Quando ero giovane, molto più giovane, vivevo una spavalderia, una enorme sfacciataggine, destinata tuttavia a essere contraddetta dalla prosaicità della vita. Era sufficiente per esempio che a scuola un insegnante mi suggerisse, sulla scorta di riflessioni a proposito di senso civico e responsabilità, una percezione della “libertà” più prudente della mia, che tirassi fuori una insospettabile sicumera, e facessi fuoco e fiamme per difendere ciò che ritenevo fuori discussione: essere liberi significava fare ciò che si vuole, a condizione di non prevaricare la libertà degli altri. E mica solo io; un fremito titillava un’intera generazione pronta a dimostrarsi più spregiudicata di quelle che l’avevano preceduta. Un immaginario, viscerale, troppo primordiale per reagire con talune seduzioni politiche, dove ci immaginavamo dentro a una sorta di cabina di plexiglas, sufficientemente protetti e autonomi, da risultare arroganti, pronti a tutto.
Ad alcuni però non era andata così bene. Ricordo i nomi, scritti da un Dio malinconico, con un dito nella polvere sulla credenza, di quanti per recuperare il dignitoso senso della propria vulnerabilità, avevano dovuto adoperare comportamenti autodistruttivi, scarnificando la propria anima sul selciato di una strada di periferia, o facendosi deglutire dall’esofago di una overdose. Noi no, conoscevamo la ricetta del compromesso, avevamo – ci piaceva pensare – dei background familiari appena migliori. Non ci saremmo fatti reprimere, né deprimere, diventare vecchi senza essere stati giovani, come i nostri genitori. Avremmo imparato a tenere dritta la barra delle nostre aspirazioni senza per forza estrarre la cartina tornasole, e avvicinarsi pericolosamente al punto di rottura. Ci sentivamo a torto invulnerabili. E fintanto che frequentavamo scuole blindate, l’oratorio o compagnie altrettanto affidabili, anche i grandi non ci dissuadevano.
Quando ci siamo sparpagliati lungo i rivoli della vita, scorrazzando dietro a racconti e immagini differenti, non abbiamo abbandonato mai però la solida convinzione, che sul ponte di comando della nave ci fossimo noi, la rotta era segnata, e nessun ammutinamento era concepibile. Quanto eravamo ingenui, tuttavia.
Perché la macchina sociale, mentre eravamo intenti a millantare conquiste e traguardi personali, ci stava inoculando il germe di una malattia, che ci avrebbe a colpito proprio dove ci sentivamo più forti. Una malattia per cui non esisteva neanche un nome, i cui sintomi potevano essere l’assuefazione, l’abitudine alla rinuncia, la pressione dell’ambiente circostante, una educazione dall’impronta più paternalistica di quanto i retaggi e le sedicenti conquiste del ’68 – dei cui protagonisti eravamo tanto il naturale rimpiazzo e la copia sbiadita – avrebbero lasciato supporre, una tolleranza a crescere sotto il fuoco incrociato delle altrui aspettative (che fossero quelle dei genitori, della scuola o del prevosto poco importa), il costume di non poter deludere una serie di soggetti che, senza autorizzazione, avevano preso a morderci sul collo, tenerci al guinzaglio portandoci al mattatoio del senso comune. Quando tiravamo su con il naso, strisciavamo i piedi per terra, o camminavamo con la testa china, non di rado ricevevamo uno scappellotto motivato – dicevano – al nostro bene, a imparare come si stava al mondo. Eravamo viziati, privi di valori e senza spina dorsale; non avevamo fatto la guerra (come se fosse una colpa) e ci preparavamo a un avvenire pieno di senso di inadeguatezza, con il forte presentimento che da subito avremmo dovuto rincorrere. Così abbiamo imparato, senza rendercene conto, a essere accondiscendenti con chiunque, e non perché lo volessimo, ma perché eravamo cresciuti nella sostanziale inconsapevolezza dell’esistenza di alternative. Se il mondo è uno, non ci possono essere più modi di restarci, si alimentava il potente mantice della ovvietà. Al massimo potevamo rivalerci sulla lunghezza dei capelli – la “zazzera” come ci dicevano con disprezzo –, il rifiuto di ascoltare la musica classica, i pantaloni a zampa d’elefante, attraverso cui potevamo fingere di non avere già pagato un pesantissimo dazio. Bastava così poco per fingersi “diversi” quando eravamo stati preventivamente arruolati nell’esercito degli “uguali”, delle cui pesanti palandrane d’ordinanza non avremmo più potuto disfarci per il resto della vita. Non lo sapevamo, ma stavamo diventando adulti in un sistema nel quale ognuno di noi era il minuscolo tassello di un puzzle, dove non c’era altro modo di sopravvivere che incastrarsi con tutti gli altri. Ancora ci fomentavamo in aurore di audacia e spregiudicatezza, che eravamo bell’e che sbriciolati, minuscoli pietre di un mosaico che non ci era dato vedere. E la leva affinché tutto il marchingegno funzionasse, la melassa che ci avrebbe vincolati per sempre all’alveare, era lì a un palmo dal naso: il giudizio degli altri.
Quand’è che l’altrui approvazione è diventata lo stigma imprescindibile di un progetto di vita? In quale passaggio la possibilità del biasimo era divenuta la spada che nessuno sarebbe più stato in grado di estrarre dalla pietra? Che fine aveva fatto il “sono fatti miei” che avremmo dovuto usare come testa d’ariete per farci strada nel mondo? Peggio anzi, poiché non solo non erano fatti nostri, ma lo erano di chiunque potesse guardare e buttare piombo sul contrappeso della bilancia, rendendo faticoso, talvolta troppo faticoso, il mestiere di vivere. Avevamo paura, più paure di quelle che avremmo potuto ammettere – la paura di morire, quella di non venire riconosciuti e quella di non essere amati, il timore di sprecare tutto il tempo a disposizione – molta più angoscia di quella che saremmo mai giunti a sapere. Ma avevamo una grande risorsa, riconoscibile e accessibile, pronta da cogliere. Erano, appunto, “gli altri”, le persone che ci stavano intorno, gli esponenti della collettività, i gli agenti della società, i referenti del racconto cui avevano stabilito noi dovessimo sottostare. Una recita, il cui copione ci era stato assegnato sin dai primi giorni della nostra vita, e che molto presto avremmo mandato a memoria, pronto a essere ripetuto a ogni levar del sole.
La spavalderia dell’adolescente era sparita, svilita nel retrobottega del negozio, imbolsita sotto il peso degli anni, spenta nostro malgrado nel lavacro torbido del “senso del dovere”, piegata da una forma del senso di colpa, così potente e interiorizzata, da far immaginare l’effetto Butterfly, foriero di eventi catastrofici senza fine, se si avessero deluso le persone intorno a noi. Siamo diventati adulti, partecipando a una narrazione dove l’esistenza individuale veniva assorbita in una trama collettiva, ognuno a coltivare il proprio orticello – per citare Voltaire – non disdegnando di gettare uno sguardo sprezzante in quello del vicino. Ci hanno sequestrato, e siamo diventati pur tuttavia anche i complici del sequestro di chi ci stava attorno. Vittime e carnefici, esistenze omogeneizzate le une accanto alle altre.
Gli psicanalisti raccontano che le relazioni primarie – quelle che ancora troppi continuano a ritenere lo zoccolo duro della società, a discapito di una serie di evidenze e confutazioni – le abbiamo vissute da bambini dovendo subire la differenza di potenza registrata con i nostri genitori. Abbiamo imparato molto presto a commerciare l’attenzione e l’affetto con le nostre prestazioni, senza renderci conto. Siamo diventati i bravi bambini, e poi i bravi ragazzi che sempre avrebbero voluto. Ci siamo abituati a essere sostenuti, e a sostenere, la comunità (qualsiasi tipo di comunità) molto prima di aver stabilito di farne parte. Abbiamo imparato a fare la “cosa giusta”, assai prima di scoprire ne esistesse una sbagliata.
Potrei raccontare centinaia di aneddoti, tratti dalla mia biografia quanto dal racconto di tanti amici, ma la cui divulgazione non sarebbe affatto corretta. Ne racconto uno, invece, giunto a me per strade molto più indirette. Si tratta di una coppia di lungo corso, dove la donna a un certo punto prende coscienza di non amare il suo compagno. Il rapporto è costruito unicamente sulla consuetudine, sulla aspettativa di trovare l’altro dove lo si è lasciato il giorno prima. Il fungo e l’alga di un lichene, in fondo indifferenti l’uno all’altra, ma imprescindibili alle economie delle rispettive esistenze. La ragazza vorrebbe concludere quella relazione, e provare a costruire qualcosa di nuovo altrove. Quando pensa, in proiezione, al futuro si sente mancare il respiro, reclutata anzitempo al grigiore della casa di riposo. Lui ha una specie di presentimento di ciò che potrebbe accadere, e fa di tutto per tenerla lì dov’è, perché non può dimenticare tutte le cose fatte in comune (che sono dopo quegli anni davvero tante…), perché non può dimenticare i momenti difficili, e le dolcezze che pure devono essersi scambiati. Insomma, lui imbastisce una serie di ragionamenti, talvolta veri e propri ricatti affettivi – non disdegnando mostrarle le future cicatrici, o quanto dolore i nuovi atteggiamenti comportino – per tenersela stretta, per frenare la slavina che vede abbattersi su ciò che ritiene di avere costruito. Ogni suoi ragionamento contiene un appello: “Non puoi!”.
Forse quando ero giovane avevo ragione, sebbene solo il tempo mi avrebbe mostrato in quale modo paradossale. Essere liberi significava realmente fare ciò che si vuole, a condizione di non prevaricare la libertà degli altri. Ciò che allora non sapevo è quanto il territorio di ognuno fosse intrinsecamente legato, sovrapposto, largamente ipotecato da quello di chi gli sta intorno. I confini della proprietà sono più confusi di quello che si potrà mai raccontare. Purtroppo si creano danni non soltanto durante gli sconfinamenti, ma anche per ogni singola azione, e persino inazione, condotta al centro della propria magione. Perché tutti si aspettano qualcosa, quantomeno non dover affrontare novità. O non troppe in poco tempo. No, anche stazionando nei nostri possedimenti non possiamo cambiare, perché gli altri difficilmente lo perdonerebbero.
Il nostro retroterra biologico è che eravamo primati. Camminavamo nella foresta a procacciare il cibo, pronti a far valere il diritto del più forte. E’ vero: ci siamo evoluti, in funzione di un adattamento all’ambiente e di un vivere più quieto. Non si vive bene in una situazione di perenne conflittualità, e quindi abbiamo appreso a contenere l’aggressività, a trovare riparo dentro i “tupperware” che la società ha predisposto per noi. Abbiamo compreso quale vantaggio evolutivo comportasse il non digrignare i denti al viandante che si sedeva accanto, ieri su un ramo, oggi su un mezzo pubblico. Abbiamo imparato i comportamenti sociali volti a rassicurare delle nostre migliori intenzioni il tale che prende l’ascensore con noi al supermercato. Abbiamo scoperto come elidere, anche attraverso la tecnologia, molte delle distanze che si frapponevano, abbiamo compreso come essere più simili gli uni agli altri potesse aiutare a vivere in armonia. Ma non abbiamo smesso di avere paura. Nel profondo la scimmia che siamo stati è rimasta pressoché intatta, la collera è stata spostata in altre porzioni del nostro essere, ma non abbiamo smesso di essere sospettosi, di percepire una minaccia nel buio, nel percepire il pericolo incombente dietro il muro, oltre lo steccato. Ci siamo solo adeguati. Il prezzo per poter incontrare solo sorrisi in un ascensore tuttavia era caro, talmente caro che, se lo avessimo saputo in precedenza, il compromesso sarebbe stato più difficile da siglare. Avremmo dovuto corrispondere alle aspettative di insegnanti, genitori, figli, amici, sacerdoti, capi scout, colleghi, studenti, vicini, finanche quel tale che spinge il carrello davanti a noi. Siamo diventati la persona che non eravamo, sagomata sulle attese che altri hanno ritagliato. Ci siamo costruiti maschere di mansuetudine, accondiscendenza – a mio parere uno dei cancri più aggressivi di questo scorcio di millennio –, più di quanto non avremmo mai voluto. La nostra povera libertà/territorio è diventata come l’attaccapanni coperto dai soprabiti di un ricevimento. Non potevamo fare nulla di davvero importante che non causasse dolore (anche molto profondo) in quelli che ci stavano intorno.
Tuttavia l’attribuzione di quel dolore non è sempre motivata, perché l’atto può essere un pretesto; ogni abbandono si colora delle tinte di abbandoni più antichi, il tradimento fa affiorare mancanze remote, e le delusioni incistano deficit ben più pesanti, i quali afferiscono ad aree dimenticate della nostra biografia. Mi permetto di insistere, perché questo è un passaggio decisivo: nella dolore causato all’altro si toccano necessariamente piaghe più profonde, molto più profonde, delle ferite che le fanno affiorare una seconda volta.
Ed ecco che mi preparo a giungere alla conclusione di questa lunga riflessione. Una conclusione che so essere paradossale. Ma prima devo aggiungere un nuovo corollario sulla natura di tutte le relazioni. Nessuno è di qualcuno. Non lo sono i figli dei genitori, non i genitori per i figli. Non i mariti per le mogli, né queste appartengono a quelli. Non i fidanzati e le fidanzate. Non i dipendenti per le aziende, i sottoposti ai capiufficio, i principali ai dipendenti. Non apparteniamo alla comunità, agli scout, al gruppo dei filatelici, gli appassionati del ramino. Non fidiamoci delle molteplici imboscate tese dal linguaggio: quando dicevamo in classe, “Sono della Juventus”, “Sono di sinistra”, era tutto un fraintendimento. Quando il fidanzato dice alla fidanzata “io sono tuo”, dice qualcosa che di profondamente improprio. Ancora di più se dice “tu sei mia.” Poiché sarebbe una sciocchezza inenarrabile prostituire il dono più grande per il piatto di lenticchie di una ben misera soddisfazione. Non apparteniamo agli amici, né al supermercato dove quella graziosa signorina porge la tessera sconti. E anche se comprendo di addentarmi in un ginepraio, non siamo neppure di Dio. Non per natura, tantomeno per cultura. Persino quando ci riempiamo la bocca di affermazioni come “Io sono mio”, sarebbe opportuno non prendersi troppo sul serio. Poiché, al di là della ovvietà, persino essere se stessi è un traguardo cui non basta una intera esistenza, un compito che non si de-finisce in una vita. E come si possono concedere i diritti di qualcosa che non ci appartiene fino in fondo? Non sarebbe come presentarsi dal notaio a firmare il rogito della casa di qualcun altro? Se si vuole appartenere lo si faccia pure, scegliendolo senza ombre, ma con tutta l’esitazione di un balbuziente prima di una recita. Tutto questo è fondamentale perché nel dolore esiste la responsabilità di chi lo causa, ma non andrebbe mai sottovalutata quella del sofferente nel tarare adeguatamente la propria aspettativa. Insomma, se chi fa soffrire ha sempre, almeno un po’, torto, chi subisce non è detto che abbia poi le ragioni che vorrebbe.
Che confusione, dunque! Incastrati nel puzzle della normalità, terrorizzati dalla prospettiva di soffrire ancor più da quella dell’altrui scandalo.
Perché il dolore degli altri non è mai giusto, né giustificabile. Questo è il significato che attribuisco, ad esempio, al terribile passaggio del Vangelo di Marco “Guai a chi dà scandalo a uno di questi piccoli…”. Non c’è equità nello scandalo, né giustificazione possibile. E anche l’eventualità del perdono è molto più complessa e difficile da percorrere di quanto la nostra maschera bonaria non lasci credere. Poiché si può perdonare solo l’imperdonabile. Il resto è sciacquatura dei piatti.
Non esiste il diritto di scandalizzare un altro essere vivente, eppure – questa è la conclusione paradossale – la possibilità di rappresentare un simile ostacolo è un dovere. Verso se stessi e persino verso quegli stessi piccini cui allude il Vangelo. Neanche “talvolta” perché il dovere di disattendere le altrui aspettative vale persino per chi non dovesse alle intenzioni far seguire gli agiti. Che valore avrebbe altrimenti un sacrificio che non si è saputo di poter evitare? La fidanzata dell’esempio fatto in precedenza potrebbe anche scegliere di rimanere col suo esile compagno, ma affinché la sua scelta sia reale, e non diventi il focolaio di nuove perversioni e vendette – magari celebrate dieci o venti anni dopo, con un rancore rancido fermentato dentro – occorre che lei sappia di potersi allontanare. Nessun rimanere ha valore, o significato, per chi non ha preso in considerazione la possibilità di andare. Perché l’affermazione per cui nessuno appartiene a qualcuno vale, se possibile ancora di più, quando la si legge alla rovescia: nessun essere vivente dovrebbe soggiacere all’iniquo carico di essere il senso della esistenza di un altro.
La felicità o l’infelicità sono conti separati, anche se la “società puzzle” ci ha instillato da sempre la convinzione contraria. Esiste un immaginario molto solido, radicato sino allo stereotipo, secondo il quale i figli sarebbero traumatizzati dalla separazione dei genitori; i genitori egoisti che proprio non riuscissero a farne a meno dovrebbero rassicurare la prole dal non essere la causa prossima o remota della frattura. Ma siamo altrettanto certi che un figlio non venga ferito, magari in aree meno accessibili della sua personalità, dall’infelicità di quei genitori che non si separano solo a motivo della sua esistenza?
Perciò se il dolore degli altri è il contrappasso di una trasformazione così necessaria, pur avvertendone tutto quanto il dolore e il pentimento, dopo lo scandalo procurato, che dolore sia.