Un altro attentato. Le sirene spiegate, oramai tristemente familiari, le immagini concitate, le foto segnaletiche, la penosa conta delle vittime, le indagini morbose e i sospetti proiettati in ogni direzione. Ciò che sta andando in scena a Bruxelles è un teatrino tristemente conosciuto, con gli esponenti delle istituzioni a berciare lo stesso refrain stonato di sempre. Tutti a tirare il bavero dell’opinione pubblica della propria parte, perché nulla come un attentato può incanalare acque reflue verso il proprio mulino. E’ l’attitudine a lucrare soprattutto sul dolore uno dei momenti più torbidi di ogni guerra. Le vittime finiscono per ingrossare, da vive le brigate vacue di una causa mai realmente voluta, ora validando con il sangue i teoremi di qualcuno cui non importa nulla di loro. Carne da cannone, messa al centro dalle bocche di fuoco dell’Isis da una parte, e quella del cosiddetto “fuoco amico” che vomita palle di carta e piombo dall’altra. Politologi frustrati, carneadi del carrozzone parlamentare, scimmie ammaestrate al soldo dei maître à penser, lubricamente interessati alle fluttuazioni dell’opinione pubblica, agli ascolti e allo share.
Eppure nella difformità (ed enorme prevedibilità) delle valutazioni, qualcosa rimane invisibile, nascosto in piena vista.
Sbirciamo pigramente la cartine della Siria, osserviamo allusivi i confini di Iraq e Iran, alla ricerca della toponomastica del terrore, del luogo da cui provengono le nefandezze che ci spaventano di più. Googliamo il nome di un carnefice affinché la nostra necessità di rappresentare il male trovi adeguata soddisfazione. Immaginiamo quali siano le frontiere da rafforzare, i muri da erigere, gli sbarramenti da opporre, i quadranti da colpire, affinché il flusso del terrore non ci debba più raggiungere. Ma è una ricerca inutile, perché insiste sul luogo sbagliato. I giornalisti, eternamente alla ricerca di scorciatoie e semplificazioni, pronti a sdoganare tutti gli stereotipi necessari, hanno escogitato una immagine molto interessante: lotta al terrore.
Tre parole, semplici e scarne, in grado tuttavia di attivare memi ancestrali, che descrivono i vissuti della stragrande maggioranza dei lettori, esacerbando una somma di processi, come la percezione di essere in guerra, di avere a che fare con un nemico invisibile, e di dover fare tutto ciò che è necessario per non doversi sentire mai più altrettanto vulnerabili. Ma proprio il ricorso alla parola terrore indica quanto il processo sia ancora abborracciato e parziale, e perciò ancora più pericoloso, poiché non ne siamo consapevoli, e al buio si finisce per colpire indiscriminatamente qualsiasi cosa.
Il terrore appartiene infatti a chi gli attentati li subisce e non a chi li pianifica e realizza. La dicono bene quei giornalisti, perché il vero problema non è difendersi dai terroristi, ma dal terrore. Il terrore non ha volto, non ha carne né biografia, non ha consistenza, eppure ha il potere più grande si possa immaginare. Perché il terrore non è – per definizione, vorrei sottolineare – fuori, ma dentro l’osservatore spaventato. Come i registi dei film Horror che mostrano la creatura che per due ore ha dilaniato, squartato e dilaniato le vittime (e per osmosi psichica anche coloro che si siedono sulle poltroncine davanti allo schermo) solamente alla fine, perché ciò che attanaglia è proprio la necessità paradossale di dare un volto all’invisibile, di rappresentare l’irrappresentabile. Che cosa vogliono veramente i terroristi? E qual è il terreno sul quale ottengono invariabilmente la loro vittoria? L’obiettivo non è di certo una prevalenza strategica o militare ma, appunto, quella di suscitare il terrore. Prendiamo i kamikaze così drammaticamente attuali. E’ troppo limitata la rappresentazione un gesto così estremo attraverso il premio di un paradiso popolato da vergini, e dove scorrono fiumi di latte. L’attentatore suicida vive i suoi ultimi istanti adoperando un rovesciamento concettuale, tradotto nel lugubre slogan di Mohamed Deif qualche anno fa: “Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita.” Non solo disobbedisce al principio giudaico cristiano dell’amore per il prossimo, ma lo ribalta nella terribile confutazione del principio di autoconservazione. E in questo consegue la sua vittoria, per dir così, a priori. Perché nel confronto di poteri – ogni guerra, non importa se combattuta coi comunicati stampa o i kalashnikov, lo è – chi riesce a superare l’istinto di sopravvivenza, ha già vinto, quale che siano gli esiti successivi. Ecco da dove viene il terrore: confrontarsi con un nemico che stabilisce un primato morale (nel senso etimologico della parola), anche se lo deve pervertire nella reciprocità della distruzioni. Il terrorista è un eroe lurido, nonché un martire osceno, e la sua oscenità ci fa sentire particolarmente indifesi, perché non c’è metal detector che possa fermare un odio così apparentemente viscerale, nessuna barriera sufficientemente alta, nessuna salvaguardia abbastanza efficace.
Anche un altro dettaglio viene sistematicamente evitato dagli osservatori, ovvero che il conseguimento di un atteggiamento così estremo non ha una matrice esclusivamente ideologica, religiosa oppure geopolitica – tutte dinamiche riscontrabili, ancorché nessuna realmente decisiva, né individualmente né collettivamente – ma mediatica. Se l’obiettivo tautologico dei terroristi è quello di provocare il terrore, il fine coincide con il medium attraverso cui lo si persegue, e la visibilità diventa il principale obiettivo. Il paradosso nel paradosso è che se si volesse sconfiggere il terrorismo, occorrerebbe non essere terrorizzati, così come un amico burlone viene disincentivato a proseguire in uno scherzo di cattivo gusto molto più dall’indifferenza che dalle contromisure. Per sconfiggere chi entra in una stazione della metropolitana con un gilet carico di esplosivo occorrerebbe eguagliarlo non nella gara alla crudeltà, ma in quella dell’indifferenza.
Si dovrebbe opporre ai membri di Daesh una controcultura dove la nostra disaffezione alla vita sia simmetrica al loro amore per la morte, e allora gli attentati diventerebbero improvvisamente superflui. Ma non si può; un obiettivo di questa portata non è, per la natura stessa delle dinamiche arcaiche che si vanno a toccare, realmente perseguibile. Tuttavia qualcosa si potrebbe fare, e se non rendere inefficaci i kamikaze si potrebbe restituire una remunerativa inferiore alla loro azione. Sarebbe sufficiente non lucrare – noi stessi – sull’endorsement del male, continuare a costruire fortune politiche intorno alla sovraesposizione dell’odio e della paranoia, sulla ricerca dei capri espiatori, che sono malattie caratteristiche dell’occidente e non importate dall’Islam. Dovremmo provare a creare immaginari differenti dai serbatoi dove attingiamo ogni giorno.
Vogliamo scoprire la cartina del terrore? Ebbene, smettiamo di far scorrere un dito sull’atlante e proviamo piuttosto a guardare uno specchio. A “riflettere” un po’ di più. Se vogliamo fare un’istantanea dell’horror vacui, allora potremmo a rendere utile la nostra propensione per i selfie. E se non possiamo contrapporre l’indifferenza all’odio, allora dobbiamo provare un paradosso ancora più grande: amare i carnefici quanto le loro vittime. Questo, credo, sia il significato della parola integrazione. L’unica in grado di disarmare un assassino. Nel tempo.