La distinzione era fissata una volta per tutte. Immodificabile. Esiste il male morale – dal latino mores, comportamento – e quello metafisico, non imputabile a un agente umano. Primo anno di università – filosofia ovviamente -, primi passi, primi mattoni con cui edificare il proprio edificio speculativo, e dubbi (a discapito dei proclami) davvero pochi. Una cosa sono gli omicidi, le stragi, gli stupri, le azioni esecrabili, la manipolazione e la truffa, dove un colpevole lo si individua, un’altra sono quei processi che esulano dal controllo umano, e che quindi sono imprevedibili, imponderabili, e che se proprio si volesse trovare un imputato, i detective lo dovrebbero cercare tra gli operatori delle meccaniche celesti. I popoli cosiddetti pagani, quelli per intenderci che agli albori della civiltà sguazzavano al di fuori del bacino delle epifanie bibliche, non avevano riscontrato particolari problemi, stabilendo la natura ambivalente tra gli appartenenti al proprio stesso pantheon. Essi, proprio come gli elementi naturali al cui governo erano deputati, possedevano l’ambivalenza per cui un medesimo soggetto portava oggi messi rigogliose e domani alluvioni.
Noi no. Ovviamente no. La filosofia occidentale – qui intesa anche nella sua variante più prosaica – è figlia delle diverse alleanze poste dall’Unico Dio, buono e fedele, cementate sul piano speculativo dal matrimonio con la metafisica di Platone e Aristotele. Nella Genesi viene detto a chiare lettere. Ogni volta che il Pantocratore compie uno dei propri gesti, dedica un secondo momento, “riflessivo”, e si volta a valutare la portata di quanto compiuto. L’esito è sempre lo stesso:
“E Dio vide che era cosa buona.” [Gn. 1-10]
Ogni cosa è intrinsecamente buona, per il fatto stesso di essere, come poi conferma la filosofia scolastica con i predicati trascendentali. Da qui l’ottimismo ontologico che ha consentito nel corso dei secoli di avvicinare la natura senza timore dei sortilegi e incantesimi che si sarebbero potuti celare dietro i larici e le betulle, di osservarla con ludibrio scientifico, e alla fine di assoggettarla ai propri scopi, più o meno leciti. Perché oltre che buona negli anni della industrializzazione la natura deve essere sembrata molto utile e anche un po’ cretina.
Ma è davvero così buona la realtà? Perché, infatti, ci sono i terremoti. Ad esempio quello del 1755 di Lisbona, scrutato da osservatore esterno (e indiretto) da Voltaire, il quale davanti alla macerie, non poteva che abbandonare gli aspetti più “Candidi” della propria coscienza, e lasciarsi alle spalle il cattivo maestro del pensiero antecedente – nello specifico rappresentato da Pangloss / Leibniz-. Andasse pure a impiccarsi lui, la Monadologia e “il migliore dei mondi possibili.” Perché un terremoto non può essere una cosa buona. Come dargli torto?
La metafisica occidentale ha infatti trovato un sistema per collocare il male metafisico, attraverso uno stratagemma remoto – la colpa è la caduta di Adamo – e uno più prossimo, ovvero la dilatazione immaginaria dal catino degli avvenimenti, attraverso una sorta di protesi invisibile: “Esiste una ragione misteriosa per cui accadono queste cose.”
Ecco la ragione misteriosa dei terremoti nessuno – eccetto Dio – la può vedere, e di conseguenza ne può fruire. Ma si gode quantomeno della consolazione che ne deriva. Tuttavia se questo espediente ha creato un mainstream ufficiale, cui apparentemente ognuno dei soggetti coinvolti si adegua, allo stesso tempo produce delle tossine inconsce – lì dove le spiegazioni ufficiali diventano molto meno efficaci – e, come nel caso dei terremoti che hanno colpito le regioni italiane negli ultimi anni, si aprono contemporaneamente commissioni e controcommissioni lanciate nella forsennata caccia ai colpevoli dei terremoti, tutte quante guidate dalla convinzione apodittica che un colpevole ci debba necessariamente essere. Non si tratta dell’individuazione delle (eventuali) responsabilità delle amministrazioni, delle corruttele con i costruttori, della individuazione di responsabilità politiche o penali – le quali, specialmente in aree sismicamente sensibili, e dove gli amministratori integerrimi potrebbero essere in numero inferiore di quanto auspicabile, sarebbe vantaggioso fossero indagate prima dei terremoti -, ma della ricerca di un capro espiatorio la cui esistenza rappresenta un mitologema necessario. E’ più facile elaborare, sia pure in modo superficiale, un dolore, se si riesce a trasmutarlo nell’odio per qualcuno. Il pantheon monolitico del moderno uomo occidentale, la confidenza esasperata nell’arbitro dei popoli che impone la trasformazione delle spade in vomeri e delle lance in falci [Is. 2,4], lo lascia improvvisamente sguarnito quando deve confrontarsi con la furia degli elementi, dove invece le spade e le lance tornerebbero utili. E la conseguenza remota è che gli aratri e le falci della giustizia, vengono impropriamente utilizzate nella ricerca dell’infame, con toni facilmente giustizialisti. Ribadiamo: non si tratta di rinunciare a individuare le responsabilità di quell’amministratore, o quell’imprenditore, ma stabilire che esiste un processo psichico – un trend paranoico – che porta ad affibbiare agli uomini le responsabilità degli dèi. Il tutto pur di preservare l’integrità metafisica del vascello dove siamo cresciuti, indipendentemente da quanti buchi e falle si vedano nella chiglia.
Ma perché i terremoti sconvolgono talmente tanto?
Certo la conta dei morti, le immagini degli edifici crollati, con i volontari a sollevare lastroni a mani nude, alla ricerca della voce flebile d’un sopravvissuto, rappresenta qualcosa di indicibilmente penoso. Ma non è tutto lì: i terremoti sconvolgono ben oltre la mera elencazione delle vittime, al punto che la percezione collettiva dell’evento salda invisibilmente i 16.000 morti del sisma di Sendai, marzo 2011, con le 27 vittime in Emilia Romagna dell’anno successivo. Ventisette sono sempre ventisette di troppo, e non vorremmo vedere travisate le nostre parole come una mancanza di rispetto, ma proprio perché non esistono morti di serie B, rileviamo che ogni settimana – dati ISTAT – perdono la vita circa sessanta persone sulle strade e autostrade, senza che il mondo circostante praticamente se ne accorga. Chi scrive è convinto che i terremoti vadano a toccare leve più profonde del nostro essere e siano eventi archetipici. Ma vogliamo usare un’altra metafora. Nella società contemporanea ha assunto grande rilevanza il disturbo borderline della personalità. Chi ne è affetto vive una propensione schizoide nelle relazioni e una esiziale insicurezza in ogni campo. L’origine sarebbe da ricercare – senza voler cadere nello stereotipo – in un frangente del passato in cui il bambino si sia sentito improvvisamente abbandonato, magari nell’atto di allontanarsi per scoprire il mondo, e non abbia percepito l’adulto come complice e tutelante. Insomma, secondo questa lettura, il disturbo borderline sarebbe originato dalla recriminazione tu non c’eri, che il bambino continua a rivolgere all’adulto, persino quando gli scenari sono inevitabilmente mutati. Ci è tornata in mente questa immagine quando, alcuni anni fa, durante una trasmissione radiofonica un abitante de L’Aquila in seguito al terremoto, telefonò per raccontare la sua esperienza. L’uomo era tra gli sfollati, che abitavano in quelle prime settimane nelle tendopoli allestite. Alla domanda se la sua casa fosse crollata rispose di no. Allora il giornalista in studio gli domandò se fosse stata lesionata. Rispose ancora di no. Alla terza domanda, ovvero perché non tornasse in una casa perfettamente agibile, l’aquilano rispose, con una punta di fastidio, che non voleva, e che non era neanche rientrato per “prendere le cose”, perché in quella casa non ci avrebbe rimesso mai più piede.
Quell’uomo si sentiva tradito. Il patto originario tra la terra (madre) e il figlio – io ci sarò sempre per te – era stato profanato, e la fiducia non sarebbe stata mai più possibile. Non, quantomeno, nella sua forma più ingenua. Nei terremoti la terra si apre, cambia forma, e dove c’era il paesaggio di una placida collinetta ora ci sono solo ferite e macerie. Non solo la Madre muore, ma diventa una strega.
Il terrore dei terremoti consta proprio nel veder prendere corpo dei peggiori fantasmi lì dove avremmo voluto vedere solo lenzuola stese al sole. Il vero dramma non è ciò che accade, ma la mancanza di un engramma che consenta di categorizzare ciò che avviene. Non soffriamo (soltanto) perché i terremoti avvengono, ma perché sono inconcepibili. I terremoti sono la vittoria provvisoria dell’entropia contro ogni ordine costituito.
E posto che noi occidentali abbiamo da secoli abbracciato una visione escatologica del tempo, abbandonandone una ciclica, ci impediamo in questo modo di vedere l’ambivalenza del simbolo: la madre era la strega, e la strega era la madre. Cambiano solo i momenti del ciclo.
Come Kali che nel pantheon Indù con le sue fruste, le cinture di teschi, altro non è che il momento distruttivo dell’unica Devi, depositaria del segreto della vita.
Ma questa è tutta un’altra storia, una storia che noi, purtroppo, non ascolteremo mai.