
quella è la riva
il mio lontano approdo
tra braccia sfinite
dal lavoro più sodo
tra reti e pescatori
pelli cotte da lungo sale
io nacqui alla vita
in un liquido opale
la tela rigonfia
di un ebbro destino
io appartenni al vento
in un irto cammino
furon cento i perigli
più di mille le spade
sul cui filo io rischiai
di smarrirmi in mie strade
fu confusa la mente
da un infido altare
con gli occhi di nebbia
io giunsi a rubare
le voci più fatue
cangiando il ricordo
mi furon bonaccia
ché io chiusi il mio porto
del naufragio vorace
che bramò il mio desìo
fece sì che il petto
palpitasse non mio
se la gravida notte
finanche la più nera
partorisce un biancore
di una luce ancor vera
con il volto ferito
da cocente sconfitta
pure io ero vivo
la mia fine non scritta
non fu l’orgoglio
o lo stolido furore
se in un giorno d’estate
m’imbattei nel mio cuore
ritrovai il presagio
della terra ancestrale
il deliquio si era conchiuso
quando giunse il maestrale
il timone nella mano
la prua tesa al disco solare
io trovai il mio me stesso
e di nuovo fui a volare
quanto lungo è il ritorno
mille d’anni è il mio viaggio
mia amica la chiglia d’acero
mio compagno è solo il faggio
ogni onda mi rallegra
questa attesa non è vana
se il tempo non fa pretesa
ed il cuor non si rintana
sono io Odisseo
e mio giaciglio è il mare
ora è nitida la meta
sei Tu l’ultima mia stella polare