Fate l’amore con il dolore

[In un forum ho risposto ad una domanda sul disturbo ossessivo compulsivo]

Non credo che si debba considerare il disturbo ossessivo compulsivo una patologia in strictu sensu. Intanto appartiene al mondo della nevrosi, e la nevrosi è un – ottimo peraltro – sistema difensivo della nostra psiche. Ovvero accettando l’idea della nostra psiche come un sistema (relativamente) chiuso, con quei meccanismi difensivi noi tuteliamo dall’ingresso nella nostra mente dall’incursione di contenuti, oggettivi e/o simbolici, che ci scompenserebbero. Magari portandoci verso i recessi più profondi e meno gestibili del nostro inconscio. In particolare la ripetizione ossessiva dei gesti. Non occorrono chissà quali studi e letture per capire che una delle cose più difficili da gestire siano le novità: un trasloco, una nuova situazione professionale, un cambiamento della situazione della salute, nuove frequentazioni. Tutte queste cose introducono un elemento di entropia nella nostra esistenza, e con questo portano elementi potentissimi di ansia. Perché noi abbiamo paura di ciò che non possiamo gestire. Quindi cerchiamo una risorsa nel conosciuto, nella ripetizione dei gesti, nel tornare all’antico e nella refrattarietà al nuovo.

La qual cosa porta a due considerazioni, se vogliamo, un pochino paradossali.

La prima è che siamo più o meno tutti nevrotici. La nevrosi, come tentativo di gestire- secondo principio della termodinamica docet- il disordine e la confusione di ciò che non si vorrebbe fare entrare nella nostra vita, è un sistema quasi perfetto. Un principio adattativo che consente di gestire al meglio l’ansia e i suoi sintomi. Posso fare un esempio serio? Due anni fa in una fermata della metropolitana di Città del Messico, uno squilibrato (parola interessantissima) si mise a sparare all’impazzata. Un paio di viaggiatori si avventarono su di lui, e mal gliene incolse. Il secondo in particolare ingaggiò una lotta per la sopravvivenza angosciante. Dopo tre colluttazioni però  ricevette un proiettile mortale. Una terza persona fece il gesto di lanciarsi anche lui in quella lotta, ma- le immagini sono incredibili- improvvisamente realizzò il terrore che quella circostanza comportava. E allora si fermò e si girò LENTAMENTE, allontanandosi dal luogo della lotta mortale.

Se egli si fosse messo a correre, la cosa avrebbe avuto un significato esplicito e razionale. Ma quella lentezza significa che egli non era semplicemente impegnato in una lotta di autoconservazione. Oppure… la autoconservazione fu su un livello diverso. Egli si difendeva non (solo) dai proiettili, ma dalla angoscia che quella circostanza potesse essere semplicemente accaduta. La priorità era la tutela della propria rappresentazione del mondo, un mondo dove inconsciamente una cosa come quella semplicemente NON doveva poter accadere. Da qui la apparente indifferenza, il “fare finta di niente”…

Lo facciamo sempre. Lo facciamo tutti. Ci difendiamo dalla angoscia. Perché se il mondo fosse troppo diverso dalla immagine ansiolitica alla quale ci foraggiamo tutte le mattina alzandoci e guardando fuori dalla finestra, allora i nostri vissuti ci porterebbero molto lontano. Troppo lontano. E troppo in profondità. Forse verso la psicosi.

E questo è il secondo corollario paradossale. Ché non solo siamo tutti sostanzialmente nevrotici attivi, ma siamo anche psicotici in sonno. Insomma… siamo più o meno tutti “pazzi” che però hanno trovato una energia di contenimento attiva che ci consente di “reggere” le sfide che la cara vecchia oggettività propone. La psiche, quella cosa per la quale noi possiamo dire “io”, è infatti una energia fluida e incandescente. Che ha una forma originaria, ma con una forte propensione adattativa a diventare ciò che meglio si adegua alle circostanze oggettive della vita. E’ una lava pronta ad assumere duttilmente la forma che meglio ci sgrava dalla angoscia. Una energia magmatica che proviene dal profondo- inconscio- pronta ad accogliere nevroticamente le forme che il contesto sociale le propone. La nostra psiche diventa “mano” se trova un guanto in amianto, e diventa “volto” se trova la maschera della aspettativa sociale delle persone che ci circondano. I genitori, la scuola, gli amici, i figli, i coniugi e chiunque profetizzi- in realtà assai arbitrariamente- su ciò che sia “normale” fare o vivere. “Non si fa così”, “Non ci si comporta in questo modo”, “Non ci si deve arrabbiare così tanto…”

Il contenimento, e la conseguente nevrosi, talvolta funzionano. Persino per una vita intera. Non sempre però. Per qualcuno la maschera e il guanto si lacerano, e non reggono alle pressioni del magma, il quale talvolta si riaccende persino dopo tanti anni di coercizioni attive. E la vita cambia. Talvolta enormemente. Il mondo sembra irriconoscibile, e noi diventiamo irriconoscibili per gli abitanti di quel mondo che fino poco prima ci aveva visto come solerti e devoti cittadini. Il più delle volte si rimane soli.

Ebbene, suggerisco che solo chi però vive questa esperienza di estraniamento, e di “disadattamento” che porta monsoni e sconvolgimenti prima inconcepibili sia realmente “libero”. Perché solo quando si accetta di essere ciò che si è, e non ciò che gli altri si aspettano noi si possa essere, si diventa autenticamente liberi. Il che ha un prezzo gravoso: il dolore, la solitudine, e l’avere visto ciò che se stessi nessuno vorrebbe mai vedere. Il guardare, magari per la prima volta, dentro la propria anima, e lì vedervi il vulcano.

Soprattutto la accettazione del dolore.