Prima gli Italiani? Se dopo c’è un dopo

Alle scorse elezioni europee Salvini ha preso decisamente il largo, polarizzando a proprio favore il binomio al governo, dimostrando – se ce ne fosse il bisogno – di non essere uno sprovveduto, dotato di una capacità di leggere le dinamiche profonde del paese con un’abilità che gli ingenui pentastellati francamente si sognano.

Ha costruito una macchina da guerra perfettamente lubrificata, un appeal social come nessun politico (italiano, va detto) prima di lui. E funziona, funziona molto bene. Purtroppo.

Al suo fianco lavora “la Bestia” – come ribattezzata, con grande efficacia, la macchina della propaganda salviniana dello spin doctor Luca Morisi -, pronta a toccare le corde meno visibili degli italiani. E così la versione 3.0 di quella che fu la “Lega Lombarda” di Umberto Bossi è diventata il vero soggetto nuovo presente sullo scenario politico italiano.
A costo di ripetersi, purtroppo.

L’esasperata ambizione e il cinismo di Salvini lo hanno portato a disfarsi in un colpo dei vari mitologemi (cui s’era anch’egli abbeverato), come La Padania, la Secessione – l’unica per cui sembra adoperarsi con profitto è oramai quella europea – e la “Roma ladrona.” Niente più riti propiziatori al Dio Po, niente allusioni abborracciate a un paganesimo wagneriano, minor enfasi nelle adunate identitarie di Pontida, la fine di tutto l’immaginario celodurista, giubilando personaggi ingombranti come Borghezio, disfacendo cerchi magici e ributtando in fiume le trote che avevano infestato la cronaca solo dieci anni fa. A quello che si era rivelato per un populismo obsoleto ha imposto un enorme upgrade, dando prova di una duttilità che la Lega, in sé, non aveva mai avuto. Facendole così fare definitivamente il salto del Rubicone, passando da forza di nicchia – una nicchia enorme – a una dimensione politica nazionale, in grado di governare il paese, trascinandolo però progressivamente verso dinamiche retrive che speravamo seppellite.

Il Mantra

Lo slogan di Salvini e dei suoi, l’hashtag che ne ha decretato le fortune elettorali, è Prima gli italiani.”  Che cosa però questo Mantra potrebbe davvero significare?

Qui vorremmo domandarci il motivo di questo fragoroso successo. Per farlo tuttavia occorre scomporlo. Non vogliamo dedicare neanche un istante al sostantivo, perché abbiamo già verificato quanto sarebbe futile ricordare l’antistoricità della la vocazione “nazionalista” del partito di Salvini. Ci vorrebbero trattati di sociologia per documentare come la politica della seconda e terza repubblica non tenga in alcuna considerazione la “coerenza” delle affermazioni, e il conseguente rischio di venire contraddetti persino molto tempo dopo. Distanti anni luce sono le tribune elettorali dove parlamentari del PCI e la DC si azzuffavano a colpi di documenti, contestandosi reciprocamente le discordanze con quanto sostenuto in precedenza. Da cinque lustri l’incoerenza è uno pseudo problema.  Spesso persino un vantaggio. 

Intendiamoci, non si tratta di un cliché nostalgico, ma della semplice constatazione di un cambiamento epocale.

Prima alcuni

In questa riflessione ci interessa di più l’abbrivio rispetto alla dimensione temporale. Il “prima” non ancora, secondo noi, oggetto di adeguate riflessioni. Poiché intercetta una vibrazione animale, un timore atavico quanto l’essere dimenticati, di passare appunto in secondo piano. Di venire “dopo”. Un timore originario, una voracità orale (in senso freudiano), una bulimia primitiva, un egoismo ancestrale involuto cui tutti hanno fatto esperienza. Se non altro durante l’infanzia (e infatti l’elettorato tipo leghista è tipicamente puerile, così come sono parossistici i tratti infantili del suo esponente di spicco). Un egoismo che porta significativamente ad assorbire l’attenzione senza vedere un palmo oltre al perimetro della propria ingombrante identità. Ecco l’intercetto leghista.

Tuttavia l’evoluzione porta – dovrebbe – a stadi successivi, e il bambino infine cresce. Prendendo coscienza di un mondo fuori da sé. Prendendo coscienza dell’Altro. E quindi, quando si diventa grandi, si prende consapevolezza che gli altri ci sono, che non ci si può semplicemente sbarazzare chiudendo le porte (e i porti), trincerandosi dietro ad autarchie psicotiche.

Ora è chiaro che la fortuna di Salvini consta esattamente nell’avere accalappiato questo tipo di appetiti inconsci, avere coltivata e rilanciata nel paese l’esclusionem timoris dove un popolo sempre più sospettoso e avido (più avido di quanto in realtà non sia, perché è questo che favoriscono le inclinazioni patologiche se continuano ad autoalimentarsi, trovando nella politica dei catalizatori ideali come Salvini) teme gli venga impedito l’accesso alla fruizione della risorsa più imprescindibile: il cibo.

Salvini parla letteralmente “alla pancia” degli italiani,  e attraverso la pancia comunica, quella simbolica oppure il pacioso profilo social, dove – un’intuizione geniale a dir poco – viene continuamente esibito al cospetto di una tavola imbandita, della nutella o un arancino. Fomentando così una percezione adulterata della realtà dove un popolo satollo paventa di poter morire di fame. Favorendo e acutizzando la ricerca di adottare risposte semplici  e semplicistiche a problematiche strutturali enormemente complesse.

La pancia

L’esito dell’ostinazione con cui ci si rappresenta le cose in questo modo, è un’improbabile guerra tra poveri, quelli veri che, alla ricerca di speranza, attraversano un mare, e quelli che poveri ci si sentono a prescindere da ciò che già hanno. Quelli per cui morire di fame non è un’iperbole, e quelli che temono di sprofondare nell’inedia se non riescono ad acquistare l’ultimo iPhone. Un confronto in sé pieno di squallore.

Basterebbe poco. Ricordare ogni tanto che su questo pianeta è avvenuta – e continua a esasperarsi – una iniqua redistribuzione delle risorse fondamentali; tenere a mente, a portata di cuore, che l’arretramento di alcune regioni del pianeta, la conseguente povertà, non è un retaggio genetico, ma storico, dove per l’accumulo dei pochi sono stati defraudati i molti, attraverso il colonialismo, le guerre e la corruzione e le dittature, pronte a tutelare i ricchi nei territori di chi non ha nulla. Non è nostalgia vetero-comunista. Non è il melting pot di Soros. E’ banalissima storia. Molto spesso cronaca.

E’ successo. E succede anche oggi, dove per ottenere capi d’abbigliamento a prezzi stracciati le multinazionali affamano la manodopera del Bangladesh e del Vietnam. Ancora, non si tratta di un’iperbole buonista o una rivincita sinistrorsa. Sarebbe sufficiente leggere le etichette dietro le magliette e chiedersi, per esempio come mai l’abbigliamento costa adesso molto meno di venti anni fa. Passiamo ore e ore su Google, potremmo usarlo una volta tanto per documentarsi sulla desertificazione dell’Africa, o su cosa succede ai Curdi e i Rohingya, e dopo, soltanto dopo, provare a respingere un padre che rischia la vita per dare una speranza ai figli. Ci vorrebbe quantomeno più coraggio a pensare che gli altri vengano dopo.

E dopo?

“Prima gli italiani” è dunque uno slogan catartico, efficace e fuorviante, perciò diabolico – attenzione, come non ci piace vedere baciare rosari e vangeli a sproposito, non è nostra intenzione lanciare nuovi anatemi in un momento dove questi sovrabbondano. Qui diabolico è da intendersi nel senso etimologico, ovvero offerente una percezione divisiva delle cose -, ancorché incompleta.

Perché ogni prima  esige un dopo, e persino in questa forma, dovremmo domandarci se, quando saremo sufficientemente saziati, lasceremo accostare al tavolo anche gli altri. Un dopo ci vuole. Ecco, occorrerebbe porsi qualche domanda in più, invece che vomitare odio, instillando la logica paranoide secondo cui ogni rovescio debba trovare un capro espiatorio in chi è differente da sé. Occorre porsi delle questione. Proprio quel tipo di domande che chi sta facendo le prove da Dittatore non vorrebbe mai.

Se Salvini volesse davvero convincerci di non aspirare a essere il nuovo Mussolini, deve fare qualcosa di più, riconsiderando due elementari verità: che l’essere italiani non è, e non potrà mai essere, un merito, come l’essere poveri non è una colpa.

Perché il turno degli altri prima o poi arriva.

Valerio – da, L’unica vita che ho

Incurante Valerio aveva tagliato un’altra fetta di pianura, e si era diretto verso uno spicchio di terra bruna, dove le indicazioni bianche e verdi – subito dietro a una innaturale torsione di catrame – indicavano il casello dell’autostrada. Quando l’ebbero imboccata borbottò qualcosa a proposito di un’area di sosta. Ma suonava come una comunicazione interna; gli altri tuttalpiù si sarebbero adeguati. Aveva deciso lui l’ordine delle priorità, come sempre. Aveva stabilito chi doveva venire, chi accampare una scusa per tirarsi indietro; aveva scelto di andare, ospite, con un giorno di anticipo rispetto alla data della cerimonia, sempre lui che aveva stabilito il percorso da seguire, nonché l’orario della partenza. Persino i passeggeri, come i bagagli, erano stati disposti secondo una logica ferrea che apparteneva a lui, e mai a chi l’aveva dovuta subire. Non si erano opposti, perché non avrebbe avuto senso. Oppure sarebbe stato troppo dispendioso. Mettersi di traverso, anche per un dettaglio, avrebbe innescato un tasso di conflittualità di cui tutti facevano volentieri a meno. Anche perché Valerio, le cose, le faceva funzionare. Quasi sempre. Aveva escogitato dal nulla una impresa, una società di distribuzione di catarifrangenti, e in capo a sette anni l’aveva fatta fiorire e portata a livelli di tutto rispetto, coprendo quote di mercato sempre più importanti. Aveva creato solidità e benessere per se stesso e per una ristretta cerchia, e opportunità di lavoro per un centinaio di persone, se si consideravano tutte quelle che si erano avvicendate anche per un breve periodo, in azienda. Tuttavia ci si sbaglierebbe che il motore fosse l’ambizione. Ne aveva, ma guardandolo da vicino ci si accorgeva che a muoverlo fossero leve più potenti e nascoste nel profondo. Non era il benessere, che pur aveva conseguito, oppure i traguardi di natura professionale. Sembrava piuttosto un insetto dominato dalla frenesia di impollinare quanti più fiori avesse potuto. Un’ape senza miele e senza alveare. Eternamente indaffarato a marcare un territorio sempre più ampio, per una bestia che non riusciva a scovare un angolo che sentisse tana. Un animale braccato. C’era insicurezza, proprio lì dove ostentava una sicumera esasperante. Valerio era il tipo di uomo che si sarebbe sentito un barbone anche alla guida di una Bentley, o se la sua residenza fosse stata una reggia. Anche il matrimonio era stato progettato con la medesima fretta di passare dai progetti alle cose, cementato nella stessa betoniera, edificato con l’unico calcestruzzo cui metteva in piedi ogni cosa: friabile nella sostanza, ma teso e resistente quanto le tenaglie invisibili del suo formidabile istinto. Per questo non si sarebbero lasciati mai: avevano un profondissimo bisogno reciproco, quanto Cristo ha bisogno della sua croce. Non si odiavano neanche. Non più quantomeno. L’odio richiede un dispendio di energia che avevano tacitamente stabilito di non pagare. Forse odiavano solo di essere allacciati, per sempre, in quella simbiosi perversa.

Il moto perpetuo e l’assenza di pace, che contrassegnavano tutto il suo essere, erano il marcatore della sua effimera grandezza, quanto della sua dignitosa meschinità. Oltre che il pesante fardello di quanti dovevano condividere le sue sorti. Anche per un semplice viaggio. Giro lo guardò con attenzione. Lo conosceva da sempre, o almeno così gli sembrava. Aveva ricordi di Valerio che lo accompagnavano dai primi vagiti della adolescenza. Gli pareva di ricordarlo, con la sorella, che lo aspettava appollaiato sulla rastrelliera fuori da una scuola, dopo un’ora di ginnastica ortopedica, di quelle propinate per correggere la scoliosi. Lo conosceva così bene, eppure non sapeva nulla di lui. Aveva interpellato cento, mille volte il suo sguardo ottenendo sempre lo stesso verdetto provvisorio. Non era mai lì. Non lo sarebbe mai stato.

Anche adesso, costretto nella postura della guida, i suo occhi rilucevano in un deliquio sordo inseguendo alfabeti impossibili nella mezzeria. Era un uomo imponente, con un torace da sub, ma non era grasso. Difficile dire quanti anni avesse, perché quale che fosse, l’età era un vestito che indossava nello stesso identico modo. Dalla camicia a righe, aperta negli ultimi due bottoni emergeva il petto irsuto, contraddicendo almeno in parte la cura meticolosa che aveva del proprio aspetto. Sotto il collo massiccio, dove il pomo d’Adamo picchiava a picchi alterni di mazza sul tamburo, e una catenina leggera, senza pendagli. Un randagio senza medaglietta.

Una scuola ‘favolosa’

Abracadabra! Se avessi una bacchetta magica cosa farei? Fiumi di gemme in giro per il salotto, damigiane di elisir della lunga vita per dissetarmi e probabilmente un intero harem di odalische dagli sguardi ammalianti per portarmi quella dolcissima libagione. 

Siamo seri, è soltanto un sogno. Ma sognare non costa nulla, e talvolta dai sogni possono arrivare elementi interessanti anche per la prosaicità della vita. Se potessi rivolgere poi il sogno a una realtà che ho preso, mio malgrado a conoscer piuttosto bene, come la trasformerei? Ecco la domanda: se avessi una bacchetta magica come cambierei la scuola?

Tuttavia devo confessare da subito come il ritenere necessario usare incantesimi per poter cambiare qualcosa nella scuola, sia frustrante, altresì realistico La frustrazione è dovuta proprio alla sensazione che, senza le arti di Merlino, non si possa venire a capo di nulla. Ma tant’è.

La scuola è una specie di ‘Addormentata nel bosco’ (neanche troppo bella, a dirla tutta) che vive in un letargo incantato dietro la robustissima siepe della burocrazia, delle procedure, proteggendosi così dall’avanzata del principe della opportunità e dalle fate della possibili innovazioni. Questa principessa imbambolata è l’ambiente dove si alligna la più malevola refrattarietà a ogni forma di cambiamento, a causa di vizi e tradizioni secolari che condensano in una sintesi venefica mortificazioni e privilegi in ugual misura, formando in questa guisa un zoccolo di ruoli durissimo da mettere in discussione. 

Ma oggi non si parla dei disagi della scuola, mentre invece si discute di sogni e bacchette magiche.

Tenendo conto che se io, da una parte, non mi ritengo in grado di sostenere le responsabilità del riformatore scolastico, anche come aspirante Harry Potter sono alle prime armi, e quindi nei magheggi sulla Hogwarts, finirò sicuramente per sovrapporre elementi inconciliabili o addirittura contraddittori, spero tuttavia che il lettore ci faccia sopra una risata soffermandosi sullo spirito di questo gioco.

Abracadabra, dunque.

Intanto cambierei le retribuzioni dei docenti, portandole a un sostanziale raddoppio. In alcuni paesi europei, del resto, quasi ci siamo, e non hanno nemmeno dovuto scomodare la fata Turchina per ottenerlo. Come abbiano fatto sarebbe interessante andarglielo a chiedere, anche se sospetto non ci svelerebbero particolari sortilegi, ma ci parlerebbero di gestioni oculate, di controllo degli sprechi, di riduzione degli organici, eccetera.

Ma non importa, fin tanto che abbiamo la nostra bacchetta magica, e possiamo ottenere le stesse cose buttando ali di pipistrello e occhi di salamandra dentro il ribollente calderone. 

Certo in cambio di uno stipendio raddoppiato avrei da chiedere come contrappasso una serie di cose: ad esempio vorrei che insegnare diventasse una professione esplicitamente full time. Preciso ‘esplicitamente’ poiché so per certo che molti docenti la vivono già a tempo pieno, e che usano molte più ore di quelle per cui vengono retribuiti, ma perché non regolarizzarlo allora? E perché non esigerlo da tutti e non solo dai più coscienziosi e volenterosi? Non dovrebbe essere particolarmente difficile: sarebbe sufficiente dover rimanere a scuola… anche il pomeriggio. Del resto il tema della scuola pomeridiana è uno dei grandi paradossi su cui non ci vuole mettere la testa nessuno. Perché un ambito grande e strutturato come un plesso scolastico, dovrebbe essere sfruttato per una molteplicità di iniziative di ogni genere: sportivo, ricreativo, musicale, recupero scolastico, teatrale. Non credo occorrerebbe molto per ottenerlo, davvero. Il contesto scolastico dovrebbe provare a rispondere in modo articolato alla naturale domanda di socialità organizzata di cui ogni giovane si fa, più o meno coscientemente, portatore. Certo occorrerebbe che, quantomeno al di fuori dai rigidi parametri dell’orario scolastico mattutino, le ore dopo il pranzo vedessero gli studenti liberi di – e se – scegliere le attività nelle quali implicarsi. Un oceano di possibilità lì dove per adesso riscontriamo soltanto un deserto con pochi ciuffi paglierini a segnalare la presenza di qualche sparuta forma di vita resiliente.

Ma rimaniamo sul tema della retribuzione dei docenti: sono persuaso che la madre di tutti i mali è determinata dalla uniformità con cui gli stipendi vengono erogati tanto a chi svolge il proprio lavoro con solerzia e passione, quanto a quelli che al termine delle lezioni fanno cadere la penna sul registro. Non va bene. Si fa un gran parlare di meritocrazia, ma in un regime di invariabilità  salariale, sono e saranno sempre chiacchiere a vuoto.

Ma con la mia bacchetta magica posso cambiare tutto solo schioccando le dita. Ecco allora che i salari dei dipendenti della scuola non saranno solo sostanzialmente raddoppiati, ma una quota molto importante della cifra scritta sul cedolino, viaggerà su un canale variabile. Da cosa dipenderà prendere molto di più o molto di meno? Sim sala bin, qui mi posso sbizzarrire. Perché da una parte mi piacerebbe lasciare questa responsabilità a delle semplici regole di mercato, con dirigenti scolastici trasformati in autentici manager, che si assumano quote accessorie di responsabilità proprio nel reclutamento dei docenti, la lettura dei curriculum vitae, e così via dicendo. Non avrei nessuna obiezione che esistessero vere e proprie ‘star’ del registro,  ricercate, coccolate e profumatamente retribuite come lo sono i migliori chirurghi e giornalisti. Lo auspico, anzi. E se la scuola-azienda dovesse incespicare per scelte incaute o nepotistiche, allora via ai ribaltoni con le dimissioni forzate dei Consigli di Amministrazione, e la sostituzione dei vecchi con nuovi manager. Meritocrazia, meritocrazia ovunque. Ma temo che questo sogno sarebbe azzardato persino per chi avesse a disposizione una bacchetta magica. Troppe le resistenze in uno degli ultimi ambiti dove resiste una paleontologia sindacale immutata dai decreti delegati del ‘74.

Anche senza arrivare a immagine così estreme, tuttavia si potrebbero introdurre variabili retributive. Mi si risponderà che non è facile misurare la qualità dell’operato di un docente, ed è vero. Ma nell’epoca in cui si sono creati marcatori e indicatori tali da misurare praticamente qualsiasi cosa, trovo sia estremamente riduttivo pensare che l’unica soluzione adeguata al mondo della scuola sia quella di adottarne… nessuno. Nel paese dei non vedenti anche la miopia sarebbe un bel vantaggio.

Per esempio si potrebbero creare dibattiti disciplinari per cui, su riviste specializzate, si vadano a contare il numero e il valore delle pubblicazioni con le quali ogni singolo docente ha contribuito. Si premino le innovazioni nella didattica. Vorrei che venissero incentivate tutte le iniziative intelligenti finalizzate a portare a casa il successo formativo.

Ci sarebbe ancora di più: è un paradosso che un docente si muova in un universo solipsistico e autoreferenziale per cui il suo operato non venga mai vagliato da alcuno che non sia egli stesso. La tutela della libertà di insegnamento, la segretezza dell’aula e la impenetrabilità del registro, non sono crismi ineffabili, che sempre si trasformano in armi a taglio semplice o doppio. Perché i primi a vedersi sottratto un fondamentale feedback sono proprio gli insegnanti che, avviluppati in questa paresi stregata, passano la propria carriera a battersi pacche sulla spalla da soli. Forse potrà sembrare puerile parlare ancora delle ‘Pagelle dei docenti’ in cui i ruoli tradizionali e le docimologie vengano ribaltate, ma è pur sempre una idea. E ho sempre una bacchetta magica in mano. 

Mi piacerebbe che alla tradizionale dicotomia Bocciatura/Promozione, si preferisse un’altra: cosa dovrebbe essere realmente promosso? Non lo studente, ma l’azione formativa che lo riguarda, cosicché dovrebbero essere valutati tutti i soggetti (con criteri di responsabilizzazione inversamente proporzionali alla età) che vi sono implicati. E le loro azioni. “Promosso” nel nuovo lessico scolastico si dovrebbe sostituire con “efficace”. L’aver ‘studiato la lezione’ dovrebbe essere solo uno dei molteplici fattori del concorso formativo a dover essere considerato, e nemmeno il più importante. Se una squadra di football viene attrezzata per primeggiare in un campionato, nel caso di insuccesso verranno coinvolti tanto l’allenatore quanto i giocatori. E neanche in una quota paritetica, perché se i secondi non dovessero buttarla dentro mai, il primo sarà responsabile persino di non avere messo i propri giocatori di rendere quanto avrebbero potuto: insomma, il primo a rischiare la ‘bocciatura’ e l’esonero è proprio il coach.

Bibidi Bobidi Bu

Forse stabilire l’analogia tra docenti e allenatori è un pochino troppo forte? Torniamo allora alla vecchia (si fa per dire) idea di promuovere e bocciare l’azione formativa in quanto tale, godendo dei benefici e assumendosi le responsabilità di quanto ottenuto. Non siamo giunti dove volevamo arrivare? Cambiamo strategia insieme. Quanti potrebbero essere infine le modalità per creare quei raccordi e comunioni di intenzione, è un campo smisurato che ci si apre davanti. Perché non sviluppare ad esempio, il concetto di contratto formativo, arrivando a tararlo per quanto possibile sugli obiettivi che appartengono all’individuo? Non si tratterrebbe nemmeno di tirare via dalla soffitta il polveroso tormentone della didattica individualizzata, poiché diversamente da quella, si tratterebbe di stabilire quali siano gli step individuali, la cui soddisfazione comporterebbe automaticamente l’assolvimento dei vincoli contrattuali, e quindi il pieno adempimento dell contratto formativo. Sarebbe questo, a mio avviso, un sentiero nuovo sul quale avventurarsi, tanto nei contenuti quanto nella forma. Perché non creare delle cerimonie di passaggio, dove lo studente firmi la sua copia del contratto, che verrà poi letta quando gli obiettivi specifici lì indicati potranno dirsi raggiunti?

Bibidi bobidi bu! Finalmente posso usare la bacchetta magica.

Anzi già che ci sono potrei far sparire il concetto stesso di bocciatura. Cosa significa esattamente ‘essere bocciati’, espressione dura che la semantica scolastica si è preoccupata di addolcire nel suono delle parole usate ma non nella sostanza? 

Che un percorso scolastico si debba fare in N anni, e non N+1 o N+2 non è a pensarci bene, il vero problema. Se si considerano gli anni morti cui ogni giovane, prima di essere consegnato come un pacco postale al mondo del lavoro, è destinato – tra quelli spesi a decidere la facoltà giusta, quelli fuori corso e infine quelli lasciati dolorosamente a lanciare curriculum vitae sui tavoli di mezzo pianeta, ahimè invano – perderne uno a causa della bocciatura non può essere una difficoltà insormontabile. Lo è però sul piano psicologico, dove il passaggio a uno stadio successivo, collettivamente avvertito come necessario, il Lucignolo di circostanza si vede respingere mentre tutti gli altri vengono accettati. 

Stare fuori/rimanere dentro.

Come se mamma gatto si rifiutasse di allattare i cuccioli più gracili. Un processo di esclusione che può minare anche molto seriamente il processo dell’autostima che, come la crosta fredda del budino, in questi anni si sta faticosamente formando.

Siamo sicuri che non esistano percorsi alternativi? Ma certo che esistono: hocus pocus, e la magia è fatta! Niente più bocciati e promossi, mai più la frustrante esposizione dei tabelloni attaccati dai bidelli con lo scotch ai vetri della scuola. Si potrebbe riformulare il percorso scolastico sulla falsariga di quelli universitari: ogni disciplina dovrebbe essere suddivisa in una molteplicità di segmenti che ne coprano l’intero percorso. Ad esempio si potrebbe dividere l’intero programma di matematica del liceo scientifico in una quindicina di argomenti più o meno vasti, taluni consequenziali altri no. Lo studente che entra all’inizio del percorso sa che deve soddisfare tutte e quindici le richieste, previo il superamento di un esame conclusivo. Ciò consentirebbe di: 

  1. abolire nella sostanza la bocciatura
  2. creare classi modulari di scopo, cui gli studenti si iscrivono, frequentano, e sciolgono con l’assolvimento del modulo stesso; 
  3. istituire una cosa molto importante, ovvero aule che appartengono a quel preciso docente, o quantomeno dedicate alla frequentazione di quel determinato modulo; 
  4. stabilire gerarchie intuitive, interne allo stesso istituto, perché gli studenti potrebbero agglomerarsi spontaneamente – ad esempio, per il modulo di matematica 11, scomposizione dei polinomi – con quel docente talmente bravo da rendere chiarissimo un argomento così ostico (ebbene sì, in seconda superiore presi il mio unico 3 e mezzo proprio nella SDP).
  5. ottenere una grande flessibilità perché se, da un lato, ogni docente potrebbe essere incaricato di realizzare più moduli, anche non contigui, dall’altro consentirebbe allo studente in difficoltà di tralasciare un modulo per lui particolarmente ostico, occuparsi di un altro – successivo ma non contiguo – per poi ritornare su quello lasciato in sospeso, magari con un docente con cui non avverte il rapporto incancrenito, al di là dei meriti e demeriti (che, altresì, esistono nella scuola come ovunque altrove).

Ovviamente lo studente verrebbe ‘licenziato’ al termine del percorso solamente quando avrà assolto la totalità degli elementi modulari previsti, avendo magari ripetuto matematica 9 tre volte senza per questo essere costretto a ripetere biologia 6 e italiano 4, dove magari aveva ottenuto risultati più che soddisfacenti. 

Non so se userei la magia per abolire il valore legale del titolo di studio, che non ha più molto senso. Più probabilmente lo impiegherei per creare un albo degli insegnanti, i cui iscritti fossero liberi professionisti con Partita Iva (vuoi mettere fare al spesa al Metro?), con inquadramenti professionali come quelli degli agenti di commercio.

E poi, considerato quanto la scuola continui a porsi in una condizione ‘giudicante’ nei confronti dei propri utenti, ci terrei molto che si lanciasse definitivamente funzione del Tutor, del quale con la ciclicità dei monsoni si torna a parlare, senza che sia mai effettivamente germogliata. Una funzione che vorrei ritagliare sulla sagoma dell’avvocato difensore nel processo penale, oppure del sindacalista nelle vertenze professionali: lo studente si ritroverebbe, in quel mondo di adulti che così spesso si ergono a puntargli l’indice contro, una figura che sia a priori e istituzionalmente dalla sua parte. Anche qui, considerato il vuoto attuale, ci si potrebbe sbizzarrire nell’attribuire al tutor anche funzioni di orientamento, come la somministrazione di test attitudinali, il colloquio con le famiglie, la mediazione con i docenti; potrebbe essere un interlocutore nelle situazioni di emergenza, un organizzatore del metodo e del tempo di studio, e magari potrebbe essere a incoraggiare il ragazzo che ha fallito una prova e a congratularsi per un successo. E magari potrebbe essere parzialmente o totalmente esonerato dall’insegnamento, e non essere l’insegnante del tutelato.

Abracadabra

Con la mia bacchetta magica mi piacerebbe poi migliorare gli aspetti infrastrutturali delle scuole, facendo mente locale alle riflessioni sulla kalokagathia, lanciandosi alla scoperta di quanto si potrebbero favorire le dinamiche dell’apprendimento in contesti che non ricordino le carceri adibite al 41 bis. Vorrei creare ambiti ‘individuativi’, spazi per quanto piccoli – un armadietto, per cominciare – che uno studente possa riconoscere come proprio, un territorio da non essere costretto a condividere con chicchessia.

Mi piacerebbe ancora…

Ma la campanella che sormonta la sala dei professori ha suonato i suoi millemila rintocchi, e in men che non si dica mi ritrovo appiedato, con la carrozza che si trasformata nuovamente in una cattedra consumata, il lampadario Swarovski in una tetra lavagna di ardesia, i fieri cavalli in commessi scorbutici che mi sgridano perché cammino sulla segatura, e il ciambellano di corte è tornato ad essere il guardiano torvo che rotea le chiavi solo perché mi sono attardato una decina di minuti nelle mie fantasie.