Ciò che le tragedie non insegnano

Ponte-Morandi

 

Nelle ore, minuti anzi, immediatamente successivi al crollo del ponte Morandi, su Twitter – notoriamente il social più ‘veloce’, specie quando occorrono pacatezza e riflessione – sono comparse come macchie di un morbillo esplosivo, rivendicazioni e accuse del più ampio spettro, screenshot di articoli datati tre o quattro anni fa, allo scopo di inchiodare gli avversari – di sempre e non solo quelli di circostanza – alle proprie responsabilità. I tavolini dei bar, che duranti i mondiali si affollano di aspiranti commissari tecnici, oggi senza pudore si sono stipati di veterani del genio pontieri, tutti a parlare di campate, verricelli e tiranti.

Ribadisco: senza pudore.

Accusare gli altri è diventata l’unica professione nella quale siamo diventati scaltri e, ahimè, arroganti, facendo la fortuna di quel tipo di forze politiche la cui principale professione è quella di accusare tutti, e di tutto.

Mentre ogni piccolo o grande passo in avanti, qualsiasi sia il percorso, nasce sempre da una assunzione di responsabilità. Propria, non altrui.

Ci riempiamo la bocca di facezie a proposito della ‘libertà’, o sulle proprie ‘scelte’, ma alla fine cerchiamo costantemente alibi per non averla dovuta utilizzare. Perché la colpa è appunto sempre degli altri. E la più imperdonabile  delle colpe degli altri è che non sono noi. Non sono io.

In un incessante deliquio d’onnipotenza, abbiamo smarrito il senso della ineluttabilità dei lutti, dimenticato la dimensione della fatalità. Che non è l’νάγκη che trastulla le inermi esistenze nelle tragedie di Sofocle, perché esistono effettivamente i responsabili politici, civili e penali per quello che accade, e recuperare il senso del destino non significa rinunciare a stabilire – nelle più appropriate sedi tuttavia, e di certo non sui social – chi si è macchiato di una colpa e chi di una negligenza, ma riconoscere in ciò che accade  una dimensione trascendente (in senso laico), quanto a portata e significato, la certificazione di questo; che la rabbia non è quasi mai la misura della verità; che lo sdegno può servire solo se usato con estrema parsimonia; che talvolta le cose accadono perché accadono, mai scambiando il livore con il cordoglio, l’unico sentimento intelligente davanti alle tragedie. 

Dobbiamo recuperare la visione che all’altra estremità di ogni ponte ci sia sempre un altro che è esattamente come me.

E’ questo che fanno i ponti: coprire le distanze, avvicinare i continenti, i luoghi e le persone e non allontanarle. Ed è esattamente per questa ragione che bisogna piangere i morti, e mai rinunciare a costruirne di nuovi e migliori.

Alfie sul monte Taigeto

 

taigeto

Leggo su “La Nuova Bussola Quotidiana” un articolo di Benedetta Frigerio sulla quaestio del piccolo Alfie Evans.

E non riesco a non ravvedervi gli estremi della crassa ingenuità, al limite della sesquipedale imbecillità.

Scrive infatti la Frigerio:

 

“Alfie è martire, ma il suo sangue non va sprecato.”

 

Ma perché questo cattolicesimo 2.0, che fomenta toni massimalisti e aggressività virtuale, non capisce la lezione? Se c’è una cosa che i martiri – quelli veri – hanno potuto insegnare, è proprio l'”inutilità” del proprio gesto, sulla inessenzialità e la non asservibilità del dono, tanto quanto a questo sistema ideologico o quell’altro religioso; e che  in questo coincide la dimensione della gratuità. I nuovi vampiri invece il sangue non lo vogliono sprecare, lo piluccano sui calici del proprio credo, e pur  di incastonare un nuovo teschio nel proprio martirologio, non esitano a farne un proiettile, con cui dare la caccia a nuove eresie e vecchi fantasmi.

Ancora non paga la Frigerio persevera nel delirio:

“Si dice che la Chiesa nasca dal sangue dei martiri. Allora Alfie James Evans è uno di loro.”

 

Ma siccome al peggio pare difficile mettere argini, ecco ancora la Frigerio cimentarsi in una cretinata inenarrabile. La riporto quasi integralmente:

 

“Alfie (…), ci ha insegnato cosa vuol dire lottare con le opere e la preghiera, ci ha mostrato cosa vuol dire essere figli di un vero padre, cosa vuol dire dipendere. Alfie (…) ha gridato che il padrone della vita è solo Dio. Alfie ci ha insegnato a sperare contro ogni speranza e ad accanirci contro il male e la morte fino alla fine, finché Dio non la permette. Alfie ha suscitato amore, spiegandoci, grazie ai suoi giovani genitori, cosa vuol dire amare fino al sacrificio di sé.”

 

La Frigerio dimentica che Alfie Evans non appartiene ad alcuna delle categorie cui con una forzatura inaccettabile lei pretende di ascriverlo. Alfie era un bambino, con nessuna vocazione – per quanto ne sappiamo, ovvero niente – di assidere tra i martiri di Cristo, oppure di insegnare alcunché a chicchessia, e non amava nessuno, se non nel modo avido e bisognoso dei bambini, e non avrebbe gradito essere arruolato per una guerra santa di quelle che costipano le menti ottenebrate dei guitti come la Frigerio. In senso assoluto Alfie non era nemmeno “contro l’eutanasia” perché a due anni non si è a favore o contro nulla.

Alfie non ha gridato in alcun modo che “il padrone della vita è Dio”, mentre ha dovuto drammaticamente registrare che, per un manipolo di camici bianchi e toghe nere, non lo erano né i suoi genitori, né – questo è il vero punto! – lui.

Lo scandalo, ché di scandalo si tratta, è uno scandalo laico. Alfie Evans era un neonato, cui non è stato consentito di decidere nessuna cosa, a partire dal respiro. E questo non è un “abominio agli occhi di Dio”, oppure lo è ma non riguarda i legislatori, mentre invece si tratta di omicidio, e gli omicidi dovrebbero essere abominio agli occhi degli uomini. Gli infanticidi ancora di più.

Difendere la vita è cosa difficile, e io, nel modo indegno e inadeguato che mi contraddistingue, ci ho provato, nelle aule dove ho insegnato, e fuori. Ma è un cammino reso assai più difficile, quasi impossibile, se ci si deve confrontare con un retaggio come quello cui attingono con criminale baldanza, la Frigerio (e tanti altri).

Perché sono queste prese di posizione che consentono di identificare la difesa della vita con l’avvitamento ideologico di un cattolicesimo vagamente demenziale, dai suoi toni vessatori, e che più che lottare contro l’eutanasia sembra accanirsi terapeuticamente contro il proprio declino attraverso l’innalzamento dei toni (mai dei contenuti) e l’assunzione di un linguaggio che appartiene più al protestantesimo made in USA che al cattolicesimo.

 

Articoli come quello di Benedetta Frigerio e il non variegato universo di Sentinelle in Piedi che vi si attizza, non aiutano. Blanditi della gerarchia ecclesiale a causa della storica e acritica suscettibilità a qualsiasi forma di proselitismo, costoro si concepiscono Defensores Fidei, non avendone né la caratura intellettuale, la statura morale, né tantomeno un mandato; le loro autentiche radici sono nella postmodernità delle inflazioni paranoiche della rete, e delle stravaganze di questo scorcio di secolo, come i terrapiattisti, o quelli convinti della non esistenza della Finlandia. Citano Pio XI, fomentano un fideismo anacronistico, ma il nerbo identitario appartiene più alla faziosità calcistica che al buon senso, ecclesiale oppure no.

Arroganti e villani, si compiacciono più della rissosità che delle cose per cui si dovrebbe lottare.

 

Dopo prese di posizione come quella della Frigerio, e la  forzata confessionalizzazione della ratio, il percorso per chi vorrebbe denunciare la deriva eugenetica cui il piccolo Alfie è stato fagocitato, chi – per esempio il sottoscritto – si è letto le ponderose 750 pagine de “I medici nazisti” di Robert Jay Lifton, che è in grado di argomentare in modo laico e non ideologico come ciò che accadde 80 anni fa sia ricollegabile a quanto accaduto in questi mesi, si ritrova indebolito, perché gli amici di Adinolfi sono passati ad avvelenare i pozzi con il loro cattolicume di quart’ordine.

Chi – sempre io – in questi anni ha mantenuto una ricca corrispondenza epistolare con una attivista pro-eutanasia (una persona, differentemente da quelli di cui sopra, di una dignità sconfinata), ricevendone in cambio una documentazione eccezionale, su ciò che si muove nelle trincee dei “nemici” della Miriano, imparando la triste storia del protocollo di Groningen, oppure il delirio di Peter Singer; chi si è andato a scaricare il film “Ich klage an”, così incredibilmente simile ai tanti film fuoriusciti in questi anni, chi insomma prova a mantenere un profilo alto nel dibattito sulla dolce morte, e sulla inevitabilità della sua estensione dai casi “alla Welby” ai tanti, troppi Alfie Evans, ebbene chi come me su questi temi lavora da decenni, si ritrova in scacco da chi dalle crociate non ha imparato nulla.

Benedetta Frigerio non vuole sprecare il sangue dei nuovi martiri, ma la raccolta differenziata la dovrebbe fare da un’altra parte.

Perché intanto Alfie Evans dalla rupe del nuovo monte Taigeto, ce l’hanno gettato veramente.

Una casa

casa disadorna

 

Troverò una casa
dove sfilano i nostri anni
si vedrà anche il mare
mangeremo al tramonto
dimenticando anche gli affanni

Cercherò una casa
dove placa la tempesta
con giardini tra le nubi
e quando viene la domenica
noi daremo anche una festa

Costruirò una casa
con mattoni di speranza
ché il dolore non ci spezzi
non ci sfiori tutto il male,
mentre il nostro cuore danza

Solo tu che sei mia casa
i tuoi occhi son abbaini
e le ciocche come tende
la caldaia sia il tuo cuore
le tue dita, i gradini

Sei soffitto e pavimento
i gerani sotto le stelle
Ed è qui che io attendo
abitando le tue pareti
Le rivesto con la mia pelle

La Balena

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Una balena corre bislacca
sopra un campo piumato di cielo
cinghie di sabbia la tengono attratta
su di una punta puntuta del melo

Fette di asfalto le dicon coraggio
che ci vuole coraggio per prendere il volo
la balena sorride al sole di maggio
le ali di pietra la tengono al suolo

Il vigile fischia da dentro il cappello
si fermano tutti, il vento ha il fiatone
l’orologio tintinna quando si apre il cancello
la balena arrossisce per la troppa tensione

Si arresta anche il treno coi baffi di bruma
ridon forte i bidelli nel cortile di scuola
ma ormai è troppo tardi, già vicina è la luna
nell’azzurro profondo la balena ora vola

Sempre Novembre

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Una foto sgualcita
Di quando sorridemmo
Senza sapere
Che novembre
ci aspettava
Dove novembre
Ci portava
Dietro le imposte,
Sotto i lampioni
Steli conficcati
Nella pelle rugosa
Di quei giorni
Di Novembre

Correva il tram divaricato
Tra rotaie di cipressi
E castagni
Dove si danno appuntamento
Le foglie
Cadute
Gli amori
Non amati
Le parole soffocate
In fondo alle tasche
Di Novembre

Ricordo i tuoi capelli
Ragnatele di vento,
sul cuscino mentre
Mi guardavi,
(come mai fui guardato)
E mi dicesti che non sapevi
Ma sapevamo
Ch’era tempo di Novembre
Tenevi il capo chino,
Ti saresti scusata, se
Lo avessi consentito
Come un bimbo che barcolla sotto
Il peso di una cartella
Troppo pesante
E’ così tanto ciò che mi hai dato
Così niente ciò che ti ho restituito

Dicevi che non volevi
Non potevi,
Ma Novembre è arrivato
Quando ti portai a casa
In auto, parcheggiati
Nel capillare della città
Ci dicemmo
Che nulla sarebbe cambiato,
Che per sempre…
Come se Novembre non fosse,
Ma
Non valeva per entrambi,
Perché il mio era sceso
Dai rami spogli, dai vetri opachi
E (solo) a me,
Sarebbe stato l’unico sempre
Novembre

Chi sono io?

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Spesso quand’io ti miro

star cosí muta in sul deserto piano,

che, in suo giro lontano, al ciel confina;

ovver con la mia greggia

seguirmi viaggiando a mano a mano;

e quando miro in cielo arder le stelle;

dico fra me pensando:

— A che tante facelle?

che fa laria infinita, e quel profondo

infinito seren? che vuol dir questa

solitudine immensa? ed io che sono? —

Giacomo Leopardi

 

Ricordo il racconto di un’amica, molti anni fa; la figlia, piccina, un bel mattino, prima di andare alla scuola materna, impegnata nelle quotidiane operazioni di toeletta, piantò lì, come nulla fosse, uno di quegli interrogativi che i genitori di tutto il mondo temono: “Perché io sono io?”

Inutili le schermaglie dialettiche, gli anni di catechesi, i titoli universitari, di fronte alla potenza di una tale domanda. Alla mia amica – donna intelligentissima – pareva di arrampicarsi su un vetro insaponato, e dopo ogni dotta elucubrazione lo scetticismo dimostrato dalla bimba la spingeva di nuovo alla base della parete. Fino a che la sera, tornato il padre dal lavoro, fu coinvolto nella quaestio disputata e rispose, un po’ seccato dalle grane che non era riuscito a lasciare in ufficio, che a quella domanda non sarebbe riuscita a rispondere mai. Curiosamente solamente di fronte a questa conclusione lapidaria, la bimba sembrò trarre sollievo, per niente imbarazzata dal paradosso.

Aveva visto lungo quel padre, perché la domanda delle 100 pistole, non può essere risolta neanche nel lavoro di una vita. E diventare adulti rende, sebbene non automaticamente, più consapevoli, in un territorio dove ciò che si sa è ciò che non si potrà mai sapere, finiscono per sovrapporsi in un modo sbalorditivo.

Ripensavo a questo aneddoto qualche giorno fa, guardando un telefilm – di quelli con le risate aggiunte – dove un bambino, approssimativamente dell’età della figlia della mia amica ai tempi dell’episodio, desidera vestirsi da femmina  prima di recarsi a scuola, allora la zia (i genitori sono fuori causa) dice agli insegnanti che il bimbo stia attraversando una fase di “fluid identity”, e di non preoccuparsi troppo di quella stravaganza. Ora, conosco vaste porzioni del mondo, segnatamente di quello cattolico, che già qui potrebbero sentirsi vibrare i follicoli delle mani.

Ma perché, in fondo? Torniamo alla domanda della figlia della mia amica, a cui possiamo, alla lunga, rispondere con una tautologia – io sono io – oppure riconoscere che l’identità sia liquida tanto quanto quella del telefilm, ovvero che una forma acquisita non ci sia, oppure che non si sia ancora solidificata, e che quindi sia ancora in divenire.

Si potrebbe separare – e le porzioni del mondo cattolico che ho citato già lo fanno – l’interrogativo in due parti, di cui collocarne la dimensione “in divenire” nell’alveo della metafisica, dell’homo viator, l’essere sul percorso del Destino, mentre la seconda parte, pertinente alla cosiddetta “natura” delle cose, che rimarrebbe incollata alla suddetta tautologia, e che quindi non troverebbe alcun giovamento dalle fluttuazioni di identità, quali il volere indossare vestiti da femmina per un maschietto. Il collante tra ontologia e onticità, tra essenza e storicità individuale apparterrebbe alla sfera educativa – educare, educere, tirare fuori – il cui obiettivo, sarebbe esattamente quella di stabilire limiti e confini precisi su “che cosa” possa essere tirato fuori da quel tipo di seme. E certo non si potrebbe indulgere con quella particolare dissonanza, poiché “chi nasce tondo non può morire quadrato”.

Tuttavia questo approccio alla questione identitaria, potrebbe rivelarsi limitato e limitante. Perché un’osservazione fenomenelogica, che non fosse prescrittiva e proditoriamente assertiva, scoprirebbe che la persona è molto più, e molto prima di quanto il desiderio di collocarla in un determinato ruolo non consentirebbe, un processo. Esattamente. La realtà della persona è interamente processuale, e lo è sempre, ovvero non esclusivamente in quella che la tassonomia tradizionale riconosce essere una “età evolutiva” (la cui implicazione con la sfera educativa, tuttavia ci costringerà a fare una precisazione più avanti). Gli uomini e le donne affrontano cambiamenti in ogni stagione della propria esistenza – o vi resistono, talvolta per convenienze più opache e meno univoche di quanto il racconto sociale non consenta – di continuo. In particolare gli oggetti che finiscono per qualificare e contrassegnare l’evoluzione affettiva, si rivelano parziali e provvisori. Più parziali e provvisori di quanto un’antropologia assiomatica ed “euclidea” non vorrebbe consegnarci.

È merito della psicoanalisi, poco più di cento anni fa, l’aver documentato per la prima volta quanto il bambino si affacci all’esistenza con meno certezze, più fragilità e bisogni, di quanto la Grundnorm preesistente non consentisse. Non solo. La psicoanalisi è nata da medici, con finalità terapeutiche, non da filosofi desiderosi di ampliare le categorie della antropologia vigente, e in ambito terapeutico è sostanzialmente rimasta – il che non significa che nel corso degli anni l’abbia profondamente modificata -, proprio a causa del vulnus lasciato quanto alle pulsioni e agli istinti, talvolta, primordiali, e la congerie di sintomi che quella grave  omissione comportava. Senza entrare nei dettagli – non è il compito dello scrivente occuparsi apertamente di psicanalisi – cosa ebbe a scoprire il pioniere della nuova disciplina, Sigmund Freud? Che il bambino, fino allora immaginato come un adulto in miniatura, avesse un processo e fasi di crescita da attraversare. E soprattutto che quelle fasi fossero più spurie e scabrose di quanto l’antropologia apollinea non consentisse. Il bambino scopre se stesso come identità, e il mondo circostante, cercando di divorarlo, portarlo alla bocca, colloca il suo primo esserci quando scopre di poter controllare le proprie evacuazioni, costruisce la propria identità affettiva e sessuale a partire dagli impulsi incestuosi di Edipo ed Elettra, e si afferma cronologicamente come forma di autoerotismo narcisistico – rivolta inizialmente verso di sé – e solo successivamente, attraverso la morte simbolica di Narciso, si differenzia in Altro da sé…

Anche questo è un punto molto importante. Poiché il problema identitario si identifica con la sua processualità, ne consegue – con una coerenza drammatica – che anche la scoperta dell’Altro (o meglio si dovrebbe dire dell’ “altro come Altro”) avviene in un processo, e quindi avviene, se avviene, quando avviene e come avviene. La “non alterità” delle persone che si incontrano in una vita (i figli, i genitori, gli amici, gli amore e i colleghi, o anche semplicemente quel tale che ci irrita sul tram perché parla ad alta voce, al telefono) può avvenire presto oppure molto tardi, in modo completo oppure parziale o provvisorio, oppure potrebbe non avvenire affatto.

Possiamo quindi anche, volendo, postulare un percorso “ideale” nella crescita della persona, ma la quantità di variabili e la dimensione fortemente entropica, rischiano di lasciarne la riflessione, un futile esercizio o poco più. Perché noi non siamo, né saremo mai, “ciò che siamo”, ma imprescindibilmente siamo ciò che diventiamo, che diventeremo e infine ciò che saremo diventati. L’introduzione della dimensione storica della risposta alla domanda su chi siamo, descrive un percorso estremamente complesso e accidentato, dove le cose possono aprirsi in miriadi di esiti differenti, la cui compressione in una sorta di ortopedia della psiche, rischia di far soffrire le persone di più anziché meno, perché introduce un “dover essere” su cui verranno registrati nuovi potenziali record e insuccessi, fino allo sfinimento.

E dopo Freud, inevitabilmente, il quadro andò a complicarsi ulteriormente, perché i dati che le analisi individuavano costringevano a rivederne lo statuto epistemologico, uscendo dal ristretto quadro positivista in un cui il viennese si muoveva, collocando il tema identitario – come per Carl Gustav Jung – nella crepe della tettonica dei popoli e l’alchimia degli archetipi, arrivando a postulare una libido come forma energetica “universale”, entro le cui pieghe, le piastrine delle storie individuali, consentono la coagulazione delle varie culture, espressioni spirituali e forme artistiche.

Tuttavia questo dibattito non ci interessa, se non per ribadire che dal l’avvento della psicanalisi, dal riconoscimento della sua efficacia, e della sua incontestabile capacità di “prendersi cura” delle persone, il tema identitario non possa più essere ridotto alla descrizione di un ente geometrico, le cui proprietà sono deducibili a priori. L’uomo è una creatura complessa, molto complessa, e non solo per il destino tragico di Ananke, espresso dalla costrizione di confrontarsi con la morte e gli déi, e neppure dai Novissimi della teologia cattolica. Lo è a causa della propria intricata e terribile storia. Una storia piena di trappole, inciampi, rallentamenti, scorciatoie, imbuti, fallaci digressioni, e costellazioni di esiti diversi. Storie che non arrivano a un epilogo scontato, che spesso si fermano a metà, se non addirittura tornano indietro (o che devono necessariamente tornare indietro pur di far qualche passo in avanti). Storie piene, soprattutto, di dolorosi adattamenti.

In questo gioca un ruolo chiave l’educazione.

Il trappista statunitense Thomas Merton intitolò nel 1955 un saggio “Nessun uomo è un’isola”. Ed è vero, ancorché per difetto. Perché, restando nella metafora geologica, ogni uomo è piuttosto un arcipelago. Un arcipelago particolare in verità, dove a emergere è effettivamente una sola isola, ma molte altre si agitano sotto la superficie dell’acqua. Alcune giacciono a profondità imperscrutabili, altre spuntano tra le onde non appena il mare si fa mosso; alcune ancora appartengono a un passato di cui non si ha memoria, mentre altre emergeranno, forse, in un futuro indecifrabile, altre ancora sono scogli invisibili, di dimensioni modeste, ma in grado di far naufragare – se sottovalutati – i più colossali transatlantici. Lo stabilisce in modo assai convincente la psicologia dei complessi – le isole sommerse – di Jung, o il conflitto tra pulsione e civiltà in Freud. A emergere dall’arcipelago è una sola isola perché questo è il lavoro della educazione – educere, “tirare fuori” – ma sotto la superficie ne vibrano  molte altre, pronte a balzare fuori alla prima bassa marea.

Perché ogni cosa che esiste, per il semplice fatto di esistere, anela alla luce e alla vita. Mutati mutandis, ogni aspetto della personalità, quando non addirittura altre personalità tout court, aspirano a essere riconosciute e legittimate. Per quando scabrose, o per quando giudicate inopportune dal racconto sociale, dalla convenienza o dalle aspettative diffuse. Questo è un punto cruciale, perciò vi indugeremo ancora. L’attività degli educatori (i genitori, gli insegnanti, quelli che i libri sulla educazione li scrivono, e coloro che sul bene di figli e studenti discettano, convincendosi con troppa indulgenza di fare ogni cosa per il bene delle inermi cavie dei propri esperimenti) viene rinforzata da un immaginario molto potente, la cui finalità manifesta è sempre quella di insegnare a “stare al mondo”.  Perché il mondo quello è, punto e a capo!

Finanche il lessico adottato esprime la prerogativa del tipo di movimento, ove ogni azione impartita nel nome della buona pedagogia, viene nutrita dall’uso della terza persona singolare (più raramente la terza plurale): una determinata cosa “si deve” fare in quel determinato modo. E la bontà (presunta) del risultato, giustifica ogni tipo di azione, non di rado la forzatura. In questa sovrastima del principio di realtà – da cui nemmeno Freud riuscirà a distanziarsi – nasce probabilmente da un coacervo di convinzioni, tra le quali un ruolo chiave è certamente, noi crediamo, la convinzione giudaico/ellenistica che la realtà sia “buona”, e che ogni adattamento, ogni assuefazione, ogni assestamento all’ambiente circostante, non potrà che essere intrinsecamente benedetto dal medesimo sistema che solca i filari della semina e raccoglie le messi quando i frutti sono maturi.

In nessun passaggio ci si domanda, né si porta rispetto a ciò che vi potrebbe essere latente, “chi sia” colui che quel processo dovrà subire. Anzi, spedire se possibile ogni aspetto disomogeneo nelle profondità oceaniche, è la migliore educazione possibile. Nel migliore dei casi ci si affiderà a una immagine stereotipata offerta dalla antropologia dominante, rigorosamente uguale per tutti; né mai si potrà imbattere in una auscultazione delle prerogative e dei fabbisogni individuali. E se appunto non accade mai di intravedere una qualsiasi azione educativa che tenga in alcun conto di elementi individuali anche molto semplici, è facile immaginare il triste destino di quelli che Carl Gustav Jung chiama “complessi”, la cui – mai parola fu tanto azzeccata – banale ammissibilità implicherebbe una dannata e sgradevole complicazione. Tralasciamo (in questa sede) le conseguenze tragiche che le omissioni comportano, sottolineando esclusivamente la vastissima  congerie di sintomi – che noi impropriamente chiamiamo “malattia mentale” – che contrassegnano un adattamento riuscito male, tanto quanto un altro riuscito chirurgicamente bene.

La vastissima letteratura psicoanalitica ha documentato irrefutabilmente che esattamente ciò che viene “rimosso” finisce per essere determinante in un altro momento, e quanto più un elemento viene allontanato dalla torre di controllo della ragione, diventa la scossa tellurica in grado di farla vacillare in un altro momento, generando spettri, contaminando pesantemente la vita emozionale del soggetto.

Se gli aspetti scartati di una personalità sono veri e propri nuclei identitari, se l’educazione riesce a far affiorare una sola isola, sommergendo tutte le altre, allora sulla linea d’orizzonte  dell’Oceano si profileranno nubi dense e nere, foriere delle peggiori tempeste.

Esiste tra gli scultori il paradigma della ablazione – saccheggiato guarda caso da certa pedagogia, nonché dalla teologia -, per cui l’artista non inventa la forma da imporre al blocco di marmo, ma la trova, preesistente, e si limita a farla affiorare, sgrezzandola da tutto ciò che è superfluo o dannoso. Ma se nella pietra vi fossero più forme – o istanze più complesse di quella -, lo stesso processo cui si indulge alla bontà dell’azione educativa, implicherebbe la necessità del raschiamento di tutte le altre. E se l’unica forma cui si decide di portare avanti la gestazione, fosse determinata – sarebbe anacronistico escluderlo – da una maieutica sociale dominante, e non solo dalla presunta forma trovata nel granito, l’aborto non ne conseguirebbe nel modo più violento possibile? L’azione dello scalpello non sarebbe simile al bisturi di un vivi sezionatore? Ebbene, questo scenario terribile è esattamente quello di cui siamo ostinatamente convinti; l’educazione, parenetica e assertiva che conosciamo in questa porzione di mondo, non si comporta come una amorevole ostetrica, ma come una cinica mammana che stabilisce, di uno zigote plurigemellare, quale sia il virgulto da far crescere e i tanti da recidere sin da principio.

Ora, che riteniamo aver chiarito a sufficienza questo concetto, torniamo al tema con cui eravamo partiti. Sul tavolo del tema di identità – chi sono io? – da qui in poi abbiamo abbastanza elementi da ritenere che si tratti di un tema assai più delicato e controverso di quanto uno qualsiasi degli immaginari di riferimento potrà mai tratteggiare (a questo riguardo rileviamo che, per la psicologia analitica junghiana la stessa domanda “chi sono io” potrebbe rivelarsi sovrastimata in partenza, e si dovrebbe sostituire, suggeriamo noi, con la più congrua “chi è Sé”). Il quadro così dovrebbe essersi sufficientemente arricchito – anche se preferiamo dire complicato -; l’Io, per come lo si intende è l’esito mai del tutto compiuto di un interminabile sequenza di segmenti, accelerazioni, diversificazioni, forzature, allentamenti e regressioni. E il tempo è il dedalo entro cui questo delicatissimo processo si snoda, perché nessuno può o potrà mai essere se stesso al netto della propria storia. Perciò possiamo ritenere seducente – ma neanche troppo – l’ipotesi di un dibattito su cosa sia l’Io, quale sia la sua vera identità, e che cosa debba fare un adulto per consentirgli di emergere e crescere armoniosamente. Potrebbe altresì attrarre il dibattito su cosa sia la vera natura, e quali obiettivi si debbano focalizzare perché il processo, nella sua autenticità, rispetti la sua più intima veridicità. Potrebbe, sì. Ma il rischio che l’esito di un tale dibattito sia un “dover essere” (o un “aver da essere”, come diceva Sofia Vanni Rovighi) il cui carattere assertivo e, ultimamente, impositivo, dovrebbero rendere restii dal voler trarre una conclusione. Perché la storia di ogni persona è talmente complicata – come modestamente abbiamo cercato di illustrare – al punto che un determinato individuo potrebbe arrivare al risultato “giusto” (pur ammettendo e niente affatto concedendo che esista l’esito ortodosso di un processo educativo) -, ma arrivarci per la ragione sbagliata, o per un motivo provvisorio, troppo presto oppure troppo tardi, o ancora arrivarvi come forma di ossequio e adeguamento alle aspettative collettive, come esito della cosiddetta pressione sociale. Nella sostanza per una forzatura e non per una libera scelta. E quindi un tale dibattito, se non fosse rispettoso dei molteplici fattori (e molti altri) che abbiamo provato a evidenziare, sarebbe soltanto una perdita di tempo nel migliore dei casi, oppure una pericolosa teoria generale dell’uomo nel peggiore. Basta guardarsi intorno, intercettare gli sguardi sui mezzi pubblici, sedersi nella sala d’aspetto di un medico di base; basterebbe ascoltare le persone che incontriamo per accorgersi, nella filigrana nascosta, di quanti adattamenti traumatici, quante acquiescenze subite, quante falsificazioni e quanto dolore vi possa essere sotto la divisa di un buon padre di famiglia, una madre protettiva, un figlio educato, una figlia annoiata, un insegnante pignolo, un commercialista ambizioso, o un anziano disilluso.

Poiché l’unica risposta sensata alla domanda su chi siamo, continuerà a essere “non lo so!”. Ogni virgola, o sospiro, aggiunto dall’esterno sarà inesorabilmente una prevaricazione.

Penelope

odisseo

 

 

 

quella è la riva

il mio lontano approdo

tra braccia sfinite

dal lavoro più sodo

 

tra reti e pescatori

pelli cotte da lungo sale

io nacqui alla vita

in un liquido opale

 

la tela rigonfia

di un ebbro destino

io appartenni al vento

in un irto cammino

 

furon cento i perigli

più di mille le spade

sul cui filo io rischiai

di smarrirmi in mie strade

 

fu confusa la mente

da un infido altare

con gli occhi di nebbia

io giunsi a rubare

 

le voci più fatue

cangiando il ricordo

mi furon bonaccia

ché io chiusi il mio porto

 

del naufragio vorace

che bramò il mio desìo

fece sì che il petto

palpitasse non mio

 

se la gravida notte

finanche la più nera

partorisce un biancore

di una luce ancor vera

 

con il volto ferito

da cocente sconfitta

pure io ero vivo

la mia fine non scritta

 

non fu l’orgoglio

o lo stolido furore

se in un giorno d’estate

m’imbattei nel mio cuore

 

ritrovai il presagio

della terra ancestrale

il deliquio si era conchiuso

quando giunse il maestrale

 

il timone nella mano

la prua tesa al disco solare

io trovai il mio me stesso

e di nuovo fui a volare

 

quanto lungo è il ritorno

mille d’anni è il mio viaggio

mia amica la chiglia d’acero

mio compagno è solo il faggio

 

ogni onda mi rallegra

questa attesa non è vana

se il tempo non fa pretesa

ed il cuor non si rintana

 

sono io Odisseo

e mio giaciglio è il mare

ora è nitida la meta

sei Tu l’ultima mia stella polare

Tu

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Tu che sei la mia tristezza

Sei la mia promessa

Il solco scavato dal ghiaccio

L’arteria nella mia roccia

Il vento che mi incupisce

Il sasso lanciato nel pozzo dei miei ricordi

Sei la chimica delle cose…

Tu, che sei ciò che non può essere

Il ventre del mare che mi divide da ogni cosa

Isola e Abisso

Sei ciò per cui io posso dire io

La mano che esita sull’uscio

Il frastuono della neve                        

[fuori la finestra]

Tu che sei la follia

Il diaframma che mi separa da essa

E le membra fragili su cui                        

[io cammino]

La soglia che varco quando cedo al sonno

La luce che solleva i miei pensieri

Il vuoto che li sfinisce

Sei il mio dentro e il mio fuori

Sei la scala tra il pianto e il respiro

Sei il riso dei bambini

Tu che sei gli eventi, e il colore della pioggia

Tu che sei la mia attesa, e ciò che non attendo

Sei la ferita e il suo linimento

La mia guerra e la mia pace

Salvezza e Dannazione

Tu

solo Tu

Il cuore di Te Fiti, l’orrore (inconcepibile) di Te Kā

La Disney non sbaglia un colpo neanche a volere. Dopo averci regalato – si fa per dire, mica siamo nel no profit – autentici capolavori, dopo avere attinto a piene mani dalla tradizione favolistica dei vari Grimm, Perrault e Andersen, dopo avere ancora escogitato la narrazione di un mito semi storico (e autoctono) come Pocahontas, e quello “epicantevole” di Mulan, i capaci sceneggiatori del colosso statunitense dell’animazione, hanno trovato il modo di creare un nuovo potpourri, mescolando con mestiere ed efficacia elementi fittizi e altri mitologici. E il risultato non è affatto male.

Con il 56esimo prodotto, la casa madre di Topolino, ha fatto centro. Di nuovo. Oceania è un prodotto gradevole, divertente, e non disdegna alcuni passaggi in cui anche palati più esigenti possono trovare di che cibarsi. Ambientato tra le abbacinanti isole vulcaniche dell’Oceano Pacifico – la protagonista Vaiana proviene da Motu Nui, due parole tautologizzanti che significano, nella lingua di Tahiti, “isolotto” e “isola” – la storia racconta di un mito ancestrale, quando c’era solo l’Oceano, e la dea Te Fiti, l’isola Madre, stava generando ogni cosa. Ma il semidio Maui (l’unico realmente fondato), spinto dalla cupidigia, rubò il suo cuore, una pietra verde, scontrandosi con il demone Te Kā. Nella colluttazione, Maui perse il suo amo, e il cuore di Te Fiti andò perduto nelle profondità oceaniche.

A questo punto inizia la storia profana, con la piccola Vaiana che sin dalla più tenera età mostra una curiosità e una intraprendenza differente dagli altri pargoli. Al punto che il padre – in questo il film incarna un simbolismo, a parer mio, rovesciato; ma vi ritorneremo… -, il capo villaggio, deve continuamente dissuaderla dall’avventurarsi oltre il reef, perché in mare aperto si celano le peggiori minacce. Insiste il prudente genitore, il destino del loro villaggio si deve compiere “all’asciutto” del rassicurante salvagente di corallo, sebbene anche in quel rifugio l’onda lunga della perdita del cuore di Te Fiti, quando la gli alberi avvizziscono e le acque chete si spopolano dei pesci, necessari per sopravvivere.

In quel momento muore la nonna di Vaiana, dopo averle svelato il segreto secondo cui tutti loro appartenevano a una stirpe di navigatori, e averle dato il cuore di Te Fiti, lasciandole come consegna di attraversare il mare, trovare Maui e costringerlo a riportare il cuore laddove l’aveva mille anni prima carpito. Da par suo la progenitrice non abbandonerà l’ardimentosa nipote, accompagnandola nella sua nuova forma – un nume teriomorfo – di manta.

Non ci soffermiamo sulle avventure. Perché, dopo mille peripezie, Vaiana raggiunge la dove dovrebbe giacere l’isola di Te Fiti, trova solo uno spazio vuoto. Allora capisce: Te Fiti è Te Kā. Il demone, senza cuore è l’altro volto della benevola generatrice di vita. Allora si fa raggiungere dal mostro e le depone la pietra proprio dove era stata rubata, e Te Kā, dunque, perde il suo derma di lava e torna a essere la lussureggiante isola, dalla quale ogni cosa era stata generata.

In questo passaggio si realizza la “coniunctio oppositorum”, tanto cara agli alchimisti e da questi ereditata nello strano mondo psicoterapeutico di Carl Gustav Jung. Di più, volendo. Perché Oceania è un film identitario. Vaiana a più riprese si domanda infatti “chi è”. E il dilemma è sciolto, appunto, solo nella conclusione, quando si imbatte nell’archetipo femminile della Grande Madre generatrice/distruttrice.

Nel lungometraggio animato funziona, molto bene, la catena femminile, dove i ruoli chiave sono tutti occupati da donne, fatta eccezione per il semidio Maui.

Oltre a Vaiana, emergono dall’indifferenziazione la dea ambivalente, la nonna e persino la madre della giovane, che mentre il padre vorrebbe bruciare le barche, unica testimonianza di un passato di gesta coraggiose, le prepara una sacca per l’avventura imminente. Insomma, i maschi del film non fanno una grande figura. Persino Maui, a scapito del lignaggio soprannaturale, si riscatta solo nelle battute conclusive. E per ottenere questo, come abbiamo detto, gli autori devono impugnare un simbolismo rovesciato, perché in realtà il tema del viaggio, della scoperta e dell’avventura è, sul piano archetipico, una prerogativa maschile. Ma ne abbiamo scritto, più volte, altrove.

Qui l’accentramento sulla dimensione femminile consente l’epilogo appena descritto, e in questo almeno, gli autori riescono a dire qualcosa di interessante, ancorché inascoltato. Perché finiti i titoli di coda, rientrati nei ranghi sociali, la dimensione terribile della madre, continua a mancare di una rappresentazione credibile. L’immaginario continua a essere radicalmente differente. Nonostante il racconto dei fatti cosiddetti “reali” lo richiederebbe. Più spesso di quanto non si creda la cronaca mostri quanto Te Kā sia inscindibile da Te Fiti, talvolta avvicinandosi in modo pauroso alle streghe che ci spaventavano – forse troppo – nelle fiabe.

Difficile da credere? Si può fare una prova estremamente semplice. Si apra un qualsiasi browser, e sulla onnipresente stringa di Google si digiti un nome e un cognome: Lamora Williams. Il motore di ricerca, caso più unico che raro, non si dimostrerà reattivo e non completerà la frase. Quando il nome sarà stato completato, si prema invio. Ed ecco che dai fondali del web, qualcosa emergerà. Non molto tuttavia. Solo articoli scritti immediatamente a ridosso del fatto di cronaca, e neanche uno in italiano. Gli italiani, pronti a farsi solleticare in ogni vicenda pruriginosa, non sono interessati, pur trattandosi di uno dei fatti di cronaca più agghiaccianti degli ultimi anni. Persino i pochi quotidiani – non le corazzate del Corriere e Repubblica, per intendersi – che avevano riportato un trafiletto sono stati incredibilmente sommersi nell’oblio.

Cos’ha fatto Lamora Williams? E’ presto detto, anche se il solo racconto fa accapponare la pelle. La giovane madre di Atlanta lo scorso tredici ottobre ha preso due dei quattro figli, i più piccoli segnatamente, e li ha infilati nel forno, uccidendoli. Non solo. Durante l’omicidio è rimasta impassibile a filmare la scena, inviando poi via Whatsapp la inenarrabile sequenza al padre.

Ora, non è questa la sede per stabilire quale sia la giusta pena per un tale crimine, né se esista una pena adeguata, e nemmeno per valutare quale livello di compromissione psichica sia stato necessario per arrivare fin lì. Non ci interessa, e lasciamo il dibattito a giudici, periti, e quanti si vorranno esprimere.

Ciò che sorprende è l’inammissibilità di una cosa del genere nel nostro immaginario. La violenza “sulle” donne è – giustamente – oggetto di un dibattito serrato, i fatti di cronaca ribadiscono quanto sia necessario tenere la guardia alta. Tuttavia quando si parla di violenza “delle” donne, improvvisamente si entra nella terra di nessuno. Non che non ci sia, ma come documenta la vicenda dei bimbi di Lamora, non è rappresentabile. Manca un codice, un engramma affinché se ne possa semplicemente parlare.

Eppure basterebbe accostarsi, dopo tanti anni, alla libreria di quando eravamo piccini, dove coperti di polvere, ci sono ancora alcuni libri, dimenticati e sepolti nel nostro inconscio. Sarebbe sufficiente aprire Hansel e Gretel…

e sepolti nel nostro inconscio. Sarebbe sufficiente aprire Hansel e Gretel…

Conosci le mie mani

Mi ferisci

In questo oggi che non diventa domani

Domani

Maledetto il disperato bisogno di senso,

Di parole non dette

Non cercarle

Non sussurrarle,

Poiché non vi sono labbra,

Né lingue per parlarle,

Orecchie per udire,

Né timpani o vibrazioni

Solo vertigini che si piegano

Nel tuo grembo, sul mio petto

Non riderne

Così mi uccidi

Col silenzio

Con la distanza,

Sotto questa luna di cani

Di stelle derise,

Da sciocchi e ubriachi,

Di luci allagate

E tu non torni

Perché?

Conosci le mie mani

Il loro segreto,

Tutto il male, e le guarigioni

Custodite nei palmi,

Come preghiera

Maledico le pietre che mi fecero

Rotolare

Fin lassù

Benedico le piume

Che mi deglutirono

In questo fondo

Senza fondo

Non ti temo,

Non ho bisogno di te per amarti

Tu mi hai dato la vita

Più vita per più vite

(questa e molte che verranno)

Hai detto basta

Ma io ho continuato a contare

Fino a quando non avrò più forze

E incespicherò tra le gengive

Altre mani mi condurranno al giaciglio

Senza benedizioni

Non serve, non le cerco

Perché

Mi hai dato le ore

Mi hai dato la pelle

Su cui disegnare

L’orizzonte di ogni ovunque

Lo spessore di ogni sempre

Fertile di attese

Gravido di promesse

Mi hai fatto dono

Di vedere le cose

Attraverso le ciglia sbarrate di Dio,

E questa non è tra tutte le cose

La più straordinaria,

Ma

Solamente

L’unica che conta