Lettera a Roberto Cotroneo

Caro dottor Cotroneo,

ho letto la sua riflessione, pubblicata su Dagospia il 23 maggio scorso. E potrei non averla capita ma, se invece avessi compreso ciò che intende dire, le confesso di non condividere praticamente nulla. Eccetto, com’è ovvio, la parte sul narcisismo dilagante, che tuttavia è scontata e anche un po’ banalotta. E nessun territorio come l’ovvietà consente alle sementi di narciso di attecchire e di insinuare il proprio apparato radicale. Sì, dai, viviamo nella società liquida, ci rispecchiamo nei nostri profili social, senza trascenderci nell’Altro, preferiamo prossimità virtuali a distanze fisiche, e ci crogioliamo nella nostalgia delle mezze stagioni che, ahi noi, non esistono più. Dice che persino la psicanalisi davanti a questa società in trasformazione, pervicacemente egoica, ha mollato il colpo, perché la psicanalisi “guarisce”, e siccome il narcisismo è, appunto inguaribile, le terapie estenuanti e i costi proibitivi, la rendono l’orpello di un tempo dove le mezze stagioni, diversamente, regnavano incontrastate. Sarei tentato dal dire qualcosa sulla inguaribilità del narcisista, ma non è la cosa più importante; certo il narcisismo, che si può spingere fino a chine psicotiche, è una patologia più grave di quanto molti pensino, più radicale e che va a toccare meccanismi identitari come poche altre cose. Tuttavia si può curare. Ecco la parola che, incredibilmente, manca nel suo testo. Conosco molto psicanalisti e sono certo che nessuno di loro – nessuno – sottoscriverebbe l’affermazione che “gli anni di analisi guariscono”. Uno dei padri arcaici della psicanalisi è il centauro Chirone il quale, da immortale, viene colpito inavvertitamente dall’amico Eracle, con un dardo avvelenato. Egli non può morire, ma non può nemmeno guarire. Perciò impara a fare l’unica cosa ragionevole per chi sia costretto a vivere in una biforcazione tanto scomoda: impara a prendersi cura di sé. Il narcisista potrebbe, forse, essere inguaribile, ma la sua condanna a vivere d’una immagine riflessa – ché di questo si tratta – , ad adoperare coattivamente gli stessi meccanismi di sopravvivenza, a reincarnarsi costantemente nella propria proiezione sulla tela di carne dell’ultimo ospite della sua patologia, lo fa proprio perché è ferito. E gli è consentito prendersi cura della propria cicatrice, basta che lo voglia, e che sia disposto a pagarne il prezzo. Su una cosa ha ragione, o quasi: il costo dell’analisi è proibitivo. Tuttavia non in termini di incidenza nel budget familiare. Non solo quantomeno. Il primo, vero, immane costo che ognuno – io, lei, Narciso – deve affrontare, è quello psichico, e per decidere di vedere le rughe che si celano oltre il ritratto di Dorian Gray, occorre stabilire se conviene. Per questo ogni terapia è facoltativa, ma non inefficace. Talvolta ci si vede ma, appunto, occorre la variabile del tempo, anche e forse soprattutto nell’epoca degli scambi istantanei. Forse è altresì vero che alcuni modelli terapeutici siano in crisi, specie di fronte alle trasformazioni sociali in corso; tuttavia le crisi non decretano necessariamente, di nuovo, l’insuccesso, e richiedono invece ripensamenti. Perché di verità granitiche, resistenti alle forme del divenire, nella psicanalisi ce ne sono davvero poche. E l’unico modello che conta non è quello lacaniano, o junghiano, ma l’elmetto da minatore, con la lucina in fronte con cui un terapeuta accetta di scendere, col paziente, nei suoi abissi privati. Perché, Narciso oppure no, quegli abissi ci sono. È “la speleologia” che conta, non la validazione del tabù dell’incesto, o la teoria degli archetipi. Quanto alla sua conclusione, che ne so? Di certo non pare giustificata (neanche razionalmente, e non sembra un buon inizio prima di farsi cullare da mamma filosofia); non ho in realtà idea se discettare di noumeni, di entelechie e di ipostasi neoplatoniche possa rappresentare un antidoto al narcisismo in cui incocciamo ad ogni apertura di smartphone. Posso dire che ne dubito – e lo dico da filosofo pentito, abbastanza filosofo da prendere una laurea, è molto, molto pentito – perché l’eccessivo razionalismo più che non essere (mai stata) la soluzione, è piuttosto l’origine del problema. Almeno in parte. Una consistente porzione del Narciso di questo scorcio di millennio, lo si comprende alla luce delle scissioni e rimozioni adoperate dall’uomo che si concentrava sui prolegomeni, e delegittimava gli accadimenti interiori. In fondo anche Narciso è un sopravvissuto all’arroganza di chi, per troppo tempo, ha portato alla luce dinamiche a lui distanti. Non possiamo più di tanto biasimarlo.

Spero d’averle esposto il mio pensiero in modo rispettoso. Non lo fossi stato, le domando perdono. Buona vita, a lei e ai suoi affetti.

Claudio Mercandelli

Scritto di getto e non riletto.

Chapeau Monsieur Macron

Valter

Sono passati soltanto tre anni, ha scontato una (breve) pena ai domiciliari, ed è tornato libero, eclissandosi nell’anonimato. Si è assunto – dice – le proprie responsabilità, certo non potrà fare più l’insegnante, ma in una recente intervista al Corriere ha dichiarato d’essere un “uomo nuovo”, e che l’esperienza del carcere è stata per lui una liberazione.

Lui è Valter Giordano, assiso ai (dis)onori della cronaca, come il mostro di Saluzzo, il docente che si era portato a letto alcune studentesse minorenni. Chi scrive si è già occupato della questione (cfr. “Un elefante in cucina”), sottolineando che la levata di scudi cui, nell’anno del Signore 2014, aveva tenuto insieme voci e cori solitamente dissonanti, nutrendosi con una retorica eccessiva e soprattutto da un unico paradigma cui si soppesava tutta la vicenda. Eravamo stati provocati a farlo ascoltando una trasmissione radiofonica, dove una psicoterapeuta stigmatizzava l’abuso, e la propria certezza che le studentesse sedotte se ne sarebbero pentite per il resto della vita.

Addirittura?

Infine avevamo estrapolato una frase dell’editorialista del Washington Post, Betsy Karasik che, il 30 agosto dell’anno precedente, commentando un fatto di cronaca simile a quello di Saluzzo, si era sbilanciata dicendo che “il sesso tra studenti e insegnanti potrebbe non essere un crimine” e che l’isteria che si attiva durante questo tipo di circostanze serve meno a tutelare i minori di quanto non assolva piuttosto gli adulti dall’accusa di non averli protetti a sufficienza. Ovviamente eravamo d’accordo con la Karasik. L’eccesso di auto-indulgenza con cui gli adulti si affrettano a scagionarsi, la voglia di strappare lo scalpo di chiunque rompa il giocattolo, piuttosto finisce per creare i presupposti di un l’ergastolo psichico – a questo punto ben profetizzato dalla suddetta terapeuta – cui si condannano le vittime. Perché le vittime di un abuso, a prescindere dal livello di gravità, permangono nella propria condizione vittimografica finché banalmente non ne escono. E non ne possono uscire fintanto che l’ambiente circostante non consente loro di rileggere la propria vicenda in una prospettiva differente. Continuano a compiangersi nella propria vittimitudine a causa del contesto che, preoccupato di salvaguardare l’ineffabilità del paradigma, le inchioda a interpretare quel ruolo, ed esclusivamente quel ruolo. Non si trattava né tre anni fa, né oggi, di assolvere nessuno. La pena poteva tranquillamente essere più severa. Confessiamo anzi d’aver provato disagio nel leggere l’ex professore Giordano che, al Corriere, dichiara di “non dovere più niente a nessuno”, perché le responsabilità morali, i veri “debiti”, non coincidono con quelli processualmente accertati; e pertanto non sta a lui, ai suoi avvocati, o allo stesso giudice, l’assoluzione, ma certamente alle sue “vittime”.

E costoro potrebbero non perdonarlo mai, oppure averlo fatto già da tempo, oppure ancora potrebbero incontrarsi nuovamente e vedere altresì di provare ancora qualcosa di importante l’uno per l’altra. Difficile, ma non impossibile.

I ruoli non possono, e non devono, essere certificati una volta sola dall’immaginario collettivo in cui i soggetti si trovano, ma restano più fluidi e cangianti, specie in un’epoca dove sono davvero poche le cose a mantenere una forma solida.

L’Affaire Macron

A conforto della nostra tesi la constatazione che all’Eliseo solo poche settimane fa è andato a sedersi uno che, a ruoli invertiti, ha vissuto una situazione (per quel che ne sappiamo) non troppo differente dal professore di Saluzzo, tuttavia con esiti diametralmente opposti. Proprio così. Il quarto o quinto uomo più potente al mondo è legalmente coniugato con colei che, quando aveva ancora sedici anni, era la sua insegnante di francese. Emmanuel Macron, presidente neo eletto di Francia, classe 1977 ha una moglie nouvelle premiere dame che ha ben 24 primavere più di lui. Non solo. Quando i due si sono incontrati davanti alla cattedra – nel 1993 -, lei era sposata con un impiegato di banca, e aveva tre figli, il primo dei quali ha due anni più di Macron. Lui ha 41 anni e lei è già diventata nonna sette volte.

Ovviamente non sappiamo nulla della loro storia (eccetto che in prigione Brigitte Macron non c’è stata mai), né tantomeno gli aspetti pruriginosi, o quanto sia stata difficile da accettare tutta quanta la vicenda; non conosciamo quanto traumatico possa essere stato l’impatto per gli attori primari e quelli secondari di questa vicenda, tuttavia ogni persona che intorno a loro ha giurato e spergiurato che “non fosse possibile” una storia come loro, ha sostituito il potenziale abuso di una insegnante, con la certezza di un altro solo apparentemente meno grave, e il cui effettivo danno è stato arginato dalla ostinazione e dal coraggio con cui Emmanuel e Brigitte hanno portato avanti il proprio amore. Perché non era impossibile, come essi hanno certificato. Le cose sono andate in questo modo, punto e basta. E non c’è psicoterapeuta al mondo che possa presentarsi a Parigi per spiegar loro che sarebbero dovute andare diversamente.

Perché a un certo momento le persone il destino se lo scelgono, quale che sia il pensiero circostante.

Se ne dovranno fare una ragione, gli avversari politici, o i denigratori; quelli che dicono “potrebbe essere sua madre”, dimenticando che – al netto di tragici errori anagrafici – non lo sia. Un fronte che tiene insieme persone che, in teoria, dovrebbero attestarsi su fronti opposti, come l’ottantenne pluridivorziato Silvio Berlusconi, che è stato indagato per i suoi famosi festini “Bunga-Bunga”, dove non disdegnava la presenza di carne fresca, a prescindere dal compimento del diciottesimo anno di età, e l’adiposo alfiere della “famiglia naturale” Mario Adinolfi il quale, sopravvalutando le proprie mansioni, ha dedicato numerosi tweet contro la famiglia Macron.

Ebbene, considerata la statura morale e intellettuale di questi due personaggi, riteniamo che Monsieur Macron debba fregiarsi del sarcasmo riservatogli.

Di avere coraggio l’ha già dimostrato.

Perciò ci leviamo tanto di cappello. Chapeau Monsieur Macron, un uomo con gli attributi.

LA SCUOLA DELLE EMOZIONI

Un lunedì mattina qualsiasi. Mi sottopongo al rito di accompagnamento della seconda B al teatro, zero entusiasmo. Dico la verità, ne avrei fatto a meno. Se non occorresse un minimo di rotazione dei docenti, e se dopo una serie di atti mancati, non toccasse a me, mi sarei astenuto. Mi aspetto due ore di noia mortale, nemmeno ho guardato bene di cosa si tratti, “Fuori Misura”; che cos’è? Nella calca fuori dal teatro una ragazza mi anticipa che anche da quella parte della barricata governa la rassegnazione…

Cavolo! Ci sono persino i ragazzini delle medie, che puzzano di liquirizia da tre file di distanza. Prevedo, non appena abbasseranno le luci una gara di rutti e risatine.

Il regista, Claudio Intropido, sale sul palco e, nel brusio generale, presenta lo spettacolo. Insiste sulla necessità di porsi in una condizione d’ascolto, di spegnere i cellulari – lo spengo, pur malvolentieri – parla della scelta di fare uno spettacolo su Leopardi (ah ecco…) e promette ai ragazzi in platea, con una sicumera quasi fastidiosa, che non si annoieranno. Badabum! Mettiti in coda fratello, dalle mie parti appelli simili si sprecano da eoni: ti aspetto al varco!

Si abbassano le luci. Si va in scena.

La storia in breve, è quella di Andrea Roversi, giovane laureato in lettere – 110 lode -, vocazione da insegnante e CV da call center,  alle prese con un mese di supplenza. Prima lezione già cerchiata in rosso sul calendario, Giacomo Leopardi, appunto.

Lo spettacolo fila via, leggero e divertente, a scapito del pessimismo francobollato al personaggio – come dal pronostico di Intropido, e diversamente da quello dei gufi melanconici come me – coinvolgendo grandi e piccini. Gli applausi scrosciano sinceri, ci si commuove davanti alle disavventure del figlio di Monaldo e Adelaide, le sue speranze schiantate dalla spondilite anchilosante. L’unico attore, Andrea Robbiano (dire bravissimo è troppo poco!) trascina anche fisicamente il pubblico, anima gli oggetti di scena, crea compassione quando racconta delle vertebre del poeta che si accartocciano su se stesse, indignazione quando gli amori del poeta si schiantano contro il guardrail degli standard escludenti della società – quella di allora non meno di oggi -, poiché la sua anima giace in un corpo rattrappito.

“Fuori misura” è l’arco che si apre tra i 139 centimetri di Giacomino è l’Infinito, con cui si chiude il sipario. Subito dopo regista e attore si siedono sui gradini e rispondono alle domande dei ragazzi, che fioccano copiose.

Ne ho una anche io, ma mi sentirei un intruso, e forse non troverei risposta.

Questa tuttavia non è la recensione dello spettacolo. Ce ne sono in rete di eccellenti. E qui la domanda posso provare a farla.

Perché la scuola non è così? O magari – ma fa lo stesso – non lo è quasi mai? Già, perché dove accade che si parli “istituzionalmente” di Leopardi, Foscolo, Platone, delle Forze di Van der Waals e della tettonica a zolle, della meccanica dei quanti o della battaglia di Hastings, non ci si appassiona mai?

Eppure se accadesse sarebbe tutto più facile, da entrambe le sponde della cattedra. Apprendere è un movimento spontaneo e vantaggioso – chi impara una cosa, qualsiasi cosa, è una persona migliore rispetto a un istante prima – che solo la segregazione temporanea della scuola, gli atti coercitivi, e gli antagonismi ancestrali costringono a dimenticare. Non voglio tornare sull’obbligo scolastico, piuttosto vorrei soffermarmi su una prerogativa dell’intelligenza la cui drammatica trascuranza nelle nostre aule, rende i compiti da assolvere estremamente difficili, talvolta insostenibili. Nata dall’infelice connubio tra la ratio studiorum dei gesuiti – imparare le forme tralasciando i contenuti (un po’ come entrare in un ristorante per ordinare copie del menù) – è quella illuminista, asettica e indifferente, la scuola moderna non tiene mai da conto la prerogativa emozionale dell’intelligenza. Il contenuto delle nostre discipline non dovrebbe essere una trasmissione fredda e inerte, poiché nemmeno i docenti quando vi si approcciarono la prima volta, lo fecero per un vago “senso del dovere”, per prendere un bel voto, o per non rovinare la media universitaria. Quantomeno non sempre, e nemmeno soprattutto.

Jung distingue quattro “porte” attraverso le quali il mondo entra in contatto con Anima, ovvero Intuizione, Sensazione, Pensiero e Sentimento. Di queste solo le ultime due sono le facoltà che ci consentono di valutare ciò che compare alla finestra, sebbene in senso ancora più stretto solo il Sentimento è in grado di formulare un giudizio.

Provo a riformulare questo pensiero con le parole di Bruno Bettelheim:

“[…] il cuore e la ragione non devono più rimaner separati. Il lavoro e l’arte, la famiglia e la società non devono più svilupparsi ciascuno per conto proprio. Il cuore audace deve infondere nella ragione il suo calore vitale, e la ragione deve perdere la sua astratta simmetria per ammettere l’amore e le pulsazioni della vita. Non possiamo più contentarci di una vita in cui il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Il nostro cuore deve conoscere il mondo della ragione, e la ragione deve essere guidata da un cuore vigile.”, Bruno Bettelheim, Il cuore vigile

Ebbene l’astratta simmetria contro cui Bettelheim mette in guardia, il pensiero sillogizzante che aveva assistito con le mani in tasca agli eventi tragici del XX secolo (egli, psicanalista austriaco ebreo, fu internato a Dachau e Buchenwald, sfuggì appena in tempo allo sterminio), si direbbe sia ancora la colonna portante della didattica contemporanea.

Ogni volta che in un consiglio di classe aperto, una mamma conclude compiacente che i ragazzi dovrebbero “impegnarsi di più”, ma anche i docenti dovrebbero “stimolarli”, non so se trasalire o scoppiare in una risata isterica. Perché stimolare si addice agli intestini pigri, alla cagnara di Pavlov, o alle finte cavie umane di Milgram. La scuola non deve stimolare, perché sarebbe troppo poco, ma suscitare emozioni.

È persino un luogo comune piuttosto inflazionato, eppure la “didattica delle passioni” continua a essere un vuoto progettuale. Basterebbe riflettere un istante per capire qual è la direzione in cui investire in funzione del cosiddetto successo formativo. Persino i calciatori, professionisti adulti super allenati e strapagati, risentono nella qualità delle proprie performance del tipo di clima che li circonda – per esempio giocare in uno stadio amico piuttosto che in una bolgia ostile -, come si può immaginare che non ne risentano quindicenni la cui immaturità prima di ogni altra cosa è un diritto anagrafico?

L’intelligenza non si muove, come stolidamente si continua a pretendere, sugli assi cartesiani dell’evidenza o su quelli inerti della logica, ma su quelli nascosti della convenienza, del gusto e del piacere. Non si impara mai qualcosa in quanto “palese” o “dimostrato” (con la vistosa eccezione delle coercizioni le quali pure, tuttavia, risultano efficaci solo per un orizzonte temporale molto breve), ma solo perché il contenuto ignifugo della didattica, per qualsivoglia ragione, sorprendentemente, si accende e raggiunge le corde del cuore, e non (soltanto) quelle della mente.

La didattica tradizionale si regge su un presupposto antropologico clamorosamente sbagliato, già da tempo sconfessato dalla pur giovane disciplina psicanalitica, ovvero che le dinamiche dell’apprendimento possano funzionare a prescindere dal mood emotivo in cui vengono trasferite conoscenze e competenze. Le nostre aule, tanto si sono dimostrate efficaci a debellare l’analfabetismo delle conoscenze,  quanto hanno perseverato in quello emotivo, istituzionalizzandolo ed erigendolo a sistema. E così, in un clima parenetico e paternalistico, a scuola ci entriamo ogni giorno, avendo imparato assai presto a dissimulare le nostre emozioni. Risultato è che tutti, in questo stato di alessitimia, stanno peggio di come potrebbero: i ragazzi la cui permanenza negli istituti e cadenzata dal giogo dell’obbligo – e nulla più -, e i docenti che, nella torre d’avorio della propria autoreferenzialità, si sono abituati a che nessuno interferisca col proprio compito, né col biasimo, ma neanche con le gratificazioni che spesso meriterebbero. E però natura non facit saltus. Perciò gli appetiti, i legittimi bisogni, che non trovano un naturale appagamento sulla tavola imbandita, vengono agiti sotto il tappeto, attraverso forme di compensazione più opache; penso alle versioni recidivanti e autoimmuni della sindrome di Peter Pan che affligge tanti docenti, oppure quelli dotati di un qualche potere carismatico, che trasformano quotidianamente lo spazio davanti la lavagna di ardesia nel proprio palcoscenico privato. Questa mutilazione la paghiamo tutti; i ragazzi con pesanti dati di drop-out scolastico oppure la progressiva marginalizzazione dal fulcro educativo, gli adulti con la sottovalutata sindrome di burnout, con annessi cinismo, disillusione, assenteismo, e quant’altro. Ruoli differenti, e poteri differenti, cui tuttavia compete per un comune ironico scherzo del destino, di “uscire” insieme dalle meccaniche di una didattica che, se fosse differente, potrebbe vedere più persone soddisfatte.

E dunque torno alla mia domanda: perché una lezione su Leopardi difficilmente assomiglia a quella del prof. Roversi?

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Si dovrebbe dire “scritto a quattro mani”, ma non sarebbe corretto. Perché rispondendosi via SMS – in un’era antecedente ai vari whatsapp – di dita ne abbiamo usate molte di meno delle 10 canoniche. Ecco questo minuscolo racconto nato dallo scambio tra me e il mio carissimo amico e scrittore Stefano Biavaschi. La sua è la prima parte, la mia la seconda.

La bambina disse alla lumachina:
“Ciao bella lumachina. Perché te ne stai tutto il giorno nel guscio?”
“È la mia protezione. Le mie carni sono molto delicate. Ogni cosa può ferirmi.”
“Ma così non vedi nulla del mondo. Non puoi vivere sempre nella paura.”
“Lo so. Ma fa parte della mia natura muovermi con la mia casa.”
La bambina sorrise con tenerezza. Raccolse la lumaca e la pose delicatamente nella sua mano. La lumaca sentì il tepore di quella pelle morbida. Le piaceva sentirsi cullata da quella manina.
“Davvero non ti fideresti di me?- disse la bambina accarezzando delicatamente il guscio della lumaca, che avvertiva per la prima volta la dolcezza di un tocco così tenero- Eppure sarebbe così bello vederti tutta intera…”, aggiunse la bambina mugugnando graziosamente. La lumaca sentì di potersi fidare e scivolò lentamente fuori dal guscio. Fu il sorriso compassionevole della bambina a convincerla ad uscire tutta quanta.
Gli occhi la bambina divennero radiosi, e repentinamente fece uscire da dietro la schiena l’altra mano, che reggeva un lungo spillone col quale subito trafisse la carne della lumaca.
Ridendo felice corse veloce verso le sue amichette portando il suo trofeo e gridando: “Hei, guardate!”

Il dolore era lancinante, e più che lo spillo che le lacerava le carni era l’idea che la prima volta che si era fidata era stata tradita. E in quel modo. Mentre la bambina raggiungeva il gruppo con quel sinistro trofeo, osservò un attimo prima di perdere definitivamente le energie, gli occhi di chi l’aveva uccisa, e vi scorse per un istante, come una patina, quella dolcezza che l’aveva fatta esitare, e uscire dal guscio. E capì. Quella bambina prima  che carnefice era stata vittima, prima che predatrice era stata preda, ferita prima di ferire. Quella bambina un guscio forse non lo aveva mai avuto.
Intanto lo spillo era entrato così a fondo nelle viscere da farla scivolare fino a lambire col corpo le dita omicide. Sentì ancora quel contatto caldo e “buono”. Ne godette. In quel momento la bambina contrasse per un istante il volto, quasi avesse avuto un brivido.
La lumaca pensò: “No, non è stato solo un male uscire dal guscio.” Poi si contorse in una smorfia che sembrava un sorriso, e spirò.

Fate l’amore con il dolore

[In un forum ho risposto ad una domanda sul disturbo ossessivo compulsivo]

Non credo che si debba considerare il disturbo ossessivo compulsivo una patologia in strictu sensu. Intanto appartiene al mondo della nevrosi, e la nevrosi è un – ottimo peraltro – sistema difensivo della nostra psiche. Ovvero accettando l’idea della nostra psiche come un sistema (relativamente) chiuso, con quei meccanismi difensivi noi tuteliamo dall’ingresso nella nostra mente dall’incursione di contenuti, oggettivi e/o simbolici, che ci scompenserebbero. Magari portandoci verso i recessi più profondi e meno gestibili del nostro inconscio. In particolare la ripetizione ossessiva dei gesti. Non occorrono chissà quali studi e letture per capire che una delle cose più difficili da gestire siano le novità: un trasloco, una nuova situazione professionale, un cambiamento della situazione della salute, nuove frequentazioni. Tutte queste cose introducono un elemento di entropia nella nostra esistenza, e con questo portano elementi potentissimi di ansia. Perché noi abbiamo paura di ciò che non possiamo gestire. Quindi cerchiamo una risorsa nel conosciuto, nella ripetizione dei gesti, nel tornare all’antico e nella refrattarietà al nuovo.

La qual cosa porta a due considerazioni, se vogliamo, un pochino paradossali.

La prima è che siamo più o meno tutti nevrotici. La nevrosi, come tentativo di gestire- secondo principio della termodinamica docet- il disordine e la confusione di ciò che non si vorrebbe fare entrare nella nostra vita, è un sistema quasi perfetto. Un principio adattativo che consente di gestire al meglio l’ansia e i suoi sintomi. Posso fare un esempio serio? Due anni fa in una fermata della metropolitana di Città del Messico, uno squilibrato (parola interessantissima) si mise a sparare all’impazzata. Un paio di viaggiatori si avventarono su di lui, e mal gliene incolse. Il secondo in particolare ingaggiò una lotta per la sopravvivenza angosciante. Dopo tre colluttazioni però  ricevette un proiettile mortale. Una terza persona fece il gesto di lanciarsi anche lui in quella lotta, ma- le immagini sono incredibili- improvvisamente realizzò il terrore che quella circostanza comportava. E allora si fermò e si girò LENTAMENTE, allontanandosi dal luogo della lotta mortale.

Se egli si fosse messo a correre, la cosa avrebbe avuto un significato esplicito e razionale. Ma quella lentezza significa che egli non era semplicemente impegnato in una lotta di autoconservazione. Oppure… la autoconservazione fu su un livello diverso. Egli si difendeva non (solo) dai proiettili, ma dalla angoscia che quella circostanza potesse essere semplicemente accaduta. La priorità era la tutela della propria rappresentazione del mondo, un mondo dove inconsciamente una cosa come quella semplicemente NON doveva poter accadere. Da qui la apparente indifferenza, il “fare finta di niente”…

Lo facciamo sempre. Lo facciamo tutti. Ci difendiamo dalla angoscia. Perché se il mondo fosse troppo diverso dalla immagine ansiolitica alla quale ci foraggiamo tutte le mattina alzandoci e guardando fuori dalla finestra, allora i nostri vissuti ci porterebbero molto lontano. Troppo lontano. E troppo in profondità. Forse verso la psicosi.

E questo è il secondo corollario paradossale. Ché non solo siamo tutti sostanzialmente nevrotici attivi, ma siamo anche psicotici in sonno. Insomma… siamo più o meno tutti “pazzi” che però hanno trovato una energia di contenimento attiva che ci consente di “reggere” le sfide che la cara vecchia oggettività propone. La psiche, quella cosa per la quale noi possiamo dire “io”, è infatti una energia fluida e incandescente. Che ha una forma originaria, ma con una forte propensione adattativa a diventare ciò che meglio si adegua alle circostanze oggettive della vita. E’ una lava pronta ad assumere duttilmente la forma che meglio ci sgrava dalla angoscia. Una energia magmatica che proviene dal profondo- inconscio- pronta ad accogliere nevroticamente le forme che il contesto sociale le propone. La nostra psiche diventa “mano” se trova un guanto in amianto, e diventa “volto” se trova la maschera della aspettativa sociale delle persone che ci circondano. I genitori, la scuola, gli amici, i figli, i coniugi e chiunque profetizzi- in realtà assai arbitrariamente- su ciò che sia “normale” fare o vivere. “Non si fa così”, “Non ci si comporta in questo modo”, “Non ci si deve arrabbiare così tanto…”

Il contenimento, e la conseguente nevrosi, talvolta funzionano. Persino per una vita intera. Non sempre però. Per qualcuno la maschera e il guanto si lacerano, e non reggono alle pressioni del magma, il quale talvolta si riaccende persino dopo tanti anni di coercizioni attive. E la vita cambia. Talvolta enormemente. Il mondo sembra irriconoscibile, e noi diventiamo irriconoscibili per gli abitanti di quel mondo che fino poco prima ci aveva visto come solerti e devoti cittadini. Il più delle volte si rimane soli.

Ebbene, suggerisco che solo chi però vive questa esperienza di estraniamento, e di “disadattamento” che porta monsoni e sconvolgimenti prima inconcepibili sia realmente “libero”. Perché solo quando si accetta di essere ciò che si è, e non ciò che gli altri si aspettano noi si possa essere, si diventa autenticamente liberi. Il che ha un prezzo gravoso: il dolore, la solitudine, e l’avere visto ciò che se stessi nessuno vorrebbe mai vedere. Il guardare, magari per la prima volta, dentro la propria anima, e lì vedervi il vulcano.

Soprattutto la accettazione del dolore.

 

Caro Sindaco, se la prenda con qualcun altro..

Caro signor Giuseppe Sala, gentile “signor Sindaco” di Milano,

mi rendo conto di scriverle in un momento poco facile della sua carriera politica. Se può esserle in qualche modo di sollievo sappia che chi le scrive non ingrossa le fila dell’antipolitica, del “governo ladro” a prescindere; chi le scrive si indigna per davvero poche cose. Atteggiamenti questi che stanno facendo la fortuna politica di guitti e saltimbanchi che non godono della mia stima.

Non esistono “interlocutore indegni”, e per ogni cosa occorre buon senso e moderazione.

Tuttavia mi preme scriverle per esprimere il mio netto disappunto – moderato nei toni, ma pertinace nella sostanza -, per la proliferazione degli autovelox durante la sua amministrazione (congiunta a quella di Pisapia) e, più in generale, dell’atteggiamento vessatorio della Polizia Municipale di Milano. Faccio il mio esempio. Io sono uno sprawler, termine anglofono per addolcire la parola “pendolare”, ovvero una di quelle persone residenti fuori Milano e che ogni giorno devono sobbarcarsi una quantità importante di chilometri e ore di guida, non per colpa propria, né per l’amore feticistico delle 4 ruote, ma piuttosto per la scarsissima qualità dei trasporti interurbani. Sono altresì un automobilista educato, non corro sulle tangenziali scaricando il clacson sul malcapitato di turno, mi fermo quasi sempre alle strisce pedonali se vedo chiunque avvicinarsi, non aggredisco l’asfalto. Guido tranquillo ascoltando le mie playlist – via bluetooth ovviamente -. Sono in buona sostanza un automobilista noioso, che più facilmente si ritrova a essere superato che a superare un altra vettura. Godo da anni della miglior classe di bonus-malus perché non ho causato incidenti, né – ma qui vale la mia parola – ho rischiato di causarne.

Eppure mi sono visto recapitare dagli uffici della Polizia Municipale della città da Lei amministrata una cartella “cumulativa” di 1.220,00 Euro. Sì, ha letto proprio bene: sono quasi una mensilità di un insegnante.

Non sto a farle la cronistoria (anche perché è complicata da stabilire persino per gli uffici che mi hanno sanzionato). Si tratta di due multe, una pagata in ritardo (quindi non-non pagata), un’altra che non ricordo di avere ricevuto, e una terza che non so neanche io. Il punto è però solo parzialmente questo, e vi ritornerò più avanti. Le sanzioni – tutte! – sono per eccesso di velocità. Come fa un automobilista mansueto ad accollarsi così tante trasgressioni al codice della strada? Semplice: è sufficiente avventurarsi su una delle grandi arterie che dal capoluogo conducono nell’hinterland, e dimenticarsi, anche per un singolo istante, delle numerose trappole apposte lì dalla Sua amministrazione. Perché, glielo voglio rivelare, NESSUNO in città viaggia a 50 km/h. Neanche Lei. Neanche il vigile che ha messo la firma alla mia contravvenzione, o il postino che me l’ha recapitata. Chi dichiara il contrario è mendace. Insomma se si viaggia a 62 km/h su viale dei Missaglia, oppure sull’Alzaia Naviglio pavese, e non si procede a passo d’uomo facendosi strombazzare dall’inavveduto collega che non è stato adeguatamente informato degli infernali congegni, la multa arriva eccome. Ebbene, questo è IMMORALE. Perché chi viaggia a 62 km/h non sta facendo nulla di male, non sta commettendo un crimine, non sta mettendo a repentaglio la propria o l’altrui esistenza. E non è sufficiente! Perché i suddetti autovelox finiscono per creare una opaca disuguaglianza tra i guidatori più scaltri, che – ovviamente faccio un’ipotesi – con un’auto sportiva sfrecciano per la città, ma hanno l’oculatezza di tenere in auto uno di quei marchingegni che li avvisano del pericolo, e i poveri cristi che, andando a 62, non pensano di averne bisogno. Non dovrebbero averne bisogno. Se in più, come nel caso del sottoscritto, sono dei pessimi amministratori degli ammennicoli cartacei, che perdono e ritrovano anche i documenti più importanti con autolesionistica regolarità, i giochi si fanno ancora più pesanti, perché le inique sanzioni procedono di vita propria, si accrescono, e diventano appunto uno sproposito. Perché anche il meccanismo delle more, che procede con gelida determinazione a perseguire i meno scafati, è un’ulteriore oscenità.

Caro Sindaco, non so come si amministri una città,e non intendo insegnarlo a Lei. Ma se vuole colpire chi veramente fa del male, e rischia sulla pelle degli altri, stabilisca da subito che gli strumenti siano altri da questi. E se le casse del Comune languono, trovi un sistema più dignitoso di rimpinguarle.

Cordiali saluti.

Automobilista ferito.

Lettera ad un insegnante

Ma, caro M., perché quelle di Confindustria sarebbe una “intrusione indebita”? Te lo domando con la stima che non ti ho mai negato. Qualche anno fa ho avuta una breve, ed estemporanea, esperienza di giornalismo, e tra le varie cose di cui mi sono occupato c’era anche la scuola. Mi è capitato di interagire anche con Confindustria, e mi è parso di trovare un punto di osservazione molto “avanzato”; ad esempio vi ho trovato un osservatorio degli altri paesi estremamente istruttivo. Perché tu parli, con amarezza, della senescenza che avviluppa la scuola. Ma da dove viene, se non proprio dall’avere da eoni rifiutato ogni forma di confronto con ciò che le sta fuori, e persino – eccetto occasioni come queste – al proprio interno? Non sono ottimista. Non credo che il “brain storming” sia in grado, da solo, di salvare l’universo scolastico, ma la sua assenza congenita, ne decreta l’irreversibile morte cerebrale. Proprio nel luogo dove le menti dovrebbero spalancarsi.

Nel bellissimo film “The Wave, l’Onda”, efficace analisi delle dinamiche psicologiche che possono portare ai totalitarismi (ripresa dell’esperimento del californiano La Terza Onda, del 1967), viene inoltre descritta quella che dovrebbe essere la scuola tedesca, ritengo al di là di uno stereotipo filmico. E ogni volta che vedo una scuola con le “settimane a tema”, con gli studenti che si iscrivono autonomamente ai corsi, un plesso scolastico che vive anche il pomeriggio, la piscina e i tornei di pallanuoto, i corsi di teatro, nonché il giornalino con una redazione composta esclusivamente da ragazzi, ti confesso mi prende una invidia… Se qualcuno mi svelasse la ricetta per far diventare la scuola così, foss’anche dovere indossare tutti quanti una pettorina della Coca Cola, metterei la firma anche adesso.

Perché noi potremmo anche essere senescenti ma a farne le spese, ben oltre le nostre intenzioni o le eventuali negligenze, sono appunto i ragazzi.

Michel Foucault (se non provenisse da cotanto autore non mi permetterei mai di imboccare un argomento così spinoso), in Sorvegliare e Punire, descrive la filiazione della scuola moderna dal regime carcerario. Il paradigma che consente alla istituzione scolastica di funzionare, o perlomeno di restare in piedi, è da sempre quello dell’Obbligo scolastico. Esiste un immaginario, ancora largamente saccheggiato, che ne descrive la mission attraverso i mitologemi dei carusi, la ruota degli esposti, i minori costretti a lavorare nei campi, e della scuola che li sottrarrebbe magicamente a un destino fatalmente infelice. Poco importa che la società non sia più – per fortuna – quella di De Amicis e della piccola vedetta lombarda. Non interessa neppure che la sfida contro l’analfabetismo sia stata vinta da decenni.
La “segregazione temporanea” cui sottendono milioni di adolescenti nelle nostre aule tiene incandescente la caldaia di un’istituzione refrattaria a ogni forma di cambiamento, dove chi entra dal portone dei più piccoli si prepara a una carriera di piccole (e talvolta grandi) vessazioni, mentre chi vi entra dalla parte degli adulti non dovrà mai, eccetto che a se stessi, documentare la rettitudine della propria condotta.

Caro M., non sono uno sciocco, e poiché sto inoltrando questa mia articolata riflessione a te, e altre decine di insegnanti, so di poter urtare qualche sensibilità. E me ne dispiacerei, perché ti svelo un segreto: se c’è una ragione per cui negli anni ho mantenuto, come sede principale, il Bottoni – pur abitando distante – è non solo perché, genericamente, mi trovo bene, ma perché ho motivo di stimare gli insegnanti che vi ho trovato. La quantità di persone che vivono la propria professione con uno spirito di abnegazione ammirevole – non è una captatio benevolentiae – è molto elevata. Perciò la mia osservazione vale, se vale, per il sistema in quanto tale.

Noi ci aspettiamo che i nostri studenti si comportino educatamente, che rispettino le regole, tuttavia la premessa taciuta è che, se si trovano in quel luogo, non l’hanno potuto scegliere. E questa fa tutta la differenza del mondo. Da ciò discendono i comportamenti antagonistici, il risentimento, oppure – che forse è peggio – il profilo di quegli studenti esageratamente accondiscendenti che coincide mestamente con le descrizioni della sindrome di Stoccolma.

Ogni esperienza educativa dovrebbe nascere dall’incontro – non lo scontro – tra libertà, consensi non estorti, autorevolezze riconosciute e mai imposte dal risultato remoto di un concorso.

Dico una banalità: qual è la differenza tra una mensa scolastica e un ristorante? Nel secondo tendenzialmente si mangia bene (altrimenti gli avventori non tornano), nella prima invece tradizionalmente molto male, poiché lì gli avventori sono dei “reclusi”, e i cuochi hanno smesso da anni di voler sperimentare nuove ricette. Anche essi sono senescenti… Una volta ho intervistato Michele Carruba, un nutrizionista di caratura internazionale, a quel tempo presidente della famigerata Milano Ristorazioni. Mi fece un’ottima impressione. Descrisse la cura che aveva perché i bambini ogni giorno ricevessero cose sane, equilibrate, nutrizionalmente corrette, ecc. Tuttavia mentre parlava sentivo mancasse qualcosa. Poi improvvisamente (tardi, purtroppo, per l’intervista) mi balzò agli occhi una parola: il gusto! Anche quel valente nutrizionista dimenticava le papille dei fruitori del servizio. Non servono se una parte del “patto ristorativo” è costretta a mangiare qualsiasi cosa gli venga somministrata.

Caro M., non sono nessuno. Solo un insegnante di religione (ovvero un paria della scuola), piuttosto pigro e indolente, e le mie opinioni per fortuna non contano nulla. Non sono un politico, né tantomeno un opinion leader. Ma dal poco che sono ti confesso che se avessi il potere per rovesciare, anche un minimo, quella clessidra, lo userei. Se potessi stabilire che la scuola debba ruotare intorno agli studenti – non in modo simmetrico, ma la similitudine con il customer care, non mi scandalizza affatto -, e non alla certezza del posto degli adulti. Se potessi fare in modo di sollecitare uno spirito competitivo, tra insegnanti e insegnanti, scuole e scuole, istituti privati e statali (allarme spoiler: così come non mi riconosco nell’attualismo gentiliano, o nel credo di Evola, ciò che sto per dire non è una apologia della scuola privata/scuola cattolica dir si voglia. Sono in favore di una parità scolastica che muova, per quanto possibile, le acque stagnanti, inserendo i suddetti meccanismi competitivi. E se per ottenerla fosse necessario superare il tradizionale monopolio italiano delle scuole private cattoliche, firmerei all’istante la chiusura degli istituti dei gesuiti, carmelitane et similia).

Com’è possibile che un’istituzione depositaria di finalità educative lasci che l’eventuale insuccesso sulle spalle meno attrezzate per sostenerlo? Un po’ come se un ospedale registrasse un tasso di decessi anomalo, e si limitasse a scrollare le spalle, stabilendo che “la colpa” sia dei pazienti che non si sono attenuti a posologia e terapie.

Ecco il dramma, a mio avviso, della scuola: è una istituzione avviluppata su se stessa, una bestia ferita pronta a scattare contro chiunque allunghi la mano sulle sue piaghe. Sono venti anni che sento mormorare contro “i tagli alla scuola”, ma non ho mai sentito un dibattito serio su come quei soldi vengano investiti: il criterio è la proliferazione dei posti per gli adulti, o la sperimentazione di novità didattiche idonee a che nessuno finisca nella cloaca degli istituti professionali (dove ho visto cose raccapriccianti)? Nuovi fondi, che tutti auspichiamo, dove finirebbero: aumentare il numero di commessi per piano, oppure creare davvero una scuola “smart” in grado di intercettare bisogni più profondi?

Ci incazziamo perché prendiamo una miseria – non io, per carità. Ogni volta che mi notificano il versamento dello stipendio, avverto una fitta al costato -, ed è ovviamente vero. Ma per avere retribuzioni confacenti, forse si dovrebbe rivedere dalle fondamenta il criterio con cui sono state erogate, invece che confermare l’atavica resistenza a ogni cambiamento.

Ecco perché sono così favorevole alla digitalizzazione della didattica. Non solo perché potrebbe esserne implementata esponenzialmente – in un articolo devo avere scritto che ‘insegnare geografia senza Google Earth è come insegnare il nuoto senza una piscina’ – ma perché nel laghetto dove le cose non si muovono, anche scagliare un piccolo sasso può fare la differenza.

Caro M., concludo la mia sperequazione, sperando di non avere offeso né te, né qualcuno dei colleghi che autolesionisticamente si fossero avventurati in questa lettura, poi tornerò a indossare il mio low-profile che mi ha consentito finora di tirare a campare, ma ti segnalo che questo dibattito mi sta davvero a cuore.

Con rinnovata stima.

c.

Prima che venga la Neve

Prima che venga marzo,

quando le primule sollevano il capo,

e si slanciano verso il cuore di Dio.

Prima che Cielo si affolli

delle schiene di nubi,

e che la pioggia tiepida

ci sorprenda tra i campi.

Corriamo insieme,

nascondiamoci sotto la tettoia,

lasciamo che il cielo si scordi di noi,

mentre noi, noi no,

non ci dimenticheremo di lui.

Tu vieni, in fretta,

prima ancora che Primavera

ti aspetto laggiù

appoggiato al castagno,

le cui radici sono fonde,

più profonde della distanza,

più ostinate del tempo.

Quando verrai,

farai un passo,

e ricorderai.

 


Vieni, prima che gli aironi rossi,

scintille solenni,

dal canneto si sollevino

e scolpiscano il dolente corteo

nell’orizzonte mattone.

Ritorna, presto

prima che il sole cuocia le zolle riarse,

mentre il seme,

viene custodito nel grembo

[della terra sapiente,]

e attende sia Tempo,

che al germoglio sia dato il respiro,

e Vita concessa alla vita.

Vieni prima di Estate,

e mi troverai laggiù

sotto le vigne bruciate,

tra il profumo degli aranci,

e gli effluvi del pesco.

Quando arriverai,

farai un passo,

e saprai.

 


Ancora vieni,

prima che foglie cadranno,

calpestate e riverse

prima che il fango accarezzi

le cose, e il vento scompigli

le righe tra i campi.

Vieni, dunque

avanti l’autunno

quando il sole reclina,

e la guazza ricopre

i rami d’argento,

e la bruma si fonde

con il cielo d’amianto.

Ti aspetto là,

dove Tempesta si placa

sotto il frassino giallo.

Quando verrai,

farai un passo,

e piangerai.

 


Vieni, Amore

prima che venga la neve, e ricopra

col lenzuolo del tempo

ogni ciglia

ogni labbra che prega,

ogni lacrima asciuga

la pallida terra.

Vieni presto,

prima che inverno

congeli il ricordo

e ricopra col guanto di brina,

le mie vene celesti.

Vieni prima che sia

nuovamente l’Aurora.

Ti aspetto quassù,

da sempre

[per sempre]

sotto il cipresso,

Tu verrai,

farai un passo,

e perdonerai.

 

Da “Le forze di Van der Waals”

Ecco qual è – io credo – il dramma, il sopruso segreto di ogni famiglia, non essersi potuti scegliere, biascicare passi dentro al cortile della medesima prigione, calpestarsi reciprocamente nel nome di un bene sussistente nelle intenzioni e assai raramente nelle azioni. Tutti sequestratori e tutti sequestrati, senza capire perché. Si finisce per colorare le convivenze con le tinte della recriminazione, ammorbarle col tanfo del rimpianto. Non è la mancanza di amore, non in senso di assoluto. Talvolta si smette di amare, proprio perché le persone si lacerano tra la contraddizione del dovere e l’avvilimento del non poter non potere. L’amore, qualsiasi amore, richiede accessi differenti, percorsi segreti, sentieri pallidi accennati nel plenilunio, semafori imprevedibilmente verdi, cui nessun matrimonio, nessuna paternità o discendenza, consente di accedere per diritto naturale. Tanto meno ogni forma di coabitazione. Questa, anzi, nel migliore dei casi mette duramente a prova la vita del bocciolo, soffocandolo quasi sempre prima che diventi arbusto. La maggior parte delle famiglie che ho conosciuto nella mia vita era costituita da grovigli di libertà, attorcigliate come i fili elettrici intorno a una ciabatta, serrate nel bisogno, odiate a causa del bisogno.

Oh non intendo misconoscere l’utilità dei legami familiari. Servono eccome. Troppo. Riempiono buchi meno sostenibili dello spazio vuoto che si apre nella mancanza, voragini alla fine meno gestibili dello stucco con cui vengono imbottite. Vuoti di esistenza, di insignificanza, di rimpianto e dolore… Ma sono invariabilmente conteggi sanguinosi.

Quando la terra trema

La distinzione era fissata una volta per tutte. Immodificabile. Esiste il male morale – dal latino mores, comportamento – e quello metafisico, non imputabile a un agente umano. Primo anno di università – filosofia ovviamente -, primi passi, primi mattoni con cui edificare il proprio edificio speculativo, e dubbi (a discapito dei proclami) davvero pochi. Una cosa sono gli omicidi, le stragi, gli stupri, le azioni esecrabili, la manipolazione e la truffa, dove un colpevole lo si individua, un’altra sono quei processi che esulano dal controllo umano, e che quindi sono imprevedibili, imponderabili, e che se proprio si volesse trovare un imputato, i detective lo dovrebbero cercare tra gli operatori delle meccaniche celesti. I popoli cosiddetti pagani, quelli per intenderci che agli albori della civiltà sguazzavano al di fuori del bacino delle epifanie bibliche, non avevano riscontrato particolari problemi, stabilendo la natura ambivalente tra gli appartenenti al proprio stesso pantheon. Essi, proprio come gli elementi naturali al cui governo erano deputati, possedevano l’ambivalenza per cui un medesimo soggetto portava oggi messi rigogliose e domani alluvioni.

Noi no. Ovviamente no. La filosofia occidentale – qui intesa anche nella sua variante più prosaica – è figlia delle diverse alleanze poste dall’Unico Dio, buono e fedele, cementate sul piano speculativo dal matrimonio con la metafisica di Platone e Aristotele. Nella Genesi viene detto a chiare lettere. Ogni volta che il Pantocratore compie uno dei propri gesti, dedica un secondo momento, “riflessivo”, e si volta a valutare la portata di quanto compiuto. L’esito è sempre lo stesso:

E Dio vide che era cosa buona.” [Gn. 1-10]

Ogni cosa è intrinsecamente buona, per il fatto stesso di essere, come poi conferma la filosofia scolastica con i predicati trascendentali. Da qui l’ottimismo ontologico che ha consentito nel corso dei secoli di avvicinare la natura senza timore dei sortilegi e incantesimi che si sarebbero potuti celare dietro i larici e le betulle, di osservarla con ludibrio scientifico, e alla fine di assoggettarla ai propri scopi, più o meno leciti. Perché oltre che buona negli anni della industrializzazione la natura deve essere sembrata molto utile e anche un po’ cretina.

Ma è davvero così buona la realtà? Perché, infatti, ci sono i terremoti. Ad esempio quello del 1755 di Lisbona, scrutato da osservatore esterno (e indiretto) da Voltaire, il quale davanti alla macerie, non poteva che abbandonare gli aspetti più “Candidi” della propria coscienza, e lasciarsi alle spalle il cattivo maestro del pensiero antecedente – nello specifico rappresentato da Pangloss / Leibniz-. Andasse pure a impiccarsi lui, la Monadologia e “il migliore dei mondi possibili.” Perché un terremoto non può essere una cosa buona. Come dargli torto?

La metafisica occidentale ha infatti trovato un sistema per collocare il male metafisico, attraverso uno stratagemma remoto – la colpa è la caduta di Adamo – e uno più prossimo, ovvero la dilatazione immaginaria dal catino degli avvenimenti, attraverso una sorta di protesi invisibile: “Esiste una ragione misteriosa per cui accadono queste cose.”

Ecco la ragione misteriosa dei terremoti nessuno – eccetto Dio – la può vedere, e di conseguenza ne può fruire. Ma si gode quantomeno della consolazione che ne deriva. Tuttavia se questo espediente ha creato un mainstream ufficiale, cui apparentemente ognuno dei soggetti coinvolti si adegua, allo stesso tempo produce delle tossine inconsce – lì dove le spiegazioni ufficiali diventano molto meno efficaci – e, come nel caso dei terremoti che hanno colpito le regioni italiane negli ultimi anni, si aprono contemporaneamente commissioni e controcommissioni lanciate nella forsennata caccia ai colpevoli dei terremoti, tutte quante guidate dalla convinzione apodittica che un colpevole ci debba necessariamente essere. Non si tratta dell’individuazione delle (eventuali) responsabilità delle amministrazioni, delle corruttele con i costruttori, della individuazione di responsabilità politiche o penali – le quali, specialmente in aree sismicamente sensibili, e dove gli amministratori integerrimi potrebbero essere in numero inferiore di quanto auspicabile, sarebbe vantaggioso fossero indagate prima dei terremoti -, ma della ricerca di un capro espiatorio la cui esistenza rappresenta un mitologema necessario. E’ più facile elaborare, sia pure in modo superficiale, un dolore, se si riesce a trasmutarlo nell’odio per qualcuno. Il pantheon monolitico del moderno uomo occidentale, la confidenza esasperata nell’arbitro dei popoli che impone la trasformazione delle spade in vomeri e delle lance in falci [Is. 2,4], lo lascia improvvisamente sguarnito quando deve confrontarsi con la furia degli elementi, dove invece le spade e le lance tornerebbero utili. E la conseguenza remota è che gli aratri e le falci della giustizia, vengono impropriamente utilizzate nella ricerca dell’infame, con toni facilmente giustizialisti. Ribadiamo: non si tratta di rinunciare a individuare le responsabilità di quell’amministratore, o quell’imprenditore, ma stabilire che esiste un processo psichico – un trend paranoico – che porta ad affibbiare agli uomini le responsabilità degli dèi. Il tutto pur di preservare l’integrità metafisica del vascello dove siamo cresciuti, indipendentemente da quanti buchi e falle si vedano nella chiglia.

Ma perché i terremoti sconvolgono talmente tanto?

Certo la conta dei morti, le immagini degli edifici crollati, con i volontari a sollevare lastroni a mani nude, alla ricerca della voce flebile d’un sopravvissuto, rappresenta qualcosa di indicibilmente penoso. Ma non è tutto lì: i terremoti sconvolgono ben oltre la mera elencazione delle vittime, al punto che la percezione collettiva dell’evento salda invisibilmente i 16.000 morti del sisma di Sendai, marzo 2011, con le 27 vittime in Emilia Romagna dell’anno successivo. Ventisette sono sempre ventisette di troppo, e non vorremmo vedere travisate le nostre parole come una mancanza di rispetto, ma proprio perché non esistono morti di serie B, rileviamo che ogni settimana – dati ISTAT – perdono la vita circa sessanta persone sulle strade e autostrade, senza che il mondo circostante praticamente se ne accorga. Chi scrive è convinto che i terremoti vadano a toccare leve più profonde del nostro essere e siano eventi archetipici. Ma vogliamo usare un’altra metafora. Nella società contemporanea ha assunto grande rilevanza il disturbo borderline della personalità. Chi ne è affetto vive una propensione schizoide nelle relazioni e una esiziale insicurezza in ogni campo. L’origine sarebbe da ricercare – senza voler cadere nello stereotipo – in un frangente del passato in cui il bambino si sia sentito improvvisamente abbandonato, magari nell’atto di allontanarsi per scoprire il mondo, e non abbia percepito l’adulto come complice e tutelante. Insomma, secondo questa lettura, il disturbo borderline sarebbe originato dalla recriminazione tu non c’eri, che il bambino continua a rivolgere all’adulto, persino quando gli scenari sono inevitabilmente mutati. Ci è tornata in mente questa immagine quando, alcuni anni fa, durante una trasmissione radiofonica un abitante de L’Aquila in seguito al terremoto, telefonò per raccontare la sua esperienza. L’uomo era tra gli sfollati, che abitavano in quelle prime settimane nelle tendopoli allestite. Alla domanda se la sua casa fosse crollata rispose di no. Allora il giornalista in studio gli domandò se fosse stata lesionata. Rispose ancora di no. Alla terza domanda, ovvero perché non tornasse in una casa perfettamente agibile, l’aquilano rispose, con una punta di fastidio, che non voleva, e che non era neanche rientrato per “prendere le cose”, perché in quella casa non ci avrebbe rimesso mai più piede.

Quell’uomo si sentiva tradito. Il patto originario tra la terra (madre) e il figlio – io ci sarò sempre per te – era stato profanato, e la fiducia non sarebbe stata mai più possibile. Non, quantomeno, nella sua forma più ingenua. Nei terremoti la terra si apre, cambia forma, e dove c’era il paesaggio di una placida collinetta ora ci sono solo ferite e macerie. Non solo la Madre muore, ma diventa una strega.

Il terrore dei terremoti consta proprio nel veder prendere corpo dei peggiori fantasmi lì dove avremmo voluto vedere solo lenzuola stese al sole. Il vero dramma non è ciò che accade, ma la mancanza di un engramma che consenta di categorizzare ciò che avviene. Non soffriamo (soltanto) perché i terremoti avvengono, ma perché sono inconcepibili. I terremoti sono la vittoria provvisoria dell’entropia contro ogni ordine costituito.

E posto che noi occidentali abbiamo da secoli abbracciato una visione escatologica del tempo, abbandonandone una ciclica, ci impediamo in questo modo di vedere l’ambivalenza del simbolo: la madre era la strega, e la strega era la madre. Cambiano solo i momenti del ciclo.

Come Kali che nel pantheon Indù con le sue fruste, le cinture di teschi, altro non è che il momento distruttivo dell’unica Devi, depositaria del segreto della vita.

Ma questa è tutta un’altra storia, una storia che noi, purtroppo, non ascolteremo mai.