Non cade foglia

Gli anziani (quelli che lo erano durante gli anni della mia infanzia) avevano trovato una frase, asciutta ed essenziale, in grado di raccogliere tutta quanta l’eredita metafisica occidentale, nonché la tradizione cristiana di cui facevano orgogliosamente parte: “Non cade foglia che Dio non voglia.” Sette parole, come note sul pentagramma, una filastrocca con tanto di rima, facilissima da apprendere e mandare a memoria.

Ma cosa intendevano dire? O cosa potevano voler dire ben oltre le intenzioni? Essi tramandavano la loro fiducia senza riflettere troppo – è questo il senso delle tradizioni – su tutte le implicazioni che questa cantilena comporta. Nonostante avessero veduto due conflitti mondiali, la loro fede ne era uscita indenne, talvolta rafforzata. Avevano ricevuto notizie inimmaginabili di ciò che era accaduto in Polonia, in villaggi dai nomi impronunciabili; si erano barricati per giorni nei rifugi a causa dei bombardamenti alleati, avevano drammaticamente constatato l’oltraggio blasfemo della guerra, ma non avevano fatto dietrofront rispetto alle convinzioni più intime, e continuavano ad affollare le panche delle chiese a Natale e Pasqua. Non avevano sentito la necessità di chiedere a Dio, o ai suoi interlocutori, ragione di tutte le cose “diverse da una foglia” che gli erano precipitate addosso. Eppure…

Mio nonno non era uno stinco di santo. Era un bestemmiatore convinto, e bastava nonnulla perché inanellasse le sue giaculatorie blasfeme. Eppure persino lui – magari dietro una lunga ed elaborata trattativa della sua dolcissima e devota moglie – durante le feste comandate si asteneva dal calpestare il secondo comandamento. Lo ricordo ancora entrare qualche volta – non spesso – in chiesa, e togliersi il suo cappellaccio grigio da contadino, e piegare la nuca bianca al cospetto del Santissimo. Aveva combattuto a Caporetto, chissà quante atrocità aveva veduto, lui stesso ne aveva commesse, ma nonostante tutto nei momenti più importante sapeva riconoscere il Disegno della Provvidenza nella sua vita. In fondo persino quando bestemmiava invocava una causalità, pur rovesciata, e chiedeva a Dio, e non a qualcun altro, di ciò che accadeva. Nel comandamento si dice infatti di non nominare il nome di Dio invano. Invano… Quando si impara il decalogo, facilmente non si calca troppo la mano. Perché introduce un elemento di arbitrarietà che facilmente contraddice l’impianto educativo cui miravano i catechisti. Chi stabilisce la misura dell’utilità di una declamazione, persino blasfema? Cosa ci impedisce di pensare che mio nonno non conseguisse nella sfida di Capaneo il medesimo vantaggio di quando si genufletteva davanti al tabernacolo? Mancava di continuità sicuro, e poteva arrecare scandalo ai più piccoli, ma neanche questo contraddice in assoluto il principio di convenienza. Arrivo a dire di più: l’atto blasfemo, e quello dettato da una fede autentica, hanno due requisiti in comune, ovvero il destinatario (non uno qualsiasi) e, appunto, la “convenienza”, come colse molti anni fa don Luigi Giussani, come racconta in un aneddoto del Senso Religioso:

La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito: l’anarchico è l’affermazione di sé all’infinito e l’uomo autenticamente religioso è l’accettazione dell’infinito come significato di sé. Personalmente ho intuito ciò con chiarezza molti anni fa, quando un ragazzo è venuto a confessarsi da me spinto dalla madre. Egli in realtà non aveva fede. Abbiamo cominciato a discutere e, a un certo punto, di fronte alla valanga dei miei ragionamenti, ridendo mi dice: «Guardi, tutto ciò che lei si affatica a espormi non vale quanto sto per dirle. Lei non può negare che la vera statura dell’uomo è quella del Capaneo dantesco, questo gigante incatenato da Dio all’inferno, ma che a Dio grida: “Io non posso liberarmi da queste catene perché tu mi inchiodi qui. Non puoi però impedirmi di bestemmiarti, e io ti bestemmio”. Questa è la statura vera dell’uomo». Dopo qualche secondo di impaccio ho detto con calma: «Ma non è più grande ancora amare l’infinito?».

 

L’affermazione del sacerdote brianzolo, il cui ruolo nella storia della chiesa è dirompente, quale che sia il giudizio su Comunione e Liberazione, convince il suo interlocutore da una traiettoria di convenienza a un’altra (secondo lui) migliore. Ma non misconosce quella precedente. Non dileggia Capaneo, non parte dal presupposto che nominare Dio in una prospettiva differente dalla propria, non abbia una pertinenza. E’ lo stesso don Giussani a riportare che quel ragazzo fosse “spinto” dalla madre. Non sappiamo con quale carico di imposizione, di pervasività e di prevaricazione, perciò possiamo solo immaginare che la contrapposizione a Dio avesse il valore del “no” ostentato verso la costrizione perpetrata dalla genitrice. E probabilmente non ci sarebbe psicanalista al mondo che non sottoscriverebbe che la salvaguardia di un minuscolo spazio di identità fosse, a dir poco, “conveniente”. Non si va troppo lontano dal vero a pensare che la bestemmia altro non sia che una preghiera capovolta, oppure quella di una persona ferita. Quella di mio nonno lo era  di sicuro, e sono convinto che accogliendolo alla sua morte, Dio – un Dio con le spalle molto più larghe di come pensano tanti preti – così l’abbia conteggiata.

Tempo fa mi raccontarono di una donna che aveva veduto il marito paracadutista precipitare e accartocciarsi al suolo, senza che il salvavita si fosse aperto per tempo. Bestemmiava come uno scaricatore di porto. Ovviamente non possiamo escludere che quello fosse il suo linguaggio “normale”, ma mi piace pensare di no, e che nel momento del dolore più atroce avesse chiesto a Dio, e non alla fabbrica dei paracadute, di darle conto. Quella donna stava rinnovando i voti del figlio di Abramo:

“Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.  Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!».  Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!».” (Gn. 32,25-29)

Perché la lotta è lotta, senza esclusioni di colpi, e non un torneo di dama all’oratorio. La vedova stava lottando affinché la promessa di significato che intravisto nell’idea stessa di Dio, era stata messa radicalmente in discussione. Chi può biasimarla? Se Dio fa cadere le foglie, non può farsi da parte quando a precipitare dal cielo sono le persone amate. Certo, noi diciamo che “è un Mistero”, tuttavia il mistero non lo vediamo (altrimenti la parola sarebbe un ossimoro), e lo possiamo appunto “credere”. Ma l’atto del credere, ancorché conveniente, richiede per la sua affermazione il combattimento affrontato dalla moglie dell’acrobata. Non si scappa da qui. Persino un ateo compie un atto di fede, perché crede in qualcosa che non vede – non vede che Dio non ci sia – ed esprime piuttosto una valutazione pertinente a un ordine di convenienza. Per esempio considerare inammissibile l’istanza della fede potrebbe risparmiare il non-credente dallo spingere la lotta verso dimensioni troppo distanti, e difficili da gestire. Insomma, ovviamente non valgono le generalizzazioni, ma “credere in non-Dio” sutura una serie di questioni, impedendo una emorragia che per alcuni può essere angosciosa.

Ma si tratta sempre di convenienza.

Cosa vuol dire credere? Si assente a un sistema di valutazioni che per definizione non possono essere né immediatamente, né mediatamente evidenti. Si crede solo ciò di cui non si può avere alcuna evidenza. In fondo ogni atto di fede sancisce la vittoria della opacità dalle (pretese) evidenze della metafisica. Riprendo un altro passaggio di don Luigi Giussani, sempre dal Senso Religioso:

Certo, c’è una opzione che è secondo la natura, ed essa evidenzia la ragione, e un’opzione che è contro la natura, ed essa oscura la ragione. Però, alla fin fine, l’opzione è decisiva. Riflettiamo su un paragone. Se voi, nella penombra, volgete le spalle alla luce, esclamate: «Tutto è nulla, è oscurità, senza senso». Se volgete le spalle allo scuro, dite: «Il mondo è il vestibolo della luce, l’inizio della luce». Questa diversità di posizione è esclusivamente una scelta. È pur vero che tutto il problema non è qui. Delle due posizioni, quella di chi volta le spalle alla luce e dice: «Tutto è ombra», o quella di chi volta le spalle all’ombra e dice: «Siamo all’inizio della luce», delle due posizioni una ha ragione, l’altra no. Una delle due elimina un fattore, sia pure appena accennato: infatti se c’è la penombra, c’è la luce. Ciò richiama quello che parecchie volte ha detto Gesù nel Vangelo: «Io ho fatto tra voi molti segni. Perché non mi credete?».

Uno schema scarno, ma efficace. Nel credere qualcosa ogni persona esprime una valutazione su qualcosa che non vede. Ciò che vistosamente manca al dilemma posto in questi termini è la riduzione a un problema gnoseologico. Non lo è mai. Perché nella penombra noi “crediamo” – indifferentemente al buio o alla luce – non solo in proporzione alla onestà intellettuale con cui si privilegia un elemento piuttosto che l’altro, ma invece esprime una convenienza, anche estremamente complessa, degli scenari che comporterebbe ognuna delle opzioni.

Un esempio chiarificatore è quello della Fortuna, ovvero di quel mitologema che passa attraverso i secoli e le diverse fedi e contesti culturali, con immutabile potenza.

Per Noah Webster, la fortuna è:

“una forza senza scopo, imprevedibile e incontrollabile che plasma gli eventi in maniera favorevole o sfavorevole per un individuo, un gruppo o una causa”.

Facciamo un esempio autobiografico. Nel 1997 mi rubarono l’auto di famiglia. Non un’auto qualsiasi però, ma “il pullmino” verde, la cui sola presenza nel vialetto di casa era per me e per i miei familiari motivo di gioia. Disperazione e lacrime. Dopo qualche fiacca ricerca e poche speranze irragionevoli, feci la denuncia alla polizia, e subito mi rivolsi all’assicurazione, perché un nuovo automezzo serviva al più presto. 48 ore dopo l’effrazione ero già in giro per cercare un concessionario e portarmi così avanti. Era febbraio, e alle cinque del pomeriggio era già buio. Avevo studiato un concessionario Mazda in via Tolstoj, a Milano, ma non riuscivo a trovarlo. Dopo avere percorso un tratto, scorbutico, feci per tornare indietro, quindi svoltai a destra in via Lorenteggio (i non milanesi mi perdoneranno, ma la toponomastica ha un significato), quindi la prima a destra e di nuovo la prima a destra, compiendo la cosa più simile a un quadrato, per ricominciare al più presto la ricerca del concessionario. Ero in via Bertieri, una via privata talmente piccola da consentire solo il numero civico 1. Non credo di esserci passato mai in precedenza, e se l’avessi fatto sarebbe stato un passaggio rapido, mentre tuttora se capito in zona, ci faccio un salto. Ebbene lì, davanti a me, parcheggiato a lisca di pesce c’era quasi intatto il mio pulmino. Ero talmente incredulo da rimanere stordito. Chiamai, col mio Motorola pesante un chilo a casa dove ovviamente gridavano tutti per la gioia. E persino quando chiamai la polizia rimasi acquattato nei paraggi, forse per timore del ritorno dei ladri, o che svanisse come la nebbia, oppure perché mi sentivo alle prese con forze così potenti da dover essere spaventato. Ero stato molto, molto, molto fortunato. Quante chance avevo di trovarlo come esito di una decisione? Il calcolo delle probabilità era tutto contro. Perché “un” fatto straordinario nel computo ci poteva stare, ma quel pomeriggio se ne verificarono almeno tre, forse quattro. Avevo trovato il pulmino il giovedì – dopo che l’effrazione si era verificata martedì notte -, senza che lo cercassi, in una via microscopica distante da casa, dove oltretutto ero passato esclusivamente grazie a un’altra concomitanza di cause. Un miracolo, ma propiziato da quale potenza celeste? Francamente non lo so. Perché “Non cade foglia che…”, mi costringerebbe non solo a immaginare Dio con un fortissimo senso dell’humour, ma anche un altro un po’ cattivello quando il furto l’avevo subito. E poi, suvvia, il fatto è certo straordinario, almeno per me, ma si trattava di una macchina, non della guarigione da un carcinoma. Ecco allora quando si verificano fatti che percepiamo superare il calcolo delle probabilità, invochiamo la “dea bendata”, ovvero la fortuna appunto. O molto più spesso la sorella funesta. Non scomodiamo le convinzioni religiose “più nobili”, le certezze metafisiche granitiche (la cui fruizione tuttavia risulta nella quotidianità più complessa e articolata) e invochiamo la iella. Ma cos’è la fortuna?

Naturalmente la risposta a questa domanda non esiste. Si potrebbe dire la fortuna risponde a tutte le domande cui la teologia, o la metafisica, proprio non riescono. La definizione di Webster era già sufficientemente chiara: “forza senza scopo”, che agisce in deroga, o addirittura contraddicendo le leggi causa-effetto nelle quali abbiamo (forse un po’ troppo in fretta) ascritto il nostro universo. Se durante una partita di calcio molto importante la mia squadra colpisce sei o sette volte i legni, mentre gli avversari al primo tiro sbilenco fanno centro, e si aggiudicano immeritatamente l’intero palio, io ricorro al tema della sfortuna, piuttosto che pensare al Dio “defogliatore” che parteggia per la squadra avversaria. E si noti bene, il risultato di una partita non è affatto irrilevante nella vita emotiva di un tifoso. Ma se siamo soggetti alla disteleologia del fato, perché lo invochiamo, oppure perché ci affidiamo a gesti scaramantici?

Quando il calcolo delle probabilità è tale da richiedere – secondo una percezione fortemente soggettiva – l’intervento di una forza esterna, benevola o malevola, finiamo per ipostatizzare una divinità nella quale nessuno crede, cui però nessuno scampa. Almeno questo è il caso in cui, per usare la nomenclatura kantiana, la noesi fa il noema: l’atto di fede costituisce il creduto.

Da più di un secolo il mondo scientifico ha accettato le acquisizioni della meccanica quantistica, mai consentendole tuttavia di andare a mettere in discussione la rappresentazione globale della realtà – la weltanschauung – in cui sguazzano quelli che scienziati non sono, e che perseverano in una visione newtoniana, più affidabile e meno problematica. Ma se avessimo, anche solo in parte, accettato la mutazione del paradigma, avremmo visto che non è più concepibile una rappresentazione del mondo solida, di fatti che non attendono altro che l’esser scoperti da un soggetto intelligente. Non è così. La conoscenza è un processo dove il conoscente modifica, e molto, ciò che ritiene di conoscere. E se questo è vero per la valigetta che ho sul tavolo in questo momento, è sicuramente più macroscopico per quel tipo di oggetti che sono distanti dai nostri sensi. Come la fortuna. O come Dio.

Probabilmente uno statistico ci potrebbe raccontare che il suddetto calcolo della probabilità non sia poi identico a come lo percepiamo. Un tale deve andare in auto a un appuntamento estremamente importante, vuoi per la sua vita professionale, o per quella affettiva. Il tempo stringe il suo cappio e deve fare più in fretta possibile. Ma non ha fatto i conti con i cinquanta semafori che si frappongono tra lui e la destinazione. Perché sono tutti rossi, o almeno così gli pare. Anzi, sembra che il destino si stia facendo beffe di lui perché quando intravvede un semaforo verde dalla distanza, e fa di tutto per passare, quando è proprio a una trentina di metri scatta il giallo, e subito il rosso. Cinquanta semafori e tutti rossi. Una maledizione. Eppure se potesse rivedere il percorso, si accorgerebbe che invece 25 erano verdi, solo che i suoi vissuti persecutori non glieli hanno fatti cogliere. Prevedendo l’insuccesso nella corsa, la sua necessità di creare un capro espiatorio ha preso il sopravvento, gli ha fatto immaginare un poco probabile complotto di cui farebbero parte la sfortuna e il piano regolatore cittadino. Ha visto solo una parte dei “fatti” e li ha piegati in una ermeneutica inconscia, inevitabile, che gli ha fatto costruire la lettura, almeno per quella precisa circostanza, più conveniente. Anche la sfortuna può essere infatti conveniente. Perché consente alle nostre biografie di consolidare alcuni “punti di ripristino” (mi si passi la metafora informatica), necessari per continuare a vivere. Un giorno particolarmente sfortunato è pur sempre un giorno memorabile, degno di creare pagine e paragrafi nella biografia di un individuo, a differenza dei tanti passati senza che il baricentro oscillasse da una parte o dall’altra.

La nostra mente è biografica, mitopoietica (come abbiamo visto per la fortuna), ed è soprattutto capace non di scovare la finalità, ma di imprimerla in ciò che osserva.

Ho citato il Senso Religioso. Commetterei una svista se tuttavia non ricordassi che la conclusione più importante del libro di don Giussani, è che la “realtà sia segno”. Ne riportiamo un brano:

Il metodo con cui capisco che mia madre mi vuole bene, attraverso cui sono certo che molti mi sono amici, non è fissato meccanicamente, ma è intuito dalla intelligenza come unico senso ragionevole, unico motivo adeguato, per spiegare la convergenza di determinati «segni». Moltiplicate indefinitamente questi segni, a centinaia, a migliaia: il punto del loro senso adeguato è che mia madre mi vuol bene. Migliaia di indizi convergenti su questo punto: l’unico senso del comportamento di mia madre è questo, che «mia madre mi vuol bene». La dimostrazione per una certezza morale è un complesso di indizi il cui unico senso adeguato, il cui unico motivo adeguato, la cui unica lettura ragionevole è quella certezza.

La mente coglie migliaia di indizi, e su questi crea le proprie certezze fondamentali. Estremamente semplice, quasi rudimentale nella sua efficacia. Tuttavia le cose potrebbero essere molto più complicate di così. Perché la mente umana più che trovare gli indizi li crea, con alterno tasso di arbitrarietà, ma sempre mossa dal principio di convenienza. La psicanalisi ha mostrato come ci siano molte più madri distruttive di quanto il senso comune, o i titoli di cronaca nera, non lascino supporre. Anzi la distruttività è una parte del processo. Ebbene i figli delle madri depresse, indifferenti, iperprotettive, raramente “colgono” i milioni di indizi che potrebbero renderli edotti. Anzi, spesso costruiscono un racconto inverosimile, addirittura antitetico a quelle evidenze. Perché avere una madre amorosa è più conveniente della ipotesi contraria. Come la versione postmoderna di Pangloss, che si ostina a vedere tutti i semafori verdi, e rimuovere quelli più faticosi. In assoluto il quadro clinico che coglie meglio tutti gli indizi, e che riesce a collocare ogni singolo pezzo in un intricato puzzle, è quello della paranoia.

Si cancellano traumi, si rimuovono esperienze durate anni, si dimenticano centinaia di fattori e si ricostruisce come Penelope la propria autobiografia in funzione di un disegno che però non è “nelle cose”, ma nelle chimiche inconsce dell’osservatore. Con buona pace dei “raccoglitori di indizi”, continueremo a vedere solo la punta del famigerato Iceberg, e non le fondamenta.

Si potrebbe dire che vedere solo i 25 semafori rossi costituisce l’ingrediente fondamentale che ci consente di significare il carico di frustrazione di cui ognuno è portatore, i 25 verdi sono il nostro inguaribile ottimismo, l’escamotage migliore perché il mondo non ci appaia troppo brutto e la vita insostenibile.

Mi rendo conto d’inoltrarmi in un ginepraio se dico che anche la fede, ogni fede, ha le medesime prerogative. Una fede ci consente di vedere quella parte della realtà che ci fa vivere meglio, e di eliminare le cose che non possiamo assimilare. Anzi una fede che si appella al mistero – qualsiasi cioè – ha il suo punto di forza proprio in questa dimensione: esprime una certezza confortante persino su ciò che è più distante dalla capacità di monitorare. E questo, oltre a esprimere una verità metafisica (che potrebbe anche rivelarsi tale), ha il ruolo di fornire al fedele qualcosa di cui ha radicalmente bisogno: attestare un significato per ciò che sembra contraddire ogni possibile attribuzione. Nel 1500 i contadini lombardi subirono una grave pestilenza, con i raccolti messi a dura prova da una invasione di formiche. La fede ingenua di tanti e uomini e donne ricorse, come spesso accadeva, alla fede. Un popolo intero si radunava nelle cappelle votive, nei cori delle chiese, nelle pievi, a supplicare Dio e i Santi che si liberasse da quella piaga. Anzi, fecero qualcosa in più, escogitando una entità spirituale onomatopeica – san Formicone – che costituisse una sorta di interlocutore privilegiato per quella emergenza. Non importa constatare che san Formicone non venga ricordato dalla agiografia ufficiale della chiesa (che tuttavia contiene molti santi sulla cui storicità si potrebbe discutere a lungo). Ci basta osservare il processo, perché è questo che conta. La funzione crea l’organo come la disperazione crea la speranza. Il politeismo aveva quantomeno questo pregio, di non ingannare mai chiamando “cose” quelli che dovevano per forza essere dei “processi”.

Il significato che si attribuisce – legittimamente, ci mancherebbe – al mondo, è come un film che si proietta sulla superficie bianca di uno schermo. Questa è una ricchezza, non una povertà. Noi non vediamo il mondo come lo schermo bianco e inerte, perché possediamo questa straordinaria capacità. Certo non vediamo il fascio luminoso che si apre dalla nostra mente sul panorama, è questo è un limite. Perché così non si possiedono le cose nelle quali si crede, e se ne è piuttosto posseduti. Continuiamo a immaginare Dio che muove foglie, senza accorgerci del decespugliatore che invece teniamo acceso in mano.

Ovviamente il processo che ho cercato fin qui di descrivere, comporta l’avvicinarsi a questioni metafisiche troppo importanti, che non ho affrontato. E non affronterò. Perché la scoperta delle dinamiche proiettive non esclude, ma non risponde neanche, alla domanda su cosa sia davvero la realtà, né su cosa si celi dietro il lenzuolo dello schermo. E le domande restano tali. Voglio raccontare però un aneddoto che ho trovato, per dir così, liberante.

Carl Gustav Jung un giorno lesse sul giornale di un soldato nigeriano che sosteneva gli alberi gli parlassero. Un matto. A partire dall’aneddoto prese carta e penna e scrisse del cosiddetto “ritiro della proiezione”, che avviene secondo lui in cinque fasi. Cinque passaggi attraverso cui il soldato, se curato, avrebbe potuto far rientrare in sé l’origine della convinzione. Ma nell’ultima riga, dopo avere descritto il quinto e ultimo punto, Jung conclude:

“E poi, forse, gli alberi parlano.”

Forse sì. Con tutte quelle foglie…

LIBERI TUTTI!

Liberi Tutti

(Elogio della infedeltà)

Vogliamo raccontare un aneddoto interessante, tratto da un telefilm. Dopo una epidemia che ha decimato l’intero genere umano, un sopravvissuto pensa di essere rimasto solo sulla faccia della terra. Tuttavia dopo avere girato per mesi e mesi incontra una donna, bruttina e petulante, che dovrebbe di conseguenza essere l’ultima del suo genere. All’inizio il rapporto è talmente irritante che neppure l’ovvietà di essere soli al mondo consente ai due non solo di volersi bene, ma addirittura di tollerarsi a vicenda. Poi, un po’ per l’insistenza di lei, un po’ per necessità, e un po’ per l’ostentato proposito di far rifiorire la vita sulla terra, obtorto collo lui accetta di vivere quella relazione. E siccome lei, neppure di fronte alla straordinarietà della circostanza, vuole derogare ad alcuni “principi elementari di civiltà”, accetta persino di sposarla. Ma proprio quando il matrimonio è stato celebrato spunta una “seconda Eva” che, differentemente dalla prima, incarna tutto ciò che lui ha sempre cercato nel mondo femminile. Ma oramai il dado è tratto, perché dalla creazione del triangolo in poi, si apre la lunga sequela di gag ed equivoci della serie televisiva.

Tutta da ridere, almeno nelle intenzioni degli autori. E forse da riflettere. Perché il protagonista si sente “vincolato” alla prima donna? O forse dovrei dire: perché gli autori della serie attingono a piene mani da un immaginario dove il legame coniugale ha un valore giuridico vincolante a prescindere dalle condizioni, a dir poco eccezionali, in cui è stato contratto?

Chi ha avuto modo di incrociare le riflessioni dello scrivente, saprà quanto gli immaginari collettivi siano, per lui, una vera e propria priorità, quasi una ossessione. Paradigmi la cui solidità antecede di molto qualsiasi evoluzione o dialettica, persino in un prodotto di dubbio valore artistico.

Ci domandiamo perché sia così importante evocare la parola “fedeltà” non solo come un valore indefettibile, ma persino come un beneficio costantemente esigibile. E perché il “tradimento” è associato esclusivamente a un valore negativo. Semiologi di comprovata serietà hanno documentato come la parola contiene nella radice semantica il latino “tradere”, ovvero portare, così come la tradizione o la traduzione.

Proviamo allora a giocare con le parole. Una persona contrae un legame (con un’altra persona, una squadra di calcio, una religione, una ideologia politica) che, nel momento in cui lo accetta, pensa debba durare. Ma la vita non consente staticità. Ci si evolve, si cambiano convinzioni, specie se si scopre quanto fossero parziali e limitate quelle precedenti. Eppure esiste un sistema di convenzioni sociali, per cui se si è sempre fatta una cosa, si deve continuare a farla. Persino i supermercati, le compagnie telefoniche e quelle petrolifere tendono a stabilire linee di continuità – non a caso il fenomeno si chiama “fidelizzazione” – per cui una volta che si è clienti di quel determinato distributore ci si fa scrupoli a passare a un altro. Ci sembra di tradire qualcosa o qualcuno. Siamo stati educati sin dai primi momenti di vita a pensare che dobbiamo sempre qualcosa a qualcun altro. Molto meno a riconoscere quanto si debba, piuttosto, a se stessi. Ma forse non dovrebbe essere così. Quando cambiamo banca o fruttivendolo lo si può fare per una unica e semplicissima ragione, ovvero il luogo verso cui andiamo ci sembra più conveniente rispetto a quello da cui si proviene. Questo semplice dato, prima di essere una regola del marketing, è un principio di salubrità psichica. Se intorno a noi esiste tanta nevrosi e altrettanta depressione è il frutto della progressiva erosione del principio di convenienza. Ed è vero che esiste tanto egoismo, tuttavia si tratta di un egoismo inconscio, nella sua forma più grezza e meno consapevole, nato come contrappeso di una generosità mai realmente elaborata. Insomma, non è affatto scontato agire nell’ordine del proprio tornaconto, mentre è molto comune vivere giostrandosi su traiettorie debitorie e creditorie verso “altri”.

Nella preghiera del Giovane Esploratore (scout) c’è una frase che sintetizza molto bene il concetto:

Insegnami (…) a comportarmi lealmente quando tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi.

Giova ricordare che si tratta di una preghiera e che dovrebbe riguardare una realtà, un tempo almeno, pedagogicamente rilevante. A nessuno è dato vivere con lo sguardo dell’intero mondo rivolto su di sé. Ma se fosse possibile, l’azione diventerebbe per questo più morale? Non ci è dato sapere se Dio intende esaudire il contenuto della preghiera, ma sicuramente il supplicante, convinto della bontà della richiesta, potrebbe vivere “come se” quello sguardo esistesse: sarebbe allora più etico?

Ovviamente non lo sappiamo, ma di sicuro agire monitorati dallo sguardo del mondo rende il soggetto più ricattabile.  È quello che accade nella suddetta serie televisiva, dove “tutto il mondo” giudicante è ridotto ai minimi termini. Eppure il suo monito viene recepito in modo altrettanto vincolante e coriaceo, nemmeno dalla considerazione della parzialità delle condizioni in cui era stato carpito.

Perché pensiamo di “dovere” così tanto agli altri? Crescere è un compito assai improbo, noi crediamo, proprio per questa ragione. Si diventa grandi sotto il fuoco incrociato di cecchini e franchi tiratori, pronti a stabilire cosa – secondo loro, o secondo il mondo, la parrocchia, Dio o Dio sa cos’altro – si dovrebbe essere. E così, a partire da un’età in cui si è intrinsecamente ricattabili, si finisce per subire una serie di aggressioni che l’ambiente, pronto ad autoalimentarsi “Lo faccio solo per il tuo bene…”, continua a somministrare.

Non è difficile immaginare la vita di qualcuno che continua a tentare di adeguarsi alle aspettative in lui riposte. E il tasso di rassegnazione, è/sarebbe inversamente proporzionale alla coercizione e ricattabilità dei primi anni di vita. La possibilità (e non necessariamente i suoi agiti) di “tradire” i valori nella cui continuità è stato educato, sarebbe sicuramente il primo, insperato, segno di vitalità psichica.

Poniamo un uomo cresciuto in una famiglia borghese, tradizionalista e cattolica, la cui vita senza troppi scossoni ha seguito il letto del torrente segnato dal suo ambiente familiare. Insomma il nostro uomo è cattolico, più per non essersi imbattuto in motivi di apostasia che per reale convinzione. La madre, molto più invasiva, miope e radicata però i quegli stessi valori, sul letto di morte gli domanda di esaudire un ultimo desiderio: consacrarsi e diventare presbitero, come già lo zio e il prozio vescovo prima di lui. Il giovane accetta e la madre muore con il sorriso sulle labbra.

Molti anni dopo, concluso il seminario e ricevuto l’ordine, il nostro uomo potrebbe cominciare a misurare i passi con cui era giunto fin lì, e prendere una tardiva coscienza del sopruso subito. Per divincolarsi dal giogo dovrebbe tuttavia confrontarsi con lo sguardo di centinaia di persone, che si sono confessate da lui e che hanno seguito le sue omelie dal pulpito, con lo sguardo dei parenti, alcuni “amici” (il virgolettato è d’obbligo), con gli altri sacerdoti e i superiori della gerarchia ecclesiale (che non hanno indagato a sufficienza sulla autenticità delle sue intenzioni e sono magari invece ora propensi a scandalizzarsi) e, peggio ancora, con lo sguardo, oramai introiettato di una madre che, morendo, si è sottratta a qualsiasi confronto successivo. Per quell’uomo la possibilità del tradimento, di contravvenire a una molteplicità di sguardi riversi su di lui, di venire meno a una aspettativa diffusa nei suoi confronti, sarebbe quanto più di auspicabile potrebbe volere per lui chi gli volesse autenticamente bene.

Mentre il mondo potrebbe rimanere indignato, con la bocca spalancata, a osservarlo nell’atto di levarsi l’abito talare, egli non dovrebbe domandare perdono a quanti così deluderebbe, ma – ecco uno di quei paradossi che tanto piacciono allo scrivente – a se stesso, per avere esagerato il dovere contratto con gli altri più di quanto non sapesse di dovere a sé.

Non dovrebbe vergognarsi, oppure dovrebbe vergognarsi di provare vergogna per un motivo così distante dalla propria umanità.

Cos’è infatti la vergogna?

Darwin ritiene che “il rossore” che imporpora le guance di un essere umano, sia una delle prerogative che maggiormente lo separano dal regno animale; ovverosia nella prospettiva del naturalista britannico, la vergogna è uno dei vertici della evoluzione.

Nella Genesi ci è consegnato uno degli esempi più antichi della vergogna:

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gn. 3,7).*

* ci piace, solo a livello di provocazione, sottolineare come mentre per due secoli i creazionisti e gli evoluzionisti abbiano passato gran parte del loro tempo a darsele di santa ragione, il tema della vergogna riesca a metterli sorprendentemente d’accordo.

Essa è il contrappasso per aver rotto la prima delle alleanze che il signore aveva proposto. Tuttavia in una prospettiva “cronologica” la vergogna è anche il primo (chiediamo scusa per il pasticcio di parole) “frutto” dell’avere mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Di più ancora: Dio proibisce di consumare quel frutto, e punirà l’uomo e la donna per averlo disatteso, ma – si noti bene – non attraverso il mancato godimento di ciò che l’assunzione del frutto avrebbe comportato. Adamo ed Eva, infatti “aprono gli occhi”  in quell’istante. Insomma il frutto… frutta, e continua a maturare dentro le viscere del traditore. Il primo sintomo è proprio la vergogna. L’uomo non si vergogna per la natura fraudolenta del gesto, ma per il fatto di scoprirsi nudo. Era nudo anche prima, ma solo adesso ne prende coscienza. Egli per la prima volta si vede, e si vede attraverso lo sguardo dell’Altro- cui si cela con le foglie di un fico -, e nel pudore vede anche l’Altro, che sia Dio oppure no, ne percepisce la presenza, e lo sguardo indagatore e giudicante. Meglio ribadirlo: Adamo non si vergogna inizialmente del “tradimento”, ma della nudità/inermità con cui aveva accettato il vincolo. Il tradimento ha portato immediatamente a un incremento decisivo della propria autocoscienza, perché fino a quel momento non si era mai percepito come “Altro” rispetto all'”Altro” che gli aveva imposto un ordine. Per la prima volta vede se stesso e proprio per questo comincia a misurarsi con l’altrui sguardo. La stessa libertà nasce, non ontologicamente ma cronologicamente, con l’atto di insubordinazione: il tradimento “fa” la libertà.

Da questo momento, che sancisce la fine dell’unitarietà di Adamo con Dio, nascono il tempo, la vita, la coscienza e la fede stessa dell’uomo resa possibile esclusivamente dalla distanza che si è imposta, per sempre, tra la creatura e il Creatore.

Il peccato rompe una situazione di identificazione ingenua con il Tutto, ed è nella frattura- non nella saldatura – che la libertà comincia ad avere un senso.

Gli psichiatri ci dicono che la psicosi si verifica quasi sempre quando il paziente non riesce a differenziarsi dal corpo – dapprima fisico, poi evocato simbolicamente – della madre. Senza percepire la possibilità di spaccare il nesso sancito nel sangue del cordone ombelicale, l’uomo postmoderno prende a fluttuare inerte, soggetto solo alla gravità, come un satellite dimenticato intorno alla superficie liscia della madre terra.

Non è riuscito a tradire.

Dice sulla vergogna il grande filosofo Emanuel Levinas:

La vergogna non dipende, come si è portati a credere, dalla limitatezza del nostro essere in quanto suscettibile di peccato, ma dallo stesso essere, dalla sua incapacità di rompere con se stesso. La vergogna si fonda sulla solidarietà del nostro essere, che ci obbliga a rivendicare la responsabilità di noi stessi.

La vergogna quindi si fonda sulla anteposizione della coerenza rispetto alla capacità di “rompere” un quadro preesistente. Il “non traditore” ha un unico volto, che crede essere il proprio, ma è costantemente l’effetto di una molteplicità di adattamenti delle proprie istanze a quelle dell’ambiente circostante. Perciò egli finisce per identificarsi con la maschera dei comportamenti sociali, cui ha imparato suo malgrado ad assoggettarsi. Soffre di una paresi dell’azione, ha subito un ictus della propria anima, perché progressivamente la maschera ha finito per fondersi col derma del volto, e non potendo più toglierla non riconosce come propria la carne sottostante. Nella “inconcepibilità del tradimento”, diversamente da Adamo, perde per strada anche quella della fedeltà, che a questo punto diventa soltanto la ripetizione di un automatismo. Nulla più.

Assomiglia alla frustrazione del fratello del “Figliol Prodigo”, che della parabola è l’unico vero perdente:

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Abbiamo riportato un lungo stralcio perché ne emergono alcuni dettagli terribili. Il fratello maggiore vive qui l’unico frangente in cui possa dirsi al centro delle economie familiari. Per la prima volta egli si occupa di sé, e suo padre sembra accorgersi di lui. Per il resto è condannato al rango di subalterno, e proprio la sua subalternità cagiona la rabbia. Chissà quante volte, tornando dal duro lavoro dei campi, avrà mormorato contro il fratellino, forse non arrivando ad augurargli il male – il non traditore teme persino gli si possa contestare di essere meschino -, ma risolvendosi che avendo sperperato tutto in prostitute, ora giacerà prostrato nella polvere, come in fondo si è meritato. Certo lui non ha goduto come “quello là” – non ne ripeté più il nome -, ma almeno ha evitato al padre i grattacapi e i dolori che gli indovina quando lo vede scrutare i campi, e ogni tanto scendergli una lacrima. Non ama realmente il genitore, gli manca lo spazio per l’elaborazione di un sentimento così complesso, tuttavia quantomeno non è a causa sua che lo vede mese dopo mese sempre più piegato dalla fatica e dalla preoccupazione.

Ma gli avvenimenti di quella sera sono un rovesciamento e antropologico concettuale che non è attrezzato per sopportare. Non lo è ontologicamente, perché la fedeltà ingenua al mandato non gli consente di intravedere uno spazio ulteriore, in questo caso l’oltre-misura dell’amore di suo padre. Anche il padre non può fare nulla per aiutare o premiare il figlio fedele:

“Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo.”

Tuttavia quel che è suo è anche del figlio che non è sempre stato lì. Anzi, lo è persino di più. La preferenza del padre non va al fedele, non segue l’ordine naturale della primogenitura e della morale, ma va a quello che ha rotto il giocattolo.

Nel rapporto col figlio maggiore non si è creata la frattura circolare vista in Adamo/Dio nonché in Adamo/Adamo. E nella ottusità del monolite non si è spalancato l’orizzonte di (auto)coscienza: poiché si ha coscienza solo di ciò che si può tradire. Il padre potrebbe avere fatto festa tutte le notti per lui, e potrebbe avere ucciso ogni sera un vitello – un vitello che non riconosce né come suo, né come non suo – ma egli non se ne sarebbe accorto. Il padre non gli ha mai donato un vitello perché per farlo avrebbe dovuto registrare una distanza che non c’è mai stata. Tuttavia anche per il fratello maggiore i giochi non sono definitivamente chiusi, perché il tradimento del minore ha aperto comunque orizzonti nuovi, dei quali forse saprà approfittare. Non è la vergogna che separa il figlio fedele e il padre, ma la rabbia, che è tuttavia una emozione collegata alla vergogna. Se l’ingiustizia che ritiene di avere, a ragione, subito gli facesse spaccare qualcosa, o dire qualcosa di terribile, potrebbe in seguito pentirsi. E vergognarsi. Intanto quella sera i due sembrano incontrarsi, vedersi davvero, per la prima volta.

C’è nel vocabolario della lingua italiana un termine, “doppiezza”, normalmente usato per indicare falsità e ipocrisia. Tuttavia la parola ha anche un significato positivo, normalmente dimenticato dagli studiosi del linguaggio: occorre una doppiezza per stabilire la distanza tra identità e ambiente. Occorre una diversificazione interiore, difesa dallo sguardo altrui (celata sotto le foglie di fico), che consenta alla persona di non essere definita dal contesto dove si trova a vivere, perché la misura dello iato costituisce la possibilità della coscienza, e in questa la libertà medesima, che è il contrassegno della similitudine tra il Creatore e la Creatura. Noi siamo liberi perché siamo valigie a doppio fondo. Senza la doppiezza siamo tuttalpiù software che eseguono un programma. Se Adamo non avesse mangiato il frutto non ci sarebbe stata la morte, ma neppure la vita.

Non saremmo troppo lontani dal vero dall’affermare che la Bibbia è una lunga sequenza di tradimenti. Forse una propedeutica. Dio saccheggia metodologicamente il tradimento per portare a compimento il suo progetto di salvezza. Da Adamo a Giuda, da Caino a Davide, passando per Giacobbe e l’inganno perpetrato con l’aiuto della madre (un’altra traditrice) ai danni di Esaù e Isacco. Persino Dio non può chiamarsi fuori, perché chissà se Abramo non si è sentito tradito nella forzatura di quella prova di fedeltà, per non dire del mite Giobbe che ha dovuto subire un trattamento terrificante a causa di una disputa tra Dio e il diavolo.

Il tradimento coniugale, ad esempio, visto come il più nefando dei crimini – il matrimonio, in cui due diventano “una sola carne”, riproduce lo schema indifferenziato, visto in Adamo prima che cogliesse il frutto – viene ridimensionato molto da Cristo medesimo:

Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. (Mt. 5,28)

In quel “già”, che contiene una precisa indicazione sul non coltivare immagini velleitarie di fedeltà, e un invito implicito a passare oltre, a vedere oltre ciò che appare come inevitabile.

È altresì vero che nel passaggio immediatamente successivo Gesù invita a separarsi dall’occhio e la mano che sono state motivo di scandalo, tuttavia non crediamo intenda meramente una amputazione degli agenti di scandalo, che potrebbe valere per la mano, ma non per l’occhio. Complicato immaginare Colui che perdona l’adultera auspicare l’asportazione dell’occhio dell’uomo che si sorprende a concupire l’avvenente sconosciuta incrociata per strada, come forse nemmeno il più rigido dei Farisei farebbe. Il Nazareno stesso è “scandalo per i Giudei”, e trae da quella scandalosità l’irruenza della propria Rivelazione. Piuttosto l’occhio può essere motivo di scandalo essendo esageratamente propenso a farsi scandalizzare. Ne abbiamo scritto ne “Un elefante in cucina”, dove abbiamo cercato di descrivere una misura oggettiva e una soggettiva nel tema dello scandalo. Gesù non mette in guardia solo chi compie qualcosa di scandaloso, ma anche – forse soprattutto – chi si lascia infettare con troppa facilità dal morbo della supponenza di come gli altri dovrebbero agire o vivere.

In un legame esiste la ragionevole aspettativa che coloro che ci stanno intorno soddisfino una certa serie di obblighi di continuità, che in più delle volte si sovrappongono, o sostituiscono la natura del legame medesimo. Tuttavia ci siamo altresì abituati a giurisprudenzializzare questa aspettativa, a percepire queste linee di continuità tra identità e ruolo – padre, figlio, marito o moglie, amico o amica – come debito, un obbligo e una prescrizione che l’Altro, o noi stessi, è costretto a soddisfare.

Ma non è questa la natura più autentica di qualsiasi relazione, che invece è la libertà. Un rapporto dura fino a un istante prima che uno dei contraenti stabilisce unilateralmente che non sia giunto al termine.

Nella parola “legame” c’è una dimensione d’ombra, coincidente con la fenomenologia che, chi lo contrae rimane in qualche misura “legato.” Ma a essere legate sono le persone sequestrate, non quelle che scelgono la direzione da imprimere al proprio destino.

Ci permettiamo di infilare le citazioni tratte da due nostri racconti:

“(…) Oppure sì, ‘ti prometto che non succederà mai che…’. Potrei sì, a condizione di sapere- io e te- che vi sono promesse nella vita che non possono essere mantenute. O meglio: non possono essere mantenute soltanto a cagione del fatto di essere state formulate. Giacché se fosse per questo diverrebbero un debito. E i debiti sono il contrario dell’amore. Amare è non dover mai dire ‘ti devo’, poiché ciò che si deve non lo si può mai scegliere. E ciò che si deve restituire non lo si può certo donare.” (Io, Maggie e la Luna)

E ancora:

“Se l’Amore è Dio, forse è anche eterno, e l’indissolubilità coniugale potrebbe essere una conseguenza di questa verità…”, don Patrizio dopo il lungo silenzio aveva scelto una tempistica perfetta per tentare di sigillare la discussione in un modo congeniale al ruolo che pur sempre rivestiva, “Non credi Piero?”

L’amico lo guardò con una irruenza da metterlo in imbarazzo.

“Stai scherzando vero? Certo che in ogni amore, se autentico, c’è qualcosa che resiste al tempo. Ma non nel modo vagamente ricattatorio come quello che sembrano intendere i tuoi superiori. È una eternità mai esigibile, la cui principale caratteristica è che lascia le persone libere di fare ciò che vogliono: per quanto questo possa essere doloroso, o per quante convinzioni possa infrangere. Una pianta perenne verde che avvizzisce nell’istante stesso in cui qualcuno pensa di avere diritto alla frescura della sua ombra. Una eternità gracile come la brina, pronta a dissolversi al primo raggio del possesso. Un infinito che finisce non perché uno dei contraenti rompe il patto, ma perché l’altro esige che venga rispettato.” (Corso per fidanzati)

La libertà, e non il prerequisito di una fedeltà ottusa, guadagnata alla sottoscrizione di un documento, è la condizione perché un rapporto – ripetiamo, qualsiasi rapporto – possa essere considerato autentico. In una relazione vera ognuno dei contraenti fa ciò che vuole, e fino a quando lo vuole. Il resto sono costruzioni aprioristiche che poco hanno a che fare con la verità. Che merito avrebbe un uomo che fosse fedele alla sua compagna semplicemente per non avere mai concepito la possibilità di una alternativa? E quello che non avesse mai desiderato una donna diversa dalla propria, non sarebbe piuttosto malato di una grave forma di autismo?

Non l’obbligo, ma il dono è l’unico territorio su cui l’Altro dovrebbe essere incontrato. E sul dono non si può ammantare diritto alcuno. Ma unicamente questo apre alla possibilità della “sorpresa”: l’altro potrebbe andarsene, ma se vuole, e SOLO SE lo vuole, rimane:

”Se tu volerai mi perderai…”

”Se io sapessi di non poter volare saresti tu ad avermi perso comunque. Si ama solo ciò che non si trattiene.”

”Ma come possono una margherita e una farfalla stare per sempre insieme?”

”Forse non possono, o forse sì ma non scegliendo una volta per tutte. Tu ogni mattina aprirai i tuoi petali, e quando mi vedrai saprai che ho scelto ancora quel giorno e quella notte di essere qui.”

“Correndo il rischio di soffrire ogni giorno?”

”Se ciò vale quel rischio, sì.” (Io, Maggie e la Luna)

Sappiamo di offrire una visione alquanto paradossale, molto diversa da percezioni universalmente diffuse. Tuttavia nello stereotipo delle relazioni che si esauriscono quando i contraenti “si danno per scontati”, c’è un germe di verità. Perché se ogni cosa viene assunta sotto il regime dell’obbligo, e della espletazione di compiti costantemente rivendicabili dal beneficiario, allora ogni relazione si trasformerà nella eutanasia di se stessa. Diverso è l’approccio stabilito nella libertà. Ogni persona ha diritto a ché l’Altro con cui è in relazione faccia una scelta, ma non ha diritto alcuno di essere il contenuto di quella scelta.

”Chi ama non deve niente! Gli schiavi ‘devono’, gli amanti no.” La voce di Io si era fatta improvvisamente perentoria. Fece una pausa. “Solo chi ha paura pretende di riscuotere un debito, giacché pensa di avere acquisito nell’altro un credito o una proprietà da difendere. Non chi ama o si sa amato. In amore non vi è nessuna garanzia.” (Io, Maggie e la Luna)

Ogni essere umano può diventare scarto, accessorio e inessenziale alla causa della altrui felicità. Ciò dà quasi sempre luogo a vissuti abbandonici, tanto più frequenti in una umanità poco evoluta come quella di questo momento storico, più propensa a foraggiare vissuti narcisistici, a collocarsi al centro dell’Universo e chiedere ai circostanti una oblazione, recepita come un dovere. Il sedicente Prometeo del XXI secolo non concepisce la possibilità di essere abbandonato, e non di rado (purtroppo) si scopre incline alla violenza quando ritene non gli venga dato quanto ritiene pattuito. Ma nessun legame ha più valore della quantità di libertà necessaria per romperlo. E solo questo, esclusivamente questo, apre al sorprendente dono della dedizione e della fedeltà.

Liberi tutti.

Liberi Tutti

(Elogio della infedeltà)

Vogliamo raccontare un aneddoto interessante, tratto da un telefilm. Dopo una epidemia che ha decimato l’intero genere umano, un sopravvissuto pensa di essere rimasto solo sulla faccia della terra. Tuttavia dopo avere girato per mesi e mesi incontra una donna, bruttina e petulante, che dovrebbe di conseguenza essere l’ultima del suo genere. All’inizio il rapporto è talmente irritante che neppure l’ovvietà di essere soli al mondo consente ai due non solo di volersi bene, ma addirittura di tollerarsi a vicenda. Poi, un po’ per l’insistenza di lei, un po’ per necessità, e un po’ per l’ostentato proposito di far rifiorire la vita sulla terra, obtorto collo lui accetta di vivere quella relazione. E siccome lei, neppure di fronte alla straordinarietà della circostanza, vuole derogare ad alcuni “principi elementari di civiltà”, accetta persino di sposarla. Ma proprio quando il matrimonio è stato celebrato spunta una “seconda Eva” che, differentemente dalla prima, incarna tutto ciò che lui ha sempre cercato nel mondo femminile. Ma oramai il dado è tratto, perché dalla creazione del triangolo in poi, si apre la lunga sequela di gag ed equivoci della serie televisiva.

Tutta da ridere, almeno nelle intenzioni degli autori. E forse da riflettere. Perché il protagonista si sente “vincolato” alla prima donna? O forse dovrei dire: perché gli autori della serie attingono a piene mani da un immaginario dove il legame coniugale ha un valore giuridico vincolante a prescindere dalle condizioni, a dir poco eccezionali, in cui è stato contratto?

Chi ha avuto modo di incrociare le riflessioni dello scrivente, saprà quanto gli immaginari collettivi siano, per lui, una vera e propria priorità, quasi una ossessione. Paradigmi la cui solidità antecede di molto qualsiasi evoluzione o dialettica, persino in un prodotto di dubbio valore artistico.

Ci domandiamo perché sia così importante evocare la parola “fedeltà” non solo come un valore indefettibile, ma persino come un beneficio costantemente esigibile. E perché il “tradimento” è associato esclusivamente a un valore negativo. Semiologi di comprovata serietà hanno documentato come la parola contiene nella radice semantica il latino “tradere”, ovvero portare, così come la tradizione o la traduzione.

Proviamo allora a giocare con le parole. Una persona contrae un legame (con un’altra persona, una squadra di calcio, una religione, una ideologia politica) che, nel momento in cui lo accetta, pensa debba durare. Ma la vita non consente staticità. Ci si evolve, si cambiano convinzioni, specie se si scopre quanto fossero parziali e limitate quelle precedenti. Eppure esiste un sistema di convenzioni sociali, per cui se si è sempre fatta una cosa, si deve continuare a farla. Persino i supermercati, le compagnie telefoniche e quelle petrolifere tendono a stabilire linee di continuità – non a caso il fenomeno si chiama “fidelizzazione” – per cui una volta che si è clienti di quel determinato distributore ci si fa scrupoli a passare a un altro. Ci sembra di tradire qualcosa o qualcuno. Siamo stati educati sin dai primi momenti di vita a pensare che dobbiamo sempre qualcosa a qualcun altro. Molto meno a riconoscere quanto si debba, piuttosto, a se stessi. Ma forse non dovrebbe essere così. Quando cambiamo banca o fruttivendolo lo si può fare per una unica e semplicissima ragione, ovvero il luogo verso cui andiamo ci sembra più conveniente rispetto a quello da cui si proviene. Questo semplice dato, prima di essere una regola del marketing, è un principio di salubrità psichica. Se intorno a noi esiste tanta nevrosi e altrettanta depressione è il frutto della progressiva erosione del principio di convenienza. Ed è vero che esiste tanto egoismo, tuttavia si tratta di un egoismo inconscio, nella sua forma più grezza e meno consapevole, nato come contrappeso di una generosità mai realmente elaborata. Insomma, non è affatto scontato agire nell’ordine del proprio tornaconto, mentre è molto comune vivere giostrandosi su traiettorie debitorie e creditorie verso “altri”.

Nella preghiera del Giovane Esploratore (scout) c’è una frase che sintetizza molto bene il concetto:

Insegnami (…) a comportarmi lealmente quando tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi.

Giova ricordare che si tratta di una preghiera e che dovrebbe riguardare una realtà, un tempo almeno, pedagogicamente rilevante. A nessuno è dato vivere con lo sguardo dell’intero mondo rivolto su di sé. Ma se fosse possibile, l’azione diventerebbe per questo più morale? Non ci è dato sapere se Dio intende esaudire il contenuto della preghiera, ma sicuramente il supplicante, convinto della bontà della richiesta, potrebbe vivere “come se” quello sguardo esistesse: sarebbe allora più etico?

Ovviamente non lo sappiamo, ma di sicuro agire monitorati dallo sguardo del mondo rende il soggetto più ricattabile.  È quello che accade nella suddetta serie televisiva, dove “tutto il mondo” giudicante è ridotto ai minimi termini. Eppure il suo monito viene recepito in modo altrettanto vincolante e coriaceo, nemmeno dalla considerazione della parzialità delle condizioni in cui era stato carpito.

Perché pensiamo di “dovere” così tanto agli altri? Crescere è un compito assai improbo, noi crediamo, proprio per questa ragione. Si diventa grandi sotto il fuoco incrociato di cecchini e franchi tiratori, pronti a stabilire cosa – secondo loro, o secondo il mondo, la parrocchia, Dio o Dio sa cos’altro – si dovrebbe essere. E così, a partire da un’età in cui si è intrinsecamente ricattabili, si finisce per subire una serie di aggressioni che l’ambiente, pronto ad autoalimentarsi “Lo faccio solo per il tuo bene…”, continua a somministrare.

Non è difficile immaginare la vita di qualcuno che continua a tentare di adeguarsi alle aspettative in lui riposte. E il tasso di rassegnazione, è/sarebbe inversamente proporzionale alla coercizione e ricattabilità dei primi anni di vita. La possibilità (e non necessariamente i suoi agiti) di “tradire” i valori nella cui continuità è stato educato, sarebbe sicuramente il primo, insperato, segno di vitalità psichica.

Poniamo un uomo cresciuto in una famiglia borghese, tradizionalista e cattolica, la cui vita senza troppi scossoni ha seguito il letto del torrente segnato dal suo ambiente familiare. Insomma il nostro uomo è cattolico, più per non essersi imbattuto in motivi di apostasia che per reale convinzione. La madre, molto più invasiva, miope e radicata però i quegli stessi valori, sul letto di morte gli domanda di esaudire un ultimo desiderio: consacrarsi e diventare presbitero, come già lo zio e il prozio vescovo prima di lui. Il giovane accetta e la madre muore con il sorriso sulle labbra.

Molti anni dopo, concluso il seminario e ricevuto l’ordine, il nostro uomo potrebbe cominciare a misurare i passi con cui era giunto fin lì, e prendere una tardiva coscienza del sopruso subito. Per divincolarsi dal giogo dovrebbe tuttavia confrontarsi con lo sguardo di centinaia di persone, che si sono confessate da lui e che hanno seguito le sue omelie dal pulpito, con lo sguardo dei parenti, alcuni “amici” (il virgolettato è d’obbligo), con gli altri sacerdoti e i superiori della gerarchia ecclesiale (che non hanno indagato a sufficienza sulla autenticità delle sue intenzioni e sono magari invece ora propensi a scandalizzarsi) e, peggio ancora, con lo sguardo, oramai introiettato di una madre che, morendo, si è sottratta a qualsiasi confronto successivo. Per quell’uomo la possibilità del tradimento, di contravvenire a una molteplicità di sguardi riversi su di lui, di venire meno a una aspettativa diffusa nei suoi confronti, sarebbe quanto più di auspicabile potrebbe volere per lui chi gli volesse autenticamente bene.

Mentre il mondo potrebbe rimanere indignato, con la bocca spalancata, a osservarlo nell’atto di levarsi l’abito talare, egli non dovrebbe domandare perdono a quanti così deluderebbe, ma – ecco uno di quei paradossi che tanto piacciono allo scrivente – a se stesso, per avere esagerato il dovere contratto con gli altri più di quanto non sapesse di dovere a sé.

Non dovrebbe vergognarsi, oppure dovrebbe vergognarsi di provare vergogna per un motivo così distante dalla propria umanità.

Cos’è infatti la vergogna?

Darwin ritiene che “il rossore” che imporpora le guance di un essere umano, sia una delle prerogative che maggiormente lo separano dal regno animale; ovverosia nella prospettiva del naturalista britannico, la vergogna è uno dei vertici della evoluzione.

Nella Genesi ci è consegnato uno degli esempi più antichi della vergogna:

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gn. 3,7).*

* ci piace, solo a livello di provocazione, sottolineare come mentre per due secoli i creazionisti e gli evoluzionisti abbiano passato gran parte del loro tempo a darsele di santa ragione, il tema della vergogna riesca a metterli sorprendentemente d’accordo.

Essa è il contrappasso per aver rotto la prima delle alleanze che il signore aveva proposto. Tuttavia in una prospettiva “cronologica” la vergogna è anche il primo (chiediamo scusa per il pasticcio di parole) “frutto” dell’avere mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Di più ancora: Dio proibisce di consumare quel frutto, e punirà l’uomo e la donna per averlo disatteso, ma – si noti bene – non attraverso il mancato godimento di ciò che l’assunzione del frutto avrebbe comportato. Adamo ed Eva, infatti “aprono gli occhi”  in quell’istante. Insomma il frutto… frutta, e continua a maturare dentro le viscere del traditore. Il primo sintomo è proprio la vergogna. L’uomo non si vergogna per la natura fraudolenta del gesto, ma per il fatto di scoprirsi nudo. Era nudo anche prima, ma solo adesso ne prende coscienza. Egli per la prima volta si vede, e si vede attraverso lo sguardo dell’Altro- cui si cela con le foglie di un fico -, e nel pudore vede anche l’Altro, che sia Dio oppure no, ne percepisce la presenza, e lo sguardo indagatore e giudicante. Meglio ribadirlo: Adamo non si vergogna inizialmente del “tradimento”, ma della nudità/inermità con cui aveva accettato il vincolo. Il tradimento ha portato immediatamente a un incremento decisivo della propria autocoscienza, perché fino a quel momento non si era mai percepito come “Altro” rispetto all'”Altro” che gli aveva imposto un ordine. Per la prima volta vede se stesso e proprio per questo comincia a misurarsi con l’altrui sguardo. La stessa libertà nasce, non ontologicamente ma cronologicamente, con l’atto di insubordinazione: il tradimento “fa” la libertà.

Da questo momento, che sancisce la fine dell’unitarietà di Adamo con Dio, nascono il tempo, la vita, la coscienza e la fede stessa dell’uomo resa possibile esclusivamente dalla distanza che si è imposta, per sempre, tra la creatura e il Creatore.

Il peccato rompe una situazione di identificazione ingenua con il Tutto, ed è nella frattura- non nella saldatura – che la libertà comincia ad avere un senso.

Gli psichiatri ci dicono che la psicosi si verifica quasi sempre quando il paziente non riesce a differenziarsi dal corpo – dapprima fisico, poi evocato simbolicamente – della madre. Senza percepire la possibilità di spaccare il nesso sancito nel sangue del cordone ombelicale, l’uomo postmoderno prende a fluttuare inerte, soggetto solo alla gravità, come un satellite dimenticato intorno alla superficie liscia della madre terra.

Non è riuscito a tradire.

Dice sulla vergogna il grande filosofo Emanuel Levinas:

La vergogna non dipende, come si è portati a credere, dalla limitatezza del nostro essere in quanto suscettibile di peccato, ma dallo stesso essere, dalla sua incapacità di rompere con se stesso. La vergogna si fonda sulla solidarietà del nostro essere, che ci obbliga a rivendicare la responsabilità di noi stessi.

La vergogna quindi si fonda sulla anteposizione della coerenza rispetto alla capacità di “rompere” un quadro preesistente. Il “non traditore” ha un unico volto, che crede essere il proprio, ma è costantemente l’effetto di una molteplicità di adattamenti delle proprie istanze a quelle dell’ambiente circostante. Perciò egli finisce per identificarsi con la maschera dei comportamenti sociali, cui ha imparato suo malgrado ad assoggettarsi. Soffre di una paresi dell’azione, ha subito un ictus della propria anima, perché progressivamente la maschera ha finito per fondersi col derma del volto, e non potendo più toglierla non riconosce come propria la carne sottostante. Nella “inconcepibilità del tradimento”, diversamente da Adamo, perde per strada anche quella della fedeltà, che a questo punto diventa soltanto la ripetizione di un automatismo. Nulla più.

Assomiglia alla frustrazione del fratello del “Figliol Prodigo”, che della parabola è l’unico vero perdente:

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Abbiamo riportato un lungo stralcio perché ne emergono alcuni dettagli terribili. Il fratello maggiore vive qui l’unico frangente in cui possa dirsi al centro delle economie familiari. Per la prima volta egli si occupa di sé, e suo padre sembra accorgersi di lui. Per il resto è condannato al rango di subalterno, e proprio la sua subalternità cagiona la rabbia. Chissà quante volte, tornando dal duro lavoro dei campi, avrà mormorato contro il fratellino, forse non arrivando ad augurargli il male – il non traditore teme persino gli si possa contestare di essere meschino -, ma risolvendosi che avendo sperperato tutto in prostitute, ora giacerà prostrato nella polvere, come in fondo si è meritato. Certo lui non ha goduto come “quello là” – non ne ripeté più il nome -, ma almeno ha evitato al padre i grattacapi e i dolori che gli indovina quando lo vede scrutare i campi, e ogni tanto scendergli una lacrima. Non ama realmente il genitore, gli manca lo spazio per l’elaborazione di un sentimento così complesso, tuttavia quantomeno non è a causa sua che lo vede mese dopo mese sempre più piegato dalla fatica e dalla preoccupazione.

Ma gli avvenimenti di quella sera sono un rovesciamento e antropologico concettuale che non è attrezzato per sopportare. Non lo è ontologicamente, perché la fedeltà ingenua al mandato non gli consente di intravedere uno spazio ulteriore, in questo caso l’oltre-misura dell’amore di suo padre. Anche il padre non può fare nulla per aiutare o premiare il figlio fedele:

“Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo.”

Tuttavia quel che è suo è anche del figlio che non è sempre stato lì. Anzi, lo è persino di più. La preferenza del padre non va al fedele, non segue l’ordine naturale della primogenitura e della morale, ma va a quello che ha rotto il giocattolo.

Nel rapporto col figlio maggiore non si è creata la frattura circolare vista in Adamo/Dio nonché in Adamo/Adamo. E nella ottusità del monolite non si è spalancato l’orizzonte di (auto)coscienza: poiché si ha coscienza solo di ciò che si può tradire. Il padre potrebbe avere fatto festa tutte le notti per lui, e potrebbe avere ucciso ogni sera un vitello – un vitello che non riconosce né come suo, né come non suo – ma egli non se ne sarebbe accorto. Il padre non gli ha mai donato un vitello perché per farlo avrebbe dovuto registrare una distanza che non c’è mai stata. Tuttavia anche per il fratello maggiore i giochi non sono definitivamente chiusi, perché il tradimento del minore ha aperto comunque orizzonti nuovi, dei quali forse saprà approfittare. Non è la vergogna che separa il figlio fedele e il padre, ma la rabbia, che è tuttavia una emozione collegata alla vergogna. Se l’ingiustizia che ritiene di avere, a ragione, subito gli facesse spaccare qualcosa, o dire qualcosa di terribile, potrebbe in seguito pentirsi. E vergognarsi. Intanto quella sera i due sembrano incontrarsi, vedersi davvero, per la prima volta.

C’è nel vocabolario della lingua italiana un termine, “doppiezza”, normalmente usato per indicare falsità e ipocrisia. Tuttavia la parola ha anche un significato positivo, normalmente dimenticato dagli studiosi del linguaggio: occorre una doppiezza per stabilire la distanza tra identità e ambiente. Occorre una diversificazione interiore, difesa dallo sguardo altrui (celata sotto le foglie di fico), che consenta alla persona di non essere definita dal contesto dove si trova a vivere, perché la misura dello iato costituisce la possibilità della coscienza, e in questa la libertà medesima, che è il contrassegno della similitudine tra il Creatore e la Creatura. Noi siamo liberi perché siamo valigie a doppio fondo. Senza la doppiezza siamo tuttalpiù software che eseguono un programma. Se Adamo non avesse mangiato il frutto non ci sarebbe stata la morte, ma neppure la vita.

Non saremmo troppo lontani dal vero dall’affermare che la Bibbia è una lunga sequenza di tradimenti. Forse una propedeutica. Dio saccheggia metodologicamente il tradimento per portare a compimento il suo progetto di salvezza. Da Adamo a Giuda, da Caino a Davide, passando per Giacobbe e l’inganno perpetrato con l’aiuto della madre (un’altra traditrice) ai danni di Esaù e Isacco. Persino Dio non può chiamarsi fuori, perché chissà se Abramo non si è sentito tradito nella forzatura di quella prova di fedeltà, per non dire del mite Giobbe che ha dovuto subire un trattamento terrificante a causa di una disputa tra Dio e il diavolo.

Il tradimento coniugale, ad esempio, visto come il più nefando dei crimini – il matrimonio, in cui due diventano “una sola carne”, riproduce lo schema indifferenziato, visto in Adamo prima che cogliesse il frutto – viene ridimensionato molto da Cristo medesimo:

Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. (Mt. 5,28)

In quel “già”, che contiene una precisa indicazione sul non coltivare immagini velleitarie di fedeltà, e un invito implicito a passare oltre, a vedere oltre ciò che appare come inevitabile.

È altresì vero che nel passaggio immediatamente successivo Gesù invita a separarsi dall’occhio e la mano che sono state motivo di scandalo, tuttavia non crediamo intenda meramente una amputazione degli agenti di scandalo, che potrebbe valere per la mano, ma non per l’occhio. Complicato immaginare Colui che perdona l’adultera auspicare l’asportazione dell’occhio dell’uomo che si sorprende a concupire l’avvenente sconosciuta incrociata per strada, come forse nemmeno il più rigido dei Farisei farebbe. Il Nazareno stesso è “scandalo per i Giudei”, e trae da quella scandalosità l’irruenza della propria Rivelazione. Piuttosto l’occhio può essere motivo di scandalo essendo esageratamente propenso a farsi scandalizzare. Ne abbiamo scritto ne “Un elefante in cucina”, dove abbiamo cercato di descrivere una misura oggettiva e una soggettiva nel tema dello scandalo. Gesù non mette in guardia solo chi compie qualcosa di scandaloso, ma anche – forse soprattutto – chi si lascia infettare con troppa facilità dal morbo della supponenza di come gli altri dovrebbero agire o vivere.

In un legame esiste la ragionevole aspettativa che coloro che ci stanno intorno soddisfino una certa serie di obblighi di continuità, che in più delle volte si sovrappongono, o sostituiscono la natura del legame medesimo. Tuttavia ci siamo altresì abituati a giurisprudenzializzare questa aspettativa, a percepire queste linee di continuità tra identità e ruolo – padre, figlio, marito o moglie, amico o amica – come debito, un obbligo e una prescrizione che l’Altro, o noi stessi, è costretto a soddisfare.

Ma non è questa la natura più autentica di qualsiasi relazione, che invece è la libertà. Un rapporto dura fino a un istante prima che uno dei contraenti stabilisce unilateralmente che non sia giunto al termine.

Nella parola “legame” c’è una dimensione d’ombra, coincidente con la fenomenologia che, chi lo contrae rimane in qualche misura “legato.” Ma a essere legate sono le persone sequestrate, non quelle che scelgono la direzione da imprimere al proprio destino.

Ci permettiamo di infilare le citazioni tratte da due nostri racconti:

“(…) Oppure sì, ‘ti prometto che non succederà mai che…’. Potrei sì, a condizione di sapere- io e te- che vi sono promesse nella vita che non possono essere mantenute. O meglio: non possono essere mantenute soltanto a cagione del fatto di essere state formulate. Giacché se fosse per questo diverrebbero un debito. E i debiti sono il contrario dell’amore. Amare è non dover mai dire ‘ti devo’, poiché ciò che si deve non lo si può mai scegliere. E ciò che si deve restituire non lo si può certo donare.” (Io, Maggie e la Luna)

E ancora:

“Se l’Amore è Dio, forse è anche eterno, e l’indissolubilità coniugale potrebbe essere una conseguenza di questa verità…”, don Patrizio dopo il lungo silenzio aveva scelto una tempistica perfetta per tentare di sigillare la discussione in un modo congeniale al ruolo che pur sempre rivestiva, “Non credi Piero?”

L’amico lo guardò con una irruenza da metterlo in imbarazzo.

“Stai scherzando vero? Certo che in ogni amore, se autentico, c’è qualcosa che resiste al tempo. Ma non nel modo vagamente ricattatorio come quello che sembrano intendere i tuoi superiori. È una eternità mai esigibile, la cui principale caratteristica è che lascia le persone libere di fare ciò che vogliono: per quanto questo possa essere doloroso, o per quante convinzioni possa infrangere. Una pianta perenne verde che avvizzisce nell’istante stesso in cui qualcuno pensa di avere diritto alla frescura della sua ombra. Una eternità gracile come la brina, pronta a dissolversi al primo raggio del possesso. Un infinito che finisce non perché uno dei contraenti rompe il patto, ma perché l’altro esige che venga rispettato.” (Corso per fidanzati)

La libertà, e non il prerequisito di una fedeltà ottusa, guadagnata alla sottoscrizione di un documento, è la condizione perché un rapporto – ripetiamo, qualsiasi rapporto – possa essere considerato autentico. In una relazione vera ognuno dei contraenti fa ciò che vuole, e fino a quando lo vuole. Il resto sono costruzioni aprioristiche che poco hanno a che fare con la verità. Che merito avrebbe un uomo che fosse fedele alla sua compagna semplicemente per non avere mai concepito la possibilità di una alternativa? E quello che non avesse mai desiderato una donna diversa dalla propria, non sarebbe piuttosto malato di una grave forma di autismo?

Non l’obbligo, ma il dono è l’unico territorio su cui l’Altro dovrebbe essere incontrato. E sul dono non si può ammantare diritto alcuno. Ma unicamente questo apre alla possibilità della “sorpresa”: l’altro potrebbe andarsene, ma se vuole, e SOLO SE lo vuole, rimane:

”Se tu volerai mi perderai…”

”Se io sapessi di non poter volare saresti tu ad avermi perso comunque. Si ama solo ciò che non si trattiene.”

”Ma come possono una margherita e una farfalla stare per sempre insieme?”

”Forse non possono, o forse sì ma non scegliendo una volta per tutte. Tu ogni mattina aprirai i tuoi petali, e quando mi vedrai saprai che ho scelto ancora quel giorno e quella notte di essere qui.”

“Correndo il rischio di soffrire ogni giorno?”

”Se ciò vale quel rischio, sì.” (Io, Maggie e la Luna)

Sappiamo di offrire una visione alquanto paradossale, molto diversa da percezioni universalmente diffuse. Tuttavia nello stereotipo delle relazioni che si esauriscono quando i contraenti “si danno per scontati”, c’è un germe di verità. Perché se ogni cosa viene assunta sotto il regime dell’obbligo, e della espletazione di compiti costantemente rivendicabili dal beneficiario, allora ogni relazione si trasformerà nella eutanasia di se stessa. Diverso è l’approccio stabilito nella libertà. Ogni persona ha diritto a ché l’Altro con cui è in relazione faccia una scelta, ma non ha diritto alcuno di essere il contenuto di quella scelta.

”Chi ama non deve niente! Gli schiavi ‘devono’, gli amanti no.” La voce di Io si era fatta improvvisamente perentoria. Fece una pausa. “Solo chi ha paura pretende di riscuotere un debito, giacché pensa di avere acquisito nell’altro un credito o una proprietà da difendere. Non chi ama o si sa amato. In amore non vi è nessuna garanzia.” (Io, Maggie e la Luna)

Ogni essere umano può diventare scarto, accessorio e inessenziale alla causa della altrui felicità. Ciò dà quasi sempre luogo a vissuti abbandonici, tanto più frequenti in una umanità poco evoluta come quella di questo momento storico, più propensa a foraggiare vissuti narcisistici, a collocarsi al centro dell’Universo e chiedere ai circostanti una oblazione, recepita come un dovere. Il sedicente Prometeo del XXI secolo non concepisce la possibilità di essere abbandonato, e non di rado (purtroppo) si scopre incline alla violenza quando ritene non gli venga dato quanto ritiene pattuito. Ma nessun legame ha più valore della quantità di libertà necessaria per romperlo. E solo questo, esclusivamente questo, apre al sorprendente dono della dedizione e della fedeltà.

Liberi tutti.

Liberi Tutti

(Elogio della infedeltà)

Vogliamo raccontare un aneddoto interessante, tratto da un telefilm. Dopo una epidemia che ha decimato l’intero genere umano, un sopravvissuto pensa di essere rimasto solo sulla faccia della terra. Tuttavia dopo avere girato per mesi e mesi incontra una donna, bruttina e petulante, che dovrebbe di conseguenza essere l’ultima del suo genere. All’inizio il rapporto è talmente irritante che neppure l’ovvietà di essere soli al mondo consente ai due non solo di volersi bene, ma addirittura di tollerarsi a vicenda. Poi, un po’ per l’insistenza di lei, un po’ per necessità, e un po’ per l’ostentato proposito di far rifiorire la vita sulla terra, obtorto collo lui accetta di vivere quella relazione. E siccome lei, neppure di fronte alla straordinarietà della circostanza, vuole derogare ad alcuni “principi elementari di civiltà”, accetta persino di sposarla. Ma proprio quando il matrimonio è stato celebrato spunta una “seconda Eva” che, differentemente dalla prima, incarna tutto ciò che lui ha sempre cercato nel mondo femminile. Ma oramai il dado è tratto, perché dalla creazione del triangolo in poi, si apre la lunga sequela di gag ed equivoci della serie televisiva.

Tutta da ridere, almeno nelle intenzioni degli autori. E forse da riflettere. Perché il protagonista si sente “vincolato” alla prima donna? O forse dovrei dire: perché gli autori della serie attingono a piene mani da un immaginario dove il legame coniugale ha un valore giuridico vincolante a prescindere dalle condizioni, a dir poco eccezionali, in cui è stato contratto?

Chi ha avuto modo di incrociare le riflessioni dello scrivente, saprà quanto gli immaginari collettivi siano, per lui, una vera e propria priorità, quasi una ossessione. Paradigmi la cui solidità antecede di molto qualsiasi evoluzione o dialettica, persino in un prodotto di dubbio valore artistico.

Ci domandiamo perché sia così importante evocare la parola “fedeltà” non solo come un valore indefettibile, ma persino come un beneficio costantemente esigibile. E perché il “tradimento” è associato esclusivamente a un valore negativo. Semiologi di comprovata serietà hanno documentato come la parola contiene nella radice semantica il latino “tradere”, ovvero portare, così come la tradizione o la traduzione.

Proviamo allora a giocare con le parole. Una persona contrae un legame (con un’altra persona, una squadra di calcio, una religione, una ideologia politica) che, nel momento in cui lo accetta, pensa debba durare. Ma la vita non consente staticità. Ci si evolve, si cambiano convinzioni, specie se si scopre quanto fossero parziali e limitate quelle precedenti. Eppure esiste un sistema di convenzioni sociali, per cui se si è sempre fatta una cosa, si deve continuare a farla. Persino i supermercati, le compagnie telefoniche e quelle petrolifere tendono a stabilire linee di continuità – non a caso il fenomeno si chiama “fidelizzazione” – per cui una volta che si è clienti di quel determinato distributore ci si fa scrupoli a passare a un altro. Ci sembra di tradire qualcosa o qualcuno. Siamo stati educati sin dai primi momenti di vita a pensare che dobbiamo sempre qualcosa a qualcun altro. Molto meno a riconoscere quanto si debba, piuttosto, a se stessi. Ma forse non dovrebbe essere così. Quando cambiamo banca o fruttivendolo lo si può fare per una unica e semplicissima ragione, ovvero il luogo verso cui andiamo ci sembra più conveniente rispetto a quello da cui si proviene. Questo semplice dato, prima di essere una regola del marketing, è un principio di salubrità psichica. Se intorno a noi esiste tanta nevrosi e altrettanta depressione è il frutto della progressiva erosione del principio di convenienza. Ed è vero che esiste tanto egoismo, tuttavia si tratta di un egoismo inconscio, nella sua forma più grezza e meno consapevole, nato come contrappeso di una generosità mai realmente elaborata. Insomma, non è affatto scontato agire nell’ordine del proprio tornaconto, mentre è molto comune vivere giostrandosi su traiettorie debitorie e creditorie verso “altri”.

Nella preghiera del Giovane Esploratore (scout) c’è una frase che sintetizza molto bene il concetto:

Insegnami (…) a comportarmi lealmente quando tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi.

Giova ricordare che si tratta di una preghiera e che dovrebbe riguardare una realtà, un tempo almeno, pedagogicamente rilevante. A nessuno è dato vivere con lo sguardo dell’intero mondo rivolto su di sé. Ma se fosse possibile, l’azione diventerebbe per questo più morale? Non ci è dato sapere se Dio intende esaudire il contenuto della preghiera, ma sicuramente il supplicante, convinto della bontà della richiesta, potrebbe vivere “come se” quello sguardo esistesse: sarebbe allora più etico?

Ovviamente non lo sappiamo, ma di sicuro agire monitorati dallo sguardo del mondo rende il soggetto più ricattabile.  È quello che accade nella suddetta serie televisiva, dove “tutto il mondo” giudicante è ridotto ai minimi termini. Eppure il suo monito viene recepito in modo altrettanto vincolante e coriaceo, nemmeno dalla considerazione della parzialità delle condizioni in cui era stato carpito.

Perché pensiamo di “dovere” così tanto agli altri? Crescere è un compito assai improbo, noi crediamo, proprio per questa ragione. Si diventa grandi sotto il fuoco incrociato di cecchini e franchi tiratori, pronti a stabilire cosa – secondo loro, o secondo il mondo, la parrocchia, Dio o Dio sa cos’altro – si dovrebbe essere. E così, a partire da un’età in cui si è intrinsecamente ricattabili, si finisce per subire una serie di aggressioni che l’ambiente, pronto ad autoalimentarsi “Lo faccio solo per il tuo bene…”, continua a somministrare.

Non è difficile immaginare la vita di qualcuno che continua a tentare di adeguarsi alle aspettative in lui riposte. E il tasso di rassegnazione, è/sarebbe inversamente proporzionale alla coercizione e ricattabilità dei primi anni di vita. La possibilità (e non necessariamente i suoi agiti) di “tradire” i valori nella cui continuità è stato educato, sarebbe sicuramente il primo, insperato, segno di vitalità psichica.

Poniamo un uomo cresciuto in una famiglia borghese, tradizionalista e cattolica, la cui vita senza troppi scossoni ha seguito il letto del torrente segnato dal suo ambiente familiare. Insomma il nostro uomo è cattolico, più per non essersi imbattuto in motivi di apostasia che per reale convinzione. La madre, molto più invasiva, miope e radicata però i quegli stessi valori, sul letto di morte gli domanda di esaudire un ultimo desiderio: consacrarsi e diventare presbitero, come già lo zio e il prozio vescovo prima di lui. Il giovane accetta e la madre muore con il sorriso sulle labbra.

Molti anni dopo, concluso il seminario e ricevuto l’ordine, il nostro uomo potrebbe cominciare a misurare i passi con cui era giunto fin lì, e prendere una tardiva coscienza del sopruso subito. Per divincolarsi dal giogo dovrebbe tuttavia confrontarsi con lo sguardo di centinaia di persone, che si sono confessate da lui e che hanno seguito le sue omelie dal pulpito, con lo sguardo dei parenti, alcuni “amici” (il virgolettato è d’obbligo), con gli altri sacerdoti e i superiori della gerarchia ecclesiale (che non hanno indagato a sufficienza sulla autenticità delle sue intenzioni e sono magari invece ora propensi a scandalizzarsi) e, peggio ancora, con lo sguardo, oramai introiettato di una madre che, morendo, si è sottratta a qualsiasi confronto successivo. Per quell’uomo la possibilità del tradimento, di contravvenire a una molteplicità di sguardi riversi su di lui, di venire meno a una aspettativa diffusa nei suoi confronti, sarebbe quanto più di auspicabile potrebbe volere per lui chi gli volesse autenticamente bene.

Mentre il mondo potrebbe rimanere indignato, con la bocca spalancata, a osservarlo nell’atto di levarsi l’abito talare, egli non dovrebbe domandare perdono a quanti così deluderebbe, ma – ecco uno di quei paradossi che tanto piacciono allo scrivente – a se stesso, per avere esagerato il dovere contratto con gli altri più di quanto non sapesse di dovere a sé.

Non dovrebbe vergognarsi, oppure dovrebbe vergognarsi di provare vergogna per un motivo così distante dalla propria umanità.

Cos’è infatti la vergogna?

Darwin ritiene che “il rossore” che imporpora le guance di un essere umano, sia una delle prerogative che maggiormente lo separano dal regno animale; ovverosia nella prospettiva del naturalista britannico, la vergogna è uno dei vertici della evoluzione.

Nella Genesi ci è consegnato uno degli esempi più antichi della vergogna:

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gn. 3,7).*

* ci piace, solo a livello di provocazione, sottolineare come mentre per due secoli i creazionisti e gli evoluzionisti abbiano passato gran parte del loro tempo a darsele di santa ragione, il tema della vergogna riesca a metterli sorprendentemente d’accordo.

Essa è il contrappasso per aver rotto la prima delle alleanze che il signore aveva proposto. Tuttavia in una prospettiva “cronologica” la vergogna è anche il primo (chiediamo scusa per il pasticcio di parole) “frutto” dell’avere mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Di più ancora: Dio proibisce di consumare quel frutto, e punirà l’uomo e la donna per averlo disatteso, ma – si noti bene – non attraverso il mancato godimento di ciò che l’assunzione del frutto avrebbe comportato. Adamo ed Eva, infatti “aprono gli occhi”  in quell’istante. Insomma il frutto… frutta, e continua a maturare dentro le viscere del traditore. Il primo sintomo è proprio la vergogna. L’uomo non si vergogna per la natura fraudolenta del gesto, ma per il fatto di scoprirsi nudo. Era nudo anche prima, ma solo adesso ne prende coscienza. Egli per la prima volta si vede, e si vede attraverso lo sguardo dell’Altro- cui si cela con le foglie di un fico -, e nel pudore vede anche l’Altro, che sia Dio oppure no, ne percepisce la presenza, e lo sguardo indagatore e giudicante. Meglio ribadirlo: Adamo non si vergogna inizialmente del “tradimento”, ma della nudità/inermità con cui aveva accettato il vincolo. Il tradimento ha portato immediatamente a un incremento decisivo della propria autocoscienza, perché fino a quel momento non si era mai percepito come “Altro” rispetto all'”Altro” che gli aveva imposto un ordine. Per la prima volta vede se stesso e proprio per questo comincia a misurarsi con l’altrui sguardo. La stessa libertà nasce, non ontologicamente ma cronologicamente, con l’atto di insubordinazione: il tradimento “fa” la libertà.

Da questo momento, che sancisce la fine dell’unitarietà di Adamo con Dio, nascono il tempo, la vita, la coscienza e la fede stessa dell’uomo resa possibile esclusivamente dalla distanza che si è imposta, per sempre, tra la creatura e il Creatore.

Il peccato rompe una situazione di identificazione ingenua con il Tutto, ed è nella frattura- non nella saldatura – che la libertà comincia ad avere un senso.

Gli psichiatri ci dicono che la psicosi si verifica quasi sempre quando il paziente non riesce a differenziarsi dal corpo – dapprima fisico, poi evocato simbolicamente – della madre. Senza percepire la possibilità di spaccare il nesso sancito nel sangue del cordone ombelicale, l’uomo postmoderno prende a fluttuare inerte, soggetto solo alla gravità, come un satellite dimenticato intorno alla superficie liscia della madre terra.

Non è riuscito a tradire.

Dice sulla vergogna il grande filosofo Emanuel Levinas:

La vergogna non dipende, come si è portati a credere, dalla limitatezza del nostro essere in quanto suscettibile di peccato, ma dallo stesso essere, dalla sua incapacità di rompere con se stesso. La vergogna si fonda sulla solidarietà del nostro essere, che ci obbliga a rivendicare la responsabilità di noi stessi.

La vergogna quindi si fonda sulla anteposizione della coerenza rispetto alla capacità di “rompere” un quadro preesistente. Il “non traditore” ha un unico volto, che crede essere il proprio, ma è costantemente l’effetto di una molteplicità di adattamenti delle proprie istanze a quelle dell’ambiente circostante. Perciò egli finisce per identificarsi con la maschera dei comportamenti sociali, cui ha imparato suo malgrado ad assoggettarsi. Soffre di una paresi dell’azione, ha subito un ictus della propria anima, perché progressivamente la maschera ha finito per fondersi col derma del volto, e non potendo più toglierla non riconosce come propria la carne sottostante. Nella “inconcepibilità del tradimento”, diversamente da Adamo, perde per strada anche quella della fedeltà, che a questo punto diventa soltanto la ripetizione di un automatismo. Nulla più.

Assomiglia alla frustrazione del fratello del “Figliol Prodigo”, che della parabola è l’unico vero perdente:

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Abbiamo riportato un lungo stralcio perché ne emergono alcuni dettagli terribili. Il fratello maggiore vive qui l’unico frangente in cui possa dirsi al centro delle economie familiari. Per la prima volta egli si occupa di sé, e suo padre sembra accorgersi di lui. Per il resto è condannato al rango di subalterno, e proprio la sua subalternità cagiona la rabbia. Chissà quante volte, tornando dal duro lavoro dei campi, avrà mormorato contro il fratellino, forse non arrivando ad augurargli il male – il non traditore teme persino gli si possa contestare di essere meschino -, ma risolvendosi che avendo sperperato tutto in prostitute, ora giacerà prostrato nella polvere, come in fondo si è meritato. Certo lui non ha goduto come “quello là” – non ne ripeté più il nome -, ma almeno ha evitato al padre i grattacapi e i dolori che gli indovina quando lo vede scrutare i campi, e ogni tanto scendergli una lacrima. Non ama realmente il genitore, gli manca lo spazio per l’elaborazione di un sentimento così complesso, tuttavia quantomeno non è a causa sua che lo vede mese dopo mese sempre più piegato dalla fatica e dalla preoccupazione.

Ma gli avvenimenti di quella sera sono un rovesciamento e antropologico concettuale che non è attrezzato per sopportare. Non lo è ontologicamente, perché la fedeltà ingenua al mandato non gli consente di intravedere uno spazio ulteriore, in questo caso l’oltre-misura dell’amore di suo padre. Anche il padre non può fare nulla per aiutare o premiare il figlio fedele:

“Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo.”

Tuttavia quel che è suo è anche del figlio che non è sempre stato lì. Anzi, lo è persino di più. La preferenza del padre non va al fedele, non segue l’ordine naturale della primogenitura e della morale, ma va a quello che ha rotto il giocattolo.

Nel rapporto col figlio maggiore non si è creata la frattura circolare vista in Adamo/Dio nonché in Adamo/Adamo. E nella ottusità del monolite non si è spalancato l’orizzonte di (auto)coscienza: poiché si ha coscienza solo di ciò che si può tradire. Il padre potrebbe avere fatto festa tutte le notti per lui, e potrebbe avere ucciso ogni sera un vitello – un vitello che non riconosce né come suo, né come non suo – ma egli non se ne sarebbe accorto. Il padre non gli ha mai donato un vitello perché per farlo avrebbe dovuto registrare una distanza che non c’è mai stata. Tuttavia anche per il fratello maggiore i giochi non sono definitivamente chiusi, perché il tradimento del minore ha aperto comunque orizzonti nuovi, dei quali forse saprà approfittare. Non è la vergogna che separa il figlio fedele e il padre, ma la rabbia, che è tuttavia una emozione collegata alla vergogna. Se l’ingiustizia che ritiene di avere, a ragione, subito gli facesse spaccare qualcosa, o dire qualcosa di terribile, potrebbe in seguito pentirsi. E vergognarsi. Intanto quella sera i due sembrano incontrarsi, vedersi davvero, per la prima volta.

C’è nel vocabolario della lingua italiana un termine, “doppiezza”, normalmente usato per indicare falsità e ipocrisia. Tuttavia la parola ha anche un significato positivo, normalmente dimenticato dagli studiosi del linguaggio: occorre una doppiezza per stabilire la distanza tra identità e ambiente. Occorre una diversificazione interiore, difesa dallo sguardo altrui (celata sotto le foglie di fico), che consenta alla persona di non essere definita dal contesto dove si trova a vivere, perché la misura dello iato costituisce la possibilità della coscienza, e in questa la libertà medesima, che è il contrassegno della similitudine tra il Creatore e la Creatura. Noi siamo liberi perché siamo valigie a doppio fondo. Senza la doppiezza siamo tuttalpiù software che eseguono un programma. Se Adamo non avesse mangiato il frutto non ci sarebbe stata la morte, ma neppure la vita.

Non saremmo troppo lontani dal vero dall’affermare che la Bibbia è una lunga sequenza di tradimenti. Forse una propedeutica. Dio saccheggia metodologicamente il tradimento per portare a compimento il suo progetto di salvezza. Da Adamo a Giuda, da Caino a Davide, passando per Giacobbe e l’inganno perpetrato con l’aiuto della madre (un’altra traditrice) ai danni di Esaù e Isacco. Persino Dio non può chiamarsi fuori, perché chissà se Abramo non si è sentito tradito nella forzatura di quella prova di fedeltà, per non dire del mite Giobbe che ha dovuto subire un trattamento terrificante a causa di una disputa tra Dio e il diavolo.

Il tradimento coniugale, ad esempio, visto come il più nefando dei crimini – il matrimonio, in cui due diventano “una sola carne”, riproduce lo schema indifferenziato, visto in Adamo prima che cogliesse il frutto – viene ridimensionato molto da Cristo medesimo:

Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. (Mt. 5,28)

In quel “già”, che contiene una precisa indicazione sul non coltivare immagini velleitarie di fedeltà, e un invito implicito a passare oltre, a vedere oltre ciò che appare come inevitabile.

È altresì vero che nel passaggio immediatamente successivo Gesù invita a separarsi dall’occhio e la mano che sono state motivo di scandalo, tuttavia non crediamo intenda meramente una amputazione degli agenti di scandalo, che potrebbe valere per la mano, ma non per l’occhio. Complicato immaginare Colui che perdona l’adultera auspicare l’asportazione dell’occhio dell’uomo che si sorprende a concupire l’avvenente sconosciuta incrociata per strada, come forse nemmeno il più rigido dei Farisei farebbe. Il Nazareno stesso è “scandalo per i Giudei”, e trae da quella scandalosità l’irruenza della propria Rivelazione. Piuttosto l’occhio può essere motivo di scandalo essendo esageratamente propenso a farsi scandalizzare. Ne abbiamo scritto ne “Un elefante in cucina”, dove abbiamo cercato di descrivere una misura oggettiva e una soggettiva nel tema dello scandalo. Gesù non mette in guardia solo chi compie qualcosa di scandaloso, ma anche – forse soprattutto – chi si lascia infettare con troppa facilità dal morbo della supponenza di come gli altri dovrebbero agire o vivere.

In un legame esiste la ragionevole aspettativa che coloro che ci stanno intorno soddisfino una certa serie di obblighi di continuità, che in più delle volte si sovrappongono, o sostituiscono la natura del legame medesimo. Tuttavia ci siamo altresì abituati a giurisprudenzializzare questa aspettativa, a percepire queste linee di continuità tra identità e ruolo – padre, figlio, marito o moglie, amico o amica – come debito, un obbligo e una prescrizione che l’Altro, o noi stessi, è costretto a soddisfare.

Ma non è questa la natura più autentica di qualsiasi relazione, che invece è la libertà. Un rapporto dura fino a un istante prima che uno dei contraenti stabilisce unilateralmente che non sia giunto al termine.

Nella parola “legame” c’è una dimensione d’ombra, coincidente con la fenomenologia che, chi lo contrae rimane in qualche misura “legato.” Ma a essere legate sono le persone sequestrate, non quelle che scelgono la direzione da imprimere al proprio destino.

Ci permettiamo di infilare le citazioni tratte da due nostri racconti:

“(…) Oppure sì, ‘ti prometto che non succederà mai che…’. Potrei sì, a condizione di sapere- io e te- che vi sono promesse nella vita che non possono essere mantenute. O meglio: non possono essere mantenute soltanto a cagione del fatto di essere state formulate. Giacché se fosse per questo diverrebbero un debito. E i debiti sono il contrario dell’amore. Amare è non dover mai dire ‘ti devo’, poiché ciò che si deve non lo si può mai scegliere. E ciò che si deve restituire non lo si può certo donare.” (Io, Maggie e la Luna)

E ancora:

“Se l’Amore è Dio, forse è anche eterno, e l’indissolubilità coniugale potrebbe essere una conseguenza di questa verità…”, don Patrizio dopo il lungo silenzio aveva scelto una tempistica perfetta per tentare di sigillare la discussione in un modo congeniale al ruolo che pur sempre rivestiva, “Non credi Piero?”

L’amico lo guardò con una irruenza da metterlo in imbarazzo.

“Stai scherzando vero? Certo che in ogni amore, se autentico, c’è qualcosa che resiste al tempo. Ma non nel modo vagamente ricattatorio come quello che sembrano intendere i tuoi superiori. È una eternità mai esigibile, la cui principale caratteristica è che lascia le persone libere di fare ciò che vogliono: per quanto questo possa essere doloroso, o per quante convinzioni possa infrangere. Una pianta perenne verde che avvizzisce nell’istante stesso in cui qualcuno pensa di avere diritto alla frescura della sua ombra. Una eternità gracile come la brina, pronta a dissolversi al primo raggio del possesso. Un infinito che finisce non perché uno dei contraenti rompe il patto, ma perché l’altro esige che venga rispettato.” (Corso per fidanzati)

La libertà, e non il prerequisito di una fedeltà ottusa, guadagnata alla sottoscrizione di un documento, è la condizione perché un rapporto – ripetiamo, qualsiasi rapporto – possa essere considerato autentico. In una relazione vera ognuno dei contraenti fa ciò che vuole, e fino a quando lo vuole. Il resto sono costruzioni aprioristiche che poco hanno a che fare con la verità. Che merito avrebbe un uomo che fosse fedele alla sua compagna semplicemente per non avere mai concepito la possibilità di una alternativa? E quello che non avesse mai desiderato una donna diversa dalla propria, non sarebbe piuttosto malato di una grave forma di autismo?

Non l’obbligo, ma il dono è l’unico territorio su cui l’Altro dovrebbe essere incontrato. E sul dono non si può ammantare diritto alcuno. Ma unicamente questo apre alla possibilità della “sorpresa”: l’altro potrebbe andarsene, ma se vuole, e SOLO SE lo vuole, rimane:

”Se tu volerai mi perderai…”

”Se io sapessi di non poter volare saresti tu ad avermi perso comunque. Si ama solo ciò che non si trattiene.”

”Ma come possono una margherita e una farfalla stare per sempre insieme?”

”Forse non possono, o forse sì ma non scegliendo una volta per tutte. Tu ogni mattina aprirai i tuoi petali, e quando mi vedrai saprai che ho scelto ancora quel giorno e quella notte di essere qui.”

“Correndo il rischio di soffrire ogni giorno?”

”Se ciò vale quel rischio, sì.” (Io, Maggie e la Luna)

Sappiamo di offrire una visione alquanto paradossale, molto diversa da percezioni universalmente diffuse. Tuttavia nello stereotipo delle relazioni che si esauriscono quando i contraenti “si danno per scontati”, c’è un germe di verità. Perché se ogni cosa viene assunta sotto il regime dell’obbligo, e della espletazione di compiti costantemente rivendicabili dal beneficiario, allora ogni relazione si trasformerà nella eutanasia di se stessa. Diverso è l’approccio stabilito nella libertà. Ogni persona ha diritto a ché l’Altro con cui è in relazione faccia una scelta, ma non ha diritto alcuno di essere il contenuto di quella scelta.

”Chi ama non deve niente! Gli schiavi ‘devono’, gli amanti no.” La voce di Io si era fatta improvvisamente perentoria. Fece una pausa. “Solo chi ha paura pretende di riscuotere un debito, giacché pensa di avere acquisito nell’altro un credito o una proprietà da difendere. Non chi ama o si sa amato. In amore non vi è nessuna garanzia.” (Io, Maggie e la Luna)

Ogni essere umano può diventare scarto, accessorio e inessenziale alla causa della altrui felicità. Ciò dà quasi sempre luogo a vissuti abbandonici, tanto più frequenti in una umanità poco evoluta come quella di questo momento storico, più propensa a foraggiare vissuti narcisistici, a collocarsi al centro dell’Universo e chiedere ai circostanti una oblazione, recepita come un dovere. Il sedicente Prometeo del XXI secolo non concepisce la possibilità di essere abbandonato, e non di rado (purtroppo) si scopre incline alla violenza quando ritene non gli venga dato quanto ritiene pattuito. Ma nessun legame ha più valore della quantità di libertà necessaria per romperlo. E solo questo, esclusivamente questo, apre al sorprendente dono della dedizione e della fedeltà.

Liberi tutti.

Liberi Tutti

(Elogio della infedeltà)

Vogliamo raccontare un aneddoto interessante, tratto da un telefilm. Dopo una epidemia che ha decimato l’intero genere umano, un sopravvissuto pensa di essere rimasto solo sulla faccia della terra. Tuttavia dopo avere girato per mesi e mesi incontra una donna, bruttina e petulante, che dovrebbe di conseguenza essere l’ultima del suo genere. All’inizio il rapporto è talmente irritante che neppure l’ovvietà di essere soli al mondo consente ai due non solo di volersi bene, ma addirittura di tollerarsi a vicenda. Poi, un po’ per l’insistenza di lei, un po’ per necessità, e un po’ per l’ostentato proposito di far rifiorire la vita sulla terra, obtorto collo lui accetta di vivere quella relazione. E siccome lei, neppure di fronte alla straordinarietà della circostanza, vuole derogare ad alcuni “principi elementari di civiltà”, accetta persino di sposarla. Ma proprio quando il matrimonio è stato celebrato spunta una “seconda Eva” che, differentemente dalla prima, incarna tutto ciò che lui ha sempre cercato nel mondo femminile. Ma oramai il dado è tratto, perché dalla creazione del triangolo in poi, si apre la lunga sequela di gag ed equivoci della serie televisiva.

Tutta da ridere, almeno nelle intenzioni degli autori. E forse da riflettere. Perché il protagonista si sente “vincolato” alla prima donna? O forse dovrei dire: perché gli autori della serie attingono a piene mani da un immaginario dove il legame coniugale ha un valore giuridico vincolante a prescindere dalle condizioni, a dir poco eccezionali, in cui è stato contratto?

Chi ha avuto modo di incrociare le riflessioni dello scrivente, saprà quanto gli immaginari collettivi siano, per lui, una vera e propria priorità, quasi una ossessione. Paradigmi la cui solidità antecede di molto qualsiasi evoluzione o dialettica, persino in un prodotto di dubbio valore artistico.

Ci domandiamo perché sia così importante evocare la parola “fedeltà” non solo come un valore indefettibile, ma persino come un beneficio costantemente esigibile. E perché il “tradimento” è associato esclusivamente a un valore negativo. Semiologi di comprovata serietà hanno documentato come la parola contiene nella radice semantica il latino “tradere”, ovvero portare, così come la tradizione o la traduzione.

Proviamo allora a giocare con le parole. Una persona contrae un legame (con un’altra persona, una squadra di calcio, una religione, una ideologia politica) che, nel momento in cui lo accetta, pensa debba durare. Ma la vita non consente staticità. Ci si evolve, si cambiano convinzioni, specie se si scopre quanto fossero parziali e limitate quelle precedenti. Eppure esiste un sistema di convenzioni sociali, per cui se si è sempre fatta una cosa, si deve continuare a farla. Persino i supermercati, le compagnie telefoniche e quelle petrolifere tendono a stabilire linee di continuità – non a caso il fenomeno si chiama “fidelizzazione” – per cui una volta che si è clienti di quel determinato distributore ci si fa scrupoli a passare a un altro. Ci sembra di tradire qualcosa o qualcuno. Siamo stati educati sin dai primi momenti di vita a pensare che dobbiamo sempre qualcosa a qualcun altro. Molto meno a riconoscere quanto si debba, piuttosto, a se stessi. Ma forse non dovrebbe essere così. Quando cambiamo banca o fruttivendolo lo si può fare per una unica e semplicissima ragione, ovvero il luogo verso cui andiamo ci sembra più conveniente rispetto a quello da cui si proviene. Questo semplice dato, prima di essere una regola del marketing, è un principio di salubrità psichica. Se intorno a noi esiste tanta nevrosi e altrettanta depressione è il frutto della progressiva erosione del principio di convenienza. Ed è vero che esiste tanto egoismo, tuttavia si tratta di un egoismo inconscio, nella sua forma più grezza e meno consapevole, nato come contrappeso di una generosità mai realmente elaborata. Insomma, non è affatto scontato agire nell’ordine del proprio tornaconto, mentre è molto comune vivere giostrandosi su traiettorie debitorie e creditorie verso “altri”.

Nella preghiera del Giovane Esploratore (scout) c’è una frase che sintetizza molto bene il concetto:

Insegnami (…) a comportarmi lealmente quando tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi.

Giova ricordare che si tratta di una preghiera e che dovrebbe riguardare una realtà, un tempo almeno, pedagogicamente rilevante. A nessuno è dato vivere con lo sguardo dell’intero mondo rivolto su di sé. Ma se fosse possibile, l’azione diventerebbe per questo più morale? Non ci è dato sapere se Dio intende esaudire il contenuto della preghiera, ma sicuramente il supplicante, convinto della bontà della richiesta, potrebbe vivere “come se” quello sguardo esistesse: sarebbe allora più etico?

Ovviamente non lo sappiamo, ma di sicuro agire monitorati dallo sguardo del mondo rende il soggetto più ricattabile.  È quello che accade nella suddetta serie televisiva, dove “tutto il mondo” giudicante è ridotto ai minimi termini. Eppure il suo monito viene recepito in modo altrettanto vincolante e coriaceo, nemmeno dalla considerazione della parzialità delle condizioni in cui era stato carpito.

Perché pensiamo di “dovere” così tanto agli altri? Crescere è un compito assai improbo, noi crediamo, proprio per questa ragione. Si diventa grandi sotto il fuoco incrociato di cecchini e franchi tiratori, pronti a stabilire cosa – secondo loro, o secondo il mondo, la parrocchia, Dio o Dio sa cos’altro – si dovrebbe essere. E così, a partire da un’età in cui si è intrinsecamente ricattabili, si finisce per subire una serie di aggressioni che l’ambiente, pronto ad autoalimentarsi “Lo faccio solo per il tuo bene…”, continua a somministrare.

Non è difficile immaginare la vita di qualcuno che continua a tentare di adeguarsi alle aspettative in lui riposte. E il tasso di rassegnazione, è/sarebbe inversamente proporzionale alla coercizione e ricattabilità dei primi anni di vita. La possibilità (e non necessariamente i suoi agiti) di “tradire” i valori nella cui continuità è stato educato, sarebbe sicuramente il primo, insperato, segno di vitalità psichica.

Poniamo un uomo cresciuto in una famiglia borghese, tradizionalista e cattolica, la cui vita senza troppi scossoni ha seguito il letto del torrente segnato dal suo ambiente familiare. Insomma il nostro uomo è cattolico, più per non essersi imbattuto in motivi di apostasia che per reale convinzione. La madre, molto più invasiva, miope e radicata però i quegli stessi valori, sul letto di morte gli domanda di esaudire un ultimo desiderio: consacrarsi e diventare presbitero, come già lo zio e il prozio vescovo prima di lui. Il giovane accetta e la madre muore con il sorriso sulle labbra.

Molti anni dopo, concluso il seminario e ricevuto l’ordine, il nostro uomo potrebbe cominciare a misurare i passi con cui era giunto fin lì, e prendere una tardiva coscienza del sopruso subito. Per divincolarsi dal giogo dovrebbe tuttavia confrontarsi con lo sguardo di centinaia di persone, che si sono confessate da lui e che hanno seguito le sue omelie dal pulpito, con lo sguardo dei parenti, alcuni “amici” (il virgolettato è d’obbligo), con gli altri sacerdoti e i superiori della gerarchia ecclesiale (che non hanno indagato a sufficienza sulla autenticità delle sue intenzioni e sono magari invece ora propensi a scandalizzarsi) e, peggio ancora, con lo sguardo, oramai introiettato di una madre che, morendo, si è sottratta a qualsiasi confronto successivo. Per quell’uomo la possibilità del tradimento, di contravvenire a una molteplicità di sguardi riversi su di lui, di venire meno a una aspettativa diffusa nei suoi confronti, sarebbe quanto più di auspicabile potrebbe volere per lui chi gli volesse autenticamente bene.

Mentre il mondo potrebbe rimanere indignato, con la bocca spalancata, a osservarlo nell’atto di levarsi l’abito talare, egli non dovrebbe domandare perdono a quanti così deluderebbe, ma – ecco uno di quei paradossi che tanto piacciono allo scrivente – a se stesso, per avere esagerato il dovere contratto con gli altri più di quanto non sapesse di dovere a sé.

Non dovrebbe vergognarsi, oppure dovrebbe vergognarsi di provare vergogna per un motivo così distante dalla propria umanità.

Cos’è infatti la vergogna?

Darwin ritiene che “il rossore” che imporpora le guance di un essere umano, sia una delle prerogative che maggiormente lo separano dal regno animale; ovverosia nella prospettiva del naturalista britannico, la vergogna è uno dei vertici della evoluzione.

Nella Genesi ci è consegnato uno degli esempi più antichi della vergogna:

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gn. 3,7).*

* ci piace, solo a livello di provocazione, sottolineare come mentre per due secoli i creazionisti e gli evoluzionisti abbiano passato gran parte del loro tempo a darsele di santa ragione, il tema della vergogna riesca a metterli sorprendentemente d’accordo.

Essa è il contrappasso per aver rotto la prima delle alleanze che il signore aveva proposto. Tuttavia in una prospettiva “cronologica” la vergogna è anche il primo (chiediamo scusa per il pasticcio di parole) “frutto” dell’avere mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Di più ancora: Dio proibisce di consumare quel frutto, e punirà l’uomo e la donna per averlo disatteso, ma – si noti bene – non attraverso il mancato godimento di ciò che l’assunzione del frutto avrebbe comportato. Adamo ed Eva, infatti “aprono gli occhi”  in quell’istante. Insomma il frutto… frutta, e continua a maturare dentro le viscere del traditore. Il primo sintomo è proprio la vergogna. L’uomo non si vergogna per la natura fraudolenta del gesto, ma per il fatto di scoprirsi nudo. Era nudo anche prima, ma solo adesso ne prende coscienza. Egli per la prima volta si vede, e si vede attraverso lo sguardo dell’Altro- cui si cela con le foglie di un fico -, e nel pudore vede anche l’Altro, che sia Dio oppure no, ne percepisce la presenza, e lo sguardo indagatore e giudicante. Meglio ribadirlo: Adamo non si vergogna inizialmente del “tradimento”, ma della nudità/inermità con cui aveva accettato il vincolo. Il tradimento ha portato immediatamente a un incremento decisivo della propria autocoscienza, perché fino a quel momento non si era mai percepito come “Altro” rispetto all'”Altro” che gli aveva imposto un ordine. Per la prima volta vede se stesso e proprio per questo comincia a misurarsi con l’altrui sguardo. La stessa libertà nasce, non ontologicamente ma cronologicamente, con l’atto di insubordinazione: il tradimento “fa” la libertà.

Da questo momento, che sancisce la fine dell’unitarietà di Adamo con Dio, nascono il tempo, la vita, la coscienza e la fede stessa dell’uomo resa possibile esclusivamente dalla distanza che si è imposta, per sempre, tra la creatura e il Creatore.

Il peccato rompe una situazione di identificazione ingenua con il Tutto, ed è nella frattura- non nella saldatura – che la libertà comincia ad avere un senso.

Gli psichiatri ci dicono che la psicosi si verifica quasi sempre quando il paziente non riesce a differenziarsi dal corpo – dapprima fisico, poi evocato simbolicamente – della madre. Senza percepire la possibilità di spaccare il nesso sancito nel sangue del cordone ombelicale, l’uomo postmoderno prende a fluttuare inerte, soggetto solo alla gravità, come un satellite dimenticato intorno alla superficie liscia della madre terra.

Non è riuscito a tradire.

Dice sulla vergogna il grande filosofo Emanuel Levinas:

La vergogna non dipende, come si è portati a credere, dalla limitatezza del nostro essere in quanto suscettibile di peccato, ma dallo stesso essere, dalla sua incapacità di rompere con se stesso. La vergogna si fonda sulla solidarietà del nostro essere, che ci obbliga a rivendicare la responsabilità di noi stessi.

La vergogna quindi si fonda sulla anteposizione della coerenza rispetto alla capacità di “rompere” un quadro preesistente. Il “non traditore” ha un unico volto, che crede essere il proprio, ma è costantemente l’effetto di una molteplicità di adattamenti delle proprie istanze a quelle dell’ambiente circostante. Perciò egli finisce per identificarsi con la maschera dei comportamenti sociali, cui ha imparato suo malgrado ad assoggettarsi. Soffre di una paresi dell’azione, ha subito un ictus della propria anima, perché progressivamente la maschera ha finito per fondersi col derma del volto, e non potendo più toglierla non riconosce come propria la carne sottostante. Nella “inconcepibilità del tradimento”, diversamente da Adamo, perde per strada anche quella della fedeltà, che a questo punto diventa soltanto la ripetizione di un automatismo. Nulla più.

Assomiglia alla frustrazione del fratello del “Figliol Prodigo”, che della parabola è l’unico vero perdente:

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Abbiamo riportato un lungo stralcio perché ne emergono alcuni dettagli terribili. Il fratello maggiore vive qui l’unico frangente in cui possa dirsi al centro delle economie familiari. Per la prima volta egli si occupa di sé, e suo padre sembra accorgersi di lui. Per il resto è condannato al rango di subalterno, e proprio la sua subalternità cagiona la rabbia. Chissà quante volte, tornando dal duro lavoro dei campi, avrà mormorato contro il fratellino, forse non arrivando ad augurargli il male – il non traditore teme persino gli si possa contestare di essere meschino -, ma risolvendosi che avendo sperperato tutto in prostitute, ora giacerà prostrato nella polvere, come in fondo si è meritato. Certo lui non ha goduto come “quello là” – non ne ripeté più il nome -, ma almeno ha evitato al padre i grattacapi e i dolori che gli indovina quando lo vede scrutare i campi, e ogni tanto scendergli una lacrima. Non ama realmente il genitore, gli manca lo spazio per l’elaborazione di un sentimento così complesso, tuttavia quantomeno non è a causa sua che lo vede mese dopo mese sempre più piegato dalla fatica e dalla preoccupazione.

Ma gli avvenimenti di quella sera sono un rovesciamento e antropologico concettuale che non è attrezzato per sopportare. Non lo è ontologicamente, perché la fedeltà ingenua al mandato non gli consente di intravedere uno spazio ulteriore, in questo caso l’oltre-misura dell’amore di suo padre. Anche il padre non può fare nulla per aiutare o premiare il figlio fedele:

“Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo.”

Tuttavia quel che è suo è anche del figlio che non è sempre stato lì. Anzi, lo è persino di più. La preferenza del padre non va al fedele, non segue l’ordine naturale della primogenitura e della morale, ma va a quello che ha rotto il giocattolo.

Nel rapporto col figlio maggiore non si è creata la frattura circolare vista in Adamo/Dio nonché in Adamo/Adamo. E nella ottusità del monolite non si è spalancato l’orizzonte di (auto)coscienza: poiché si ha coscienza solo di ciò che si può tradire. Il padre potrebbe avere fatto festa tutte le notti per lui, e potrebbe avere ucciso ogni sera un vitello – un vitello che non riconosce né come suo, né come non suo – ma egli non se ne sarebbe accorto. Il padre non gli ha mai donato un vitello perché per farlo avrebbe dovuto registrare una distanza che non c’è mai stata. Tuttavia anche per il fratello maggiore i giochi non sono definitivamente chiusi, perché il tradimento del minore ha aperto comunque orizzonti nuovi, dei quali forse saprà approfittare. Non è la vergogna che separa il figlio fedele e il padre, ma la rabbia, che è tuttavia una emozione collegata alla vergogna. Se l’ingiustizia che ritiene di avere, a ragione, subito gli facesse spaccare qualcosa, o dire qualcosa di terribile, potrebbe in seguito pentirsi. E vergognarsi. Intanto quella sera i due sembrano incontrarsi, vedersi davvero, per la prima volta.

C’è nel vocabolario della lingua italiana un termine, “doppiezza”, normalmente usato per indicare falsità e ipocrisia. Tuttavia la parola ha anche un significato positivo, normalmente dimenticato dagli studiosi del linguaggio: occorre una doppiezza per stabilire la distanza tra identità e ambiente. Occorre una diversificazione interiore, difesa dallo sguardo altrui (celata sotto le foglie di fico), che consenta alla persona di non essere definita dal contesto dove si trova a vivere, perché la misura dello iato costituisce la possibilità della coscienza, e in questa la libertà medesima, che è il contrassegno della similitudine tra il Creatore e la Creatura. Noi siamo liberi perché siamo valigie a doppio fondo. Senza la doppiezza siamo tuttalpiù software che eseguono un programma. Se Adamo non avesse mangiato il frutto non ci sarebbe stata la morte, ma neppure la vita.

Non saremmo troppo lontani dal vero dall’affermare che la Bibbia è una lunga sequenza di tradimenti. Forse una propedeutica. Dio saccheggia metodologicamente il tradimento per portare a compimento il suo progetto di salvezza. Da Adamo a Giuda, da Caino a Davide, passando per Giacobbe e l’inganno perpetrato con l’aiuto della madre (un’altra traditrice) ai danni di Esaù e Isacco. Persino Dio non può chiamarsi fuori, perché chissà se Abramo non si è sentito tradito nella forzatura di quella prova di fedeltà, per non dire del mite Giobbe che ha dovuto subire un trattamento terrificante a causa di una disputa tra Dio e il diavolo.

Il tradimento coniugale, ad esempio, visto come il più nefando dei crimini – il matrimonio, in cui due diventano “una sola carne”, riproduce lo schema indifferenziato, visto in Adamo prima che cogliesse il frutto – viene ridimensionato molto da Cristo medesimo:

Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. (Mt. 5,28)

In quel “già”, che contiene una precisa indicazione sul non coltivare immagini velleitarie di fedeltà, e un invito implicito a passare oltre, a vedere oltre ciò che appare come inevitabile.

È altresì vero che nel passaggio immediatamente successivo Gesù invita a separarsi dall’occhio e la mano che sono state motivo di scandalo, tuttavia non crediamo intenda meramente una amputazione degli agenti di scandalo, che potrebbe valere per la mano, ma non per l’occhio. Complicato immaginare Colui che perdona l’adultera auspicare l’asportazione dell’occhio dell’uomo che si sorprende a concupire l’avvenente sconosciuta incrociata per strada, come forse nemmeno il più rigido dei Farisei farebbe. Il Nazareno stesso è “scandalo per i Giudei”, e trae da quella scandalosità l’irruenza della propria Rivelazione. Piuttosto l’occhio può essere motivo di scandalo essendo esageratamente propenso a farsi scandalizzare. Ne abbiamo scritto ne “Un elefante in cucina”, dove abbiamo cercato di descrivere una misura oggettiva e una soggettiva nel tema dello scandalo. Gesù non mette in guardia solo chi compie qualcosa di scandaloso, ma anche – forse soprattutto – chi si lascia infettare con troppa facilità dal morbo della supponenza di come gli altri dovrebbero agire o vivere.

In un legame esiste la ragionevole aspettativa che coloro che ci stanno intorno soddisfino una certa serie di obblighi di continuità, che in più delle volte si sovrappongono, o sostituiscono la natura del legame medesimo. Tuttavia ci siamo altresì abituati a giurisprudenzializzare questa aspettativa, a percepire queste linee di continuità tra identità e ruolo – padre, figlio, marito o moglie, amico o amica – come debito, un obbligo e una prescrizione che l’Altro, o noi stessi, è costretto a soddisfare.

Ma non è questa la natura più autentica di qualsiasi relazione, che invece è la libertà. Un rapporto dura fino a un istante prima che uno dei contraenti stabilisce unilateralmente che non sia giunto al termine.

Nella parola “legame” c’è una dimensione d’ombra, coincidente con la fenomenologia che, chi lo contrae rimane in qualche misura “legato.” Ma a essere legate sono le persone sequestrate, non quelle che scelgono la direzione da imprimere al proprio destino.

Ci permettiamo di infilare le citazioni tratte da due nostri racconti:

“(…) Oppure sì, ‘ti prometto che non succederà mai che…’. Potrei sì, a condizione di sapere- io e te- che vi sono promesse nella vita che non possono essere mantenute. O meglio: non possono essere mantenute soltanto a cagione del fatto di essere state formulate. Giacché se fosse per questo diverrebbero un debito. E i debiti sono il contrario dell’amore. Amare è non dover mai dire ‘ti devo’, poiché ciò che si deve non lo si può mai scegliere. E ciò che si deve restituire non lo si può certo donare.” (Io, Maggie e la Luna)

E ancora:

“Se l’Amore è Dio, forse è anche eterno, e l’indissolubilità coniugale potrebbe essere una conseguenza di questa verità…”, don Patrizio dopo il lungo silenzio aveva scelto una tempistica perfetta per tentare di sigillare la discussione in un modo congeniale al ruolo che pur sempre rivestiva, “Non credi Piero?”

L’amico lo guardò con una irruenza da metterlo in imbarazzo.

“Stai scherzando vero? Certo che in ogni amore, se autentico, c’è qualcosa che resiste al tempo. Ma non nel modo vagamente ricattatorio come quello che sembrano intendere i tuoi superiori. È una eternità mai esigibile, la cui principale caratteristica è che lascia le persone libere di fare ciò che vogliono: per quanto questo possa essere doloroso, o per quante convinzioni possa infrangere. Una pianta perenne verde che avvizzisce nell’istante stesso in cui qualcuno pensa di avere diritto alla frescura della sua ombra. Una eternità gracile come la brina, pronta a dissolversi al primo raggio del possesso. Un infinito che finisce non perché uno dei contraenti rompe il patto, ma perché l’altro esige che venga rispettato.” (Corso per fidanzati)

La libertà, e non il prerequisito di una fedeltà ottusa, guadagnata alla sottoscrizione di un documento, è la condizione perché un rapporto – ripetiamo, qualsiasi rapporto – possa essere considerato autentico. In una relazione vera ognuno dei contraenti fa ciò che vuole, e fino a quando lo vuole. Il resto sono costruzioni aprioristiche che poco hanno a che fare con la verità. Che merito avrebbe un uomo che fosse fedele alla sua compagna semplicemente per non avere mai concepito la possibilità di una alternativa? E quello che non avesse mai desiderato una donna diversa dalla propria, non sarebbe piuttosto malato di una grave forma di autismo?

Non l’obbligo, ma il dono è l’unico territorio su cui l’Altro dovrebbe essere incontrato. E sul dono non si può ammantare diritto alcuno. Ma unicamente questo apre alla possibilità della “sorpresa”: l’altro potrebbe andarsene, ma se vuole, e SOLO SE lo vuole, rimane:

”Se tu volerai mi perderai…”

”Se io sapessi di non poter volare saresti tu ad avermi perso comunque. Si ama solo ciò che non si trattiene.”

”Ma come possono una margherita e una farfalla stare per sempre insieme?”

”Forse non possono, o forse sì ma non scegliendo una volta per tutte. Tu ogni mattina aprirai i tuoi petali, e quando mi vedrai saprai che ho scelto ancora quel giorno e quella notte di essere qui.”

“Correndo il rischio di soffrire ogni giorno?”

”Se ciò vale quel rischio, sì.” (Io, Maggie e la Luna)

Sappiamo di offrire una visione alquanto paradossale, molto diversa da percezioni universalmente diffuse. Tuttavia nello stereotipo delle relazioni che si esauriscono quando i contraenti “si danno per scontati”, c’è un germe di verità. Perché se ogni cosa viene assunta sotto il regime dell’obbligo, e della espletazione di compiti costantemente rivendicabili dal beneficiario, allora ogni relazione si trasformerà nella eutanasia di se stessa. Diverso è l’approccio stabilito nella libertà. Ogni persona ha diritto a ché l’Altro con cui è in relazione faccia una scelta, ma non ha diritto alcuno di essere il contenuto di quella scelta.

”Chi ama non deve niente! Gli schiavi ‘devono’, gli amanti no.” La voce di Io si era fatta improvvisamente perentoria. Fece una pausa. “Solo chi ha paura pretende di riscuotere un debito, giacché pensa di avere acquisito nell’altro un credito o una proprietà da difendere. Non chi ama o si sa amato. In amore non vi è nessuna garanzia.” (Io, Maggie e la Luna)

Ogni essere umano può diventare scarto, accessorio e inessenziale alla causa della altrui felicità. Ciò dà quasi sempre luogo a vissuti abbandonici, tanto più frequenti in una umanità poco evoluta come quella di questo momento storico, più propensa a foraggiare vissuti narcisistici, a collocarsi al centro dell’Universo e chiedere ai circostanti una oblazione, recepita come un dovere. Il sedicente Prometeo del XXI secolo non concepisce la possibilità di essere abbandonato, e non di rado (purtroppo) si scopre incline alla violenza quando ritene non gli venga dato quanto ritiene pattuito. Ma nessun legame ha più valore della quantità di libertà necessaria per romperlo. E solo questo, esclusivamente questo, apre al sorprendente dono della dedizione e della fedeltà.

Liberi tutti.

4 buone ragioni per stare alla larga dal family day

Da una settimana in qua compaiono interventi sul Family Day ho visto scatenarsi sui social una sparatoria che nemmeno la sfida dell’Ok Corral. E la cosa più strana non è nemmeno la quantità di piombo e di bossoli lasciati nella sabbia che un osservatore, inguaribilmente esterno e divertito, può registrare, ma anche la confusione nello spara-spara, perché una volta tanto non sono i cow-boy contro gli indiani, o lo sceriffo contro i banditi, ma a sibilare accanto alle orecchie sono i colpi di quelli che un tempo dicevamo fratelli. Se proprio devo riconoscere un pregio (e faccio fatica) alla sarabanda di Roma, è che nello sforzo di difendere la famiglia sedicente naturale, ne hanno sparigliate parecchie altre che solide come si pensava non erano. Un parapiglia tutti contro tutti, dove probabilmente nessuno avverte la necessità di un mio intervento, ma da nostalgico dei film di Bud Spencer e Terence Hill non resisto alla tentazione di rifilare qualche schiaffone pure io.

  1. Difendere la famiglia. Le unioni civili introducono immagini della famiglia alternative a quella tradizionale, che automaticamente portano allo smantellamento dell’esistente. Davvero? Nella concitazione degli eventi, preoccupati di scansare un colpo e di aizzarne un altro, in pochi si sono soffermati su questo semplicissimo dettaglio, che dovrebbe tuttavia rappresentare il perno del ragionamento. In cosa le nuove unioni smantellerebbero quelle esistenti? In molti si appellano ai “dati di fatto”, duellano sui numeri dei partecipanti, ma curiosamente non si soffermano su questo dato. Persino quelli che nel mondo cattolico fanno la figura di quelli “aperti” – tipo quel prete importante che scrive un pistolotto sul Corriere che invita a placare i toni, ma nella sostanza non dice una cosa chiara che sia una – si dicono disponibile a riconoscere i diritti delle coppie di fatto, ma che nessuno le chiami “matrimonio”… la questione è dunque il nome da dare alle cose? Per cui chiamando pesciolino rosso uno squalo bianco si nuota più tranquillamente al largo. Già Giulietta Capuleti, pure alle prese con problemi più seri e una famiglia decisamente disfunzionale (ancorché “naturale”), avrebbe messo costoro in guardia: Ma poi, che cos’è un nome? Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?Eppure nella insistenza sulla nominazione si vede proprio il limite del dibattito, dove le cose contano meno di tutto il resto.
  2. La famiglia è sotto attacco. E mica da oggi! Ieri il divorzio, oggi quello breve, e ora persino questo. Tuttavia se questa tesi fosse vera, si dovrebbe riconoscere anche il regime di monopolio plurisecolare in cui questa cellula della società ha operato sostanzialmente indisturbata. Magari si potrebbe dare una sbirciata al fatto che le sue fortune siano derivate proprio dalla mancanza di alternative. E aprire un dibattito molto più interessante di questo, facendo il bilancio degli innegabili pregi ma anche delle prerogative strutturali dove la famiglia ha dimostrato di non essere all’altezza dei compiti assegnati. Insisto sulla parola “strutturali”, perché non capisco come mai le sentinelle ritengano i pregi pubblici e i vizi privati. Questo è giocare sporco. Aver corso, da sempre, senza antagonisti ha creato intorno alla famiglia un’aurea di immunità, e poi di impunità, che contraddice proprio gli obiettivi che quelli di Roma dicono di voler tutelare. Diciamo pure che la famiglia è rimasta intatta fino alla legge sul divorzio, ma quanto dolore ha causato proprio il dogma della sua indissolubilità? Quanti soprusi commessi con la prassi secolare dei matrimoni combinati? La verità è che sul fondo di una botte che ci si ostina a non voler aprire ci sono graffi, nel profondo della carne di molte persone ci sono ferite dimenticate, ma distanti dalla guarigione. E’ questa la famiglia che si vuole difendere? Io no.
  3. I bambini hanno bisogno di un genitore maschio e “uno” femmina. E sia. Rinuncio qui a sviluppare un ragionamento sul fatto che sicuramente si dovrebbe tacciare di “innaturalità” l’istituzione dell’adozione, quella dell’affido, e che se davvero le sentinelle in piedi continueranno a buttare benzina sul fuoco, anche le vedove e i vedovi dovrebbero preoccuparsi. Ma rimaniamo sull’asserto. Cui però mancano vistosamente quali siano i dati e le prerogative del maschile e del femminile, che si vorrebbero difendere. Certo se ci si ferma a ciò che era visibile dalla prima ecografia – ovvero se la “natura” coincidesse con la genitalità – allora il possesso del pene è sufficiente a definire il maschio, e la vagina una femmina. Il problema è che non è così (e fa un po’ specie che a sostenerlo siano coloro cui l’esistenza dei genitali crea più imbarazzi che opportunità). Noi siamo esseri storici, e non solo naturali. Dalla nascita in poi il percorso di ogni persona è fatto di innumerevoli bivi, blocchi, salite e scorciatoie che facilitano o rallentano il suo sviluppo. Possiamo pure dire che esistono un maschile e un femminile cui riferirsi, e che rappresentino l’optimum di un impianto educativo. Solo che sono nell’iperuranio (in realtà neppure lì, perché in Ermes c’è qualcosa di Afrodite e viceversa), mentre noi, cui tocca la fatica di respirare, siamo tante cose, troppe per dare adito a semplificazioni arbitrarie. Voglio essere chiaro: l’omosessualità NON è una condizione naturale, solo che non lo è nemmeno l’eterosessualità. Nessuno di noi è ciò che dovrebbe essere “per natura” ed è ciò che lo ha condotto a essere la sua storia. Perciò torno all’asserto mancante: quali sono le prerogative di un maschio, e quali di una femmina? Perché se, a costo di saccheggiare uno stereotipo, diciamo che nel codice maschile c’è la difesa del territorio, ebbene conosco molte donne (etero e sposate, per giunta con prole numerosa) che difendono il territorio molto di più e molto meglio di quello che posso fare io. Come del resto io potrei, forse, far accostare le mie figlie ad alcune dimensioni femminee dell’anima umana. Perché dietro alle definizioni, che sono flatus vocis, i figli cercano e cercheranno i propri riferimenti per la crescita in molti luoghi diversi dalla propria famiglia. E la verità è che fanno bene.
  4. Se il rischio del nominalismo non vale come attenuante per i familiaristi, un discorso diverso andrebbe fatto, a mio modo di vedere, per quanti nutrono aspettative dalla legge Cirinnà. Mi spiego. Proviamo a stabilire che sia solo sulla parola “matrimonio” a dividersi le sentinelle in piedi e i movimenti LGBT, per i primi il problema si risolverebbe in un problema formale, privo di reale sostanza, per i secondi invece la questione sarebbe più complessa. Non è neanche necessario osservare come gli omosessuali, tacciati di possedere “lobby potentissime”, in grado di rovesciare i governi, siano stati storicamente perseguitati da tutti i regimi, dalla Germania nazista alla Cuba di Castro. Non si tratta di questo. La fuoriuscita allo scoperto – il cosiddetto outing –, la necessità di coltivare la propria identità le proprie preferenze, e non nella sentina delle cose, è fondamentale per l’armonia e la crescita di ogni persona. Perché il nascondimento è un processo patogeno, quale che sia la cosa che si vuole celare. Ciò che viene vissuta esclusivamente come dimensione “privata” di una esistenza è di per sé causa di processi di ammorbamento proprio perché non può essere vissuto in una condizione aerobica. Come le ferite che si incancreniscono se non possono essere esibite al mondo, o come i processi psichici che diventano potenzialmente esplosivi  quando vengono esclusivamente nei recessi dell’inconscio. Quindi comprendo perfettamente le rivendicazioni del movimento LGBT, e l’ambizione di non essere più essere cittadini di serie B, che ciò che si ritiene essere vero e buono per se stessi, possa essere coltivato sotto la luce del sole.

 

Per tentare una conclusione. Le aspettative del mondo LGBT sono legittime non solo per il risultato sociale che, io mi auguro, comporteranno, ma anche e soprattutto perché il processo di fuoriuscita dalle catacombe cui il resto del mondo li aveva relegati, è GIA’ un processo evolutivo in atto. Lo sarebbe anche se non portasse a nulla. Quindi gli appelli alla difesa di una natura che non esiste (o dovrei dire che non esiste nella modalità immaginata da quelli che ritengono di difenderla), la discriminazione verso quanti discriminati lo sono stati da sempre, la difesa rancorosa del maschile e del femminile da parte di chi ha li ha storicamente seppelliti nel reliquario della cosiddetta famiglia naturale, la bile di quelli che ieri predicato una sorta di criptorchidia e infibulazione psichica, francamente sono irricevibili.

(scritto di getto e non riletto)

IL DOLORE DEGLI ALTRI

Quando ero giovane, molto più giovane, vivevo una spavalderia, una enorme sfacciataggine, destinata tuttavia a essere contraddetta dalla prosaicità della vita. Era sufficiente per esempio che a scuola un insegnante mi suggerisse, sulla scorta di riflessioni a proposito di senso civico e responsabilità, una percezione della “libertà” più prudente della mia, che tirassi fuori una insospettabile sicumera, e facessi fuoco e fiamme per difendere ciò che ritenevo fuori discussione: essere liberi significava fare ciò che si vuole, a condizione di non prevaricare la libertà degli altri. E mica solo io; un fremito titillava un’intera generazione pronta a dimostrarsi più spregiudicata di quelle che l’avevano preceduta. Un immaginario, viscerale, troppo primordiale per reagire con talune seduzioni politiche, dove ci immaginavamo dentro a una sorta di cabina di plexiglas, sufficientemente protetti e autonomi, da risultare arroganti, pronti a tutto.

Ad alcuni però non era andata così bene. Ricordo i nomi, scritti da un Dio malinconico, con un dito nella polvere sulla credenza, di quanti per recuperare il dignitoso senso della propria vulnerabilità, avevano dovuto adoperare comportamenti autodistruttivi, scarnificando la propria anima sul selciato di una strada di periferia, o facendosi deglutire dall’esofago di una overdose. Noi no, conoscevamo la ricetta del compromesso, avevamo – ci piaceva pensare – dei background familiari appena migliori. Non ci saremmo fatti reprimere, né deprimere, diventare vecchi senza essere stati giovani, come i nostri genitori. Avremmo imparato a tenere dritta la barra delle nostre aspirazioni senza per forza estrarre la cartina tornasole, e avvicinarsi pericolosamente al punto di rottura. Ci sentivamo a torto invulnerabili. E fintanto che frequentavamo scuole blindate, l’oratorio o compagnie altrettanto affidabili, anche i grandi non ci dissuadevano.

Quando ci siamo sparpagliati lungo i rivoli della vita, scorrazzando dietro a racconti e immagini differenti, non abbiamo abbandonato mai però la solida convinzione,  che sul ponte di comando della nave ci fossimo noi, la rotta era segnata, e nessun ammutinamento era concepibile. Quanto eravamo ingenui, tuttavia.

Perché la macchina sociale, mentre eravamo intenti a millantare conquiste e traguardi personali, ci stava inoculando il germe di una malattia, che ci avrebbe a colpito proprio dove ci sentivamo più forti. Una malattia per cui non esisteva neanche un nome, i cui sintomi potevano essere l’assuefazione, l’abitudine alla rinuncia, la pressione dell’ambiente circostante, una educazione dall’impronta più paternalistica di quanto i retaggi e le sedicenti conquiste del ’68 – dei cui protagonisti eravamo tanto il naturale rimpiazzo e la copia sbiadita – avrebbero lasciato supporre, una tolleranza a crescere sotto il fuoco incrociato delle altrui aspettative (che fossero quelle dei genitori, della scuola o del prevosto poco importa), il costume di non poter deludere una serie di soggetti che, senza autorizzazione, avevano preso a morderci sul collo, tenerci al guinzaglio portandoci al mattatoio del senso comune. Quando tiravamo su con il naso, strisciavamo i piedi per terra, o camminavamo con la testa china, non di rado ricevevamo uno scappellotto motivato – dicevano – al nostro bene, a imparare come si stava al mondo. Eravamo viziati, privi di valori e senza spina dorsale; non avevamo fatto la guerra (come se fosse una colpa) e ci preparavamo a un avvenire pieno di senso di inadeguatezza, con il forte presentimento che da subito avremmo dovuto rincorrere. Così abbiamo imparato, senza rendercene conto, a essere accondiscendenti con chiunque, e non perché lo volessimo, ma perché eravamo cresciuti nella sostanziale inconsapevolezza dell’esistenza di alternative. Se il mondo è uno, non ci possono essere più modi di restarci, si alimentava il potente mantice della ovvietà. Al massimo potevamo rivalerci sulla lunghezza dei capelli – la “zazzera” come ci dicevano con disprezzo –, il rifiuto di ascoltare la musica classica, i pantaloni a zampa d’elefante, attraverso cui potevamo fingere di non avere già pagato un pesantissimo dazio. Bastava così poco per fingersi “diversi” quando eravamo stati preventivamente arruolati nell’esercito degli “uguali”, delle cui pesanti palandrane d’ordinanza non avremmo più potuto disfarci per il resto della vita. Non lo sapevamo, ma stavamo diventando adulti in un sistema nel quale ognuno di noi era il minuscolo tassello di un puzzle, dove non c’era altro modo di sopravvivere che incastrarsi con tutti gli altri. Ancora ci fomentavamo in aurore di audacia e spregiudicatezza, che eravamo bell’e che sbriciolati, minuscoli pietre di un mosaico che non ci era dato vedere. E la leva affinché tutto il marchingegno funzionasse, la melassa che ci avrebbe vincolati per sempre all’alveare, era lì a un palmo dal naso: il giudizio degli altri.

Quand’è che l’altrui approvazione è diventata lo stigma imprescindibile di un progetto di vita? In quale passaggio la possibilità del biasimo era divenuta la spada che nessuno sarebbe più stato in grado di estrarre dalla pietra? Che fine aveva fatto il “sono fatti miei” che avremmo dovuto usare come testa d’ariete per farci strada nel mondo?  Peggio anzi, poiché non solo non erano fatti nostri, ma lo erano di chiunque potesse guardare e buttare piombo sul contrappeso della bilancia, rendendo faticoso, talvolta troppo faticoso, il mestiere di vivere. Avevamo paura, più paure di quelle che avremmo potuto ammettere – la paura di morire, quella di non venire riconosciuti e quella di non essere amati, il timore di sprecare tutto il tempo a disposizione – molta più angoscia di quella che saremmo mai giunti a sapere. Ma avevamo una grande risorsa, riconoscibile e accessibile, pronta da cogliere. Erano, appunto, “gli altri”, le persone che ci stavano intorno, gli esponenti della collettività, i gli agenti della società, i referenti del racconto cui avevano  stabilito noi dovessimo sottostare. Una recita, il cui copione ci era stato assegnato sin dai primi giorni della nostra vita, e che molto presto avremmo mandato a memoria, pronto a essere ripetuto a ogni levar del sole.

La spavalderia dell’adolescente era sparita, svilita nel retrobottega del negozio, imbolsita sotto il peso degli anni, spenta nostro malgrado nel lavacro torbido del “senso del dovere”, piegata da una  forma del senso di colpa, così potente e interiorizzata, da far immaginare l’effetto Butterfly, foriero di eventi catastrofici senza fine, se si avessero deluso le persone intorno a noi. Siamo diventati adulti, partecipando a una narrazione dove l’esistenza individuale veniva assorbita in una trama collettiva, ognuno a coltivare il proprio orticello – per citare Voltaire – non disdegnando di gettare uno sguardo sprezzante in quello del vicino. Ci hanno sequestrato, e siamo diventati pur tuttavia anche i complici del sequestro di chi ci stava attorno. Vittime e carnefici, esistenze omogeneizzate le une accanto alle altre.

Gli psicanalisti raccontano che le relazioni primarie – quelle che ancora troppi continuano a ritenere lo zoccolo duro della società, a discapito di una serie di evidenze e confutazioni – le abbiamo vissute da bambini dovendo subire la differenza di potenza registrata con i nostri genitori. Abbiamo imparato molto presto a commerciare l’attenzione e l’affetto con le nostre prestazioni, senza renderci conto. Siamo diventati i bravi bambini, e poi i bravi ragazzi che sempre avrebbero voluto. Ci siamo abituati a essere sostenuti, e a sostenere, la comunità (qualsiasi tipo di comunità) molto prima di aver stabilito di farne parte. Abbiamo imparato a fare la “cosa giusta”, assai prima di scoprire ne esistesse una sbagliata.

Potrei raccontare centinaia di aneddoti, tratti dalla mia biografia quanto dal racconto di tanti amici, ma la cui divulgazione non sarebbe affatto corretta. Ne racconto uno, invece, giunto a me per strade molto più indirette. Si tratta di una coppia di lungo corso, dove la donna a un certo punto prende coscienza di non amare il suo compagno. Il rapporto è costruito unicamente sulla consuetudine, sulla aspettativa di trovare l’altro dove lo si è lasciato il giorno prima. Il fungo e l’alga di un lichene, in fondo indifferenti l’uno all’altra, ma imprescindibili alle economie delle rispettive esistenze. La ragazza vorrebbe concludere quella relazione, e provare a costruire qualcosa di nuovo altrove. Quando pensa, in proiezione, al futuro si sente mancare il respiro, reclutata anzitempo al grigiore della casa di riposo. Lui ha una specie di presentimento di ciò che potrebbe accadere, e fa di tutto per tenerla lì dov’è, perché non può dimenticare tutte le cose fatte in comune (che sono dopo quegli anni davvero tante…), perché non può dimenticare i momenti difficili, e le dolcezze che pure devono essersi scambiati. Insomma, lui imbastisce una serie di ragionamenti, talvolta veri e propri ricatti affettivi – non disdegnando mostrarle le future cicatrici, o quanto dolore i nuovi atteggiamenti comportino – per tenersela stretta, per frenare la slavina che vede abbattersi su ciò che ritiene di avere costruito. Ogni suoi ragionamento contiene un appello: “Non puoi!”.

Forse quando ero giovane avevo ragione, sebbene solo il tempo mi avrebbe mostrato in quale modo paradossale. Essere liberi significava realmente fare ciò che si vuole, a condizione di non prevaricare la libertà degli altri. Ciò che allora non sapevo è quanto il territorio di ognuno fosse intrinsecamente legato, sovrapposto, largamente ipotecato da quello di chi gli sta intorno. I confini della proprietà sono più confusi di quello che si potrà mai raccontare. Purtroppo si creano danni non soltanto durante gli sconfinamenti, ma anche per ogni singola azione,  e persino inazione, condotta al centro della propria magione. Perché tutti si aspettano qualcosa, quantomeno non dover affrontare novità. O non troppe in poco tempo. No, anche stazionando nei nostri possedimenti non possiamo cambiare, perché gli altri difficilmente lo perdonerebbero.

Il nostro retroterra biologico è che eravamo primati. Camminavamo nella foresta a procacciare il cibo, pronti a far valere il diritto del più forte. E’ vero: ci siamo evoluti, in funzione di un adattamento all’ambiente e di un vivere più quieto. Non si vive bene in una situazione di perenne conflittualità, e quindi abbiamo appreso a contenere l’aggressività, a trovare riparo dentro i “tupperware” che la società ha predisposto per noi. Abbiamo compreso quale vantaggio evolutivo comportasse il non digrignare i denti al viandante che si sedeva accanto, ieri su un ramo, oggi su un mezzo pubblico. Abbiamo imparato i comportamenti sociali volti a rassicurare delle nostre migliori intenzioni il tale che prende l’ascensore con noi al supermercato. Abbiamo scoperto come elidere, anche attraverso la tecnologia, molte delle distanze che si frapponevano, abbiamo compreso come essere più simili gli uni agli altri potesse aiutare a vivere in armonia. Ma non abbiamo smesso di avere paura. Nel profondo la scimmia che siamo stati è rimasta pressoché intatta, la collera è stata spostata in altre porzioni del nostro essere, ma non abbiamo smesso di essere sospettosi, di percepire una minaccia nel buio, nel percepire il pericolo incombente dietro il muro, oltre lo steccato. Ci siamo solo adeguati. Il prezzo per poter incontrare solo sorrisi in un ascensore tuttavia era caro, talmente caro che, se lo avessimo saputo in precedenza, il compromesso sarebbe stato più difficile da siglare. Avremmo dovuto corrispondere alle aspettative di insegnanti, genitori, figli, amici, sacerdoti, capi scout, colleghi, studenti, vicini, finanche quel tale che spinge il carrello davanti a noi. Siamo diventati la persona che non eravamo, sagomata sulle attese che altri hanno ritagliato. Ci siamo costruiti maschere di mansuetudine, accondiscendenza – a mio parere uno dei cancri più aggressivi di questo scorcio di millennio –, più di quanto non avremmo mai voluto. La nostra povera libertà/territorio è diventata come l’attaccapanni coperto dai soprabiti di un ricevimento. Non potevamo fare nulla di davvero importante che non causasse dolore (anche molto profondo) in quelli che ci stavano intorno.

Tuttavia l’attribuzione di quel dolore non è sempre motivata, perché l’atto può essere un pretesto; ogni abbandono si colora delle tinte di abbandoni più antichi, il tradimento fa affiorare mancanze remote, e le delusioni incistano deficit ben più pesanti, i quali afferiscono ad aree dimenticate della nostra biografia. Mi permetto di insistere, perché questo è un passaggio decisivo: nella dolore causato all’altro si toccano necessariamente piaghe più profonde, molto più profonde, delle ferite che le fanno affiorare una seconda volta.

Ed ecco che mi preparo a giungere alla conclusione di questa lunga riflessione. Una conclusione che so essere paradossale. Ma prima devo aggiungere un nuovo corollario sulla natura di tutte le relazioni. Nessuno è di qualcuno. Non lo sono i figli dei genitori, non i genitori per i figli. Non i mariti per le mogli, né queste appartengono a quelli. Non i fidanzati e le fidanzate. Non i dipendenti per le aziende, i sottoposti ai capiufficio, i principali ai dipendenti. Non apparteniamo alla comunità, agli scout, al gruppo dei filatelici, gli appassionati del ramino. Non fidiamoci delle molteplici imboscate tese dal linguaggio: quando dicevamo in classe, “Sono della Juventus”, “Sono di sinistra”, era tutto un fraintendimento. Quando il fidanzato dice alla fidanzata “io sono tuo”, dice qualcosa che di profondamente improprio. Ancora di più se dice “tu sei mia.” Poiché sarebbe una sciocchezza inenarrabile prostituire il dono più grande per il piatto di lenticchie di una ben misera soddisfazione. Non apparteniamo agli amici, né al supermercato dove quella graziosa signorina porge la tessera sconti. E anche se comprendo di addentarmi in un ginepraio, non siamo neppure di Dio. Non per natura, tantomeno per cultura. Persino quando ci riempiamo la bocca di affermazioni come “Io sono mio”, sarebbe opportuno non prendersi troppo sul serio. Poiché, al di là della ovvietà, persino essere se stessi è un traguardo cui non basta una intera esistenza, un compito che non si de-finisce in una vita. E come si possono concedere i diritti di qualcosa che non ci appartiene fino in fondo? Non sarebbe come presentarsi dal notaio a firmare il rogito della casa di qualcun altro? Se si vuole appartenere lo si faccia pure, scegliendolo senza ombre, ma con tutta l’esitazione di un balbuziente prima di una recita. Tutto questo è fondamentale perché nel dolore esiste la responsabilità di chi lo causa, ma non andrebbe mai sottovalutata quella del sofferente nel tarare adeguatamente la propria aspettativa. Insomma, se chi fa soffrire ha sempre, almeno un po’, torto, chi subisce non è detto che abbia poi le ragioni che vorrebbe.

Che confusione, dunque! Incastrati nel puzzle della normalità, terrorizzati dalla prospettiva di soffrire ancor più da quella dell’altrui scandalo.

Perché il dolore degli altri non è mai giusto, né giustificabile. Questo è il significato che attribuisco, ad esempio, al terribile passaggio del Vangelo di Marco “Guai a chi dà scandalo a uno di questi piccoli…”. Non c’è equità nello scandalo, né giustificazione possibile. E anche l’eventualità del perdono è molto più complessa e difficile da percorrere di quanto la nostra maschera bonaria non lasci credere. Poiché si può perdonare solo l’imperdonabile. Il resto è sciacquatura dei piatti.

Non esiste il diritto di scandalizzare un altro essere vivente, eppure – questa è la conclusione paradossale – la possibilità di rappresentare un simile ostacolo è un dovere. Verso se stessi e persino verso quegli stessi piccini cui allude il Vangelo. Neanche “talvolta” perché il dovere di disattendere le altrui aspettative vale persino per chi non dovesse alle intenzioni far seguire gli agiti. Che valore avrebbe altrimenti un sacrificio che non si è saputo di poter evitare? La fidanzata dell’esempio fatto in precedenza potrebbe anche scegliere di rimanere col suo esile compagno, ma affinché la sua scelta sia reale, e non diventi il focolaio di nuove perversioni e vendette – magari celebrate dieci o venti anni dopo, con un rancore rancido fermentato dentro – occorre che lei sappia di potersi allontanare. Nessun rimanere ha valore, o significato, per chi non ha preso in considerazione la possibilità di andare. Perché l’affermazione per cui nessuno appartiene a qualcuno vale, se possibile ancora di più, quando la si legge alla rovescia: nessun essere vivente dovrebbe soggiacere all’iniquo carico di essere il senso della esistenza di un altro.

La felicità o l’infelicità sono conti separati, anche se la “società puzzle” ci ha instillato da sempre la convinzione contraria. Esiste un immaginario molto solido, radicato sino allo stereotipo, secondo il quale i figli sarebbero traumatizzati  dalla separazione dei genitori; i genitori egoisti che proprio non riuscissero a farne a meno dovrebbero rassicurare la prole dal non essere la causa prossima o remota della frattura. Ma siamo altrettanto certi che un figlio non venga ferito, magari in aree meno accessibili della sua personalità, dall’infelicità di quei genitori che non si separano solo a motivo della sua esistenza?

Perciò se il dolore degli altri è il contrappasso di una trasformazione così necessaria, pur avvertendone tutto quanto il dolore e il pentimento, dopo lo scandalo procurato, che dolore sia.