Dubno

  • tratto dalla testimonianza resa da Hermann Graebe a Norimberga

Il telefono squillò presto quella mattina; Hermann tuttavia era già in piedi da un po’. Sollevando la cornetta, scostò la tendina e provò a sfidare la condensa per guardare fuori. Rimase trafitto come sempre dallo spettacolo; come un quadro cupo la campagna ucraina velava ancora il suo triste splendore dietro una coltre di bruma sottile. Un’alba alabastro doveva ancora vincere la sfida quotidiana con le tenebre, e già le silhouette delle colline si rincorrevano tra bagliori rossi e lampi cupi.

Ottobre era un mese splendido, ed Hermann conosceva quelle terre come se vi fosse nato. Era uno spirito apolide, nella sua vita si era sentito a casa ovunque. Già durante gli anni accademici aveva vissuto a Lisbona, un anno persino a Montpellier. Dopo la laurea in ingegneria a Tubinga si era trasferito alcuni anni a Mosca, poi a Kiev e infine, prima dell’inizio della guerra si era stabilito nelle campagne ucraine per seguire alcuni cantieri.
Nel ‘37 s’era iscritto al partito, l’unico partito: “Hermann, non vai da nessuna parte senza la tessera del NSDAP!”, gli aveva detto un caro amico e lui, diligente, aveva obbedito. Né riluttante, né entusiasta. Andava fatto, punto.
Hitler non gli faceva né caldo né freddo, e della politica in fin dei conti non glie ne importava nulla. Le vicende della Germania gli arrivavano con echi scomposti, e in quei momenti gli piaceva essere altrove. Ovunque. Sebbene con l’inizio dell’operazione Barbarossa era arrivata la grande opportunità, era al posto giusto nel momento giusto. Essere “ingegnere”, “tedesco”, perfettamente ambientato in Ucraina, ovviamente con la tessera del partito, s’era rivelato un’enorme opportunità. Da non sprecare. A dicembre gli era stata offerta la possibilità di seguire la avanguardie prima della Wermacht, poi delle Waffen SS, e non se lo era fatto dire due volte. In fondo era lavoro, soltanto lavoro. Del resto, fino a quel momento, la guerra non gli era sembrata così terribile. Certo non doveva indugiare sulla linea del fronte, i cannoni li aveva sentiti rimbombare lontani, i bagliori che si riverberavano a molte miglia di distanza, gli aveva consentito di sentirsi non coinvolto. Non lo riguardavano, né lui né il suo lavoro. Quanto agli sporadici racconti di atrocità che lo avevano raggiunto, li aveva potuti scansare con facilità. Probabilmente si trattava di esagerazioni, e non competeva a lui esserne l’arbitro. Che c’entrava?

“Halo?”, era così assorbito dai pensieri intermittenti che risultò evasivo. Se ne accorse, ma era tardi per rimediare.
“Ingegnere, mi dispiace svegliarla ad un’ora così inopportuna”. La voce cortese, affatto cordiale, del tenente Zwack, l’assistente militare che gli era stato assegnato, non tradiva tutto quel dispiacere, anzi una sorta di compiacimento, o almeno così pensò Hermann. 
“Non importa… stavo guardando gli appunti.!” Mentì. I faldoni di carta millimetrata erano sparpagliati sul tavolo dalla sera prima. Era disordinato, quasi un paradosso per un ingegnere. E per un tedesco poi.
“Questa mattina abbiamo un compito delicatissimo.”
“Così presto?”, fece
“Non è mai troppo presto per il Fuhrer…” Nella voce del militare si avvertiva un’eccitazione superiore al tasso di fanatismo con cui si esprimeva normalmente; infatti continuò, impaziente come un bambino di fronte all’involucro di un regalo. “Sono giunti ordini direttamente da Berlino. Lei, ingegnere, ama la storia?”
Graebe udì la propria voce rispondere affermativamente, nonostante l’incongruenza della domanda.
“Bene. Perché oggi avrà l’opportunità di vedere con i suoi occhi mentre ne viene scritta una pagina che non verrà mai dimenticata. Anzi, ne sarà anche lei tra gli artefici.”
Poi, come si fosse reso conto di essersi lasciato andare troppo, chiuse in modo asciutto:
“Si prepari, la verremo a prendere tra 16 minuti”.


Undici minuti dopo l’autista era sotto la sua abitazione, con una berlina militare; il motore crepitava e fuori ad attenderlo, c’era il compassatissimo Zwack, con le mani allacciate dietro la schiena. 

“Si sbrighi, ingegnere!”
Dopo alcuni minuti la macchina viaggiava fuori dal centro abitato, ma nella direzione opposta rispetto a quella abituale.
“Zwack, amico mio, forse non ricorda più la strada del cantiere?“
Tentò di essere simpatico, ma l’altro neanche si accorse della domanda. Meglio così. Rispose indirettamente solo dopo una decina di minuti. “Non andiamo al cantiere oggi, dobbiamo fare un’altra cosa”, disse senza neanche voltarsi.

Hermann un po’ agitato tacque, senza obiettare. Troppe novità. Ma si limitò a sperare che quello non riproponesse la cosa della storia. Fu esaudito almeno per questo.
Aveva imparato, lavorando con le Shutzstaffel, a non interferire coi loro momenti di compulsione ideologica.
Circa due ore dopo arrivarono nei pressi di Dubno. Hermann lo conosceva marginalmente la località, ci s’era imbattuto solo su qualche cartina polverosa; non era – o non era stata fino a quel momento – rilevante per gli approvvigionamenti del cantiere. Niente merci, niente da scaricare o caricare. 

Che ci facevano, dunque? L’autista attraversò l’agglomerato urbano e proseguì ancora per una decina di chilometri. Ai loro fianchi scivolavano affrettati casolari deserti, campi incolti e filari di pioppi, trafelati verso un appuntamento che non avrebbero mai rispettato. Non c’era anima viva, e considerata la guerra che accendeva i cieli non troppo distante da lì, era piuttosto normale, tuttavia qualcosa, una sorta di lugubre presagio, lo rese irrequieto. Ma che ne sapeva…? Scacciò via il presentimento come un sasso, raccolto senza motivo e dimenticato nella tasca.
Quando scese dall’automobile, erano oramai le otto. Le gambe erano rattrappite. Il cambio termico dall’abitacolo, caldissimo, e l’ambiente esterno, lo fece immediatamente tossire. Tossiva spesso quando doveva codificare qualcosa di nuovo.  Mentre si sgranchiva si guardò intorno. Era in una splendida radura, un pallido sole aveva fatto oramai capolino, superando le cupe ombre della nebbia mattutina.
Sul posto vi era un intenso movimento di camion militari e civili.
In distanza alcune scavatrici lavoravano raschiavano rumorosamente, diffondendo un acre fumo nero.
Parte della visuale era coperta da un gigantesco cumulo di terra, dal cui retro ripartivano i camion dopo avere lasciato il proprio carico.
Ogni 30, 40 secondi si udiva una raffica di mitra. Ancora non capiva, non voleva capire, ma l’agitazione era diventata un bolo gelido che lo paralizzava da dentro. Solo le tempie battevano come martelli sulla lamiera.
Zwack, che aveva assunto nuovamente l’aria vagamente delirante che doveva avere avuto al telefono qualche ora prima, camminava speditamente, sopravanzando Graebe di qualche metro. L’ingegnere sentiva la sua voce, ora coperta dal frastuono dei motori, parlare del Reich, di una svolta, del momento di agire e di una cospirazione da fermare, del cancro che affliggeva la Germania e di un giorno nuovo che era oramai giunto.
I sensi di Hermann, camminando nella fanghiglia, si erano tutti attivati, protesi a comprendere ciò che stava accadendo.
Superata la collinetta di detriti, Graebe vide qualcosa che – e in questo Zwack fu buon profeta – non avrebbe dimenticato mai più.
Dietro il tumulo si apriva una enorme fossa, grande come più o meno due piscine e profonda solo un paio di metri.
Dalla “vasca” saliva un odore indescrivibile. Vagamente simile a quello che, molti anni prima, aveva sentito in un comune dell’Alsazia – come si chiamava, Saint Pierre, Salpietre? Vai a ricordarti – mentre accompagnava un funzionario comunale a illustrare il progetto di ampliamento del mattatoio locale. Era domenica. Il macello era fermo quel giorno, ma le piastrelle erano imbrattate dai segni della consuetudine della morte.
Quello che si parò, ora, ai suoi occhi, era infinitamente peggio.
La fossa era colma per un terzo circa della sua capienza di corpi umani. L’orrore gli ghiacciò il cuore, ma non riuscì neanche a vomitare la colazione ferma sul piloro. Doveva vedere. Non lo capiva ma un giorno avrebbe dovuto testimoniare. Un giorno sì.
A una trentina di metri da lui gli ustascia ucraini lavoravano alacremente, dimostrare di poter competere in una gara di crudeltà: facevano scendere dai camion decine e decine di persone, infreddolite e spaventate. Uomini, donne e bambini, venivano radunati con metodi bruschi in un punto della radura. Qui un uomo barbuto, girava rivolgendo domande brusche alle persone, compilando alcuni moduli con le risposte. Il freddo era pungente e le parole si condensavano per il freddo.
Ogni volta che aveva finito di intervistare “l’equipaggio” di un camion, si avvicinava ad un tedesco, che seduto ad un anacronistico tavolino, raccoglieva e scriveva tutto, con la diligenza di un funzionario zelante in cerca di promozioni.
Ma lì non vi erano scartoffie, quelle erano persone. Erano gli ebrei di Dubno. Scendevano dai camion, si lasciavano guidare mansueti alla morte, con compostezza, con dignità. Li facevano denudare, poi a cinque a cinque, venivano fatti scendere nella fossa.
Sui bordi c’era un soldato solitario, con un mitra in mano.
Era seduto sul bordo, con le gambe aperte, fumava una sigaretta che appoggiava ogni volta doveva imbracciare il mitra. La divisa aperta, l’elmetto slacciato e la barba incolta, conferivano un ulteriore elemento di trasandatezza, allo spettacolo sconfinato della crudeltà umana.
Mentre Zwack si era perso lontano, con lo sguardo trasognante, Graebe camminava stordito, senza ricordare o sapere nemmeno più chi fosse o cosa fosse lì a fare.
Si fermò ad osservare un gruppo di ebrei in attesa.
Una bellissima ragazza con lunghi capelli neri, gli sfiorò una spalla, passandogli accanto; gli offrì un dolcissimo e lungo sorriso – l’ultimo -, e indicando se stessa disse “… ho ventitré anni! ventitré…”. Era già nuda e si apprestava a scendere nella fossa.
Non si udivano grida di orrore, né alcuno che implorasse pietà. Gli ebrei scendevano dai camion si spogliavano, si tenevano stretti, si baciavano e abbracciavano, e attendevano che un SS rauco li facesse scendere nella fossa.
L’attenzione di Graebe, oramai inebetito dal terrore, fu assorbita da un nucleo familiare particolarmente numeroso. Una donna anziana teneva in braccio il nipotino di un anno, cantandogli canzoni, niente antiche quanto quel popolo,  facendolo divertire, incurante dell’accadere. Un monello di dodici anni, invece, tratteneva a stento le lacrime, mordendosi il labbro inferiore nello spasmo.
Il padre allora lo cinse con il braccio sinistro, mentre con la mano destra gli indicava un punto, un posto dove certo si sarebbero trovati, da qualche parte in quel cielo plumbeo di un autunno ucraino. Lo accarezzava, e sembrava gli stesse spiegando qualcosa di importante.
Era il 5 ottobre 1942. Gli uomini e le donne entravano intanto nella fossa, dove a turno venivano passati per le armi. Nella cavità erano già un migliaio i corpi dalle cui nuche grondava il sangue a fiotti. Ogni tanto qualcuno, ferito solamente, alzava una mano per implorare il soldato trasandato che portasse a compimento ciò che a Berlino gli avevano detto di iniziare.
Alla fine della giornata sarebbero stati circa 5000 i cadaveri in fondo a quella fossa.
L’ingegner Hermann Graebe non avrebbe più dimenticato quella giornata, nemmeno dopo avere deposto a Norimberga, nemmeno quando si sarebbe recato a trascorrere gli ultimi anni della sua vita in una ridente villetta vicino a San Francisco. Neanche l’Oceano Pacifico era abbastanza per dimenticare.

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