Un elefante in cucina

(lo scandalo, il perdono e la leggerezza)

Giovedì mattina, trasmissione radiofonica, si parla ancora del professore di Saluzzo. In studio una claque di esperti che fanno sostanzialmente una cosa sola: condannare senza se e senza ma l’insegnante, reo di essersi portato a letto due studentesse di sedici anni. Esperti convocati ancora una volta per ribadire la natura libidinosa di quella relazione nata davanti alla cartina politica dell’Europa, si fa un gioco facile, e si va a raschiare il fondo del barile delle ovvietà, non disdegnando talvolta pescare quello tracimante della banalità.
Tutto pare essere chiaro.
Ad esempio una professoressa/ psicoterapeuta/ aspirante tuttologa che in coda alla trasmissione, spiega che se l’episodio si fosse verificato con una polarità opposta rispetto a quello stigmatizzato dai giornali agostani, cioè con l’insegnante donna e il discente maschietto, la cosa sarebbe molto diversa – al punto di provocare qualche sorriso compiacente nei cultori dei B movie degli anni 70 -, perché gli uomini hanno il testosterone che induce a pensare al sesso 4 volte ogni ora, mentre le donne hanno il progesterone che ammalia con le sue seduzioni soltanto 4 volte ogni giorno. L’aspetto più curioso è che per sostenere il principio viene invocata una causalità rovesciata, per cui sarebbe meno colpevole chi viene pressato in modo meno determinante dalla propria fisiologia. In altre parole pur di mantenere inalterati i paletti sui quali si regge la visione “tradizionale” con la quale si interpreta l’episodio, si arriva a capovolgere il principio della “incapacità di intendere e di volere”.
Chi scrive ha già dichiarato quanto sbagliato sia stato l’operato di quell’insegnante, e a scanso di equivoci ritiene legittima la universale aspettativa di allontanarlo dal mondo della scuola, quali che siano i risvolti penali della vicenda. Ma la sensazione è che vi sia molto di più accanto al fuoco. Perché episodi di questo tipo, che incarnano archetipicamente simbologie incestuose, scatenano pruriti ed esecrazioni che spesso passano il segno, indicando una rimozione collettiva che andrebbe guardata più da vicino, e con minor enfasi.
Poiché esiste l’episodio considerato in se stesso, al quale si va a ad aggiungere la sua dilatazione mediatica, il senso di proibito e di scandalo che contiene, a mio avviso, temi inconsci più delicati.
L’episodio in se stesso è facilmente inquadrabile, come “abuso” perché i contraenti la relazione lo hanno fatto da una posizione non paritetica, asimmetrica quindi, e con un minor tasso di libertà da parte di chi quella relazione l’ha subita da una posizione di “inferiorità di potere”. La radice della questione è proprio qui: qualsiasi abuso si verifica perché uno dei contraenti non era in condizione di poterlo volere fino in fondo. L’oltraggio si misura quindi nella prevaricazione della libertà delle – in questo caso – discenti. Qui la comprensibile condanna della pedofilia, dello stupro e, sia pure su un altro livello, delle azioni del professore cuneese. Qui lo scandalo, i suoi aspetti inaccettabili.
Ma davvero non c’è altro?
La parola scandalo deriva dal greco “skandalon” che significa ostacolo, oppure inciampo. Ora ogni scandalo si costituisce su una doppia dimensione, e non su una sola come invece viene colto nella sua rappresentazione collettiva. In uno scandalo vi è il “fatto scandaloso”, la sua dimensione e la sua portata, poi generalmente misconosciuta vi è la propensione allo scandalo dei soggetti direttamente o indirettamente coinvolti. Mi farò capire con un esempio: se un elefante cercasse di entrare nella mia cucina, non vi riuscirebbe, incontrando un ostacolo insormontabile negli stipiti della mia porta. Ora lo scandalo- in senso etimologico- qui sarebbe determinato da due fattori, il primo ovviamente costituito dalla mole del pachiderma, ma il secondo è invece determinato dalle dimensioni della porta medesima. Uscendo di metafora: un insegnante che si porta a letto una studentessa commette qualcosa di elefantiaco, sbagliato, asimmetrico e inaccettabile. Ma la percezione di questo fatto- le dimensioni della porta-, non sono fissate in modo immutabile una volta per tutte. La studentessa in questione potrebbe subire due abusi, e non uno solo, perché se in una fase iniziale potrebbe facilmente sottovalutare l’impatto che quella relazione potrebbe avere sul proprio contesto di appartenenza, in un secondo – specialmente se la combine è venuta alla luce del sole – quella ragazza sentirà sulla propria pelle il peso del giudizio che universalmente è stato associato alla sua vicenda. Non basterà quindi che qualcuno le dica “non è stata colpa tua”, perché almeno la vergogna di averlo consentito, rinforzata addirittura dall’esasperazione di un giudizio di innocenza, la avvertirà. E sarà un peso insopportabile.
La suddetta educatrice intervenuta nella trasmissione radiofonica di questa mattina a un certo punto ha detto che la fanciulla, perlomeno quando avrà quaranta, poi cinquanta o sessanta anni, ne avvertirà la vergogna. Ma come può dirlo? Forse possiede una palla di cristallo? Non è possibile che tra dieci o quindici anni quel professore e le sue studentesse si incontrino riconoscendo l’errore che hanno commesso e tuttavia il bene che si potrebbero pur essersi voluto, e il bene che si potrebbero essere fatti? Ma soprattutto quanto influirà nella formazione di quel sentimento la sua dimensione sociale, ovvero quanto il contesto di appartenenza abbia ritenuto quella cosa “vergognosa” (e solo vergognosa) sin dal suo inizio? È facile la valutazione di quella educatrice, ma parte da una premessa sottaciuta, e quindi molto pericolosa, ovvero che la linea di demarcazione tra ciò che è scandaloso e ciò che non lo è, viene stabilito da chi i giornali lì legge, e da chi li scrive. Molto meno da chi fornisce loro il materiale su cui lavorare.
E gli stipiti di questa porta non sono né immutabili, né postulati veri per tutte le culture e tutte le epoche. Come ho già scritto altrove (cfr. la mia lettera ad Alessandro D’Avenia) la asimmetria di relazione è una condizione vera, ma rappresenta una disparità storica, non ontologica. Essa non è destinata a permanere a meno che i soggetti implicati rimangano avviluppati dalla crisalide della vergogna e nella simbiosi perversa carnefice/vittima; a un certo punto dovrebbero decidere di fare un passo in avanti. Non occorre poi ricordare che esistono e sono esistiti modelli di civiltà e di educazione che integravano ciò che per noi, adesso, è abominio. Che lo sia perché noi pensiamo lo debba essere, ha un aspetto di arbitrarietà francamente inaccettabile.
Le cose poi non vanno molto meglio all’estero, come negli USA dove, per un bellissimo editoriale del Washington Post, nel quale Betsy Karasik, commentando un fatto simile a quello di Saluzzo segnalava la pericolosità della “vera e propria isteria con cui la società risponde a queste situazioni (che) serve meno a proteggere i bambini che a confortare il bisogno della società stessa di pensare che li stiamo proteggendo”, il quotidiano è stato sommerso da una innumerevole quantità di lettere di protesta per quelle parole. Eppure la scrittrice statunitense indicava un principio di semplicissimo buon senso. Tornando all’esempio dell’elefante in cucina, è come se la società ponesse più attenzione a vigilare che la distanza tra gli stipiti della porta non venga mai messa in discussione, più di quanto non si considerino gli effettivi danni prodotti dall’elefante una volta che scorrazzi tra pentole e bicchieri.
La società occidentale si è costituita sul paradigma dell’incesto, da Edipo in poi, sia in quanto “tema oscuro” della costituzione della affettività delle persone, sia come censura di questo, e il conseguente tabù. E come ogni tabù viene rispedito nelle aree più remote dell’inconscio collettivo e personale, da dove fa sentire la sua potenza sia che accadano episodi come Saluzzo, sia che non ne avvengano più. Non sono forse le stesse persone a puntare l’indice contro il professore abusante, a stracciarsi le vesti davanti a un cotale scempio, ad avallare poi le immagini vagamente pruriginose di un paio di sessantenni che in prime-time guardano lubricamente dal basso due “veline” diciottenni che ballano, in abiti succinti, sopra di loro? Chi scrive non ha sentenze da produrre, e men che meno intende aumentare un senso sociale dello scandalo del quale, nell’epoca degli indignati, non vi è alcun bisogno. E non intende neppure assolvere chicchessia. Ma vuole solo ricordare che la civiltà giudaico cristiana si è sviluppata dallo “scandalo”- per greci e giudei- di chi computò all’adultera l’amore come giustizia: “sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.” (Lc. 7,23-8,3)
Colui che ha il potere di trasformare il vino in acqua, ha anche il potere di fondere l’instabile e gratuita logica dell’amore- quello sacro e quello profano- nella più pesante lega della simmetrica giustizia, e di conteggiare il peccato come virtù. In questo bellissimo passaggio, vi è l’attestazione dal principio giuridico di chi compie l’azione, come compresero perfettamente quanti assistettero alla scena (“Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?»”). Ma il potere del perdono qui descritto si protende anche verso una dimensione diversa, che oserei chiamare “intrapsichica”. L’adultera non è perdonata solo in una traiettoria giurisprudenziale, dove occorre il (onni)potere di levare i peccati, ma anche in quella- non contrapposta, ma neppure coincidente con questa- di rendere il peccato più leggero da portare per chi l’ha compiuto, che si condensa in una espressione “va’ in pace!”. La lascia andare, la alleggerisce di un peso che altrimenti non le avrebbe consentito di uscire dalla stanza del senso di colpa. Di più. Suggerisco una conclusione paradossale: se non esistesse quella dimensione di leggerezza nell’atto del perdono, allora sarebbe l’adultera a dover perdonare Gesù. Lo dovrebbe perdonare per avere dovuto spremere fino in fondo il serbatoio della infinita potenza per toglierle il suo peccato. Come un bambino che fa a pugni con il prepotente della classe, e con un occhio livido viene indotto dal proprio padre a dire cosa sia accaduto, e quest’ultimo per “fare giustizia” si presenti a casa dei genitori del bulletto con un ordigno nucleare.
Insomma, colui che aveva il potere di togliere i peccati in una dimensione salvifica, come avrebbe potuto non essere interessato alla facilitazione dell’esistenza di chi ne avrebbe in ogni caso portato il fardello psichico? L’adultera non viene “solo” perdonata, ma le viene comunicato che forse poi ha da perdonarsi meno di quanto temuto. Un uomo così non si sarebbe scandalizzato come molti nostri maître-a-pensée.
Perché non è sempre necessario rimpicciolire gli elefanti per ingrandire la porta della cucina.

Normalità

Da “Il giorno in cui mia madre distrusse l’Universo”.

Quando veniva il sabato il signor Uguale emergeva come un sub stremato dalla fase REM sempre alle seie22 – non occorreva nemmeno la sveglia – ma restava lì a rimuginare al buio per un paio d’ore. Prima delle nove si alzava e indossava una vestaglia di seta cinese con motivi floreali blu e argento – dai colori non troppo passiti che gli avrebbe messo tristezza, ma nemmeno troppo accesi che non era il caso – e beveva il suo caffè mezzo dolce in cucina, dove la signora Uguale combatteva coi fornelli da ore. Eccetto che per frasi di circostanza, hai dormito?, sì abbastanza bene grazie, cosa stai preparando?, il pranzo, i due si ignoravano. Poi sbocconcellando una galletta usciva in veranda. E si guardava intorno. Vedeva case uguali alla sua, dove uomini come lui stavano fuggendo in veranda dagli odori della cucina, troppo aggressivi. Probabilmente indossavano una vestaglia come la sua, e come lui stavano pensando a niente. Poi tutti quegli uomini, identici a lui, si sarebbero accomodati su una sedia con lo schienale di paglia, oppure di plastica bianca, e avrebbero cominciato a leggere il giornale lasciato qualche ora prima da un ragazzo sottopagato. La confidenza per l’esistenza di questa comunità invisibile, eppur molto presente nella vita del signor Uguale, conferiva in lui un senso di appartenenza che aveva i suoi codici non dichiarati, i propri riti non manifesti e le sue regole non scritte. Regole eppure ferree, perché il monitoraggio di cui si sentiva fatto oggetto, gli faceva comprendere che solo il rispetto dei rigidi canoni attraverso i quali si snodava il fluire delle loro esistenze consentiva di fruire di una serie di innegabili vantaggi. Sentiva nitidamente che tutti gli uomini, che come lui, con una vestaglia poco appariscente, quelli che stavano sedendosi sulla sedia di vimini per leggere il giornale, e quelli con le mani sporche di grasso affaccendati nell’inutile manutenzione della macchina, ancorché le mogli che, come la signora Uguale, facevano sfrigolare oggetti misteriosi nelle casseruole bisunte di tutte quelle cucine, ebbene costoro erano lì per lui. Essi partecipavano al racconto collettivo della cui ripetizione abbisognava più di qualsiasi altra cosa. Ogni oggetto assumeva una forma, un colore e una verosimiglianza solo perchéin quanto veniva ripetuta nelle rappresentazioni, nei gesti, nelle ambizioni e persino nelle frustrazioni di quel consorzio. Cos’era per esempio “il lavoro”? Era quella determinata cosa nella quale aveva bisogno di consolidarsi in una fede certa che lo facesse alzare tutte le mattine – alle seie22 – solo in quanto era così tutte per le altre persone. Oppure “la famiglia” era quella risorsa imprescindibile a cui attingere di continuo giusto perché lo era analogamente per tutte le famiglie che conosceva; e altrettanto era per i ricordi dell’anno di leva, la perniciosa coltivazione di un hobby, la passione per uno squadra o il congelatore che ininterrottamente rilasciava cubetti di ghiaccio, incardinato nella spessa parete del cucinino. Ogni cosa poteva consistere e avere una collocazione solo in quanto una molteplicità di interlocutori ne attestavano la dimensione collettiva, che non ammetteva falle. Il signor Uguale comprendeva bene cosa fosse ciò che dipendeva dall’adesione al rito. La posta in gioco era altissima; non era semplicemente “cosa” la realtà fosse, ma la possibilità stessa che questa potesse sussistere. La realtà, tanto quella personale quanto quella collettiva, poteva avere una forma razionale e riconoscibile a condizione che tutti gli adepti società perseverassero nella ripetizione del racconto. Nessuna deroga. Nessuna eccezione. Nessun vuoto poteva essere consentito, poiché anche una piccola crepa nell’impalcatura di una diga determina presto o tardi la tracimazione del suo devastante contenuto nella valle sottostante. Se in una rappresentazione teatrale, uno solo degli attori comincia a incespicare, a dimenticare le battute, è lo spettacolo intero a perdere di valore. Non esisteva un tutto che prescindesse dalle parti. Se qualcuno avesse punto a capo messo fine al proprio contributo alla messinscena che con il levar del sole poteva ricominciare, allora sarebbe stata la realtà medesima a rovesciarsi nell’assurdo e nell’incomprensibile. In quel momento i fantasmi più spaventosi avrebbero rivendicato un corpo e si sarebbero presentati a chieder conto di come li si fosse potuti recintare nell’oblio. La vita si sarebbe trasformata nel peggiore degli incubi, e l’esistenza di ogni cosa sarebbe stata trascinata nelle orbite vacue del nulla. Certo, la pantomima prevedeva un livello di plausibilità con cui occultare il congegno, poiché se la sutura fosse stata visibile, avrebbe perso la sua efficacia, tanto quanto un prestigiatore che si esibisca mostrando i trucchi necessari per il suo mestiere. Allora ecco che ognuno degli attori sul palcoscenico doveva necessariamente difendere, in fede più che buona, la particolarità delle proprie scelte o quanto fosse il percorso di ognuno irriducibile a quello di chiunque altro. Un trucco questo la cui riuscita era sostenibile solo perché la apparenza delle reciproche individualità, che faceva capolino ovunque nei messaggi della televisione o della pubblicità, quando non consisteva nella identità dei gesti era però blindata nella totale simmetria delle anguste bocce di vetro dove ogni pesciolino rosso poteva nuotare, a suo dire, nella direzione che meglio gli aggradava.

Come va dottore? Eh quest’anno mi sa che non vinciamo nulla. Guardi, se non dormo otto ore per notte divento idrofobo. A parer mio i politici sono tutti uguali: belle parole finché non si fanno eleggere, poi ognuno si fa i fatti propri, punto e basta! Tra un po’ per comprare la benzina dovremo vendere le otturazioni d’oro dei denti.

Ogni persona di quel mondo sapeva sempre quale fosse l’argomento più opportuno da intavolare, quale da evitare. Occorreva solo attenzione e ripetitività. Molta attenzione e molta ripetitività. Le conversazioni avevano questo significato: attivare i processi di riconoscimento reciproco, la presentazione delle parole segrete – che avevano il pregio di non cambiare mai – con cui si consentiva all’altro di superare il muro invisibile eretto in difesa del sacro ordine della normalità, dai costanti tentativi di intrusione dell’eccessivo, del tenebroso, dall’euforia e dalla depressione, da ciò che era spaventoso e ciò che era incontrollabile. Questo l’immane compito delle vestali del fuoco arcano: difendere se stessi e l’Universo dall’invasione di ciò la cui sola esistenza avrebbe potuto distruggere ogni opera fin lì costruita. L’autonarrazione funzionava quasi perfettamente perché, pur non consentendo nessuna defezione, poteva assorbire un certo livello di criticità, anche se solo per un breve lasso di tempo. Che tutti gli attori potessero essere al 100% dell’efficienza richiesta era inconcepibile per qualsiasi recita, così come per questa. Accadeva cioè che, quando qualcuno degli interpreti vivesse una situazione problematica e non fosse in grado di rispondere così come la collettività esigeva, la fitta trama delle relazioni fosse allora in grado di sopperire provvisoriamente a quel buco, e di rattopparlo con un miglioramento delle performance di quelli che si mantenevano risoluti e fedeli al compito assegnato. Si costituiva così una mutuevole forma di assistenza, spesso involontaria, nella quale ognuno si rendeva disponibile a sopperire alle mancanze degli altri, non escludendo la possibilità di essere anch’egli un giorno bisognoso di quell’aiuto. Un po’ come una compagnia teatrale si dispone a una recitazione intuitiva in grado di mimetizzare le amnesie del primo attore, se questo reduce da una serata allegra, non si è ancora ripreso. Quando qualcosa di simile succede gli spettatori escono dal teatro a notte fonda senza essersi neppure accorti del marchingegno. Certo questo poteva accadere solo ed esclusivamente se il danno causato non fosse troppo grande, e se la falla fosse stata riparate in un tempo breve. Altrimenti, tanto nella compagnia teatrale, dove l’attore sarebbe stato rimosso dal suo ruolo, così nel consesso umano dove il signor Uguale abitava l’individuo che avesse perduto aderenza con le aspettative che la comunità aveva riposto su di lui, sarebbe stato dapprima compatito, poi commiserato, emarginato e infine, almeno per quelli più recalcitranti a tornare in asse, sarebbe stato bandito da tutte le relazioni che contavano. Potrà sembrare cinico, ingiusto o poco compassionevole, ma la macchina sociale non avrebbe potuto sopportare emorragie nel proprio seno, e aveva quindi il dovere di espungere dalle reni i calcoli di chi non era riuscito o non aveva voluto conformarsi ai compiti assegnati. Fuori o dentro: era semplice l’alternativa! Quelli fuori ce li aveva ben presente il signor Uguale. Persone che avevano perduto – certo per noncuranza o irresponsabilità – il lavoro o la famiglia, i due pilastri del sistema. Magari entrambe le cose, e vagavano ora ai margini dell’esistenza, divenuti trasparenti per coloro che furono loro amici.