Valerio – da, L’unica vita che ho

Incurante Valerio aveva tagliato un’altra fetta di pianura, e si era diretto verso uno spicchio di terra bruna, dove le indicazioni bianche e verdi – subito dietro a una innaturale torsione di catrame – indicavano il casello dell’autostrada. Quando l’ebbero imboccata borbottò qualcosa a proposito di un’area di sosta. Ma suonava come una comunicazione interna; gli altri tuttalpiù si sarebbero adeguati. Aveva deciso lui l’ordine delle priorità, come sempre. Aveva stabilito chi doveva venire, chi accampare una scusa per tirarsi indietro; aveva scelto di andare, ospite, con un giorno di anticipo rispetto alla data della cerimonia, sempre lui che aveva stabilito il percorso da seguire, nonché l’orario della partenza. Persino i passeggeri, come i bagagli, erano stati disposti secondo una logica ferrea che apparteneva a lui, e mai a chi l’aveva dovuta subire. Non si erano opposti, perché non avrebbe avuto senso. Oppure sarebbe stato troppo dispendioso. Mettersi di traverso, anche per un dettaglio, avrebbe innescato un tasso di conflittualità di cui tutti facevano volentieri a meno. Anche perché Valerio, le cose, le faceva funzionare. Quasi sempre. Aveva escogitato dal nulla una impresa, una società di distribuzione di catarifrangenti, e in capo a sette anni l’aveva fatta fiorire e portata a livelli di tutto rispetto, coprendo quote di mercato sempre più importanti. Aveva creato solidità e benessere per se stesso e per una ristretta cerchia, e opportunità di lavoro per un centinaio di persone, se si consideravano tutte quelle che si erano avvicendate anche per un breve periodo, in azienda. Tuttavia ci si sbaglierebbe che il motore fosse l’ambizione. Ne aveva, ma guardandolo da vicino ci si accorgeva che a muoverlo fossero leve più potenti e nascoste nel profondo. Non era il benessere, che pur aveva conseguito, oppure i traguardi di natura professionale. Sembrava piuttosto un insetto dominato dalla frenesia di impollinare quanti più fiori avesse potuto. Un’ape senza miele e senza alveare. Eternamente indaffarato a marcare un territorio sempre più ampio, per una bestia che non riusciva a scovare un angolo che sentisse tana. Un animale braccato. C’era insicurezza, proprio lì dove ostentava una sicumera esasperante. Valerio era il tipo di uomo che si sarebbe sentito un barbone anche alla guida di una Bentley, o se la sua residenza fosse stata una reggia. Anche il matrimonio era stato progettato con la medesima fretta di passare dai progetti alle cose, cementato nella stessa betoniera, edificato con l’unico calcestruzzo cui metteva in piedi ogni cosa: friabile nella sostanza, ma teso e resistente quanto le tenaglie invisibili del suo formidabile istinto. Per questo non si sarebbero lasciati mai: avevano un profondissimo bisogno reciproco, quanto Cristo ha bisogno della sua croce. Non si odiavano neanche. Non più quantomeno. L’odio richiede un dispendio di energia che avevano tacitamente stabilito di non pagare. Forse odiavano solo di essere allacciati, per sempre, in quella simbiosi perversa.

Il moto perpetuo e l’assenza di pace, che contrassegnavano tutto il suo essere, erano il marcatore della sua effimera grandezza, quanto della sua dignitosa meschinità. Oltre che il pesante fardello di quanti dovevano condividere le sue sorti. Anche per un semplice viaggio. Giro lo guardò con attenzione. Lo conosceva da sempre, o almeno così gli sembrava. Aveva ricordi di Valerio che lo accompagnavano dai primi vagiti della adolescenza. Gli pareva di ricordarlo, con la sorella, che lo aspettava appollaiato sulla rastrelliera fuori da una scuola, dopo un’ora di ginnastica ortopedica, di quelle propinate per correggere la scoliosi. Lo conosceva così bene, eppure non sapeva nulla di lui. Aveva interpellato cento, mille volte il suo sguardo ottenendo sempre lo stesso verdetto provvisorio. Non era mai lì. Non lo sarebbe mai stato.

Anche adesso, costretto nella postura della guida, i suo occhi rilucevano in un deliquio sordo inseguendo alfabeti impossibili nella mezzeria. Era un uomo imponente, con un torace da sub, ma non era grasso. Difficile dire quanti anni avesse, perché quale che fosse, l’età era un vestito che indossava nello stesso identico modo. Dalla camicia a righe, aperta negli ultimi due bottoni emergeva il petto irsuto, contraddicendo almeno in parte la cura meticolosa che aveva del proprio aspetto. Sotto il collo massiccio, dove il pomo d’Adamo picchiava a picchi alterni di mazza sul tamburo, e una catenina leggera, senza pendagli. Un randagio senza medaglietta.

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