AAA. CITOFONARE L’AMORE

L’Amore abitava in una casa molto grande, e da tempo non condivideva quello spazio con qualcuno. Non che ne sentisse una particolare esigenza, in realtà. Stava bene con se stesso, e non aveva mai ritenuto che lasciar entrare qualcuno nel proprio spazio fosse una priorità. Ma forse proprio a causa di questo suo star bene venne un giorno in cui si accorse fosse il momento di concludere l’isolamento e condividere, almeno un po’, del proprio benessere.

Pur avendo abitato in quella casa da sempre, ne era diventato proprietario da un anno o poco più, e si sentiva pronto oramai a ospitare qualcuno. Allora dopo averci pensato ancora un po’ un giorno telefonò al quotidiano locale perché pubblicassero la sua inserzione. La sera andò a dormire agitato e contento, convinto che la cosa avrebbe comportato considerevoli cambiamenti; poi la mattina successiva, alzatosi di buon’ora, si recò all’edicola che distava da casa solo poche centinaia di metri. Acquistato il giornale, andò subito a curiosare la pagine degli annunci, non fosse mai che avessero pubblicato delle inesattezze. Dopo avere fatto scorrere per mezzo minuto il dito sulle quattro colonne, dove altri vendevano un televisore acciaccato, cercavano lavoro oppure offrivano posti auto in città, trovò infine il proprio annuncio, che recitava:

“Offresi spazio per coabitazione. Ampi vani. Affitto calmierato. Presentarsi direttamente in loco: corso Indipendenza 22. 

Citofonare L’Amore.”

Preciso come l’aveva dettato lui. Di proposito non aveva lasciato il telefono, perché preferiva incontrare i candidati di persona, che non avesse a pentirsi in seguito.

Non dovette aspettare molto. Già il pomeriggio, quando aveva appena finito di mangiare, sentì il citofono suonare vigorosamente.

“Un momento…”, disse mentre si puliva la bocca con il tovagliolo e riponeva i piatti sporchi nel lavabo. Ma il citofono ringhiò ancora due o tre volte, ostinatamente, facendolo inquietare.

“Che modi!”, disse, e volendo vedere subito subito la persona che insisteva tanto, non rispose nemmeno al citofono e scesa la rampa di scale che conduceva all’ingresso.

Quando aprì la porta vide un uomo mingherlino, con gli occhi slavati e la carnagione di un pallore cadaverico. Aveva ancora il dito sul campanello, che ritrasse non appena la porta si aprì, con l’aria di un ragazzino scoperto a trafugare cianfrusaglie in un negozio.

“Posso fare qualcosa per lei?”, disse il padrone di casa piccato.

“Ho letto l’annuncio…”, farfugliò l’altro masticando la metà delle parole. Teneva gli occhi abbassati, e li sollevava di quando in quando come incombesse su di lui una qualche minaccia, “E’ qui che dovevo venire. Vero? Non è vero? E’ qui giusto?”

L’Amore lo guardò avvertendo una forma di tenerezza prendere il posto del fastidio. Aveva l’impressione di averci già avuto a che fare.

“Non saprei, cioè sì, l’annuncio è mio, però devo valutare ancora molti candidati. Intanto lei come si chiama? Mi pare che ci siamo già conosciuti, ma non riesco a far mente locale.”

“Come molti candidati?”, gli occhi fuggevoli dello sconosciuto si fissarono sul volto di L’Amore per un istante, per poi tornare improvvisamente allo zerbino, “Io ne ho una necessità assoluta, lei non può capire, deve offrirmi una stanza. Io non… No, lei non ha idea.”

In quel momento il padrone di casa lo riconobbe.

“Invece sì…”, gli pose una mano sulla spalla, “Ti conosco bene. Sei Il Bisogno, vero?”

“Non ho alternative. Io devo abitare qui, non posso farne a meno. No, no n esiste. Sì sono Il Bisogno. E adesso come faccio?”

L’Amore gli strinse più forte la spalla, ma era certo non sarebbe riuscito a evitare l’avvilupparsi su se stessa dell’anima che gli stava di fronte. Si sarebbe smarrito qualsiasi cosa avesse fatto.

“Ma tu hai già abitato qui. È stato molto tempo fa.”

“Non ricordo.”

“Invece sì. Sei già stato qui, e non è andata bene.”

“Io… ho tanto bisogno.”, disse il signor Il Bisogno.

“Lo so bene. Hai una necessità immensa. Hai innanzitutto bisogno di prenderti cura di te stesso, e finché non lo farai, nessuno potrà aiutarti veramente. Nemmeno io.”

“Davvero ho abitato qui?”

“Certamente. Eravamo entrambi appena arrivati in città, e ci assomigliavamo molto. Eravamo giovani. Avevamo delle storie simili. Avevi scelto di vivere dove c’erano le cantine.”

Per un istante gli occhi diafani di Il Bisogno furono attraversati da un lampo di consapevolezza.

“Ora ricordo, le cantine, le tubature sul soffitto, l’odore di muffa… E come andò a finire?”

“Male. Sparisti un giorno senza dire nulla.”

“Già. Già. Le cantine. E dimmi… non potrei abitare ancora là? Sai, non ho un posto dove andare.”

“Tu devi andare dove ci sia qualcuno che si possa prendere cura effettivamente di te. Dove qualcuno ti aiuti a essere tu stesso una risorsa per te.”, al signor L’Amore si strinse il cuore per quel fuggitivo, “Io non sono all’altezza, mi mancano gli strumenti. E poi al posto delle cantine ora ci sono le fondamenta della mia casa, dopo che l’ho ristrutturata.”

“Ah già le fondamenta. Beh sì, farmi aiutare?”, gli occhi di Il Bisogno si erano fatti di nuovo sfuggenti, “Hai proprio ragione. Mi occorre un aiuto, è vero. Ma chi può aiutarmi?”

“Aspetta, ho il numero di alcune persone che fanno al caso tuo. Mi aspetti qui un secondo?”

“Certo, sì. Al caso mio, dici?, già già,…”

L’Amore si affrettò a rientrare in casa, lasciando la porta aperta dietro di sé. Guadagnò rapidamente la cucina, dove in un cassetto teneva l’agenda. Con un presentimento tornò alla porta, ancora spalancata, ma del Bisogno non c’era traccia. Sparito come una folata di vento. In preda alla sconforto si sporse in fuori, lo chiamò anche, ma già sapeva che ogni ricerca, così come anni prima, sarebbe stata vana. Rientrò in casa, e ancora emozionato per l’incontro, si appoggiò con la schiena al muro d’ingresso. Come poteva essere, si domandò, che avesse convissuto con una creatura così tormentata? Quella notte L’Amore dormì poco, e fece anche sogni inquieti.

Il giorno dopo non aveva impegni, perciò si costrinse a stare a letto un po’ più a lungo. Verso le nove fu il telefono a squillare, e a farlo balzare repentinamente dal letto.

“Pronto…”, berciò scorbutico nella cornetta. Non amava il telefono, specie al mattino.

“Buon giorno, parlo con il signor L’Amore?”

“Chi è?”

“Mi chiamo Il Dono, e telefono per l’inserzione.”, disse una voce maschile calda e sicura. Sul sottofondo si sentivano, ovattate e impercettibili, altre voci e gli squilli di altri telefoni.

“Quale inserzione?”, disse L’Amore fattosi ancora più sospettoso.

“L’inserzione… Quella sul giornale. Non è lei che ha lasciato una inserzione, dove si parlava di uno spazio abitativo?”

“Io ho scritto una inserzione, ma non compariva il numero di telefono.

Seguì una breve pausa, durante la quale ebbe l’impressione che l’altro avesse coperto il microfono con la mano. Poi Il Dono, fattosi circospetto, disse:

“Ah sì, mi scusi, ha ragione. Solo che non potevo venire di persona, e ho fatto una ricerca sull’elenco.”

“Ma io non ci sono neppure sull’elenco.”

“Ah no?”, la voce di Il Dono si era fatta ora confusa, e aveva perso molto del calore e della cordialità di poco prima.

“Ho capito chi è lei…”, lo incalzò L’Amore, “È già venuto qui una volta, a domandare se vi fossero appartamenti in vendita nel caseggiato, e aveva persino insistito. Lavora per una agenzia, come si chiamava… La Gratuità, vero? Le avevo persino chiesto di mostrarmi un documento e lei s’è rifiutato. Una massa di cialtroni che si spacciano per ciò che non sono, ecco cosa siete.”

“Ma come…”

“Eccome se mi ricordo di lei, capelli tinti, un sorriso incapsulato; ed era venuto con quella signorina tutta rifatta. Come si chiamava, La Carità, giusto?”

Ne aveva ancora, ma si accorse che all’altro capo Il Dono – sempre che fosse veramente il suo nome – aveva buttato giù la cornetta, senza neppure l’educazione di salutare, o scusarsi. La cosa ebbe l’effetto di farlo imbestialire ancora di più, e di placarlo insieme. Perché vi aveva trovato la conferma di ciò che pensava e così non avrebbe sprecato così altro tempo. Oramai però non si sarebbe riaddormentato, e quindi si alzò, e dopo una doccia fece la sua consueta passeggiata mattutina. Il pomeriggio invece lavorò da casa. Verso le cinque udì il campanello suonare un’unica volta. Attese un momento poi discese le scale e fu all’ingresso. Quando aprì la porta si trovò davanti una donna sulla quarantina. Vestita in modo elegante e sobrio, con un trucco leggero, colpì il padrone di casa soprattutto per l’espressione rigida, incapace di sorridere, con cui lo guardava.

“Posso fare qualcosa per lei?”

“Solo se io potrò fare altrettanto per lei.”, rispose in modo enigmatico la sconosciuta, “Sono La Reciprocità, ho letto la sua inserzione, e credo proprio che mi spetti una stanza in questa casa…”

“Non capisco. In che senso le spetterebbe?”, disse L’Amore cui quel modo di atteggiarsi proprio non piaceva.

La donna lo guardò con espressione esterrefatta.

“Come perché? Mi sono presa l’incomodo di rispondere alla sua inserzione, di venire fino a qui, e per cosa l’avrei fatto altrimenti?”

“Ma scusi… io potrei avere già promesso l’alloggio a un altro che avesse risposto alla medesima inserzione.”

“Non dica sciocchezze, perché altrimenti la convivenza non partirebbe nel migliore dei modi. Piuttosto cominciamo a chiarire le regole da seguire da qui ai mesi a venire. Punto uno: nessun ospite e nessun estraneo se io a mia volta non ne abbia invitato uno. Punto due: niente animali domestici, a meno che io ne abbia acquistato uno a mia volta. Numero tre: nessuna invasione dei miei piani all’interno del frigorifero eccetto che anche io abbia posto qualcosa di mio in uno dei suoi. Numero quattro…”

Il signor L’Amore sgranò gli occhi davanti alla sconosciuta che, senza neppure entrare in casa, enumerava sulle dita della mano sinistra le proprie condizioni.

“Mi scusi ma credo di non essere stato chiaro, ma sa com’è… già in molti hanno veduto la casa”, mentì, “e mi sono accordato con una persona. Perciò non voglio abusare ulteriormente della sua pazienza.”

“Non mi interrompa! Non ho ancora finito: numero cinque…”

“Ma ho finito io, buona sera!”, e spinse la porta davanti a sé in modo deciso. Rimase ancora qualche istante dietro la porta, temendo che La Reciprocità avrebbe potuto suonare di nuovo, o forse esigere di sbattere l’uscio a sua volta. Ma per fortuna, dopo qualche interminabile minuto se ne andò, lasciando L’Amore rimase ancora frastornato per una mezz’ora buona.

Pure quella notte faticò ad addormentarsi.

Il giorno dopo era già al lavoro nello studio di buon’ora. Non era del migliore umore, e quindi rinunciò alla consueta passeggiata. Gli unici strani personaggi che avevano risposto all’inserzione, lo avevano infastidito, facendogli dubitare della possibilità che quella ricerca avrebbe prodotto un esito positivo, e quindi anche della opportunità d’averla cominciata. Se tanto gli dava tanto, chi avrebbe potuto suonare ora alla sua porta?

Verso mezzogiorno sentì un rumore molto lieve, quasi impercettibile, provenire dal piano di sotto. Rimase col fiato sospeso, per verificare non fosse stato un colpo di vento, o magari uno di quegli uccellini che venivano a pigolare talvolta sulla veranda alla ricerca di una briciola di pane. Non udì nulla, perciò si risolse che doveva essersi sbagliato e riprese il lavoro. Ma dopo quasi un quarto d’ora, quando se n’era praticamente dimenticato, sentì nuovamente il fruscio, stavolta appena più pronunciato. Di nuovo fermò ogni attività e si protese nell’ascolto. Ancora niente. Poi, proprio quando stava per liquidare definitivamente la questione, sentì leggerissime nocche che sfioravano il massello all’ingresso. Scese nuovamente la rampa delle scale, oltremodo incuriosito e spalancò la porta, ma non vide nessuno.

Questa volta però era certo di ciò che aveva sentito, e per non credervi avrebbe dovuto pensare di avere allucinazioni. Perciò uscì di alcuni metri allo scoperto e guardò in tutte le direzioni. Ancora niente.

“C’è nessuno?”, disse stentoreo.

Di nuovo silenzio.

Confuso, perché cominciava seriamente a dubitare di se stesso, fece per tornare dentro. Quando fu sulla soglia provò a voltarsi di scatto, come si trattasse di un gioco e dovesse sorprendere qualcuno, ma non lo trovò divertente.

Proprio in quel momento una vocina flebile gli giunse dall’interno della casa:

“Che cosa… cosa sta facendo?”

Era una voce femminile, più spaventata che spaventosa. Non rispose e si fece sulla soglia.

“Che è lei, e che ci fa in casa mia?”

Dallo stipite della cucina spuntò una donna minuta, che lo guardava senza mostrarsi per intero, nonostante fosse stata lei a introdursi come una ladra. Nonostante la cosa fosse in sé inaccettabile, fece a L’Amore una grande tenerezza, forse proprio sembrava la nemesi della Reciprocità.

“Mi perdoni, so che non dovevo. Ma ero molto spaventata. Mi è sembrato di sentire dei passi dietro di me…”

“Forse erano i miei passi, e magari non erano dietro ma davanti.”, disse lui cauto. Temeva che se l’avesse incalzata, la sconosciuta si sarebbe nascosta come un topolino sotto la legnaia. Si avvicinò alla porta, evitando i movimenti bruschi; tuttavia rimase fuori accettando, forse inconsapevolmente, il rovesciamento dei ruoli.

“Venga pure fuori, non la mangio mica…”, le sorrise, “E mi dica con chi ho il piacere di parlare.”

Lei grata del sorriso e della cortesia allora uscì allo scoperto, e si sforzò di ricambiare il sorriso con la sua variante esangue.

Aveva una corporatura più esile della sua voce ed era, nonostante la giornata primaverile, tutta imbacuccata. Sotto il colbacco grigio di lana cotta, spuntavano appena i capelli biondo cinerino. Anche il volto era nascosto dal bavero, ma si individuavano lineamenti diafani e occhi innaturalmente portati all’indecisione.

“Sono La Paura. Credo, credo di avere letto una sua inserzione, per… Non è lei che affitta una stanza?”

“In effetti sì. Lei sta cercando una sistemazione?”

“No. Cioè sì. Io una casa ce l’avrei pure, ma è una casa troppo grande per una persona sola. Io vivo, vivo… terrorizzata da ogni piccolo scricchiolio, per ogni finestra lasciata aperta. Non posso più andare avanti in questo modo.”

“Capisco.”, fece L’Amore, e in effetti gli riusciva naturale capire l’irrequietezza della donna, “Ma vede, io al momento in cui ho pensato all’inserzione, avevo in mente di dare la stanza a qualcuno che altrimenti resterebbe per strada. Spero mi possa capire…”

“Come no? Tuttavia io non posso più vivere nel panico. Davvero non ce la faccio più, mi creda.”, la donna ora teneva fissi su di lui gli occhi pieni di sgomento, “La prego, mi aiuti.”

“Io credo di conoscerla, sa? Ciò che mi sta dicendo non mi lascia indifferente, però credo che fin quando non sarà lei ad affrontare i suoi timori, nessuna sistemazione potrà rispondere alle sue esigenze.”

L’Amore aveva parlato di slancio, come gli accadeva nei momenti più importanti. Nondimeno si stupì di riconoscere nella signora La Paura i segni tangibili di un discernimento: aveva capito.

“E cosa posso fare dunque?”

“Mi faccia pensare”, disse L’Amore aggrottando le sopracciglia; dopo una manciata di secondi esclamò, “Idea! Facciamo in questo modo: io lavoro sempre a casa, e trovo sempre un po’ di tempo da dedicare agli amici. Lei mi verrà a trovare una volta alla settimana, e mi racconterà come sono andati quei sette giorni.”

“Davvero farebbe questo per me?”

“Assolutamente sì.”

“Non cambierà idea e si stuferà dopo un mese?”

“Non succederà. Le do la mia parola…”

Gli occhi de La Paura si riempirono di una gratitudine acquosa.

“Va bene. Allora… ci vediamo settimana prossima.”

“Oramai sa dove abito.”

“Non mi resta che augurarle una buona giornata.”

“Buon giorno a lei.”

La Paura allora uscì alla luce, si allentò la sciarpa, aprì il bavero e si tolse l’ingombrante cappello come se il calore del sole ora l’avesse finalmente raggiunta. Mentre la donna superava il portico, lui riguadagnò l’ingresso di casa.

“Le posso domandare ancora una cosa?”

“Senza problemi.”, rispose ancora lui.

“Perché lo fa? Cioè, perché si preoccupa dei timori di una perfetta sconosciuta?”

Lui aggrottò nuovamente la fronte, misurando i propri pensieri. Poi disse:

“Perché non mi è poi così sconosciuta. E perché penso non dovrebbe esserlo. Non so se potrò mai capire le sue angosce, ma voglio provare a rimanervi in contatto. Vorrei che questa casa non dimentichi chi sia La Paura, ecco.”, concluse con un tono appena più solenne di quel che avrebbe voluto.

Ciò detto si salutarono nuovamente, e la donna si allontanò visibilmente rinfrancata dalla conversazione, e con la promessa che ne era scaturita, mentre L’Amore tornò alle sue occupazioni.

I giorni successivi ricevette la visita di altri potenziali candidati, ma non ebbe mai la sensazione di trovarsi davanti le persone giuste. Così sulla veranda passarono i gemelli Il Rimpianto e Il Pentimento (che non si assomigliavano affatto però), La Dedizione, e Lo Struggimento. Ma in nessuno di quegli incontri sentì d’avere di fronte qualcuno che stesse cercando un luogo per la medesima ragione cui lui lo offriva. E così passò tutta la settimana, e infine il giornale smise di pubblicare il suo annuncio.

L’Amore non ammise mai, neppure con se stesso, che l’infruttuosità della ricerca gli stesse creando qualche grattacapo. Non perché non stesse bene anche così, anzi; ma si domandava se vi fosse un ostacolo interiore che gli aveva impedito di coronare con successo la cosa. Cosa gli aveva impedito d’intravedere negli inquieti personaggi che si erano succeduti un possibile coinquilino? O magari un amico? Un compagno di avventura, o chissà che altro?

Perciò, sia pure compostamente e in modo mai soverchiante, nel suo animo cominciò a filtrare una fuligginosa inquietudine, che rese opache le sue percezioni nei giorni successivi.

Non si pentiva di avere messo l’annuncio né, in linea di principio, dei responsi che aveva dato. Ma allora… cosa c’era che non andava? Cosa non aveva funzionato?

Finché un giovedì sera, mentre fuori dalla porta una tempesta stava scaraventando tutto il fuoco risparmiato da mesi sulla città inerme, sentì nuovamente il campanello. Non pensava più all’annuncio, né attendeva qualcuno in visita. Men che meno in una giornata come quella. Perciò incuriosito scese rapidamente le scale, accarezzando il muro mentre percorreva i gradini due a due. Aprì.

Fradicia di pioggia, il vento spinse nell’ingresso una donna. Indossava un trench chiaro, che aveva da ore perduto la sua battaglia con il cielo. Quando L’Amore aprì, chiuse il piccolo ombrello, mentre le raffiche che lo fecero gonfiare e rovesciare un paio di volte. Aveva lunghi capelli castani, avvitati in ciocche fradice tra i quali si indovinava ancora un fermaglio verde impotente ai rivoli di acqua che si perdevano sul collo. Gli occhi trasparenti color nocciola lo guardavano in cerca di comprensione. Il volto esprimeva una nitidezza che raramente L’Amore aveva riscontrato.

In pochi secondi la veranda si era riempita di acqua che le colava dalle scarpe. Le labbra erano schiuse alla ricerca di motivi con cui giustificare il trambusto. Ma sembrò non trovarli, e presto smise di cercarli. Ancora con la porta spalancata alle spalle, mentre provenivano gli ululati della battaglia, rimasero a lungo a guardarsi.

Senza parlare. Senza fare rumore. Lasciando che i respiri e gli sguardi si sincronizzassero. Consentendo che il cielo baluginante parlasse per loro.

“Sono L’Attesa…”, a un tratto disse lei, come avesse preso la rincorsa.

Un nuovo silenzio attraversò lo spazio che li divideva.

“Ti aspettavo.”, disse L’Amore.

“Ma com’è possibile? Io nemmeno sapevo che…”

“Non ne ho idea.”, la interruppe lui, “L’ho capito solo ora. Ma so che ti aspettavo da molto, moltissimo, tempo.”

Un lampo accese il cielo alle spalle di lei. Sorridevano.