Dubno

  • tratto dalla testimonianza resa da Hermann Graebe a Norimberga

Il telefono squillò presto quella mattina; Hermann tuttavia era già in piedi da un po’. Sollevando la cornetta, scostò la tendina e provò a sfidare la condensa per guardare fuori. Rimase trafitto come sempre dallo spettacolo; come un quadro cupo la campagna ucraina velava ancora il suo triste splendore dietro una coltre di bruma sottile. Un’alba alabastro doveva ancora vincere la sfida quotidiana con le tenebre, e già le silhouette delle colline si rincorrevano tra bagliori rossi e lampi cupi.

Ottobre era un mese splendido, ed Hermann conosceva quelle terre come se vi fosse nato. Era uno spirito apolide, nella sua vita si era sentito a casa ovunque. Già durante gli anni accademici aveva vissuto a Lisbona, un anno persino a Montpellier. Dopo la laurea in ingegneria a Tubinga si era trasferito alcuni anni a Mosca, poi a Kiev e infine, prima dell’inizio della guerra si era stabilito nelle campagne ucraine per seguire alcuni cantieri.
Nel ‘37 s’era iscritto al partito, l’unico partito: “Hermann, non vai da nessuna parte senza la tessera del NSDAP!”, gli aveva detto un caro amico e lui, diligente, aveva obbedito. Né riluttante, né entusiasta. Andava fatto, punto.
Hitler non gli faceva né caldo né freddo, e della politica in fin dei conti non glie ne importava nulla. Le vicende della Germania gli arrivavano con echi scomposti, e in quei momenti gli piaceva essere altrove. Ovunque. Sebbene con l’inizio dell’operazione Barbarossa era arrivata la grande opportunità, era al posto giusto nel momento giusto. Essere “ingegnere”, “tedesco”, perfettamente ambientato in Ucraina, ovviamente con la tessera del partito, s’era rivelato un’enorme opportunità. Da non sprecare. A dicembre gli era stata offerta la possibilità di seguire la avanguardie prima della Wermacht, poi delle Waffen SS, e non se lo era fatto dire due volte. In fondo era lavoro, soltanto lavoro. Del resto, fino a quel momento, la guerra non gli era sembrata così terribile. Certo non doveva indugiare sulla linea del fronte, i cannoni li aveva sentiti rimbombare lontani, i bagliori che si riverberavano a molte miglia di distanza, gli aveva consentito di sentirsi non coinvolto. Non lo riguardavano, né lui né il suo lavoro. Quanto agli sporadici racconti di atrocità che lo avevano raggiunto, li aveva potuti scansare con facilità. Probabilmente si trattava di esagerazioni, e non competeva a lui esserne l’arbitro. Che c’entrava?

“Halo?”, era così assorbito dai pensieri intermittenti che risultò evasivo. Se ne accorse, ma era tardi per rimediare.
“Ingegnere, mi dispiace svegliarla ad un’ora così inopportuna”. La voce cortese, affatto cordiale, del tenente Zwack, l’assistente militare che gli era stato assegnato, non tradiva tutto quel dispiacere, anzi una sorta di compiacimento, o almeno così pensò Hermann. 
“Non importa… stavo guardando gli appunti.!” Mentì. I faldoni di carta millimetrata erano sparpagliati sul tavolo dalla sera prima. Era disordinato, quasi un paradosso per un ingegnere. E per un tedesco poi.
“Questa mattina abbiamo un compito delicatissimo.”
“Così presto?”, fece
“Non è mai troppo presto per il Fuhrer…” Nella voce del militare si avvertiva un’eccitazione superiore al tasso di fanatismo con cui si esprimeva normalmente; infatti continuò, impaziente come un bambino di fronte all’involucro di un regalo. “Sono giunti ordini direttamente da Berlino. Lei, ingegnere, ama la storia?”
Graebe udì la propria voce rispondere affermativamente, nonostante l’incongruenza della domanda.
“Bene. Perché oggi avrà l’opportunità di vedere con i suoi occhi mentre ne viene scritta una pagina che non verrà mai dimenticata. Anzi, ne sarà anche lei tra gli artefici.”
Poi, come si fosse reso conto di essersi lasciato andare troppo, chiuse in modo asciutto:
“Si prepari, la verremo a prendere tra 16 minuti”.


Undici minuti dopo l’autista era sotto la sua abitazione, con una berlina militare; il motore crepitava e fuori ad attenderlo, c’era il compassatissimo Zwack, con le mani allacciate dietro la schiena. 

“Si sbrighi, ingegnere!”
Dopo alcuni minuti la macchina viaggiava fuori dal centro abitato, ma nella direzione opposta rispetto a quella abituale.
“Zwack, amico mio, forse non ricorda più la strada del cantiere?“
Tentò di essere simpatico, ma l’altro neanche si accorse della domanda. Meglio così. Rispose indirettamente solo dopo una decina di minuti. “Non andiamo al cantiere oggi, dobbiamo fare un’altra cosa”, disse senza neanche voltarsi.

Hermann un po’ agitato tacque, senza obiettare. Troppe novità. Ma si limitò a sperare che quello non riproponesse la cosa della storia. Fu esaudito almeno per questo.
Aveva imparato, lavorando con le Shutzstaffel, a non interferire coi loro momenti di compulsione ideologica.
Circa due ore dopo arrivarono nei pressi di Dubno. Hermann lo conosceva marginalmente la località, ci s’era imbattuto solo su qualche cartina polverosa; non era – o non era stata fino a quel momento – rilevante per gli approvvigionamenti del cantiere. Niente merci, niente da scaricare o caricare. 

Che ci facevano, dunque? L’autista attraversò l’agglomerato urbano e proseguì ancora per una decina di chilometri. Ai loro fianchi scivolavano affrettati casolari deserti, campi incolti e filari di pioppi, trafelati verso un appuntamento che non avrebbero mai rispettato. Non c’era anima viva, e considerata la guerra che accendeva i cieli non troppo distante da lì, era piuttosto normale, tuttavia qualcosa, una sorta di lugubre presagio, lo rese irrequieto. Ma che ne sapeva…? Scacciò via il presentimento come un sasso, raccolto senza motivo e dimenticato nella tasca.
Quando scese dall’automobile, erano oramai le otto. Le gambe erano rattrappite. Il cambio termico dall’abitacolo, caldissimo, e l’ambiente esterno, lo fece immediatamente tossire. Tossiva spesso quando doveva codificare qualcosa di nuovo.  Mentre si sgranchiva si guardò intorno. Era in una splendida radura, un pallido sole aveva fatto oramai capolino, superando le cupe ombre della nebbia mattutina.
Sul posto vi era un intenso movimento di camion militari e civili.
In distanza alcune scavatrici lavoravano raschiavano rumorosamente, diffondendo un acre fumo nero.
Parte della visuale era coperta da un gigantesco cumulo di terra, dal cui retro ripartivano i camion dopo avere lasciato il proprio carico.
Ogni 30, 40 secondi si udiva una raffica di mitra. Ancora non capiva, non voleva capire, ma l’agitazione era diventata un bolo gelido che lo paralizzava da dentro. Solo le tempie battevano come martelli sulla lamiera.
Zwack, che aveva assunto nuovamente l’aria vagamente delirante che doveva avere avuto al telefono qualche ora prima, camminava speditamente, sopravanzando Graebe di qualche metro. L’ingegnere sentiva la sua voce, ora coperta dal frastuono dei motori, parlare del Reich, di una svolta, del momento di agire e di una cospirazione da fermare, del cancro che affliggeva la Germania e di un giorno nuovo che era oramai giunto.
I sensi di Hermann, camminando nella fanghiglia, si erano tutti attivati, protesi a comprendere ciò che stava accadendo.
Superata la collinetta di detriti, Graebe vide qualcosa che – e in questo Zwack fu buon profeta – non avrebbe dimenticato mai più.
Dietro il tumulo si apriva una enorme fossa, grande come più o meno due piscine e profonda solo un paio di metri.
Dalla “vasca” saliva un odore indescrivibile. Vagamente simile a quello che, molti anni prima, aveva sentito in un comune dell’Alsazia – come si chiamava, Saint Pierre, Salpietre? Vai a ricordarti – mentre accompagnava un funzionario comunale a illustrare il progetto di ampliamento del mattatoio locale. Era domenica. Il macello era fermo quel giorno, ma le piastrelle erano imbrattate dai segni della consuetudine della morte.
Quello che si parò, ora, ai suoi occhi, era infinitamente peggio.
La fossa era colma per un terzo circa della sua capienza di corpi umani. L’orrore gli ghiacciò il cuore, ma non riuscì neanche a vomitare la colazione ferma sul piloro. Doveva vedere. Non lo capiva ma un giorno avrebbe dovuto testimoniare. Un giorno sì.
A una trentina di metri da lui gli ustascia ucraini lavoravano alacremente, dimostrare di poter competere in una gara di crudeltà: facevano scendere dai camion decine e decine di persone, infreddolite e spaventate. Uomini, donne e bambini, venivano radunati con metodi bruschi in un punto della radura. Qui un uomo barbuto, girava rivolgendo domande brusche alle persone, compilando alcuni moduli con le risposte. Il freddo era pungente e le parole si condensavano per il freddo.
Ogni volta che aveva finito di intervistare “l’equipaggio” di un camion, si avvicinava ad un tedesco, che seduto ad un anacronistico tavolino, raccoglieva e scriveva tutto, con la diligenza di un funzionario zelante in cerca di promozioni.
Ma lì non vi erano scartoffie, quelle erano persone. Erano gli ebrei di Dubno. Scendevano dai camion, si lasciavano guidare mansueti alla morte, con compostezza, con dignità. Li facevano denudare, poi a cinque a cinque, venivano fatti scendere nella fossa.
Sui bordi c’era un soldato solitario, con un mitra in mano.
Era seduto sul bordo, con le gambe aperte, fumava una sigaretta che appoggiava ogni volta doveva imbracciare il mitra. La divisa aperta, l’elmetto slacciato e la barba incolta, conferivano un ulteriore elemento di trasandatezza, allo spettacolo sconfinato della crudeltà umana.
Mentre Zwack si era perso lontano, con lo sguardo trasognante, Graebe camminava stordito, senza ricordare o sapere nemmeno più chi fosse o cosa fosse lì a fare.
Si fermò ad osservare un gruppo di ebrei in attesa.
Una bellissima ragazza con lunghi capelli neri, gli sfiorò una spalla, passandogli accanto; gli offrì un dolcissimo e lungo sorriso – l’ultimo -, e indicando se stessa disse “… ho ventitré anni! ventitré…”. Era già nuda e si apprestava a scendere nella fossa.
Non si udivano grida di orrore, né alcuno che implorasse pietà. Gli ebrei scendevano dai camion si spogliavano, si tenevano stretti, si baciavano e abbracciavano, e attendevano che un SS rauco li facesse scendere nella fossa.
L’attenzione di Graebe, oramai inebetito dal terrore, fu assorbita da un nucleo familiare particolarmente numeroso. Una donna anziana teneva in braccio il nipotino di un anno, cantandogli canzoni, niente antiche quanto quel popolo,  facendolo divertire, incurante dell’accadere. Un monello di dodici anni, invece, tratteneva a stento le lacrime, mordendosi il labbro inferiore nello spasmo.
Il padre allora lo cinse con il braccio sinistro, mentre con la mano destra gli indicava un punto, un posto dove certo si sarebbero trovati, da qualche parte in quel cielo plumbeo di un autunno ucraino. Lo accarezzava, e sembrava gli stesse spiegando qualcosa di importante.
Era il 5 ottobre 1942. Gli uomini e le donne entravano intanto nella fossa, dove a turno venivano passati per le armi. Nella cavità erano già un migliaio i corpi dalle cui nuche grondava il sangue a fiotti. Ogni tanto qualcuno, ferito solamente, alzava una mano per implorare il soldato trasandato che portasse a compimento ciò che a Berlino gli avevano detto di iniziare.
Alla fine della giornata sarebbero stati circa 5000 i cadaveri in fondo a quella fossa.
L’ingegner Hermann Graebe non avrebbe più dimenticato quella giornata, nemmeno dopo avere deposto a Norimberga, nemmeno quando si sarebbe recato a trascorrere gli ultimi anni della sua vita in una ridente villetta vicino a San Francisco. Neanche l’Oceano Pacifico era abbastanza per dimenticare.

Nessuno giudichi Silvia

(OVVERO SON TUTTI MARTIRI CON LE CROCI DEGLI ALTRI)

C’era arrivato persino John Milius. Uno che per tutta la carriera cinematografica s’è dovuto difendere dall’accusa di essere un fascista. Ma anche no, perché lui stesso s’era definito fascista zen, vai a capire cosa cacchio intendesse. John Milius, in auge negli anni ’70 e ’80, di sicuro non è uno che, oggi, assimileresti a Saviano. Neanche a Salvini perché, insomma, a Milius piacciono i grandi uomini, e non quelli piccini picciò con un ego smisurato. 

Il suo indiscutibile talento visionario ci ha regalato perle (e film controversi) come Conan il Barbaro, con l’esordio di un certo Arnold Schwarzenegger, che ai tempi dei muscolacci esplosivi si fece fotografare con il braccio destro disteso, Addio al Re con un ispirato Nick Nolte e soprattutto Un mercoledì da leoni. In Alba rossa ci ha raccontato, in piena guerra fredda, la poco plausibile invasione sovietica del Colorado. 

Sean Connery e Candice Bergen ne “Il vento e il leone”.

Ecco, tra i film di Milius ce n’è uno in particolare che vorrei segnalare: Il vento e il leone, 1975. Vagamente ispirato a una storia vera, racconta di uno sceicco berbero, il Raysuli, che nel lontano 1904 rapisce la vedova Pedecaris – una radiosa Candice Bergen -. La lente di Milius si focalizza sul rapporto che instaurato tra il rapitore e la rapita, un rapporto che passa dall’inevitabile contrapposizione alla progressiva familiarità e, perché no?, l’ammirazione. La donna americana col tempo capisce che dietro alle differenze culturali, dietro un velo, i gesti di una fede c’è una ricchezza. Non occorre giustificarli, o condividerli, basta sapere che ci siano. E così, con il passare delle settimane, la vedova si trova a rivisitare molte delle proprie certezze a riguardo del White man burden, l’oneroso fardello dell’uomo bianco di kiplinghiana memoria. Comprende, udite udite, la grandezza di uomini e culture differenti dalla propria, e lo capisce proprio da colui che l’ha rapita.

Non stiamo neanche a sottolineare quanto di immaginario ci sia nella narrazione (il vero rapito era un uomo, un greco apolide, e si chiamava Perdicaris), perché se confrontiamo l’attualità ci accorgiamo che il nostro problema – e non quello di Milius – sia proprio la mancanza di immaginazione.

Sivlia Romano

Silvia Romano è stata liberata e, maledizione (non da parte mia, beninteso) ha provato a mostrarsi ai suoi concittadini, che tanto l’avevano attesa (mica quelli che pontificavano “che ci è andata a fare, lì?”), di presentarsi vestita da islamica. Ebbene sì, Silvia Romano ha aderito alla fede del Profeta. Apriti cielo! Subito sui social si sono aperte le cataratte dell’odio e – purtroppo, notizia di oggi – non solo quelle dei social. Un deputato l’ha definita neoterrorista. Ma il vocabolario questo sconosciuto? Come si è permessa la Silvietta di sconfessare la fede patriottica (la ricetta: una parvenza di cristianesimo baciarosaristico 💋, uno stucchevole riferimento al tricolore, acqua del fiume Po’ allungata q.b. con succo di paranoia sempreverde) per venerare quella dei malandrini? Ma quale ingratitudine… 

Improvvisamente l’assertività imperversa. la rete pullula di sedicenti psicanalisti che acclarano la Sindrome di Stoccolma, antropologi vecchia scuola che  dettagliano sulle regioni del Kenya del nord dove i Kikuyu

Ecco il minimo comune denominatore. Tutti sanno tutto, e poiché “sanno”, si ritengono in diritto di stabilire se Silvia abbia fatto bene, male, se sia stata costretta, se si tratti di plagio, o di qualsiasi altra cosa. La maggior parte dei suoi detrattori non è islamica (e se pensa di essere cristiana perché ogni tanto bacia un rosario, sappia che non vale…), non è mai stata rapita, non ha mai vissuto un’esperienza neanche lontanamente simile alla sua, non sa cosa si prova, e se è stata in Kenia era per un safari. Perciò tutte le deduzioni che facciamo, le ipotesi che tracciamo, tutto quello che pensiamo, presuppone la mancanza di immaginazione. Insomma si postulano facilmente un sacco di cazzate.

Non riusciamo nemmeno più a immaginare di immaginare stupidaggini. 

Così si comincia a odiare, a detestare, a pontificare, a rovesciare bile sulle tastiere, a fomentare odio per ciò che non capiamo. E siccome si capisce poco, si odia molto. Perché c’è un’equazione che viene SEMPRE rispettata, tanto nelle storie individuali quanto in quella che si studia sui libri: meno si “capisce”, meno si empatizza con l’Altro – che sia Silvia Romano, o il vicino rompiscatole -, più le strade si inondano di rancore, si iniettano di sangue, si lastricano di dolore. Questo comincia ineluttabilmente dai mass media:

“il giornale trasuda delitto” 

scriveva Baudelaire  (e non conosceva Twitter o Facebook, si dice non avesse neanche un profilo Instagram), in seguito il passaggio dalle parole dalla violenza verbale ai fatti, diventa incredibilmente plausibile. Legittimato. Giustificabile. Comprensibile.

Quanto più sono anguste le rappresentazioni del mondo in cui sgomitiamo, tanto più diventa automatico il livore ché siano ampli quelli di chiunque Altro. 

Perciò non preoccupiamoci di quale sia il motivo della conversione di Silvia Romano, se sia stata sedotta dal carnefice, se abbia abbracciato una causa così diversa dalla nostra (perché, allarme spoiler, sì ESISTONO cause diverse dalla propria), se sia Sindrome di Stoccolma o di Varese, se i soldi del riscatto sia stati buttati (il giorno in cui dovessimo fare i conti su quanti soldi vengono buttati dalle pubbliche amministrazioni, si riempirebbero anni luce di tabelle Excel), se sia una cretina o la persona migliore del mondo. Per una semplicissima ragione. 

Non lo sappiamo. Non ci riguarda e, inoltre, è un diritto costituzionale. La costituzione serve tanto in momenti come questo. Dunque se davvero non riusciamo a resistere alla lubrica curiosità sulla conversione di Silvia Romano, sappiamo che l’unica risposta ragionevole è:

IO. NON. LO. SO!

E chi non rispetta questo banale principio epistemologico, al 99% è un arrogante. 

Silvia è libera. Non sequestriamola di nuovo con il preconcetto.
Evviva l’immaginazione.

Da Hater a Hitler il passo è breve

La Severina (da “I peccatori d’acqua dolce”)

La Severina

Il campanello squittì trascinandosi un cigolio lungo e lagnoso. Sarebbe stato sufficiente una goccia d’olio sullo stipite per ridurlo al silenzio una volta per tutte, ma oramai la merciaia e le sue clienti ci s’erano abituate. Quasi più familiare dello stesso scampanellio, annunciava clienti e comari, che venivano a bottega per comprare un nastro, una cerniera, due bottoni o, se capitava, chiedere per un rammendo. Che poi bottega si faceva fatica a chiamarla, perché non c’era il bancone né la vetrina, e le merci più che esposte erano sparpagliate per la stanza, con un disordine che nulla lasciava presagire che il commercio. Tuttavia la Severina in quel bailamme non perdeva nulla, nemmeno un ditale, e quando ci si recava a ritirare un paio di pantaloni cui aveva fatto l’orlo, li sfilava senza pensarci da una pila qualsiasi, rammendati e stirati impeccabilmente, con una specie di scontrino – scritto a mano, con la matita grossa – fissato con lo spillo alla tasca o al risvolto. 

L’idea l’aveva veduta in una sartoria di classe, tanti anni prima che neanche ricordava. Era poco più che una bambina, la Severina, una delle poche volte che col padre s’era avventurata giù in città. Dovevano comperare delle cose, ma lei in quel locale grande s’era incantata. Ci lavoravano almeno dieci persone, per lo più ragazze poco più grandi di lei, correvano qua e là, prendevano le misure, piegavano i vestiti con gesti esperti e meccanici, indossavano tutte un camice verde come le infermiere. Tenevano gli occhi bassi, né sorridevano mai, svolgendo il lavoro con l’attenzione di un chirurgo, o il pilota di un battello tra gli scogli. N’era rimasta così sopraffatta che, anche quand’era tornata a Bordomundi aveva continuato a fantasticare su di un posto come quello. 

Non era mai stata bella, neanche da ragazza quando la natura è generosa a con tutte, o quasi. Ecco, lei anche allora faceva parte del secondo gruppo. Aveva i fianchi e le caviglie massicce del babbo, da pescatore, gli occhi a palla, il volto asimmetrico e stralunato. I capelli grigi e stopposi neanche li curava più, affidandoli a una molletta grande e vaporosa. Dalla madre invece non sapeva dire cosa avesse preso. Se n’era andata ch’era ancora piccina, a inseguire un fantomatico lavoro in Canada, e il padre avrebbe dovuto prendersi cura di lei. Non gli piaceva parlarne, anche perché a seconda di quanto aveva bevuto, la versione cambiava, ora l’Australia, il Belgio o l’Argentina, un’altra volta ch’era solo una puttanella, perciò alla fine la piccola aveva smesso di chiedere, così da mantenere la parvenza poiché non poteva il ricordo, di una immagine dignitosa. Per un po’ s’era raccontata una storia bella, dolce come le caramelle, poi le caramelle l’avevano stufata, e non aveva voluto più sentire storie. 

Suo padre un po’ lavorava e un po’ no, e i soldi quando c’erano, li spendeva per bere, o per cercare una baldracca alla sponda. Era stata piuttosto la piccolina, da quando aveva otto anni o giù di lì, a doversi occupare delle faccende di casa, preparare la cena, rifare i letti, e di quando in quando scendere da basso ché sentiva i passi biascicare nel portico, e tirare in casa il babbo prima che rovesciasse lo stomaco all’aperto.

E lei mai che si lamentasse. Aveva capito molto presto, anche troppo, di non essere un buon partito, e aveva accettato la cosa con decorosa sofferenza. Anzi, quella vita sacrificata dietro l’uscio della casa paterna le aveva fatto guadagnare una forma di considerazione densa e luttuosa presso le donne più attempate, un rispetto muto e commiserevole che, ne era certa, un giorno le sarebbe valso a qualcosa. Quel tempo poi era venuto prima di quanto si aspettasse. 

Un lunedì mattina il padre si era presentato stranamente sobrio, pettinato a dovere e con le guance irritate dalla rasatura. S’era portato una delle sue zoccole dalla sponda, e stavolta se l’era pure sposata. Era una donna giovane, poco più grande della Severina, ma le caviglie sottili, gli occhi verdi e un seno dritto come lo gnomone della chiesa. Il padre la guardava non cogli occhi degli innamorati, ma di chi ha vinto un trofeo da esibire. Questa volta la Severina non l’avrebbe perdonato. Tuttavia il rancore rancido le fece sopravvalutare il proprio ruolo, perché una donna ora l’aveva, sebbene non sapesse riconoscere un tegamino da un mortaio. 

Le cose precipitarono, perché Ludmilla, la troia, come Severina l’apostrofava con le poche amiche, l’odiava e lei altrettanto, e nessuna delle due faceva nulla per nasconderlo. E al padre, palesemente, poco ne calava. Due serve si ritrovava, e con una ci poteva fare i porci comodi. Severina se n’accorgeva che era stata una di quelle notti quando si alzava all’alba e trovava Ludmilla seduta in cucina, che fumava, o guardava fuori la finestra. Aveva magari un occhio pesto, o un livido sul braccio. Capiva bene, ma non le diceva niente. Avrebbe potuto manifestarle un po’ di compassione femminile, avrebbe dovuto. Ma non le riusciva, e finiva per detestare quella cagna ancora di più. Perché non se ne andava? Com’era arrivata poteva levare i tacchi, e sbattere la porta dietro di sé. Nessuno l’avrebbe rincorsa. Neanche il padre. Era una gara, tra le due donne, a chi odiasse di più l’uomo immondo, lercio di peccato ed egoismo, gonfio di lussuria e alcol, una sfida senza pietà per l’antagonista. 

Severina, lei no, non poteva andarsene. Non aveva potuto durante gli anni ch’era una ragazza e neanche dopo; quando il pensiero l’aveva solleticata don Protaso, era stato molto chiaro su questo punto: “Ma, figliola cara, dove potresti andare? Il tuo compito è restare nella casa domandando a Domineddio la forza per portare la Croce. Perché il Signore non ci consegna mai pesi troppo gravosi da sostenere.” Diceva così, perché mica li doveva portare lui i pesi. Però era troppo sfinita per non dargli retta. Ché i preti mica lo dicono, ma certi fardelli uno mica li sopporta per salire sulla croce, ma per mancanza di alternative, o di immaginazione.

Severina non si affrancò dal suo ancora per molti anni. Più di don Protaso, che fu stroncato da un infarto, la mattina, seduto nel confessionale. Forse il Signore l’aveva chiamato a sé prima che una delle anime del Bordo venisse a fargli le pulci per i giudizi che affettava come la lonza magra. E dopo la morte di don Protaso non venne più nessuno, ma a quel punto alla Severina non importava più. Fosse venuto anche il Papa i suoi guai se li sarebbe tenuti per sé. Pochi mesi dopo don Protaso anche il padre aveva tolto il disturbo; mentre tornava a casa ubriaco era precipitato giù dal Pendaglio. L’aveva chiamata il brigadiere Luciano. Era venuto a prendere lei e Ludmilla, che s’erano sedute sul sedile posteriore. Non avevano parlato mai, né fatto domande, anche se il brigadiere continuava a dare spiegazioni lunghe e affatto necessarie, a dire che dovevano pazientare ancora qualche minuto, che poi avrebbero capito tutto. Erano arrivati sul ciglio del promontorio, un punto dove tiravano raffiche di vento così forti che il brigadiere s’era messo in dovere di aprire le braccia, a evitare che le donne venissero portate via. Poi con cautela le invitò a sporgersi, piano piano, giusto per vedere se riconoscevano la macchina. Una cautela non necessaria, perché né Severina né Ludmilla, intendevano seguire il porco giù nel burrone. Si sporsero senza tentennamenti. Nessuna vertigine avrebbe loro portato via la visione della fine dei tormenti. Cinquanta metri sotto, rovesciata sulla schiena, c’era la macchina del padre. O meglio la metà posteriore, mentre l’altra era sparita tra i flutti. Anche il padre era rimasto per metà spiaccicato sulla roccia, mentre il tronco, le braccia e la testa erano stati direttamente inghiottiti dalla bocca dell’inferno. Non che si riconoscesse ciò che era rimasto del corpo, perché faceva tutta una massa fumante con le lamiere contorte e i liquami viscidi dell’auto. Severina non era impressionata, e non lo sarebbe stata neanche se avesse riconosciuto, che so, un osso spappolato, oppure una macchia di sangue colare sulla roccia; non era ovviamente addolorata, ma nemmeno sollevata. Era delusa, piuttosto, che la fuliggine mattutina le facesse percepire tutto come ovattato. Faceva freddo. Vedeva la strada che univa il promontorio di Bordomundi con il continente davanti a sé; una sciabola d’argento conficcata nel costone della montagna, che compariva e scompariva, lottando contro le volte e sporgenze brulle. Non sentiva niente. Una qualità del vuoto inspiegabile. Non era preoccupata del futuro, ma neanche si sentiva come se la croce – che il Signore e lo zelo di don Protaso s’erano prodigate non risparmiarle – fosse sparita di colpo. Non era più leggera. Semmai era in una campana di vetro; tuttavia il vuoto era esattamente ciò che voleva avvertire. Come quando si toglie il giogo a una bestia che ha tirato per anni l’aratro, che non conosce altro, dapprima si sente strana, e quasi non vorrebbe. Ecco cosa avveniva in Severina. Il niente le causava un riallineamento interiore, che tutti gli organi fossero fuori posto e avevano preso a cercare la posizione giusta. Poi si voltò e vide, come in uno specchio, la stessa espressione in Ludmilla. Uno sguardo identico al suo. La avvertì vicina come non erano mai state. Senza pensarci, e senza ricordare ogni cosa, le afferrò la mano. Il brigadiere Luciano se ne accorse, e si commosse. Pensò che in fondo doveva essere stato un brav’uomo, a scapito delle dicerie.

Dopo che il padre s’era sfracellato non successero molte cose. In paese non se ne parlò che per qualche giorno, anche perché in tanti scommettevano che avrebbe fatto una fine del genere, e certi pure gliel’avevano augurata. Dopo quel vincolo, tutto femminile, sancito davanti al Brigadiere Luciano che schermava le donne ai colpi del vento, queste non sentirono mai l’esigenza di duellare sull’eredità. Che poi quattro muri erano rimasti che il maiale non s’era venduto per bere. Tuttavia fu proprio Severina a chiarire il punto sin da subito, che la casa non le interessava, se la poteva tenere tutta quanta. E, se non aveva nulla in contrario, avrebbe tenuto esclusivamente la bottega del nonno – poco più di uno scantinato – dal quale avrebbe ricavato la bottega da merciaia, come quella veduta in città secoli prima. Insomma, una specie. Si sarebbe cucita anche un camice verde. 

Ecco, di due cose poteva essere grata al padre, averla portata quel giorno a vedere la grande sartoria che s’era incastonata in fondo alla sua anima, e d’avere tenuto le sue lerce mani lontane dalla bottega, che altrimenti non avrebbe potuto farci nulla. Prese anche a viverci, perché la stufa nel retrobottega ci stava a pennello, e il bagno suo nonno era stato assai previdente a farne costruire uno, come sapesse. Quanto al dormire, non è che Severina dormisse tanto; le bastava la poltrona sulla quale di giorno poggiava la metà delle cose imbastite, e di notte reclinava lo schienale quel tanto per non stare con la colonna diritta. Molto presto le donne del paese si accorsero del negozio e, chi per rammendare i calzoni del marito distratto che s’era impigliato in un rovo, chi per lamentarsi del marito distratto, che s’era dimenticato l’Anniversario o l’Onomastico della suocera, arrivavano da lei. Dapprima alla chetichella (in fin dei conti per tutti quegli anni aveva vissuto come una reclusa, e prima di guadagnarsi la fiducia, fosse anche per una cerniera lisa, o il bottone della blusa scolorito, ce ne voleva), poi sempre più assiduamente. Era brava, ma non era quello. Aveva reso la bottega un luogo speciale, con tre o quattro seggiole disposte in un semicerchio, le pile dei vestiti alle spalle, un piccolo quadro dai colori tenui, ove erano rappresentate altre ricamatrici, e la stufa su cui, estate o inverno, sbuffava leggera una teiera. Ludmilla oramai aveva venduto la casa a un farmacista della valle (che però s’era fatto vedere col naso all’insù per un paio di ricognizioni prima di firmare col notaio, poi più niente), aveva fatto le valigie una mattina di febbraio, poi vestita di tutto punto era scesa a bussare alla bottega. Era bella e luminosa, come la fata delle fiabe. Lei e Severina dal funerale – c’erano andate, a fatica – non avevano più parlato. Non erano diventate amiche, non c’era bisogno. Quella stretta di mano, davanti all’orrido di Bordomundi, aveva sancito qualcosa di più, o di molto meno di un’amicizia. Avevano capito, punto. E quando si capisce le parole non servono più.

Quella mattina era la Candelora, il giorno più freddo dell’inverno. Ludmilla era vestita per bene, come il giorno in cui aveva fatto capolino in paese. Quando aprì la porta non erano ancora le sei, Ludmilla era paonazza per il gelo. Non sorrideva. Severina nemmeno ricordava d’averla mai vista sorridere. Dava l’impressione, in ogni circostanza, d’averla appena scampata da una bombola che esplode, o il fiume che si porta via la casa. Ecco, sembrava una che sopravvive a un cataclisma al giorno, e che già si prepara a quello successivo.

“Sto andando…”, disse col suo accento. Parlava un italiano così accurato come solo uno straniero. Severina non sapeva cosa dire, allora la invitò a entrare per un tè.

“L’autobus passa tra dieci minuti.”, ribadì Ludmilla senza che risuonasse come una giustificazione. Se ne restò, invece, ancora lì in silenzio, imbambolata per il freddo, o l’imbarazzo.

“Cosa posso fare per te?”, domandò la Severina, cercando di adeguarsi alla donna intirizzita che la fissava. Ma quella neanche l’aveva ascoltata. Poi, dopo altri istanti di imbarazzo, prese a trafficare con una tasca sul retro della gonna:

“Ho una cosa per te.”

Dopo essersi rigirata un paio di volte, estrasse una busta gialla rigonfia, aperta e lisa che a riempirla doveva aver fatto numerosi conteggi e ripensamenti. 

Non sapeva cosa dire. Si limitò a un “grazie”, pieno d’impaccio e stantio persino a lei. Teneva ancora la busta con due dita, senza essersi decisa tra il disgusto o la gratitudine, che Ludmilla di slancio fece un passo verso di lei, e la strinse a sé con un abbraccio tenue e disperato. Non disse nulla, non piangeva. Prima che Severina potesse stabilire un atteggiamento consono, s’era già ritratta, e scalpicciava verso la piazza. “Addio”, disse quando oramai era distante. “Addio…”, rispose Severina sottovoce, prima di richiudere la porta. 

Appoggiò la busta sul tavolo. Era incuriosita eccome, e non si faceva scrupoli a fingere il contrario. Ma c’era qualcosa che le stonava. Un grumo di rabbia, piccolo ma appuntito, che la teneva schiacciata sulla sedia.

Poi capì, improvvisamente: non aveva mai detto addio a nessuno! Non, com’era ovvio, a suo padre, sulla cui tomba avrebbe potuto pisciare. Se fosse stata un uomo l’avrebbe fatto, eccome! Che poi, a dire tomba, ce ne voleva. Una croce di legno, appena dignitosa, in mezzo al rettangolo di terriccio rosso, era. Il nome lo sapeva lei, ed era fin troppo da portare nel ricordo. Magari si seppellissero i nomi. No, lì sotto, nella cassa, c’erano solo gli effetti personali che altrimenti avrebbe dovuto dare alla parrocchia. Per quel che ne sapeva suo padre era una striscia rossa dal costone, giù giù, fino al portone di Satana. Macché addio, alla malora piuttosto. Neanche a don Protaso, a zia Provvidenza, o la nonna adorata. Per nessuno aveva conosciuto lo strappo del congedo, e non fosse stato per Ludmilla avrebbe tirato avanti così. A Bordomundi nessuno diceva addio: la gente campava, lavorava, cacciava qualche bestemmia, qualche preghiera, e poi tirava le cuoia. E mai, dico mai, si diceva addio a qualcuno. Perché nessuno se ne andava. Tutti restavano lì, qualcuno a lavorare la terra di sopra, gli altri a concimarla da sotto. Nessuno prendeva la corriera, che passava lì per dovere mica per tirare su i cristiani. Tutti rimanevano, eccetto le due donne di suo padre. Quel porco era riuscito, a trent’anni l’una dall’altra, a farle fuggire. Ma a sua madre, alla mamma, no, non aveva potuto dire addio. Non aveva bussato alla sua porta, non era scesa avanti al suo vecchio cuore di bimba a dirle, a dirle che?; cosa si racconta ai bambini per non dire “addio”? Non aveva sentito l’esigenza di stringerla a sé, e non le aveva consegnato una busta, un balocco, un ricordo, una cosa qualsiasi che le avesse tenuto caldo per tutti i febbraio della vita. Ecco d’un tratto il rancore sopito dimenticato le salì come una bolla nel latte sul tegame. Era di nuovo la bambina cui viene carpito un segreto, ed estorta l’unica parola che non era mai stata pronta a proferire. Che non sarebbe mai stata pronta.

Ludmilla aveva infranto una promessa che neppure sapeva, superato una soglia trasparente, oltre cui c’era un cespuglio, un rovo sotto il quale si nascondeva la rabbia antica che la faceva fremere come una foglia nella tramontana. Si alzò dalla seggiola, si avvicinò al tavolo e prese la busta gialla, poi si avvicinò alla stufa, dove crepitava la brace tenue. Non appena aprì lo sportello la fiamma si riattizzò, alla promessa di qualcosa da divorare. Senza indugio, senza neanche degnarla d’uno sguardo, depose la busta nella pancia di ghisa, la smosse un paio di volte con l’attizzatoio – a confermare quanto fosse convinta -, poi la richiuse come lo stomaco di un inferno tutto suo che, per quel giorno almeno, poteva dirsi placato. Non appena vide la busta contorcersi fintanto che la fiammella azzurra la lambiva, andò alla credenza a prendere una delle tazze buone. Era proprio il momento perfetto per un tè.

Grazie Corona

La morte, la malattia e la vecchiaia

Il Principe Siddhartha pensava che tutto il mondo fosse – beato lui – come la reggia di suo padre, entro la quale aveva vissuto come un recluso fino a quando, a un’età che per un certo tipo di scoperte sembrerebbe addirittura tardiva – aveva 29 anni, una moglie e già un figlio -, si avventurò al di fuori delle mura che tanto (troppo) bene lo avevano protetto, e scoprì cosa fosse il mondo. Talmente distante dalla rappresentazione ingenua tenuta fin a quel momento. Tuttavia per accorgersi dovette scontrarsi, constatare coi propri occhi, cosa fossero il dolore, la morte, la vecchiaia e la malattia. 

La morte. La vecchiaia. La malattia. 

E solo attraversando queste forche caudine, solamente attraverso la compassione per chi soffre, chi è anziano e chi muore, sarebbe potuto nascere la titanica figura del Buddha. 

Ma cos’è questa crisi? (para para para pappa pappa…)

Le crisi, si sa, sono difficili da gestire (altrimenti non ci metterebbero… in crisi). Rappresentano l’impatto delle circostanze eccezionali sulla routine, lo straordinario si abbatte sulle coazioni a ripetere e, nei casi più gravi, sbriciola le mura entro le quali era stata costruita la nostra cittadella solitaria. Da qui la paura, lo smarrimento, la ricerca avida di informazioni rassicuranti. 

Un po’ come se il Buddha il tuffo carpiato nella realtà non lo avesse dovuto fare attraverso un picnic, ma a causa di un terremoto devastante. 

Tuttavia, per quanti sono attenti a un certo tipo di segnali, il risultato è comunque importante; o quantomeno non banale. Non per una particolare arguzie, o per un sortilegio, ma molto più prosaicamente perché erano davvero “banali” gli scenari entro i quali eravamo convinti di poter vivere (e di non morire) prima. Il Covid19 sta riportando la centralità della morte, in una società imbastita sulla sua negazione.

Da poche settimane gli avvenimenti riguardo al Corona hanno preso un’accelerazione insospettabile, uno tsunami partito da lontano e che si è abbattuto sulle nostre borghesi e flaccide certezze, sugli arroccamenti dello status quo, travolgendoci in modo inimmaginabile.

Noi postmoderni, convinti che il mondo nuovo sarebbe cominciato con il crollo del muro di Berlino, oppure con la caduta dell’Unione Sovietica, oppure ancora con l’attacco alle torri Gemelle, ci eravamo sbagliati. Ci siamo ansiati per forme di millenarismo da due soldi, il millenium bug, i nefasti calendari dei Maya nonché altre apocalissi in miniatura.

Tuttavia nessuno di questi eventi aveva la forza necessaria per determinare qualcosa in più di uno scossone. Terremoti e tsunami sono stati digeriti con una facilità tragica (anche perché facilmente coinvolgevano gli “altri”). L’Occidente ha così dato la riprova del proprio egocentrismo, casomai ce ne fosse stato il bisogno.

Ma, come i perfidi extraterrestri di HG Wells, ne La guerra dei mondi, non avevamo fatto i conti con un nemico subdolo, invisibile, apparentemente banale ma in realtà distruttivo. Là era il raffreddore, qui un suo parente più prossimo.

Tuttavia si moriva anche ieri. Non per le stesse cause (o forse si dovrebbe dire “concause”), certo in proporzioni differenti, e senza che le strutture sanitarie venissero messe in scacco. Gli anziani tuttavia subivano anche prima discriminazioni così palesi nei fatti, quanto subdolamente nascoste nei propositi. Il nostro è un paese anagraficamente vecchio, sebbene inconsciamente puerile, avendo perciò orrore della vecchiaia, la fragilità e la vulnerabilità. Le stesse cose che il Buddha non aveva potuto vedere, qui da tempo la coscienza collettiva le rimuove. 

Ed è qui, in questa penombra delle cose, che si viene a inserire il Virus. Non proprio a cambiare le carte in tavola, semmai costringendo i giocatori a mostrarle. Non siamo diventati vulnerabili adesso. Lo siamo realisticamente di più, certo. Ma la nostra vulnerabilità è lì palese, contornata, ispessita, evidenziata, scostumata. Il “nemico invisibile” – c’è tutto un linguaggio figurato saccheggiato da settimane dai mass media, e poi ci sono (e c’erano anche prima) le ‘virus star’ che pubblicano libri sul “salvataggio del mondo” casualmente in questo periodo – è arrivato a rendere palesi i nostri meccanismi.

L’imperatore aveva freddo anche prima

Che sono poi meccanismi ancestrali, primordiali, esasperanti ed esasperati. Di nuovo, li avremmo potuti vedere anche prima per carità, ma adesso è caduta la maschera urbana e civile con cui li si dissimulava. L’istinto di autoconservazione è quello di sempre, ma il camuffamento riesce peggio. O non riesce affatto. Le marionette sono sempre lì, sul palco, solo che adesso si distinguono perfettamente i fili. Ci piaceva raccontare la sera, con gli amici, ch’eravamo degli eroi impavidi, e ora si scopre quanto fossimo fanfaroni.

Ricordo una sequenza di Conan il Barbaro, in cui James Earl Jones – il feroce antagonista Thulsa Doom – ringhiava, “Ora capiranno perché hanno paura del buio.” Doveva essere una minaccia, ma si capovolgendo i fattori, finiva per rivelarsi un dono; perché la paura c’era – c’è – anche prima. E comprenderne il motivo è il vantaggio che si consegue, per esempio, attraverso una terapia psicanalitica. Thulsa Doom senza saperlo stava per fare un favore ai suoi nemici, perché il problema non è mai avere paura, ma il sostanziale raddoppio per chi la paura non la capisce. La paura della paura. L’unica veramente ingestibile.

Noi abbiamo paura del buio. Ancora. Siamo diventati adulti senza cessare d’essere puerili. Le nostre paure si rannicchiano in zone recondite, spesso inaccessibili. E per mantenerle occultate le si rappresenta coattivamente in forme di rappresentazioni apotropaiche. Si pensi a quanti film apocalittici abbiamo visto negli ultimi anni, a quanti “contagi” che hanno devastato il pianeta, trasformandone gli abitanti in zombie. Quante aree rosse presidiate dai militari, quanti civili inermi condannati dall’arroganza di politici senza scrupoli. Quante volte l’abbiamo veduto, abbiamo visto le ombre cinesi dei nostri timori più ancestrali. Ma senza sapere, senza toccare, senza prendere coscienza. La morte, cui Covid costringe a ripensare le forme di rielaborazione dei lutti, ne disintegra  la dimensione sociale; eppure la morte è la grande rimozione degli uomini d’occidente. In questo quadrante del mondo si vive come se non si dovesse morire, come osservò alcuni anni or sono il Dalai Lama:

Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente, né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto.

Ecco, il Covid 19 sta adempiendo alla promessa di Thulsa Doom. Manda la nostra autocoscienza a ripetizione, ci lascia qualche credito extra per capire la lezione più importante di tutte.

Porti chiusi, mascherine e menti aperte.

Come cambiano in fretta le cose… Gli slogan della scorsa estate fa si rivelano, oggi, per i pensieri farlocchi che erano, lambicchi astiosi, fanfaronate impunite. Stanno a zero. Come quando si puntava l’indice verso nemici brutti, cattivi, diversi ma quantomeno visibili, si volevano serrare le frontiere, blindare i porti, barricare le anime mentre si sarebbe dovuto soltanto chiudere la bocca. Ieri con il buonsenso, oggi con una mascherina. Perché il Covid è un livellatore sociale, un nemico invisibile che colpisce chiunque, dalla star di Hollywood alla signora Pina, che abita al pianterreno, scavalca qualsiasi barriera diversa dalle pareti delle nostre case.

No, il virus ci sta insegnando tante cose. Che non eravamo così speciali, siamo come tutti gli altri.

Ad esempio, mentre i nostri telegiornali riportano i record della malattia, in Congo una epidemia di morbillo – ebbene sì, il morbillo, quello contro il cui vaccino nel nostro paese ci si può permettere il lusso di avere movimenti di opinione – ha ucciso 1600 persone. Ma al nostro egoeurocentrismo poco ne cale di chi muore in Africa, fintanto che il cobalto e il coltan, così necessari per i nostri device, non viene meno.

O forse dovrei usare il tempo imperfetto perché Covid questo intanto ha fatto: ci ha misurato, ridimensionato, scorticato, avvertito dei nostri deliri, messo impietosamente davanti a uno specchio, che fossimo pronti oppure no a incontrare l’immagine riflessa. Ci sta cambiando, e non necessariamente in peggio.

L’influenza al tempo degli influencer


Vediamo di fare chiarezza, ovvero la chiarezza accessibile a uno abituato a soppesare le informazioni, che tuttavia non è ne immunologo, né virologo.

Il Covid non è particolarmente diverso da una “normale” influenza, dove però è la normalità stessa a non esistere. Perché anche di quella che viene una volta l’anno, che ci storpia la voce nasale, che ci fa sbraitare contro il termometro e ci tiene un paio di giorni a letto, ce n’è in realtà un ventaglio di possibilità, fino alla “Spagnola” che giusto 100 anni fa si portò via un decimo della popolazione umana. Quindi le banalizzazioni non sono consentite neanche accettando il paragone.

Cos’ha di particolare questa “influenza”? A quel che ho capito due cose, la novità – e quindi il fatto che ci trovi tutti quanti immunodepressi, i nostri organismi non hanno alcun anticorpo -, nonché l’enorme contagiosità. Covid non è particolarmente letale. Chi ne viene colpito ha grandissime possibilità di superarlo (97%), ma con un R0* di 2,3/3 (il famigerato Ebola arrivava a 2…) il numero di contagiati bisognosi della respirazione meccanica cresce esponenzialmente, tracimando il nostro sistema sanitario, e quindi le percentuali che periranno proprio per non aver potuto ricevere le cure adeguate, non è solo grande, è incommensurabile. I conti sono presto fatti: se venissero infettate 20.000.000 persone, a morire potrebbero essere 600.000. Il bollettino di una guerra.

Tuttavia anche in questa prospettiva il Corona adopera un rovesciamento concettuale. Perché, ad esempio, le agognate mascherine, quelle per cui ci si accapiglia(va) dentro ai supermercati, dietro cui si nasconde la propria codardia, non servono in realtà per tutelare se stessi, bensì gli altri. Non si indossano tanto per impedire che la malattia compaia nei nostri bronchioli, quanto per evitare che gli infetti diventino untori (più o meno responsabili) per chi li circonda. 

Insomma il virus ci costringe a essere più generosi di quanto si vorrebbe.

*) il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione completamente suscettibile. Insomma, lo potremmo chiamare “coefficiente di contagiosità”. 

La lontananza sai, è come il vento spegne i fuochi piccoli, ma accende quelli grandi 

C’è nella lingua cinese un ideogramma, wēijī, che significherebbe tanto “crisi” quanto “opportunità”. L’uso del condizionale è doveroso, perché già Wikipedia ci avvisa di una forzatura pseudoetimologica, la stessa in cui nel 1962 incorse JFK. Tuttavia è una forzatura benevola, in quanto sancisce la dimensione “cairologica” delle crisi. Di questa crisi. Sebbene in una modalità paradossale e controintuitiva. Nel suo magistrale lavoro “La morte del Prossimo”, lo psicanalista Luigi Zoja descrive il distanziamento sociale operante PRIMA del Covid19. Riporto per intero la nota dell’Autore:

La globalizzazione – e la fine delle diffidenze della Guerra Fredda – favoriscono la solidarietà con persone lontane. Questo amore per il distante sembra promosso anche dalle comunicazioni elettroniche e dai viaggi più facili. Ma quello che amiamo così è spesso un’astrazione, e chi ne paga il prezzo è l’amore per il prossimo richiesto per millenni dalla morale giudaico-cristiana. Come in un circolo vizioso, questa tendenza si salda con l’indifferenza per il vicino prodotta dalla civiltà di massa e dalla scomparsa dei valori tradizionali. E come nel momento in cui Nietzsche proclamò «la morte di Dio», siamo alla soglia di un territorio radicalmente nuovo. Dove la morale dell’amore non è più possibile per mancanza di oggetto.

Luigi Zoja. “La morte del prossimo”. Apple Books. 

E se questa è la cartografia di un territorio ove ci eravamo da tempo addentrati, dove sembravamo destinati a stanziare a lungo, ebbene il Covid19 sembra farci recedere. Anzi, apre nuovi orizzonti. 

L’Inferno, che non sono (più) gli Altri

Perché questo fanno le novità, per quanto dolorose. Squadernano l’esistente, e provocano l’accesso a nuovi canali, impensabili, sotterranei, nascosti. Circostanze eccezionali fanno emergere doti inimmaginabili. La prima è un’insospettabile riscoperta dell’Altro.

Il “Prossimo” cacciato, seviziato dietro fili spinati, rannicchiato, barricato oltre a confini immaginari – tuttavia talmente sentiti da determinare la fortuna di letture semplicistiche a fenomeni complessi -, estromesso dalle lezioni di storia mai imparate, respinto e abbattuto, torna adesso a palpitare proprio per la ragione meno ipotizzabile. Negli anni dei social, delle mascherine usate sui mezzi pubblici (prima del Corona virus), del fastidio per l’alterità degli Altri, della colpevolizzazione preventiva di chiunque per ogni disagio, ogni ritardo, ogni disservizio, ogni fastidio; nell’epoca in cui a essere “virali” erano i video, le bugie della rete, le macchine del fango, l’ostilità preventiva, i contagi diffamatori; i tempi ottusi della mancata presa di responsabilità per ogni problema; l’epoca dove per entrare nelle agorà virtuali – quelle tridimensionali erano già sgomberate da tempo – si adottavano “presidi informatici” come gli antivirus, per non farsi infettare nemmeno quando l’Altro era distante centinaia di miglia; ebbene in questo tempo la pandemia ha cambiato, forse, tutto.

Per una curiosa sintassi del dolore, tutte quelle distanze potrebbero non esserci più. Stiamo soffrendo, abbiamo paura, è vero. Una paura “del” vero. La preoccupazione di oggi non è l’ansia della affannosa ricerca degli stessi ammennicoli di una esistenza troppo uguale a se stessa per essere vera; è una preoccupazione, materica, tangibile, reale. Per ciò che ci accade intorno, per ciò che ci potrebbe accadere, per ciò che accade agli Altri. Paura per coloro che entrano ogni mattina in una corsia d’ospedale e fanno del loro meglio per alleviare il dolore di chi soffre, ma anche – perché no? – per chi tiene aperti i supermercati, i fattorini che consegnano le cose a domicilio. E’ una focalizzazione potente che solo il Covid ha reso possibile. Ed è in circostanze così straordinarie che emergono personalità resilienti.

Prendiamo ad esempio gli insegnanti – categoria di cui faccio indegnamente parte – i quali non si sono semplicemente barricati in casa, ma superando una atavica ostilità per le tecnologie digitali, si sono rimessi completamente in gioco, reinventandosi la didattica. Idiosincrasie antiche vengono travolte da slanci generosi quanto mai. E questo NON perché lo show possa andare avanti, non per un delirio di burocrazia, ma primariamente per comunicare ai più piccoli che gli adulti sono, che ci siamo, che c’è del buono per cui lavorare, per restare in contatto, per andare avanti.

Homo sum, humani nihil a me alienum puto 

Insomma grazie Corona. Ci stai chiedendo molto, troppo. Ma ci stai restituendo più cose di quante ci potessimo aspettare. Nessuna di cui avessimo diritto. Ci hai scattato una fotografia differente dai “selfie” con cui intasavamo la rete, ci hai sorpresi senza trucco, vulnerabili e vulnerati, hai sorpreso lacrime vere, ma ci hai mostrato anche che, per una volta che non siamo andati a caccia degli untori, potevamo focalizzarci tutti quanti, tutti insieme, su qualcosa di terribile, ma autentico.

Ci hai donato la consapevolezza che si possa, ancora, lavorare insieme, che ci si possa assumere delle responsabilità in vista di un bene comune. Che se c’è una tempesta si può, una volta tanto, remare nella stessa direzione.

Caro Corona, mentre scrivo stai ancora falcidiando la provincia di Bergamo e Brescia, le percentuali di mortalità raccontano di un’ecatombe e, forse, presto arriverai più vicino a me, alle persone che amo. Ma ti ringrazio egualmente, perché sono sicuro che dopo il tuo passaggio – perché tu passerai – molte cose saranno cambiate. In meglio. Poiché ci hai documentato che non solo i virus e le bugie possono essere contagiose, bensì talvolta lo sono anche la bontà e i comportamenti virtuosi. Solo che l’avevamo dimenticato.

Humanitas, addio

Ovvero perché non dovresti mai buttarti giù da una scala. Ma se proprio devi, fallo lontano da casa ☺︎

Il cielo di petrolio, sopra Dublino. Vista dalla mia camera in albergo

Legenda feed back: 

⇣ inammissibile

✩inaccettabile 

✩✩ pessimo

✩✩✩ neutro

✩✩✩✩ buono

✩✩✩✩✩ eccellente

Poche settimane fa, il 6 febbraio 2020 – ultima visita di controllo – si è conclusa la mia esperienza con Humanitas ✩, ospedale con cui non voglio, né vorrò mai più avere a che fare. In nessun caso 😠.

La mia esperienze è stata talmente negativa da tracimare ovunque dallo stesso concetto di “inaccettabile”, con cui vengono provvisti i questionari on-line. Molto oltre.

E dire che mi ci si ero rivolto proprio per l’aurea di modernità ed efficienza che la precede – per la mia esperienza del tutto immeritata -, il mitologema lombardo della prevalenza del privato sullo statale, o la molteplicità di interlocutori anche interni, che me lo avevano suggerito (certo in buona fede). Per spiegare il mio disappunto, mi occorre fare una premessa. Non breve.
Credo si possa dire che io sia, o sia stato, un uomo fortunato, perché sono arrivato a 52 anni senza mai aver dovuto subire un ricovero. Qualche pronto soccorso, sì, le tonsille e l’appendicite nella preistoria personale. Ma gli ospedali li ho conosciuti quasi esclusivamente come visitatore. Fino a tre anni fa.

Altra piccola postilla. Sono un insegnante, e come molti miei colleghi, sovente ho accompagnato le mie classi a fare degli stage/gite all’estero. Ed è qui (o meglio, lì) che ho conosciuto il mondo ospedaliero dall’interno, qui che mi sono “fatto la bocca” 👄. Nonché, è solo in seguito a un ricovero “estero” ho dovuto fare la medesima esperienza in Humanitas, soltanto a una manciata di chilometri da casa mia che, dove però mi sono sentito davvero straniero. Il paragone tra le situazioni è tutto a svantaggio, in proporzioni mortificanti, per l’ospedale di Rozzano. Un paragone che però voglio fare. Sono un docente, e questa volta voglio dare i miei voti.

Allacciate le cinture, si va.

EIRE 🇨🇮☘️

2017, febbraio. Sono in gita a Dublino ✩✩✩✩, dove viene a trovarmi un blocco renale. Dopo giorni confinato nella camera d’albergo (della città ho visto ben poco 🚽🤮, e anche il compleanno lo “festeggio” in solitaria 🎂🚽…), mi rivolgo a un medico privato, e questo infine mi spedisce all’Ospedale 🏥 Saint James ✩✩✩✩✩.

Per questa istituzione, per le persone che ci lavorano, per quelle che hanno toccato il mio dolore, ho solo da esprimere una gratitudine commossa 😍🙏. Tutti. Dal primario 👨🏻‍⚕️ (giovanissimo) che mi inserisce il primo catetere della mia vita, chiamandomi sempre per nome 😮, rassicurandomi. Ero in buone mani 👐. Vorrei ricordare il nome dell’infermiere ✩✩✩✩ (quattro stelle perché non posso darne cinque a tutto e tutti) che durante il triage si accorge che sono lì da poche ore – nulla rispetto a riscontri successivi – e non avendo io mangiato nulla, spunta (chiamandomi per nome, di nuovo) nel mio cubicolo per portarmi due tramezzini, una bottiglietta d’acqua 🍶🥪 e un po’ di allegria  quanto la mia condizione mi consentisse. Porta una mascherina 😷, e inizialmente la cosa mi ansia. Sono forse contagioso? Lui appena se ne accorge, se la strappa via, con fastidio. E fanculo alle procedure 🖕! Mi piacerebbe ricordare il nome dell’infermiera che mi sposta da un’area appartata e un’altra meglio sorvegliata – la mia pressione è scesa a 40/80 🌡🧟‍♂️ – con grazia e allegria. Non capisco praticamente nulla, ma ride e fa ridere le persone accanto a me. Scopro il buonumore come una skill professionale per gli operatori sanitari. E no, scoprirò poi che non è vero che “tutto il mondo è paese.” ☘︎

Anche il mio cuore disidratato ride con loro ❥, nonostante le espressioni preoccupate dei medici 😟. Mi piacerebbe ricordare ancora i nomi delle infermiere che fanno a gara di generosità- “maybe, maybe”… – per procurarmi un caricabatterie 📱 (il mio è rimasto in albergo), senza il quale perderei il contatto con i miei affetti in Italia; la vincitrice che lo mette in carica mentre dormo, così che lo ritrovo carico al risveglio.

IRISH FAIRIES AROUND MY BED

Slanci commoventi nel momento di una grande vulnerabilità. Le stesse infermiere che mi salutano alla dimissione, creando un capannello gioioso intorno a me, con tanto di consigli “Take care yourself”, “Goodbye”, manco fossi una rockstar alla fine del concerto. Vorrei tanto ricordare il nome del medico di guardia che, dal Pronto Soccorso 🆘, sale nella mia camera la domenica pomeriggio (🙀), solo per blandirmi e assicurare che l’indomani mi dimetteranno in tempo per saltare su un taxi e di qui sull’aereo 🛫 che porterà  colleghi e studenti in Italia. Non ricordo i nomi, ma è grazie a questi sconosciuti che ho compreso la differenza tra “prendersi cura” e somministrare un farmaco, oppure prenotare un esame. 

Un nome tuttavia lo ricordo, Gemma ✩✩✩✩✩✩ (sì, sono 6 😍), la caposala notturna del reparto “Sir William Wilde” dove vengo portato dopo il triage. E’ circa mezzanotte, e dopo una serie di ascensori e porte scorrevoli arrivo in reparto, e lì c’è Gemma. Mi si fa incontro senza guardare i foglietti che mi svolazzano intorno. Guarda me, dritto negli occhi, “don’t worry too. I’m Gemma and I’ll take care, from now on. For everything, you can ring the bell 🔔.” Gemma, the jewel 💎; Gemma, the fairy queen 👸🏻🧝‍♀️💚.

Un femminile potentissimo♀︎, direbbero i miei amici psicanalisti. Un archetipo. Gemma che gira per le camerate con la luce fioca 🔦, che si muove felpata a controllare che tutto vada bene, che ti ascolta se hai fatto un incubo, che basta un trillo e arriva subito a versare nella cannula che penzola dal avambraccio un pain killer ✩✩✩✩ – I love it –, e che quando risponde ai miei impacciati “thank you” con la formula “you’re welcome”, ti fa capire che non è solo una forma di cortesia. Non qui. Non lei.

Io, in terra straniera, a sostenere colloqui a proposito della mia salute con il mio inglese ‘The cat is on the table style🐱, non mi sono mai sentito estraneo.

DEUTSCHLAND 🇩🇪🍺

Questo è accaduto l’altroieri, mentre ieri – quattro mesi fa per la precisione – durante una gita scolastica a Berlino, il giorno del ritorno, sono riuscito a inciampare su una ripida scala a chiocciola @. Come il dottor Urbino ne L’Amore ai tempi del colera 😷♥️. Quantomeno non ci sono rimasto secco 🔚👻. Una caduta paurosa, il cui bilancio – leggera frattura allo sterno, e rottura scomposta di un alluce 👣- è decisamente positivo; insomma poteva andare molto, molto peggio.

La corsa in ambulanza 🚑 all’ospedale Charité 🏥, il passaggio in triage, la permanenza in terapia intensiva (un brutto ematoma sotto la gabbia toracica 🤕), la pianificazione di un intervento al piede e, infine, i giorni di degenza in ortopedia li ho vissuti in totale solitudine. Eppure, ancora una volta, mi sono sentito capito – sebbene nessuno parlasse la mia lingua –, fatto partecipe di quel che accadeva. Dal medico che mi esponeva alla ecografia, “could be dangerous?”, gli ho domandato, “could be…” 🆘, ha ammesso con un sorriso mesto. La prima notte in terapia intensiva sono stato accudito con premura, non solo clinica ma anche empatica. Un’altra volta mi ritrovo a 1000 km da casa, con un cellulare scarico (i miei effetti personali hanno preso il volo con la comitiva), e anche questa volta un’infermiera ☆☆☆☆ durante il mio sonno mi prende il telefono, per restituirmelo carico la mattina 🙏. Un altro prodigio di gentilezza. Intanto mi impacchettano il piede in uno scarponcino ortopedico ☆☆☆☆☆, ultramoderno. Non mi fa neanche più male, e non è poco.

Il giorno successivo – la domenica mattina (📅🤭😲) – il primario, un altro trentenne, passa col codazzo di tirocinanti a discutere il mio caso. E poi Mandy ☆☆☆☆☆, l’infermiera timida che ruzzola ovunque, mi domanda scusa d’aver diminuito il dosaggio di piritramide (la medicina buona; che si chiami così lo devo alla sua disponibilità a soddisfare la mia curiosità, e non si limita ad andare a chiedere, perché torna qualche minuto dopo con un foglietto scritto a mano), mi chiede se può farmi la barba, e se mi serve uno spazzolino da denti. Rispondo con due stupefatti “ja, danke”. Ci voleva eccome. Poi il passaggio in ortopedia. L’allarme ematoma è cessato, ma la gentilezza continua. Ricordo ad esempio un medico asiatico (da queste parti il melting pot è una realtà solida e funzionante) che, durante una telefonata con il collega italiano, mi piroetta sulle lenzuola il tablet e, senza interrompere la conversazione, mi sollecita a guardare la radiografia del mio alluce. Non ho le prove di quale fosse l’intento – mi piace pensare che volesse dire “ma dove vuoi andare con un piede conciato così?”; già dove volevo andare? -; di certo con quel gesto mi ha fatto carico del mio problema. Il mio dito. La mia frattura. La mia vita.

Questo accade lunedì, e mi operano il mercoledì. O meglio, avrebbero, perché rifiuto; vuoi perché posso tornare facilmente in Italia, vuoi per la prospettiva di rivedere i miei affetti, vuoi per le lusinghe dei recuperi internazionali (☆☆☆☆☆), l’infermiere dedicato…

Il promemoria di Mandy

MA QUANTO MI SBAGLIAVO! HO COMMESSO UN ERRORE SESQUIPEDALE 😩. Il grande paradosso è l’aver deciso di “tornare in Italia” perché almeno avrei parlato la stessa lingua di medici e infermieri, e proprio questo è stato l’aspetto  più grottesco.

Attraverso alcuni amici prendo accordi perché una volta sbarcato a Malpensa venga ricoverato in Humanitas e  qui operato.  Scrupoli, tuttavia che neanche sembrano necessari… Per carità, senza pretendere l’impossibile, tipo il rispetto delle tempistiche tedesche, no dai. Mica doveva essere per forza mercoledì.

ITALIA 🇮🇹🎪

E’ il 22 ottobre, arriva l’infermiere dall’Italia. Ambulanza, aeroporto, e di nuovo ambulanza 🇩🇪🏥🚑✈️🇮🇹🚑🏥. Un piano elementare, cosa potrebbe andare storto? 

Atterriamo 🛬 intorno alle 20. Appena sbarcato vengono due “tamarri” (✩✩, da leggersi una ✩ cadauno), calvizie precoce, muniti di facce da schiaffi, a spingere la sedia a rotelle ♿️, sulla quale – per legge – sono tenuto a restare negli ambienti aeroportuali (a Berlino ne bastava uno, Sabri un tunisino dolcissimo ✩✩✩✩, ma  oh, mica devono foraggiare Alitalia da quelle parti).

Fuori dall’Hub Pinco e Pallo si guardano negli occhi, l’ambulanza (quella italiana, ja naturlich) è in ritardo, lo stomaco langue, scambiano occhiate d’intesa, è ora di mangiare un boccone, perciò mi scaricano su una panchina di ferro battuto. Oh, tanto l’ambulanza dovrebbe arrivare. Un comitato d’accoglienza come si deve 🤡🤡.

Con il sopracitato ritardo arriva l’autolettiga. L’infermiere che mi ha recuperato a Berlino pare ansioso, e non ne capisco il motivo. Più volte durante il tragitto mi chiede se sono SICURO che, una volta a Rozzano, passerò direttamente dal Triage al reparto, “ma certo. Ho preso degli accordi con il dottor Piripallo.”, lo blandisco, “ah il dottor Piripallo? E’ un caro amico. Aspetta che lo chiamo per essere sicuro.” Così mentre mi tirano giù dalla lettiga, lui telefona, “ciao Piripallo, sono qui con Claudio Mercandelli, volevo chiederti se… Ah tutto ok, va bene.” Finalmente, penso, si tranquillizza anche lui. Da qui in poi è tutta discesa. Il pacco viene consegnato, con tanto di firme. L’ambulanza riparte.

CASA, AMARA CASA 

“Aspetti qui.”, dice l’infermiera. Mi piazzano su una brandina. E’ scomoda, ma ci mancherebbe che ALMENO UN PO’ DI PAZIENZA NON LA DEBBA AVERE.

Ore 22. Il Triage Humanitas è una bolgia, e (NB) questa è L’UNICA ATTENUANTE “nazionale e locale” che sono pronto a riconoscere. Il problema è la mancanza di medici, nonché di infermieri. Ci sono barelle in tutti i corridoi. Ce ne sono persino nella stanza dove si paga il ticket. Il sottodimensionamento è una realtà certificata, sfacciata, oltraggiosamente palese; e il Pronto Soccorso di un grande  (e per grande intendo dire “grosso”) ospedale, caratterizzato dal suddetto sottodimensionamento, diventa un luogo rovesciato. Dove se tu stai male, non importa a nessuno, perché in ogni momento – in OGNI SINGOLO MOMENTO – c’è sempre qualcuno che sta peggio, molto, molto peggio di te. Perciò ti devi rassegnare, non ci puoi fare niente. Non puoi neanche protestare, perché giustamente ti si ribadirebbe “non vede che c’è il pandemonio?”, “non vede che stiamo soccorrendo uno caduto in moto?”, “non vede che…?”.

No, io vedo. Capisco, e un po’ mi sento meschino – ti ci fanno sentire -. Il punto è che nessuno vede me. E forse nemmeno questo dovrebbe essere normale.

Primo passaggio (dopo circa un’ora), arriva l’ortopedico, il dottor Pimpapimpi ✩✩. Gli racconto tutta la storia, e dell’accordo con il dottor Piripallo ✩✩. Lui, guarda il foglio di dimissione tedesco che – 🥁un colpo di scena! 💬 – è scritto in tedesco 🇩🇪, guarda il dischetto della RX, e comincia a blaterare sui medici teutonici che “sono un po’ aggressivi” (questa espressione mi risuonerà beffarda nelle ore successive), vorrebbero “operare a tutti i costi”. Lui però mica ne è convinto. Deve parlare con i colleghi; anzi forse mi mandano a casa. Poi fissa il mio “scarponcino” e soffia rancoroso, “quello glielo hanno dato i tedeschi?” – no, vorrei rispondere, viaggio sempre con un doposcì in valigia – “Pensi, qua non ce li abbiamo, li abbiamo chiesti, ma non ci sono. Costano un botto.” Sarà perché sono “aggressivi”? O magari qua si paga con “botti” diversi?

Mentre parla mi sento inopinatamente orgoglioso del mio scarponcino, e nella mia corteccia prefrontale si affaccia il cupo presentimento che, nella semifinale del 2006 ⚽️, avrei dovuto tifare per l’altra squadra. Tuttavia per il momento mi sembra che le cose stiano prendendo una buona piega. In fondo il dilemma che si profila è 1️⃣ tornare a casa anzitempo, oppure 2️⃣ salire immediatamente in reparto, come da accordi piripalliani. Certo se mi avessero ipotizzato la soluzione 1, mi sarei attrezzato. Ma via, non lamentiamoci troppo. Sono nella bolgia, e DECISAMENTE non sono quello che sta peggio. Tra poco la lascerò, in ogni caso.

Nemmeno immaginavo che si sarebbe verificata l’eventualità 3️⃣. L’avessi saputo, avrei cominciato a cantare, tra me e me, Deutschland Uber Alles o persino, in un accesso nostalgico, Molly Malone. 

Un infermiere gentile ✩✩✩1/2 (l’ultimo per un bel po’) mi accomoda sulla barella, chiedo se posso scendere – non ne sono del tutto sicuro, lo sterno, l’alluce sotto lo scarponcino, mi fanno esitare -, ma devo andare in bagno 🚻. Di pappagalli ospedalieri – non la prima scelta, ma sarebbe meglio sapere di poterne disporre – neanche l’ombra. Lui mi dice di sì, ma aggiunge, “adesso guardo io, però dopo stia attento, perché qui… rubano.” 🤨 Lo dice sottovoce, come se i ladri stessero lì ad ascoltare. Fatico a credergli, perché in fondo qui nel triage siamo tanti “malati”, pochi infermieri, pochissimi medici e quasi nessuno tra parenti. Chi può rubare? Tuttavia tra un po’ devo andare in reparto, o a casa, e quindi chissene.

Passano un altro paio d’orette. Un po’ comincia a seccarmi. Tuttavia le persone che gemono intorno a me mi costringono a una professione di umiltà e pazienza. Arriverà il mio turno. Ma ecco che si avvicina uno strano personaggio. Il dottor Pappapero ✩. Ha i capelli sparagnini, un po’ unti, il doppio mento, gli occhiali spessi. E la faccia bollita. Mi dice che, rispetto a quanto affermato da Pimpapimpi le cose sono un po’ cambiate, perché la documentazione è scritta in tedesco, e lui mica lo può sapere il tedesco. Tuttavia si capisce che c’era un ematoma sotto lo sterno, perciò non può valutarlo senza una tomografia. Gli dico che la tomografia l’ho già fatta in Germania, e che dopo una nottata in terapia intensiva, con ecografie a go-go, ho fatto tre giorni in reparto. Ergo, per i tedeschi – nonostante la arcinota aggressività – non era un problema. Pappapero tuttavia insiste, SE FOSSE PER LUI, per il piede, mi manderebbe persino a casa, ma per lo sterno, DATO CHE MICA PUO’ CONOSCERE IL TEDESCO, no. “La devo tenere qui, mi dispiace.”, conclude. C’è qualcosa di sinistro nella sua voce, che però in quel momento non comprendo. Ok, le barriere linguistiche non consentono di percorrere l’opzione uno, ma si torna solamente al piano originale, quello largamente – io penso – pianificato con il dottor Piripallo.

Ma mi sbaglio. E quanto mi sbaglio. Avrò tutto il tempo per comprendere l’errore. Il dottor Pappapero, che non conosce il tedesco, tuttavia sottovaluta pure che nella lingua italiana, se a una persona è stato promesso un ricovero, “la tengo qui” dovrebbe significare l’esplicitazione di un accordo pregresso. Ma è proprio questo il punto. Da quando sono arrivato qui, a 7 chilometri da casa mia, non parlano più la mia lingua.

Ma Pappapero non sa, e forse non gli importa, o forse si trova nel contesto sbagliato dove attribuire importanza alle cose. Nel luogo rovesciato del Triage Humanitas scompare, fagocitato dalle emergenze, sommerso dalle priorità, fra le quali io non compaio più.

LA FINE

Cito dal sito di Humanitas, sezione Diritti e Doveri dei pazienti 🤥, punti:

(…)

2. Diritto al rispetto del tempo: ogni persona ha diritto di conoscere i tempi 🤬 nei quali potrà ricevere cura e assistenza, nonché a essere prontamente avvisata in caso di problematiche o ritardi. 

3. Diritto alla partecipazione e all’informazione: ogni persona ha diritto di partecipare 🤯 in modo consapevole, attivo e sicuro alle cure. Ogni persona ha diritto di essere informata sulle proprie condizioni di salute, i benefici e i rischi dei trattamenti proposti, le possibili alternative, gli eventuali percorsi riabilitativi conseguenti.

Ecco per quello che ho potuto vivere la notte tra il 22, e il 23 ottobre, e le conferme che ho avuto nelle settimane successive, ciò non solo NON E’ VERO, ma nella fattispecie mi risuona come una presa per i fondelli. Il rovesciamento concettuale che ho già descritto, il sottodimensionamento sono un fatto congiunturale, ma occorre marcare un fattore culturale, non meno importante degli altri. In Humanitas, e forse in Italia, manca proprio l’umanità.

Passano intanto le ore. E io, ingenuo (ma forse un po’ cretino 🤪) continuo a domandarmi perché non vengano a spingermi in reparto. Ce ne metto all’incirca cinque per capire l’antifona: mi hanno semplicemente parcheggiato su una brandina, schiacciato contro il muro del corridoio nel triage di Humanitas. Davanti e dietro altri malati. Quasi sempre più gravi di me (almeno questa è la ragione necessaria per farmi accettare, in qualche modo, ciò che NON accade). Accanto a noi quasi mai passa un infermiere, ancora più di rado un medico. E SEMPRE, sottolineo sempre, di corsa, in modo tale da scoraggiare una domanda (non dico che sia la ragione vera, ma di un effetto collaterale studiato).

Passano le due di notte, poi le tre, le quattro 🕠. La lampada mi spara in faccia una luce bianca per cui non dormirei neanche sotto morfina. Cerco di sfuggire alla luce, mi nascondo del collo del dolcevita. Alle spalle comprimo la giacca (con il cellulare e il portafoglio da non perdere mai completamente di vista). Mi fa male (perché se hai male, persino in un luogo rovesciato continua a farti male). Esasperato, vedo le poche silhouette passarmi accanto, e mi s’accartocciano nella percezione, fino a che a trovo il coraggio di insidiare un discreto mezzofondista, “scusi, avrei bisogno…”

“io?”, fa quello “io sono il Dottor Mirimbalzi ⇣, sono Il Neurologo,” – giuro su quanto ho di più caro che nella risposta ho sentito tutte le Maiuscole – “ma non si preoccupi, chiamo qualcuno. Qualcuno!? C’è qui un signore che ha bisogno.” 

Qualcuno però non deve aver sentito, perché al suo posto c’è Nessuno. Sento solo il sibilare del vento e mi pare di vedere un covone di paglia trasportato inerte. Ma Mirimbalzi è già partito. Le grane di noi mortali non fanno per I Neurologi.

Cosa succede dopo? La stessa cosa che è successa prima, ovvero nulla.

Passa un altro paio d’ore, ormai sono le cinque. Non passa davvero nessuno, mi sento trasparente. Alla fine vince la necessità – se non altro quella di andare in bagno, la vescica se ne frega dei codici rossi e bianchi di un triage -, sebbene non sia affatto semplice. Mi accorgo, mentre mi bardo con giacca, portafoglio e cellulare, che SE non potessi muovermi, potrei tranquillamente pisciarmi addosso, sulla mia brandina, senza che le priorità del luogo dove mi trovo si alterino minimamente. Se ti trovi in un luogo dove, realmente, la gente muore ⚰️, QUALSIASI cosa accada a te diventa irrilevante. Provo sconforto, e senso di colpa all’unisono. 

Un altro paio d’ore, il dolore insiste. Riesco a fiocinare un infermiere, e gli chiedo un bicchiere d’acqua e un antidolorifico. Lo so, non dovrei, ma la memoria irlandese/ teutonica, dove mi bastava sussurrare “pain killer” che arrivava qualcuno 🔜, mi fa intravedere vie d’uscita dove non ce ne sono. Quello, incattivito per lo stop cui l’ho obbligato, mi guarda con una faccia che non scorderò più. Ma non mi manda affanculo. Non con le parole, quantomeno. Lo rivedo un’ora dopo con una doppia bustina, “che cos’è?”, domando io disilluso quanto agli oppioidi, quello “tachipirina” (ma gli occhi dicono “cazzo, vuoi scegliere, anche?”), “ok, va bene la tachipirina. Ma senza acqua?”, “è orodispensibile”, scansa lui abilmente l’obiezione; io però, che sono riuscito a parlare con un essere umano, per quanto indisponente, non voglio issare bandiera bianca 🏳️, e ribatto “capisco, ma mi scusi, sono qui da ieri sera, avrei un po’ di sete…”. Cos’è l’arroganza? Conosco la risposta a questa domanda, ma in quel momento ho avuto l’occasione di imbattermi in una nuova variazione sul tema.

“Eh, mica è un bar…” ⇣ ⇣ ⇣ ⇣ ⇣⛔️☠️🤯

Mi arrendo. Questa è diventata ufficialmente una delle notti peggiori della mia esistenza. La sete però incalza, come la vescica, indifferente all’indifferenza. Per fortuna mi sovviene che, in una delle tante volte che sono passato dentro a Humanitas, una di quelle in cui disinvoltamente ho pensato che Humanitas fosse un ottimo ospedale, che ci sono i distributori automatici. E addirittura – e questa è una fortuna sfacciata, per me, che non ho mai monete in tasca -, proprio quella notte ho un paio d’Euro pallidi e sparuti. Così esco dal triage, con la giacca abborracciata, il portafoglio e il telefono, caracollo col mio scarponcino e lo sterno dolente, fino alla macchinetta. Un problema almeno è risolto. 

La mattina la vita riprende, persino tra i corridoi del triage. Naufrago sulla mia brandina, mi tengo stretti i miei miseri effetti e la bottiglia d’acqua – non so se e quando toccherò terra, e ho i soldi al massimo per una seconda (del resto mica sono al bar) -, aspetto che le prime luci dissipino le ombre mortifere della notte. Piango, tra i flutti. Non l’ho fatto a Dublino, dove potevo morire, non l’ho fatto a Berlino, dove mi sono spaccato due ossa, l’ho fatto qui, dove mi sono davvero sentito esule.

Verso le dieci l’ospedale si rianima. Non il triage, sempre al collasso, ma si ha l’impressione che qualcosa possa accadere. Poi la svolta, l’inizio della fine del tunnel (del primo tunnel dovrei dire).

Arriva una dottoressa ☆☆☆☆, sulla trentina. Ha gli occhi e le idee chiare, i capelli da medusa circonfusi intorno al volto. E’ una lottatrice, ed è la mia prima vera interlocutrice da quando sono sceso dall’aereo. Mi rispiega la faccenda dell’ematoma, gli ribadisco che aveva smesso di essere un problema giorni fa a Berlino. E lei lotta. Eccome se lotta:

“Mi scusi, ma come faccio a saperlo io che qui nella sua bella cartellina tedesca, non lo dicono? Io parlo inglese, francese, e anche un po’ di spagnolo. Non ho fatto lingue. Perciò io adesso devo farle fare un’altra tomografia.”

“Spero presto…”, ribadisco io storcendo lo sguardo in una smorfia. Non sono ancora pronto per essere onesto fino in fondo, non su una zattera tanto esile, quindi vado di sottintesi, “sono qui dalle dieci di ieri sera.”

“Mi scusi, ma ha visto che cosa c’è qui? Cosa c’è capitato addosso?”

Un avversario degno, merita che lotti anche io.

“E quindi? Io posso stare qui all’infinito? Posso cagarmi addosso, pisciarmi addosso, morire di sete o di fame per questa ragione?”
“Se non possiamo fare altrimenti, sì.”

Gli occhi fiammeggiano, i capelli sono spirali di fuoco.

“Guardi, l’unica cosa che ho capito è che avrei dovuto operarmi in Germania.”

“E’ ovvio che avrebbe dovuto operarsi in Germania.” – avete mai trovato qualcuno, degno di una stima immediata, quasi animale, che vi dice contemporaneamente che avete ragione e siete dei coglioni? Ecco, a me è successo in questo preciso istante – “ha fatto il triage lì, avevano la documentazione, doveva restare lì, al 100%.”

“Anche perché, per come sono stato trattato in Italia.”, piagnucolo.

Dai dottoressa, questa lasciamela vincere. Invece no.
“Eh no, non ci sto, abbia pazienza.”, cribbio come lotta, “Il problema suo è che, come le ho GIÀ detto, lei è arrivato qui avendo perduto lo status di emergenza a Berlino. Noi non stiamo qui mica a girarci i pollici, siamo al collasso, come può ben vedere.”

Poi mi fa una ricostruzione, senza usare la parola “sfigato” che tuttavia renderebbe bene l’idea, da cui capisco che la mia (ulteriore) complicazione è l’avere avuto DUE problemi (two guasti es mei che one), alluce ed ematoma sotto lo sterno, per cui dove poteva essere una priorità l’uno non lo era l’altro e viceversa. Insomma, sono diventato uno specie di bastoncino biforcuto che, buttato nel fiume, finisce per incagliarsi su una pietra sporgente a causa della forma. La sfiga.

Tuttavia, dottoressa Medusa 👩‍⚕️ con i serpenti tra i boccoli biondi, ti scrivo qui alcune considerazioni che mi sono venute in mente successivamente (sommando altre esperienze) – e tu non le leggerai, ci mancherebbe – perché non è possibile che una doppia frattura diventi, per una strana sintassi del dolore, una sorta di “0 fratture”. Non è come per la lingua inglese, dove le negazioni si elidono. Qui si sommano. Se invece accade vuol dire che c’è una tara nel sistema. Ed è una tara bella grossa. Significa che per Humanitas non esiste “il malato”, ma solo “la malattia”, al singolare. Il malato non è mai soggetto, ma solo complemento oggetto della terapia. Non è mai un intero, ma sempre la parte.

L’ho inteso meglio, settimane (ebbene sì, SETTIMANE dopo) quando mi preparavano all’operazione. Un’infermiera, peraltro garbatissima, mi stava per schiacciare sul torace gli adesivi per l’elettrocardiogramma. E ho dovuto dirle io d’usare delicatezza, per via dello sterno spezzato. Nonostante gli esame, le RX, i colloqui in fase preoparatoria  e le tomografie – al plurale – nel momento in cui entravo in sala operatoria PER L’ALLUCE, lo sterno non era più contemplato. Si adottano protocolli di terapia, e l’efficacia è direttamente proporzionale a quanto il paziente coincida con la realtà protocollare.Iil resto è jungla. 

E, almeno teoricamente, quanto ciò possa essere pericoloso, lo si può dedurre da un fatto estremamente semplice: non tutte le persone che entrano in una sala operatoria – vuoi per l’anestesia, vuoi per il trauma – sono IN GRADO di avvisare che non gli si schiacci la gabbia toracica.

La dottoressa bionda, fiera come un’amazzone, torna a occuparsi di tutte le emergenze (nel frattempo i pazienti sono addirittura aumentati). Ho cercato di strapparle la promessa di fare la tomografia entro due ore, ma lei ha risposto piccata che “dipende da quante persone più urgenti di lei arriveranno in queste due ore.”

Ha ragione. Mi rassegno. Quantomeno ho trovato un interlocutore. Mi ha veduto.

Disonesto ci riprovo con un infermiere “facciamo che entro due ore mi fa sapere se…” (due ore sono, nel triage Humanitas l’unità di misura della brevità, non del tempo in quanto tale) ma lui, più prosciugato che antipatico, “facciamo che tra due ore sarò a casa mia. ☆☆”

Ti invidio bro. Passano altre ore, rispunta persino la dottoressa driade, che senza avere ceduto alla mia piccola trappola, si interessa ancora a me. E così, dopo altri brevi conciliaboli, alle quattro del pomeriggio di mercoledì 23 ottobre ho in mano il foglio di dimissione. Un miraggio che si materializza. Mi vengono a prendere, vado a casa 🏚.

Il conto è presto fatto: ho passato 18 ore, nonché una delle peggiori notti della mia esistenza, nel corridoio del Triage di Humanitas. Un calvario, che tuttavia sbaglierei a pensare che si sia concluso. Non intendo il passaggio sotto la lama di un bisturi – in realtà al momento della dimissione ancora non so -, ma tutto il resto.

La gioia di poter terminare la TORTURA ‼️, mi fa tuttavia sottovalutare un fatto elementare. Il mio foglio di dimissione, a differenza del krankenblatt dello Charité non è in lingua tedesca, gli ostacoli linguistici – NB. gli stessi che mi hanno trattenuto in ospedale, per niente, un tempo assurdo – non ci dovrebbero essere più. Eppure, riguardo alla mia condizione, non mi è stato spiegato niente. Niente di niente! Non so ancora se dovrò essere operato – “la chiameremo lunedì” -, se devo prendere degli antidolorifici oppure espiare in silenzio, se devo rimanere a casa dal lavoro oppure no, se la pratica relativa è informatizzata e ci pensano loro o devo domandare al mio medico di base, se devo tenere lo scarponcino oppure no, se mi occorrono le stampelle, se posso fare la doccia e tutta una serie di informazioni importantissime per qualcuno che debba continuare a vivere, mentre invece non lo sono in quel luogo rovesciato che il triage di Humanitas. Per esempio, vero è che la frattura allo sterno mi ha fatto soffrire solo alzandomi e scendendo da un letto, ma proprio per questo non sarebbe necessario spiegarmi se e quali cautele utilizzare per un letto “normale”, senza appigli o telecomandi?

Per fortuna almeno, attraverso la guardia medica (cui mi rivolgo per capire qualcosa in più) arrivo in serata a capire ALMENO una cosa. Che rispetto alla Germania devo continuare con l’eparina. Ma occorre tornare alla documentazione tedesca per recepirlo. Il giovane dottor Pirullopiruzzo ☆☆☆, che viene da una città del sud, rileva che dalle sue parti la sanità sarà pure un disastro, ma un foglio di dimissione “come si deve” lo sanno fare. A quanto pare in Humanitas no.

Taccio.

Ricordo che mercoledì è anche il giorno in cui, se fossi rimasto a Berlino, sarei stato operato.

Voglio raccontare com’è andata nelle settimane (e già la parola “settimane” appressata alle righe sopra) un po’ mi fa sussultare. Settimane in cui gli eventi degni di nota sono pochi, mente le implicazioni di più.

Si arriva al giovedì. Mi sveglio presto, perché su una cosa c’era stata chiarezza, e cioè che la “chiamata” dagli ortopedici sarebbe arrivata da un numero privato, e dovevo stare attento a non farmela sfuggire. Tuttavia la mia cautela non viene premiata perché non mi chiama nessuno. Venerdì quindi scrivo allora all’amico fidato Amico Fidato ☆☆☆☆ – lo stesso che aveva fatto da tramite con il dottor Piripallo (ovvero volenterosamente, ma con pochi riscontri) – e mi chiede di scrivere direttamente a questi. E lo faccio:

25/10/2019 13.21

Da: Claudio Mercandelli mercandelli_claudio@yahoo.it

A: Birillo Piripallo birillo.piripallo@humanitas.ir

CC/n: Amico Fidato amico.fidato@humanitas.it

Oggetto: amico di Amico Fidato

Buongiorno dottore, 

Dopo essere stato ricoverato in Germania, e dopo essere stato per 18 interminabili ore nel triage Humanitas, mi è stato detto di attendere comunicazioni riguardo l’eventualità di essere operato all’alluce, ma 48 ore dopo tutto tace. Ho provato a chiamare in H senza alcuna chance. Non ha risposto nessuno. Secondo lei esiste un modo diverso dal rientrare nei gironi del triage, aggrappato a una barella fluttuante nello Stige, per sapere qualcosa della sorte del mio povero pollice? 

Grazie di tutta la considerazione che potrà, se potrà, riservarmi. 

Prof. Claudio Mercandelli 

Ma Amico Fidato, in CC/n mi suggerisce di adottare toni più pacati. Non ce n’è tuttavia bisogno perché avevo sbagliato a scrivere nell’indirizzo “ir” al posto di “it”. Mi attengo alle precise istruzione e ne invio una più pacata.

Mi risponde quasi subito 💪.

25/10/2019 13.44

Da: Birillo Piripallo birillo.piripallo@humanitas.it 

A: Claudio Mercandelli mercandelli_claudio@yahoo.it

RE Oggetto: amico di Amico Fidato: 

Ho sentito il Dr Pappapero che ha gestito il suo caso all’ingresso (sic! 😵).

Stamane hanno fatto la valutazione multidisciplinare del suo caso. Hanno concordato che l’indicazione all’intervento ortopedico sussiste, benché non in urgenza. Lunedì la segreteria di reparto la contatterà per programmarlo. Per qualsiasi problema non esiti a ricontattarmi. 

Cordialità.

BP

Quindi si tratta di avere un po’ di pazienza, soltanto ancora un pochino. Stavolta il mio “caso” è stato preso in custodia da qualcuno dentro. Non verrò più trascurato. E’ solo giovedì, ma lunedì – non mi pare vero – mi chiameranno, e l’incubo finirà. Ma il lunedì non chiama nessuno. Quindi esasperato scrivo:

29/10/2019 9,34

Da: Claudio Mercandelli mercandelli_claudio@yahoo.it

A: Birillo Piripallo birillo.piripallo@humanitas.it

CC/n: Amico Fidato amico.fidato@humanitas.it

Buongiorno dottor Piripallo, 

È possibile che, eccetto la sua squisita cortesia, io da Humanitas non abbia saputo niente – nulla di nulla – a distanza una settimana dalla mia dimissione? Sono sconcertato. 

Grazie 

Claudio Mercandelli 

Mi risponde subito, dice che gli spiace e che mi cercheranno immediatamente. Cosa che effettivamente avviene. Da Humanitas chiamano e avvisano che sono fissate le DUE date per il mio prericovero. Il 5 e il 7 di novembre. La prima delle due date dovrò presentarmi, inoltre, a digiuno, alle 11,30 la seconda alle 13. In entrambi i casi dovrei finire per le 19,30. Luogo dell’appuntamento, Palazzina 2, Prericoveri.

E così ritorno in Humanitas il 5 novembre, le settimane trascorse a casa mi hanno aiutato non a dimenticare, ma quantomeno a lenire il dolore per la la tremenda notte. Le disavventure tuttavia non sono finite.

Mi adeguo a tutte le indicazioni che mi vengono somministrate – alcune non di semplice interpretazione -, faccio i vari esami. Ma le ore di attesa sono tante, e stare seduto su un seggiolino rigido, con lo sterno (ancora) rotto, mi fa male. Così male che il martedì, provo a chiedere di tenerne conto (mi pare inverosimile che in un ospedale si debba chiedere di tener conto delle fratture per le quali mi è stata APPENA fatta una radiografia…). Dapprima domando a un signore attempato, gli occhi buoni. Deve essere un volontario, ma forse proprio per questo non sarà arrogante. Provo a spiegarmi, devo ancora fare il colloquio con l’anestesista e pare che la mia pratica sia andata, perduta, nei meandri dell’ospedale. L’uomo dagli occhi buoni mi dice che non sa, però ha compassione, e mi indica un medico al bancone “quello è un anestesista, forse potrebbe sapere…”. Allora caracollo fino al bancone, “scusi, sto aspettando da un po’ di fare la visita con l’anestesista, e sono buttato lì su una seggiola, da cinque ore, con una frattura allo sterno…”, ma non faccio in tempo a completare la frase che quello, il dottor Trunfo Tronfo ⇣, prende fuoco immediatamente, “chi le ha detto di rivolgersi a me? Mi dica, mi faccia il nome, me lo indichi.” Mi sembra quasi che alluda al signore dagli occhi buoni – del resto, non ci sarebbero altri figuranti per questo riconoscimento -, aspetta solo una mia smorfia, ma no, dottor Tronfo, in questo Bronx gli occhi buoni scarseggiano, e io lo sbirro infame non lo faccio proprio. Non su questo.

Tuttavia la mia richiesta rimbalza alle orecchie dell’impiegata al bancone che pare sollecitare la situazione, per cui verso le cinque, con un paio d’ore in anticipo, parlo con un anestesista ✩✩✩ – molto, molto più simpatico del dottor Tronfo -, il quale, tra informarmi che mi cacceranno un ago tra le vertebre, etc, etc, mi domanda: “mi scusi, ma perché lei fa DUE giorni di prericovero? Ne basta uno…”

Di rimando gli faccio un’espressione che dice tutto. Non è a me che dovrebbe fare questa domanda. Anzi. Ne prende coscienza e chiama qualcuno. Assisto a questo punto a una conversazione fatta di cenni di capo vistosi, e mormorii e mozziconi di frase: “ah ah…”, “sì, mi domandavo…”, “mh mh…”, “ho capito!”; e poi a me il responso; “mi dispiace, non si può fare altrimenti.” Non importa, non ci contavo.

Due giorni dopo però mi faccio più furbo, e all’ingresso mi procuro una sedia a rotelle, con la seduta più soffice e meno ostile di quella in plastica. Ne guadagnerà sicuramente la mia gabbia toracica, mentre sono altresì certo che non impietosirò nessuno. Non importa.

Dopo questa seconda giornata, sfibrante quasi quanto il martedì, mi aspetta solamente l’operazione. Già, l’operazione. Ma quando?
“le faremo sapere”, “sì, ma quando?”, “non sappiamo, la chiamerà un incaricato.”

Vado via col terrore di dover passare altre settimane così, sospeso. Ma, immantinente, non faccio neanche in tempo ad aprire la porta di casa, ed ecco la chiamata anonima:

“buongiorno signor Mercandelli, dunque l’operazione è fissata per domani”, “domani?”, tergiverso perché dalle sette di sera alle otto del mattino un problema organizzativo potrei pure averlo?, “sì, domani”, “va bene”, “mi raccomando venga alle 8,30 digiuno solido e liquido dalla mezzanotte”.

Si vede la fine del tunnel. Forse.

Il giorno dopo mi presento all’ora stabilita, palazzina 2, ‘accettazione’, prendo il mio bel numerino a mi metto – rullo di tamburi – in attesa. Passano pochi minuti e mentre mi rifilo pizzicotti ovunque, mi mandano in reparto D0. Ci siamo! Arrivo nel reparto, sempre col mio scarponcino e un briciolo di ottimismo. Devono arrivare le mie figlie 👨‍👧‍👧, ma per ora sono solo. Quando mi presento al bancone, con quella che penso sia la mia destinazione finale, mi sento rispondere la frase più ripetuta in queste sale, “si accomodi in sala di attesa”. Ebbene sì, anche i reparti hanno una sala attesa. Mi ci appropinquo. Ho sete, un po’ di fame, ma ehi da un momento all’altro scatta il momento X. A nulla vale protestare. Ma passano i secondi, i minuti e infine le ore. Alle 13,49 (fanno fede i messaggi scambiati con le mie ragazze) vengo destinato a un nuovo reparto, D3. Arrivo molto angariato e avvelenato. Un’infermiera gentile, cui faccio un brevissimo resoconto della mia giornata, mi promette che “al massimo mezz’ora, stiamo preparando la camera”.

No, mezz’ora non basta. Alle 14,55 – le ragazze intanto sono arrivate, e stanno rimbalzando tra la mia incazzatura montata a valanga e il tedio che inevitabilmente le contagia – proprio quando sto per andare al bancone per gridare tutto il mio disappunto e dire a Humanitas che voglio firmare e tornare a casa, e che possono andare a quel paese (garantisco essere un eufemismo), la stessa infermiera della mezz’ora mi stoppa prima dell’irreparabile, “ah ecco proprio lei, la sua camera è pronta.”

Il turpiloquio mi rimane sospeso tra laringe e velopendulo, dove si affaccia una forma di commozione animale. Forse è davvero finita, il tunnel finisce qui.

CONCLUSIONI

Nella ricostruzione che ho fatto fino qui mi sono attenuto, il più rigorosamente possibile, ai miei ricordi. Solo per alcune comunicazioni interpersonali ho dovuto fare ricorso a strumenti terzi. Il quadro che emerge manco a dirlo è a tinte cupe, tanto da giustificare il titolo e la decisione (irremovibile) corrispondente. Io NON VOGLIO, NE VORRO’ MAI PIÙ mettere la mia salute nelle mani di Humanitas. Molte osservazioni possono essere fatte sulle circostanze eccezionali in cui mi sono imbattuto, o sulle congiunture sfavorevoli della sanità italiana – mi dicono mancare 40.000 medici -, e sulla scarsa probabilità di trovare meglio altrove (entro i confini nazionali quantomeno). Ma non importa. Una regola psichica, non scritta, è quella di dare un taglio con quegli ambiti, o quelle persone, che ci hanno trattato con tracotanza. Proseguire significa assentire a un abuso. Ciò che ho dovuto registrare in Humanitas è la scarsa consapevolezza che chi si rivolge a un pronto soccorso, o banalmente a un medico, lo fa in una condizione di vulnerabilità, acuta o latente che sia. E che il rapporto che si crea tra chi, a causa della propria vulnerabilità, ha pochissimo potere di scelta e chi, indossando un camice, ne ha troppo, è un legame molto delicato. Si fa un gran parlare, in Italia come altrove, di “diritto di scelta” per quanto attiene le terapie, l’accanimento, il testamento biologico oppure l’eutanasia. La verità è che un tale dibattito rischia di diventare uno vacuo esercizio di retorica se, varcata la soglia di un ospedale, si viene protocollati, compressi o stirati dentro a procedure ove il proprio essere persona, la corporeità, diventa la scrivania, il tornio, la bancarella delle caldarroste di qualcun altro. Abusante, o gravemente a rischio di abuso, è ogni rapporto che nasce radicalmente asimmetrico. Ed essere malati, allettati, sofferenti, si prende inevitabilmente il lato debole dell’altalena basculante. Se dall’altra parte non esiste una forte coscienza della necessità di compensare questa sproporzione, allora si potrà somministrare (forse) la giusta terapia, si adopererà (forse) correttamente il bisturi, si indovinerà (forse) il farmaco giusto e persino si potrà “trattare” un paziente entro tempistiche accettabili, ma gli si recherà comunque un torto. In quel territorio sacro, l’unico, che è il corpo di ogni persona – il MIO corpo -, anche il medico più bravo, l’infermiere più dinamico, si introdurranno come un agente nemico. La cura, finché si intende con questa parola l’aggressione meccanica di un bisturi o quella farmacologica, non giustifica ogni tipo di intervento, né tantomeno qualsiasi negligenza. Non servono solamente nuovi medici, ma anche medici con una consapevolezza diversa, con qualche delirio di onnipotenza in meno, e sgrossati del bitume autoreferenziale nel quale sembrano ormai rappresi. Medici e infermieri che scoprano che un malato non è solo qualcuno cui misurare l’emocromo. 

No, non può andare tutto bene. Non qualsiasi cosa…

Perciò può darsi che, incalzato dagli anni e dagli acciacchi, tra poco comincerò a sperimentare altre villanie, e aprirò nuovi conti. Ma a me stesso devo che, dove sono stato trattato così male, io non tornerò più. Mai più.

Detto questo posso e devo precisare che nel momento ESATTO in cui sono stato ricoverato, le cose sono cambiate sensibilmente. Il corpo sanitario di Humanitas si comporta come ogni organismo: aggressivo e respingente con i fattori esogeni, nonché (relativamente) protettivo quando finalmente si varca la soglia. Infermiere e medici, incontrati dopo il ricovero, hanno una parola gentile, si dimostrano disposti ad esaudire richieste – fatte pure a mezza voce, perché non ci credo più -, tuttavia ANCHE DOPO il ricovero, il paradigma fondamentale, qui descritto, non ho avuto necessità di cambiarlo. Da lì dentro il gap con le situazioni di Dublino e Berlino, si è allentato. Ma resta un confronto improponibile. 

“… OGNI PERSONA HA DIRITTO DI PARTECIPARE IN MODO CONSAPEVOLE, ATTIVO E SICURO ALLE CURE.”😶🤫

In sala operatoria sono rimasto sveglio tutto il tempo e, potendo scegliere, avrei fatto a meno di ricevere informazioni in quel determinato momento (anche perché non erano destinate a me). Tuttavia solo lì mi sono giunte parole come “frammenti di osso” oppure “placca”, ed è lì, soltanto lì, che ho preso coscienza di avere un osso non solo rotto, ma sbriciolato, e che mi stessero inserendo una placca. Posso dire d’averlo supposto, persino dato per scontato, ma dunque perché nessuno ha pensato bene di dirmelo chiaramente? Quando il mio piede 👣 è diventato “un problema esclusivamente loro”? Aggiungo – e così concludo – che le informazioni riguardo al mio intervento le ho ricevute sia pure con colpevole ritardo (*), nelle visite di routine dopo uno e due mesi dall’operazione. Per esempio sono venuto a scoprire che non sono costretto a tenere la placca per tutta la vita e, teoricamente, potrei anche decidere di toglierla. Un dettaglio, considerata la mia età, abbastanza superfluo; tuttavia ribadisco trattarsi del MIO osso sbriciolato, dentro il MIO piede martoriato, collegato alla MIA testa delirante, che partorisce l’idea di scrivere un racconto di trenta pagine per questa cosa. Sono io. Sempre io.

E non voglio più essere esautorato dalle scelte, gli scenari e le prospettive di ciò che deve accadere al mio corpo, in una prospettiva medica. Ecco perché ribadisco il mio NO, in Humanitas non ci andrò mai più. Chi mi conosce sa che quando assumo determinate posizioni è quasi impossibile che le cambi.

Ora mi tocca scriverlo anche su un braccialetto d’argento. Non sia mai di capitare, dopo un ictus, precipiti di nuovo all’Inferno.

*) curiosamente le sole che ho incontrato in Humanitas un medico disponibile a rispondere per filo e per segno alle mie domande, non fosse italiano 🇪🇸. Un caso? 

Nero Fradicio

Ricordami
ricordati
quella musica di rose
di tutto il calore, del discreto candore

Questo onnipotente
mio tuo sentire
questa fiera che drena il mio sangue 
che stilla gli anni,
che estirpa le ore

E non sono, non voglio più 
rimanere in questo cielo sguaiato 
c’è solo nero, 
il nero m’ingoia
Non voglio la vita, non cerco la gioia

Tutta questa bellezza
la nostra distanza, 
il dolore mi assorbe
chi cerca altro tempo, chi trova la sorte
L’amore ci rende
soltanto più soli
Non ho più tempo per non amarti

Ma non ti piangerò mio unico amore
perché la sola cosa posso tenere
la stecca di un dito 
sulla cartina, a indicare
il punto più esatto
dove fu vivo
(un palpito lieve, una vibrazione incolore)
il mio esanime cuore

Perché tutto questo dolore?
Perché la neve, perché non le parole?
Allacciati un istante
nello strame di città
prima del ghiaccio, di un buio pallore

Che n’è stato di noi, 
che sarà di me?
Ma non m’importa
di questo bulbo che muore
sopra la testa le torme di uccelli
scheggiano le nubi, adombrano i cieli
si trovano sempre
senza cercarsi, odiando il clamore

Ma non voglio, non posso più
calcolarmi sopra un foglio che brucia
dietro un cielo che urla
della tua assenza, della mia mancanza
Maledetto sia il sole
io rimango
sotto questo manto nero
di  un nero fradicio
fingendo che sono
da molto non ero

Harry (non) ti presento Soccy

La vicenda del libro del Cardinal Sarah – Dal profondo del nostro cuore – e il giallo, fitto di conferme a mezza voce e smentite “dai più stretti collaboratori” del papa emerito Benedetto XVI, ha ovviamente lacerato le carni già sofferenti della chiesa, rendendo sempre meno surreale la prospettiva di un nuovo scisma. La divaricazione politica preannunciata dallo smembramento della DC, dopo Tangentopoli, ha finito per dilatarsi in ogni piega del pensiero, dapprima politico, poi ecclesiologico e infine in quello teologico.

Non ci interessa il merito, ovvero se l’appello del cardinale guineano, se l’accorato appello alla curia romana a non seguire i modernisti di oggi, i padri sinodali amazzonici che hanno fatto importanti aperture sul superamento del celibato sacerdotale, sia giustificato.

La ratio, per questa volta almeno, non è così interessante. Le lotte intestine tra modernisti e tradizionalisti, riformatori e conservatori, hanno contraddistinto molti secoli nella storia della chiesa. Un déjà vu manco troppo originale oltretutto.

La grande novità è che, in modo informale, le due fazioni possono riferirsi… a un pontefice differente. Il riferimento ovviamente va ovviamente alla particolarissima situazione, quella attuale, dove un pontefice Benedetto XVI si è dimesso ancora in vita mentre quello successivo, Francesco, ascendeva al soglio di Pietro. Joseph Ratzinger ha avuto un coraggio enorme, quasi titanico, nell’affrontare il mondo per stabilire qualcosa con pochi precedenti: discendere i gradini del trono vaticano sotto gli occhi di miliardi – letteralmente – di fedeli che da lui si aspettavano tutto fuorché questo. Si sono fatte  centinaia di illazioni, ma l’unica certezza è che si è trattata di una scelta personale, per quanto sconcerto o disorientamento possa causare. In fondo quella di Benedetto XVI è stata una ruvida riscossa del singolo sulle viscose aspettative del collettivo. Coraggiosa a prescindere. Non sapevamo allora, né tuttavia sappiamo adesso. Allora perché, ben sette anni dopo, dobbiamo constatare che il tramonto silenzioso di una figura piena di dignità, alla fine non si stia rivelando tale? Silenzio un corno, perché la presenza dell’ex pontefice si sta rivelando un’enorme fonte di imbarazzo per il papa argentino, più ingombrante che mai. Ancora una volta ignoriamo il tasso di volontarietà di Ratzinger, se sia manipolato o il lucido comandante di una faida ecclesiale (eventualità che porterebbe però a considerare gli eventi del 2013 sotto una nuova luce), se il logoramento di sette anni fa sia diventata la demenza senile di oggi, ma certo gli angoli meno illuminati dei corridoi vaticani si sono riempiti del baluginio di lame come da tempo non accadeva, gli appelli sull’unità dei vanno a farsi friggere. Benedetto XVI – questo pensiamo – avrebbe dovuto evitare, specialmente nella propria particolarissima posizione, di mettersi di traverso. E non “perché avesse torto”, ma per evitare di versare benzina su una faida che potrebbe comportare non lo scisma più importante della chiesa, ma di certo quello più cretino. Non siamo tornati ad Alessandro VI, né agli antipapi avignonesi, ma tira una brutta, bruttissima, aria. Gli appelli evangelici all’unita dei cristiani sono andati a farsi a benedire, e per gli appartenenti alle fazioni è sufficiente incolpare gli adepti dell’altra.

Con qualche distinguo. Perché la chiesa potrebbe si esser lì per addentrarsi in una nuova “notte nera” nella quale tuttavia, parafrasando Hegel, non tutte le vacche sono nere. Non allo stesso modo.

Qualcosa di nuovo a Roma c’è. O forse di molto antico, ma che di nuovo ha l’arroganza e la hybris del nostro tempo. E francamente non se ne sentiva bisogno. Mettendo da parte la vexata quaestio del celibato presbiterale, se sia una strada percorribile oppure no, se sia giustificato lo scandalo millantato dai conservatori, ciò che emerge tra le fila di questi, è il rancore, l’idiosincrasia, la vera e propria ossessione che non riguarda solo papa Francesco, ma il punto nodale che il suo pontificato rappresenta, ovvero il cambiamento. Ogni cambiamento. Non si tratta di tracciare un positivo o un negativo,  ma la rottura della omeostasi asfittica nella quale si crogiolano i nuovi lefebvriani. E dire che proprio la “obbedienza a Roma” dovrebbe essere il cardine principe di un’ortodossia cattolica in quanto tale. Perché insomma, se “lo Spirito soffia dove vuole” non è che si può nicchiare più di tanto se soffia da un’altra parte. Ed ecco dunque il pasticcio, perché se le frange conservatrici della chiesa cattolica, i cui Maître à Penser sarebbero gli improponibili Antonio Socci, Mario Adinolfi & Diego Fusaro, o la redazione di La nuova bussola quotidiana. Insomma, non esattamente dei giganti del pensiero. Già la caratura di questi interpreti dovrebbe imporre riflessioni molto ponderate chi, all’interno dei palazzi vaticani, ammicca all’eventualità di un nuovo scisma. Ribadiamo: non si tratta neanche del territorio che forzosamente si vorrebbe difendere, ma del tipo di esercito che ci si troverebbe a comandare.

Soffermiamoci su uno come Antonio Socci, uno che per fare la tara aveva a suo tempo abbandonato i bastioni di Comunione e Liberazione trovandoli troppo liberali. Ma davvero il cardinal Sarah, i teocon statunitensi e quel che resta del povero Benedetto XVI vogliono confondersi con questi guitti? Non seguono le rassegne stampa internazionali, dove scoprirebbero che le loro posizioni in Italia – capitale Roma – sono difese da quotidiani come La Verità? Non vorrebbero dare una sbirciata al profilo Twitter – ormai l’infallibilità ex cathedra si ottiene a colpi di follower – dell’ex redattore de Il Sabato, dove oltre a trovare incredibili conferme alla svolta comunista di Francesco (scaturita da giochi di luci e ombre, dove in una certa fotografia compare una falce e un martello), si fa campagna elettorale di Matteo Salvini, e un buffetto a Trump (perché sì, il presidente USA magari evapora un generale iraniano e ci porta sul ciglio della terza guerra mondiale, erige muri per evitare i disperati, definisce Haiti un “buco di culo”, ma, ehi, lui è “pro-life”). Sanno costoro chi sia Matteo Salvini? Davvero si vuole artefare una nuova obbedienza ecclesiale che salvaguardi le posizioni più conservatrici se il prezzo è l’alleanza con un cialtrone baciapile di proporzioni bibliche? La chiesa – quella vera – ci ha messo mezzo secolo a ricostruirsi una verginità dopo aver definito Mussolini “uomo della Provvidenza” per ributtarcisi dentro con la versione burlesque (ma non per questo meno pericolosa)? Davvero si vuole ravvivare il focolaio postridentino con questa legna? Ma soprattutto si vuole davvero inserire la paranoia – l’elemento naturale dei suddetti personaggi – nel depositum fidei? Ci si vuole davvero lanciare in una nuova riforma guardando, come a un dottore della chiesa, Costanza Miriano?

Noi, per lo 0 che contiamo, saremo tentati di usare il criterio rovesciato. In una nota sequenza del film “Harry ti presento Sally”, una radiosa Meg Ryan simula un orgasmo seduta in un ristorante. Convinta dalla performance la vicina di tavolo allora, alla domanda del cameriere, ordina “quello che ha preso lei.” Davvero si sospetta papa Francesco di agire sotto l’egida di Karl Marx? Si avverte il sentore di eresia un po’ ovunque? Siamo davvero arrivati qui? E sia. Nella storia di un popolo come quello cristiano ci stanno anche passaggi di grandi confusione. Ma se si vuole fare una cosa intelligente, davanti a un dilemma, si vada a consultare il profilo twitter di Antonio Socci, per poi ordinare un altra pietanza.

Io, come scrittore. Io, come lettore.

Avviso ai naviganti, questo messaggio contiene informazioni personali. Le mie quantomeno. Perché per una volta voglio parlare di me, e intendo farlo “in pubblico”. In questo testo parlerò della mia crescita, e del suo ingrediente principale, il tempo. Il mio.

Ah dimenticavo… ho molte cose da dire.

1965 – 1986 ca.

La prima cosa. Io sono uno scrittore. So di esserlo e, inoltre, so oramai di non poter essere niente altro. Aggiungo che sono pure bravo. Non si tratta primariamente di ciò che “so fare” ma, appunto, di ciò che sono. Lo sono da sempre (per quanto riguarda la bravura per ora c’è solamente l’autoreferenzialità, ancora per un po’).

Per riprendere l’immagine che ha reso celebre James Hillman, nel suo geniale Il codice dell’Anima, la scrittura è da sempre la “mia ghianda”. Anche da bambino, non avrei saputo esprimerlo, né dare un significato, ma in realtà lo sapevo già allora. Le mie fantasie erano tutte rivolte in quella direzione.

Poi c’è la vita, con le scelte del mio primo indirizzo scolastico (mio padre volevi facessi il classico io, per spirito di contraddizione, puntai su agraria), l’azzardo della facoltà universitaria – un perito agrario che passa a studiare filosofia? Oltre a me e Recalcati, non credo ce ne siano molti -. La mia incontrovertibile pigrizia, è tutto lì. Da adolescente leggevo, da bambino ancora di più. Ma come scoprii più avanti, non abbastanza. 

Le pagine di Tolkien fioccavano come nevicata abbondante nella mia mente, e poi autori vari. Attraverso la lettura e rilettura di Carlo Silva, Vengo dalla Siberia, mi innamorai di quel continente congelato. Ma quanto a scrivere nisba…

I miei voti in italiano scritto non erano mai stati esaltanti. Più verso il 5 che non la sufficienza. Non ero mai “ispirato” (uso questo termine che tuttavia non indica ciò che intendo dire). Tuttavia un giorno la prof Daniela ci affibbiò un commento del Candido di Voltaire, scattò un click e, diversamente dalle altre mie performance, lo scrissi d’un fiato, con molta ironia, e una disinvoltura che facevo fatica a riconoscere. Piacque molto. La prof sospettava un plagio.

La ghianda di Hillman

Durante il mio primo anno di università mi accadde una cosa spiacevole, cui accordai – a posteriori – un potere eccessivo nell’ostacolare la schiusura della ghianda. Un alibi. Partecipai a una conferenza di Giampaolo Pansa, intorno al mestiere del giornalista – io che ancora non avevo focalizzato lo “scrivere”, ero arrivato come massima ambizione a immaginarmi appunto come cronista -. A un certo punto disse che per poter svolgere tale professione occorreva arrivare a vent’anni avendo letto TUTTI i classici della letteratura. Nessuno escluso. Dai Fratelli Karamazov fino a Victor Hugo. Essersi dedicati con successo all’Opera Omnia di tutti i mostri sacri. Ebbene, io non rientravo in quel novero. Non avevo ancora focalizzato la mia “missione” e già ne venivo estromesso. E non potevo recuperare, perché differentemente da molti amici già dovevo registrare, oltre alla inabilità alla scrittura, anche una feroce difficoltà nella lettura; la concentrazione che in me lavora (tuttora in modo controintuitivo: più una cosa mi interessa, meno riesco in una lettura lineare) e le diottrie mancanti, che cominciavano a crescere vertiginosamente.

Non so se quella di Pansa dovesse intendersi come una iperbole oppure come un requisito indiscutibile – negli anni successivi mi sarei accorto di tanta gente diventata cronista che non solo, probabilmente, aveva disertato le cattedrali della scrittura indicate da lui, ma forse anche il bungalow di una modesta grammatica italiana -, ma di sicuro io la intesi nel secondo modo.

Sarebbe importante precisare che il processo della maturazione della “ghianda” era ancora profondamente sommerso nell’inconscio, perché lo sbarramento lo avvertì a livello umorale, non di pensiero cosciente. Un fastidio.

1986 – 2000

Negli anni successivi, come si sa, cominciai a insegnare. Dapprima pensavo si sarebbe trattato di un espediente per sbarcare il lunario perché poi le cose sarebbero andate diversamente. Non sapevo come, ma diversamente. E mi sbagliavo.

Di scrivere ancora non se ne parlava (e non se ne sarebbe parlato per un bel po’).

Quando redassi la mia laurea – un bestione di 500 pagine! – ricordo che portai il primo capitolo, abborracciato indegnamente, all’assistente del docente (non farò nomi ma si tratta di una persona rispetto alla quale ho coscienza d’aver contratto un  cospicuo debito di gratitudine; uno dei tanti), la quale pochi giorni dopo me lo riconsegnò pieno di gratti di penna rossa. Un disastro. La sintassi, i contenuti e PERSINO l’ortografia. Sembrava scritto da un ragazzino di prima media, un po’ scazzato pure. L’assistente era sconcertata e me lo scrisse chiaramente. Non era accettabile da parte di un laureando in filosofia. Ricordo che ripresi in mano i fogli e, a un certo punto, scattò “un interruttore” – è proprio la coscienza che ci siano stati, nella mia storia, alcuni di questi interruttori a farmi abbracciare l’idea di Hillman – e tutto cambiò. Un istante prima non sapevo di poter fare meglio, e quello dopo ero oltremodo consapevole del contrario. Quando riportai gli stessi medesimi fogli dalla curatrice della tesi, ero provvisoriamente uscito da un’impasse con la quale, tuttavia, mi sarei confrontato molte altre volte nella vita.

Negli anni ’90, il mio desiderio di scrivere s’era fatto ancora più incandescente. Le parole mi bruciavano dentro, ma non trovavano mai un canale afferente. Ricordo d’aver comprato almeno un paio di registratori con la mini cassetta, perché nelle lunghe attese davanti a una scuola materna a prendere una figlia per poi precipitarsi al corso di nuoto dell’altra – talvolta ore di pausa – provavo a registrami, perché così la sera avrei semplicemente dovuto ascoltare e trascrivere. Niente. Pagine prodotte in quegli anni, nemmeno una. 0 tondo tondo. Neanche un capoverso.

Cosa ci avrei voluto mettere? Veramente, non lo sapevo allora e non lo so adesso; l’impellenza di comunicare precedeva e non di poco il contenuto. Mi domando se non sia sempre così. 

Non si trattava di constatare il presunto valore di cose che non arrivavano MAI al foglio di carta, ma di comunicare me stesso. Un’urgenza sconfinata priva di una vera forma di soddisfazione. Frustrante a dir poco.

Per esempio, durante i primissimi anni di insegnamento – tanto tempo fa – feci un bellissimo sogno, perfetto per costruirci una fiaba. Ebbene, a scapito dei numerosissimi tentativi, non ci riuscivo. Non vi riuscii per più di VENTI interminabili anni.

Di nuovo vorrei sottolineare l’importanza identitaria di questa cosa per me: non riuscire a scrivere era “non poter essere” ciò che effettivamente ero. Una privazione dolorosa.

2000 – 2012 

A cavallo del 2000 arrivarono i primi personal computer (a dire il vero per scrivere la mia tesi avevo – oltre a coinvolgere una schiera di amici volenterosi – usato un patetico Amstrad, un “ciccione” con il monitor a cristalli liquidi da sei o sette pollici, e un mastodontico PC proveniente da un intraprendente laboratorio di carcerati; programma di videoscrittura WordStar, sistemi di salvataggio prima i giurassici floppy disk, da 5 pollici e poi da 3,5); ma, tesi a parte, ancora niente. Arrivò internet, e scoprii i forum in rete. 

Scoprì di poter essere letto e che, talvolta, ciò che scrivevo piaceva. A persone competenti, talvolta. 

Qualcosa di molto, molto gracile si muoveva. Nel 2000 ottenni di andare a lavorare, gratuitamente, all’Ufficio Stampa di una importante kermesse estiva (non importa quale, sebbene non sarà difficile capirlo). Primo ufficio occupato, comunicati stampa. Un lavoro frenetico, dovevo andare a un incontro e, appena finito, tornare in fretta e furia in ufficio a scrivere il “pezzo”. Una sintesi, ad uso addetti ai lavori, di ciò che avevo appena ascoltato. Quattro, cinque incontri e relativi pezzi al giorno. Molta quantità e poca qualità, ma quanto mi divertii. L’ufficio stampa era un piccolo giardino dove la mia ghianda, molto tardi, cominciava ad aprirsi. Era un salottino, frequentato anche da giornalisti “veri”. Ne ho un ricordo grato e intimo. 

Una parete di compensato veniva riempita, ogni giorno, da tutti gli articoli che alla kermesse si riferivano. Intorno agli ultimi giorni, un pomeriggio, lessi un articolo molto polemico verso la manifestazione stessa. Mi arrabbiai molto, mi precipitai alla mia postazione e buttai giù una risposta piccata all’estensore del pezzo. Lo stampai e feci leggere al mio responsabile quello che avevo prodotto. Era buono, e lo sapevo. Gli piacque e mi autorizzò ad appenderlo alla parete, con lo scotch, sotto quello che mi aveva fatto infuriare.

Il giorno dopo il foglio era sparito ma, l’anno successivo, senza alcuna “raccomandazione” mi trovai a lavorare per il “quotidiano”, sempre della stessa manifestazione. Ero stato promosso.

Passarono così quattro anni, molto interessanti, in cui compresi cosa fosse “fare un’intervista”, incontrare persone stupende e cialtroni in ugual misura, e poi scrivere i miei pezzi. Mi piaceva. In fondo Pansa non aveva avuto completamente ragione. Talvolta scrivevo molto bene, altre meno.

Ma dentro di me ardeva altro.

Gli anni successivi sono stati tumultuosi. Verso il 2007 mi presentai presso la redazione di un settimanale, inventando una raccomandazione che in realtà non c’era. Mi serviva un secondo lavoro – e non lo sarebbe diventato mai, specie dal punto di vista remunerativo – ma mi occorreva molto, molto di più, scrivere. Ero ancora un vulcano con un enorme tappo sul cratere. Ottenni la collaborazione esterna (non mi sono mai iscritto all’ordine dei giornalisti e non ho rimpianti in questo senso) facendo alcune esperienze davvero edificanti. Mi venivano affidati dei pezzi, specie redazionali (quindi rozza promozione) ma mi giocai bene le mie carte. Sapevo scrivere.

Continuai così per circa cinque o sei anni.

Ma quanto al vero “scrivere” ancora poco o niente, se si fa eccezione per la fiaba “Io, Maggie e la luna” (2007) il cui nucleo mi si sprigionò dalle dita in un pomeriggio solo. E’ un racconto che oggi scriverei molti diversamente, in un linguaggio “didascalico”, ma i contenuti ci sono. Molte persone, dopo averlo letto, hanno pianto. Qualche anno fa entrai in una classe dove avevo due ore di supplenza. Non era una mia classe, ma mi ci trovai bene. Gli proposi di leggere “un mio racconto”. Lessi l’unico che avevo. Passarono altri mesi e per una nuova supplenza tornai in quella classe. Domandai se si ricordavano di me (narcisismo!), mi risposero di sì, ero il prof che aveva scritto “la fiaba del fiore e la farfalla”; in cerca di adulazioni domandai, vago, se fosse loro piaciuto e una ragazza, mi guardò dritto negli occhi e mi disse, serissima, “Prof, quel racconto mi ha cambiato la vita.” Mi dà i brividi a ripensarci. Ma se cercavo gratificazioni diverse da questa non ne avrei avute, perché quella ragazza aveva costruito un rapporto “speciale” con la mia fiaba. Non con me. Di me,  se avessi scritto altre cose, giustamente, non le importava nulla. Giustamente. I miei personaggi non erano me e non mi appartenevano. 

Tuttavia la mia scrittura non avrebbe avuto ancora adeguata soddisfazione. Avevo il mio bel laptop a casa, ma di inanellare storie o considerazioni “mie”, non se ne sarebbe parlato. Perché – ecco un altro dato importante – io IN CASA non riesco né a scrivere, né a leggere.

Quanto alla lettura, fondamentale nel mio processo di maturazione, ero ancora in ritardo. Tuttavia nel 2007, nell’arco di pochi mesi, dovetti dire addio a due automobili diverse. Rimasi per tre o quattro mesi appiedato e, abitando da mia madre, cominciai a viaggiare in Tram. Forlanini Mac Mahon era un tragitto interminabile, così presi a piluccare la libreria di mamma. C’era un’intera collana di “Classici” (di certo una parte di quelli cui aveva alluso Pansa trenta anni prima) e in quelle giornate autunnali presi a leggere voracemente come non sospettavo. Nella mia gerla caddero Dino Buzzati, Remarque, Boll e molti altri. Purtroppo non ebbi la saggezza di afferrare quanto fosse importante quel lavoro – e come sorprendentemente potessi consentirmi i libri cartacei: ora non potrei – perciò al più presto acquistai una nuova automobile e a girare con quella. Arrivederci ai tram, arrivederci alle fondamentali letture.

2012 – 2018

La vera svolta però avvenne nel 2012. Ero a casa di mio fratello e lui, a un tratto, estrasse un oggetto che fino a quel momento avevo visto solo negli spot della Apple. Era un iPad. Mi sembrava uno strumento eccessivo e ridondante. Che farsene di tanta tecnologia in uno spazio così ridotto? Tuttavia – per fortuna – la curiosità ebbe la meglio sul preconcetto e, giusto per gioco, provai ad aprire un documento e usare la tastiera virtuale. Non era così male, niente male davvero. Capì che mi serviva come l’acqua nel deserto. Ma non potevo comprarlo in quel momento. Mio fratello allora – ecco un debito di gratitudine taglia XXL – me ne regalò uno intonso. Smisi di andare a scuola con la macchina e ripresi la straordinaria idea di ricominciare con i tram. E l’iPad era una ENORME possibilità SIA per la lettura QUANTO per la scrittura.

Sulla metropolitana era di una facilità disarmante leggere gli ebook sulla applicazione kindle, mentre il pomeriggio, dopo la scuola, mi era sufficiente fermarmi in un bar – alcuni come quello autogrill sotto la metrò di Famagosta, li amai profondamente -. Tutt’ora il mio programma di editing preferito è Pages. Per fare un esempio il sogno fatto nel 1988 diventò in pochissimi mesi un racconto completo, di una settantina di pagine. E presto ne giunsero altri. Certo i miei personaggi erano (e per un certo verso continueranno ad esserlo) fossili e vegetali: conchiglie, margherite, un salice, un gruppo di persone chiuse in una stanza. Ero stato immobile per tanto tempo, come potevo mettermi a correre? Ma il vulcano era alfine esploso e la lava copriva ogni cosa intorno a me.

Commisi tuttavia l’imperdonabile peccato di superbia, già riscontrato alla mia laurea, che mi bastasse l’accensione di quest’ultimo – pensavo – interruttore per raggiungere l’editoria, eccetera. Ma mi sbagliavo. La lava può diventare un territorio molto fertile, ma devono passare anni, deve raffreddarsi e deve specialmente essere lavorata. Talvolta erano le mie dita a scrivere, la mia anima non ne veniva nemmeno coinvolta. La mia “lava” erano concetti e immagini fino a lì inespressi, che sgorgavano come grida nella notte. Cominciavo a essere uno scrittore, ma ero materiale grezzo, informe, che nessuno poteva ancora interpretare. Ero ancora illeggibile.

Fu così che un giorno – un altro interruttore, nuovi debiti di gratitudine – un amico scrittore mi parlò di una amica, Stefania, mamma di uno studente. Era una editor professionale. Non sapevo esattamente cosa fosse, ma seppi che doveva essere lei la risposta.

Ed ecco che cominciò un periodo di lavoro “vero”. Si lavorava sui testi sulla crescita attraverso essi. Stefania non mi ha mai negato, oltre a un’amicizia speciale, tanto ascolto, anche una considerazione per me imprescindibile. Era lei lo scultore che dentro a un bitorzolo di lava ci vedeva qualcosa. Ma di strada ne mancava ancora. Anzi, il lavoro cominciava solamente adesso. Certo, avevo nuovamente bisogno di leggere, di imparare la parola da Paolo Giordano, Irene Némirovsky. E dovevo semplificare la enorme cerebralità che contraddistingueva il mio materiale grezzo. La parola doveva smettere d’essere concetto, diventare sensazione, suono. Ma come facevo a leggere? Il mio cheratocono mi aveva da tempo sottratto l’uso della parola sulla carta, e l’iPad dopo quattro anni di onorato servizio, aveva ceduto allo stress. E non era stato rimpiazzato. Avevo comprato un ebook reader della Sony, ma si era dimostrato uno strumento – per quella generazione – troppo esile. Ero riuscito a infilare soltanto un D’Avenia. E non mi aveva impressionato.

Stefania un giorno mi butto lì: “Non hai mai letto Houellebecq?”

“No, perché.”

“Così, forse poteva servire.”, aveva esitato a premere l’acceleratore. Sarebbe stato importante, sono certo lei sapesse; ma occorreva che ci arrivassi pian piano. Al momento giusto. 

In realtà in Houellebecq mi ci ero imbattuto, non nella lettura, ma attraverso un film, Le particelle elementari. L’avevo trovato sgradevole, e non desideravo imbattermici di nuovo. E, aggiungo adesso, non è che abbia cambiato idea.

Intanto nel 2015, con estremo ritardo, scoprii che taluni dei “portatili” fossero portatili per davvero. Che esistevano computer che, senza essere attaccati alla rete, reggevano giorni interi. E si poteva SCRIVERE. Con la carta del docente fu il turno di un microscopico ACER – che si rivelò una pessima idea -, e poi due anni dopo approdai al mio primo Mac. Me lo rubarono, riuscii a procurarmene un altro poche settimane dopo. Questo era l’upgrade di cui avevo veramente bisogno.

Ma per leggere? Cioè, ne avevo più bisogno adesso che mai. Non avrei colmato il “gap di Pansa”, ma egualmente non potevo prescinderne. Un giorno Raffaele (un altro debito di gratitudine!) mi disse che a Rozzano avevano allungato la linea del 15. Oramai avevo un mezzo urbano che, lentissimo, mi avrebbe potuto consentire lunghissime sessioni di lettura. Era lì, a cinque chilometri da Zibido. Uno scherzo.

Mancava solo un ultimo tassello.

2018 – oggi

Scoprii che dal mio Sony in poi, la tecnologia degli ebook reader aveva fatto passi da gigante. Acquistai un Kobo e, quasi a ruota, un Kindle fire. I soldi meglio spesi della mia vita. Da novembre 2018 vado a scuola in tram. Ci metto circa un’ora e venti all’andata (Rozzano/ Abbiategrasso M2 – Lanza/ 12 – Mac Mahon). E pregusto il viaggio di ritorno che invece dura due ore: Mac Mahon 12 – Duomo / 15 – Rozzano). Sono quasi quattro ore di lettura tutti i santi giorni. E riesco a leggere come non avevo mai fatto.

Letteratura o saggistica? Entrambe. In poco più di un anno ho letto una trentina di libri: da Mircea Eliade a Joseph Campbell, dal Maestro e Margherita al sontuoso Todorov, Hervé Clerc sul buddismo e Paolo Branca sull’Islam. Mitologia, tanta. Psicanalisi ovviamente (Zoja, Recalcati e Hillman). Sono rimasto impressionato dagli incipit di Saviano.

E intanto mi allenavo al confronto con l’editoria. Una amica – altro debito di gratitudine – mi ha suggerito un concorso letterario. Ho, in due mesi, raffazzonato vecchi racconti e mandati. Non ho vinto, ma i giudici hanno voluto incontrarmi. Sono andato a Bormio. Ero piaciuto.

Mancava ancora un tassello, perché il lavoro di semplificazione del testo non era mai sufficiente. E non mi sembrava ciò che veramente volevo. Poi un giorno Ernesto mi dice (altro debito di gratitudine): “Dovresti leggere Serotonina di Houellebecq.”

Sono un uomo capace di respingere le indicazioni, per quanto sensate, ma non di oppormi all’inevitabile.

Ho letto Serotonina, e anche Le particelle elementari (in mezzo anche una commovente storia del Congo – 700 pagine – e un saggio sulla guerra dei minerali rari), e ho capito quanto Houellebecq mi servisse. Continua a essere sgradevole e scabroso. I miei temi non coincidono, se non tangenzialmente, con i suoi. Ma la sua scrittura è esattamente quella che mi serve. Io NON devo cercare la semplificazione del testo ma, all’opposto, moltiplicare la mia cerebralità fino a farla diventare cifra. Perché io sono così.

E ora ci divertiamo.

Prima gli africani

Nella contrapposizione, ormai quotidiana, sui flussi di migranti, sugli atteggiamenti da tenere, se sia legittimo (o a quale registro stesso di legalità riferirsi) nella questione degli extracomunitari che cercano nei paesi più ricchi una possibilità di vita, ho già scritto, e continuerò a farlo. Ma c’è un paradigma, che si finisce per dare per scontato, e la cui messa a fuoco potrebbe di per sé cambiare la lettura del fenomeno in quanto tale, la sua percezione collettiva e di conseguenza il senso di una complessità che al momento appare come un miraggio.

La “pacchia

Il dimissionario ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha tratto dalla contrapposizione a ogni forma di migrazione le proprie fortune con alcuni slogan la cui efficacia neanche i suoi detrattori potranno contestargli. Uno tra i meglio riusciti è stato quel “E’ finita la pacchia” con cui inaugurò l’attuale esperienza di governo i primi giorni di giugno 2018, fomentando in questo modo  l’elettorato. Ed è contro questa presunta forma di parassitismo internazionale che Salvini ha inaugurato una forma politica d’autodifesa territoriale – storicamente ricorrente – condensata nel secondo fortunato adagio dei seguaci di Alberto da Giussano, ovvero “Prima gli italiani.”

Perché l’assunto fondamentale della prospettiva leghista è che la migrazione sia, appunto, una sorta di villeggiatura per scrocconi. Nell’Africa subsahariana, nel Kurdistan e in Siria, nello Yemen e ad Haiti, nelle aree più povere del pianeta e in quelle dove la geopolitica stritola le esistenze di milioni di persone, ci sarebbero tuttavia barbieri, sale d’attesa degli stregoni, dove pigramente decine di avventurieri che non sanno come sbarcare il lunario, lazzaroni senza arte né parte, consultano depliant ove si illustrano le facilitazioni, le infinite possibilità per i furbi e i criminali, solo superando una frontiera, o investendo tuttalpiù una piccola somma per attraversare il mediterraneo, oppure facendo qualche chilometro in più. 

Visualizza articolo

Il Mediterraneo già; proprio dove, come un peduncolo prospiciente verso l’emisfero australe, il gancetto di una porta lasciata inopportunamente aperta, la penisola italica consente a chiunque di approfittarne. Ecco l’immaginario che ha decretato l’enorme impatto di Salvini e la sua Lega sulla politica italiana. Da qui l’intransigenza nel tenere a distanza di sicurezza i parassiti, come il Raid faceva in un noto spot degli anni ’80, con le zanzare.

La terra di tutti

Perché i sovranisti amano la propria terra, la vorrebbero incellophanare, vulcanizzare, proteggere dagli agenti  patogeni esterni (ciò che proviene da fuori porta malattie…); costoro si commuovono quando ascoltano l’inno di Mameli, gongolano per la patria ferita, sono suscettibili se qualcuno le manca di rispetto, soffiano come gatti se una compagine sportiva arruola atleti di colore. 

Gli altri, per una forma transitiva e riflessa, invece no. E meno di tutti i migranti, che la propria terra l’abbandonano per un tozzo di pane – non importa quanto necessario per sopravvivere – e si lanciano alla ricerca del paese della cuccagna. La pacchia, appunto. I migranti non amano la propria terra.

Tuttavia non appena si guardano le cose un po’ da vicino, e si accetta di mettere in discussione un immaginario rustico e privo di complessità, si scopre che le cose non possono, non potevano stare così. E che a credervi anche solo per po’, occorre/va fare un grave torto alla propria intelligenza. Bisogna spegnere il cervello, e così è facile detestare “gli invasori”. 

Perché la scelta di migrare in un’altra terra può susseguire a molte motivazioni, anche radicalmente diverse le une con le altre, ma tra queste non può essere compendiata la pacchia. Mai. Contrariamente a quanto suggerito dagli sgherri di Salvini, non è facile per nessuno separarsi dai luoghi ove si è stati generati. Non occorre indulgere al sovranismo per comprendere che c’è un legame tra qualunque essere umano e la propria terra. E spezzare questo legame, anche per necessità inderogabili, è un prezzo enorme e un trauma molto difficile da superare, a prescindere – si noti bene – dal tasso di ospitalità riscontrato nel luogo dove si cerca asilo.

Nella prefazione del libro “La doppia assenza” del sociologo franco magrebino Abdelmalek Sayad, viene descritta la difficoltà di questa condizione:

“Sayad dimostra che il migrante è atopos, un curioso ibrido privo di posto, uno “spostato” nel duplice senso di incongruente e inopportuno, intrappolato in quel settore ibrido dello spazio sociale in posizione intermedia tra essere sociale e non-essere11. Né cittadino, né straniero, né dalla parte dello Stesso, né dalla parte dell’Altro, l’immigrato esiste solo per difetto nella comunità d’origine e per eccesso nella società ricevente generando periodicamente in entrambe recriminazione e risentimento. Fuori posto nei due sistemi sociali che definiscono la sua non-esistenza, il migrante, attraverso l’inesorabile vessazione sociale e l’imbarazzo mentale che provoca, ci costringe a riconsiderare da cima a fondo la questione delle fondamenta legittime della cittadinanza e del rapporto tra cittadino, stato e nazione.” 

In altre parole il migrante non ha una terra rispetto la quale possa nutrire un senso di appartenenza. Non più, né ancora. Non quella da cui è partito, nei confronti della quale ha operato una cesura definitiva, un “tradimento” archetipico, se vogliamo. Non può tornare indietro perché, proprio per la natura della scelta operata, non fa più parte del territorio né della popolazione cui pure è stato generato. 

Un dolore ineffabile che è un dovere (e una convenienza, di cui parlerò più avanti) mai trascurare da parte di qualsiasi interlocutore. Basta rileggere i versi dell’italianissimo (in realtà nato in Grecia) Ugo Foscolo, in A Zacinto, dove esprime il proprio dolore per l’esilio (autoimposto, si noti bene, per ragioni di natura politica):

Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde

col suo primo sorriso, onde non tacque

le tue limpide nubi e le tue fronde

l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio

per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

Anche quando il migrante viene espulso, non potrà mai più tornare alla vita precedente. Una dissociazione è stata comunque operata, e un’esistenza apolide può rischiare di abbarbicarsi, ove costretta, a forme di appartenenza identitarie – perché il problema identitario è sempre il più radicale, a qualsiasi latitudine – molto, molto pericolose. Gli  autori di episodi terroristici degli ultimi anni, come la strage di Nizza del 14 luglio 2016, erano inseriti nei paesi di destinazione da tempo, e la radicalizzazione si è dimostrata come la necessità derivante dalla mancanza di alternative, piuttosto che convinzioni strutturate. Storie di povertà e marginalità sociale invece che di letture coraniche. Ogni migrante, persino se vive in Europa da generazioni, può risentire profondamente delle dinamiche di esclusione operate nei confronti suoi e della sua gente, e affidarsi di conseguenza a dinamiche identitarie sommerse. Perciò la migliore prevenzione del radicalismo, o del terrorismo autoctono, non può che essere il percorso per una migliore integrazione. Di qui la convenienza.

E se il migrante non appartiene più alla terra lasciata, la possibilità di appartenere a quella di destinazione, è affidata a una speranza esile come un sospiro. L’aggregazione sociale per coloro che sono espatriati è soggetta a una chimica fragilissima, pronta a suppurare e ammalarsi, facendo ammalare anche il tessuto connettivo con il quale  dovrà a ogni modo confrontarsi.

A titolo di esempio vorrei citare l’osservazione in Svezia di quella che è stata battezzata come la Sindrome della rassegnazione” (uppgivenhetssyndrom), che colpisce i bambini delle famiglie sulle quali incombe la spada di Damocle di un possibile respingimento. Fanciulli che diventano catatonici, inappetenti, incapaci di reagire, perdendo progressivamente l’istinto di autoconservazione. I bambini sentono trapelare, pure attraverso il silenzio degli adulti che, dopo avere perduto la terra madre, stanno per perdere quella cui contavano per andare avanti. E se non si può più andare avanti né indietro, meglio lasciarsi morire.

La sindrome della Rassegnazione

A questo punto, considerato che migrare non è la passeggiata per chi vi si avventura, incontrando sempre più spesso l’ostilità dei padroni di casa, la domanda sorge spontanea: perché? Chi glielo fa fare di rischiare la vita, spendere gli ultimi averi per trasferirsi in rettangoli del pianeta dove si verrà guardati con sospetto e malevolenza? Perché abbandonare la propria casa?

Una risposta semplice a questa domanda non esiste. Anzi. La migrazione è un fenomeno talmente complesso, storicamente stratificato – cui ogni paese ha fatto esperienza da entrambi i capi del filo -, da suggerire d’evitare risposte facili o demagogiche. Proprio le letture strumentali che però costituiscono il mainstream nel quale ci tocca vivere. 

Tuttavia una risposta dobbiamo provare a cercarla.

Si potrebbe dire senza timor di smentita che la ragione dei flussi migratori consti nella povertà, nell’estrema indigenza. E sia. Ma non è sufficiente, perché spesso il tipo di povertà che attanaglia regioni dove l’aspettativa di vita è mediamente la metà di quella europea, ha la propria radice recondita – e spesso anche quella più prossima – proprio nella iniqua redistribuzione delle ricchezze. Detto in altre parole, l’estrema povertà della stragrande popolazione mondiale è la condizione necessaria per il privilegio dei pochi. E stando così le cose il flusso dalle aree più povere verso quelle arricchite appare una fatalità osmotica. 

Niente che possa essere impugnato davanti ai tribunali civili oppure ai parlamenti sovranisti, ma di fronte a quello della storia eccome. Intendiamoci, a questa osservazione non consegue che la migrazione sia simpliciter cosa buona e giusta (semmai inevitabile), e che vada avallata in qualsiasi forma si palesi. Solamente che come fenomeno complesso, dalle radici attorcigliate alla vicissitudini dei continenti, merita un senso della complessità.

I migranti scappano dalla guerra, dalle persecuzioni politiche – i curdi, siriani, iracheni, libici, rohingya -; e tra le nuove povertà riscontrate nei paesi meno tecnologici, la maggior parte sono da addossare proprio agli standard di vita tenuti in quelli più ricchi. Ci sono studi, ad esempio, che documentano quanto stringenti siano i rapporti tra i flussi migratori e la desertificazione causata dai cambiamenti climatici. Per dirla in soldoni, mentre la parte settentrionale dell’emisfero terrestre, mangia, consuma e inquina, quella meridionale ne patisce le conseguenze in termini di siccità, di impossibilità di coltivare cereali, legumi, perché la terra si è inaridita. 

Ricordiamo poi lo sfruttamento della manodopera nella filiera dell’abbigliamento, dove griffe “bianche” hanno decentrato la propria produzione, a causa del costo della manodopera risibile, l’assenza di tutele sindacali e la possibilità di imporre salari sempre inferiori a fronte della competizione commerciale (a vantaggio ovviamente dei risparmiatori occidentali). Non è una “leggenda buonista”. Il 24 aprile 2013 a Dacca, nel Bangladesh, avvenne il crollo del Rana Plaza dove centinaia di donne erano costrette – segregate se non picchiate – per produrre capi d’abbigliamento a basso costo. Morirono 1125 lavoratori, soprattutto donne, e altre 2515 rimasero menomate. Sono numeri spaventosi. Tuttavia noi continuiamo a comprare polo “italiane” a costi ultra competitivi, e di come siano arrivate qui poco ce ne cale.

Il crollo del Rana Plaza
L’etichetta della mia Polo, “italianissima”, comperata solo poche settimane fa a un prezzo ultra competitivo.

Ota Benga

Ma la storia che voglio raccontare non riguarda l’attualità. E’ una storia un po’ più lontana nel tempo. La storia di un uomo piccolo piccolo (un metro e venti dicono le cronache), una storia diversa dove però tutti i temi fino qui tracciati trovano una tragica esemplificazione. Una storia singola che contiene tutti i deliri e i misfatti della fine del XIX secolo, e quelli non meno cupi del XX. 

E’ la storia di Ota Benga, il piccolo congolese, per raccontare la quale si deve partire distanti, in uno sfarzoso e austero palazzo di Laeken, in Belgio. Il palazzo reale. Leopoldo II, asceso al trono nel 1865 alla morte del padre vi si aggirava inquieto. Per un decennio aveva fatto pressione sul parlamento nazionale affinché approfittasse delle condizioni che il colonialismo sembrava offrire. Idioti, i politici erano degli idioti. Nonostante avesse lasciato carta bianca riguardo gli affari interni, non era stato ricambiato di pari moneta per quelli esteri. Il mondo era lì una miniera, un frutteto, un succoso frutto tropicale da spremere avidamente come già stavano facendo da molto più tempo e sagacia gli inglesi e i francesi. Persino gli olandesi, no dico gli olandesi in Sudafrica!, avevano approfittato. Possibile che solo a Bruxelles non si rendessero conto? Che i suoi connazionali non comprendessero quale opportunità andavano sprecando? Gente dalla dura cervice i fiamminghi, attenti alla borsa, ma prudenti fino al ristagno. Rimpiangeva, l’ambizioso sovrano, i tempi in cui Anversa trafficava col resto del mondo, le navi scambiavano spezie con l’Indocina e i mercanti si arricchivano. Dov’era finita la tigna di quelle generazioni? Toccava a lui, una testa incoronata, prendere l’iniziativa manco fosse un avido  commerciante. Si domandava Leopoldo se i suoi connazionali gli avrebbero mai riconosciuto un tale merito. Probabilmente no, ma non si perse d’animo. Dapprima provò a coinvolgere Pietro Savorgnan di Brazzà, che lo aiutasse a imbastire una missione esplorativa, o filantropica, insomma una di quelle sciocchezze lì.  Quel che contava era apparecchiarsi alla tavola prima che spegnessero le luci e chiudessero le cucine. Ma l’italiano declinò; riguardo l’Africa centrale aveva sancito un debito d’onore con la Francia, la seconda patria e gli aveva preparato per bene una conquista facile facile, proprio in Congo (per una contorsione del pensiero, tutt’altro che insolita in quei territori, gli dedicheranno la capitale Brazzaville). Leopoldo risentito per quel rifiuto, si rivolse quindi al più grande esploratore del continente nero, Henry Morton Stanley, il quale fu più accondiscendente. Non aveva ascendenti nobiliari, un‘infanzia passata a scappare dagli orfanotrofi e una curiosità mordace, sarebbe stato più malleabile. Insieme fondarono l’Association Internationale Africaine. E così nel 1879 partì la sedicente missione scientifica, pronta a esplorare nuove terre e ad annettere nuove succulente scoperte. Stanley si aggirava sulle acque melmose del fiume Congo, portandosi doni e oggetti curiosi, chincaglierie (ma, va detto, anche qualche prezioso cimelio), concludendo accordi con i capi villaggio. Questi, ignari apponevano una rudimentale “X” sul fondo di un documento di cui, ovviamente, non avevano compreso nulla. In una lingua diversa da quella che parlavano, e che avrebbero imparato a leggere molto più tardi. Troppo tardi. Non capivano. Men che meno afferravano ciò che avrebbe comportato per le loro terre e il loro popolo. 

Leopoldo II del Belgio

Agli occhi del mondo, a garanzia delle migliori intenzioni di Leopoldo, non bastavano le millantate finalità filantropiche e geografiche dai notabili dell’impresa. No, no. Occorreva di più, occorreva… un nome, uno che facesse sparire le ultime ombre. 

E così attraverso la lenta cucitura di lembi diplomatici e di sudate annessioni militari, riuscì dopo pochissimi anni a fondare uno stato completamente nuovo, riconosciuto nel 1885 dalla conferenza di Berlino, in Prussia, dove si decidevano – com’era inevitabile che fosse – i destini dei popoli africani. Finalmente Leopoldo aveva la sua fattoria negra. Ma il nome, un’acrobazia diplomatica che avrebbe fatto scuola, doveva indicare altro: lo Stato Libero del Congo, la cui purezza d’intenzione e autonomia era suggellata emblematicamente dalla nomenclatura fiamminga Kongo-Vrijstaat. Mica poteva spiegarglielo in Lingala che finalmente erano liberi. 

La bandiera era una stella in campo indaco, a suggellare la luce che il monarca europeo stava portando presso quei selvaggi. Non si trattava beninteso di un possedimento coloniale belga, ma di una proprietà privata del suo sovrano, che divenne a questo punto Leopoldo I del Congo – liberato s’intende -. Tuttavia non sentì mai il bisogno effettivo di visitare il proprio giardino africano. Poteva fare tutto restando sotto la confortevole ombra degli ippocastani del sontuoso giardino. 

Un seduttore, Leopoldo; era riuscito ad ammansire i francesi preoccupati dei propri possedimenti, i britannici e persino Bismarck, con la promessa di creare nell’area dei Grandi Laghi uno stato cuscino. Promise, elargì sorrisi e buone intenzioni, ché la stella fosse mica lì per caso, avrebbe promosso le missioni cattoliche, ostacolato la tratta degli esseri umani – che i feroci Batambatamba continuavano a imperversare tra l’isola di Zanzibar e il Sudan, e da lì verso il medio Oriente o l’India -, e avrebbe affrancato i mercati. Fece molte promesse Leopoldo a Berlino, e non fu invano. Certo, non si soffermò troppo a discutere che gli schiavisti, oltre che disumani, erano i principali competitori nel commercio dell’oro bianco: l’avorio, di cui l’Africa si pensava essere, a torto, una miniera inesauribile.

Ma con un’intelligenza rara per il commercio Leopoldo riuscì a guardare persino oltre alle zanne, che cominciarono a impilarsi sulle pareti delle nuove stazioni di transito, lanciandosi a capofitto nella ricerca di quello che sarebbe stato per decenni uno dei pilastri dell’industria europea. La gomma! Nel suo orto privato Leopoldo poteva approvvigionarsi a dovere del raccolto delle piante di caucciù e di ficus elastica. Nel 1888 un veterinario scozzese, John Boyd Dunlop, trafficando intorno alla ruota del triciclo del figlioletto, inventò il pneumatico gonfiabile. Di gomma, appunto, migliorando così le condizioni di viaggio di milioni di viaggiatori e decretando, senza saperlo, una sentenza di morte per milioni di congolesi.

Proprio mentre l’avorio cominciava a diventare un problema, Leopoldo si ritrovava tra le mani un giacimento d’oro elastico. “Tra le mani” tuttavia era un modo di dire, poiché la manodopera doveva essere quella locale, poiché era sufficiente “convincere” gli autoctoni – che grazie a Leopoldo potevano vivere in uno stato libero – a lavorare gratis per lui. Quanta ingratitudine. Aveva portato loro la civiltà europea, potevano esimersi da lavorare sedici, diciotto al giorno ore per lui? Si era seduto al tavolo delle potenze coloniali con incolpevole ritardo, ci mancava che perdesse altro tempo prezioso a convincere i negri. 

Tuttavia le cose ci misero un po’ a girare per il verso giusto, perché gli indigeni ci misero un bel po’ a capire le loro semplicissime mansioni. Non era nemmeno cattiva volontà, chissà se quelle bestie ce l’avevano una volontà propria?, ma di ignoranza e idiozia. Non capivano. Perciò dovette – e un po’ di questo si rammaricò, esclusivamente per l’immagine di benefattore che doveva pur sempre salvaguardare – usare i modi più bruschi. I militari della neonata Force Publique arrivarono a decimare intere porzioni di territorio, sterminare villaggi. 

Qualcuno rimaneva indietro…

Poi c’erano anche altri sistemi di apprendimento, altrettanto efficaci e meno, appena meno, sanguinari. Come ad esempio la prassi di amputare una mano di quelli che non raggiungevano la quantità di raccolto prefissata. Ci sono foto dell’epoca, più eloquenti di qualsiasi statistica, dove ragazzini svuotati mostrano all’obiettivo il moncherino. Mica con un’aria di denuncia – chi li avrebbe ascoltati? -, ma più per documentare un esercizio doverosamente svolto. Quello dei carnefici. Inutile dire che Leopoldo diventò vergognosamente ricco, fino a che nel 1908 il parlamento belga gli portasse via il suo meraviglioso giocattolo. Ma questa non è la storia di una testa incoronata. Nemmeno quella di chi per arricchimento privato comminò un vero genocidio, quando di genocidi ancora non si sentiva l’esigenza di parlare. Alcune stime riferiscono che Leopoldo abbia fatto uccidere quasi dieci milioni di persone, un terzo della popolazione congolese. 

La suggestiva bandiera dello Stato Libero del Congo

Questa è piuttosto un’altra storia, quella di un uomo piccolo, un Twa oppure un Mbuti, un pigmeo, talmente piccolo da diventare presto un freak, una bestia da baraccone, ma non abbastanza piccolo da sfuggire alle maglie della storia degli uomini, uomini altri ma non grandi, i cui nomi continueranno a gocciolare l’altrui plasma sui libri di storia. 

Ota Benga era nato intorno al 1880. Era un guerriero. Poteva seguire un leopardo per giorni, sapeva come spaventare un elefante lanciato in una carica forsennata, riconosceva perfettamente le impronte di un okapi passato giorni prima. Proprio tornando da una battuta di caccia, mentre ancora teneva la selvaggina sotto l’ascella, cominciò a non capire. Perché il villaggio, la sua casa, i fratelli, le sorelle, non c’era. Dov’era stata la sua esistenza c’erano soltanto rovine fumanti; Ota Benga non capiva, e quando non si capisce si soffre meno. Non fece neanche in tempo a realizzare ciò che era accaduto, quando fu catturato da alcuni mercenari. Doveva essere destinato anche lui a trasportare la gomma dall’interno sino ai porti, e caricarla sulle navi. Ma Gesù, era talmente piccolo che sarebbe servito a poco. E poi, con quei denti, limati e aguzzi come quelli di un felino, inquietava persino i carcerieri. Meglio disfarsene. No, non ammazzarlo, poteva pur rendere qualcosa. 

Lo acquistò uno di quei personaggi senza arte né parte che attraversavano l’Africa, un po’ affarista e un po’ missionario. Il mercante se lo portò dapprima in Europa. Era lì che il credo positivista faceva allestire i primi “zoo umani”, con i curiosi a sciamare davanti alle gabbie. Non erano la prova provata che l’uomo discendesse da uno di quegli abomini? Sembrava un po’ come guardare dal buco della serratura di Dio, e sbirciare nel laboratorio dove aveva fatto le prove generali. Non c’era chi non volesse pagare il biglietto per quelle attrazioni. Ma l’Europa aveva materiale più che a sufficienza. Gabbie di pigmei n’erano già state allestite tante. Non ce n’era una libera (si fa per dire) per Ota Benga. 

Ota Benga nel 1904

Allora il missionario, per nulla scoraggiato – in fondo ci aveva messo su dei bei soldi – salì su un nuovo bastimento, con il quale varcò questa volta l’Oceano Atlantico. Destinazione America. Nuovi mercati, altri curiosi, meno schizzinosi. Lì avrebbero pagato il giusto per un fenomeno come Ota Benga. Dapprima riuscì a farlo esibire all’Expo di Saint Luis nel 1904. Poi, finita la kermesse, doveva trovare altri interlocutori interessati. 

Arrivarono così a New York, dove dapprima il pigmeo fu “prestato” al museo di Storia Naturale. Doveva servire a documentare qualcosa…, neanche aveva capito il missionario. Essenziale che pagassero. Ma Ota Benga si rattristava in mezzo agli animali impagliati. Dicono si fosse fatto aggressivo, troppo aggressivo, per i ricevimenti che l’alta borghesia ogni tanto qui teneva. In una di quelle serata danzanti, tra la bacheca dei coleotteri e sotto l’enorme scheletro della balenottera azzurra, Ota Benga fece una mossa decisamente sbagliata, mordendo uno dei rampolli Rockefeller, il quale voleva soltanto baloccarsi con lui, prenderlo in braccio come si fa con un cucciolo. Ne seguì che il Museo dovette allontanarlo, rischiando di vedere essiccare il copioso flusso di donazioni cui proprio non poteva fare a meno. Specie non a causa delle bizzarrie di uno scimmiotto.

Così la “carriera” da fenomeno di Ota Benga proseguì altrove, in contesti meno nobili, più vicini alla vorace curiosità della plebe. Finì nello zoo nel Bronx, stessa gabbia delle scimmie. Gli avevano persino costruito un arco giocattolo, perché sembrasse più minaccioso, o più patetico. L’esibizione – che fu, va detto, un enorme successo – suscitò tuttavia anche le rimostranze della comunità afroamericana della Grande Mela. Poco male. Avevano da poco raggiunto la liberazione dalla schiavitù, che non si allargassero troppo. Tra le voci più irriducibili della protesta, fu importante quella del Reverendo James B. Gordon, il quale insistette così tanto, con le missive al sindaco e ai notabili cittadini, che alla fine non solo lo liberarono, ma glielo appiopparono come un pacco ingombrante. Ormai la sorpresa per quella scimmietta con i denti aguzzi si era esaurita.

Il reverendo prese a benvolere Ota Benga. Nel modo che gli sembrava più congeniale, ovvero il proprio. Si prodigò affinché il pigmeo si americanizzasse, e smettesse così una volta per tutte d’essere uno scherzo della natura. Gli avrebbe insegnato l’inglese, gli trovò nel 1910, persino un lavoro, giù in Virginia, in una fabbrica di lavorazione del tabacco. Di tasca propria sborsò una somma importante per portarlo da un dentista, che gli incapsulasse gli incisivi, ché sembrasse un cristiano e non più una belva pronta ad assalire la preda. Era un uomo buono il Reverendo Gordon, un uomo di Dio. Perciò è curioso che stesse spingendo Ota Benga nella stessa direzione, ma per la ragione opposta, di quelli che l’avevano messo nella gabbia delle scimmie. Lo spingeva lontano da ciò che era.

Un gioco cui il pigmeo per un po’ provò a prestarsi. Non capiva le parole, ma gli occhi di un uomo buono, quello sì. Poteva accondiscendergli, mostrargli un po’ di riconoscenza. Un tentativo doveva farlo, ma nel cuore aveva soltanto un proposito, una sola chimera: tornare nella terra di suo padre, sulle tracce dei leopardi, nei sentieri della giungla. A casa. Per questo motivo accettò tutti quei compromessi, come il lavoro o di vestire all’occidentale. Doveva risparmiare quel che gli serviva per tornare a casa.

Ma le teste coronate europee decisero, per la seconda volta, che la storia dei grandi dovesse calpestare quella dei pigmei. Insieme a quelle di milioni di altri individui. 

Nel 1914 in un posto di cui Ota Benga avrebbe continuato a ignorare l’esistenza, un uomo sparò addosso a una coppia su di un’automobile. Dovevano essere persone importanti, ma questo Ota Benga lo ignorava. Da quel duplice omicidio ci fu un’escalation di avvenimenti, e l’Europa – sempre l’Europa, le cui sorti Ota Benga avrebbe fatto volentieri a meno di incrociare – si lanciò in una voragine mai vista prima, una “Guerra Mondiale”. Anche l’America ne fu coinvolta. E gli U-Boot tedeschi cominciarono ad affondare qualsiasi bastimento o cargo si allontanasse dalle coste degli USA. Ota Benga non sapeva cosa fosse un sottomarino. E le poche guerre che aveva conosciuto erano tribali, dove si uccideva un nemico, ma lo si guardava dritto negli occhi mentre la vita scorreva via come acqua sulle pietre. Così no. Non sapeva che gli uomini potessero combattere a quel modo. Gli stessi che dovevano portare la luce del sole nel suo Congo, e che vi avevano portato l’ombra della violenza e della cupidigia.

A quel punto fece la sua scelta.

Così la sera del 20 marzo 1916, dopo una giornata di lavoro, Ota Benga si isolò nel piccolo locale che il Reverendo aveva affittato per lui. Dapprima si dedicò  a un’operazione laboriosa e alquanto dolorosa: si estrasse da solo tutte le capsule, che avevano nascosto al mondo la sua dentatura particolare. Che avevano nascosto al mondo chi fosse Ota Benga. Poi si spogliò, e improvvisò un altare rituale, come quelli che tempo prima – sembravano secoli – aveva visto al villaggio. Neanche questo c’era più. Accese un fuoco, compì alcuni riti antichi. Non troppo precisamente (non li ricordava nel dettaglio, ma non era così importante, per quella volta sarebbe bastata l’intenzione). Poi da un panno estrasse un revolver. Non si sa come ne fosse venuto in possesso. Quella sera, dopo avere cercato di riconnettersi con il mondo degli antichi, da cui era stato strappato, si puntò la canna della pistola alla tempia e fece fuoco.

L’Africa agli africani

Quella di Ota Benga è una storia tristissima, ma niente affatto straordinaria. La sua disperazione, collocata al centro di tempi in cui la disperazione è l’unica mercanzia che i mantici della guerra continuano a dispensare, si perde come un sospiro al centro della tempesta. Questa proporzione non vale, tuttavia, solo come indicazione cronologica, ma anche topografica. Ota Benga è una goccia di dolore in mezzo a un oceano di dolore, e una zolla al centro di una territorio che geme e gronda il proprio sangue: l’Africa. E nessuno realmente sembra poter mai pensare che le cose potrebbero stare diversamente. Dovrebbero, senza forse.

C’è un callo che si è formato nella coscienza europea, se di coscienza si può ancora parlare, per cui ogni lettura, ogni paradigma costruito sulle sorti del continente nero, è che la sofferenza sia un prerequisito inscindibile dal prodotto osservato. Qualcosa d’inevitabile, come le formiche a un picnic o l’acne negli adolescenti. 

E’ così da talmente tanto tempo che non si postula in alcun modo che le cose potrebbero andare in un altro modo. Ed è pure conveniente. C’è chi è destinato a soffrire e chi no. Noi ovviamente no. Possiamo, di quando in quando, commuoverci, elargire una moneta untuosa al senegalese appostato vicino ai carrelli vicino al discount, fare un’adozione a distanza, sì da sentirci migliori. Una carità pelosa che dà quell’attimo di sollievo, ma che non sposta un convincimento tanto più radicato quanto meno consapevole. Che, ovvero, ognuno si trovi esattamente nel luogo dove deve trovarsi, che ci sia un ordine implicito nelle cose, che la posizione di vantaggio relativo, assunta nella fugacità dell’incontro, sia giusta così, a prescindere dai livelli empatici adoperati. Ma è davvero così?

La Caverna di Alì Baba

Sono partito ricordando che il sovranismo che imperversa nelle nostre contrade, sui social, e che ha determinato la fortuna politica del personaggio Salvini, si crogiola, tra untuose illazioni al non essere razzisti, a una pretestuosa difesa del territorio, farcita di tautologie come “ciò che è nostro deve essere nostro”, “ognuno a casa sua”, et similia.

Ma se i migranti hanno compiuto un atto così tragico come strappare i legami con l’origine, non sarà simmetricamente proprio perché non hanno potuto tenersi il proprio? La storia di Leopoldo II con il Congo – che ha schiacciato il piccolo Ota Benga come un gheriglio sotto un cingolato, è solo un cliché degli accadimenti africani. Il problema africano è di essere un territorio smisuratamente ricco. Ed evidentemente in tutto questo c’è un enorme paradosso. Il continente è scandalosamente ricco di ogni tipo di risorsa naturale. Dal petrolio nigeriano, il legname delle foreste equatoriali, il rame, i diamanti nel centro-sud del continente (senza la scoperta dei quali, ad esempio, avremmo letto storie differenti sull’Apartheid sudafricano), il rarissimo Coltan indispensabile per le nanotecnologie e l’uranio. Pochi sanno, ad esempio, che il materiale radioattivo usato dal progetto Manhattan sino al poco meritevole epilogo di Hiroshima veniva dal Congo. Ancora il Congo, già, grande come tutta l’Europa occidentale, un paese che è una autentica “Caverna di Alì Babà”: oltre alla gomma che interessava tanto a Leopoldo II (e oggi ovviamente tutti i produttori di pneumatici), ci sono i diamanti, l’oro, i metalli rari e appunto l’uranio. Il Congo è il terzo giacimento planetario di Rame, e il primo di Colombite (Niobio) e Tantalio (il citato Coltan); il tantalio in particolare è un metallo che resiste fino ad altissime temperature – il suo punto di fusione è 6000 °C, ed è quindi indispensabile per i microcircuiti, i processori e ogni cosa riguardi l’hi-tech. Ebbene, l’80% del Coltan planetario si trova, sotto forma di una ghiaia apparentemente insignificante, sul letto dei fiumi congolesi. Quindi, se una persona (faccio per dire) utilizza uno smartphone, una consolle di gioco – la Sony dovette rinviare il lancio della Playstation 2 di qualche mese proprio a causa della contrazione dell’offerta di Coltan), oppure un computer, ebbene, costui può dare per certe almeno due cose (e un corollario): la prima è che nel suo device c’è una piccola parte del Congo e la seconda è che ad arricchirsi per le inevitabili impennate del prezzo del Coltan non sarà mai stato un congolese. Qui occorre però inserire il corollario, perché la seconda affermazione non è del tutto vera, se non si precisano alcune cose. Ovvero marginalmente anche i congolesi sono riusciti a guadagnare dalla raccolta, e poi dalla vendita del materiale, ma il tutto secondo i processi della cosiddetta economia informale, la quale, nel caso della storia recente del Congo, è stata un’economia di guerra. Perciò sì, talvolta anche alcuni congolesi – ma anche ruandesi, ugandesi e angolani – hanno tratto dei benefici dal Coltan, ma molto spesso, ne sono venuti in possesso attraverso meccanismi di prevaricazione, stermini e faide, che hanno lasciato le strade del paese lastricate di morti. E’ facile che i pochi africani a essersi arricchiti con il Coltan, insomma, siano dei signori della guerra locali, a capo di una milizia, siglata da un acronimo oscuro, che per poter controllare una regione abbia facilmente ucciso, smembrato, stuprato, assalito villaggi con i propri “kadogo” (bambini soldato, a suo tempo rapiti dalle proprie famiglie) qualche villaggio. E in nessun caso i veri profitti, neanche con questo corollario, i veri profitti saranno stati realizzati localmente. L’Africa e le sue ricchezze sono storicamente state depredate dal mundele. L’uomo bianco.

Bambini in Katanga. Una delle regioni minerarie più ricche al mondo.

E’ così. Le miniere del Katanga sono vergognosamente ricche d’ogni ben di Dio. Di Dio, forse, ma certo non dei congolesi. Parliamo infatti di uno dei paesi più poveri del pianeta, e il ragionamento potrebbe essere troncato qui. Perché la storia dice esattamente che i congolesi, come gli altri africani, non hanno mai potuto usufruire, sfruttare o negoziare da una posizione di forza. Anzi. La storia dell’arcinota instabilità politica del continente, le guerre civili ricorrenti come monsoni ai tropici, l’ascesa al potere di politici controversi – Amin Dada, Bokassa, Mobutu e Mugabe per citarne alcuni tra i più sanguinari e folcloristici -, dittatori crudeli e megalomani, “signori della guerra”, sono le maglie di una rete ove la convenienza del primo mondo verte proprio sulla sostanziale incapacità di autogovernarsi del terzo. Sui libri di storia non lo troveremo, ma subito dopo la seconda guerra mondiale, il più pesante tributo di sangue mai pagato da una popolazione in un conflitto, appartiene alla seconda guerra del Congo (1998/2003 dice Wikipedia, ma in realtà non si è mai del tutto sopita). Un conflitto duro, sporco e complicato, tanto da scoraggiare le letture parenetiche utilizzate dai reporter e gli storici occidentali, combattuta in varie fasi e tra molte  fazioni. Ma con un denominatore che si è affermato  trasversalmente in tutte le fasi – specialmente le più cruente – della guerra, ovvero il controllo dei ricchissimi giacimenti congolesi.

La seconda guerra del Congo conta, subito dopo la II guerra mondiale, il più elevato numero di vittime

Perciò dire che le nostre ricchezze, i diamanti incastonati negli anelli degli innamorati a San Valentino, gli Smartphone e tutti gli oggetti che ci sono divenuti negli anni familiari e indispensabili partner di vita, insomma che tutti questi benefit siano macchiati del sangue di innocenti, non è purtroppo un’iperbole, una forma di masochismo celata nel senso di colpa che il neoliberismo magari coltiva nell’inconscio. Non è il mantra di un nostalgico ritorno a Che Guevara, ma è un doto di fatto, facilmente constatabile. E pure in modo facile e disarmante. Il Congo è un paese ricchissimo – come risorse – e nel 2010 il suo bilancio segnalava 4,9 mld di dollari. Più o meno come una quello di una prestigiosa università statunitense. Dove sono finite quelle ricchezze? Non nelle mani dei congolesi, questo è certo.

Un paese con con PIL pro capite (2009) di poco più di duecento dollari, con un’aspettativa di vita appena superiore ai quaranta anni e una mortalità infantile tra le più alte del pianeta (167 bambini su 1000 non raggiungono i cinque anni), il 30% di analfabetismo, l’assenza di infrastrutture, la corruzione dilagante che si è protratta attraverso tutti i regimi, l’assenza di ospedali e di una qualsivoglia parvenza di welfare. Con tutte queste premesse, privati di ciò che appartiene loro, cosa risponderà un congolese se gli si domanda dove vorrebbe essere, risponde “Na Poto”, ovvero in Europa. Gli si può dare torto?

E’ sempre la stessa Storia…

Da centocinquanta anni le concessioni, i retaggi coloniali, vengono mantenuti sostanzialmente intatti. Il continente africano ha conosciuto lungo tutto il XX secolo un’unica sequela di conflitti, colpi di stato, genocidi – come quello ruandese nel 1994, alle cui spalle c’era un retaggio triplista inventato, o almeno radicalizzato, dai belgi -, violenze inimmaginabili, scontri fratricidi e fame, tanta fame, il cui unico minimo denominatore è stato che giovavano a qualcun altro, perché le ricchezze che si sarebbero potute conservare, come “risorse nazionali” erano già sopra un bastimento diretto in Europa, Asia o America. Insomma, di tutti gli slogan criptorazziali, che sono diventati il mainstream  della comunicazione politica e, purtroppo, istituzionale, la più ipocrita di tutte è quella secondo cui gli africani andrebbero “aiutati a casa loro”. Perché è vero l’esatto contrario. La gomma della Liberia, il petrolio di Brazzaville o quello nigeriano, i diamanti della Namibia, finiscono nelle vetrine di Cartier, nei battistrada dei pneumatici Firestone oppure nei serbatoi dei fuoristrada giapponesi. E’ tutto sotto la luce del sole.

Se gli africani sono stati depauperati è perché non hanno – pro domo nostra – potuto far conto su ciò che la natura aveva offerto loro. Il motivo recondito delle migrazioni non è dunque da ricercare in un avvenire migliore, ma in un passato (e un presente) rapace. E se le cose stanno così – fingiamo di poterne ancora dubitare – allora ogni forma di migrazione dai paesi più poveri verso quelli più ricchi conterrà inevitabilmente una quota di risarcimento per un debito, un debito di guerra soprattutto, un debito morale ed economico che sarà quasi impossibile estinguere. E ad ogni rata gli uomini dei cosiddetti “paesi progrediti” dovranno presentarsi col capo cosparso di cenere, e il cuore profondamente contrito. Ecco la pacchia.

Ma purtroppo le regole le fanno i prepotenti, e non le loro vittime.

Prima gli Italiani? Se dopo c’è un dopo

Alle scorse elezioni europee Salvini ha preso decisamente il largo, polarizzando a proprio favore il binomio al governo, dimostrando – se ce ne fosse il bisogno – di non essere uno sprovveduto, dotato di una capacità di leggere le dinamiche profonde del paese con un’abilità che gli ingenui pentastellati francamente si sognano.

Ha costruito una macchina da guerra perfettamente lubrificata, un appeal social come nessun politico (italiano, va detto) prima di lui. E funziona, funziona molto bene. Purtroppo.

Al suo fianco lavora “la Bestia” – come ribattezzata, con grande efficacia, la macchina della propaganda salviniana dello spin doctor Luca Morisi -, pronta a toccare le corde meno visibili degli italiani. E così la versione 3.0 di quella che fu la “Lega Lombarda” di Umberto Bossi è diventata il vero soggetto nuovo presente sullo scenario politico italiano.
A costo di ripetersi, purtroppo.

L’esasperata ambizione e il cinismo di Salvini lo hanno portato a disfarsi in un colpo dei vari mitologemi (cui s’era anch’egli abbeverato), come La Padania, la Secessione – l’unica per cui sembra adoperarsi con profitto è oramai quella europea – e la “Roma ladrona.” Niente più riti propiziatori al Dio Po, niente allusioni abborracciate a un paganesimo wagneriano, minor enfasi nelle adunate identitarie di Pontida, la fine di tutto l’immaginario celodurista, giubilando personaggi ingombranti come Borghezio, disfacendo cerchi magici e ributtando in fiume le trote che avevano infestato la cronaca solo dieci anni fa. A quello che si era rivelato per un populismo obsoleto ha imposto un enorme upgrade, dando prova di una duttilità che la Lega, in sé, non aveva mai avuto. Facendole così fare definitivamente il salto del Rubicone, passando da forza di nicchia – una nicchia enorme – a una dimensione politica nazionale, in grado di governare il paese, trascinandolo però progressivamente verso dinamiche retrive che speravamo seppellite.

Il Mantra

Lo slogan di Salvini e dei suoi, l’hashtag che ne ha decretato le fortune elettorali, è Prima gli italiani.”  Che cosa però questo Mantra potrebbe davvero significare?

Qui vorremmo domandarci il motivo di questo fragoroso successo. Per farlo tuttavia occorre scomporlo. Non vogliamo dedicare neanche un istante al sostantivo, perché abbiamo già verificato quanto sarebbe futile ricordare l’antistoricità della la vocazione “nazionalista” del partito di Salvini. Ci vorrebbero trattati di sociologia per documentare come la politica della seconda e terza repubblica non tenga in alcuna considerazione la “coerenza” delle affermazioni, e il conseguente rischio di venire contraddetti persino molto tempo dopo. Distanti anni luce sono le tribune elettorali dove parlamentari del PCI e la DC si azzuffavano a colpi di documenti, contestandosi reciprocamente le discordanze con quanto sostenuto in precedenza. Da cinque lustri l’incoerenza è uno pseudo problema.  Spesso persino un vantaggio. 

Intendiamoci, non si tratta di un cliché nostalgico, ma della semplice constatazione di un cambiamento epocale.

Prima alcuni

In questa riflessione ci interessa di più l’abbrivio rispetto alla dimensione temporale. Il “prima” non ancora, secondo noi, oggetto di adeguate riflessioni. Poiché intercetta una vibrazione animale, un timore atavico quanto l’essere dimenticati, di passare appunto in secondo piano. Di venire “dopo”. Un timore originario, una voracità orale (in senso freudiano), una bulimia primitiva, un egoismo ancestrale involuto cui tutti hanno fatto esperienza. Se non altro durante l’infanzia (e infatti l’elettorato tipo leghista è tipicamente puerile, così come sono parossistici i tratti infantili del suo esponente di spicco). Un egoismo che porta significativamente ad assorbire l’attenzione senza vedere un palmo oltre al perimetro della propria ingombrante identità. Ecco l’intercetto leghista.

Tuttavia l’evoluzione porta – dovrebbe – a stadi successivi, e il bambino infine cresce. Prendendo coscienza di un mondo fuori da sé. Prendendo coscienza dell’Altro. E quindi, quando si diventa grandi, si prende consapevolezza che gli altri ci sono, che non ci si può semplicemente sbarazzare chiudendo le porte (e i porti), trincerandosi dietro ad autarchie psicotiche.

Ora è chiaro che la fortuna di Salvini consta esattamente nell’avere accalappiato questo tipo di appetiti inconsci, avere coltivata e rilanciata nel paese l’esclusionem timoris dove un popolo sempre più sospettoso e avido (più avido di quanto in realtà non sia, perché è questo che favoriscono le inclinazioni patologiche se continuano ad autoalimentarsi, trovando nella politica dei catalizatori ideali come Salvini) teme gli venga impedito l’accesso alla fruizione della risorsa più imprescindibile: il cibo.

Salvini parla letteralmente “alla pancia” degli italiani,  e attraverso la pancia comunica, quella simbolica oppure il pacioso profilo social, dove – un’intuizione geniale a dir poco – viene continuamente esibito al cospetto di una tavola imbandita, della nutella o un arancino. Fomentando così una percezione adulterata della realtà dove un popolo satollo paventa di poter morire di fame. Favorendo e acutizzando la ricerca di adottare risposte semplici  e semplicistiche a problematiche strutturali enormemente complesse.

La pancia

L’esito dell’ostinazione con cui ci si rappresenta le cose in questo modo, è un’improbabile guerra tra poveri, quelli veri che, alla ricerca di speranza, attraversano un mare, e quelli che poveri ci si sentono a prescindere da ciò che già hanno. Quelli per cui morire di fame non è un’iperbole, e quelli che temono di sprofondare nell’inedia se non riescono ad acquistare l’ultimo iPhone. Un confronto in sé pieno di squallore.

Basterebbe poco. Ricordare ogni tanto che su questo pianeta è avvenuta – e continua a esasperarsi – una iniqua redistribuzione delle risorse fondamentali; tenere a mente, a portata di cuore, che l’arretramento di alcune regioni del pianeta, la conseguente povertà, non è un retaggio genetico, ma storico, dove per l’accumulo dei pochi sono stati defraudati i molti, attraverso il colonialismo, le guerre e la corruzione e le dittature, pronte a tutelare i ricchi nei territori di chi non ha nulla. Non è nostalgia vetero-comunista. Non è il melting pot di Soros. E’ banalissima storia. Molto spesso cronaca.

E’ successo. E succede anche oggi, dove per ottenere capi d’abbigliamento a prezzi stracciati le multinazionali affamano la manodopera del Bangladesh e del Vietnam. Ancora, non si tratta di un’iperbole buonista o una rivincita sinistrorsa. Sarebbe sufficiente leggere le etichette dietro le magliette e chiedersi, per esempio come mai l’abbigliamento costa adesso molto meno di venti anni fa. Passiamo ore e ore su Google, potremmo usarlo una volta tanto per documentarsi sulla desertificazione dell’Africa, o su cosa succede ai Curdi e i Rohingya, e dopo, soltanto dopo, provare a respingere un padre che rischia la vita per dare una speranza ai figli. Ci vorrebbe quantomeno più coraggio a pensare che gli altri vengano dopo.

E dopo?

“Prima gli italiani” è dunque uno slogan catartico, efficace e fuorviante, perciò diabolico – attenzione, come non ci piace vedere baciare rosari e vangeli a sproposito, non è nostra intenzione lanciare nuovi anatemi in un momento dove questi sovrabbondano. Qui diabolico è da intendersi nel senso etimologico, ovvero offerente una percezione divisiva delle cose -, ancorché incompleta.

Perché ogni prima  esige un dopo, e persino in questa forma, dovremmo domandarci se, quando saremo sufficientemente saziati, lasceremo accostare al tavolo anche gli altri. Un dopo ci vuole. Ecco, occorrerebbe porsi qualche domanda in più, invece che vomitare odio, instillando la logica paranoide secondo cui ogni rovescio debba trovare un capro espiatorio in chi è differente da sé. Occorre porsi delle questione. Proprio quel tipo di domande che chi sta facendo le prove da Dittatore non vorrebbe mai.

Se Salvini volesse davvero convincerci di non aspirare a essere il nuovo Mussolini, deve fare qualcosa di più, riconsiderando due elementari verità: che l’essere italiani non è, e non potrà mai essere, un merito, come l’essere poveri non è una colpa.

Perché il turno degli altri prima o poi arriva.