulazione psichica, francamente sono irricevibili.

(scritto di getto e non riletto)

IL DOLORE DEGLI ALTRI

Quando ero giovane, molto più giovane, vivevo una spavalderia, una enorme sfacciataggine, destinata tuttavia a essere contraddetta dalla prosaicità della vita. Era sufficiente per esempio che a scuola un insegnante mi suggerisse, sulla scorta di riflessioni a proposito di senso civico e responsabilità, una percezione della “libertà” più prudente della mia, che tirassi fuori una insospettabile sicumera, e facessi fuoco e fiamme per difendere ciò che ritenevo fuori discussione: essere liberi significava fare ciò che si vuole, a condizione di non prevaricare la libertà degli altri. E mica solo io; un fremito titillava un’intera generazione pronta a dimostrarsi più spregiudicata di quelle che l’avevano preceduta. Un immaginario, viscerale, troppo primordiale per reagire con talune seduzioni politiche, dove ci immaginavamo dentro a una sorta di cabina di plexiglas, sufficientemente protetti e autonomi, da risultare arroganti, pronti a tutto.

Ad alcuni però non era andata così bene. Ricordo i nomi, scritti da un Dio malinconico, con un dito nella polvere sulla credenza, di quanti per recuperare il dignitoso senso della propria vulnerabilità, avevano dovuto adoperare comportamenti autodistruttivi, scarnificando la propria anima sul selciato di una strada di periferia, o facendosi deglutire dall’esofago di una overdose. Noi no, conoscevamo la ricetta del compromesso, avevamo – ci piaceva pensare – dei background familiari appena migliori. Non ci saremmo fatti reprimere, né deprimere, diventare vecchi senza essere stati giovani, come i nostri genitori. Avremmo imparato a tenere dritta la barra delle nostre aspirazioni senza per forza estrarre la cartina tornasole, e avvicinarsi pericolosamente al punto di rottura. Ci sentivamo a torto invulnerabili. E fintanto che frequentavamo scuole blindate, l’oratorio o compagnie altrettanto affidabili, anche i grandi non ci dissuadevano.

Quando ci siamo sparpagliati lungo i rivoli della vita, scorrazzando dietro a racconti e immagini differenti, non abbiamo abbandonato mai però la solida convinzione,  che sul ponte di comando della nave ci fossimo noi, la rotta era segnata, e nessun ammutinamento era concepibile. Quanto eravamo ingenui, tuttavia.

Perché la macchina sociale, mentre eravamo intenti a millantare conquiste e traguardi personali, ci stava inoculando il germe di una malattia, che ci avrebbe a colpito proprio dove ci sentivamo più forti. Una malattia per cui non esisteva neanche un nome, i cui sintomi potevano essere l’assuefazione, l’abitudine alla rinuncia, la pressione dell’ambiente circostante, una educazione dall’impronta più paternalistica di quanto i retaggi e le sedicenti conquiste del ’68 – dei cui protagonisti eravamo tanto il naturale rimpiazzo e la copia sbiadita – avrebbero lasciato supporre, una tolleranza a crescere sotto il fuoco incrociato delle altrui aspettative (che fossero quelle dei genitori, della scuola o del prevosto poco importa), il costume di non poter deludere una serie di soggetti che, senza autorizzazione, avevano preso a morderci sul collo, tenerci al guinzaglio portandoci al mattatoio del senso comune. Quando tiravamo su con il naso, strisciavamo i piedi per terra, o camminavamo con la testa china, non di rado ricevevamo uno scappellotto motivato – dicevano – al nostro bene, a imparare come si stava al mondo. Eravamo viziati, privi di valori e senza spina dorsale; non avevamo fatto la guerra (come se fosse una colpa) e ci preparavamo a un avvenire pieno di senso di inadeguatezza, con il forte presentimento che da subito avremmo dovuto rincorrere. Così abbiamo imparato, senza rendercene conto, a essere accondiscendenti con chiunque, e non perché lo volessimo, ma perché eravamo cresciuti nella sostanziale inconsapevolezza dell’esistenza di alternative. Se il mondo è uno, non ci possono essere più modi di restarci, si alimentava il potente mantice della ovvietà. Al massimo potevamo rivalerci sulla lunghezza dei capelli – la “zazzera” come ci dicevano con disprezzo –, il rifiuto di ascoltare la musica classica, i pantaloni a zampa d’elefante, attraverso cui potevamo fingere di non avere già pagato un pesantissimo dazio. Bastava così poco per fingersi “diversi” quando eravamo stati preventivamente arruolati nell’esercito degli “uguali”, delle cui pesanti palandrane d’ordinanza non avremmo più potuto disfarci per il resto della vita. Non lo sapevamo, ma stavamo diventando adulti in un sistema nel quale ognuno di noi era il minuscolo tassello di un puzzle, dove non c’era altro modo di sopravvivere che incastrarsi con tutti gli altri. Ancora ci fomentavamo in aurore di audacia e spregiudicatezza, che eravamo bell’e che sbriciolati, minuscoli pietre di un mosaico che non ci era dato vedere. E la leva affinché tutto il marchingegno funzionasse, la melassa che ci avrebbe vincolati per sempre all’alveare, era lì a un palmo dal naso: il giudizio degli altri.

Quand’è che l’altrui approvazione è diventata lo stigma imprescindibile di un progetto di vita? In quale passaggio la possibilità del biasimo era divenuta la spada che nessuno sarebbe più stato in grado di estrarre dalla pietra? Che fine aveva fatto il “sono fatti miei” che avremmo dovuto usare come testa d’ariete per farci strada nel mondo?  Peggio anzi, poiché non solo non erano fatti nostri, ma lo erano di chiunque potesse guardare e buttare piombo sul contrappeso della bilancia, rendendo faticoso, talvolta troppo faticoso, il mestiere di vivere. Avevamo paura, più paure di quelle che avremmo potuto ammettere – la paura di morire, quella di non venire riconosciuti e quella di non essere amati, il timore di sprecare tutto il tempo a disposizione – molta più angoscia di quella che saremmo mai giunti a sapere. Ma avevamo una grande risorsa, riconoscibile e accessibile, pronta da cogliere. Erano, appunto, “gli altri”, le persone che ci stavano intorno, gli esponenti della collettività, i gli agenti della società, i referenti del racconto cui avevano  stabilito noi dovessimo sottostare. Una recita, il cui copione ci era stato assegnato sin dai primi giorni della nostra vita, e che molto presto avremmo mandato a memoria, pronto a essere ripetuto a ogni levar del sole.

La spavalderia dell’adolescente era sparita, svilita nel retrobottega del negozio, imbolsita sotto il peso degli anni, spenta nostro malgrado nel lavacro torbido del “senso del dovere”, piegata da una  forma del senso di colpa, così potente e interiorizzata, da far immaginare l’effetto Butterfly, foriero di eventi catastrofici senza fine, se si avessero deluso le persone intorno a noi. Siamo diventati adulti, partecipando a una narrazione dove l’esistenza individuale veniva assorbita in una trama collettiva, ognuno a coltivare il proprio orticello – per citare Voltaire – non disdegnando di gettare uno sguardo sprezzante in quello del vicino. Ci hanno sequestrato, e siamo diventati pur tuttavia anche i complici del sequestro di chi ci stava attorno. Vittime e carnefici, esistenze omogeneizzate le une accanto alle altre.

Gli psicanalisti raccontano che le relazioni primarie – quelle che ancora troppi continuano a ritenere lo zoccolo duro della società, a discapito di una serie di evidenze e confutazioni – le abbiamo vissute da bambini dovendo subire la differenza di potenza registrata con i nostri genitori. Abbiamo imparato molto presto a commerciare l’attenzione e l’affetto con le nostre prestazioni, senza renderci conto. Siamo diventati i bravi bambini, e poi i bravi ragazzi che sempre avrebbero voluto. Ci siamo abituati a essere sostenuti, e a sostenere, la comunità (qualsiasi tipo di comunità) molto prima di aver stabilito di farne parte. Abbiamo imparato a fare la “cosa giusta”, assai prima di scoprire ne esistesse una sbagliata.

Potrei raccontare centinaia di aneddoti, tratti dalla mia biografia quanto dal racconto di tanti amici, ma la cui divulgazione non sarebbe affatto corretta. Ne racconto uno, invece, giunto a me per strade molto più indirette. Si tratta di una coppia di lungo corso, dove la donna a un certo punto prende coscienza di non amare il suo compagno. Il rapporto è costruito unicamente sulla consuetudine, sulla aspettativa di trovare l’altro dove lo si è lasciato il giorno prima. Il fungo e l’alga di un lichene, in fondo indifferenti l’uno all’altra, ma imprescindibili alle economie delle rispettive esistenze. La ragazza vorrebbe concludere quella relazione, e provare a costruire qualcosa di nuovo altrove. Quando pensa, in proiezione, al futuro si sente mancare il respiro, reclutata anzitempo al grigiore della casa di riposo. Lui ha una specie di presentimento di ciò che potrebbe accadere, e fa di tutto per tenerla lì dov’è, perché non può dimenticare tutte le cose fatte in comune (che sono dopo quegli anni davvero tante…), perché non può dimenticare i momenti difficili, e le dolcezze che pure devono essersi scambiati. Insomma, lui imbastisce una serie di ragionamenti, talvolta veri e propri ricatti affettivi – non disdegnando mostrarle le future cicatrici, o quanto dolore i nuovi atteggiamenti comportino – per tenersela stretta, per frenare la slavina che vede abbattersi su ciò che ritiene di avere costruito. Ogni suoi ragionamento contiene un appello: “Non puoi!”.

Forse quando ero giovane avevo ragione, sebbene solo il tempo mi avrebbe mostrato in quale modo paradossale. Essere liberi significava realmente fare ciò che si vuole, a condizione di non prevaricare la libertà degli altri. Ciò che allora non sapevo è quanto il territorio di ognuno fosse intrinsecamente legato, sovrapposto, largamente ipotecato da quello di chi gli sta intorno. I confini della proprietà sono più confusi di quello che si potrà mai raccontare. Purtroppo si creano danni non soltanto durante gli sconfinamenti, ma anche per ogni singola azione,  e persino inazione, condotta al centro della propria magione. Perché tutti si aspettano qualcosa, quantomeno non dover affrontare novità. O non troppe in poco tempo. No, anche stazionando nei nostri possedimenti non possiamo cambiare, perché gli altri difficilmente lo perdonerebbero.

Il nostro retroterra biologico è che eravamo primati. Camminavamo nella foresta a procacciare il cibo, pronti a far valere il diritto del più forte. E’ vero: ci siamo evoluti, in funzione di un adattamento all’ambiente e di un vivere più quieto. Non si vive bene in una situazione di perenne conflittualità, e quindi abbiamo appreso a contenere l’aggressività, a trovare riparo dentro i “tupperware” che la società ha predisposto per noi. Abbiamo compreso quale vantaggio evolutivo comportasse il non digrignare i denti al viandante che si sedeva accanto, ieri su un ramo, oggi su un mezzo pubblico. Abbiamo imparato i comportamenti sociali volti a rassicurare delle nostre migliori intenzioni il tale che prende l’ascensore con noi al supermercato. Abbiamo scoperto come elidere, anche attraverso la tecnologia, molte delle distanze che si frapponevano, abbiamo compreso come essere più simili gli uni agli altri potesse aiutare a vivere in armonia. Ma non abbiamo smesso di avere paura. Nel profondo la scimmia che siamo stati è rimasta pressoché intatta, la collera è stata spostata in altre porzioni del nostro essere, ma non abbiamo smesso di essere sospettosi, di percepire una minaccia nel buio, nel percepire il pericolo incombente dietro il muro, oltre lo steccato. Ci siamo solo adeguati. Il prezzo per poter incontrare solo sorrisi in un ascensore tuttavia era caro, talmente caro che, se lo avessimo saputo in precedenza, il compromesso sarebbe stato più difficile da siglare. Avremmo dovuto corrispondere alle aspettative di insegnanti, genitori, figli, amici, sacerdoti, capi scout, colleghi, studenti, vicini, finanche quel tale che spinge il carrello davanti a noi. Siamo diventati la persona che non eravamo, sagomata sulle attese che altri hanno ritagliato. Ci siamo costruiti maschere di mansuetudine, accondiscendenza – a mio parere uno dei cancri più aggressivi di questo scorcio di millennio –, più di quanto non avremmo mai voluto. La nostra povera libertà/territorio è diventata come l’attaccapanni coperto dai soprabiti di un ricevimento. Non potevamo fare nulla di davvero importante che non causasse dolore (anche molto profondo) in quelli che ci stavano intorno.

Tuttavia l’attribuzione di quel dolore non è sempre motivata, perché l’atto può essere un pretesto; ogni abbandono si colora delle tinte di abbandoni più antichi, il tradimento fa affiorare mancanze remote, e le delusioni incistano deficit ben più pesanti, i quali afferiscono ad aree dimenticate della nostra biografia. Mi permetto di insistere, perché questo è un passaggio decisivo: nella dolore causato all’altro si toccano necessariamente piaghe più profonde, molto più profonde, delle ferite che le fanno affiorare una seconda volta.

Ed ecco che mi preparo a giungere alla conclusione di questa lunga riflessione. Una conclusione che so essere paradossale. Ma prima devo aggiungere un nuovo corollario sulla natura di tutte le relazioni. Nessuno è di qualcuno. Non lo sono i figli dei genitori, non i genitori per i figli. Non i mariti per le mogli, né queste appartengono a quelli. Non i fidanzati e le fidanzate. Non i dipendenti per le aziende, i sottoposti ai capiufficio, i principali ai dipendenti. Non apparteniamo alla comunità, agli scout, al gruppo dei filatelici, gli appassionati del ramino. Non fidiamoci delle molteplici imboscate tese dal linguaggio: quando dicevamo in classe, “Sono della Juventus”, “Sono di sinistra”, era tutto un fraintendimento. Quando il fidanzato dice alla fidanzata “io sono tuo”, dice qualcosa che di profondamente improprio. Ancora di più se dice “tu sei mia.” Poiché sarebbe una sciocchezza inenarrabile prostituire il dono più grande per il piatto di lenticchie di una ben misera soddisfazione. Non apparteniamo agli amici, né al supermercato dove quella graziosa signorina porge la tessera sconti. E anche se comprendo di addentarmi in un ginepraio, non siamo neppure di Dio. Non per natura, tantomeno per cultura. Persino quando ci riempiamo la bocca di affermazioni come “Io sono mio”, sarebbe opportuno non prendersi troppo sul serio. Poiché, al di là della ovvietà, persino essere se stessi è un traguardo cui non basta una intera esistenza, un compito che non si de-finisce in una vita. E come si possono concedere i diritti di qualcosa che non ci appartiene fino in fondo? Non sarebbe come presentarsi dal notaio a firmare il rogito della casa di qualcun altro? Se si vuole appartenere lo si faccia pure, scegliendolo senza ombre, ma con tutta l’esitazione di un balbuziente prima di una recita. Tutto questo è fondamentale perché nel dolore esiste la responsabilità di chi lo causa, ma non andrebbe mai sottovalutata quella del sofferente nel tarare adeguatamente la propria aspettativa. Insomma, se chi fa soffrire ha sempre, almeno un po’, torto, chi subisce non è detto che abbia poi le ragioni che vorrebbe.

Che confusione, dunque! Incastrati nel puzzle della normalità, terrorizzati dalla prospettiva di soffrire ancor più da quella dell’altrui scandalo.

Perché il dolore degli altri non è mai giusto, né giustificabile. Questo è il significato che attribuisco, ad esempio, al terribile passaggio del Vangelo di Marco “Guai a chi dà scandalo a uno di questi piccoli…”. Non c’è equità nello scandalo, né giustificazione possibile. E anche l’eventualità del perdono è molto più complessa e difficile da percorrere di quanto la nostra maschera bonaria non lasci credere. Poiché si può perdonare solo l’imperdonabile. Il resto è sciacquatura dei piatti.

Non esiste il diritto di scandalizzare un altro essere vivente, eppure – questa è la conclusione paradossale – la possibilità di rappresentare un simile ostacolo è un dovere. Verso se stessi e persino verso quegli stessi piccini cui allude il Vangelo. Neanche “talvolta” perché il dovere di disattendere le altrui aspettative vale persino per chi non dovesse alle intenzioni far seguire gli agiti. Che valore avrebbe altrimenti un sacrificio che non si è saputo di poter evitare? La fidanzata dell’esempio fatto in precedenza potrebbe anche scegliere di rimanere col suo esile compagno, ma affinché la sua scelta sia reale, e non diventi il focolaio di nuove perversioni e vendette – magari celebrate dieci o venti anni dopo, con un rancore rancido fermentato dentro – occorre che lei sappia di potersi allontanare. Nessun rimanere ha valore, o significato, per chi non ha preso in considerazione la possibilità di andare. Perché l’affermazione per cui nessuno appartiene a qualcuno vale, se possibile ancora di più, quando la si legge alla rovescia: nessun essere vivente dovrebbe soggiacere all’iniquo carico di essere il senso della esistenza di un altro.

La felicità o l’infelicità sono conti separati, anche se la “società puzzle” ci ha instillato da sempre la convinzione contraria. Esiste un immaginario molto solido, radicato sino allo stereotipo, secondo il quale i figli sarebbero traumatizzati  dalla separazione dei genitori; i genitori egoisti che proprio non riuscissero a farne a meno dovrebbero rassicurare la prole dal non essere la causa prossima o remota della frattura. Ma siamo altrettanto certi che un figlio non venga ferito, magari in aree meno accessibili della sua personalità, dall’infelicità di quei genitori che non si separano solo a motivo della sua esistenza?

Perciò se il dolore degli altri è il contrappasso di una trasformazione così necessaria, pur avvertendone tutto quanto il dolore e il pentimento, dopo lo scandalo procurato, che dolore sia.

Lacrime di granito

Accanto al muro di recinzione del campo di Bolzano un cartello getta la sua ombra panciuta sull’asfalto. Il disegno stilizzato non lascia dubbi: Rimozione Forzata. Vietato parcheggiare; ma non è l’unica forzatura. Si direbbe sia vietato ricordare. Dentro al muro palazzine dalle mattonelle pallide, non particolarmente alte e nemmeno troppo appariscenti, dall’aspetto discreto e gradevole, segnano il passo di un appetito di vita che non può guardare troppo in faccia al dolore congelato nel muro. Non vuole ascoltare, non può vedere. Una donna un giorno quasi aggredì gli uomini attempati che si fermavano davanti a quei muri, che toccavano le pietre con una intimità sofferta, e protestò, perché non gliel’avevano detto, nessuno le aveva raccontato che il quadrilatero di terra dove aveva messo radici, la stradina con cui avrebbe accompagnato i figli alla scuola elementare, trasudava dolore da ogni poro della pietra. Era furiosa, e aveva ragione: quegli stessi marciapiedi solo quaranta, sessanta o trenta anni prima, avevano sentito gemere uomini e donne la cui unica colpa, il cui più grande merito, era di essere finiti in mezzo agli ingranaggi con cui la storia spezza le ginocchia degli innocenti, li costringe a salire su dei carri bestiame, e li fa salire su a nord, su su, quando talvolta l’unica destinazione è una doccia al monossido di carbonio, un forno crematorio, un alito di vento che ne disperda le ceneri. Certo non erano gli incanutiti uomini che erano lì a recitare una preghiera laica che glielo avrebbero dovuto far sapere.

Non si può vivere senza memoria, perché “ricordare” ci costituisce, ci consente di avere una biografia, di non essere un cumulo di pietruzze buttate per terra, ma un mosaico, dove tutto assume- nel tempo- una forma e un significato. Eppure per sopravvivere talvolta occorre dimenticare.

L’uomo è un essere diacronico, la cui storia si svolge in molti tempi, e in quei tempi ci sono emozioni che si vorrebbero vivere all’infinito, e altre che si associano a un dolore che inebetisce. Ci sono in alcune esistenze avvenimenti così brutali, sulla cui superficie ruvida si grattugiano le anime degli uomini che vi sono venuti a contatto.

Circostanze che quando vengono vissute al presente sono schermate per i più, da un meccanismo di estraniazione che consente di non capire, non fino in fondo, ciò che si ha di fronte. Perché “viverlo” e riconoscerne contemporaneamente la portata diventerebbe un peso insostenibile per qualsiasi autocoscienza. O si subiscono le circostanze, e si evita di capire che ciò che accade stia accadendo per davvero, oppure in altro tempo si ricorda. La sincronia è piuttosto l’immane compito dei testimoni i quali, non a caso, ne vengono sovente schiacciati. Come Primo Levi che visse un presente dilatato all’infinito di ciò che aveva veduto in Polonia, non trovando mai la pace. Nemmeno lanciandosi nella tromba delle scale della sua amata Torino.

Si chiude il cielo d’asfalto di Mauthausen sotto il quale aspersero il sangue 122.000 innocenti. La staffa di una bandiera si dimena con questo vento fradicio, e sbatte afona sul palo metallico di sostegno. Nessuno l’ascolta. Dai muri, dai gradini, dalle mattonelle rosse dei forni crematori, dai graffi impressi nella parete interna delle camere a gas, sgorga un grido. Un grido di sasso, l’unico linguaggio della memoria. Un vecchio dai capelli bianchissimi si aggira spaesato tra le vecchie baracche. Indossa una camicia disadorna a righe verticali, il codice a barre della violenza. Gli occhi sembrano due zaffiri spenti. La bandana recita un paradossale “peace”, che quasi stona al collo di uno che avrebbe tutto il diritto di condurre una guerra perenne. Il diritto di odiare. Solo “Pace”. I zaffiri ogni tanto lanciano lampi segreti. Ma lo devi guardare in faccia, e ascoltare le sue rughe per accorgerti.

A Gusen un uomo ha comprato- in saldo- il lotto dove giaceva l’ingresso del lager: “In fondo”, deve avere pensato, “non è nemmeno brutto…”, perciò aggiungi un arco qui, cambia gli infissi là, non ha neanche buttato giù l’edificio precedente prima di edificare la propria lussuosa abitazione, limitandosi a una cosmesi esterna. Una BMW, parcheggiata di sedere, ringhia coi quattro fari nel vialetto a quanti si avvicinano troppo ai nervi della memoria occultata. In giardino c’è anche uno schiacciasassi, a figurare quanti strati di realtà abbia dovuto stritolare chi abita in un luogo così. Ma in questo ordine di grandezze nessuna cautela può rivelarsi sufficiente, nessun Cerbero meccanico abbastanza guardingo, perché sono i luoghi stessi a ricordare, e non si limitano a esserne presaghi. Come la veranda da cui il comandante Ziereis insegnava al figlio undicenne a sparare sui deportati, quasi fossero orsi del tirassegno. Quel padre sorridente, che indica al bambino come allineare occhio/ mirino/ tunica a righe, compie un abuso così truce nei confronti della vittima, del bambino stesso e persino di ciò che resta della propria umanità, da costringere la terra stessa a partecipare a un atto cui non può essere consenziente. Lì dove avvenne uno stupro senza fine cala una scure da dove una volta c’era il cielo, e rimane una piaga talmente profonda da scendere nei recessi più intimi delle cose. Il dolore, spiegano gli psicologi, ha una scala di misurazione soggettiva, tale da non valere mai sempre, e certo non per tutti. E hanno ragione. Ma il dolore che viene scagliato nel cielo plumbeo di Mauthausen è “talmente tanto” che è come se la realtà stessa si contorcesse, trascendendo ogni scala di rilevazione, producendo un ultrasuono lungo quanto la storia, in grado di far esplodere i lampadari dei ben pensanti di tutte le epoche, appannando gli occhiali dei teorici di ogni tempo. Talmente tanto da far diventare lo spazio che si apre dietro alla Porta Mongola “sacro”, perché in quel luogo si commise tanto un sacrificio quanto un sacrilegio.

Come una dolce pianura dove un terremoto viene a lacerare la terra, e crea una voragine; un dislivello che manterrà per sempre separati i due piani della realtà: la memoria e la rimozione, l’ineffabile e il temporale, l’assoluto e la banalità descritta da Hannah Arendt, l’altare della sofferenza e la profanità di tutto il resto. I luoghi della memoria sorgono sulle cicatrici, come paradossali tentativi di saldare l’inconciliabile.

Nel 1941 Heinrich Himmler in visita al campo afferrò un cronometro, e ordinò che un deportato prendesse in grembo una pesante pietra della cava, e si mettesse a correre fino al sopraggiungere della morte per sfinimento. Quando la giugulare stabilì che la vita si fosse allontanata dalla desolazione di pietra, si compiacque per l’ottimo risultato. Un esperimento riuscito.

Il vice comandante Georg Bachmayer, quando si annoiava spediva i suoi mastini a sbranare un prigioniero, conferendogli la speciale onorificenza del “bacio dei cani”.

Mauthausen giace pigra sul dolce pendio delle ordinate colline austriache, così graziosa che molti novelli sposi vengono a farsi fotografare qui davanti; ma sotto il tappeto verde, lì vicino al cuore della terra, scorre inesorabile e occulta una emorragia di lava, un cratere di dolore, che non si spegnerà mai più.

Qui vengono ogni anno migliaia di persone, vecchi con  occhi nei quali si apre il panorama cupo della memoria, e giovani col sorriso di alabastro, per promettere a se stessi di non cadere nell’abisso appena scoperchiato. E lanciano un fiore nel buio onnivoro. Un fiore che, anche se per un solo istante, lenisce le ferite e copre tutto l’orrore. C’è stato un passato in cui la mostruosità sembrò normale. E c’è un presente che pretende che quel passato sia, proprio a causa della sua malformazione, relegato nella teca delle cose impossibili. Fare memoria significa camminare sulla cerniera che tiene insieme questo ossimoro, prendersi cura delle gengive sventrate della propria storia. È la prosecuzione ideale del lavoro di quanti, settanta anni fa, constatarono che l’abominio era possibile ma non sarebbe mai stato normale. Molti tra essi pagarono con la vita per avere tenuto tesi i quattro lembi del lenzuolo su cui si regge il mondo e che, se avesse ceduto, lo avrebbe fatto rotolare in un dirupo della barbarie che nessun armistizio avrebbe fatto cessare.

Sopra di noi un cielo di sasso non smette ancora di piangere. Piange lacrime di granito. A Mauthausen.

Ma, ora so, che qualcuno le raccoglierà.

Era mio Padre

(da “Il giorno in cui mia madre distrusse l’Universo”)

Ma non sarebbe stato utile ad alcunché, perché si accorse che nessuna spiegazione sarebbe stata in grado di prefigurare il vuoto in cui si trovò a galleggiare, come una foglia di magnolia, di quelle che industriosamente suo padre assemblava in modo tale che ad una superficie concava si incastrasse una velatura di platano, ottenendo una rudimentale imbarcazione, che fluttuava tenace e disperata nella enorme fontana circolare di alcuni sabati autunnali della sua infanzia. Galleggiava in modo sorprendente tra i gorghi che, un soffio di d’acqua sparato verso l’alto, produceva in una sorta di tempesta senza requie. Accanto a lui altri bambini e altri padri, in procinto a varare nel battistero della complicità, natanti radiocomandati che al cospetto delle figlie della magnolia cui era legata la sua sorte, parevano transatlantici o baleniere, pronti a spezzare qualsiasi incantesimo avesse tentato di impedire le 100 traversate che compivano in un pomeriggio. Ma non gli era mai importato. Anzi, proprio quel confronto lo faceva sentire orgoglioso di come il padre non si fosse limitato a estrarre il contante davanti alla commessa annoiata di un grande magazzino. Quella navigazione era proprio come percepiva la sua esistenza: precaria!, in attesa che il natante giungesse nel campo gravitazionale del geyser e che dopo molto tentativi a vuoto riuscisse di spedire le foglie a sfaldarsi nel gelido Valhalla sul fondo della fontana. Eppure non gli dispiaceva assecondare quel Destino, per quanto tragico. Perché su quella imbarcazione c’era lui, e c’era stato suo padre, e insieme prima della inevitabile resa, avevano affrontato i marosi, sperimentando fino oltre quale limite di sopportazione si potevano spingere in quel sodalizio irrinunciabile. “Libeccio”, “Katyusha”, “Ghibli”… i bambini che potevano giostrare in quell’opale di indefinita possibilità le proprie navi viziate che avevano soltanto i nomi a evocare distanze, spingevano annoiati i pollici sul cilindretto metallico a far gorgogliare il motorino afono, così separato per cimentarsi nelle sfide che aveva intercettato lui. E si sentiva così anacronisticamente orgoglioso. Suo padre allora lo guardava con la caratteristica espressione nella quale si mescolava una trepidazione incolore e una vivida partecipazione distante ai suoi vissuti. Distanza sì. Ecco cosa ricordava di suo padre. Una distanza non voluta, ancorché una effigie ineludibile di quella relazione. Era come se suo padre fosse una presenza enorme nella sua vita, cui però era riuscita soltanto una parziale fusione, e per il resto lo avesse dovuto guardare attraverso un prisma, gelido e deformante. Come quella volta che andarono nella piscina più caotica della città, dove c’era una vasca con un lastrone di vetro, dal quale si potevano vedere le persone che si tuffavano o quelle che si immergevano. Il futuro signor Uguale era affascinato e terrorizzato per quelle figure la cui pelle si pigmentava di azzurro una volta che avevano abbandonato le confortanti certezze dell’ossigeno, e i cui corpi gli si dilatavano o accartocciavano davanti. Particolarmente impressionanti per il fanciullo erano poi gli occhi, che i più ardimentosi si sforzavano tenere aperti nonostante il gioco della pressione e la brutalità del cloro, ancorché le venuzze si irroravano all’istante di un eccesso di sangue, e quei volti che si pretendevano divertenti diventavano delle maschere di morte. Una volta anche suo padre gli aveva detto di aspettare lì, e che l’avrebbe salutato. Poi era salito dalla rampa di scale di cemento ruvido e non l’aveva veduto per una manciata interminabile di secondi. Poi, ecco, una tromba d’aria di minuscole bollicine annunciarne il tuffo, e subito dopo papà impacciato si agganciava con un piede- il piede di un uomo mite- alla protuberanza della finestrella e si issava fino a incontrare il suo volto. Il bambino non aveva paura, e l’uomo coi capelli mossi come la fiamma di un accendino scarico, gli sorrideva e gli domandava perdono, perché per tutta la vita non avrebbe potuto guardarlo se non attraverso un vetro. Non sarebbe mai stato capace di spezzare l’incantesimo, e non avrebbe mai rovesciato i metri e metri cubi della propria incompiutezza addosso a quel figlio. Così amato. Così distante.

La mancanza

Viviamo di mancanza. Quantifichiamo la consistenza magmatica del nostro esistere polarizzandola su un punto fermo, un’isola, una terra solida che emerge tra le onde. In fondo sapere chi, o cosa, ci manca, ci consente di tenere fermo cosa siamo. E questo ci permette di stabilire un postulato che si auto invera, paradossalmente persino quando viene confutato, ovvero che “non” dovremmo essere mancanti. Ci focalizziamo su un volto, un tempo che è stato, una stagione della vita, una condizione preesistente, dove fummo più felici di quanto non si è. E se felici non si può essere, si apre la stagione infinita delle recriminazioni. Divoriamo porzioni del mondo alla ricerca di un pieno che tuttavia non potrà riempire mai il vuoto – poiché le sue radici non sono “fuori” –, in una bulimia autoalimentante, che se non ci risarcisce mai, ci restituisce la “solidità” della convinzione che di solidità si dovrebbe vivere. Il dolore della mancanza è il contrassegno che sigilla pacchi polverosi in magazzini che nessuno visiterà mai. Non ci verranno mai recapitati, eppure pare sufficiente la convinzione che, sotto la fuliggine, ci sia scritto il nostro nome. Questo semplice (e presuntuoso) sospetto, tuttavia, sembra farci sentire paradossalmente appagati. Pieni di vuoto. Ma forse non è realmente così. Magari la mancanza non è la congiuntura straordinaria nella quale ascrivere i nostri vissuti, ma la condizione autentica di tutti gli altri. Prenderne coscienza non è semplice. Affatto. Siamo esseri sincronici, la diacronia è un equivoco. E’ una prassi oscena quella di sezionare l’esistenza in tempi chiusi, camere stagne comunicanti tra loro solo attraverso il canale perverso della perdita. Perché non è vero che perdiamo solo le cose eccezionali che un tempo ci fecero lieti, ma le perdiamo tutte, in un gomitolo che si dipana senza posa. Non erano straordinarie solo le cose la cui mancanza tiene aperte le nostre ferite, ma lo erano e lo sono tutte. E’ troppo semplice, e molto comodo, convincersi di essere mancanti solo di quella eccezionalità che ci vide un giorno protagonisti, finanche si fosse costretti a un’attualità da subalterni. Poiché a mancare invece è tutto. Non saperlo un fraintendimento.

L’Universo è fatto di corpi gassosi, che si allontanano gli uni dagli altri a una velocità umanamente non concepibile, le cui estreme propaggini si solidificano un istante soltanto, e noi chiamiamo quel pallore “realtà”. Di solido non c’è nulla, eccetto la tracotanza di considerarlo tale. Quando si comprende che l’unica sostanza è il flusso medesimo si perdono le ultime guarnizioni, con le quali avevamo congelato l’ineffabilità del passato, la condanna del futuro e la transitorietà del presente, ricostituendo un movimento solo, la transumanza di stagioni le cui differenze altro non sono che pieghe e sporgenze nell’unico velo di Maia. Occorre cambiare, e lasciare che cambino persino i nostri cosiddetti punti fermi. Oppure che esse siano postulate, quanto alla propria fissità, solo dalla volontà, o dalla necessità del postulante. Bisogna che il bruco diventi, un poco per volta, farfalla. Sapendo però che sia la trasformazione medesima l’autentica natura delle cose.

Non è semplice cambiare. Forse la più difficile delle cose. Tuttavia è relativamente semplice comprendere quando, con il vento a favore oppure ostacolato in ogni modo, il cambiamento sia iniziato. Esiste infatti una cartina tornasole della sua attivazione, ed è da che un tempo si provava nostalgia per una cosa, ora la mancanza si invera, e a lasciarci ammaccati sia la perdita di qualsiasi altra. Come un viaggiatore, dapprima annoiato, che a un tratto viene calamitato dai fuggevoli paesaggi fuori dal finestrino. Tutti sconosciuti, e una volta inerti, ora vengono accesi dal tramonto di una inspiegabile nostalgia. Permangono un solo istante sulla tavolozza del vetro, e sono lì a chiamarci a un ignoto appello, per poi varcare la soglia. E non sono più. Non saranno mai più. Né per questo li potremo dimenticare.

 

quel giorno

Ti stringerò

Come non avessi mai smesso di farlo

Ti proteggerò

Perché ti aspetti questo da me

Ti addormenterai

Sul mio petto

Poggerai la testa

Sotto la mia ascella

E ti dimenticherai

(ci dimenticheremo)

Di quando fummo distanti

Mi perdonerai

(ti perdonerò)

Di quanto fummo meschini

Mi placherò dietro la tenda

Dei tuoi capelli ondeggianti

Mi ristorerò

Nella greppia rigogliosa del tuo seno

Mi nasconderò

Dietro la tettoia del tuo sguardo severo

Mi affiderò

(ti affiderai)

Alle bave dell’alba che ci sorprenderà abbracciati

Conterò i mesi

(conterai gli istanti)

Con le stalagmiti della tua presenza

Le stalattiti della mia attesa

Poiché se anche io mai sono

Un giorno, quel giorno, saremo

Parigi, una controriflessione

Davanti agli attentati di Parigi e Bamako, ho taciuto. Non è sempre stato facile, poiché i grandi avvenimenti suscitano – persino in me – forti emozioni, e le forti emozioni portano quasi inevitabilmente alla assertività. Meno frequentemente alla lucidità. Molteplici le tentazioni di imbrattare le pagine dei social con le mie ridondanti opinioni. Sarebbe stato facile, tralasciando il dettaglio di non poco conto della mia crassa ignoranza in materia. Non sono edotto sugli scenari di politica internazionale, non conosco le implicazioni della questione palestinese dalla nota Balfour in poi, e non so nulla delle relazioni tra ISIS e Al-Qaeda, ma per fortuna non sono sufficientemente arrogante da pensare che una breve ricerca su Google sarebbe in grado di colmare questa lacuna. I rischi di fraintendimenti e le mistificazioni sono ovunque, e si nascondono proprio dove i più detengono i capisaldi delle proprie statuarie convinzioni. Tuttavia sembra che il mio esempio, mai così buono, non abbia lasciato un segno particolarmente indelebile, e la strada della prudenza sia stata imboccata molto raramente.

Dopo il silenzio breve e attonito, quasi fisiologico – un silenzio doveroso e non solo come segno di rispetto, ma proprio perché è la condizione per ascoltare anche le voci più flebili di ciò che accade, tanto fuori quando dentro –, durato si e no qualche ora, giornali e frequentatori dei social, si sono scagliati nella crociata della banalità, a perorare con maggior convinzione esattamente la causa che appoggiavano un istante prima che i colpi venissero sparati. Ancora le ambulanze spiegavano le sirene, che già sui media proliferavano, come macchie del morbillo, saccenti spiegazioni sulle “vere” responsabilità, con tutta l’improvvisazione del caso, se non altro per le tempistiche adottate. Non arrivo a dire che questo fosse “il vero scopo dei terroristi”, ritengo però che sia stata una ulteriore mancanza di rispetto per le vittime poiché, considerando la sostanziale impermeabilità a quello che accade, la realtà è diventata solo un pretesto. I filo palestinesi a dar la colpa a Israele, i filo israeliani ad Hamas, i leghisti che ce l’avevano coi migranti e Giulietto Chiesa (tanto per fare un nome) a buttare la croce sulle spalle dei servizi segreti francesi. Il linguaggio massimalista, dovunque scaturisca, denota una povertà morale e una pochezza intellettuale.

Tornano in mente le illuminanti parole, riferite agli scenari post 11 settembre, del filosofo Alain Finkielkraut:

“Questo stupore carico di orrore non è durato però, almeno in Francia, che qualche giorno, una settimana al massimo. Molto in fretta ho avuto l’impressione che la realtà non fosse più riportata per ciò che era.”

E invece ci siamo ricascati. Ci affrettiamo a istituire minuti di silenzio, quando piuttosto occorrerebbero giorni, settimane e forse mesi nei quali abbassare il volume, elaborare i lutti, lasciare risuonare interiormente le sensazioni, rendere prudente il linguaggio e consapevoli le riflessioni, preferendo invece riempire lo scatolone del tempo delle stesse becere idiosincrasie cui lo avevamo farcito in precedenza. Si parla subito, si parla troppo e a sproposito. E il più di volte si dicono sciocchezze inenarrabili. L’accelerazione dei media, la sovrabbondanza di argomentazioni stantie, l’inversione delle colpe e “certezze granitiche”, immuni a ogni forma di autocritica non sono tuttavia prerogative soltanto di una gretta precomprensione ideologica, ma anche – come mi hanno insegnato le letture di Luigi Zoja – sintomi del modo che ha la paranoia di entrare nelle cose della polis. La paranoia, il lucido delirio, la “patologia delle opinioni” che non si limita a rendere solide le, pur legittime, convinzioni ideologiche, ma arriva ad esasperarle fino a trovare un nemico totale per ogni tipo di circostanza.

Come per tutte le patologie psichiche se si vuole individuare la motivazione recondita non bisogna cercarla nella plasticità dei sillogismi – in questa prospettiva la coerenza infatti vale come difetto –, ma nelle invisibili economie dell’inconscio dei popoli. E anche per entrare in questo campo continuo a sentirmi sguarnito dei necessari arnesi. Tuttavia vorrei sottolineare, tra i tanti, uno dei principali difetti di tale modo di approcciare la questione. Dopo gli attentati di venerdì 13 Libero ha vomitato un titolo, “Bastardi islamici”, pronto a titillare le peggiori visceralità dei lettori, scatenando allo stesso tempo reazioni e controreazioni su un tema dove continuiamo a divederci da più di un decennio. Siamo oppure o no alle prese con uno scontro di civiltà? A questo tema seguono poi una serie di corollari: chi spara addosso a giovani inermi ad un concerto, lo può fare oppure o no nel nome di Allah? E noi dobbiamo oppure o no brandire la croce per respingere i nemici che, dopo la battaglia di Lepanto, continuano a essere gli stessi? Ancora, quanta parte della storia del terrorismo mediorientale si può attribuire a quel mare magnum che indichiamo come “distribuzione iniqua delle ricchezze planetarie”? E’ infine vero che i morti occidentali continuano a pesare molto di più di quelli delle aree più povere – e meno mediaticamente appetibili – del mondo? Ovviamente se pensassi di avere la risposta a una o tutte queste domande non farei altro che alzare di un centimetro il muretto di quelli che mi propongo di criticare. Nemmeno relativamente all’ultima domanda, che sembra la più scontata e rigonfia di retorica, perché se ho imparato qualcosa dalla psicanalisi è che per capire meglio le cose occorre spostare l’attenzione da queste ai processi con cui le si è fatte entrare. Per arrivare alla radice del problema, non si può non attenzionare il “come” queste sono diventate rilevanti. Al di fuori di un simile lavoro il rischio di continuare a gettare all’infinito carbone  nella fornace della propria paranoia è altissimo. Quella di diventare spietati terroristi della parola, inverando la profezia di Baudelaire per cui “il giornale trasuda delitto”, è purtroppo una certezza. In tutte le disamine ho notato un difetto, perché primariamente – qui in senso cronologico, non assiologico – lo scontro di civiltà non è un tema geopolitico, ma psicologico. Il senso di invasione, di allergia alla diversità, di timore che sin dalle remote propaggini della nostra infanzia “l’uomo nero” continua a incutere, la pseudo speciazione che rifocilla i movimenti di destra, moderata ed estrema, attiene alle paure più profonde e non al razzismo di De Gobineau. Quindi affermare che i “terroristi” siano un fatto privato, mentre l’Islam in quanto tale sarebbe un collettivo che nulla ha da spartire con quelli, è una spiegazione miope. La nostra mente attinge infatti dall’individuale quanto dal collettivo. Non esistono fenomeni socialmente rilevanti che si possano addossare a una di queste prospettive senza coinvolgere l’altra. Il farlo conduce a uno strabismo ideologico nel migliore dei casi, se non a una vera scissione psicotica in quello peggiore. Esiste una parentela tra (questo) terrorismo e Islam, sebbene lascio agli studiosi delle Sure del Corano e a quelli dei flussi migratori l’individuazione, come ne esiste uno tra il cristianesimo e le Crociate, uno tra l’Italia e il fascismo e un altro tra la Germania e il nazismo. Persino gli stereotipi hanno almeno un aspetto verace, che determina quasi sempre le forme di approccio collettivo. Arrivo a dire che esisterebbero sul piano psichico persino quando non sussistessero su alcun piano storico, così come le responsabilità collettive (quelle delle faide familiari per fare un esempio) lasciano segni profondi nell’inconscio degli individui. Non si tratta di sovrapporre i fenomeni, stabilire identificazioni tout-court e aprire così quelli che si chiamano, non a torto, “processi sommari”. Ma non è corretto l’atteggiamento opposto, che finisce per imbastire “assoluzioni a prescindere” antistoriche, facendosi sfuggire quanto articolati possano essere i fenomeni. Dando luogo inoltre a macroscopiche difformità nei giudizi, poiché chi si ostina a sguainare la spada per evitare quelle sovrapposizioni, non dispensa a praticarne altre o inventarne di nuove. Non è raro il caso di chi rifiuta – legittimamente – il linguaggio del titolo di Libero, però poi indica gli americani, gli israeliani o i francesi come i “veri” colpevoli. Difendendosi (troppo) da una idiosincrasia, si finisce spesso per ricadere in altre. Se si vogliono comprendere i fenomeni occorre abbandonare il pericoloso sentiero della paranoia (o delle paranoie dovremmo dire) e avventurarsi nell’imprevedibile territorio della complessità. E’ un lavoro necessario e salutare. Speriamo di riuscire a gettare sul tavolo verde fiche migliori di queste prima che la pallina smetta di carambolare.