Normalità

Da “Il giorno in cui mia madre distrusse l’Universo”.

Quando veniva il sabato il signor Uguale emergeva come un sub stremato dalla fase REM sempre alle seie22 – non occorreva nemmeno la sveglia – ma restava lì a rimuginare al buio per un paio d’ore. Prima delle nove si alzava e indossava una vestaglia di seta cinese con motivi floreali blu e argento – dai colori non troppo passiti che gli avrebbe messo tristezza, ma nemmeno troppo accesi che non era il caso – e beveva il suo caffè mezzo dolce in cucina, dove la signora Uguale combatteva coi fornelli da ore. Eccetto che per frasi di circostanza, hai dormito?, sì abbastanza bene grazie, cosa stai preparando?, il pranzo, i due si ignoravano. Poi sbocconcellando una galletta usciva in veranda. E si guardava intorno. Vedeva case uguali alla sua, dove uomini come lui stavano fuggendo in veranda dagli odori della cucina, troppo aggressivi. Probabilmente indossavano una vestaglia come la sua, e come lui stavano pensando a niente. Poi tutti quegli uomini, identici a lui, si sarebbero accomodati su una sedia con lo schienale di paglia, oppure di plastica bianca, e avrebbero cominciato a leggere il giornale lasciato qualche ora prima da un ragazzo sottopagato. La confidenza per l’esistenza di questa comunità invisibile, eppur molto presente nella vita del signor Uguale, conferiva in lui un senso di appartenenza che aveva i suoi codici non dichiarati, i propri riti non manifesti e le sue regole non scritte. Regole eppure ferree, perché il monitoraggio di cui si sentiva fatto oggetto, gli faceva comprendere che solo il rispetto dei rigidi canoni attraverso i quali si snodava il fluire delle loro esistenze consentiva di fruire di una serie di innegabili vantaggi. Sentiva nitidamente che tutti gli uomini, che come lui, con una vestaglia poco appariscente, quelli che stavano sedendosi sulla sedia di vimini per leggere il giornale, e quelli con le mani sporche di grasso affaccendati nell’inutile manutenzione della macchina, ancorché le mogli che, come la signora Uguale, facevano sfrigolare oggetti misteriosi nelle casseruole bisunte di tutte quelle cucine, ebbene costoro erano lì per lui. Essi partecipavano al racconto collettivo della cui ripetizione abbisognava più di qualsiasi altra cosa. Ogni oggetto assumeva una forma, un colore e una verosimiglianza solo perchéin quanto veniva ripetuta nelle rappresentazioni, nei gesti, nelle ambizioni e persino nelle frustrazioni di quel consorzio. Cos’era per esempio “il lavoro”? Era quella determinata cosa nella quale aveva bisogno di consolidarsi in una fede certa che lo facesse alzare tutte le mattine – alle seie22 – solo in quanto era così tutte per le altre persone. Oppure “la famiglia” era quella risorsa imprescindibile a cui attingere di continuo giusto perché lo era analogamente per tutte le famiglie che conosceva; e altrettanto era per i ricordi dell’anno di leva, la perniciosa coltivazione di un hobby, la passione per uno squadra o il congelatore che ininterrottamente rilasciava cubetti di ghiaccio, incardinato nella spessa parete del cucinino. Ogni cosa poteva consistere e avere una collocazione solo in quanto una molteplicità di interlocutori ne attestavano la dimensione collettiva, che non ammetteva falle. Il signor Uguale comprendeva bene cosa fosse ciò che dipendeva dall’adesione al rito. La posta in gioco era altissima; non era semplicemente “cosa” la realtà fosse, ma la possibilità stessa che questa potesse sussistere. La realtà, tanto quella personale quanto quella collettiva, poteva avere una forma razionale e riconoscibile a condizione che tutti gli adepti società perseverassero nella ripetizione del racconto. Nessuna deroga. Nessuna eccezione. Nessun vuoto poteva essere consentito, poiché anche una piccola crepa nell’impalcatura di una diga determina presto o tardi la tracimazione del suo devastante contenuto nella valle sottostante. Se in una rappresentazione teatrale, uno solo degli attori comincia a incespicare, a dimenticare le battute, è lo spettacolo intero a perdere di valore. Non esisteva un tutto che prescindesse dalle parti. Se qualcuno avesse punto a capo messo fine al proprio contributo alla messinscena che con il levar del sole poteva ricominciare, allora sarebbe stata la realtà medesima a rovesciarsi nell’assurdo e nell’incomprensibile. In quel momento i fantasmi più spaventosi avrebbero rivendicato un corpo e si sarebbero presentati a chieder conto di come li si fosse potuti recintare nell’oblio. La vita si sarebbe trasformata nel peggiore degli incubi, e l’esistenza di ogni cosa sarebbe stata trascinata nelle orbite vacue del nulla. Certo, la pantomima prevedeva un livello di plausibilità con cui occultare il congegno, poiché se la sutura fosse stata visibile, avrebbe perso la sua efficacia, tanto quanto un prestigiatore che si esibisca mostrando i trucchi necessari per il suo mestiere. Allora ecco che ognuno degli attori sul palcoscenico doveva necessariamente difendere, in fede più che buona, la particolarità delle proprie scelte o quanto fosse il percorso di ognuno irriducibile a quello di chiunque altro. Un trucco questo la cui riuscita era sostenibile solo perché la apparenza delle reciproche individualità, che faceva capolino ovunque nei messaggi della televisione o della pubblicità, quando non consisteva nella identità dei gesti era però blindata nella totale simmetria delle anguste bocce di vetro dove ogni pesciolino rosso poteva nuotare, a suo dire, nella direzione che meglio gli aggradava.

Come va dottore? Eh quest’anno mi sa che non vinciamo nulla. Guardi, se non dormo otto ore per notte divento idrofobo. A parer mio i politici sono tutti uguali: belle parole finché non si fanno eleggere, poi ognuno si fa i fatti propri, punto e basta! Tra un po’ per comprare la benzina dovremo vendere le otturazioni d’oro dei denti.

Ogni persona di quel mondo sapeva sempre quale fosse l’argomento più opportuno da intavolare, quale da evitare. Occorreva solo attenzione e ripetitività. Molta attenzione e molta ripetitività. Le conversazioni avevano questo significato: attivare i processi di riconoscimento reciproco, la presentazione delle parole segrete – che avevano il pregio di non cambiare mai – con cui si consentiva all’altro di superare il muro invisibile eretto in difesa del sacro ordine della normalità, dai costanti tentativi di intrusione dell’eccessivo, del tenebroso, dall’euforia e dalla depressione, da ciò che era spaventoso e ciò che era incontrollabile. Questo l’immane compito delle vestali del fuoco arcano: difendere se stessi e l’Universo dall’invasione di ciò la cui sola esistenza avrebbe potuto distruggere ogni opera fin lì costruita. L’autonarrazione funzionava quasi perfettamente perché, pur non consentendo nessuna defezione, poteva assorbire un certo livello di criticità, anche se solo per un breve lasso di tempo. Che tutti gli attori potessero essere al 100% dell’efficienza richiesta era inconcepibile per qualsiasi recita, così come per questa. Accadeva cioè che, quando qualcuno degli interpreti vivesse una situazione problematica e non fosse in grado di rispondere così come la collettività esigeva, la fitta trama delle relazioni fosse allora in grado di sopperire provvisoriamente a quel buco, e di rattopparlo con un miglioramento delle performance di quelli che si mantenevano risoluti e fedeli al compito assegnato. Si costituiva così una mutuevole forma di assistenza, spesso involontaria, nella quale ognuno si rendeva disponibile a sopperire alle mancanze degli altri, non escludendo la possibilità di essere anch’egli un giorno bisognoso di quell’aiuto. Un po’ come una compagnia teatrale si dispone a una recitazione intuitiva in grado di mimetizzare le amnesie del primo attore, se questo reduce da una serata allegra, non si è ancora ripreso. Quando qualcosa di simile succede gli spettatori escono dal teatro a notte fonda senza essersi neppure accorti del marchingegno. Certo questo poteva accadere solo ed esclusivamente se il danno causato non fosse troppo grande, e se la falla fosse stata riparate in un tempo breve. Altrimenti, tanto nella compagnia teatrale, dove l’attore sarebbe stato rimosso dal suo ruolo, così nel consesso umano dove il signor Uguale abitava l’individuo che avesse perduto aderenza con le aspettative che la comunità aveva riposto su di lui, sarebbe stato dapprima compatito, poi commiserato, emarginato e infine, almeno per quelli più recalcitranti a tornare in asse, sarebbe stato bandito da tutte le relazioni che contavano. Potrà sembrare cinico, ingiusto o poco compassionevole, ma la macchina sociale non avrebbe potuto sopportare emorragie nel proprio seno, e aveva quindi il dovere di espungere dalle reni i calcoli di chi non era riuscito o non aveva voluto conformarsi ai compiti assegnati. Fuori o dentro: era semplice l’alternativa! Quelli fuori ce li aveva ben presente il signor Uguale. Persone che avevano perduto – certo per noncuranza o irresponsabilità – il lavoro o la famiglia, i due pilastri del sistema. Magari entrambe le cose, e vagavano ora ai margini dell’esistenza, divenuti trasparenti per coloro che furono loro amici.

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