Penelope

odisseo

 

 

 

quella è la riva

il mio lontano approdo

tra braccia sfinite

dal lavoro più sodo

 

tra reti e pescatori

pelli cotte da lungo sale

io nacqui alla vita

in un liquido opale

 

la tela rigonfia

di un ebbro destino

io appartenni al vento

in un irto cammino

 

furon cento i perigli

più di mille le spade

sul cui filo io rischiai

di smarrirmi in mie strade

 

fu confusa la mente

da un infido altare

con gli occhi di nebbia

io giunsi a rubare

 

le voci più fatue

cangiando il ricordo

mi furon bonaccia

ché io chiusi il mio porto

 

del naufragio vorace

che bramò il mio desìo

fece sì che il petto

palpitasse non mio

 

se la gravida notte

finanche la più nera

partorisce un biancore

di una luce ancor vera

 

con il volto ferito

da cocente sconfitta

pure io ero vivo

la mia fine non scritta

 

non fu l’orgoglio

o lo stolido furore

se in un giorno d’estate

m’imbattei nel mio cuore

 

ritrovai il presagio

della terra ancestrale

il deliquio si era conchiuso

quando giunse il maestrale

 

il timone nella mano

la prua tesa al disco solare

io trovai il mio me stesso

e di nuovo fui a volare

 

quanto lungo è il ritorno

mille d’anni è il mio viaggio

mia amica la chiglia d’acero

mio compagno è solo il faggio

 

ogni onda mi rallegra

questa attesa non è vana

se il tempo non fa pretesa

ed il cuor non si rintana

 

sono io Odisseo

e mio giaciglio è il mare

ora è nitida la meta

sei Tu l’ultima mia stella polare

Tu

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Tu che sei la mia tristezza

Sei la mia promessa

Il solco scavato dal ghiaccio

L’arteria nella mia roccia

Il vento che mi incupisce

Il sasso lanciato nel pozzo dei miei ricordi

Sei la chimica delle cose…

Tu, che sei ciò che non può essere

Il ventre del mare che mi divide da ogni cosa

Isola e Abisso

Sei ciò per cui io posso dire io

La mano che esita sull’uscio

Il frastuono della neve                        

[fuori la finestra]

Tu che sei la follia

Il diaframma che mi separa da essa

E le membra fragili su cui                        

[io cammino]

La soglia che varco quando cedo al sonno

La luce che solleva i miei pensieri

Il vuoto che li sfinisce

Sei il mio dentro e il mio fuori

Sei la scala tra il pianto e il respiro

Sei il riso dei bambini

Tu che sei gli eventi, e il colore della pioggia

Tu che sei la mia attesa, e ciò che non attendo

Sei la ferita e il suo linimento

La mia guerra e la mia pace

Salvezza e Dannazione

Tu

solo Tu

Il cuore di Te Fiti, l’orrore (inconcepibile) di Te Kā

La Disney non sbaglia un colpo neanche a volere. Dopo averci regalato – si fa per dire, mica siamo nel no profit – autentici capolavori, dopo avere attinto a piene mani dalla tradizione favolistica dei vari Grimm, Perrault e Andersen, dopo avere ancora escogitato la narrazione di un mito semi storico (e autoctono) come Pocahontas, e quello “epicantevole” di Mulan, i capaci sceneggiatori del colosso statunitense dell’animazione, hanno trovato il modo di creare un nuovo potpourri, mescolando con mestiere ed efficacia elementi fittizi e altri mitologici. E il risultato non è affatto male.

Con il 56esimo prodotto, la casa madre di Topolino, ha fatto centro. Di nuovo. Oceania è un prodotto gradevole, divertente, e non disdegna alcuni passaggi in cui anche palati più esigenti possono trovare di che cibarsi. Ambientato tra le abbacinanti isole vulcaniche dell’Oceano Pacifico – la protagonista Vaiana proviene da Motu Nui, due parole tautologizzanti che significano, nella lingua di Tahiti, “isolotto” e “isola” – la storia racconta di un mito ancestrale, quando c’era solo l’Oceano, e la dea Te Fiti, l’isola Madre, stava generando ogni cosa. Ma il semidio Maui (l’unico realmente fondato), spinto dalla cupidigia, rubò il suo cuore, una pietra verde, scontrandosi con il demone Te Kā. Nella colluttazione, Maui perse il suo amo, e il cuore di Te Fiti andò perduto nelle profondità oceaniche.

A questo punto inizia la storia profana, con la piccola Vaiana che sin dalla più tenera età mostra una curiosità e una intraprendenza differente dagli altri pargoli. Al punto che il padre – in questo il film incarna un simbolismo, a parer mio, rovesciato; ma vi ritorneremo… -, il capo villaggio, deve continuamente dissuaderla dall’avventurarsi oltre il reef, perché in mare aperto si celano le peggiori minacce. Insiste il prudente genitore, il destino del loro villaggio si deve compiere “all’asciutto” del rassicurante salvagente di corallo, sebbene anche in quel rifugio l’onda lunga della perdita del cuore di Te Fiti, quando la gli alberi avvizziscono e le acque chete si spopolano dei pesci, necessari per sopravvivere.

In quel momento muore la nonna di Vaiana, dopo averle svelato il segreto secondo cui tutti loro appartenevano a una stirpe di navigatori, e averle dato il cuore di Te Fiti, lasciandole come consegna di attraversare il mare, trovare Maui e costringerlo a riportare il cuore laddove l’aveva mille anni prima carpito. Da par suo la progenitrice non abbandonerà l’ardimentosa nipote, accompagnandola nella sua nuova forma – un nume teriomorfo – di manta.

Non ci soffermiamo sulle avventure. Perché, dopo mille peripezie, Vaiana raggiunge la dove dovrebbe giacere l’isola di Te Fiti, trova solo uno spazio vuoto. Allora capisce: Te Fiti è Te Kā. Il demone, senza cuore è l’altro volto della benevola generatrice di vita. Allora si fa raggiungere dal mostro e le depone la pietra proprio dove era stata rubata, e Te Kā, dunque, perde il suo derma di lava e torna a essere la lussureggiante isola, dalla quale ogni cosa era stata generata.

In questo passaggio si realizza la “coniunctio oppositorum”, tanto cara agli alchimisti e da questi ereditata nello strano mondo psicoterapeutico di Carl Gustav Jung. Di più, volendo. Perché Oceania è un film identitario. Vaiana a più riprese si domanda infatti “chi è”. E il dilemma è sciolto, appunto, solo nella conclusione, quando si imbatte nell’archetipo femminile della Grande Madre generatrice/distruttrice.

Nel lungometraggio animato funziona, molto bene, la catena femminile, dove i ruoli chiave sono tutti occupati da donne, fatta eccezione per il semidio Maui.

Oltre a Vaiana, emergono dall’indifferenziazione la dea ambivalente, la nonna e persino la madre della giovane, che mentre il padre vorrebbe bruciare le barche, unica testimonianza di un passato di gesta coraggiose, le prepara una sacca per l’avventura imminente. Insomma, i maschi del film non fanno una grande figura. Persino Maui, a scapito del lignaggio soprannaturale, si riscatta solo nelle battute conclusive. E per ottenere questo, come abbiamo detto, gli autori devono impugnare un simbolismo rovesciato, perché in realtà il tema del viaggio, della scoperta e dell’avventura è, sul piano archetipico, una prerogativa maschile. Ma ne abbiamo scritto, più volte, altrove.

Qui l’accentramento sulla dimensione femminile consente l’epilogo appena descritto, e in questo almeno, gli autori riescono a dire qualcosa di interessante, ancorché inascoltato. Perché finiti i titoli di coda, rientrati nei ranghi sociali, la dimensione terribile della madre, continua a mancare di una rappresentazione credibile. L’immaginario continua a essere radicalmente differente. Nonostante il racconto dei fatti cosiddetti “reali” lo richiederebbe. Più spesso di quanto non si creda la cronaca mostri quanto Te Kā sia inscindibile da Te Fiti, talvolta avvicinandosi in modo pauroso alle streghe che ci spaventavano – forse troppo – nelle fiabe.

Difficile da credere? Si può fare una prova estremamente semplice. Si apra un qualsiasi browser, e sulla onnipresente stringa di Google si digiti un nome e un cognome: Lamora Williams. Il motore di ricerca, caso più unico che raro, non si dimostrerà reattivo e non completerà la frase. Quando il nome sarà stato completato, si prema invio. Ed ecco che dai fondali del web, qualcosa emergerà. Non molto tuttavia. Solo articoli scritti immediatamente a ridosso del fatto di cronaca, e neanche uno in italiano. Gli italiani, pronti a farsi solleticare in ogni vicenda pruriginosa, non sono interessati, pur trattandosi di uno dei fatti di cronaca più agghiaccianti degli ultimi anni. Persino i pochi quotidiani – non le corazzate del Corriere e Repubblica, per intendersi – che avevano riportato un trafiletto sono stati incredibilmente sommersi nell’oblio.

Cos’ha fatto Lamora Williams? E’ presto detto, anche se il solo racconto fa accapponare la pelle. La giovane madre di Atlanta lo scorso tredici ottobre ha preso due dei quattro figli, i più piccoli segnatamente, e li ha infilati nel forno, uccidendoli. Non solo. Durante l’omicidio è rimasta impassibile a filmare la scena, inviando poi via Whatsapp la inenarrabile sequenza al padre.

Ora, non è questa la sede per stabilire quale sia la giusta pena per un tale crimine, né se esista una pena adeguata, e nemmeno per valutare quale livello di compromissione psichica sia stato necessario per arrivare fin lì. Non ci interessa, e lasciamo il dibattito a giudici, periti, e quanti si vorranno esprimere.

Ciò che sorprende è l’inammissibilità di una cosa del genere nel nostro immaginario. La violenza “sulle” donne è – giustamente – oggetto di un dibattito serrato, i fatti di cronaca ribadiscono quanto sia necessario tenere la guardia alta. Tuttavia quando si parla di violenza “delle” donne, improvvisamente si entra nella terra di nessuno. Non che non ci sia, ma come documenta la vicenda dei bimbi di Lamora, non è rappresentabile. Manca un codice, un engramma affinché se ne possa semplicemente parlare.

Eppure basterebbe accostarsi, dopo tanti anni, alla libreria di quando eravamo piccini, dove coperti di polvere, ci sono ancora alcuni libri, dimenticati e sepolti nel nostro inconscio. Sarebbe sufficiente aprire Hansel e Gretel…

e sepolti nel nostro inconscio. Sarebbe sufficiente aprire Hansel e Gretel…