La Severina
Il campanello squittì trascinandosi un cigolio lungo e lagnoso. Sarebbe stato sufficiente una goccia d’olio sullo stipite per ridurlo al silenzio una volta per tutte, ma oramai la merciaia e le sue clienti ci s’erano abituate. Quasi più familiare dello stesso scampanellio, annunciava clienti e comari, che venivano a bottega per comprare un nastro, una cerniera, due bottoni o, se capitava, chiedere per un rammendo. Che poi bottega si faceva fatica a chiamarla, perché non c’era il bancone né la vetrina, e le merci più che esposte erano sparpagliate per la stanza, con un disordine che nulla lasciava presagire che il commercio. Tuttavia la Severina in quel bailamme non perdeva nulla, nemmeno un ditale, e quando ci si recava a ritirare un paio di pantaloni cui aveva fatto l’orlo, li sfilava senza pensarci da una pila qualsiasi, rammendati e stirati impeccabilmente, con una specie di scontrino – scritto a mano, con la matita grossa – fissato con lo spillo alla tasca o al risvolto.
L’idea l’aveva veduta in una sartoria di classe, tanti anni prima che neanche ricordava. Era poco più che una bambina, la Severina, una delle poche volte che col padre s’era avventurata giù in città. Dovevano comperare delle cose, ma lei in quel locale grande s’era incantata. Ci lavoravano almeno dieci persone, per lo più ragazze poco più grandi di lei, correvano qua e là, prendevano le misure, piegavano i vestiti con gesti esperti e meccanici, indossavano tutte un camice verde come le infermiere. Tenevano gli occhi bassi, né sorridevano mai, svolgendo il lavoro con l’attenzione di un chirurgo, o il pilota di un battello tra gli scogli. N’era rimasta così sopraffatta che, anche quand’era tornata a Bordomundi aveva continuato a fantasticare su di un posto come quello.
Non era mai stata bella, neanche da ragazza quando la natura è generosa a con tutte, o quasi. Ecco, lei anche allora faceva parte del secondo gruppo. Aveva i fianchi e le caviglie massicce del babbo, da pescatore, gli occhi a palla, il volto asimmetrico e stralunato. I capelli grigi e stopposi neanche li curava più, affidandoli a una molletta grande e vaporosa. Dalla madre invece non sapeva dire cosa avesse preso. Se n’era andata ch’era ancora piccina, a inseguire un fantomatico lavoro in Canada, e il padre avrebbe dovuto prendersi cura di lei. Non gli piaceva parlarne, anche perché a seconda di quanto aveva bevuto, la versione cambiava, ora l’Australia, il Belgio o l’Argentina, un’altra volta ch’era solo una puttanella, perciò alla fine la piccola aveva smesso di chiedere, così da mantenere la parvenza poiché non poteva il ricordo, di una immagine dignitosa. Per un po’ s’era raccontata una storia bella, dolce come le caramelle, poi le caramelle l’avevano stufata, e non aveva voluto più sentire storie.
Suo padre un po’ lavorava e un po’ no, e i soldi quando c’erano, li spendeva per bere, o per cercare una baldracca alla sponda. Era stata piuttosto la piccolina, da quando aveva otto anni o giù di lì, a doversi occupare delle faccende di casa, preparare la cena, rifare i letti, e di quando in quando scendere da basso ché sentiva i passi biascicare nel portico, e tirare in casa il babbo prima che rovesciasse lo stomaco all’aperto.
E lei mai che si lamentasse. Aveva capito molto presto, anche troppo, di non essere un buon partito, e aveva accettato la cosa con decorosa sofferenza. Anzi, quella vita sacrificata dietro l’uscio della casa paterna le aveva fatto guadagnare una forma di considerazione densa e luttuosa presso le donne più attempate, un rispetto muto e commiserevole che, ne era certa, un giorno le sarebbe valso a qualcosa. Quel tempo poi era venuto prima di quanto si aspettasse.
Un lunedì mattina il padre si era presentato stranamente sobrio, pettinato a dovere e con le guance irritate dalla rasatura. S’era portato una delle sue zoccole dalla sponda, e stavolta se l’era pure sposata. Era una donna giovane, poco più grande della Severina, ma le caviglie sottili, gli occhi verdi e un seno dritto come lo gnomone della chiesa. Il padre la guardava non cogli occhi degli innamorati, ma di chi ha vinto un trofeo da esibire. Questa volta la Severina non l’avrebbe perdonato. Tuttavia il rancore rancido le fece sopravvalutare il proprio ruolo, perché una donna ora l’aveva, sebbene non sapesse riconoscere un tegamino da un mortaio.
Le cose precipitarono, perché Ludmilla, la troia, come Severina l’apostrofava con le poche amiche, l’odiava e lei altrettanto, e nessuna delle due faceva nulla per nasconderlo. E al padre, palesemente, poco ne calava. Due serve si ritrovava, e con una ci poteva fare i porci comodi. Severina se n’accorgeva che era stata una di quelle notti quando si alzava all’alba e trovava Ludmilla seduta in cucina, che fumava, o guardava fuori la finestra. Aveva magari un occhio pesto, o un livido sul braccio. Capiva bene, ma non le diceva niente. Avrebbe potuto manifestarle un po’ di compassione femminile, avrebbe dovuto. Ma non le riusciva, e finiva per detestare quella cagna ancora di più. Perché non se ne andava? Com’era arrivata poteva levare i tacchi, e sbattere la porta dietro di sé. Nessuno l’avrebbe rincorsa. Neanche il padre. Era una gara, tra le due donne, a chi odiasse di più l’uomo immondo, lercio di peccato ed egoismo, gonfio di lussuria e alcol, una sfida senza pietà per l’antagonista.
Severina, lei no, non poteva andarsene. Non aveva potuto durante gli anni ch’era una ragazza e neanche dopo; quando il pensiero l’aveva solleticata don Protaso, era stato molto chiaro su questo punto: “Ma, figliola cara, dove potresti andare? Il tuo compito è restare nella casa domandando a Domineddio la forza per portare la Croce. Perché il Signore non ci consegna mai pesi troppo gravosi da sostenere.” Diceva così, perché mica li doveva portare lui i pesi. Però era troppo sfinita per non dargli retta. Ché i preti mica lo dicono, ma certi fardelli uno mica li sopporta per salire sulla croce, ma per mancanza di alternative, o di immaginazione.
Severina non si affrancò dal suo ancora per molti anni. Più di don Protaso, che fu stroncato da un infarto, la mattina, seduto nel confessionale. Forse il Signore l’aveva chiamato a sé prima che una delle anime del Bordo venisse a fargli le pulci per i giudizi che affettava come la lonza magra. E dopo la morte di don Protaso non venne più nessuno, ma a quel punto alla Severina non importava più. Fosse venuto anche il Papa i suoi guai se li sarebbe tenuti per sé. Pochi mesi dopo don Protaso anche il padre aveva tolto il disturbo; mentre tornava a casa ubriaco era precipitato giù dal Pendaglio. L’aveva chiamata il brigadiere Luciano. Era venuto a prendere lei e Ludmilla, che s’erano sedute sul sedile posteriore. Non avevano parlato mai, né fatto domande, anche se il brigadiere continuava a dare spiegazioni lunghe e affatto necessarie, a dire che dovevano pazientare ancora qualche minuto, che poi avrebbero capito tutto. Erano arrivati sul ciglio del promontorio, un punto dove tiravano raffiche di vento così forti che il brigadiere s’era messo in dovere di aprire le braccia, a evitare che le donne venissero portate via. Poi con cautela le invitò a sporgersi, piano piano, giusto per vedere se riconoscevano la macchina. Una cautela non necessaria, perché né Severina né Ludmilla, intendevano seguire il porco giù nel burrone. Si sporsero senza tentennamenti. Nessuna vertigine avrebbe loro portato via la visione della fine dei tormenti. Cinquanta metri sotto, rovesciata sulla schiena, c’era la macchina del padre. O meglio la metà posteriore, mentre l’altra era sparita tra i flutti. Anche il padre era rimasto per metà spiaccicato sulla roccia, mentre il tronco, le braccia e la testa erano stati direttamente inghiottiti dalla bocca dell’inferno. Non che si riconoscesse ciò che era rimasto del corpo, perché faceva tutta una massa fumante con le lamiere contorte e i liquami viscidi dell’auto. Severina non era impressionata, e non lo sarebbe stata neanche se avesse riconosciuto, che so, un osso spappolato, oppure una macchia di sangue colare sulla roccia; non era ovviamente addolorata, ma nemmeno sollevata. Era delusa, piuttosto, che la fuliggine mattutina le facesse percepire tutto come ovattato. Faceva freddo. Vedeva la strada che univa il promontorio di Bordomundi con il continente davanti a sé; una sciabola d’argento conficcata nel costone della montagna, che compariva e scompariva, lottando contro le volte e sporgenze brulle. Non sentiva niente. Una qualità del vuoto inspiegabile. Non era preoccupata del futuro, ma neanche si sentiva come se la croce – che il Signore e lo zelo di don Protaso s’erano prodigate non risparmiarle – fosse sparita di colpo. Non era più leggera. Semmai era in una campana di vetro; tuttavia il vuoto era esattamente ciò che voleva avvertire. Come quando si toglie il giogo a una bestia che ha tirato per anni l’aratro, che non conosce altro, dapprima si sente strana, e quasi non vorrebbe. Ecco cosa avveniva in Severina. Il niente le causava un riallineamento interiore, che tutti gli organi fossero fuori posto e avevano preso a cercare la posizione giusta. Poi si voltò e vide, come in uno specchio, la stessa espressione in Ludmilla. Uno sguardo identico al suo. La avvertì vicina come non erano mai state. Senza pensarci, e senza ricordare ogni cosa, le afferrò la mano. Il brigadiere Luciano se ne accorse, e si commosse. Pensò che in fondo doveva essere stato un brav’uomo, a scapito delle dicerie.
Dopo che il padre s’era sfracellato non successero molte cose. In paese non se ne parlò che per qualche giorno, anche perché in tanti scommettevano che avrebbe fatto una fine del genere, e certi pure gliel’avevano augurata. Dopo quel vincolo, tutto femminile, sancito davanti al Brigadiere Luciano che schermava le donne ai colpi del vento, queste non sentirono mai l’esigenza di duellare sull’eredità. Che poi quattro muri erano rimasti che il maiale non s’era venduto per bere. Tuttavia fu proprio Severina a chiarire il punto sin da subito, che la casa non le interessava, se la poteva tenere tutta quanta. E, se non aveva nulla in contrario, avrebbe tenuto esclusivamente la bottega del nonno – poco più di uno scantinato – dal quale avrebbe ricavato la bottega da merciaia, come quella veduta in città secoli prima. Insomma, una specie. Si sarebbe cucita anche un camice verde.
Ecco, di due cose poteva essere grata al padre, averla portata quel giorno a vedere la grande sartoria che s’era incastonata in fondo alla sua anima, e d’avere tenuto le sue lerce mani lontane dalla bottega, che altrimenti non avrebbe potuto farci nulla. Prese anche a viverci, perché la stufa nel retrobottega ci stava a pennello, e il bagno suo nonno era stato assai previdente a farne costruire uno, come sapesse. Quanto al dormire, non è che Severina dormisse tanto; le bastava la poltrona sulla quale di giorno poggiava la metà delle cose imbastite, e di notte reclinava lo schienale quel tanto per non stare con la colonna diritta. Molto presto le donne del paese si accorsero del negozio e, chi per rammendare i calzoni del marito distratto che s’era impigliato in un rovo, chi per lamentarsi del marito distratto, che s’era dimenticato l’Anniversario o l’Onomastico della suocera, arrivavano da lei. Dapprima alla chetichella (in fin dei conti per tutti quegli anni aveva vissuto come una reclusa, e prima di guadagnarsi la fiducia, fosse anche per una cerniera lisa, o il bottone della blusa scolorito, ce ne voleva), poi sempre più assiduamente. Era brava, ma non era quello. Aveva reso la bottega un luogo speciale, con tre o quattro seggiole disposte in un semicerchio, le pile dei vestiti alle spalle, un piccolo quadro dai colori tenui, ove erano rappresentate altre ricamatrici, e la stufa su cui, estate o inverno, sbuffava leggera una teiera. Ludmilla oramai aveva venduto la casa a un farmacista della valle (che però s’era fatto vedere col naso all’insù per un paio di ricognizioni prima di firmare col notaio, poi più niente), aveva fatto le valigie una mattina di febbraio, poi vestita di tutto punto era scesa a bussare alla bottega. Era bella e luminosa, come la fata delle fiabe. Lei e Severina dal funerale – c’erano andate, a fatica – non avevano più parlato. Non erano diventate amiche, non c’era bisogno. Quella stretta di mano, davanti all’orrido di Bordomundi, aveva sancito qualcosa di più, o di molto meno di un’amicizia. Avevano capito, punto. E quando si capisce le parole non servono più.
Quella mattina era la Candelora, il giorno più freddo dell’inverno. Ludmilla era vestita per bene, come il giorno in cui aveva fatto capolino in paese. Quando aprì la porta non erano ancora le sei, Ludmilla era paonazza per il gelo. Non sorrideva. Severina nemmeno ricordava d’averla mai vista sorridere. Dava l’impressione, in ogni circostanza, d’averla appena scampata da una bombola che esplode, o il fiume che si porta via la casa. Ecco, sembrava una che sopravvive a un cataclisma al giorno, e che già si prepara a quello successivo.
“Sto andando…”, disse col suo accento. Parlava un italiano così accurato come solo uno straniero. Severina non sapeva cosa dire, allora la invitò a entrare per un tè.
“L’autobus passa tra dieci minuti.”, ribadì Ludmilla senza che risuonasse come una giustificazione. Se ne restò, invece, ancora lì in silenzio, imbambolata per il freddo, o l’imbarazzo.
“Cosa posso fare per te?”, domandò la Severina, cercando di adeguarsi alla donna intirizzita che la fissava. Ma quella neanche l’aveva ascoltata. Poi, dopo altri istanti di imbarazzo, prese a trafficare con una tasca sul retro della gonna:
“Ho una cosa per te.”
Dopo essersi rigirata un paio di volte, estrasse una busta gialla rigonfia, aperta e lisa che a riempirla doveva aver fatto numerosi conteggi e ripensamenti.
Non sapeva cosa dire. Si limitò a un “grazie”, pieno d’impaccio e stantio persino a lei. Teneva ancora la busta con due dita, senza essersi decisa tra il disgusto o la gratitudine, che Ludmilla di slancio fece un passo verso di lei, e la strinse a sé con un abbraccio tenue e disperato. Non disse nulla, non piangeva. Prima che Severina potesse stabilire un atteggiamento consono, s’era già ritratta, e scalpicciava verso la piazza. “Addio”, disse quando oramai era distante. “Addio…”, rispose Severina sottovoce, prima di richiudere la porta.
Appoggiò la busta sul tavolo. Era incuriosita eccome, e non si faceva scrupoli a fingere il contrario. Ma c’era qualcosa che le stonava. Un grumo di rabbia, piccolo ma appuntito, che la teneva schiacciata sulla sedia.
Poi capì, improvvisamente: non aveva mai detto addio a nessuno! Non, com’era ovvio, a suo padre, sulla cui tomba avrebbe potuto pisciare. Se fosse stata un uomo l’avrebbe fatto, eccome! Che poi, a dire tomba, ce ne voleva. Una croce di legno, appena dignitosa, in mezzo al rettangolo di terriccio rosso, era. Il nome lo sapeva lei, ed era fin troppo da portare nel ricordo. Magari si seppellissero i nomi. No, lì sotto, nella cassa, c’erano solo gli effetti personali che altrimenti avrebbe dovuto dare alla parrocchia. Per quel che ne sapeva suo padre era una striscia rossa dal costone, giù giù, fino al portone di Satana. Macché addio, alla malora piuttosto. Neanche a don Protaso, a zia Provvidenza, o la nonna adorata. Per nessuno aveva conosciuto lo strappo del congedo, e non fosse stato per Ludmilla avrebbe tirato avanti così. A Bordomundi nessuno diceva addio: la gente campava, lavorava, cacciava qualche bestemmia, qualche preghiera, e poi tirava le cuoia. E mai, dico mai, si diceva addio a qualcuno. Perché nessuno se ne andava. Tutti restavano lì, qualcuno a lavorare la terra di sopra, gli altri a concimarla da sotto. Nessuno prendeva la corriera, che passava lì per dovere mica per tirare su i cristiani. Tutti rimanevano, eccetto le due donne di suo padre. Quel porco era riuscito, a trent’anni l’una dall’altra, a farle fuggire. Ma a sua madre, alla mamma, no, non aveva potuto dire addio. Non aveva bussato alla sua porta, non era scesa avanti al suo vecchio cuore di bimba a dirle, a dirle che?; cosa si racconta ai bambini per non dire “addio”? Non aveva sentito l’esigenza di stringerla a sé, e non le aveva consegnato una busta, un balocco, un ricordo, una cosa qualsiasi che le avesse tenuto caldo per tutti i febbraio della vita. Ecco d’un tratto il rancore sopito dimenticato le salì come una bolla nel latte sul tegame. Era di nuovo la bambina cui viene carpito un segreto, ed estorta l’unica parola che non era mai stata pronta a proferire. Che non sarebbe mai stata pronta.
Ludmilla aveva infranto una promessa che neppure sapeva, superato una soglia trasparente, oltre cui c’era un cespuglio, un rovo sotto il quale si nascondeva la rabbia antica che la faceva fremere come una foglia nella tramontana. Si alzò dalla seggiola, si avvicinò al tavolo e prese la busta gialla, poi si avvicinò alla stufa, dove crepitava la brace tenue. Non appena aprì lo sportello la fiamma si riattizzò, alla promessa di qualcosa da divorare. Senza indugio, senza neanche degnarla d’uno sguardo, depose la busta nella pancia di ghisa, la smosse un paio di volte con l’attizzatoio – a confermare quanto fosse convinta -, poi la richiuse come lo stomaco di un inferno tutto suo che, per quel giorno almeno, poteva dirsi placato. Non appena vide la busta contorcersi fintanto che la fiammella azzurra la lambiva, andò alla credenza a prendere una delle tazze buone. Era proprio il momento perfetto per un tè.