L’insonnia della ragione genera mostri

“Che cos’è l’insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni?”

Marguerite Yourcenar

“Il sonno della ragione genera mostri”, pensava Goya e, affinché fosse chiaro il concetto vi dedicò una serie di disegni tuttora visibili al Prado. Ma si sbagliava, perché piuttosto è vero il contrario, ovvero che l’insonnia della ragione partorisce a getto continuo oggetti deformi. Il pittore iberico era figlio del suo tempo, e non poteva non sentire le forti suggestioni che, a pochi chilometri di distanza, l’Illuminismo cominciava a portare. “Chi dorme non piglia pesci”, gli avrebbe fatto eco un adagio contadino, ma anche il proverbio tralascia un quesito fondamentale, reso persino ancora più cogente dall’autenticità della affermazione, e cioè, perché dobbiamo dormire, oppure perché dobbiamo dormire così tanto? Non c’è dubbio che l’essere costretti a dormire un terzo del nostro tempo passato sulla terra, non rappresenti – eccetto che per vie assai più imponderabili – uno di quei vantaggi evolutivi che hanno consentito alla specie umana di muoversi dalle palafitte ai grattacieli. Quante trote e naselli in più potrebbero raccogliere dalle reti, i pescatori di questo mondo, se la natura non li costringesse a passare venticinque anni tra le coperte? E non è tutto! Occorre sfatare un altro refrain duro a morire. Il sonno non è riposo, o quantomeno lo spazio che occupa non vi coincide. Se un uomo dovesse passare una settimana della sua esistenza, sdraiato e coccolato nella più confortevole delle suite ma, tuttavia, gli venisse contestualmente impedito l’accesso alle braccia di Morfeo, non si tratterebbe più di una vacanza, ma una intollerabile tortura. Più verosimile appare invece l’affermazione secondo cui la notte, quantomeno, “stacchiamo la spina”; tuttavia anche in questo caso occorrono dei distinguo, perché quel distacco non comporta automaticamente un sollievo, o un alleggerimento, e forse sarebbe più corretto dire che di notte la nostra mente si collega a una turbina differente, dove rischia più facilmente, rispetto a quella diurna, di cortocircuitare, di lasciarci fulminati o in preda a un blackout. Spieghiamoci. Se potessimo creare uno standard dell’uomo occidentale contemporaneo, vedremmo che le sue giornate possano essere sì stressanti, ma non troppo. Non dobbiamo più rincorrere la cena nella foresta, né dobbiamo montare la guardia affinché le tigri dai denti a sciabola non balzino al centro del villaggio, lacerando carni e smembrando corpi. Veniamo a sapere di eccidi e guerre, ma per lo più sprofondati nella poltrona, dove l’Isis e i deliri nucleari di Kim Jong Un, continuano a sembrare talmente lontani; sopportiamo un paio di traslochi nell’arco di una esistenza; il trauma del licenziamento ci guarda minaccioso nei momenti di crisi, ma spesso riusciamo a non farci azzannare; non dobbiamo sopportare troppi ricoveri ospedalieri, i lutti e gli addii sono altresì l’eccezione e non la regola. La realtà è che la nostra vita “diurna” scorre su percorsi eternamente uguali, tanto che, per provare uno straccio di emozione, dobbiamo guardare un film d’azione (o un horror…), ci impegniamo in estenuanti sessioni alla Playstation, oppure andiamo allo stadio a vomitare rancore contro giocatori colpevoli d’indossare i colori sbagliati. I più audaci (o bisognosi), poi, arrivano a montare su un aereo e si lanciano col paracadute, si iniettano overdose di adrenalina legandosi una caviglia a un elastico prima di lanciarsi da un ponte, oppure scapicollandosi in pericolosissime corse sulla tangenziale. Ma in ogni caso – persino quando le cose si mettono per il verso storto – si tratta di simulazioni. L’elastico ci riporta sul ponte, il motore raffredda la notte nel box, e le scene più agghiaccianti del thriller ci fanno aggrappare al bracciolo per riportarci, subito dopo, indietro.

Non è così di notte. Quando siamo sotto le coperte – qui tuttavia occorre una precisazione, perché differentemente dalle esperienze “estreme” testé descritte, di cui non sono un assiduo frequentatore, per quanto attiene a quelle oniriche, onde evitare l’eccessiva genericità, mi riferirò esclusivamente a cose sperimentate in prima persona, e quando ciò non sarà possibile, ne farò espressamente menzione – viviamo esperienze molto più forti, e molto, molto, meno gestibili. Di notte andiamo in guerra, facciamo viaggi estenuanti, lottiamo strenuamente contro nemici occulti; viviamo estasi erotiche, riconciliazioni inesprimibili, trasformazioni inconcepibili, si riaprono ferite sepolte, ne sorgono nuove altrettanto laceranti, ne guariscono altre ancora; nei sogni diventiamo assassini oppure eroi, martiri o codardi; veniamo inseguiti da dinosauri, ci suicidiamo, transitiamo attraverso l’Inferno, incontriamo personaggi storici o sconosciuti che diventano i migliori amici mai avuti; oppure ancora ritroviamo cari che abbiamo dovuto lasciare sotto una lastra di granito, affiorano episodi dimenticati della nostra infanzia. C’è di più: nei sogni viviamo la fine del mondo – a me è capitato cinque o sei volte -, ci implichiamo in misteriose ritualità, ci imbattiamo in entità numinose, come fauni, centauri, membri del Pantheon ellenico o di quello egiziano, ma anche con Gesù Cristo. Non basta ancora. Nei sogni vediamo il futuro, o circostanze misteriosamente legate a un futuro possibile, visitiamo località dove non siamo mai stati, oppure assistiamo a sincronicità inspiegabili.

E noi chiamiamo tutto questo “sogno”, relegandolo nel rango delle fantasie arbitrarie, prive di significato, bizzarrie che il nostro organismo stabilisce di concedersi, purché non diventino troppo importanti.

Ma non è così. Il primo contrassegno è proprio la fatica con cui al mattino (non) riusciamo a trattenere quanto abbiamo sognato, in un modo che ricorda l’escursionista esausto che, una volta raggiunto il rifugio, si libera dell’enorme zaino che gli aveva anchilosato le spalle. I sogni sono un fardello troppo pesante, ancorché un innocuo sollazzo.

Perché attraverso (necessariamente, tuttavia non esclusivamente) i sogni ci trasferiamo provvisoriamente nel regno delle ombre, e possiamo osservare cose che, durante le ore del giorno, ci sono quasi sempre precluse. Che tuttavia ci contrassegnano tanto quanto, forse persino in misura maggiore, di quelle che vediamo alla luce del sole. Nemmeno. Gli “oggetti onirici” designano non cose che ci appartengono, ma ci portano egli estremi limiti dell’esistenza medesima, oltre il cui bordo non possiamo che intravedere le “cose” cui siamo noi a consegnarci in un’appartenenza necessaria. Che ci piaccia oppure il sonno ci trasporta – finanche fenomenologicamente – verso le cose ultime. E le cose prime.

Innanzitutto il sonno è ciò che in psicanalisi viene chiamata esperienza regressiva. Dormendo torniamo all’indietro, al punto di riavvolgerci nella placenta, assumendo la posizione fetale, e per un lasso di tempo torniamo a nuotare nel liquido amniotico dal cui letargo proveniamo.

E mentre ci spinge dove ogni cosa ha avuto inizio, il sonno ci trasporta dove tutto avrà fine. Perché dormire è anche un anticipo della nostra morte.

Lo avevano intuito i greci, nel cui Pantheon Hypnos, il dio del sonno, è figlio di Njx, la notte, e fratello gemello di Thanatos, che siede sullo scranno della morte. Intuizione su cui si sono ostinati molti autori antichi, da Omero a Cicerone. Scrive, a titolo di esempio, Ovidio:

“Che è il sonno se non l’immagine della gelida morte?”

Ma cos’è realmente questo fluido entro il quale ci immergiamo, e dove attraverso paradossi biografici, avvistiamo i comignoli di ciò che si colloca oltre gli argini del mondo e della vita? Cos’è realmente il sonno, da dove trae il suo potere, il suo fascino e la necessità?

Davanti a questi interrogativi, non si può che reclinare il capo e tacere, perché se c’è qualcosa che merita pienamente il titolo di Mistero, è ciò di cui stiamo trattando.

Il grande sociologo Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, ha costruito la propria carriera intorno alla (felice) intuizione della modernità liquida. Crediamo di non travisare i suoi insegnamenti se diciamo, che la nostra epoca sia appunto liquida, perché inconscia. Non ha più una forma solida, le istituzioni tradizionali – famiglia, scuola, chiesa – hanno perso l’enorme tenuta  di 50/100 anni or sono, e troppo spesso si ritrovano a vivacchiare su antiche rendite di posizioni, ma le sfide di oggi sembrano giocarsi altrove. È un mondo in rapida trasformazione, in cui fenomeni collettivi venti anni fa nemmeno ipotizzabili, sono entrati a far parte del nostro quotidiano. Sono tempi straordinari, magmatici e primordiali, dove la meraviglia si accompagna facilmente alla ferocia. Sono tempi dormienti. Sono tempi onirici.

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