Ciò che le tragedie non insegnano

Ponte-Morandi

 

Nelle ore, minuti anzi, immediatamente successivi al crollo del ponte Morandi, su Twitter – notoriamente il social più ‘veloce’, specie quando occorrono pacatezza e riflessione – sono comparse come macchie di un morbillo esplosivo, rivendicazioni e accuse del più ampio spettro, screenshot di articoli datati tre o quattro anni fa, allo scopo di inchiodare gli avversari – di sempre e non solo quelli di circostanza – alle proprie responsabilità. I tavolini dei bar, che duranti i mondiali si affollano di aspiranti commissari tecnici, oggi senza pudore si sono stipati di veterani del genio pontieri, tutti a parlare di campate, verricelli e tiranti.

Ribadisco: senza pudore.

Accusare gli altri è diventata l’unica professione nella quale siamo diventati scaltri e, ahimè, arroganti, facendo la fortuna di quel tipo di forze politiche la cui principale professione è quella di accusare tutti, e di tutto.

Mentre ogni piccolo o grande passo in avanti, qualsiasi sia il percorso, nasce sempre da una assunzione di responsabilità. Propria, non altrui.

Ci riempiamo la bocca di facezie a proposito della ‘libertà’, o sulle proprie ‘scelte’, ma alla fine cerchiamo costantemente alibi per non averla dovuta utilizzare. Perché la colpa è appunto sempre degli altri. E la più imperdonabile  delle colpe degli altri è che non sono noi. Non sono io.

In un incessante deliquio d’onnipotenza, abbiamo smarrito il senso della ineluttabilità dei lutti, dimenticato la dimensione della fatalità. Che non è l’νάγκη che trastulla le inermi esistenze nelle tragedie di Sofocle, perché esistono effettivamente i responsabili politici, civili e penali per quello che accade, e recuperare il senso del destino non significa rinunciare a stabilire – nelle più appropriate sedi tuttavia, e di certo non sui social – chi si è macchiato di una colpa e chi di una negligenza, ma riconoscere in ciò che accade  una dimensione trascendente (in senso laico), quanto a portata e significato, la certificazione di questo; che la rabbia non è quasi mai la misura della verità; che lo sdegno può servire solo se usato con estrema parsimonia; che talvolta le cose accadono perché accadono, mai scambiando il livore con il cordoglio, l’unico sentimento intelligente davanti alle tragedie. 

Dobbiamo recuperare la visione che all’altra estremità di ogni ponte ci sia sempre un altro che è esattamente come me.

E’ questo che fanno i ponti: coprire le distanze, avvicinare i continenti, i luoghi e le persone e non allontanarle. Ed è esattamente per questa ragione che bisogna piangere i morti, e mai rinunciare a costruirne di nuovi e migliori.

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