Francis Fukuyama mica se lo immaginava. Nel 1992, dopo la conclusione dei decenni isterici di guerra fredda, scrisse che la storia si era alla fine conclusa. E che la tenzone tra il Patto di Varsavia e l’antagonista atlantico aveva visto prevalere, manco a farlo apposta, i secondi, ritenendo che il modello di economia e di società statunitense fosse la migliore possibile. Del resto, se lo era stata per lui, perché non estendere il paradigma a tutto il globo? I valori della costituzione americana erano in grado di sintetizzare e superare tutte le “vecchie” escatologie, e superare il traguardo sotto lo sguardo sfinito degli avversari.
Poi sono successe delle cose…
Intanto l’11 settembre (ne abbiamo già scritto), ma non solo.
Sulla scorta dell’ottimismo autoreferenziale dell’economista nippo-americano l’America si è collocata sullo scranno di giudice e sceriffo planetario, cercando in quella posizione di trasformare il mondo sulla scorta dei propri valori e riferimenti. Tuttavia non aveva fatto i conti con un altro filosofo, per giunta suo compatriota, Thomas Kuhn che ne “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” avrebbe messo in guardia sufficientemente le persone soggette a quegli ardori, poiché ogni successione da un paradigma a un altro, avviene solo attraverso modifiche più radicali e profonde di quanto non si volesse. E che la storia stessa è stata disegnata a colpi di discontinuità, e non il contrario. E che (per usare una parafrasi) facilmente i terremoti tirano giù le città, anziché abbellirne i quartieri.
E’ passato quasi un quarto di secolo da quella visione, che doveva rivelarsi drammaticamente fuorviante, mentre Washington e Hollywood hanno provato con le buone – e più facilmente con le cattive – a esportare democrazia, a trasformare le scuole coraniche in pruriginosi college e i burqa in succinti bikini indossati da prosperose adolescenti presso gli autolavaggi. Ma non è andata così. La pericolosa e ingenua baldanza di un popolo ipermilitarizzato, coinvolto in tutti i conflitti senza tuttavia averne mai registrato lo sfregio sul proprio territorio, ha portato a una eterogenesi dei fini e risultati profondamente diversi da quelli attesi. Troppo facile osservare adesso come il fondamentalismo islamico sia stato attizzato proprio dai fiumi di Coca-Cola e retorica rovesciati per soffocarlo, e che le larghe elargizioni a paesi “amici” – per esempio la monarchia Wahabita – siano stati utilizzati per obiettivi assai differenti da quelli auspicati. Ma non è questo il punto che ci interessa di più. Perché i tragici fatti di queste ultime settimane vanno ben oltre ai radar persino delle sociologie emergenziali. Ancora i media nostrani ci impasticcavano con i nuovi lemmi – Isis, Daesh, foreign-fighters –, che abbiamo dovuto constatare che il terrore poteva assumere un volto ancora differente, più privato e per questo, ancora più inquietante. Ancora i politologi non avevano dismesso i microfoni dal bavero della giacca, che gli episodi di Nizza e Monaco di Baviera hanno trasformato l’immaginario in cui ascriversi. Un centinaio di morti, schiacciati sotto i pneumatici di un camion, oppure ragazzini che consumavano un happy meal raccontandosi bravate al tavolo di un fast food, per scoprire che “il nemico” può celarsi sotto vesti cangianti rispetto a quelle appena additate dal clima di dilagante sospetto. Più facile il compito di quei giornalisti, bravi a coniare neologismi, di chi tenta di comprendere cosa si muove nel profondo dei popoli. Ed ecco comparire i “lupi solitari”, che si ottiene mescolando due dita di corano, una dose robusta di depressione, e una spruzzata di pauperismo, un vero evergreen per circostanze analoghe. Ma non si azzecca praticamente mai, perché questi fenomeni sono frutti di una contemporaneità più recente dei manuali usati per descriverla. Per quanti strati di intonaco i media potranno scrostare, non arriveremo mai a saperne abbastanza di Ali Sonboly e Mohamed Bouhlel (e Mada Kabobo, che però il suo tour sanguinario, piccone in mano, lo fece in tempi meno sospetti), così distanti eppure così simili. Perché in comune possiamo ravvisare le nuove forme di disgregazione della società occidentale – quella profetizzata da Fukuyama – dove le interazioni tra uguale e diverso, povero e ricco, i nuovi modelli di scambio tra integrazione e disintegrazione, normalità e patologia, si collocano sulle sponde di una terra ancora inesplorata. Gli schemi triti e ritriti della lotta di classe, l’ombra di questa proiettata sugli equilibri internazionali, il post-colonialismo, si rivelano profondamente inadeguati, cosicché le suddette tragedie restano, davanti all’obiettivo, restano sfocate.
Ma forse potrebbe essere proprio questo il problema, l’ostinata cerebralità del tipo umano cui facciamo parte, il dovere trovare a tutti i costi una ragion sufficiente, il morboso accanimento che ci impedisce di lasciare che le cose semplicemente siano, e ci possano essere solo in funzione di qualcosa d’altro. Come il bullismo, la povertà, la depressione o la mancata accettazione di qualcosa, vengono invocati di continuo nella proliferazione disordinata delle motivazioni, escludendo a priori che proprio questa attitudine possa agire come concausa. Declamare a gran voce i processi di esclusione sociale come l’humus dove determinate situazioni si vengono a verificare, non aiuta a capire – a nostro avviso – la partenogenesi dove quei meccanismo ha infettato noi molto prima dell’occasionale serial killer. Noi abbiamo creato i contenitori sociali, gli scenari della narrazione collettiva, la standardizzazione dei perimetri di normalità, la razionalizzazione del nostro vivere, affannandoci per “restare dentro” ai flussi di inclusione, per indignarci poi della follia di quelli rimasti fuori. Ma isterico è l’intero meccanismo e non solo le sue conseguenze più tragiche. Non è detto che si debba vivere come viviamo noi, e che sia destinato a una pericolosa frustrazione chi dovesse adattarsi a un’altra modalità. Paradossalmente la follia che ha infettato Ali Sonboly e Mohamed Bouhlel, non è particolarmente diversa da quella che deprecano le loro gesta leggendo un giornale. Semplicemente noi abbiamo avuto la fortuna non di nascere dalla parte fortunata della barricata, ma di avere avuto migliori risorse di contenimento del medesimo malessere.
La follia omicida è sempre esistita – qualche intelligente commentatore straniero ha citato l’Amok malese – ma ciò a cui assistiamo inermi oggi è, a nostro avviso, una forma nuova, più articolata e complessa, generata sulla cicatrice di fenomeni più complessi di quelli normalmente considerati. Dinamiche individuali e collettive, psicologiche e non, nelle quali la marginalità sociale è la miccia. L’ordigno è altrove.
Scritto di getto e non riletto.