Cos’è un immaginario collettivo?

re nudo

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Cos’è un immaginario collettivo? Diceva Thomas Kuhn che persino la fredda e oggettiva scienza, che dovrebbe – anche qui un immaginario collettivo – limitarsi a registrare con somma obiettività i dati che la natura generosa profonde, ha bisogno di collocare quei dati in un contenitore immaginario, una visione del mondo, un paradigma dai più condiviso. E quel paradigma diventa antecedente, sia cronologicamente che euristicamente, i microscopi o le provette che si usano per accertare i dati.

Ecco l’immaginario collettivo. Noi abbiamo bisogno di sapere cosa sia il mondo nel quale ci muoviamo, per poi decidere la direzione dove andare. O meglio… dobbiamo rappresentarcelo, e quindi “credere di sapere”.

Le cose vanno peggio (o meglio), se possibile nella vita quotidiana. Ogni giorno chiunque formula una quantità innumerevole di valutazioni. Nella stragrande maggioranza queste vengono formulate in una situazione di difetto rispetto al possesso degli elementi che renderebbero quella valutazione obiettiva. Ogni persona, quando dice “Tizio ha fatto A”, prima, molto prima di riferirsi ai fatti che si propone di valutare, formula una scelta di campo, o forse di immaginario, nel quale collocare i propri vissuti. Perché noi non ci limitiamo a osservare la realtà, ma ne viviamo una rappresentazione che diventa l’alveo, naturale o procurato, dove i nostri pensieri e le nostre convinzioni trovano le conferme che maggiormente ci abbisognano perché la realtà ci rassicuri. Insomma, convincersi di una qualsiasi cosa, non richiede semplicemente di effettuare una valutazione rispetto a ciò che si palesa davanti ai nostri occhi, ma la nostra energia conoscitiva si sprigiona nel tentativo di difendere quella rappresentazione.

Il nostro assenso – mi viene in mente John Henry Newman – non asseconda la cosa che ci pare più “vera”, ma quella più confortante, ovvero quella che non ci costringe a vedere  il mondo in un mondo diverso da come ansioliticamente ce lo siamo rappresentati fino quel momento.

Per dirla in altre parole, il processo attraverso il quale noi diciamo che una cosa sia vera, non ci vede tomisticamente come la pellicola che registra ciò che si palesa all’apertura dell’otturatore, ma schierati nella difesa della immagine delle cose che maggiormente tutela i nostri vissuti. Un processo dove non occorre un particolare tasso di disonestà. Si tratta di essere invece “appartenenti” o “schierati”. Di nuovo l’immaginario collettivo… esso si nutre di multireferenzialità, di rifiuto della complessità, e di architetture simboliche che ci rendono refrattari a ciò che non vorremmo vedere o sapere. Per cui – ecco l’alchimia – un immaginario collettivo, con la sua mitopoiesi, il suo (meta)racconto della realtà, è ciò che meglio implacabilmente riesce a convincere le persone della assoluta veridicità della cosa meno evidente.

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