Grazie Corona

La morte, la malattia e la vecchiaia

Il Principe Siddhartha pensava che tutto il mondo fosse – beato lui – come la reggia di suo padre, entro la quale aveva vissuto come un recluso fino a quando, a un’età che per un certo tipo di scoperte sembrerebbe addirittura tardiva – aveva 29 anni, una moglie e già un figlio -, si avventurò al di fuori delle mura che tanto (troppo) bene lo avevano protetto, e scoprì cosa fosse il mondo. Talmente distante dalla rappresentazione ingenua tenuta fin a quel momento. Tuttavia per accorgersi dovette scontrarsi, constatare coi propri occhi, cosa fossero il dolore, la morte, la vecchiaia e la malattia. 

La morte. La vecchiaia. La malattia. 

E solo attraversando queste forche caudine, solamente attraverso la compassione per chi soffre, chi è anziano e chi muore, sarebbe potuto nascere la titanica figura del Buddha. 

Ma cos’è questa crisi? (para para para pappa pappa…)

Le crisi, si sa, sono difficili da gestire (altrimenti non ci metterebbero… in crisi). Rappresentano l’impatto delle circostanze eccezionali sulla routine, lo straordinario si abbatte sulle coazioni a ripetere e, nei casi più gravi, sbriciola le mura entro le quali era stata costruita la nostra cittadella solitaria. Da qui la paura, lo smarrimento, la ricerca avida di informazioni rassicuranti. 

Un po’ come se il Buddha il tuffo carpiato nella realtà non lo avesse dovuto fare attraverso un picnic, ma a causa di un terremoto devastante. 

Tuttavia, per quanti sono attenti a un certo tipo di segnali, il risultato è comunque importante; o quantomeno non banale. Non per una particolare arguzie, o per un sortilegio, ma molto più prosaicamente perché erano davvero “banali” gli scenari entro i quali eravamo convinti di poter vivere (e di non morire) prima. Il Covid19 sta riportando la centralità della morte, in una società imbastita sulla sua negazione.

Da poche settimane gli avvenimenti riguardo al Corona hanno preso un’accelerazione insospettabile, uno tsunami partito da lontano e che si è abbattuto sulle nostre borghesi e flaccide certezze, sugli arroccamenti dello status quo, travolgendoci in modo inimmaginabile.

Noi postmoderni, convinti che il mondo nuovo sarebbe cominciato con il crollo del muro di Berlino, oppure con la caduta dell’Unione Sovietica, oppure ancora con l’attacco alle torri Gemelle, ci eravamo sbagliati. Ci siamo ansiati per forme di millenarismo da due soldi, il millenium bug, i nefasti calendari dei Maya nonché altre apocalissi in miniatura.

Tuttavia nessuno di questi eventi aveva la forza necessaria per determinare qualcosa in più di uno scossone. Terremoti e tsunami sono stati digeriti con una facilità tragica (anche perché facilmente coinvolgevano gli “altri”). L’Occidente ha così dato la riprova del proprio egocentrismo, casomai ce ne fosse stato il bisogno.

Ma, come i perfidi extraterrestri di HG Wells, ne La guerra dei mondi, non avevamo fatto i conti con un nemico subdolo, invisibile, apparentemente banale ma in realtà distruttivo. Là era il raffreddore, qui un suo parente più prossimo.

Tuttavia si moriva anche ieri. Non per le stesse cause (o forse si dovrebbe dire “concause”), certo in proporzioni differenti, e senza che le strutture sanitarie venissero messe in scacco. Gli anziani tuttavia subivano anche prima discriminazioni così palesi nei fatti, quanto subdolamente nascoste nei propositi. Il nostro è un paese anagraficamente vecchio, sebbene inconsciamente puerile, avendo perciò orrore della vecchiaia, la fragilità e la vulnerabilità. Le stesse cose che il Buddha non aveva potuto vedere, qui da tempo la coscienza collettiva le rimuove. 

Ed è qui, in questa penombra delle cose, che si viene a inserire il Virus. Non proprio a cambiare le carte in tavola, semmai costringendo i giocatori a mostrarle. Non siamo diventati vulnerabili adesso. Lo siamo realisticamente di più, certo. Ma la nostra vulnerabilità è lì palese, contornata, ispessita, evidenziata, scostumata. Il “nemico invisibile” – c’è tutto un linguaggio figurato saccheggiato da settimane dai mass media, e poi ci sono (e c’erano anche prima) le ‘virus star’ che pubblicano libri sul “salvataggio del mondo” casualmente in questo periodo – è arrivato a rendere palesi i nostri meccanismi.

L’imperatore aveva freddo anche prima

Che sono poi meccanismi ancestrali, primordiali, esasperanti ed esasperati. Di nuovo, li avremmo potuti vedere anche prima per carità, ma adesso è caduta la maschera urbana e civile con cui li si dissimulava. L’istinto di autoconservazione è quello di sempre, ma il camuffamento riesce peggio. O non riesce affatto. Le marionette sono sempre lì, sul palco, solo che adesso si distinguono perfettamente i fili. Ci piaceva raccontare la sera, con gli amici, ch’eravamo degli eroi impavidi, e ora si scopre quanto fossimo fanfaroni.

Ricordo una sequenza di Conan il Barbaro, in cui James Earl Jones – il feroce antagonista Thulsa Doom – ringhiava, “Ora capiranno perché hanno paura del buio.” Doveva essere una minaccia, ma si capovolgendo i fattori, finiva per rivelarsi un dono; perché la paura c’era – c’è – anche prima. E comprenderne il motivo è il vantaggio che si consegue, per esempio, attraverso una terapia psicanalitica. Thulsa Doom senza saperlo stava per fare un favore ai suoi nemici, perché il problema non è mai avere paura, ma il sostanziale raddoppio per chi la paura non la capisce. La paura della paura. L’unica veramente ingestibile.

Noi abbiamo paura del buio. Ancora. Siamo diventati adulti senza cessare d’essere puerili. Le nostre paure si rannicchiano in zone recondite, spesso inaccessibili. E per mantenerle occultate le si rappresenta coattivamente in forme di rappresentazioni apotropaiche. Si pensi a quanti film apocalittici abbiamo visto negli ultimi anni, a quanti “contagi” che hanno devastato il pianeta, trasformandone gli abitanti in zombie. Quante aree rosse presidiate dai militari, quanti civili inermi condannati dall’arroganza di politici senza scrupoli. Quante volte l’abbiamo veduto, abbiamo visto le ombre cinesi dei nostri timori più ancestrali. Ma senza sapere, senza toccare, senza prendere coscienza. La morte, cui Covid costringe a ripensare le forme di rielaborazione dei lutti, ne disintegra  la dimensione sociale; eppure la morte è la grande rimozione degli uomini d’occidente. In questo quadrante del mondo si vive come se non si dovesse morire, come osservò alcuni anni or sono il Dalai Lama:

Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente, né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto.

Ecco, il Covid 19 sta adempiendo alla promessa di Thulsa Doom. Manda la nostra autocoscienza a ripetizione, ci lascia qualche credito extra per capire la lezione più importante di tutte.

Porti chiusi, mascherine e menti aperte.

Come cambiano in fretta le cose… Gli slogan della scorsa estate fa si rivelano, oggi, per i pensieri farlocchi che erano, lambicchi astiosi, fanfaronate impunite. Stanno a zero. Come quando si puntava l’indice verso nemici brutti, cattivi, diversi ma quantomeno visibili, si volevano serrare le frontiere, blindare i porti, barricare le anime mentre si sarebbe dovuto soltanto chiudere la bocca. Ieri con il buonsenso, oggi con una mascherina. Perché il Covid è un livellatore sociale, un nemico invisibile che colpisce chiunque, dalla star di Hollywood alla signora Pina, che abita al pianterreno, scavalca qualsiasi barriera diversa dalle pareti delle nostre case.

No, il virus ci sta insegnando tante cose. Che non eravamo così speciali, siamo come tutti gli altri.

Ad esempio, mentre i nostri telegiornali riportano i record della malattia, in Congo una epidemia di morbillo – ebbene sì, il morbillo, quello contro il cui vaccino nel nostro paese ci si può permettere il lusso di avere movimenti di opinione – ha ucciso 1600 persone. Ma al nostro egoeurocentrismo poco ne cale di chi muore in Africa, fintanto che il cobalto e il coltan, così necessari per i nostri device, non viene meno.

O forse dovrei usare il tempo imperfetto perché Covid questo intanto ha fatto: ci ha misurato, ridimensionato, scorticato, avvertito dei nostri deliri, messo impietosamente davanti a uno specchio, che fossimo pronti oppure no a incontrare l’immagine riflessa. Ci sta cambiando, e non necessariamente in peggio.

L’influenza al tempo degli influencer


Vediamo di fare chiarezza, ovvero la chiarezza accessibile a uno abituato a soppesare le informazioni, che tuttavia non è ne immunologo, né virologo.

Il Covid non è particolarmente diverso da una “normale” influenza, dove però è la normalità stessa a non esistere. Perché anche di quella che viene una volta l’anno, che ci storpia la voce nasale, che ci fa sbraitare contro il termometro e ci tiene un paio di giorni a letto, ce n’è in realtà un ventaglio di possibilità, fino alla “Spagnola” che giusto 100 anni fa si portò via un decimo della popolazione umana. Quindi le banalizzazioni non sono consentite neanche accettando il paragone.

Cos’ha di particolare questa “influenza”? A quel che ho capito due cose, la novità – e quindi il fatto che ci trovi tutti quanti immunodepressi, i nostri organismi non hanno alcun anticorpo -, nonché l’enorme contagiosità. Covid non è particolarmente letale. Chi ne viene colpito ha grandissime possibilità di superarlo (97%), ma con un R0* di 2,3/3 (il famigerato Ebola arrivava a 2…) il numero di contagiati bisognosi della respirazione meccanica cresce esponenzialmente, tracimando il nostro sistema sanitario, e quindi le percentuali che periranno proprio per non aver potuto ricevere le cure adeguate, non è solo grande, è incommensurabile. I conti sono presto fatti: se venissero infettate 20.000.000 persone, a morire potrebbero essere 600.000. Il bollettino di una guerra.

Tuttavia anche in questa prospettiva il Corona adopera un rovesciamento concettuale. Perché, ad esempio, le agognate mascherine, quelle per cui ci si accapiglia(va) dentro ai supermercati, dietro cui si nasconde la propria codardia, non servono in realtà per tutelare se stessi, bensì gli altri. Non si indossano tanto per impedire che la malattia compaia nei nostri bronchioli, quanto per evitare che gli infetti diventino untori (più o meno responsabili) per chi li circonda. 

Insomma il virus ci costringe a essere più generosi di quanto si vorrebbe.

*) il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione completamente suscettibile. Insomma, lo potremmo chiamare “coefficiente di contagiosità”. 

La lontananza sai, è come il vento spegne i fuochi piccoli, ma accende quelli grandi 

C’è nella lingua cinese un ideogramma, wēijī, che significherebbe tanto “crisi” quanto “opportunità”. L’uso del condizionale è doveroso, perché già Wikipedia ci avvisa di una forzatura pseudoetimologica, la stessa in cui nel 1962 incorse JFK. Tuttavia è una forzatura benevola, in quanto sancisce la dimensione “cairologica” delle crisi. Di questa crisi. Sebbene in una modalità paradossale e controintuitiva. Nel suo magistrale lavoro “La morte del Prossimo”, lo psicanalista Luigi Zoja descrive il distanziamento sociale operante PRIMA del Covid19. Riporto per intero la nota dell’Autore:

La globalizzazione – e la fine delle diffidenze della Guerra Fredda – favoriscono la solidarietà con persone lontane. Questo amore per il distante sembra promosso anche dalle comunicazioni elettroniche e dai viaggi più facili. Ma quello che amiamo così è spesso un’astrazione, e chi ne paga il prezzo è l’amore per il prossimo richiesto per millenni dalla morale giudaico-cristiana. Come in un circolo vizioso, questa tendenza si salda con l’indifferenza per il vicino prodotta dalla civiltà di massa e dalla scomparsa dei valori tradizionali. E come nel momento in cui Nietzsche proclamò «la morte di Dio», siamo alla soglia di un territorio radicalmente nuovo. Dove la morale dell’amore non è più possibile per mancanza di oggetto.

Luigi Zoja. “La morte del prossimo”. Apple Books. 

E se questa è la cartografia di un territorio ove ci eravamo da tempo addentrati, dove sembravamo destinati a stanziare a lungo, ebbene il Covid19 sembra farci recedere. Anzi, apre nuovi orizzonti. 

L’Inferno, che non sono (più) gli Altri

Perché questo fanno le novità, per quanto dolorose. Squadernano l’esistente, e provocano l’accesso a nuovi canali, impensabili, sotterranei, nascosti. Circostanze eccezionali fanno emergere doti inimmaginabili. La prima è un’insospettabile riscoperta dell’Altro.

Il “Prossimo” cacciato, seviziato dietro fili spinati, rannicchiato, barricato oltre a confini immaginari – tuttavia talmente sentiti da determinare la fortuna di letture semplicistiche a fenomeni complessi -, estromesso dalle lezioni di storia mai imparate, respinto e abbattuto, torna adesso a palpitare proprio per la ragione meno ipotizzabile. Negli anni dei social, delle mascherine usate sui mezzi pubblici (prima del Corona virus), del fastidio per l’alterità degli Altri, della colpevolizzazione preventiva di chiunque per ogni disagio, ogni ritardo, ogni disservizio, ogni fastidio; nell’epoca in cui a essere “virali” erano i video, le bugie della rete, le macchine del fango, l’ostilità preventiva, i contagi diffamatori; i tempi ottusi della mancata presa di responsabilità per ogni problema; l’epoca dove per entrare nelle agorà virtuali – quelle tridimensionali erano già sgomberate da tempo – si adottavano “presidi informatici” come gli antivirus, per non farsi infettare nemmeno quando l’Altro era distante centinaia di miglia; ebbene in questo tempo la pandemia ha cambiato, forse, tutto.

Per una curiosa sintassi del dolore, tutte quelle distanze potrebbero non esserci più. Stiamo soffrendo, abbiamo paura, è vero. Una paura “del” vero. La preoccupazione di oggi non è l’ansia della affannosa ricerca degli stessi ammennicoli di una esistenza troppo uguale a se stessa per essere vera; è una preoccupazione, materica, tangibile, reale. Per ciò che ci accade intorno, per ciò che ci potrebbe accadere, per ciò che accade agli Altri. Paura per coloro che entrano ogni mattina in una corsia d’ospedale e fanno del loro meglio per alleviare il dolore di chi soffre, ma anche – perché no? – per chi tiene aperti i supermercati, i fattorini che consegnano le cose a domicilio. E’ una focalizzazione potente che solo il Covid ha reso possibile. Ed è in circostanze così straordinarie che emergono personalità resilienti.

Prendiamo ad esempio gli insegnanti – categoria di cui faccio indegnamente parte – i quali non si sono semplicemente barricati in casa, ma superando una atavica ostilità per le tecnologie digitali, si sono rimessi completamente in gioco, reinventandosi la didattica. Idiosincrasie antiche vengono travolte da slanci generosi quanto mai. E questo NON perché lo show possa andare avanti, non per un delirio di burocrazia, ma primariamente per comunicare ai più piccoli che gli adulti sono, che ci siamo, che c’è del buono per cui lavorare, per restare in contatto, per andare avanti.

Homo sum, humani nihil a me alienum puto 

Insomma grazie Corona. Ci stai chiedendo molto, troppo. Ma ci stai restituendo più cose di quante ci potessimo aspettare. Nessuna di cui avessimo diritto. Ci hai scattato una fotografia differente dai “selfie” con cui intasavamo la rete, ci hai sorpresi senza trucco, vulnerabili e vulnerati, hai sorpreso lacrime vere, ma ci hai mostrato anche che, per una volta che non siamo andati a caccia degli untori, potevamo focalizzarci tutti quanti, tutti insieme, su qualcosa di terribile, ma autentico.

Ci hai donato la consapevolezza che si possa, ancora, lavorare insieme, che ci si possa assumere delle responsabilità in vista di un bene comune. Che se c’è una tempesta si può, una volta tanto, remare nella stessa direzione.

Caro Corona, mentre scrivo stai ancora falcidiando la provincia di Bergamo e Brescia, le percentuali di mortalità raccontano di un’ecatombe e, forse, presto arriverai più vicino a me, alle persone che amo. Ma ti ringrazio egualmente, perché sono sicuro che dopo il tuo passaggio – perché tu passerai – molte cose saranno cambiate. In meglio. Poiché ci hai documentato che non solo i virus e le bugie possono essere contagiose, bensì talvolta lo sono anche la bontà e i comportamenti virtuosi. Solo che l’avevamo dimenticato.

Lascia un commento