Alle scorse elezioni europee Salvini ha preso decisamente il largo, polarizzando a proprio favore il binomio al governo, dimostrando – se ce ne fosse il bisogno – di non essere uno sprovveduto, dotato di una capacità di leggere le dinamiche profonde del paese con un’abilità che gli ingenui pentastellati francamente si sognano.
Ha costruito una macchina da guerra perfettamente lubrificata, un appeal social come nessun politico (italiano, va detto) prima di lui. E funziona, funziona molto bene. Purtroppo.
Al suo fianco lavora “la Bestia” – come ribattezzata, con grande efficacia, la macchina della propaganda salviniana dello spin doctor Luca Morisi -, pronta a toccare le corde meno visibili degli italiani. E così la versione 3.0 di quella che fu la “Lega Lombarda” di Umberto Bossi è diventata il vero soggetto nuovo presente sullo scenario politico italiano.
A costo di ripetersi, purtroppo.
L’esasperata ambizione e il cinismo di Salvini lo hanno portato a disfarsi in un colpo dei vari mitologemi (cui s’era anch’egli abbeverato), come La Padania, la Secessione – l’unica per cui sembra adoperarsi con profitto è oramai quella europea – e la “Roma ladrona.” Niente più riti propiziatori al Dio Po, niente allusioni abborracciate a un paganesimo wagneriano, minor enfasi nelle adunate identitarie di Pontida, la fine di tutto l’immaginario celodurista, giubilando personaggi ingombranti come Borghezio, disfacendo cerchi magici e ributtando in fiume le trote che avevano infestato la cronaca solo dieci anni fa. A quello che si era rivelato per un populismo obsoleto ha imposto un enorme upgrade, dando prova di una duttilità che la Lega, in sé, non aveva mai avuto. Facendole così fare definitivamente il salto del Rubicone, passando da forza di nicchia – una nicchia enorme – a una dimensione politica nazionale, in grado di governare il paese, trascinandolo però progressivamente verso dinamiche retrive che speravamo seppellite.
Il Mantra
Lo slogan di Salvini e dei suoi, l’hashtag che ne ha decretato le fortune elettorali, è “Prima gli italiani.” Che cosa però questo Mantra potrebbe davvero significare?
Qui vorremmo domandarci il motivo di questo fragoroso successo. Per farlo tuttavia occorre scomporlo. Non vogliamo dedicare neanche un istante al sostantivo, perché abbiamo già verificato quanto sarebbe futile ricordare l’antistoricità della la vocazione “nazionalista” del partito di Salvini. Ci vorrebbero trattati di sociologia per documentare come la politica della seconda e terza repubblica non tenga in alcuna considerazione la “coerenza” delle affermazioni, e il conseguente rischio di venire contraddetti persino molto tempo dopo. Distanti anni luce sono le tribune elettorali dove parlamentari del PCI e la DC si azzuffavano a colpi di documenti, contestandosi reciprocamente le discordanze con quanto sostenuto in precedenza. Da cinque lustri l’incoerenza è uno pseudo problema. Spesso persino un vantaggio.
Intendiamoci, non si tratta di un cliché nostalgico, ma della semplice constatazione di un cambiamento epocale.
Prima alcuni
In questa riflessione ci interessa di più l’abbrivio rispetto alla dimensione temporale. Il “prima” non ancora, secondo noi, oggetto di adeguate riflessioni. Poiché intercetta una vibrazione animale, un timore atavico quanto l’essere dimenticati, di passare appunto in secondo piano. Di venire “dopo”. Un timore originario, una voracità orale (in senso freudiano), una bulimia primitiva, un egoismo ancestrale involuto cui tutti hanno fatto esperienza. Se non altro durante l’infanzia (e infatti l’elettorato tipo leghista è tipicamente puerile, così come sono parossistici i tratti infantili del suo esponente di spicco). Un egoismo che porta significativamente ad assorbire l’attenzione senza vedere un palmo oltre al perimetro della propria ingombrante identità. Ecco l’intercetto leghista.
Tuttavia l’evoluzione porta – dovrebbe – a stadi successivi, e il bambino infine cresce. Prendendo coscienza di un mondo fuori da sé. Prendendo coscienza dell’Altro. E quindi, quando si diventa grandi, si prende consapevolezza che gli altri ci sono, che non ci si può semplicemente sbarazzare chiudendo le porte (e i porti), trincerandosi dietro ad autarchie psicotiche.
Ora è chiaro che la fortuna di Salvini consta esattamente nell’avere accalappiato questo tipo di appetiti inconsci, avere coltivata e rilanciata nel paese l’esclusionem timoris dove un popolo sempre più sospettoso e avido (più avido di quanto in realtà non sia, perché è questo che favoriscono le inclinazioni patologiche se continuano ad autoalimentarsi, trovando nella politica dei catalizatori ideali come Salvini) teme gli venga impedito l’accesso alla fruizione della risorsa più imprescindibile: il cibo.
Salvini parla letteralmente “alla pancia” degli italiani, e attraverso la pancia comunica, quella simbolica oppure il pacioso profilo social, dove – un’intuizione geniale a dir poco – viene continuamente esibito al cospetto di una tavola imbandita, della nutella o un arancino. Fomentando così una percezione adulterata della realtà dove un popolo satollo paventa di poter morire di fame. Favorendo e acutizzando la ricerca di adottare risposte semplici e semplicistiche a problematiche strutturali enormemente complesse.

L’esito dell’ostinazione con cui ci si rappresenta le cose in questo modo, è un’improbabile guerra tra poveri, quelli veri che, alla ricerca di speranza, attraversano un mare, e quelli che poveri ci si sentono a prescindere da ciò che già hanno. Quelli per cui morire di fame non è un’iperbole, e quelli che temono di sprofondare nell’inedia se non riescono ad acquistare l’ultimo iPhone. Un confronto in sé pieno di squallore.
Basterebbe poco. Ricordare ogni tanto che su questo pianeta è avvenuta – e continua a esasperarsi – una iniqua redistribuzione delle risorse fondamentali; tenere a mente, a portata di cuore, che l’arretramento di alcune regioni del pianeta, la conseguente povertà, non è un retaggio genetico, ma storico, dove per l’accumulo dei pochi sono stati defraudati i molti, attraverso il colonialismo, le guerre e la corruzione e le dittature, pronte a tutelare i ricchi nei territori di chi non ha nulla. Non è nostalgia vetero-comunista. Non è il melting pot di Soros. E’ banalissima storia. Molto spesso cronaca.
E’ successo. E succede anche oggi, dove per ottenere capi d’abbigliamento a prezzi stracciati le multinazionali affamano la manodopera del Bangladesh e del Vietnam. Ancora, non si tratta di un’iperbole buonista o una rivincita sinistrorsa. Sarebbe sufficiente leggere le etichette dietro le magliette e chiedersi, per esempio come mai l’abbigliamento costa adesso molto meno di venti anni fa. Passiamo ore e ore su Google, potremmo usarlo una volta tanto per documentarsi sulla desertificazione dell’Africa, o su cosa succede ai Curdi e i Rohingya, e dopo, soltanto dopo, provare a respingere un padre che rischia la vita per dare una speranza ai figli. Ci vorrebbe quantomeno più coraggio a pensare che gli altri vengano dopo.
E dopo?
“Prima gli italiani” è dunque uno slogan catartico, efficace e fuorviante, perciò diabolico – attenzione, come non ci piace vedere baciare rosari e vangeli a sproposito, non è nostra intenzione lanciare nuovi anatemi in un momento dove questi sovrabbondano. Qui diabolico è da intendersi nel senso etimologico, ovvero offerente una percezione divisiva delle cose -, ancorché incompleta.
Perché ogni prima esige un dopo, e persino in questa forma, dovremmo domandarci se, quando saremo sufficientemente saziati, lasceremo accostare al tavolo anche gli altri. Un dopo ci vuole. Ecco, occorrerebbe porsi qualche domanda in più, invece che vomitare odio, instillando la logica paranoide secondo cui ogni rovescio debba trovare un capro espiatorio in chi è differente da sé. Occorre porsi delle questione. Proprio quel tipo di domande che chi sta facendo le prove da Dittatore non vorrebbe mai.

Se Salvini volesse davvero convincerci di non aspirare a essere il nuovo Mussolini, deve fare qualcosa di più, riconsiderando due elementari verità: che l’essere italiani non è, e non potrà mai essere, un merito, come l’essere poveri non è una colpa.
Perché il turno degli altri prima o poi arriva.