Nessuno giudichi Silvia

(OVVERO SON TUTTI MARTIRI CON LE CROCI DEGLI ALTRI)

C’era arrivato persino John Milius. Uno che per tutta la carriera cinematografica s’è dovuto difendere dall’accusa di essere un fascista. Ma anche no, perché lui stesso s’era definito fascista zen, vai a capire cosa cacchio intendesse. John Milius, in auge negli anni ’70 e ’80, di sicuro non è uno che, oggi, assimileresti a Saviano. Neanche a Salvini perché, insomma, a Milius piacciono i grandi uomini, e non quelli piccini picciò con un ego smisurato. 

Il suo indiscutibile talento visionario ci ha regalato perle (e film controversi) come Conan il Barbaro, con l’esordio di un certo Arnold Schwarzenegger, che ai tempi dei muscolacci esplosivi si fece fotografare con il braccio destro disteso, Addio al Re con un ispirato Nick Nolte e soprattutto Un mercoledì da leoni. In Alba rossa ci ha raccontato, in piena guerra fredda, la poco plausibile invasione sovietica del Colorado. 

Sean Connery e Candice Bergen ne “Il vento e il leone”.

Ecco, tra i film di Milius ce n’è uno in particolare che vorrei segnalare: Il vento e il leone, 1975. Vagamente ispirato a una storia vera, racconta di uno sceicco berbero, il Raysuli, che nel lontano 1904 rapisce la vedova Pedecaris – una radiosa Candice Bergen -. La lente di Milius si focalizza sul rapporto che instaurato tra il rapitore e la rapita, un rapporto che passa dall’inevitabile contrapposizione alla progressiva familiarità e, perché no?, l’ammirazione. La donna americana col tempo capisce che dietro alle differenze culturali, dietro un velo, i gesti di una fede c’è una ricchezza. Non occorre giustificarli, o condividerli, basta sapere che ci siano. E così, con il passare delle settimane, la vedova si trova a rivisitare molte delle proprie certezze a riguardo del White man burden, l’oneroso fardello dell’uomo bianco di kiplinghiana memoria. Comprende, udite udite, la grandezza di uomini e culture differenti dalla propria, e lo capisce proprio da colui che l’ha rapita.

Non stiamo neanche a sottolineare quanto di immaginario ci sia nella narrazione (il vero rapito era un uomo, un greco apolide, e si chiamava Perdicaris), perché se confrontiamo l’attualità ci accorgiamo che il nostro problema – e non quello di Milius – sia proprio la mancanza di immaginazione.

Sivlia Romano

Silvia Romano è stata liberata e, maledizione (non da parte mia, beninteso) ha provato a mostrarsi ai suoi concittadini, che tanto l’avevano attesa (mica quelli che pontificavano “che ci è andata a fare, lì?”), di presentarsi vestita da islamica. Ebbene sì, Silvia Romano ha aderito alla fede del Profeta. Apriti cielo! Subito sui social si sono aperte le cataratte dell’odio e – purtroppo, notizia di oggi – non solo quelle dei social. Un deputato l’ha definita neoterrorista. Ma il vocabolario questo sconosciuto? Come si è permessa la Silvietta di sconfessare la fede patriottica (la ricetta: una parvenza di cristianesimo baciarosaristico 💋, uno stucchevole riferimento al tricolore, acqua del fiume Po’ allungata q.b. con succo di paranoia sempreverde) per venerare quella dei malandrini? Ma quale ingratitudine… 

Improvvisamente l’assertività imperversa. la rete pullula di sedicenti psicanalisti che acclarano la Sindrome di Stoccolma, antropologi vecchia scuola che  dettagliano sulle regioni del Kenya del nord dove i Kikuyu

Ecco il minimo comune denominatore. Tutti sanno tutto, e poiché “sanno”, si ritengono in diritto di stabilire se Silvia abbia fatto bene, male, se sia stata costretta, se si tratti di plagio, o di qualsiasi altra cosa. La maggior parte dei suoi detrattori non è islamica (e se pensa di essere cristiana perché ogni tanto bacia un rosario, sappia che non vale…), non è mai stata rapita, non ha mai vissuto un’esperienza neanche lontanamente simile alla sua, non sa cosa si prova, e se è stata in Kenia era per un safari. Perciò tutte le deduzioni che facciamo, le ipotesi che tracciamo, tutto quello che pensiamo, presuppone la mancanza di immaginazione. Insomma si postulano facilmente un sacco di cazzate.

Non riusciamo nemmeno più a immaginare di immaginare stupidaggini. 

Così si comincia a odiare, a detestare, a pontificare, a rovesciare bile sulle tastiere, a fomentare odio per ciò che non capiamo. E siccome si capisce poco, si odia molto. Perché c’è un’equazione che viene SEMPRE rispettata, tanto nelle storie individuali quanto in quella che si studia sui libri: meno si “capisce”, meno si empatizza con l’Altro – che sia Silvia Romano, o il vicino rompiscatole -, più le strade si inondano di rancore, si iniettano di sangue, si lastricano di dolore. Questo comincia ineluttabilmente dai mass media:

“il giornale trasuda delitto” 

scriveva Baudelaire  (e non conosceva Twitter o Facebook, si dice non avesse neanche un profilo Instagram), in seguito il passaggio dalle parole dalla violenza verbale ai fatti, diventa incredibilmente plausibile. Legittimato. Giustificabile. Comprensibile.

Quanto più sono anguste le rappresentazioni del mondo in cui sgomitiamo, tanto più diventa automatico il livore ché siano ampli quelli di chiunque Altro. 

Perciò non preoccupiamoci di quale sia il motivo della conversione di Silvia Romano, se sia stata sedotta dal carnefice, se abbia abbracciato una causa così diversa dalla nostra (perché, allarme spoiler, sì ESISTONO cause diverse dalla propria), se sia Sindrome di Stoccolma o di Varese, se i soldi del riscatto sia stati buttati (il giorno in cui dovessimo fare i conti su quanti soldi vengono buttati dalle pubbliche amministrazioni, si riempirebbero anni luce di tabelle Excel), se sia una cretina o la persona migliore del mondo. Per una semplicissima ragione. 

Non lo sappiamo. Non ci riguarda e, inoltre, è un diritto costituzionale. La costituzione serve tanto in momenti come questo. Dunque se davvero non riusciamo a resistere alla lubrica curiosità sulla conversione di Silvia Romano, sappiamo che l’unica risposta ragionevole è:

IO. NON. LO. SO!

E chi non rispetta questo banale principio epistemologico, al 99% è un arrogante. 

Silvia è libera. Non sequestriamola di nuovo con il preconcetto.
Evviva l’immaginazione.

Da Hater a Hitler il passo è breve