Avviso ai naviganti, questo messaggio contiene informazioni personali. Le mie quantomeno. Perché per una volta voglio parlare di me, e intendo farlo “in pubblico”. In questo testo parlerò della mia crescita, e del suo ingrediente principale, il tempo. Il mio.
Ah dimenticavo… ho molte cose da dire.
1965 – 1986 ca.
La prima cosa. Io sono uno scrittore. So di esserlo e, inoltre, so oramai di non poter essere niente altro. Aggiungo che sono pure bravo. Non si tratta primariamente di ciò che “so fare” ma, appunto, di ciò che sono. Lo sono da sempre (per quanto riguarda la bravura per ora c’è solamente l’autoreferenzialità, ancora per un po’).
Per riprendere l’immagine che ha reso celebre James Hillman, nel suo geniale Il codice dell’Anima, la scrittura è da sempre la “mia ghianda”. Anche da bambino, non avrei saputo esprimerlo, né dare un significato, ma in realtà lo sapevo già allora. Le mie fantasie erano tutte rivolte in quella direzione.
Poi c’è la vita, con le scelte del mio primo indirizzo scolastico (mio padre volevi facessi il classico io, per spirito di contraddizione, puntai su agraria), l’azzardo della facoltà universitaria – un perito agrario che passa a studiare filosofia? Oltre a me e Recalcati, non credo ce ne siano molti -. La mia incontrovertibile pigrizia, è tutto lì. Da adolescente leggevo, da bambino ancora di più. Ma come scoprii più avanti, non abbastanza.
Le pagine di Tolkien fioccavano come nevicata abbondante nella mia mente, e poi autori vari. Attraverso la lettura e rilettura di Carlo Silva, Vengo dalla Siberia, mi innamorai di quel continente congelato. Ma quanto a scrivere nisba…
I miei voti in italiano scritto non erano mai stati esaltanti. Più verso il 5 che non la sufficienza. Non ero mai “ispirato” (uso questo termine che tuttavia non indica ciò che intendo dire). Tuttavia un giorno la prof Daniela ci affibbiò un commento del Candido di Voltaire, scattò un click e, diversamente dalle altre mie performance, lo scrissi d’un fiato, con molta ironia, e una disinvoltura che facevo fatica a riconoscere. Piacque molto. La prof sospettava un plagio.

Durante il mio primo anno di università mi accadde una cosa spiacevole, cui accordai – a posteriori – un potere eccessivo nell’ostacolare la schiusura della ghianda. Un alibi. Partecipai a una conferenza di Giampaolo Pansa, intorno al mestiere del giornalista – io che ancora non avevo focalizzato lo “scrivere”, ero arrivato come massima ambizione a immaginarmi appunto come cronista -. A un certo punto disse che per poter svolgere tale professione occorreva arrivare a vent’anni avendo letto TUTTI i classici della letteratura. Nessuno escluso. Dai Fratelli Karamazov fino a Victor Hugo. Essersi dedicati con successo all’Opera Omnia di tutti i mostri sacri. Ebbene, io non rientravo in quel novero. Non avevo ancora focalizzato la mia “missione” e già ne venivo estromesso. E non potevo recuperare, perché differentemente da molti amici già dovevo registrare, oltre alla inabilità alla scrittura, anche una feroce difficoltà nella lettura; la concentrazione che in me lavora (tuttora in modo controintuitivo: più una cosa mi interessa, meno riesco in una lettura lineare) e le diottrie mancanti, che cominciavano a crescere vertiginosamente.
Non so se quella di Pansa dovesse intendersi come una iperbole oppure come un requisito indiscutibile – negli anni successivi mi sarei accorto di tanta gente diventata cronista che non solo, probabilmente, aveva disertato le cattedrali della scrittura indicate da lui, ma forse anche il bungalow di una modesta grammatica italiana -, ma di sicuro io la intesi nel secondo modo.
Sarebbe importante precisare che il processo della maturazione della “ghianda” era ancora profondamente sommerso nell’inconscio, perché lo sbarramento lo avvertì a livello umorale, non di pensiero cosciente. Un fastidio.
1986 – 2000
Negli anni successivi, come si sa, cominciai a insegnare. Dapprima pensavo si sarebbe trattato di un espediente per sbarcare il lunario perché poi le cose sarebbero andate diversamente. Non sapevo come, ma diversamente. E mi sbagliavo.
Di scrivere ancora non se ne parlava (e non se ne sarebbe parlato per un bel po’).
Quando redassi la mia laurea – un bestione di 500 pagine! – ricordo che portai il primo capitolo, abborracciato indegnamente, all’assistente del docente (non farò nomi ma si tratta di una persona rispetto alla quale ho coscienza d’aver contratto un cospicuo debito di gratitudine; uno dei tanti), la quale pochi giorni dopo me lo riconsegnò pieno di gratti di penna rossa. Un disastro. La sintassi, i contenuti e PERSINO l’ortografia. Sembrava scritto da un ragazzino di prima media, un po’ scazzato pure. L’assistente era sconcertata e me lo scrisse chiaramente. Non era accettabile da parte di un laureando in filosofia. Ricordo che ripresi in mano i fogli e, a un certo punto, scattò “un interruttore” – è proprio la coscienza che ci siano stati, nella mia storia, alcuni di questi interruttori a farmi abbracciare l’idea di Hillman – e tutto cambiò. Un istante prima non sapevo di poter fare meglio, e quello dopo ero oltremodo consapevole del contrario. Quando riportai gli stessi medesimi fogli dalla curatrice della tesi, ero provvisoriamente uscito da un’impasse con la quale, tuttavia, mi sarei confrontato molte altre volte nella vita.
Negli anni ’90, il mio desiderio di scrivere s’era fatto ancora più incandescente. Le parole mi bruciavano dentro, ma non trovavano mai un canale afferente. Ricordo d’aver comprato almeno un paio di registratori con la mini cassetta, perché nelle lunghe attese davanti a una scuola materna a prendere una figlia per poi precipitarsi al corso di nuoto dell’altra – talvolta ore di pausa – provavo a registrami, perché così la sera avrei semplicemente dovuto ascoltare e trascrivere. Niente. Pagine prodotte in quegli anni, nemmeno una. 0 tondo tondo. Neanche un capoverso.
Cosa ci avrei voluto mettere? Veramente, non lo sapevo allora e non lo so adesso; l’impellenza di comunicare precedeva e non di poco il contenuto. Mi domando se non sia sempre così.
Non si trattava di constatare il presunto valore di cose che non arrivavano MAI al foglio di carta, ma di comunicare me stesso. Un’urgenza sconfinata priva di una vera forma di soddisfazione. Frustrante a dir poco.
Per esempio, durante i primissimi anni di insegnamento – tanto tempo fa – feci un bellissimo sogno, perfetto per costruirci una fiaba. Ebbene, a scapito dei numerosissimi tentativi, non ci riuscivo. Non vi riuscii per più di VENTI interminabili anni.
Di nuovo vorrei sottolineare l’importanza identitaria di questa cosa per me: non riuscire a scrivere era “non poter essere” ciò che effettivamente ero. Una privazione dolorosa.
2000 – 2012
A cavallo del 2000 arrivarono i primi personal computer (a dire il vero per scrivere la mia tesi avevo – oltre a coinvolgere una schiera di amici volenterosi – usato un patetico Amstrad, un “ciccione” con il monitor a cristalli liquidi da sei o sette pollici, e un mastodontico PC proveniente da un intraprendente laboratorio di carcerati; programma di videoscrittura WordStar, sistemi di salvataggio prima i giurassici floppy disk, da 5 pollici e poi da 3,5); ma, tesi a parte, ancora niente. Arrivò internet, e scoprii i forum in rete.
Scoprì di poter essere letto e che, talvolta, ciò che scrivevo piaceva. A persone competenti, talvolta.
Qualcosa di molto, molto gracile si muoveva. Nel 2000 ottenni di andare a lavorare, gratuitamente, all’Ufficio Stampa di una importante kermesse estiva (non importa quale, sebbene non sarà difficile capirlo). Primo ufficio occupato, comunicati stampa. Un lavoro frenetico, dovevo andare a un incontro e, appena finito, tornare in fretta e furia in ufficio a scrivere il “pezzo”. Una sintesi, ad uso addetti ai lavori, di ciò che avevo appena ascoltato. Quattro, cinque incontri e relativi pezzi al giorno. Molta quantità e poca qualità, ma quanto mi divertii. L’ufficio stampa era un piccolo giardino dove la mia ghianda, molto tardi, cominciava ad aprirsi. Era un salottino, frequentato anche da giornalisti “veri”. Ne ho un ricordo grato e intimo.
Una parete di compensato veniva riempita, ogni giorno, da tutti gli articoli che alla kermesse si riferivano. Intorno agli ultimi giorni, un pomeriggio, lessi un articolo molto polemico verso la manifestazione stessa. Mi arrabbiai molto, mi precipitai alla mia postazione e buttai giù una risposta piccata all’estensore del pezzo. Lo stampai e feci leggere al mio responsabile quello che avevo prodotto. Era buono, e lo sapevo. Gli piacque e mi autorizzò ad appenderlo alla parete, con lo scotch, sotto quello che mi aveva fatto infuriare.
Il giorno dopo il foglio era sparito ma, l’anno successivo, senza alcuna “raccomandazione” mi trovai a lavorare per il “quotidiano”, sempre della stessa manifestazione. Ero stato promosso.
Passarono così quattro anni, molto interessanti, in cui compresi cosa fosse “fare un’intervista”, incontrare persone stupende e cialtroni in ugual misura, e poi scrivere i miei pezzi. Mi piaceva. In fondo Pansa non aveva avuto completamente ragione. Talvolta scrivevo molto bene, altre meno.
Ma dentro di me ardeva altro.
Gli anni successivi sono stati tumultuosi. Verso il 2007 mi presentai presso la redazione di un settimanale, inventando una raccomandazione che in realtà non c’era. Mi serviva un secondo lavoro – e non lo sarebbe diventato mai, specie dal punto di vista remunerativo – ma mi occorreva molto, molto di più, scrivere. Ero ancora un vulcano con un enorme tappo sul cratere. Ottenni la collaborazione esterna (non mi sono mai iscritto all’ordine dei giornalisti e non ho rimpianti in questo senso) facendo alcune esperienze davvero edificanti. Mi venivano affidati dei pezzi, specie redazionali (quindi rozza promozione) ma mi giocai bene le mie carte. Sapevo scrivere.
Continuai così per circa cinque o sei anni.
Ma quanto al vero “scrivere” ancora poco o niente, se si fa eccezione per la fiaba “Io, Maggie e la luna” (2007) il cui nucleo mi si sprigionò dalle dita in un pomeriggio solo. E’ un racconto che oggi scriverei molti diversamente, in un linguaggio “didascalico”, ma i contenuti ci sono. Molte persone, dopo averlo letto, hanno pianto. Qualche anno fa entrai in una classe dove avevo due ore di supplenza. Non era una mia classe, ma mi ci trovai bene. Gli proposi di leggere “un mio racconto”. Lessi l’unico che avevo. Passarono altri mesi e per una nuova supplenza tornai in quella classe. Domandai se si ricordavano di me (narcisismo!), mi risposero di sì, ero il prof che aveva scritto “la fiaba del fiore e la farfalla”; in cerca di adulazioni domandai, vago, se fosse loro piaciuto e una ragazza, mi guardò dritto negli occhi e mi disse, serissima, “Prof, quel racconto mi ha cambiato la vita.” Mi dà i brividi a ripensarci. Ma se cercavo gratificazioni diverse da questa non ne avrei avute, perché quella ragazza aveva costruito un rapporto “speciale” con la mia fiaba. Non con me. Di me, se avessi scritto altre cose, giustamente, non le importava nulla. Giustamente. I miei personaggi non erano me e non mi appartenevano.
Tuttavia la mia scrittura non avrebbe avuto ancora adeguata soddisfazione. Avevo il mio bel laptop a casa, ma di inanellare storie o considerazioni “mie”, non se ne sarebbe parlato. Perché – ecco un altro dato importante – io IN CASA non riesco né a scrivere, né a leggere.
Quanto alla lettura, fondamentale nel mio processo di maturazione, ero ancora in ritardo. Tuttavia nel 2007, nell’arco di pochi mesi, dovetti dire addio a due automobili diverse. Rimasi per tre o quattro mesi appiedato e, abitando da mia madre, cominciai a viaggiare in Tram. Forlanini Mac Mahon era un tragitto interminabile, così presi a piluccare la libreria di mamma. C’era un’intera collana di “Classici” (di certo una parte di quelli cui aveva alluso Pansa trenta anni prima) e in quelle giornate autunnali presi a leggere voracemente come non sospettavo. Nella mia gerla caddero Dino Buzzati, Remarque, Boll e molti altri. Purtroppo non ebbi la saggezza di afferrare quanto fosse importante quel lavoro – e come sorprendentemente potessi consentirmi i libri cartacei: ora non potrei – perciò al più presto acquistai una nuova automobile e a girare con quella. Arrivederci ai tram, arrivederci alle fondamentali letture.
2012 – 2018
La vera svolta però avvenne nel 2012. Ero a casa di mio fratello e lui, a un tratto, estrasse un oggetto che fino a quel momento avevo visto solo negli spot della Apple. Era un iPad. Mi sembrava uno strumento eccessivo e ridondante. Che farsene di tanta tecnologia in uno spazio così ridotto? Tuttavia – per fortuna – la curiosità ebbe la meglio sul preconcetto e, giusto per gioco, provai ad aprire un documento e usare la tastiera virtuale. Non era così male, niente male davvero. Capì che mi serviva come l’acqua nel deserto. Ma non potevo comprarlo in quel momento. Mio fratello allora – ecco un debito di gratitudine taglia XXL – me ne regalò uno intonso. Smisi di andare a scuola con la macchina e ripresi la straordinaria idea di ricominciare con i tram. E l’iPad era una ENORME possibilità SIA per la lettura QUANTO per la scrittura.
Sulla metropolitana era di una facilità disarmante leggere gli ebook sulla applicazione kindle, mentre il pomeriggio, dopo la scuola, mi era sufficiente fermarmi in un bar – alcuni come quello autogrill sotto la metrò di Famagosta, li amai profondamente -. Tutt’ora il mio programma di editing preferito è Pages. Per fare un esempio il sogno fatto nel 1988 diventò in pochissimi mesi un racconto completo, di una settantina di pagine. E presto ne giunsero altri. Certo i miei personaggi erano (e per un certo verso continueranno ad esserlo) fossili e vegetali: conchiglie, margherite, un salice, un gruppo di persone chiuse in una stanza. Ero stato immobile per tanto tempo, come potevo mettermi a correre? Ma il vulcano era alfine esploso e la lava copriva ogni cosa intorno a me.
Commisi tuttavia l’imperdonabile peccato di superbia, già riscontrato alla mia laurea, che mi bastasse l’accensione di quest’ultimo – pensavo – interruttore per raggiungere l’editoria, eccetera. Ma mi sbagliavo. La lava può diventare un territorio molto fertile, ma devono passare anni, deve raffreddarsi e deve specialmente essere lavorata. Talvolta erano le mie dita a scrivere, la mia anima non ne veniva nemmeno coinvolta. La mia “lava” erano concetti e immagini fino a lì inespressi, che sgorgavano come grida nella notte. Cominciavo a essere uno scrittore, ma ero materiale grezzo, informe, che nessuno poteva ancora interpretare. Ero ancora illeggibile.
Fu così che un giorno – un altro interruttore, nuovi debiti di gratitudine – un amico scrittore mi parlò di una amica, Stefania, mamma di uno studente. Era una editor professionale. Non sapevo esattamente cosa fosse, ma seppi che doveva essere lei la risposta.
Ed ecco che cominciò un periodo di lavoro “vero”. Si lavorava sui testi sulla crescita attraverso essi. Stefania non mi ha mai negato, oltre a un’amicizia speciale, tanto ascolto, anche una considerazione per me imprescindibile. Era lei lo scultore che dentro a un bitorzolo di lava ci vedeva qualcosa. Ma di strada ne mancava ancora. Anzi, il lavoro cominciava solamente adesso. Certo, avevo nuovamente bisogno di leggere, di imparare la parola da Paolo Giordano, Irene Némirovsky. E dovevo semplificare la enorme cerebralità che contraddistingueva il mio materiale grezzo. La parola doveva smettere d’essere concetto, diventare sensazione, suono. Ma come facevo a leggere? Il mio cheratocono mi aveva da tempo sottratto l’uso della parola sulla carta, e l’iPad dopo quattro anni di onorato servizio, aveva ceduto allo stress. E non era stato rimpiazzato. Avevo comprato un ebook reader della Sony, ma si era dimostrato uno strumento – per quella generazione – troppo esile. Ero riuscito a infilare soltanto un D’Avenia. E non mi aveva impressionato.
Stefania un giorno mi butto lì: “Non hai mai letto Houellebecq?”
“No, perché.”
“Così, forse poteva servire.”, aveva esitato a premere l’acceleratore. Sarebbe stato importante, sono certo lei sapesse; ma occorreva che ci arrivassi pian piano. Al momento giusto.
In realtà in Houellebecq mi ci ero imbattuto, non nella lettura, ma attraverso un film, Le particelle elementari. L’avevo trovato sgradevole, e non desideravo imbattermici di nuovo. E, aggiungo adesso, non è che abbia cambiato idea.
Intanto nel 2015, con estremo ritardo, scoprii che taluni dei “portatili” fossero portatili per davvero. Che esistevano computer che, senza essere attaccati alla rete, reggevano giorni interi. E si poteva SCRIVERE. Con la carta del docente fu il turno di un microscopico ACER – che si rivelò una pessima idea -, e poi due anni dopo approdai al mio primo Mac. Me lo rubarono, riuscii a procurarmene un altro poche settimane dopo. Questo era l’upgrade di cui avevo veramente bisogno.
Ma per leggere? Cioè, ne avevo più bisogno adesso che mai. Non avrei colmato il “gap di Pansa”, ma egualmente non potevo prescinderne. Un giorno Raffaele (un altro debito di gratitudine!) mi disse che a Rozzano avevano allungato la linea del 15. Oramai avevo un mezzo urbano che, lentissimo, mi avrebbe potuto consentire lunghissime sessioni di lettura. Era lì, a cinque chilometri da Zibido. Uno scherzo.
Mancava solo un ultimo tassello.
2018 – oggi
Scoprii che dal mio Sony in poi, la tecnologia degli ebook reader aveva fatto passi da gigante. Acquistai un Kobo e, quasi a ruota, un Kindle fire. I soldi meglio spesi della mia vita. Da novembre 2018 vado a scuola in tram. Ci metto circa un’ora e venti all’andata (Rozzano/ Abbiategrasso M2 – Lanza/ 12 – Mac Mahon). E pregusto il viaggio di ritorno che invece dura due ore: Mac Mahon 12 – Duomo / 15 – Rozzano). Sono quasi quattro ore di lettura tutti i santi giorni. E riesco a leggere come non avevo mai fatto.

Letteratura o saggistica? Entrambe. In poco più di un anno ho letto una trentina di libri: da Mircea Eliade a Joseph Campbell, dal Maestro e Margherita al sontuoso Todorov, Hervé Clerc sul buddismo e Paolo Branca sull’Islam. Mitologia, tanta. Psicanalisi ovviamente (Zoja, Recalcati e Hillman). Sono rimasto impressionato dagli incipit di Saviano.
E intanto mi allenavo al confronto con l’editoria. Una amica – altro debito di gratitudine – mi ha suggerito un concorso letterario. Ho, in due mesi, raffazzonato vecchi racconti e mandati. Non ho vinto, ma i giudici hanno voluto incontrarmi. Sono andato a Bormio. Ero piaciuto.
Mancava ancora un tassello, perché il lavoro di semplificazione del testo non era mai sufficiente. E non mi sembrava ciò che veramente volevo. Poi un giorno Ernesto mi dice (altro debito di gratitudine): “Dovresti leggere Serotonina di Houellebecq.”
Sono un uomo capace di respingere le indicazioni, per quanto sensate, ma non di oppormi all’inevitabile.
Ho letto Serotonina, e anche Le particelle elementari (in mezzo anche una commovente storia del Congo – 700 pagine – e un saggio sulla guerra dei minerali rari), e ho capito quanto Houellebecq mi servisse. Continua a essere sgradevole e scabroso. I miei temi non coincidono, se non tangenzialmente, con i suoi. Ma la sua scrittura è esattamente quella che mi serve. Io NON devo cercare la semplificazione del testo ma, all’opposto, moltiplicare la mia cerebralità fino a farla diventare cifra. Perché io sono così.
E ora ci divertiamo.