Da una settimana in qua compaiono interventi sul Family Day ho visto scatenarsi sui social una sparatoria che nemmeno la sfida dell’Ok Corral. E la cosa più strana non è nemmeno la quantità di piombo e di bossoli lasciati nella sabbia che un osservatore, inguaribilmente esterno e divertito, può registrare, ma anche la confusione nello spara-spara, perché una volta tanto non sono i cow-boy contro gli indiani, o lo sceriffo contro i banditi, ma a sibilare accanto alle orecchie sono i colpi di quelli che un tempo dicevamo fratelli. Se proprio devo riconoscere un pregio (e faccio fatica) alla sarabanda di Roma, è che nello sforzo di difendere la famiglia sedicente naturale, ne hanno sparigliate parecchie altre che solide come si pensava non erano. Un parapiglia tutti contro tutti, dove probabilmente nessuno avverte la necessità di un mio intervento, ma da nostalgico dei film di Bud Spencer e Terence Hill non resisto alla tentazione di rifilare qualche schiaffone pure io.
- Difendere la famiglia. Le unioni civili introducono immagini della famiglia alternative a quella tradizionale, che automaticamente portano allo smantellamento dell’esistente. Davvero? Nella concitazione degli eventi, preoccupati di scansare un colpo e di aizzarne un altro, in pochi si sono soffermati su questo semplicissimo dettaglio, che dovrebbe tuttavia rappresentare il perno del ragionamento. In cosa le nuove unioni smantellerebbero quelle esistenti? In molti si appellano ai “dati di fatto”, duellano sui numeri dei partecipanti, ma curiosamente non si soffermano su questo dato. Persino quelli che nel mondo cattolico fanno la figura di quelli “aperti” – tipo quel prete importante che scrive un pistolotto sul Corriere che invita a placare i toni, ma nella sostanza non dice una cosa chiara che sia una – si dicono disponibile a riconoscere i diritti delle coppie di fatto, ma che nessuno le chiami “matrimonio”… la questione è dunque il nome da dare alle cose? Per cui chiamando pesciolino rosso uno squalo bianco si nuota più tranquillamente al largo. Già Giulietta Capuleti, pure alle prese con problemi più seri e una famiglia decisamente disfunzionale (ancorché “naturale”), avrebbe messo costoro in guardia: “Ma poi, che cos’è un nome? Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?” Eppure nella insistenza sulla nominazione si vede proprio il limite del dibattito, dove le cose contano meno di tutto il resto.
- La famiglia è sotto attacco. E mica da oggi! Ieri il divorzio, oggi quello breve, e ora persino questo. Tuttavia se questa tesi fosse vera, si dovrebbe riconoscere anche il regime di monopolio plurisecolare in cui questa cellula della società ha operato sostanzialmente indisturbata. Magari si potrebbe dare una sbirciata al fatto che le sue fortune siano derivate proprio dalla mancanza di alternative. E aprire un dibattito molto più interessante di questo, facendo il bilancio degli innegabili pregi ma anche delle prerogative strutturali dove la famiglia ha dimostrato di non essere all’altezza dei compiti assegnati. Insisto sulla parola “strutturali”, perché non capisco come mai le sentinelle ritengano i pregi pubblici e i vizi privati. Questo è giocare sporco. Aver corso, da sempre, senza antagonisti ha creato intorno alla famiglia un’aurea di immunità, e poi di impunità, che contraddice proprio gli obiettivi che quelli di Roma dicono di voler tutelare. Diciamo pure che la famiglia è rimasta intatta fino alla legge sul divorzio, ma quanto dolore ha causato proprio il dogma della sua indissolubilità? Quanti soprusi commessi con la prassi secolare dei matrimoni combinati? La verità è che sul fondo di una botte che ci si ostina a non voler aprire ci sono graffi, nel profondo della carne di molte persone ci sono ferite dimenticate, ma distanti dalla guarigione. E’ questa la famiglia che si vuole difendere? Io no.
- I bambini hanno bisogno di un genitore maschio e “uno” femmina. E sia. Rinuncio qui a sviluppare un ragionamento sul fatto che sicuramente si dovrebbe tacciare di “innaturalità” l’istituzione dell’adozione, quella dell’affido, e che se davvero le sentinelle in piedi continueranno a buttare benzina sul fuoco, anche le vedove e i vedovi dovrebbero preoccuparsi. Ma rimaniamo sull’asserto. Cui però mancano vistosamente quali siano i dati e le prerogative del maschile e del femminile, che si vorrebbero difendere. Certo se ci si ferma a ciò che era visibile dalla prima ecografia – ovvero se la “natura” coincidesse con la genitalità – allora il possesso del pene è sufficiente a definire il maschio, e la vagina una femmina. Il problema è che non è così (e fa un po’ specie che a sostenerlo siano coloro cui l’esistenza dei genitali crea più imbarazzi che opportunità). Noi siamo esseri storici, e non solo naturali. Dalla nascita in poi il percorso di ogni persona è fatto di innumerevoli bivi, blocchi, salite e scorciatoie che facilitano o rallentano il suo sviluppo. Possiamo pure dire che esistono un maschile e un femminile cui riferirsi, e che rappresentino l’optimum di un impianto educativo. Solo che sono nell’iperuranio (in realtà neppure lì, perché in Ermes c’è qualcosa di Afrodite e viceversa), mentre noi, cui tocca la fatica di respirare, siamo tante cose, troppe per dare adito a semplificazioni arbitrarie. Voglio essere chiaro: l’omosessualità NON è una condizione naturale, solo che non lo è nemmeno l’eterosessualità. Nessuno di noi è ciò che dovrebbe essere “per natura” ed è ciò che lo ha condotto a essere la sua storia. Perciò torno all’asserto mancante: quali sono le prerogative di un maschio, e quali di una femmina? Perché se, a costo di saccheggiare uno stereotipo, diciamo che nel codice maschile c’è la difesa del territorio, ebbene conosco molte donne (etero e sposate, per giunta con prole numerosa) che difendono il territorio molto di più e molto meglio di quello che posso fare io. Come del resto io potrei, forse, far accostare le mie figlie ad alcune dimensioni femminee dell’anima umana. Perché dietro alle definizioni, che sono flatus vocis, i figli cercano e cercheranno i propri riferimenti per la crescita in molti luoghi diversi dalla propria famiglia. E la verità è che fanno bene.
- Se il rischio del nominalismo non vale come attenuante per i familiaristi, un discorso diverso andrebbe fatto, a mio modo di vedere, per quanti nutrono aspettative dalla legge Cirinnà. Mi spiego. Proviamo a stabilire che sia solo sulla parola “matrimonio” a dividersi le sentinelle in piedi e i movimenti LGBT, per i primi il problema si risolverebbe in un problema formale, privo di reale sostanza, per i secondi invece la questione sarebbe più complessa. Non è neanche necessario osservare come gli omosessuali, tacciati di possedere “lobby potentissime”, in grado di rovesciare i governi, siano stati storicamente perseguitati da tutti i regimi, dalla Germania nazista alla Cuba di Castro. Non si tratta di questo. La fuoriuscita allo scoperto – il cosiddetto outing –, la necessità di coltivare la propria identità le proprie preferenze, e non nella sentina delle cose, è fondamentale per l’armonia e la crescita di ogni persona. Perché il nascondimento è un processo patogeno, quale che sia la cosa che si vuole celare. Ciò che viene vissuta esclusivamente come dimensione “privata” di una esistenza è di per sé causa di processi di ammorbamento proprio perché non può essere vissuto in una condizione aerobica. Come le ferite che si incancreniscono se non possono essere esibite al mondo, o come i processi psichici che diventano potenzialmente esplosivi quando vengono esclusivamente nei recessi dell’inconscio. Quindi comprendo perfettamente le rivendicazioni del movimento LGBT, e l’ambizione di non essere più essere cittadini di serie B, che ciò che si ritiene essere vero e buono per se stessi, possa essere coltivato sotto la luce del sole.
Per tentare una conclusione. Le aspettative del mondo LGBT sono legittime non solo per il risultato sociale che, io mi auguro, comporteranno, ma anche e soprattutto perché il processo di fuoriuscita dalle catacombe cui il resto del mondo li aveva relegati, è GIA’ un processo evolutivo in atto. Lo sarebbe anche se non portasse a nulla. Quindi gli appelli alla difesa di una natura che non esiste (o dovrei dire che non esiste nella modalità immaginata da quelli che ritengono di difenderla), la discriminazione verso quanti discriminati lo sono stati da sempre, la difesa rancorosa del maschile e del femminile da parte di chi ha li ha storicamente seppelliti nel reliquario della cosiddetta famiglia naturale, la bile di quelli che ieri predicato una sorta di criptorchidia e infibulazione psichica, francamente sono irricevibili.
(scritto di getto e non riletto)