Lettera ad un insegnante

Ma, caro M., perché quelle di Confindustria sarebbe una “intrusione indebita”? Te lo domando con la stima che non ti ho mai negato. Qualche anno fa ho avuta una breve, ed estemporanea, esperienza di giornalismo, e tra le varie cose di cui mi sono occupato c’era anche la scuola. Mi è capitato di interagire anche con Confindustria, e mi è parso di trovare un punto di osservazione molto “avanzato”; ad esempio vi ho trovato un osservatorio degli altri paesi estremamente istruttivo. Perché tu parli, con amarezza, della senescenza che avviluppa la scuola. Ma da dove viene, se non proprio dall’avere da eoni rifiutato ogni forma di confronto con ciò che le sta fuori, e persino – eccetto occasioni come queste – al proprio interno? Non sono ottimista. Non credo che il “brain storming” sia in grado, da solo, di salvare l’universo scolastico, ma la sua assenza congenita, ne decreta l’irreversibile morte cerebrale. Proprio nel luogo dove le menti dovrebbero spalancarsi.

Nel bellissimo film “The Wave, l’Onda”, efficace analisi delle dinamiche psicologiche che possono portare ai totalitarismi (ripresa dell’esperimento del californiano La Terza Onda, del 1967), viene inoltre descritta quella che dovrebbe essere la scuola tedesca, ritengo al di là di uno stereotipo filmico. E ogni volta che vedo una scuola con le “settimane a tema”, con gli studenti che si iscrivono autonomamente ai corsi, un plesso scolastico che vive anche il pomeriggio, la piscina e i tornei di pallanuoto, i corsi di teatro, nonché il giornalino con una redazione composta esclusivamente da ragazzi, ti confesso mi prende una invidia… Se qualcuno mi svelasse la ricetta per far diventare la scuola così, foss’anche dovere indossare tutti quanti una pettorina della Coca Cola, metterei la firma anche adesso.

Perché noi potremmo anche essere senescenti ma a farne le spese, ben oltre le nostre intenzioni o le eventuali negligenze, sono appunto i ragazzi.

Michel Foucault (se non provenisse da cotanto autore non mi permetterei mai di imboccare un argomento così spinoso), in Sorvegliare e Punire, descrive la filiazione della scuola moderna dal regime carcerario. Il paradigma che consente alla istituzione scolastica di funzionare, o perlomeno di restare in piedi, è da sempre quello dell’Obbligo scolastico. Esiste un immaginario, ancora largamente saccheggiato, che ne descrive la mission attraverso i mitologemi dei carusi, la ruota degli esposti, i minori costretti a lavorare nei campi, e della scuola che li sottrarrebbe magicamente a un destino fatalmente infelice. Poco importa che la società non sia più – per fortuna – quella di De Amicis e della piccola vedetta lombarda. Non interessa neppure che la sfida contro l’analfabetismo sia stata vinta da decenni.
La “segregazione temporanea” cui sottendono milioni di adolescenti nelle nostre aule tiene incandescente la caldaia di un’istituzione refrattaria a ogni forma di cambiamento, dove chi entra dal portone dei più piccoli si prepara a una carriera di piccole (e talvolta grandi) vessazioni, mentre chi vi entra dalla parte degli adulti non dovrà mai, eccetto che a se stessi, documentare la rettitudine della propria condotta.

Caro M., non sono uno sciocco, e poiché sto inoltrando questa mia articolata riflessione a te, e altre decine di insegnanti, so di poter urtare qualche sensibilità. E me ne dispiacerei, perché ti svelo un segreto: se c’è una ragione per cui negli anni ho mantenuto, come sede principale, il Bottoni – pur abitando distante – è non solo perché, genericamente, mi trovo bene, ma perché ho motivo di stimare gli insegnanti che vi ho trovato. La quantità di persone che vivono la propria professione con uno spirito di abnegazione ammirevole – non è una captatio benevolentiae – è molto elevata. Perciò la mia osservazione vale, se vale, per il sistema in quanto tale.

Noi ci aspettiamo che i nostri studenti si comportino educatamente, che rispettino le regole, tuttavia la premessa taciuta è che, se si trovano in quel luogo, non l’hanno potuto scegliere. E questa fa tutta la differenza del mondo. Da ciò discendono i comportamenti antagonistici, il risentimento, oppure – che forse è peggio – il profilo di quegli studenti esageratamente accondiscendenti che coincide mestamente con le descrizioni della sindrome di Stoccolma.

Ogni esperienza educativa dovrebbe nascere dall’incontro – non lo scontro – tra libertà, consensi non estorti, autorevolezze riconosciute e mai imposte dal risultato remoto di un concorso.

Dico una banalità: qual è la differenza tra una mensa scolastica e un ristorante? Nel secondo tendenzialmente si mangia bene (altrimenti gli avventori non tornano), nella prima invece tradizionalmente molto male, poiché lì gli avventori sono dei “reclusi”, e i cuochi hanno smesso da anni di voler sperimentare nuove ricette. Anche essi sono senescenti… Una volta ho intervistato Michele Carruba, un nutrizionista di caratura internazionale, a quel tempo presidente della famigerata Milano Ristorazioni. Mi fece un’ottima impressione. Descrisse la cura che aveva perché i bambini ogni giorno ricevessero cose sane, equilibrate, nutrizionalmente corrette, ecc. Tuttavia mentre parlava sentivo mancasse qualcosa. Poi improvvisamente (tardi, purtroppo, per l’intervista) mi balzò agli occhi una parola: il gusto! Anche quel valente nutrizionista dimenticava le papille dei fruitori del servizio. Non servono se una parte del “patto ristorativo” è costretta a mangiare qualsiasi cosa gli venga somministrata.

Caro M., non sono nessuno. Solo un insegnante di religione (ovvero un paria della scuola), piuttosto pigro e indolente, e le mie opinioni per fortuna non contano nulla. Non sono un politico, né tantomeno un opinion leader. Ma dal poco che sono ti confesso che se avessi il potere per rovesciare, anche un minimo, quella clessidra, lo userei. Se potessi stabilire che la scuola debba ruotare intorno agli studenti – non in modo simmetrico, ma la similitudine con il customer care, non mi scandalizza affatto -, e non alla certezza del posto degli adulti. Se potessi fare in modo di sollecitare uno spirito competitivo, tra insegnanti e insegnanti, scuole e scuole, istituti privati e statali (allarme spoiler: così come non mi riconosco nell’attualismo gentiliano, o nel credo di Evola, ciò che sto per dire non è una apologia della scuola privata/scuola cattolica dir si voglia. Sono in favore di una parità scolastica che muova, per quanto possibile, le acque stagnanti, inserendo i suddetti meccanismi competitivi. E se per ottenerla fosse necessario superare il tradizionale monopolio italiano delle scuole private cattoliche, firmerei all’istante la chiusura degli istituti dei gesuiti, carmelitane et similia).

Com’è possibile che un’istituzione depositaria di finalità educative lasci che l’eventuale insuccesso sulle spalle meno attrezzate per sostenerlo? Un po’ come se un ospedale registrasse un tasso di decessi anomalo, e si limitasse a scrollare le spalle, stabilendo che “la colpa” sia dei pazienti che non si sono attenuti a posologia e terapie.

Ecco il dramma, a mio avviso, della scuola: è una istituzione avviluppata su se stessa, una bestia ferita pronta a scattare contro chiunque allunghi la mano sulle sue piaghe. Sono venti anni che sento mormorare contro “i tagli alla scuola”, ma non ho mai sentito un dibattito serio su come quei soldi vengano investiti: il criterio è la proliferazione dei posti per gli adulti, o la sperimentazione di novità didattiche idonee a che nessuno finisca nella cloaca degli istituti professionali (dove ho visto cose raccapriccianti)? Nuovi fondi, che tutti auspichiamo, dove finirebbero: aumentare il numero di commessi per piano, oppure creare davvero una scuola “smart” in grado di intercettare bisogni più profondi?

Ci incazziamo perché prendiamo una miseria – non io, per carità. Ogni volta che mi notificano il versamento dello stipendio, avverto una fitta al costato -, ed è ovviamente vero. Ma per avere retribuzioni confacenti, forse si dovrebbe rivedere dalle fondamenta il criterio con cui sono state erogate, invece che confermare l’atavica resistenza a ogni cambiamento.

Ecco perché sono così favorevole alla digitalizzazione della didattica. Non solo perché potrebbe esserne implementata esponenzialmente – in un articolo devo avere scritto che ‘insegnare geografia senza Google Earth è come insegnare il nuoto senza una piscina’ – ma perché nel laghetto dove le cose non si muovono, anche scagliare un piccolo sasso può fare la differenza.

Caro M., concludo la mia sperequazione, sperando di non avere offeso né te, né qualcuno dei colleghi che autolesionisticamente si fossero avventurati in questa lettura, poi tornerò a indossare il mio low-profile che mi ha consentito finora di tirare a campare, ma ti segnalo che questo dibattito mi sta davvero a cuore.

Con rinnovata stima.

c.

Una risposta a "Lettera ad un insegnante"

Lascia un commento