Conosci le mie mani

Mi ferisci

In questo oggi che non diventa domani

Domani

Maledetto il disperato bisogno di senso,

Di parole non dette

Non cercarle

Non sussurrarle,

Poiché non vi sono labbra,

Né lingue per parlarle,

Orecchie per udire,

Né timpani o vibrazioni

Solo vertigini che si piegano

Nel tuo grembo, sul mio petto

Non riderne

Così mi uccidi

Col silenzio

Con la distanza,

Sotto questa luna di cani

Di stelle derise,

Da sciocchi e ubriachi,

Di luci allagate

E tu non torni

Perché?

Conosci le mie mani

Il loro segreto,

Tutto il male, e le guarigioni

Custodite nei palmi,

Come preghiera

Maledico le pietre che mi fecero

Rotolare

Fin lassù

Benedico le piume

Che mi deglutirono

In questo fondo

Senza fondo

Non ti temo,

Non ho bisogno di te per amarti

Tu mi hai dato la vita

Più vita per più vite

(questa e molte che verranno)

Hai detto basta

Ma io ho continuato a contare

Fino a quando non avrò più forze

E incespicherò tra le gengive

Altre mani mi condurranno al giaciglio

Senza benedizioni

Non serve, non le cerco

Perché

Mi hai dato le ore

Mi hai dato la pelle

Su cui disegnare

L’orizzonte di ogni ovunque

Lo spessore di ogni sempre

Fertile di attese

Gravido di promesse

Mi hai fatto dono

Di vedere le cose

Attraverso le ciglia sbarrate di Dio,

E questa non è tra tutte le cose

La più straordinaria,

Ma

Solamente

L’unica che conta

I Cattoliquidi

Non l’hanno presa bene. Gli entusiasmi iniziali si sono raffreddati molto presto, lasciando posto ad altro. Dapprima sembrava una questione di puntiglio, poi progressivamente l’ostinazione ha preso – o avrebbe voluto – i connotati della sostanza, della rivendicazione amara e del dissenso aperto.

Quando ero più giovane, e le questioni ecclesiologiche mi appassionavano molto più di adesso, c’era una cosa che ribadivo più di ogni altra. Se un sedicente cattolico sinistrorso mi diceva che con Giovanni Paolo II la chiesa aveva fatto un passo indietro di duecento anni, io contrapponevo una verità teologica incontrovertibile; molto prima di entrare nel merito (sempre che vi entrassi), e cioè che l’elezione di un Pontefice avviene in un Conclave dove, a essere decisivo, più che i “partiti” per una certa visione della chiesa medesima, è la volontà del Paraclito. E quella o la si accetta, o ci si colloca automaticamente fuori dal Magistero. Cosa ovviamente legittima, come fecero i seguaci di Monsignor Lefebvre dopo i preoccupanti – per essi – passi compiuti con il Concilio Vaticano II. E la mia non era una presa di posizione solitaria, ma quella di molta parte della chiesa, compresa quella a cui io allora partecipavo. “Lo Spirito soffia dove vuole”, parafrasavamo il Vangelo di Giovanni (3,8) ai vari fomentatori di eresie, assai facilitati che, in quel momento, soffiasse proprio nella stessa direzione che avremmo voluto noi.

Sono passati quasi quaranta anni dall’elezione del papa che conquistò tutti con il suo refuso “se mi sbaglio, mi corrigerete”, e dalla sua morte nel 2005, ne sono succeduti ben due in un lasso brevissimo di tempo. Di Benedetto XVI non voglio dire nulla, perché il suo pontificato poco ha fatto per disgiungersi dal suo predecessore, eccetto che per confermare, con le coraggiose “dimissioni” più l’intuizione del Nanni Moretti di Habemus Papam rispetto a quanti dal cinema uscirono scandalizzati.

Se dopo secoli di papi italiani, Wojtyla s’era guadagnato a buon diritto, il titolo di Papa “venuto di un paese lontano”, ciò che è accaduto con l’elezione dell’argentino Bergoglio ha amplificato esponenzialmente le distanze culturali tanto quanto risultavano esotiche quelle topografiche. Di più anzi, perché gli antipodi sono diventati antipatie, crasse idiosincrasie e differenze culturali che hanno impedito – stanno impedendo – assimilazioni che, con altre figure sarebbero riuscite più naturali. E così i difensori della “libertà dello spirito” sono scivolati, temo senza accorgersene, in quella dei suoi ammutinati.

Le differenze è inutile negare che ci siano. Papa Francesco è un sudamericano fino in fondo. Si è formato a un modo di sentire, di percepire la realtà – molto prima che pensarla – differente da come viene insegnata dalle austere cattedre di teologia europee. Si è sentito da subito l’influsso della teologia della liberazione (non me ne si voglia; questa riflessione non ha per oggetto il Pontefice, ma piuttosto i suoi detrattori. Perciò riferendomi alla suddetta scuola di pensiero, non intendo tanto affrontare le implicazioni dottrinali, quanto appunto  un modo di sentire e rappresentare la realtà intera). Sotto i lineamenti fermi e delicati dell’uomo di chiesa, traspaiono le ferite di centinaia di favelas, del pastore che ha visitato la Ciudad Oculta, che ha ascoltato levarsi il grido dai barrios, l’uomo che ha camminato nel ventre di tutte le Villa Miseria del suo continente, il padre che ha ascoltato il canto degli ultimi e se n’è fatto carico. Una povertà la cui diversità nelle percezioni è possibile solo immaginare, per i satolli uomini europei. E questo diverso sentire ha cambiato le priorità del principe della chiesa prima e del vicario di Cristo dopo.

Fin da subito Francesco si è preoccupato di rappresentare più il volto della Misericordia – ci si potrebbe domandare se ve ne sia un altro – piuttosto di quello della ortodossia, del rigore, della battaglia combattuta, sia pure in ritirata, contro il mondo secolare pronto a insinuarsi nelle trame della società. Così un crescente numero di fedeli, dapprima sottovoce, poi confortandosi vicendevolmente, hanno cominciato a non riconoscersi il quel pastore “così esotico”, a mugugnare, a manifestare il proprio disagio per l’uomo della Patagonia che aveva indossato la tunica di Pietro, certo per una svista. Infine il clamore si è fatto esplicito, e manifesto, ha trovato dei maître-a-pensée, capi branco i quali non aspettavano che il momento della ribalta. Altri, più furbi probabilmente hanno assecondato il dissenso per così dire in modo “trasversale”, esasperando i toni senza tuttavia andare a risolvere il nodo teologale (più avanti mi riferirò a questi come “terzo gruppo”).

Com’è possibile – si domandano tutti questi – che un/il Pontefice non si renda conto che la Chiesa è sotto attacco? Il “pensiero unico” – ecco un mitologema adatto allo scopo, contro cui rivolgere il proprio risentimento – è diventato  laicista, abortista, genderista. Si è dovuto aggiornare il lessico, per rincorrere le follie del “nemico”, e in questo clima di crescente belligeranza per poter vomitare il proprio no, si sono dovute escogitare formazioni pseudo militari come le sentinelle in piedi. In un momento avvertito come epocale, proprio mentre la società liquida preconizzata da Zygmunt Bauman, la sua natura ondivaga, e la nota incapacità a trattenere una forma, corrode le istituzioni, liquefa la famiglia tradizionale, rischia di far annegare anche alcuni principi “naturali” come l’identità di genere; ecco, proprio mentre codesti cattolici avrebbero bisogno di un comandante a capo dell’esercito, si ritrovano piuttosto un pacioso cappellano che preferisce mitigare i fuochi piuttosto che alimentarli. Un papa che talvolta sceglie di assumere responsabilità piuttosto che distribuirne, che porge l’altra guancia quando si dovrebbero rifilare sganassoni, un uomo che disinnesca le armi quando gli si chiede di caricarle a pallettoni, un presbitero che solleva la croce piuttosto che buttarla sulle spalle di quelli che sbagliano; un pontefice che relativamente alla questione dei gay è riuscito a pronunciare la cacofonia “Chi sono io per giudicare?”. Un tradimento simmetrico, insomma, per quel cattolicesimo radicalizzato, che vorrebbe continuare a trasformare i vomeri del dialogo nelle spade del giudizio sferzante.

Il cattolicesimo si è dunque polarizzato, e proprio chi l’avrebbe dovuto guidare in battaglia ha invece disseminato il dubbio nel suo esercito, provocando fratture verticali all’interno delle gerarchie – come quel vescovo che parlando del vicario di Cristo in terra, gli ha manco troppo velatamente augurato la brevità di papa Luciani -, e all’interno dei movimenti, lacerati verticalmente tra i fautori di una linea morbida, i quali recepiscono, anche a fatica, lo spirito che guida il papa argentino, e gli intransigenti, radicalizzati molto, ma molto, più che nel passato, che berciano alla eterodossia, che sgridano il pontefice dai propri scranni social, blog e profili Twitter. Ce ne sarebbe, come anticipato, a dire il vero, anche un terzo – che io però associo al secondo – che fa proprie le istanze più reazionarie, ma in modo meno diretto; un consesso che non sana la contraddizione, ma la seppellisce sotto un ossequio formale, e una distanza sostanziale. Gli adepti del terzo gruppo, a mio personalissimo avviso, hanno adottato una scaltrezza attraverso cui evitare lo scontro frontale, ostentando invece una sintonia non supportata da fatti e documenti, mentre sobillano la rivolta tanto quanto quelli del secondo, solo in modo assai più opaco, nei mezzi e nelle intenzioni.

I cattorisentiti sono assertivi come forse nessun movimento d’opinione cattolico prima di loro – almeno nella storia recente -, con una disinvoltura che mette i brividi; scrivono libri, tonnellate di documenti, fondano quotidiani che mobilitano alla Jihad cattolica, abusano con disinvoltura di simboli universali, sottovalutano ciò che non conviene loro – la pedofilia nella chiesa sarebbe una montatura mediatica -, costruiscono temerarie consecutio tra l’omosessualità e i terremoti, e altre disgrazie. Alimentano le proprie fantasie persecutorie con adrenaliniche mailing list e appelli alla disobbedienza ecclesiale che rimbalzano, con facilità disarmante, tra le onde del web senza incontrare ostacoli. Si dicono fedeli al papa, sebbene non sia chiaro si tratti di Pio IX, o si debba risalire al Concilio di Trento.

Ecco per distinguere tra questo “cattolicesimo incazzato”, e quello mite di Papa Francesco, si potrebbero utilizzare proprio le categorie del citato Zygmunt Bauman. Uno è, o dovrebbe essere, quello solido, refrattario ai cambiamenti e l’altro liquido, ovvero privo di forma, adattato alle insidie della postmodernità. I ruoli tuttavia potrebbero risultare meno spontanei di come appare, perché le caratteristiche della liquidità appartengono più ai reazionari che agli altri. I fenomeni di aggregazione rancorosa che li contraddistingue, del contagio paranoide della rete, del sostanziale sganciamento dal magistero ecclesiale, il riferirsi ai nuovi capi popolo, come Mario Adinolfi, o Costanza Miriano per fare due nomi – quasi fossero “dottori della chiesa” dotati di una infallibilità ex Facebook – postulando una autorevolezza fondata sul numero di “follower”, che millantano il martirio digitale per essere stati sospesi due giorni da Twitter: ecco costoro sono ciò che di più postmoderno sia accaduto alla Chiesa da sempre. L’autoreferenzialità imperversa, le semplificazioni e tautologie (natura/contro natura ad esempio) vengono saccheggiate senza ritegno, in un pensiero debole travestito solo attraverso la durezza dei toni energumeni, ma che di forte ha davvero molto, molto poco. Questa nuova forma di fideismo, ancorché nostalgica nei contenuti, è il corrispettivo intracattolico dei no-vax, no Tav, gli indignati, e di tutti quei movimenti massimalisti di straordinaria attualità che poco hanno a che fare con la Chiesa e la sua storia, e molto con le angosce identitarie collettive, che appartengono più al mondo dell’inconscio che non alla formulazione del Credo.

Perché lo Spirito, come il vento soffia dove vuole. E continuerà a farlo, anche se coloro che fissano esclusivamente le proprie vele e gli anemometri sui propri campanili dovessero risentirsene. Talvolta brezza, talvolta tempesta, ma la natura dello Spirito non è né solida, né liquida. Ma leggera, come il vento gentile che soffia sui duri cespi della pampa.