Ecco qual è – io credo – il dramma, il sopruso segreto di ogni famiglia, non essersi potuti scegliere, biascicare passi dentro al cortile della medesima prigione, calpestarsi reciprocamente nel nome di un bene sussistente nelle intenzioni e assai raramente nelle azioni. Tutti sequestratori e tutti sequestrati, senza capire perché. Si finisce per colorare le convivenze con le tinte della recriminazione, ammorbarle col tanfo del rimpianto. Non è la mancanza di amore, non in senso di assoluto. Talvolta si smette di amare, proprio perché le persone si lacerano tra la contraddizione del dovere e l’avvilimento del non poter non potere. L’amore, qualsiasi amore, richiede accessi differenti, percorsi segreti, sentieri pallidi accennati nel plenilunio, semafori imprevedibilmente verdi, cui nessun matrimonio, nessuna paternità o discendenza, consente di accedere per diritto naturale. Tanto meno ogni forma di coabitazione. Questa, anzi, nel migliore dei casi mette duramente a prova la vita del bocciolo, soffocandolo quasi sempre prima che diventi arbusto. La maggior parte delle famiglie che ho conosciuto nella mia vita era costituita da grovigli di libertà, attorcigliate come i fili elettrici intorno a una ciabatta, serrate nel bisogno, odiate a causa del bisogno.
Oh non intendo misconoscere l’utilità dei legami familiari. Servono eccome. Troppo. Riempiono buchi meno sostenibili dello spazio vuoto che si apre nella mancanza, voragini alla fine meno gestibili dello stucco con cui vengono imbottite. Vuoti di esistenza, di insignificanza, di rimpianto e dolore… Ma sono invariabilmente conteggi sanguinosi.