Alla fine lo perdonò. O quantomeno se ne fece una ragione. L’avere avuto egli, John Ronald Reuel Tolkien, un così significativo ruolo nella conversione al cristianesimo di una delle menti più brillanti del XX secolo, avere gongolato come ogni buon proselita cristiano per avere radunato al gregge una eccellente pecorella perduta per poi vedersi soffiare da sotto il naso il risultato, non deve averla presa troppo bene. Nonostante il suo impegno, a discapito di una amicizia intensa che legò i due scrittori specialmente durante gli anni ’30 del XX secolo, l’impresa di traghettare Clive Staples Lewis- Jack per il fratello Warnie e i più stretti sodali- dalle sponde ostili dell’ateismo iconoclasta verso i lidi del cattolicesimo romano, si arrestò quando il padre de ‘Le lettere di Berlicche’ non si allontanò dalle rive del Tamigi bagnate dal credo di Enrico VIII. Tutto cominciò ad Oxford, quando i due letterati insegnavano filologia la mattina, e si ritiravano a fumare lunghe boccate di pipa e a bere sorsate di cherry o di birra rigorosamente scura la sera, approfittando di avere un parterre così illustre per leggere i propri componimenti letterari. Attorno ai due si creò un gruppo di gaudenti letterati che prese il nome di Inklings che prosperò fino alle prime sinistre luci dei bombardamenti voluti da Goering su Londra. In questo straordinario circolo le anime blandamente inquiete di Tolkien e Lewis si fecero fecondare da due delle loro opere più importanti, la trilogia de Il Signore degli Anelli per quanto riguarda Tolkien e quella del pianeta silenzioso per Lewis.
Ma per rappresentare quale incontro vi sia potuto essere tra queste due straordinarie menti del ventesimo secolo, valga l’episodio del 1931, quando una sera di aprile, camminando nell’aria frizzantina del Magdalen’s Park di Oxford, Lewis confidò all’amico John la propria stima, ma anche la disillusione con la quale egli guardava ai temi trattati delle fiabe, definendoli “bugie dorate”. Ma il più maturo autore de Lo Hobbit ribadì che esse non erano affatto bugie, ma “mitopoiesi” ovvero il modo attraverso il quale nei secoli l’uomo si era accostato attraverso l’immaginazione al mondo soprasensibile. Un centinaio di metri più avanti ancora Lewis, roso da qualche tarlo interiore, domandò all’amico cosa lo avesse fatto permanere nel cristianesimo, un’altra bugia dorata; ma lui rispose che in fondo anche quella del nazareno era una mitopoiesi, solo che il narratore era Dio stesso il quale per scrivere il suo racconto aveva usato le pagine della storia umana. Non è dato saperlo con certezza, ma forse fu questa la spintarella finale che portò Jack alla fede nel Risorto, e at last but not at least alla redazione delle Cronache di Narnia e di altre fiabe.
Con i venti della guerra cessò anche la frequentazione di John e Jack, nonché per Tolkien l’esperienza alla cattedra di filologia ad Oxford. Non la stima e non l’affetto.
Non cessò neppure l’entusiastica adesione al cristianesimo di Jack Lewis, che continuò con impareggiabile acume e zelo a tenere conferenze nei confini del regno per far conoscere la genuinità della propria fede. Il suo castello di convinzioni era solido, e lo condusse fin verso la fine della sua esperienza di vita, quando negli ultimi anni, con la virulenza di una tempesta che colpisce chi ha vissuto sempre sotto un sole tropicale e si prepara ad un autunno pacato, giunse l’amore per una donna, la poetessa Joy Gresham, che- atea, ebrea, comunista e americana- aveva poco da spartire con le cerimonie per il tè delle cinque, o le gare di canottaggio sulle sponde del Cherwell. Una donna venuta da lontano, ma la cui cifra era già impressa nel destino di Jack, la cui autobiografia si chiama “Surprised by the Joy” (Sorpreso dalla Gioia).
Fu un amore maturo, quasi senile, in cui l’algido accademico oxfordiano ebbe accesso a parti della propria umanità fin lì sottilmente occultate. E sperimentò, ascoso e brutale, cose fosse il dolore quando Joy morì per un tumore alle ossa.
Quello fu il momento in cui la fede di Lewis, tanto faticosamente guadagnata, vacillò. Con la consueta meticolosità registrò anche questa ultima fase della propria esistenza tenendo una penna in mano. E’ di questi anni il suo Diario di un dolore, in cui Jack esplora con l’integrità intellettuale che lo contrassegnò fino alla fine, il sasso amaro della sofferenza, e della apparente perdita di senso della realtà.
Ma la penna non fu come altre volte il taumaturgo del cuore cui egli abbisognava. E un pomeriggio di tardo autunno, dopo avere salutato Warnie in cucina, salì “per un sonnellino” e non si risvegliò più.
Morì il 22 novembre 1963, proprio mentre da una libreria di Dallas Lee Oswald sparò il colpo che fece esplodere la testa di Kennedy e a Los Angeles Aldous Huxley chiese per iscritto alla moglie di iniettargli gli 100 milligrammi acido lisergico per superare un’ultima volta da vivo le porte della percezione e della morte, la quale quieta aveva già lambito le sue estremità.