L’omicidio di Roma e “La Croce” armata di Adinolfi

Due giovani, strafatti di coca e psicofarmaci, sono curiosi di vedere che sensazioni dia procurare la morte. Detto, fatto. Chiamano Luca Varani – Luca non era gay, prossimamente la canzone di Povia – un etero in cerca di soldi facili, e lo sgozzano, lo colpiscono con il martello, e lo finiscono infilando una lama nel cuore.

Un fatto atroce, che tocca le sfere più profonde della psiche umana. Le categorie della follia, ancorché occasionale, la violenza “tradizionale”, i giovani che hanno troppi soldi in tasca, e le mezze stagioni che non tornano più, si rivelano inadeguate. Questa morte tocca corde assai più profonde di quelle visibili, e percuote come una cassa di chitarra la società dalle sue fondamenta. Un fatto che per il tipo di implicazioni trascende i tradizionali contenitori della comunicazione. A molti altri – purtroppo – abbiamo fatto l’abitudine, e persino l’Isis e il suoi adepti per crearci lo scompiglio interiore devono superare di volta in volta i traguardi appena assegnati. La vicenda di Marco Prato, Manuel Foffo – i carnefici – e della citata vittima toccano vertici del male e della sua traduzione storica, ritenuti sino a ieri irraggiungibili, avventandosi come un rapace sulle nostre pingui aspettative di stabilità sociale.

Prendiamo i virgolettati da un giornale qualsiasi. Dice Marco Prato:

Anche in passato avevo avuto un momento in cui volevo far del male a una persona, non so come questo maturasse tra me e me, ma non ho mai pensato potesse concretizzarsi.

Il desidero di fare del male, in quanto male, privo cioè dell’ingrediente fondamentale dei libri gialli, ovvero il movente, è una realtà che persino il lessico giuridico non è ancora pronto a recepire, fermandosi ai “futili motivi”, che prefigurano piuttosto una motivazione debole. Per questo tipo di male manca ancora l’engramma. Vi troviamo sacche psicotiche – Marco dice di non sapere come il pensiero maturasse – ma non misconosce che quel pensiero sia periodicamente affiorato alla coscienza. Differentemente da un folle tradizionale non si limita a non sapere, ma rivela un certo livello di accondiscendenza. Questa penombra della coscienza viene ribadita in un altro passaggio, ancora più drammatico:

Mentre lo colpivamo non provavo piacere però non ero in grado di fermarmi anche se ho avuto dei momenti in cui provavo vergogna per quello che facevo.”

Il godimento pianificato non è recepito, tuttavia l’ostinazione impedisce a Marco di recedere dal proposito. Molto importante ancora il passaggio sulla vergogna, sperimentata anche se in modo non decisivo. La vergogna, dice Darwin, è il contrassegno dell’umanità. Si prova vergogna per un proprio gesto, per lo sguardo introiettato di qualcun altro, ma anche e soprattutto perché esiste una prerogativa empatica del nostro essere, per cui quando e se mi accorgo che un mio simile soffre a causa mia, cerco di fermarmi, e mi vergogno se non ci riesco. Qui l’origine autentica della morale, e non la coerenza con decaloghi eteronomi o filosofie pretenziose. L’altro è Altro, e io non voglio che soffra. Questa l’origine (anche giurisprudenziale) dell’invito evangelico ad “amare il prossimo come se stessi.” Perché il “come” apre l’orizzonte dell’empatia medesima. Io posso sentire l’Altro interiormente.

Anche in Marco la dinamica scatta, ma è fiacca, svilita dalle droghe. Tuttavia non sono le droghe a uccidere, poiché la maggior parte dei cocainomani non uccide, oppure non con questo distacco. Come fiacco è il senso di colpa di Manuel, che “tenta” il suicidio, ma non riesce a portarlo a termine.

Lo svilimento ha però radici e dimensioni che trascendono l’episodio, e riguardano la nostra società in quanto tale.

La vergogna diventa inefficace a causa del suo abuso. Come un farmaco, somministrato ininterrottamente per anni, perde progressivamente il suo spettro d’azione, così gli appelli a vergognarsi, sollecitati a oltranza dal linguaggio ordinario della politica e dei mass-media, si sdrucisce, esaurisce la presa e produce una assuefazione cui le menti più fragili sono le prime ad arrendersi. Si diventa progressivamente immuni alle droghe, all’alcol, alle emozioni più estreme finanche alla violenza. L’Altro, allontanato dagli schermi di un monitor, diventa un satellite alla deriva, distante dalle traiettorie della coscienza. La prossimità viene cercata solo attraverso una curiosità malata e pervertita.

Ne ha fatto una splendida analisi Luigi Zoja ne “La morte del prossimo.”

La trasformazione è in atto. Sotto le faglie della società la tettonica del profondo si muove, causando evoluzioni antropologiche di cui fanno parte tutti, e non solo quelli che forniscono titoli ai giornali, ma anche quelli che ne riempiono di acredine le pagine Un destino che accomuna quanti erigono barricate, e rende “prossimi” involontari quelli che si vorrebbero più distanti.

Siamo in un’epoca paranoide, dove gli unici registri adottati dai media e dalla politica sono l’indignazione e il linciaggio, la ricerca sistematica d capri espiatori, dove agli avversaari si augurano le peggio cose.

Il giornale trasuda delitto”,

aveva scritto Baudelaire, perché è esattamente nella comunicazione che l’Altro viene delegittimato, allontanato a priori, e le sue istanze diventano irricevibili.

Accade di continuo, e senza eccezioni. Ci qualifichiamo per coloro cui ci contrapponiamo, e non per la nostra capacità di accoglienza. Dalla destra alla sinistra, dagli extracomunitari a Berlusconi, viviamo in un mondo “pieno di nemici” e di inimicizia. L’unica cosa nella quale siamo diventati straordinariamente bravi è quella di esautorare gli interlocutori, e di rendere dannatamente sdrucciolevole e impervia la strada cui tentare un avvicinamento.

E se questa è la prassi, farlo nel nome della Croce è tuttavia molto più grave. Mario Adinolfi che della tastiera del pianoforte ha preso a suonare un unico tasto, ha rivolto la consueta morbosa curiosità al fatto di cronaca e, prevedibilmente, ha trovato il pretesto. Dice fumoso in un tweet che il delitto è maturato nella “galassia gay”, trovando quindi altro propellente per le Guerre Stellari che, come un adiposo Jedi, da tempo combatte.

Fingendo uno stupore peloso Adinolfi non dice – dice di non voler dire – che gli assassini siano gay, e per la proprietà transitiva che i gay siano assassini, ma che Marco e Manuel lo erano, e si domanda come mai gli altri giornali non si siano soffermati su un particolare così importante. Come mai hanno dimenticato che l’ultimo post su Facebook del povero Luca irridesse alle unioni civili? Non è interessato se Marco e Manuel fossero tifosi della Lazio, vegetariani, amassero il teatro o avessero fatto la prima comunione, mentre da navigato fariseo si stupisce che le priorità degli altri possano essere diverse dalle sue. Vìola le bindelle che cintano la scena del delitto, a creare un martire improbabile della sua causa nel sangue non ancora raggrumato, e deporre un impudico vessillo tra le sagome della polizia scientifica. Una cosa normale in un’epoca terribile e spietata come la nostra. Ma con un’aggravante, perché Adinolfi dirige un giornale ispirato a un simbolo che aborrisce quel modo di trattare chiunque altro. Perché sulla Croce, quella di legno e chiodi e non su quella di carta e piombo, Cristo ci si è fatto appendere, e non ha pervicacemente tentato di appenderci gli altri. Perciò, per carità, liberi tutti, ma se Mario Adinolfi vuole imbastire le sue “crociate” (questa attribuzione è più pertinente) contro finocchi, mori e marrani del XXI secolo, alla spazzatura siamo abituati, e tollereremo anche l’ingombro della sua. Ma se volesse cambiare il nome del suo quotidiano in qualcosa di diverso, non smetteremo mai di essergliene grati. Perché non ne abbia a dubitare: la Croce, la mia Croce (dove per mia non intendo affatto che mi appartenga, ma un rapporto per cui continuerò a guardarla da vicino o da lontano, nonostante le sordide crociate di quelli come lui) è un’altra cosa. E il problema di Luca Varani non è stato che fosse amato da persone dello stesso sesso, ma al contrario, che non siano riusciti mai ad amarlo. Nemmeno per un istante.

Lascia un commento