IL DOLORE DEGLI ALTRI

Quando ero giovane, molto più giovane, vivevo una spavalderia, una enorme sfacciataggine, destinata tuttavia a essere contraddetta dalla prosaicità della vita. Era sufficiente per esempio che a scuola un insegnante mi suggerisse, sulla scorta di riflessioni a proposito di senso civico e responsabilità, una percezione della “libertà” più prudente della mia, che tirassi fuori una insospettabile sicumera, e facessi fuoco e fiamme per difendere ciò che ritenevo fuori discussione: essere liberi significava fare ciò che si vuole, a condizione di non prevaricare la libertà degli altri. E mica solo io; un fremito titillava un’intera generazione pronta a dimostrarsi più spregiudicata di quelle che l’avevano preceduta. Un immaginario, viscerale, troppo primordiale per reagire con talune seduzioni politiche, dove ci immaginavamo dentro a una sorta di cabina di plexiglas, sufficientemente protetti e autonomi, da risultare arroganti, pronti a tutto.

Ad alcuni però non era andata così bene. Ricordo i nomi, scritti da un Dio malinconico, con un dito nella polvere sulla credenza, di quanti per recuperare il dignitoso senso della propria vulnerabilità, avevano dovuto adoperare comportamenti autodistruttivi, scarnificando la propria anima sul selciato di una strada di periferia, o facendosi deglutire dall’esofago di una overdose. Noi no, conoscevamo la ricetta del compromesso, avevamo – ci piaceva pensare – dei background familiari appena migliori. Non ci saremmo fatti reprimere, né deprimere, diventare vecchi senza essere stati giovani, come i nostri genitori. Avremmo imparato a tenere dritta la barra delle nostre aspirazioni senza per forza estrarre la cartina tornasole, e avvicinarsi pericolosamente al punto di rottura. Ci sentivamo a torto invulnerabili. E fintanto che frequentavamo scuole blindate, l’oratorio o compagnie altrettanto affidabili, anche i grandi non ci dissuadevano.

Quando ci siamo sparpagliati lungo i rivoli della vita, scorrazzando dietro a racconti e immagini differenti, non abbiamo abbandonato mai però la solida convinzione,  che sul ponte di comando della nave ci fossimo noi, la rotta era segnata, e nessun ammutinamento era concepibile. Quanto eravamo ingenui, tuttavia.

Perché la macchina sociale, mentre eravamo intenti a millantare conquiste e traguardi personali, ci stava inoculando il germe di una malattia, che ci avrebbe a colpito proprio dove ci sentivamo più forti. Una malattia per cui non esisteva neanche un nome, i cui sintomi potevano essere l’assuefazione, l’abitudine alla rinuncia, la pressione dell’ambiente circostante, una educazione dall’impronta più paternalistica di quanto i retaggi e le sedicenti conquiste del ’68 – dei cui protagonisti eravamo tanto il naturale rimpiazzo e la copia sbiadita – avrebbero lasciato supporre, una tolleranza a crescere sotto il fuoco incrociato delle altrui aspettative (che fossero quelle dei genitori, della scuola o del prevosto poco importa), il costume di non poter deludere una serie di soggetti che, senza autorizzazione, avevano preso a morderci sul collo, tenerci al guinzaglio portandoci al mattatoio del senso comune. Quando tiravamo su con il naso, strisciavamo i piedi per terra, o camminavamo con la testa china, non di rado ricevevamo uno scappellotto motivato – dicevano – al nostro bene, a imparare come si stava al mondo. Eravamo viziati, privi di valori e senza spina dorsale; non avevamo fatto la guerra (come se fosse una colpa) e ci preparavamo a un avvenire pieno di senso di inadeguatezza, con il forte presentimento che da subito avremmo dovuto rincorrere. Così abbiamo imparato, senza rendercene conto, a essere accondiscendenti con chiunque, e non perché lo volessimo, ma perché eravamo cresciuti nella sostanziale inconsapevolezza dell’esistenza di alternative. Se il mondo è uno, non ci possono essere più modi di restarci, si alimentava il potente mantice della ovvietà. Al massimo potevamo rivalerci sulla lunghezza dei capelli – la “zazzera” come ci dicevano con disprezzo –, il rifiuto di ascoltare la musica classica, i pantaloni a zampa d’elefante, attraverso cui potevamo fingere di non avere già pagato un pesantissimo dazio. Bastava così poco per fingersi “diversi” quando eravamo stati preventivamente arruolati nell’esercito degli “uguali”, delle cui pesanti palandrane d’ordinanza non avremmo più potuto disfarci per il resto della vita. Non lo sapevamo, ma stavamo diventando adulti in un sistema nel quale ognuno di noi era il minuscolo tassello di un puzzle, dove non c’era altro modo di sopravvivere che incastrarsi con tutti gli altri. Ancora ci fomentavamo in aurore di audacia e spregiudicatezza, che eravamo bell’e che sbriciolati, minuscoli pietre di un mosaico che non ci era dato vedere. E la leva affinché tutto il marchingegno funzionasse, la melassa che ci avrebbe vincolati per sempre all’alveare, era lì a un palmo dal naso: il giudizio degli altri.

Quand’è che l’altrui approvazione è diventata lo stigma imprescindibile di un progetto di vita? In quale passaggio la possibilità del biasimo era divenuta la spada che nessuno sarebbe più stato in grado di estrarre dalla pietra? Che fine aveva fatto il “sono fatti miei” che avremmo dovuto usare come testa d’ariete per farci strada nel mondo?  Peggio anzi, poiché non solo non erano fatti nostri, ma lo erano di chiunque potesse guardare e buttare piombo sul contrappeso della bilancia, rendendo faticoso, talvolta troppo faticoso, il mestiere di vivere. Avevamo paura, più paure di quelle che avremmo potuto ammettere – la paura di morire, quella di non venire riconosciuti e quella di non essere amati, il timore di sprecare tutto il tempo a disposizione – molta più angoscia di quella che saremmo mai giunti a sapere. Ma avevamo una grande risorsa, riconoscibile e accessibile, pronta da cogliere. Erano, appunto, “gli altri”, le persone che ci stavano intorno, gli esponenti della collettività, i gli agenti della società, i referenti del racconto cui avevano  stabilito noi dovessimo sottostare. Una recita, il cui copione ci era stato assegnato sin dai primi giorni della nostra vita, e che molto presto avremmo mandato a memoria, pronto a essere ripetuto a ogni levar del sole.

La spavalderia dell’adolescente era sparita, svilita nel retrobottega del negozio, imbolsita sotto il peso degli anni, spenta nostro malgrado nel lavacro torbido del “senso del dovere”, piegata da una  forma del senso di colpa, così potente e interiorizzata, da far immaginare l’effetto Butterfly, foriero di eventi catastrofici senza fine, se si avessero deluso le persone intorno a noi. Siamo diventati adulti, partecipando a una narrazione dove l’esistenza individuale veniva assorbita in una trama collettiva, ognuno a coltivare il proprio orticello – per citare Voltaire – non disdegnando di gettare uno sguardo sprezzante in quello del vicino. Ci hanno sequestrato, e siamo diventati pur tuttavia anche i complici del sequestro di chi ci stava attorno. Vittime e carnefici, esistenze omogeneizzate le une accanto alle altre.

Gli psicanalisti raccontano che le relazioni primarie – quelle che ancora troppi continuano a ritenere lo zoccolo duro della società, a discapito di una serie di evidenze e confutazioni – le abbiamo vissute da bambini dovendo subire la differenza di potenza registrata con i nostri genitori. Abbiamo imparato molto presto a commerciare l’attenzione e l’affetto con le nostre prestazioni, senza renderci conto. Siamo diventati i bravi bambini, e poi i bravi ragazzi che sempre avrebbero voluto. Ci siamo abituati a essere sostenuti, e a sostenere, la comunità (qualsiasi tipo di comunità) molto prima di aver stabilito di farne parte. Abbiamo imparato a fare la “cosa giusta”, assai prima di scoprire ne esistesse una sbagliata.

Potrei raccontare centinaia di aneddoti, tratti dalla mia biografia quanto dal racconto di tanti amici, ma la cui divulgazione non sarebbe affatto corretta. Ne racconto uno, invece, giunto a me per strade molto più indirette. Si tratta di una coppia di lungo corso, dove la donna a un certo punto prende coscienza di non amare il suo compagno. Il rapporto è costruito unicamente sulla consuetudine, sulla aspettativa di trovare l’altro dove lo si è lasciato il giorno prima. Il fungo e l’alga di un lichene, in fondo indifferenti l’uno all’altra, ma imprescindibili alle economie delle rispettive esistenze. La ragazza vorrebbe concludere quella relazione, e provare a costruire qualcosa di nuovo altrove. Quando pensa, in proiezione, al futuro si sente mancare il respiro, reclutata anzitempo al grigiore della casa di riposo. Lui ha una specie di presentimento di ciò che potrebbe accadere, e fa di tutto per tenerla lì dov’è, perché non può dimenticare tutte le cose fatte in comune (che sono dopo quegli anni davvero tante…), perché non può dimenticare i momenti difficili, e le dolcezze che pure devono essersi scambiati. Insomma, lui imbastisce una serie di ragionamenti, talvolta veri e propri ricatti affettivi – non disdegnando mostrarle le future cicatrici, o quanto dolore i nuovi atteggiamenti comportino – per tenersela stretta, per frenare la slavina che vede abbattersi su ciò che ritiene di avere costruito. Ogni suoi ragionamento contiene un appello: “Non puoi!”.

Forse quando ero giovane avevo ragione, sebbene solo il tempo mi avrebbe mostrato in quale modo paradossale. Essere liberi significava realmente fare ciò che si vuole, a condizione di non prevaricare la libertà degli altri. Ciò che allora non sapevo è quanto il territorio di ognuno fosse intrinsecamente legato, sovrapposto, largamente ipotecato da quello di chi gli sta intorno. I confini della proprietà sono più confusi di quello che si potrà mai raccontare. Purtroppo si creano danni non soltanto durante gli sconfinamenti, ma anche per ogni singola azione,  e persino inazione, condotta al centro della propria magione. Perché tutti si aspettano qualcosa, quantomeno non dover affrontare novità. O non troppe in poco tempo. No, anche stazionando nei nostri possedimenti non possiamo cambiare, perché gli altri difficilmente lo perdonerebbero.

Il nostro retroterra biologico è che eravamo primati. Camminavamo nella foresta a procacciare il cibo, pronti a far valere il diritto del più forte. E’ vero: ci siamo evoluti, in funzione di un adattamento all’ambiente e di un vivere più quieto. Non si vive bene in una situazione di perenne conflittualità, e quindi abbiamo appreso a contenere l’aggressività, a trovare riparo dentro i “tupperware” che la società ha predisposto per noi. Abbiamo compreso quale vantaggio evolutivo comportasse il non digrignare i denti al viandante che si sedeva accanto, ieri su un ramo, oggi su un mezzo pubblico. Abbiamo imparato i comportamenti sociali volti a rassicurare delle nostre migliori intenzioni il tale che prende l’ascensore con noi al supermercato. Abbiamo scoperto come elidere, anche attraverso la tecnologia, molte delle distanze che si frapponevano, abbiamo compreso come essere più simili gli uni agli altri potesse aiutare a vivere in armonia. Ma non abbiamo smesso di avere paura. Nel profondo la scimmia che siamo stati è rimasta pressoché intatta, la collera è stata spostata in altre porzioni del nostro essere, ma non abbiamo smesso di essere sospettosi, di percepire una minaccia nel buio, nel percepire il pericolo incombente dietro il muro, oltre lo steccato. Ci siamo solo adeguati. Il prezzo per poter incontrare solo sorrisi in un ascensore tuttavia era caro, talmente caro che, se lo avessimo saputo in precedenza, il compromesso sarebbe stato più difficile da siglare. Avremmo dovuto corrispondere alle aspettative di insegnanti, genitori, figli, amici, sacerdoti, capi scout, colleghi, studenti, vicini, finanche quel tale che spinge il carrello davanti a noi. Siamo diventati la persona che non eravamo, sagomata sulle attese che altri hanno ritagliato. Ci siamo costruiti maschere di mansuetudine, accondiscendenza – a mio parere uno dei cancri più aggressivi di questo scorcio di millennio –, più di quanto non avremmo mai voluto. La nostra povera libertà/territorio è diventata come l’attaccapanni coperto dai soprabiti di un ricevimento. Non potevamo fare nulla di davvero importante che non causasse dolore (anche molto profondo) in quelli che ci stavano intorno.

Tuttavia l’attribuzione di quel dolore non è sempre motivata, perché l’atto può essere un pretesto; ogni abbandono si colora delle tinte di abbandoni più antichi, il tradimento fa affiorare mancanze remote, e le delusioni incistano deficit ben più pesanti, i quali afferiscono ad aree dimenticate della nostra biografia. Mi permetto di insistere, perché questo è un passaggio decisivo: nella dolore causato all’altro si toccano necessariamente piaghe più profonde, molto più profonde, delle ferite che le fanno affiorare una seconda volta.

Ed ecco che mi preparo a giungere alla conclusione di questa lunga riflessione. Una conclusione che so essere paradossale. Ma prima devo aggiungere un nuovo corollario sulla natura di tutte le relazioni. Nessuno è di qualcuno. Non lo sono i figli dei genitori, non i genitori per i figli. Non i mariti per le mogli, né queste appartengono a quelli. Non i fidanzati e le fidanzate. Non i dipendenti per le aziende, i sottoposti ai capiufficio, i principali ai dipendenti. Non apparteniamo alla comunità, agli scout, al gruppo dei filatelici, gli appassionati del ramino. Non fidiamoci delle molteplici imboscate tese dal linguaggio: quando dicevamo in classe, “Sono della Juventus”, “Sono di sinistra”, era tutto un fraintendimento. Quando il fidanzato dice alla fidanzata “io sono tuo”, dice qualcosa che di profondamente improprio. Ancora di più se dice “tu sei mia.” Poiché sarebbe una sciocchezza inenarrabile prostituire il dono più grande per il piatto di lenticchie di una ben misera soddisfazione. Non apparteniamo agli amici, né al supermercato dove quella graziosa signorina porge la tessera sconti. E anche se comprendo di addentarmi in un ginepraio, non siamo neppure di Dio. Non per natura, tantomeno per cultura. Persino quando ci riempiamo la bocca di affermazioni come “Io sono mio”, sarebbe opportuno non prendersi troppo sul serio. Poiché, al di là della ovvietà, persino essere se stessi è un traguardo cui non basta una intera esistenza, un compito che non si de-finisce in una vita. E come si possono concedere i diritti di qualcosa che non ci appartiene fino in fondo? Non sarebbe come presentarsi dal notaio a firmare il rogito della casa di qualcun altro? Se si vuole appartenere lo si faccia pure, scegliendolo senza ombre, ma con tutta l’esitazione di un balbuziente prima di una recita. Tutto questo è fondamentale perché nel dolore esiste la responsabilità di chi lo causa, ma non andrebbe mai sottovalutata quella del sofferente nel tarare adeguatamente la propria aspettativa. Insomma, se chi fa soffrire ha sempre, almeno un po’, torto, chi subisce non è detto che abbia poi le ragioni che vorrebbe.

Che confusione, dunque! Incastrati nel puzzle della normalità, terrorizzati dalla prospettiva di soffrire ancor più da quella dell’altrui scandalo.

Perché il dolore degli altri non è mai giusto, né giustificabile. Questo è il significato che attribuisco, ad esempio, al terribile passaggio del Vangelo di Marco “Guai a chi dà scandalo a uno di questi piccoli…”. Non c’è equità nello scandalo, né giustificazione possibile. E anche l’eventualità del perdono è molto più complessa e difficile da percorrere di quanto la nostra maschera bonaria non lasci credere. Poiché si può perdonare solo l’imperdonabile. Il resto è sciacquatura dei piatti.

Non esiste il diritto di scandalizzare un altro essere vivente, eppure – questa è la conclusione paradossale – la possibilità di rappresentare un simile ostacolo è un dovere. Verso se stessi e persino verso quegli stessi piccini cui allude il Vangelo. Neanche “talvolta” perché il dovere di disattendere le altrui aspettative vale persino per chi non dovesse alle intenzioni far seguire gli agiti. Che valore avrebbe altrimenti un sacrificio che non si è saputo di poter evitare? La fidanzata dell’esempio fatto in precedenza potrebbe anche scegliere di rimanere col suo esile compagno, ma affinché la sua scelta sia reale, e non diventi il focolaio di nuove perversioni e vendette – magari celebrate dieci o venti anni dopo, con un rancore rancido fermentato dentro – occorre che lei sappia di potersi allontanare. Nessun rimanere ha valore, o significato, per chi non ha preso in considerazione la possibilità di andare. Perché l’affermazione per cui nessuno appartiene a qualcuno vale, se possibile ancora di più, quando la si legge alla rovescia: nessun essere vivente dovrebbe soggiacere all’iniquo carico di essere il senso della esistenza di un altro.

La felicità o l’infelicità sono conti separati, anche se la “società puzzle” ci ha instillato da sempre la convinzione contraria. Esiste un immaginario molto solido, radicato sino allo stereotipo, secondo il quale i figli sarebbero traumatizzati  dalla separazione dei genitori; i genitori egoisti che proprio non riuscissero a farne a meno dovrebbero rassicurare la prole dal non essere la causa prossima o remota della frattura. Ma siamo altrettanto certi che un figlio non venga ferito, magari in aree meno accessibili della sua personalità, dall’infelicità di quei genitori che non si separano solo a motivo della sua esistenza?

Perciò se il dolore degli altri è il contrappasso di una trasformazione così necessaria, pur avvertendone tutto quanto il dolore e il pentimento, dopo lo scandalo procurato, che dolore sia.

Lacrime di granito

Accanto al muro di recinzione del campo di Bolzano un cartello getta la sua ombra panciuta sull’asfalto. Il disegno stilizzato non lascia dubbi: Rimozione Forzata. Vietato parcheggiare; ma non è l’unica forzatura. Si direbbe sia vietato ricordare. Dentro al muro palazzine dalle mattonelle pallide, non particolarmente alte e nemmeno troppo appariscenti, dall’aspetto discreto e gradevole, segnano il passo di un appetito di vita che non può guardare troppo in faccia al dolore congelato nel muro. Non vuole ascoltare, non può vedere. Una donna un giorno quasi aggredì gli uomini attempati che si fermavano davanti a quei muri, che toccavano le pietre con una intimità sofferta, e protestò, perché non gliel’avevano detto, nessuno le aveva raccontato che il quadrilatero di terra dove aveva messo radici, la stradina con cui avrebbe accompagnato i figli alla scuola elementare, trasudava dolore da ogni poro della pietra. Era furiosa, e aveva ragione: quegli stessi marciapiedi solo quaranta, sessanta o trenta anni prima, avevano sentito gemere uomini e donne la cui unica colpa, il cui più grande merito, era di essere finiti in mezzo agli ingranaggi con cui la storia spezza le ginocchia degli innocenti, li costringe a salire su dei carri bestiame, e li fa salire su a nord, su su, quando talvolta l’unica destinazione è una doccia al monossido di carbonio, un forno crematorio, un alito di vento che ne disperda le ceneri. Certo non erano gli incanutiti uomini che erano lì a recitare una preghiera laica che glielo avrebbero dovuto far sapere.

Non si può vivere senza memoria, perché “ricordare” ci costituisce, ci consente di avere una biografia, di non essere un cumulo di pietruzze buttate per terra, ma un mosaico, dove tutto assume- nel tempo- una forma e un significato. Eppure per sopravvivere talvolta occorre dimenticare.

L’uomo è un essere diacronico, la cui storia si svolge in molti tempi, e in quei tempi ci sono emozioni che si vorrebbero vivere all’infinito, e altre che si associano a un dolore che inebetisce. Ci sono in alcune esistenze avvenimenti così brutali, sulla cui superficie ruvida si grattugiano le anime degli uomini che vi sono venuti a contatto.

Circostanze che quando vengono vissute al presente sono schermate per i più, da un meccanismo di estraniazione che consente di non capire, non fino in fondo, ciò che si ha di fronte. Perché “viverlo” e riconoscerne contemporaneamente la portata diventerebbe un peso insostenibile per qualsiasi autocoscienza. O si subiscono le circostanze, e si evita di capire che ciò che accade stia accadendo per davvero, oppure in altro tempo si ricorda. La sincronia è piuttosto l’immane compito dei testimoni i quali, non a caso, ne vengono sovente schiacciati. Come Primo Levi che visse un presente dilatato all’infinito di ciò che aveva veduto in Polonia, non trovando mai la pace. Nemmeno lanciandosi nella tromba delle scale della sua amata Torino.

Si chiude il cielo d’asfalto di Mauthausen sotto il quale aspersero il sangue 122.000 innocenti. La staffa di una bandiera si dimena con questo vento fradicio, e sbatte afona sul palo metallico di sostegno. Nessuno l’ascolta. Dai muri, dai gradini, dalle mattonelle rosse dei forni crematori, dai graffi impressi nella parete interna delle camere a gas, sgorga un grido. Un grido di sasso, l’unico linguaggio della memoria. Un vecchio dai capelli bianchissimi si aggira spaesato tra le vecchie baracche. Indossa una camicia disadorna a righe verticali, il codice a barre della violenza. Gli occhi sembrano due zaffiri spenti. La bandana recita un paradossale “peace”, che quasi stona al collo di uno che avrebbe tutto il diritto di condurre una guerra perenne. Il diritto di odiare. Solo “Pace”. I zaffiri ogni tanto lanciano lampi segreti. Ma lo devi guardare in faccia, e ascoltare le sue rughe per accorgerti.

A Gusen un uomo ha comprato- in saldo- il lotto dove giaceva l’ingresso del lager: “In fondo”, deve avere pensato, “non è nemmeno brutto…”, perciò aggiungi un arco qui, cambia gli infissi là, non ha neanche buttato giù l’edificio precedente prima di edificare la propria lussuosa abitazione, limitandosi a una cosmesi esterna. Una BMW, parcheggiata di sedere, ringhia coi quattro fari nel vialetto a quanti si avvicinano troppo ai nervi della memoria occultata. In giardino c’è anche uno schiacciasassi, a figurare quanti strati di realtà abbia dovuto stritolare chi abita in un luogo così. Ma in questo ordine di grandezze nessuna cautela può rivelarsi sufficiente, nessun Cerbero meccanico abbastanza guardingo, perché sono i luoghi stessi a ricordare, e non si limitano a esserne presaghi. Come la veranda da cui il comandante Ziereis insegnava al figlio undicenne a sparare sui deportati, quasi fossero orsi del tirassegno. Quel padre sorridente, che indica al bambino come allineare occhio/ mirino/ tunica a righe, compie un abuso così truce nei confronti della vittima, del bambino stesso e persino di ciò che resta della propria umanità, da costringere la terra stessa a partecipare a un atto cui non può essere consenziente. Lì dove avvenne uno stupro senza fine cala una scure da dove una volta c’era il cielo, e rimane una piaga talmente profonda da scendere nei recessi più intimi delle cose. Il dolore, spiegano gli psicologi, ha una scala di misurazione soggettiva, tale da non valere mai sempre, e certo non per tutti. E hanno ragione. Ma il dolore che viene scagliato nel cielo plumbeo di Mauthausen è “talmente tanto” che è come se la realtà stessa si contorcesse, trascendendo ogni scala di rilevazione, producendo un ultrasuono lungo quanto la storia, in grado di far esplodere i lampadari dei ben pensanti di tutte le epoche, appannando gli occhiali dei teorici di ogni tempo. Talmente tanto da far diventare lo spazio che si apre dietro alla Porta Mongola “sacro”, perché in quel luogo si commise tanto un sacrificio quanto un sacrilegio.

Come una dolce pianura dove un terremoto viene a lacerare la terra, e crea una voragine; un dislivello che manterrà per sempre separati i due piani della realtà: la memoria e la rimozione, l’ineffabile e il temporale, l’assoluto e la banalità descritta da Hannah Arendt, l’altare della sofferenza e la profanità di tutto il resto. I luoghi della memoria sorgono sulle cicatrici, come paradossali tentativi di saldare l’inconciliabile.

Nel 1941 Heinrich Himmler in visita al campo afferrò un cronometro, e ordinò che un deportato prendesse in grembo una pesante pietra della cava, e si mettesse a correre fino al sopraggiungere della morte per sfinimento. Quando la giugulare stabilì che la vita si fosse allontanata dalla desolazione di pietra, si compiacque per l’ottimo risultato. Un esperimento riuscito.

Il vice comandante Georg Bachmayer, quando si annoiava spediva i suoi mastini a sbranare un prigioniero, conferendogli la speciale onorificenza del “bacio dei cani”.

Mauthausen giace pigra sul dolce pendio delle ordinate colline austriache, così graziosa che molti novelli sposi vengono a farsi fotografare qui davanti; ma sotto il tappeto verde, lì vicino al cuore della terra, scorre inesorabile e occulta una emorragia di lava, un cratere di dolore, che non si spegnerà mai più.

Qui vengono ogni anno migliaia di persone, vecchi con  occhi nei quali si apre il panorama cupo della memoria, e giovani col sorriso di alabastro, per promettere a se stessi di non cadere nell’abisso appena scoperchiato. E lanciano un fiore nel buio onnivoro. Un fiore che, anche se per un solo istante, lenisce le ferite e copre tutto l’orrore. C’è stato un passato in cui la mostruosità sembrò normale. E c’è un presente che pretende che quel passato sia, proprio a causa della sua malformazione, relegato nella teca delle cose impossibili. Fare memoria significa camminare sulla cerniera che tiene insieme questo ossimoro, prendersi cura delle gengive sventrate della propria storia. È la prosecuzione ideale del lavoro di quanti, settanta anni fa, constatarono che l’abominio era possibile ma non sarebbe mai stato normale. Molti tra essi pagarono con la vita per avere tenuto tesi i quattro lembi del lenzuolo su cui si regge il mondo e che, se avesse ceduto, lo avrebbe fatto rotolare in un dirupo della barbarie che nessun armistizio avrebbe fatto cessare.

Sopra di noi un cielo di sasso non smette ancora di piangere. Piange lacrime di granito. A Mauthausen.

Ma, ora so, che qualcuno le raccoglierà.

Era mio Padre

(da “Il giorno in cui mia madre distrusse l’Universo”)

Ma non sarebbe stato utile ad alcunché, perché si accorse che nessuna spiegazione sarebbe stata in grado di prefigurare il vuoto in cui si trovò a galleggiare, come una foglia di magnolia, di quelle che industriosamente suo padre assemblava in modo tale che ad una superficie concava si incastrasse una velatura di platano, ottenendo una rudimentale imbarcazione, che fluttuava tenace e disperata nella enorme fontana circolare di alcuni sabati autunnali della sua infanzia. Galleggiava in modo sorprendente tra i gorghi che, un soffio di d’acqua sparato verso l’alto, produceva in una sorta di tempesta senza requie. Accanto a lui altri bambini e altri padri, in procinto a varare nel battistero della complicità, natanti radiocomandati che al cospetto delle figlie della magnolia cui era legata la sua sorte, parevano transatlantici o baleniere, pronti a spezzare qualsiasi incantesimo avesse tentato di impedire le 100 traversate che compivano in un pomeriggio. Ma non gli era mai importato. Anzi, proprio quel confronto lo faceva sentire orgoglioso di come il padre non si fosse limitato a estrarre il contante davanti alla commessa annoiata di un grande magazzino. Quella navigazione era proprio come percepiva la sua esistenza: precaria!, in attesa che il natante giungesse nel campo gravitazionale del geyser e che dopo molto tentativi a vuoto riuscisse di spedire le foglie a sfaldarsi nel gelido Valhalla sul fondo della fontana. Eppure non gli dispiaceva assecondare quel Destino, per quanto tragico. Perché su quella imbarcazione c’era lui, e c’era stato suo padre, e insieme prima della inevitabile resa, avevano affrontato i marosi, sperimentando fino oltre quale limite di sopportazione si potevano spingere in quel sodalizio irrinunciabile. “Libeccio”, “Katyusha”, “Ghibli”… i bambini che potevano giostrare in quell’opale di indefinita possibilità le proprie navi viziate che avevano soltanto i nomi a evocare distanze, spingevano annoiati i pollici sul cilindretto metallico a far gorgogliare il motorino afono, così separato per cimentarsi nelle sfide che aveva intercettato lui. E si sentiva così anacronisticamente orgoglioso. Suo padre allora lo guardava con la caratteristica espressione nella quale si mescolava una trepidazione incolore e una vivida partecipazione distante ai suoi vissuti. Distanza sì. Ecco cosa ricordava di suo padre. Una distanza non voluta, ancorché una effigie ineludibile di quella relazione. Era come se suo padre fosse una presenza enorme nella sua vita, cui però era riuscita soltanto una parziale fusione, e per il resto lo avesse dovuto guardare attraverso un prisma, gelido e deformante. Come quella volta che andarono nella piscina più caotica della città, dove c’era una vasca con un lastrone di vetro, dal quale si potevano vedere le persone che si tuffavano o quelle che si immergevano. Il futuro signor Uguale era affascinato e terrorizzato per quelle figure la cui pelle si pigmentava di azzurro una volta che avevano abbandonato le confortanti certezze dell’ossigeno, e i cui corpi gli si dilatavano o accartocciavano davanti. Particolarmente impressionanti per il fanciullo erano poi gli occhi, che i più ardimentosi si sforzavano tenere aperti nonostante il gioco della pressione e la brutalità del cloro, ancorché le venuzze si irroravano all’istante di un eccesso di sangue, e quei volti che si pretendevano divertenti diventavano delle maschere di morte. Una volta anche suo padre gli aveva detto di aspettare lì, e che l’avrebbe salutato. Poi era salito dalla rampa di scale di cemento ruvido e non l’aveva veduto per una manciata interminabile di secondi. Poi, ecco, una tromba d’aria di minuscole bollicine annunciarne il tuffo, e subito dopo papà impacciato si agganciava con un piede- il piede di un uomo mite- alla protuberanza della finestrella e si issava fino a incontrare il suo volto. Il bambino non aveva paura, e l’uomo coi capelli mossi come la fiamma di un accendino scarico, gli sorrideva e gli domandava perdono, perché per tutta la vita non avrebbe potuto guardarlo se non attraverso un vetro. Non sarebbe mai stato capace di spezzare l’incantesimo, e non avrebbe mai rovesciato i metri e metri cubi della propria incompiutezza addosso a quel figlio. Così amato. Così distante.

La mancanza

Viviamo di mancanza. Quantifichiamo la consistenza magmatica del nostro esistere polarizzandola su un punto fermo, un’isola, una terra solida che emerge tra le onde. In fondo sapere chi, o cosa, ci manca, ci consente di tenere fermo cosa siamo. E questo ci permette di stabilire un postulato che si auto invera, paradossalmente persino quando viene confutato, ovvero che “non” dovremmo essere mancanti. Ci focalizziamo su un volto, un tempo che è stato, una stagione della vita, una condizione preesistente, dove fummo più felici di quanto non si è. E se felici non si può essere, si apre la stagione infinita delle recriminazioni. Divoriamo porzioni del mondo alla ricerca di un pieno che tuttavia non potrà riempire mai il vuoto – poiché le sue radici non sono “fuori” –, in una bulimia autoalimentante, che se non ci risarcisce mai, ci restituisce la “solidità” della convinzione che di solidità si dovrebbe vivere. Il dolore della mancanza è il contrassegno che sigilla pacchi polverosi in magazzini che nessuno visiterà mai. Non ci verranno mai recapitati, eppure pare sufficiente la convinzione che, sotto la fuliggine, ci sia scritto il nostro nome. Questo semplice (e presuntuoso) sospetto, tuttavia, sembra farci sentire paradossalmente appagati. Pieni di vuoto. Ma forse non è realmente così. Magari la mancanza non è la congiuntura straordinaria nella quale ascrivere i nostri vissuti, ma la condizione autentica di tutti gli altri. Prenderne coscienza non è semplice. Affatto. Siamo esseri sincronici, la diacronia è un equivoco. E’ una prassi oscena quella di sezionare l’esistenza in tempi chiusi, camere stagne comunicanti tra loro solo attraverso il canale perverso della perdita. Perché non è vero che perdiamo solo le cose eccezionali che un tempo ci fecero lieti, ma le perdiamo tutte, in un gomitolo che si dipana senza posa. Non erano straordinarie solo le cose la cui mancanza tiene aperte le nostre ferite, ma lo erano e lo sono tutte. E’ troppo semplice, e molto comodo, convincersi di essere mancanti solo di quella eccezionalità che ci vide un giorno protagonisti, finanche si fosse costretti a un’attualità da subalterni. Poiché a mancare invece è tutto. Non saperlo un fraintendimento.

L’Universo è fatto di corpi gassosi, che si allontanano gli uni dagli altri a una velocità umanamente non concepibile, le cui estreme propaggini si solidificano un istante soltanto, e noi chiamiamo quel pallore “realtà”. Di solido non c’è nulla, eccetto la tracotanza di considerarlo tale. Quando si comprende che l’unica sostanza è il flusso medesimo si perdono le ultime guarnizioni, con le quali avevamo congelato l’ineffabilità del passato, la condanna del futuro e la transitorietà del presente, ricostituendo un movimento solo, la transumanza di stagioni le cui differenze altro non sono che pieghe e sporgenze nell’unico velo di Maia. Occorre cambiare, e lasciare che cambino persino i nostri cosiddetti punti fermi. Oppure che esse siano postulate, quanto alla propria fissità, solo dalla volontà, o dalla necessità del postulante. Bisogna che il bruco diventi, un poco per volta, farfalla. Sapendo però che sia la trasformazione medesima l’autentica natura delle cose.

Non è semplice cambiare. Forse la più difficile delle cose. Tuttavia è relativamente semplice comprendere quando, con il vento a favore oppure ostacolato in ogni modo, il cambiamento sia iniziato. Esiste infatti una cartina tornasole della sua attivazione, ed è da che un tempo si provava nostalgia per una cosa, ora la mancanza si invera, e a lasciarci ammaccati sia la perdita di qualsiasi altra. Come un viaggiatore, dapprima annoiato, che a un tratto viene calamitato dai fuggevoli paesaggi fuori dal finestrino. Tutti sconosciuti, e una volta inerti, ora vengono accesi dal tramonto di una inspiegabile nostalgia. Permangono un solo istante sulla tavolozza del vetro, e sono lì a chiamarci a un ignoto appello, per poi varcare la soglia. E non sono più. Non saranno mai più. Né per questo li potremo dimenticare.

 

quel giorno

Ti stringerò

Come non avessi mai smesso di farlo

Ti proteggerò

Perché ti aspetti questo da me

Ti addormenterai

Sul mio petto

Poggerai la testa

Sotto la mia ascella

E ti dimenticherai

(ci dimenticheremo)

Di quando fummo distanti

Mi perdonerai

(ti perdonerò)

Di quanto fummo meschini

Mi placherò dietro la tenda

Dei tuoi capelli ondeggianti

Mi ristorerò

Nella greppia rigogliosa del tuo seno

Mi nasconderò

Dietro la tettoia del tuo sguardo severo

Mi affiderò

(ti affiderai)

Alle bave dell’alba che ci sorprenderà abbracciati

Conterò i mesi

(conterai gli istanti)

Con le stalagmiti della tua presenza

Le stalattiti della mia attesa

Poiché se anche io mai sono

Un giorno, quel giorno, saremo

Parigi, una controriflessione

Davanti agli attentati di Parigi e Bamako, ho taciuto. Non è sempre stato facile, poiché i grandi avvenimenti suscitano – persino in me – forti emozioni, e le forti emozioni portano quasi inevitabilmente alla assertività. Meno frequentemente alla lucidità. Molteplici le tentazioni di imbrattare le pagine dei social con le mie ridondanti opinioni. Sarebbe stato facile, tralasciando il dettaglio di non poco conto della mia crassa ignoranza in materia. Non sono edotto sugli scenari di politica internazionale, non conosco le implicazioni della questione palestinese dalla nota Balfour in poi, e non so nulla delle relazioni tra ISIS e Al-Qaeda, ma per fortuna non sono sufficientemente arrogante da pensare che una breve ricerca su Google sarebbe in grado di colmare questa lacuna. I rischi di fraintendimenti e le mistificazioni sono ovunque, e si nascondono proprio dove i più detengono i capisaldi delle proprie statuarie convinzioni. Tuttavia sembra che il mio esempio, mai così buono, non abbia lasciato un segno particolarmente indelebile, e la strada della prudenza sia stata imboccata molto raramente.

Dopo il silenzio breve e attonito, quasi fisiologico – un silenzio doveroso e non solo come segno di rispetto, ma proprio perché è la condizione per ascoltare anche le voci più flebili di ciò che accade, tanto fuori quando dentro –, durato si e no qualche ora, giornali e frequentatori dei social, si sono scagliati nella crociata della banalità, a perorare con maggior convinzione esattamente la causa che appoggiavano un istante prima che i colpi venissero sparati. Ancora le ambulanze spiegavano le sirene, che già sui media proliferavano, come macchie del morbillo, saccenti spiegazioni sulle “vere” responsabilità, con tutta l’improvvisazione del caso, se non altro per le tempistiche adottate. Non arrivo a dire che questo fosse “il vero scopo dei terroristi”, ritengo però che sia stata una ulteriore mancanza di rispetto per le vittime poiché, considerando la sostanziale impermeabilità a quello che accade, la realtà è diventata solo un pretesto. I filo palestinesi a dar la colpa a Israele, i filo israeliani ad Hamas, i leghisti che ce l’avevano coi migranti e Giulietto Chiesa (tanto per fare un nome) a buttare la croce sulle spalle dei servizi segreti francesi. Il linguaggio massimalista, dovunque scaturisca, denota una povertà morale e una pochezza intellettuale.

Tornano in mente le illuminanti parole, riferite agli scenari post 11 settembre, del filosofo Alain Finkielkraut:

“Questo stupore carico di orrore non è durato però, almeno in Francia, che qualche giorno, una settimana al massimo. Molto in fretta ho avuto l’impressione che la realtà non fosse più riportata per ciò che era.”

E invece ci siamo ricascati. Ci affrettiamo a istituire minuti di silenzio, quando piuttosto occorrerebbero giorni, settimane e forse mesi nei quali abbassare il volume, elaborare i lutti, lasciare risuonare interiormente le sensazioni, rendere prudente il linguaggio e consapevoli le riflessioni, preferendo invece riempire lo scatolone del tempo delle stesse becere idiosincrasie cui lo avevamo farcito in precedenza. Si parla subito, si parla troppo e a sproposito. E il più di volte si dicono sciocchezze inenarrabili. L’accelerazione dei media, la sovrabbondanza di argomentazioni stantie, l’inversione delle colpe e “certezze granitiche”, immuni a ogni forma di autocritica non sono tuttavia prerogative soltanto di una gretta precomprensione ideologica, ma anche – come mi hanno insegnato le letture di Luigi Zoja – sintomi del modo che ha la paranoia di entrare nelle cose della polis. La paranoia, il lucido delirio, la “patologia delle opinioni” che non si limita a rendere solide le, pur legittime, convinzioni ideologiche, ma arriva ad esasperarle fino a trovare un nemico totale per ogni tipo di circostanza.

Come per tutte le patologie psichiche se si vuole individuare la motivazione recondita non bisogna cercarla nella plasticità dei sillogismi – in questa prospettiva la coerenza infatti vale come difetto –, ma nelle invisibili economie dell’inconscio dei popoli. E anche per entrare in questo campo continuo a sentirmi sguarnito dei necessari arnesi. Tuttavia vorrei sottolineare, tra i tanti, uno dei principali difetti di tale modo di approcciare la questione. Dopo gli attentati di venerdì 13 Libero ha vomitato un titolo, “Bastardi islamici”, pronto a titillare le peggiori visceralità dei lettori, scatenando allo stesso tempo reazioni e controreazioni su un tema dove continuiamo a divederci da più di un decennio. Siamo oppure o no alle prese con uno scontro di civiltà? A questo tema seguono poi una serie di corollari: chi spara addosso a giovani inermi ad un concerto, lo può fare oppure o no nel nome di Allah? E noi dobbiamo oppure o no brandire la croce per respingere i nemici che, dopo la battaglia di Lepanto, continuano a essere gli stessi? Ancora, quanta parte della storia del terrorismo mediorientale si può attribuire a quel mare magnum che indichiamo come “distribuzione iniqua delle ricchezze planetarie”? E’ infine vero che i morti occidentali continuano a pesare molto di più di quelli delle aree più povere – e meno mediaticamente appetibili – del mondo? Ovviamente se pensassi di avere la risposta a una o tutte queste domande non farei altro che alzare di un centimetro il muretto di quelli che mi propongo di criticare. Nemmeno relativamente all’ultima domanda, che sembra la più scontata e rigonfia di retorica, perché se ho imparato qualcosa dalla psicanalisi è che per capire meglio le cose occorre spostare l’attenzione da queste ai processi con cui le si è fatte entrare. Per arrivare alla radice del problema, non si può non attenzionare il “come” queste sono diventate rilevanti. Al di fuori di un simile lavoro il rischio di continuare a gettare all’infinito carbone  nella fornace della propria paranoia è altissimo. Quella di diventare spietati terroristi della parola, inverando la profezia di Baudelaire per cui “il giornale trasuda delitto”, è purtroppo una certezza. In tutte le disamine ho notato un difetto, perché primariamente – qui in senso cronologico, non assiologico – lo scontro di civiltà non è un tema geopolitico, ma psicologico. Il senso di invasione, di allergia alla diversità, di timore che sin dalle remote propaggini della nostra infanzia “l’uomo nero” continua a incutere, la pseudo speciazione che rifocilla i movimenti di destra, moderata ed estrema, attiene alle paure più profonde e non al razzismo di De Gobineau. Quindi affermare che i “terroristi” siano un fatto privato, mentre l’Islam in quanto tale sarebbe un collettivo che nulla ha da spartire con quelli, è una spiegazione miope. La nostra mente attinge infatti dall’individuale quanto dal collettivo. Non esistono fenomeni socialmente rilevanti che si possano addossare a una di queste prospettive senza coinvolgere l’altra. Il farlo conduce a uno strabismo ideologico nel migliore dei casi, se non a una vera scissione psicotica in quello peggiore. Esiste una parentela tra (questo) terrorismo e Islam, sebbene lascio agli studiosi delle Sure del Corano e a quelli dei flussi migratori l’individuazione, come ne esiste uno tra il cristianesimo e le Crociate, uno tra l’Italia e il fascismo e un altro tra la Germania e il nazismo. Persino gli stereotipi hanno almeno un aspetto verace, che determina quasi sempre le forme di approccio collettivo. Arrivo a dire che esisterebbero sul piano psichico persino quando non sussistessero su alcun piano storico, così come le responsabilità collettive (quelle delle faide familiari per fare un esempio) lasciano segni profondi nell’inconscio degli individui. Non si tratta di sovrapporre i fenomeni, stabilire identificazioni tout-court e aprire così quelli che si chiamano, non a torto, “processi sommari”. Ma non è corretto l’atteggiamento opposto, che finisce per imbastire “assoluzioni a prescindere” antistoriche, facendosi sfuggire quanto articolati possano essere i fenomeni. Dando luogo inoltre a macroscopiche difformità nei giudizi, poiché chi si ostina a sguainare la spada per evitare quelle sovrapposizioni, non dispensa a praticarne altre o inventarne di nuove. Non è raro il caso di chi rifiuta – legittimamente – il linguaggio del titolo di Libero, però poi indica gli americani, gli israeliani o i francesi come i “veri” colpevoli. Difendendosi (troppo) da una idiosincrasia, si finisce spesso per ricadere in altre. Se si vogliono comprendere i fenomeni occorre abbandonare il pericoloso sentiero della paranoia (o delle paranoie dovremmo dire) e avventurarsi nell’imprevedibile territorio della complessità. E’ un lavoro necessario e salutare. Speriamo di riuscire a gettare sul tavolo verde fiche migliori di queste prima che la pallina smetta di carambolare.

Come un passo

Un ultimo passo
Un passo leggero, come di fata,
E tutto è compiuto
Quando te ne sarai andata
 
Sotto palpebre di cielo
Ho lacrime di cenere da versare
Che asciugano la terra
Inaridiscono il mare
 
Dimentica il mio volto
Scorda la voce sussurrata
Ma non mi impedirai di volere
[con tutto il me di me stesso]
Che tu ci sia stata
 
Non è pronto ad avere
Chi teme troppo il lasciare
Sbatte la neve sul cuore
Di chi volle la luce legare
 
Accarezzai il tuo venire
Riempio i polmoni del tuo andare
Pur se pagherò ogni giorno l’immane
[leggero dazio]
D’averti potuto amare

PORTERO’ I FIORI

Porterò i fiori
Dove nacque il mio amore
Ghirlande di fiori di pesco
E ciliegio
Dove giacemmo e i respiri
Si fecero nubi
Dove gli abbracci si fecero ali

Porterò il giglio
Dove il vento nascose le parole
E dove la luna
Parlò a Dio di Te
E di Me
Dove il fuscello
Divenne foresta
A celare questo amore

Porterò i giacinti
Dove seppi che
Ti sarei appartenuto, io sì
Per sempre
E per sempre
Il torrente promise
Che mi avrebbe lambito
Le caviglie
Mentre il tempo si faceva Destino

Porterò fiori profumati di cielo
Dove la spada ci fece distanti
Porterò l’edera e il caprifoglio
Dove il ricordo si fece sangue
E dove le lacrime
Piovvero sugli amanti
Che piansero di Te
E di Me

Se puoi
Un giorno
Sii tu a portare
Un piccolo fiore
Bianco e fragile
Lì dove l’attesa, la mia
Si e fatta sasso.

Ti ricordi?

Ti ricordi?
Ci fu quel giorno. Il giorno in cui scesi dall’ascensore, volai sullo zerbino rosso- facendo uno di quei salti che mandavano su tutte le furie la signora Bellini-, scesi gli ultimi cinque gradini, aprii la porta dell’ingresso, uscii all’aperto, ed ero felice. Ero felice di ciò che ero e di ciò che avevo. O meglio… ero felice di avere quel che ero.
Ed ero quel che avevo perché avevo te.
Ti ricordi?
Ti ho telefonato, e tu eri in taxi, e non capivi la mia gioia contagiosa. Però mi dicesti che l’autista si era girato per capire cosa stesse gridando quell’invasato che parlava con te, e tu sorridevi “come una deficiente”, e non capivi, io non capivo. Parlavi con la mano sul microfono, e sei certamente arrossita. Sono sicuro che quell’uomo ebbe voglia di ridere. Dicevi che ero matto, e che non capivi il perché di quella euforia.
Ma capire la gioia non è come tentare di fermare le balene col retino delle farfalle? La mia gioia era la tua gioia. Tu eri la luce e io il vetro smerigliato che ne consente la diffusione.
Ti ricordi?
Salii sulla Subaru, era una giornata piena di sole. Volai da te, e tu mi aspettasti nel nostro bar di corso Buenos Aires; e mi parlavi, mi parlavi. Volevi che l’estate andassimo a Mykonos, che Roberta la tua amica ne era stata entusiasta. Parlavi, e io ascoltavo. Ma soprattutto ti guardavo, mai mi sarei perso il disegno che le tue labbra riempivano con il colore del loro suono.
Dicevi che il nostro incontro fosse stato il più importante della tua vita, che non avresti permesso a nulla e nessuno di contaminare un diamante tanto prezioso.
Ti ricordi?
Facemmo l’amore quel pomeriggio, e i tuoi occhi, Dio i tuoi occhi. I tuoi occhi. Tu eri il mio giardino senza spine, la casa di un soldato che ha visto troppe guerre poteva tornare. I tuoi occhi, sì.
A un tratto mi dicesti “ti amo.” Eri seria in quel momento. Tutti gli amanti si dicono cose così. Invece no. I tuoi occhi, la tua voce avevano una pastosità, una tonalità, una verità che non molti hanno potuto raccontare. E solo pochissimi hanno potuto ascoltare.
Ti ricordi?
Siamo andati a fare la spesa all’Esselunga e tu avevi quel modo buffo di metterti al centro delle corsie, di indicare gli scaffali con un dito dove pensavi avresti trovato la marmellata di agrumi, i fiori di zucca o una birra canadese. Avevi la lista la spesa scritta su un tovagliolo e non lo consultavi mai.
Sorridesti a quella signora che non riusciva a prendere la confezione del caffè più a buon mercato- che ovviamente viene posizionato dove solo i più determinati possono arrivare. Lei ti ringraziò, e tu le prendesti le mani tra le tue. Le sorridesti, sì. Lo sai che quella donna si ricorderà del tuo sorriso? Se ne ricorderà anche quando il barattolo del caffè sarà vuoto, e le dispiacerà doverne prendere un altro. E quando si aggirerà per gli scaffali troppo alti, appena prima di chiamare un commesso esausto ad aiutarla, si guarderà un ultima volta in giro, per vedere se…
Anche lei non può dimenticare.
Ti ricordi?
Dovevamo andare a trovare Carlo e Cinzia, e in autostrada ci sorprese la tempesta e ci fermammo sotto un ponte ad aspettare spiovesse. Sotto quel ponte incontrammo due signori anziani, una coppia, che avevano paura che la loro vecchia 127 si fermasse sotto l’acqua. Ci parlarono della loro vita, dei figli che andavano a trovarli la domenica, e dei nipoti dei quali ogni tanto confondevano i nomi. Si prendevano in giro bonariamente, ma dagli sguardi si capiva che non avessero sprecato la propria vita, perché si erano avuti e si sarebbero avuti ancora per i giorni che il destino avrebbe concesso loro. Le loro rughe erano la cartina topografica della saggezza, dove le montagne erano ciò che si erano donati a vicenda, le valli i luoghi dove si erano dati ristoro,e i fiumi il segreto di un tempo che non li avrebbe potuti separare.
Ti ricordi?
Salirono in macchina prima di noi, e quando se ne andarono scoppiasti a piangere improvvisamente come la tempesta che ci aveva fermato sotto quel ponte. E mi dicesti che non era giusto, no, non era giusto che uno dei due avrebbe un giorno perso l’altro. Io tacqui perché avrei detto solo una stupidata. Ti abbracciai. Non te lo dissi ma desiderai che quel qualcuno un giorno saresti potuta essere tu. Sono uno stronzo, lo so. Ma come avrei potuto vivere senza di te. Già… come avrei potuto. Come?
Dunque, ti ricordi?
Volevo dirti che quel giorno, quella tempesta, quel ponte, quel barattolo di caffè e la marmellata di agrumi, le valli e i fiumi sul volto di quegli anziani, la Subaru e quel tassista che tornando a casa ha detto alla moglie che aveva portato in giro una matta, poi però l’ha baciata sulle labbra come non faceva da molti mesi. Forse da anni.
Ecco quel giorno e i cento giorni prima e i cento giorni dopo, tutto questo è. Non dico che “è ancora lì”, perché nulla è uguale a se stesso neppure per un istante. Tutto decade, si trasforma e diventa un’altra cosa. Un oceano di gocce diverse. Eppure è. Tutto è finito in ciò che era, eppure è ancora.
Tutto ciò che è stato sarà.

L’Angelo

Fu in quel momento che accadde. Fu quando avvertì il corpo nudo dell’Angelo che lo abbracciava da dietro che avvenne. Fu in quel preciso momento che egli scoprì quale rumore facesse la felicità. Era un sibilo, eppure un fragore di montagne che venivano scaraventate in abissi senza fine, eppure era un suono soave come le carezze di un oceano sfinito che trovava infine il suo letto. E fu in quel momento che egli scoprì cosa fosse l’Amore. Era dunque questo ciò di cui parlavano i poeti? Alludevano a quell’istante i musicisti? In quel momento in cui l’Universo si spezzò in due, e le due metà cominciarono a rincorrersi, fuggendo e ritraendosi allo stesso tempo. Capì perché gli uomini e le donne di tutta la storia avessero desiderato vivere un solo istante come quello. E sentì perché quegli uomini e quelle donne ne fossero spaventati. Poiché come ricevette l’abbracciò intuì che come esso era iniziato, sarebbe finito. In quell’istante fuori dal tempo. E l’intera vita sua sarebbe stata spesa nel calibrare la distanza siderale fra sé e quell’abbraccio. Senti che anche l’Angelo aveva intuito la medesima cosa e indugiava a riaprire le braccia, nel tentativo inutile di protrarre ciò che lì, proprio lì e proprio in quel momento, sarebbe finito. Perché le galassie non lo avrebbero consentito. Se Dio avesse voluto che quell’abbraccio si protraesse, avrebbe solo dovuto portare i cancelli del Paradiso in quella stanza, tra la sedia bianca e il comò disadorno. Ma già due amanti erano stati cacciati da quel luogo, perché non vi poteva essere un Paradiso in Paradiso. Un Paradiso più profondo di quello dai cui alberi sgorgavano la vita e il tempo. Un abisso di fronte al quale Dio stesso era impallidito.
Sentiva il fiato leggero dell’Angelo soffiargli sulla spalla sinistra. Ebbe l’impressione che la guancia dell’Angelo fosse ora umida, e che le lacrime stessero scivolando lungo la sua schiena. Ma non poteva voltarsi, guardare l’Angelo in volto. Quel volto così puro, così conosciuto in ogni singola sporgenza, in ogni ciglia e in ogni ombra. Quel volto altresì tanto sconosciuto, che aveva portato nella sua anima una pace che non aveva nome. Non si voltò, perché un milione di stelle si sarebbero spente se avesse fatto solo un movimento. Lasciò che le lacrime gli colassero copiose addosso, e che come una sorgente divina mondassero la sua anima per avere osato tanto. Egli seppe, e lo seppe in quel momento, che ogni singolo giorno della sua vita quell’abbraccio gli sarebbe mancato come l’acqua manca al deserto, o come le nubi a un cielo vuoto. Seppe che nel momento in cui avrebbe lasciato questo mondo avrebbe ripensato a quell’abbraccio. E si sarebbe domandato se Dio sapesse abbracciare in quel modo. Un giorno sì, avrebbe restituito ciò che aveva cominciato ad esistere perché quell’istante si compisse. In quel momento, quando le braccia dell’Angelo si sciolsero.