Abracadabra! Se avessi una bacchetta magica cosa farei? Fiumi di gemme in giro per il salotto, damigiane di elisir della lunga vita per dissetarmi e probabilmente un intero harem di odalische dagli sguardi ammalianti per portarmi quella dolcissima libagione.
Siamo seri, è soltanto un sogno. Ma sognare non costa nulla, e talvolta dai sogni possono arrivare elementi interessanti anche per la prosaicità della vita. Se potessi rivolgere poi il sogno a una realtà che ho preso, mio malgrado a conoscer piuttosto bene, come la trasformerei? Ecco la domanda: se avessi una bacchetta magica come cambierei la scuola?
Tuttavia devo confessare da subito come il ritenere necessario usare incantesimi per poter cambiare qualcosa nella scuola, sia frustrante, altresì realistico La frustrazione è dovuta proprio alla sensazione che, senza le arti di Merlino, non si possa venire a capo di nulla. Ma tant’è.
La scuola è una specie di ‘Addormentata nel bosco’ (neanche troppo bella, a dirla tutta) che vive in un letargo incantato dietro la robustissima siepe della burocrazia, delle procedure, proteggendosi così dall’avanzata del principe della opportunità e dalle fate della possibili innovazioni. Questa principessa imbambolata è l’ambiente dove si alligna la più malevola refrattarietà a ogni forma di cambiamento, a causa di vizi e tradizioni secolari che condensano in una sintesi venefica mortificazioni e privilegi in ugual misura, formando in questa guisa un zoccolo di ruoli durissimo da mettere in discussione.
Ma oggi non si parla dei disagi della scuola, mentre invece si discute di sogni e bacchette magiche.
Tenendo conto che se io, da una parte, non mi ritengo in grado di sostenere le responsabilità del riformatore scolastico, anche come aspirante Harry Potter sono alle prime armi, e quindi nei magheggi sulla Hogwarts, finirò sicuramente per sovrapporre elementi inconciliabili o addirittura contraddittori, spero tuttavia che il lettore ci faccia sopra una risata soffermandosi sullo spirito di questo gioco.
Abracadabra, dunque.
Intanto cambierei le retribuzioni dei docenti, portandole a un sostanziale raddoppio. In alcuni paesi europei, del resto, quasi ci siamo, e non hanno nemmeno dovuto scomodare la fata Turchina per ottenerlo. Come abbiano fatto sarebbe interessante andarglielo a chiedere, anche se sospetto non ci svelerebbero particolari sortilegi, ma ci parlerebbero di gestioni oculate, di controllo degli sprechi, di riduzione degli organici, eccetera.
Ma non importa, fin tanto che abbiamo la nostra bacchetta magica, e possiamo ottenere le stesse cose buttando ali di pipistrello e occhi di salamandra dentro il ribollente calderone.
Certo in cambio di uno stipendio raddoppiato avrei da chiedere come contrappasso una serie di cose: ad esempio vorrei che insegnare diventasse una professione esplicitamente full time. Preciso ‘esplicitamente’ poiché so per certo che molti docenti la vivono già a tempo pieno, e che usano molte più ore di quelle per cui vengono retribuiti, ma perché non regolarizzarlo allora? E perché non esigerlo da tutti e non solo dai più coscienziosi e volenterosi? Non dovrebbe essere particolarmente difficile: sarebbe sufficiente dover rimanere a scuola… anche il pomeriggio. Del resto il tema della scuola pomeridiana è uno dei grandi paradossi su cui non ci vuole mettere la testa nessuno. Perché un ambito grande e strutturato come un plesso scolastico, dovrebbe essere sfruttato per una molteplicità di iniziative di ogni genere: sportivo, ricreativo, musicale, recupero scolastico, teatrale. Non credo occorrerebbe molto per ottenerlo, davvero. Il contesto scolastico dovrebbe provare a rispondere in modo articolato alla naturale domanda di socialità organizzata di cui ogni giovane si fa, più o meno coscientemente, portatore. Certo occorrerebbe che, quantomeno al di fuori dai rigidi parametri dell’orario scolastico mattutino, le ore dopo il pranzo vedessero gli studenti liberi di – e se – scegliere le attività nelle quali implicarsi. Un oceano di possibilità lì dove per adesso riscontriamo soltanto un deserto con pochi ciuffi paglierini a segnalare la presenza di qualche sparuta forma di vita resiliente.
Ma rimaniamo sul tema della retribuzione dei docenti: sono persuaso che la madre di tutti i mali è determinata dalla uniformità con cui gli stipendi vengono erogati tanto a chi svolge il proprio lavoro con solerzia e passione, quanto a quelli che al termine delle lezioni fanno cadere la penna sul registro. Non va bene. Si fa un gran parlare di meritocrazia, ma in un regime di invariabilità salariale, sono e saranno sempre chiacchiere a vuoto.
Ma con la mia bacchetta magica posso cambiare tutto solo schioccando le dita. Ecco allora che i salari dei dipendenti della scuola non saranno solo sostanzialmente raddoppiati, ma una quota molto importante della cifra scritta sul cedolino, viaggerà su un canale variabile. Da cosa dipenderà prendere molto di più o molto di meno? Sim sala bin, qui mi posso sbizzarrire. Perché da una parte mi piacerebbe lasciare questa responsabilità a delle semplici regole di mercato, con dirigenti scolastici trasformati in autentici manager, che si assumano quote accessorie di responsabilità proprio nel reclutamento dei docenti, la lettura dei curriculum vitae, e così via dicendo. Non avrei nessuna obiezione che esistessero vere e proprie ‘star’ del registro, ricercate, coccolate e profumatamente retribuite come lo sono i migliori chirurghi e giornalisti. Lo auspico, anzi. E se la scuola-azienda dovesse incespicare per scelte incaute o nepotistiche, allora via ai ribaltoni con le dimissioni forzate dei Consigli di Amministrazione, e la sostituzione dei vecchi con nuovi manager. Meritocrazia, meritocrazia ovunque. Ma temo che questo sogno sarebbe azzardato persino per chi avesse a disposizione una bacchetta magica. Troppe le resistenze in uno degli ultimi ambiti dove resiste una paleontologia sindacale immutata dai decreti delegati del ‘74.
Anche senza arrivare a immagine così estreme, tuttavia si potrebbero introdurre variabili retributive. Mi si risponderà che non è facile misurare la qualità dell’operato di un docente, ed è vero. Ma nell’epoca in cui si sono creati marcatori e indicatori tali da misurare praticamente qualsiasi cosa, trovo sia estremamente riduttivo pensare che l’unica soluzione adeguata al mondo della scuola sia quella di adottarne… nessuno. Nel paese dei non vedenti anche la miopia sarebbe un bel vantaggio.
Per esempio si potrebbero creare dibattiti disciplinari per cui, su riviste specializzate, si vadano a contare il numero e il valore delle pubblicazioni con le quali ogni singolo docente ha contribuito. Si premino le innovazioni nella didattica. Vorrei che venissero incentivate tutte le iniziative intelligenti finalizzate a portare a casa il successo formativo.
Ci sarebbe ancora di più: è un paradosso che un docente si muova in un universo solipsistico e autoreferenziale per cui il suo operato non venga mai vagliato da alcuno che non sia egli stesso. La tutela della libertà di insegnamento, la segretezza dell’aula e la impenetrabilità del registro, non sono crismi ineffabili, che sempre si trasformano in armi a taglio semplice o doppio. Perché i primi a vedersi sottratto un fondamentale feedback sono proprio gli insegnanti che, avviluppati in questa paresi stregata, passano la propria carriera a battersi pacche sulla spalla da soli. Forse potrà sembrare puerile parlare ancora delle ‘Pagelle dei docenti’ in cui i ruoli tradizionali e le docimologie vengano ribaltate, ma è pur sempre una idea. E ho sempre una bacchetta magica in mano.
Mi piacerebbe che alla tradizionale dicotomia Bocciatura/Promozione, si preferisse un’altra: cosa dovrebbe essere realmente promosso? Non lo studente, ma l’azione formativa che lo riguarda, cosicché dovrebbero essere valutati tutti i soggetti (con criteri di responsabilizzazione inversamente proporzionali alla età) che vi sono implicati. E le loro azioni. “Promosso” nel nuovo lessico scolastico si dovrebbe sostituire con “efficace”. L’aver ‘studiato la lezione’ dovrebbe essere solo uno dei molteplici fattori del concorso formativo a dover essere considerato, e nemmeno il più importante. Se una squadra di football viene attrezzata per primeggiare in un campionato, nel caso di insuccesso verranno coinvolti tanto l’allenatore quanto i giocatori. E neanche in una quota paritetica, perché se i secondi non dovessero buttarla dentro mai, il primo sarà responsabile persino di non avere messo i propri giocatori di rendere quanto avrebbero potuto: insomma, il primo a rischiare la ‘bocciatura’ e l’esonero è proprio il coach.
Bibidi Bobidi Bu
Forse stabilire l’analogia tra docenti e allenatori è un pochino troppo forte? Torniamo allora alla vecchia (si fa per dire) idea di promuovere e bocciare l’azione formativa in quanto tale, godendo dei benefici e assumendosi le responsabilità di quanto ottenuto. Non siamo giunti dove volevamo arrivare? Cambiamo strategia insieme. Quanti potrebbero essere infine le modalità per creare quei raccordi e comunioni di intenzione, è un campo smisurato che ci si apre davanti. Perché non sviluppare ad esempio, il concetto di contratto formativo, arrivando a tararlo per quanto possibile sugli obiettivi che appartengono all’individuo? Non si tratterrebbe nemmeno di tirare via dalla soffitta il polveroso tormentone della didattica individualizzata, poiché diversamente da quella, si tratterebbe di stabilire quali siano gli step individuali, la cui soddisfazione comporterebbe automaticamente l’assolvimento dei vincoli contrattuali, e quindi il pieno adempimento dell contratto formativo. Sarebbe questo, a mio avviso, un sentiero nuovo sul quale avventurarsi, tanto nei contenuti quanto nella forma. Perché non creare delle cerimonie di passaggio, dove lo studente firmi la sua copia del contratto, che verrà poi letta quando gli obiettivi specifici lì indicati potranno dirsi raggiunti?
Bibidi bobidi bu! Finalmente posso usare la bacchetta magica.
Anzi già che ci sono potrei far sparire il concetto stesso di bocciatura. Cosa significa esattamente ‘essere bocciati’, espressione dura che la semantica scolastica si è preoccupata di addolcire nel suono delle parole usate ma non nella sostanza?
Che un percorso scolastico si debba fare in N anni, e non N+1 o N+2 non è a pensarci bene, il vero problema. Se si considerano gli anni morti cui ogni giovane, prima di essere consegnato come un pacco postale al mondo del lavoro, è destinato – tra quelli spesi a decidere la facoltà giusta, quelli fuori corso e infine quelli lasciati dolorosamente a lanciare curriculum vitae sui tavoli di mezzo pianeta, ahimè invano – perderne uno a causa della bocciatura non può essere una difficoltà insormontabile. Lo è però sul piano psicologico, dove il passaggio a uno stadio successivo, collettivamente avvertito come necessario, il Lucignolo di circostanza si vede respingere mentre tutti gli altri vengono accettati.
Stare fuori/rimanere dentro.
Come se mamma gatto si rifiutasse di allattare i cuccioli più gracili. Un processo di esclusione che può minare anche molto seriamente il processo dell’autostima che, come la crosta fredda del budino, in questi anni si sta faticosamente formando.
Siamo sicuri che non esistano percorsi alternativi? Ma certo che esistono: hocus pocus, e la magia è fatta! Niente più bocciati e promossi, mai più la frustrante esposizione dei tabelloni attaccati dai bidelli con lo scotch ai vetri della scuola. Si potrebbe riformulare il percorso scolastico sulla falsariga di quelli universitari: ogni disciplina dovrebbe essere suddivisa in una molteplicità di segmenti che ne coprano l’intero percorso. Ad esempio si potrebbe dividere l’intero programma di matematica del liceo scientifico in una quindicina di argomenti più o meno vasti, taluni consequenziali altri no. Lo studente che entra all’inizio del percorso sa che deve soddisfare tutte e quindici le richieste, previo il superamento di un esame conclusivo. Ciò consentirebbe di:
- abolire nella sostanza la bocciatura;
- creare classi modulari di scopo, cui gli studenti si iscrivono, frequentano, e sciolgono con l’assolvimento del modulo stesso;
- istituire una cosa molto importante, ovvero aule che appartengono a quel preciso docente, o quantomeno dedicate alla frequentazione di quel determinato modulo;
- stabilire gerarchie intuitive, interne allo stesso istituto, perché gli studenti potrebbero agglomerarsi spontaneamente – ad esempio, per il modulo di matematica 11, scomposizione dei polinomi – con quel docente talmente bravo da rendere chiarissimo un argomento così ostico (ebbene sì, in seconda superiore presi il mio unico 3 e mezzo proprio nella SDP).
- ottenere una grande flessibilità perché se, da un lato, ogni docente potrebbe essere incaricato di realizzare più moduli, anche non contigui, dall’altro consentirebbe allo studente in difficoltà di tralasciare un modulo per lui particolarmente ostico, occuparsi di un altro – successivo ma non contiguo – per poi ritornare su quello lasciato in sospeso, magari con un docente con cui non avverte il rapporto incancrenito, al di là dei meriti e demeriti (che, altresì, esistono nella scuola come ovunque altrove).
Ovviamente lo studente verrebbe ‘licenziato’ al termine del percorso solamente quando avrà assolto la totalità degli elementi modulari previsti, avendo magari ripetuto matematica 9 tre volte senza per questo essere costretto a ripetere biologia 6 e italiano 4, dove magari aveva ottenuto risultati più che soddisfacenti.
Non so se userei la magia per abolire il valore legale del titolo di studio, che non ha più molto senso. Più probabilmente lo impiegherei per creare un albo degli insegnanti, i cui iscritti fossero liberi professionisti con Partita Iva (vuoi mettere fare al spesa al Metro?), con inquadramenti professionali come quelli degli agenti di commercio.
E poi, considerato quanto la scuola continui a porsi in una condizione ‘giudicante’ nei confronti dei propri utenti, ci terrei molto che si lanciasse definitivamente funzione del Tutor, del quale con la ciclicità dei monsoni si torna a parlare, senza che sia mai effettivamente germogliata. Una funzione che vorrei ritagliare sulla sagoma dell’avvocato difensore nel processo penale, oppure del sindacalista nelle vertenze professionali: lo studente si ritroverebbe, in quel mondo di adulti che così spesso si ergono a puntargli l’indice contro, una figura che sia a priori e istituzionalmente dalla sua parte. Anche qui, considerato il vuoto attuale, ci si potrebbe sbizzarrire nell’attribuire al tutor anche funzioni di orientamento, come la somministrazione di test attitudinali, il colloquio con le famiglie, la mediazione con i docenti; potrebbe essere un interlocutore nelle situazioni di emergenza, un organizzatore del metodo e del tempo di studio, e magari potrebbe essere a incoraggiare il ragazzo che ha fallito una prova e a congratularsi per un successo. E magari potrebbe essere parzialmente o totalmente esonerato dall’insegnamento, e non essere l’insegnante del tutelato.
Abracadabra
Con la mia bacchetta magica mi piacerebbe poi migliorare gli aspetti infrastrutturali delle scuole, facendo mente locale alle riflessioni sulla kalokagathia, lanciandosi alla scoperta di quanto si potrebbero favorire le dinamiche dell’apprendimento in contesti che non ricordino le carceri adibite al 41 bis. Vorrei creare ambiti ‘individuativi’, spazi per quanto piccoli – un armadietto, per cominciare – che uno studente possa riconoscere come proprio, un territorio da non essere costretto a condividere con chicchessia.
Mi piacerebbe ancora…
Ma la campanella che sormonta la sala dei professori ha suonato i suoi millemila rintocchi, e in men che non si dica mi ritrovo appiedato, con la carrozza che si trasformata nuovamente in una cattedra consumata, il lampadario Swarovski in una tetra lavagna di ardesia, i fieri cavalli in commessi scorbutici che mi sgridano perché cammino sulla segatura, e il ciambellano di corte è tornato ad essere il guardiano torvo che rotea le chiavi solo perché mi sono attardato una decina di minuti nelle mie fantasie.