Lettera a Roberto Cotroneo

Caro dottor Cotroneo,

ho letto la sua riflessione, pubblicata su Dagospia il 23 maggio scorso. E potrei non averla capita ma, se invece avessi compreso ciò che intende dire, le confesso di non condividere praticamente nulla. Eccetto, com’è ovvio, la parte sul narcisismo dilagante, che tuttavia è scontata e anche un po’ banalotta. E nessun territorio come l’ovvietà consente alle sementi di narciso di attecchire e di insinuare il proprio apparato radicale. Sì, dai, viviamo nella società liquida, ci rispecchiamo nei nostri profili social, senza trascenderci nell’Altro, preferiamo prossimità virtuali a distanze fisiche, e ci crogioliamo nella nostalgia delle mezze stagioni che, ahi noi, non esistono più. Dice che persino la psicanalisi davanti a questa società in trasformazione, pervicacemente egoica, ha mollato il colpo, perché la psicanalisi “guarisce”, e siccome il narcisismo è, appunto inguaribile, le terapie estenuanti e i costi proibitivi, la rendono l’orpello di un tempo dove le mezze stagioni, diversamente, regnavano incontrastate. Sarei tentato dal dire qualcosa sulla inguaribilità del narcisista, ma non è la cosa più importante; certo il narcisismo, che si può spingere fino a chine psicotiche, è una patologia più grave di quanto molti pensino, più radicale e che va a toccare meccanismi identitari come poche altre cose. Tuttavia si può curare. Ecco la parola che, incredibilmente, manca nel suo testo. Conosco molto psicanalisti e sono certo che nessuno di loro – nessuno – sottoscriverebbe l’affermazione che “gli anni di analisi guariscono”. Uno dei padri arcaici della psicanalisi è il centauro Chirone il quale, da immortale, viene colpito inavvertitamente dall’amico Eracle, con un dardo avvelenato. Egli non può morire, ma non può nemmeno guarire. Perciò impara a fare l’unica cosa ragionevole per chi sia costretto a vivere in una biforcazione tanto scomoda: impara a prendersi cura di sé. Il narcisista potrebbe, forse, essere inguaribile, ma la sua condanna a vivere d’una immagine riflessa – ché di questo si tratta – , ad adoperare coattivamente gli stessi meccanismi di sopravvivenza, a reincarnarsi costantemente nella propria proiezione sulla tela di carne dell’ultimo ospite della sua patologia, lo fa proprio perché è ferito. E gli è consentito prendersi cura della propria cicatrice, basta che lo voglia, e che sia disposto a pagarne il prezzo. Su una cosa ha ragione, o quasi: il costo dell’analisi è proibitivo. Tuttavia non in termini di incidenza nel budget familiare. Non solo quantomeno. Il primo, vero, immane costo che ognuno – io, lei, Narciso – deve affrontare, è quello psichico, e per decidere di vedere le rughe che si celano oltre il ritratto di Dorian Gray, occorre stabilire se conviene. Per questo ogni terapia è facoltativa, ma non inefficace. Talvolta ci si vede ma, appunto, occorre la variabile del tempo, anche e forse soprattutto nell’epoca degli scambi istantanei. Forse è altresì vero che alcuni modelli terapeutici siano in crisi, specie di fronte alle trasformazioni sociali in corso; tuttavia le crisi non decretano necessariamente, di nuovo, l’insuccesso, e richiedono invece ripensamenti. Perché di verità granitiche, resistenti alle forme del divenire, nella psicanalisi ce ne sono davvero poche. E l’unico modello che conta non è quello lacaniano, o junghiano, ma l’elmetto da minatore, con la lucina in fronte con cui un terapeuta accetta di scendere, col paziente, nei suoi abissi privati. Perché, Narciso oppure no, quegli abissi ci sono. È “la speleologia” che conta, non la validazione del tabù dell’incesto, o la teoria degli archetipi. Quanto alla sua conclusione, che ne so? Di certo non pare giustificata (neanche razionalmente, e non sembra un buon inizio prima di farsi cullare da mamma filosofia); non ho in realtà idea se discettare di noumeni, di entelechie e di ipostasi neoplatoniche possa rappresentare un antidoto al narcisismo in cui incocciamo ad ogni apertura di smartphone. Posso dire che ne dubito – e lo dico da filosofo pentito, abbastanza filosofo da prendere una laurea, è molto, molto pentito – perché l’eccessivo razionalismo più che non essere (mai stata) la soluzione, è piuttosto l’origine del problema. Almeno in parte. Una consistente porzione del Narciso di questo scorcio di millennio, lo si comprende alla luce delle scissioni e rimozioni adoperate dall’uomo che si concentrava sui prolegomeni, e delegittimava gli accadimenti interiori. In fondo anche Narciso è un sopravvissuto all’arroganza di chi, per troppo tempo, ha portato alla luce dinamiche a lui distanti. Non possiamo più di tanto biasimarlo.

Spero d’averle esposto il mio pensiero in modo rispettoso. Non lo fossi stato, le domando perdono. Buona vita, a lei e ai suoi affetti.

Claudio Mercandelli

Scritto di getto e non riletto.

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