LA TOPOGRAFIA DEL TERRORE

Un altro attentato. Le sirene spiegate, oramai tristemente familiari, le immagini concitate, le foto segnaletiche, la penosa conta delle vittime, le indagini morbose e i sospetti proiettati in ogni direzione. Ciò che sta andando in scena a Bruxelles è un teatrino tristemente conosciuto, con gli esponenti delle istituzioni a berciare lo stesso refrain stonato di sempre. Tutti a tirare il bavero dell’opinione pubblica della propria parte, perché nulla come un attentato può incanalare acque reflue verso il proprio mulino. E’ l’attitudine a lucrare soprattutto sul dolore uno dei momenti più torbidi di ogni guerra. Le vittime finiscono per ingrossare, da vive le brigate vacue di una causa mai realmente voluta, ora validando con il sangue i teoremi di qualcuno cui non importa nulla di loro. Carne da cannone, messa al centro dalle bocche di fuoco dell’Isis da una parte, e quella del cosiddetto “fuoco amico” che vomita palle di carta e piombo dall’altra. Politologi frustrati, carneadi del carrozzone parlamentare, scimmie ammaestrate al soldo dei maître à penser, lubricamente interessati alle fluttuazioni dell’opinione pubblica, agli ascolti e allo share.

Eppure nella difformità (ed enorme prevedibilità) delle valutazioni, qualcosa rimane invisibile, nascosto in piena vista.

Sbirciamo pigramente la cartine della Siria, osserviamo allusivi i confini di Iraq e Iran, alla ricerca della toponomastica del terrore, del luogo da cui provengono le nefandezze che ci spaventano di più. Googliamo il nome di un carnefice affinché la nostra necessità di rappresentare il male trovi adeguata soddisfazione. Immaginiamo quali siano le frontiere da rafforzare, i muri da erigere, gli sbarramenti da opporre, i quadranti da colpire, affinché il flusso del terrore non ci debba più raggiungere. Ma è una ricerca inutile, perché insiste sul luogo sbagliato. I giornalisti, eternamente alla ricerca di scorciatoie e semplificazioni, pronti a sdoganare tutti gli stereotipi necessari, hanno escogitato una immagine molto interessante: lotta al terrore.

Tre parole, semplici e scarne, in grado tuttavia di attivare memi ancestrali, che descrivono i vissuti della stragrande maggioranza dei lettori, esacerbando una somma di processi, come la percezione di essere in guerra, di avere a che fare con un nemico invisibile, e di dover fare tutto ciò che è necessario per non doversi sentire mai più altrettanto vulnerabili. Ma proprio il ricorso alla parola terrore indica quanto il processo sia ancora abborracciato e parziale, e perciò ancora più pericoloso, poiché non ne siamo consapevoli, e al buio si finisce per colpire indiscriminatamente qualsiasi cosa.

Il terrore appartiene infatti a chi gli attentati li subisce e non a chi li pianifica e realizza. La dicono bene quei giornalisti, perché il vero problema non è difendersi dai terroristi, ma dal terrore. Il terrore non ha volto, non ha carne né biografia, non ha consistenza, eppure ha il potere più grande si possa immaginare. Perché il terrore non è – per definizione, vorrei sottolineare – fuori, ma dentro l’osservatore spaventato. Come i registi dei film Horror che mostrano la creatura che per due ore ha dilaniato, squartato e dilaniato le vittime (e per osmosi psichica anche coloro che si siedono sulle poltroncine davanti allo schermo) solamente alla fine, perché ciò che attanaglia è proprio la necessità paradossale di dare un volto all’invisibile, di rappresentare l’irrappresentabile. Che cosa vogliono veramente i terroristi? E qual è il terreno sul quale ottengono invariabilmente la loro vittoria? L’obiettivo non è di certo una prevalenza strategica o militare ma, appunto, quella di suscitare il terrore. Prendiamo i kamikaze così drammaticamente attuali. E’ troppo limitata la rappresentazione un gesto così estremo attraverso il premio di un paradiso popolato da vergini, e dove scorrono fiumi di latte. L’attentatore suicida vive i suoi ultimi istanti adoperando un rovesciamento concettuale, tradotto nel lugubre slogan di Mohamed Deif qualche anno fa: “Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita.” Non solo disobbedisce al principio giudaico cristiano dell’amore per il prossimo, ma lo ribalta nella terribile confutazione del principio di autoconservazione. E in questo consegue la sua vittoria, per dir così, a priori. Perché nel confronto di poteri – ogni guerra, non importa se combattuta coi comunicati stampa o i kalashnikov, lo è – chi riesce a superare l’istinto di sopravvivenza, ha già vinto, quale che siano gli esiti successivi. Ecco da dove viene il terrore: confrontarsi con un nemico che stabilisce un primato morale (nel senso etimologico della parola), anche se lo deve pervertire nella reciprocità della distruzioni. Il terrorista è un eroe lurido, nonché un martire osceno, e la sua oscenità ci fa sentire particolarmente indifesi, perché non c’è metal detector che possa fermare un odio così apparentemente viscerale, nessuna barriera sufficientemente alta, nessuna salvaguardia abbastanza efficace.

Anche un altro dettaglio viene sistematicamente evitato dagli osservatori, ovvero che il conseguimento di un atteggiamento così estremo non ha una matrice esclusivamente ideologica, religiosa oppure geopolitica – tutte dinamiche riscontrabili, ancorché nessuna realmente decisiva, né individualmente né collettivamente – ma mediatica. Se l’obiettivo tautologico dei terroristi è quello di provocare il terrore, il fine coincide con il medium attraverso cui lo si persegue, e la visibilità diventa il principale obiettivo. Il paradosso nel paradosso è che se si volesse sconfiggere il terrorismo, occorrerebbe non essere terrorizzati, così come un amico burlone viene disincentivato a proseguire in uno scherzo di cattivo gusto molto più dall’indifferenza che dalle contromisure. Per sconfiggere chi entra in una stazione della metropolitana con un gilet carico di esplosivo occorrerebbe eguagliarlo non nella gara alla crudeltà, ma in quella dell’indifferenza.

Si dovrebbe opporre ai membri di Daesh una controcultura dove la nostra disaffezione alla vita sia simmetrica al loro amore per la morte, e allora gli attentati diventerebbero improvvisamente superflui. Ma non si può; un obiettivo di questa portata non è, per la natura stessa delle dinamiche arcaiche che si vanno a toccare, realmente perseguibile. Tuttavia qualcosa si potrebbe fare, e se non rendere inefficaci i kamikaze si potrebbe restituire una remunerativa inferiore alla loro azione. Sarebbe sufficiente non lucrare – noi stessi – sull’endorsement del male, continuare a costruire fortune politiche intorno alla sovraesposizione dell’odio e della paranoia, sulla ricerca dei capri espiatori, che sono malattie caratteristiche dell’occidente e non importate dall’Islam. Dovremmo provare a creare immaginari differenti dai serbatoi dove attingiamo ogni giorno.

Vogliamo scoprire la cartina del terrore? Ebbene, smettiamo di far scorrere un dito sull’atlante e proviamo piuttosto a guardare uno specchio. A “riflettere” un po’ di più. Se vogliamo fare un’istantanea dell’horror vacui, allora potremmo a rendere utile la nostra propensione per i selfie. E se non possiamo contrapporre l’indifferenza all’odio, allora dobbiamo provare un paradosso ancora più grande: amare i carnefici quanto le loro vittime. Questo, credo, sia il significato della parola integrazione. L’unica in grado di disarmare un assassino. Nel tempo.

L’omicidio di Roma e “La Croce” armata di Adinolfi

Due giovani, strafatti di coca e psicofarmaci, sono curiosi di vedere che sensazioni dia procurare la morte. Detto, fatto. Chiamano Luca Varani – Luca non era gay, prossimamente la canzone di Povia – un etero in cerca di soldi facili, e lo sgozzano, lo colpiscono con il martello, e lo finiscono infilando una lama nel cuore.

Un fatto atroce, che tocca le sfere più profonde della psiche umana. Le categorie della follia, ancorché occasionale, la violenza “tradizionale”, i giovani che hanno troppi soldi in tasca, e le mezze stagioni che non tornano più, si rivelano inadeguate. Questa morte tocca corde assai più profonde di quelle visibili, e percuote come una cassa di chitarra la società dalle sue fondamenta. Un fatto che per il tipo di implicazioni trascende i tradizionali contenitori della comunicazione. A molti altri – purtroppo – abbiamo fatto l’abitudine, e persino l’Isis e il suoi adepti per crearci lo scompiglio interiore devono superare di volta in volta i traguardi appena assegnati. La vicenda di Marco Prato, Manuel Foffo – i carnefici – e della citata vittima toccano vertici del male e della sua traduzione storica, ritenuti sino a ieri irraggiungibili, avventandosi come un rapace sulle nostre pingui aspettative di stabilità sociale.

Prendiamo i virgolettati da un giornale qualsiasi. Dice Marco Prato:

Anche in passato avevo avuto un momento in cui volevo far del male a una persona, non so come questo maturasse tra me e me, ma non ho mai pensato potesse concretizzarsi.

Il desidero di fare del male, in quanto male, privo cioè dell’ingrediente fondamentale dei libri gialli, ovvero il movente, è una realtà che persino il lessico giuridico non è ancora pronto a recepire, fermandosi ai “futili motivi”, che prefigurano piuttosto una motivazione debole. Per questo tipo di male manca ancora l’engramma. Vi troviamo sacche psicotiche – Marco dice di non sapere come il pensiero maturasse – ma non misconosce che quel pensiero sia periodicamente affiorato alla coscienza. Differentemente da un folle tradizionale non si limita a non sapere, ma rivela un certo livello di accondiscendenza. Questa penombra della coscienza viene ribadita in un altro passaggio, ancora più drammatico:

Mentre lo colpivamo non provavo piacere però non ero in grado di fermarmi anche se ho avuto dei momenti in cui provavo vergogna per quello che facevo.”

Il godimento pianificato non è recepito, tuttavia l’ostinazione impedisce a Marco di recedere dal proposito. Molto importante ancora il passaggio sulla vergogna, sperimentata anche se in modo non decisivo. La vergogna, dice Darwin, è il contrassegno dell’umanità. Si prova vergogna per un proprio gesto, per lo sguardo introiettato di qualcun altro, ma anche e soprattutto perché esiste una prerogativa empatica del nostro essere, per cui quando e se mi accorgo che un mio simile soffre a causa mia, cerco di fermarmi, e mi vergogno se non ci riesco. Qui l’origine autentica della morale, e non la coerenza con decaloghi eteronomi o filosofie pretenziose. L’altro è Altro, e io non voglio che soffra. Questa l’origine (anche giurisprudenziale) dell’invito evangelico ad “amare il prossimo come se stessi.” Perché il “come” apre l’orizzonte dell’empatia medesima. Io posso sentire l’Altro interiormente.

Anche in Marco la dinamica scatta, ma è fiacca, svilita dalle droghe. Tuttavia non sono le droghe a uccidere, poiché la maggior parte dei cocainomani non uccide, oppure non con questo distacco. Come fiacco è il senso di colpa di Manuel, che “tenta” il suicidio, ma non riesce a portarlo a termine.

Lo svilimento ha però radici e dimensioni che trascendono l’episodio, e riguardano la nostra società in quanto tale.

La vergogna diventa inefficace a causa del suo abuso. Come un farmaco, somministrato ininterrottamente per anni, perde progressivamente il suo spettro d’azione, così gli appelli a vergognarsi, sollecitati a oltranza dal linguaggio ordinario della politica e dei mass-media, si sdrucisce, esaurisce la presa e produce una assuefazione cui le menti più fragili sono le prime ad arrendersi. Si diventa progressivamente immuni alle droghe, all’alcol, alle emozioni più estreme finanche alla violenza. L’Altro, allontanato dagli schermi di un monitor, diventa un satellite alla deriva, distante dalle traiettorie della coscienza. La prossimità viene cercata solo attraverso una curiosità malata e pervertita.

Ne ha fatto una splendida analisi Luigi Zoja ne “La morte del prossimo.”

La trasformazione è in atto. Sotto le faglie della società la tettonica del profondo si muove, causando evoluzioni antropologiche di cui fanno parte tutti, e non solo quelli che forniscono titoli ai giornali, ma anche quelli che ne riempiono di acredine le pagine Un destino che accomuna quanti erigono barricate, e rende “prossimi” involontari quelli che si vorrebbero più distanti.

Siamo in un’epoca paranoide, dove gli unici registri adottati dai media e dalla politica sono l’indignazione e il linciaggio, la ricerca sistematica d capri espiatori, dove agli avversaari si augurano le peggio cose.

Il giornale trasuda delitto”,

aveva scritto Baudelaire, perché è esattamente nella comunicazione che l’Altro viene delegittimato, allontanato a priori, e le sue istanze diventano irricevibili.

Accade di continuo, e senza eccezioni. Ci qualifichiamo per coloro cui ci contrapponiamo, e non per la nostra capacità di accoglienza. Dalla destra alla sinistra, dagli extracomunitari a Berlusconi, viviamo in un mondo “pieno di nemici” e di inimicizia. L’unica cosa nella quale siamo diventati straordinariamente bravi è quella di esautorare gli interlocutori, e di rendere dannatamente sdrucciolevole e impervia la strada cui tentare un avvicinamento.

E se questa è la prassi, farlo nel nome della Croce è tuttavia molto più grave. Mario Adinolfi che della tastiera del pianoforte ha preso a suonare un unico tasto, ha rivolto la consueta morbosa curiosità al fatto di cronaca e, prevedibilmente, ha trovato il pretesto. Dice fumoso in un tweet che il delitto è maturato nella “galassia gay”, trovando quindi altro propellente per le Guerre Stellari che, come un adiposo Jedi, da tempo combatte.

Fingendo uno stupore peloso Adinolfi non dice – dice di non voler dire – che gli assassini siano gay, e per la proprietà transitiva che i gay siano assassini, ma che Marco e Manuel lo erano, e si domanda come mai gli altri giornali non si siano soffermati su un particolare così importante. Come mai hanno dimenticato che l’ultimo post su Facebook del povero Luca irridesse alle unioni civili? Non è interessato se Marco e Manuel fossero tifosi della Lazio, vegetariani, amassero il teatro o avessero fatto la prima comunione, mentre da navigato fariseo si stupisce che le priorità degli altri possano essere diverse dalle sue. Vìola le bindelle che cintano la scena del delitto, a creare un martire improbabile della sua causa nel sangue non ancora raggrumato, e deporre un impudico vessillo tra le sagome della polizia scientifica. Una cosa normale in un’epoca terribile e spietata come la nostra. Ma con un’aggravante, perché Adinolfi dirige un giornale ispirato a un simbolo che aborrisce quel modo di trattare chiunque altro. Perché sulla Croce, quella di legno e chiodi e non su quella di carta e piombo, Cristo ci si è fatto appendere, e non ha pervicacemente tentato di appenderci gli altri. Perciò, per carità, liberi tutti, ma se Mario Adinolfi vuole imbastire le sue “crociate” (questa attribuzione è più pertinente) contro finocchi, mori e marrani del XXI secolo, alla spazzatura siamo abituati, e tollereremo anche l’ingombro della sua. Ma se volesse cambiare il nome del suo quotidiano in qualcosa di diverso, non smetteremo mai di essergliene grati. Perché non ne abbia a dubitare: la Croce, la mia Croce (dove per mia non intendo affatto che mi appartenga, ma un rapporto per cui continuerò a guardarla da vicino o da lontano, nonostante le sordide crociate di quelli come lui) è un’altra cosa. E il problema di Luca Varani non è stato che fosse amato da persone dello stesso sesso, ma al contrario, che non siano riusciti mai ad amarlo. Nemmeno per un istante.

Dio, e il Dio di Giulietta

LA PAROLA DIO

 

“La parola Dio, non si concepisce mentre sfila lento il corteo, di esistenze apparentemente lisce.”

Enrico Ruggeri, “Nuovo Swing” (ndr, in realtà ci siamo concessi una piccola licenza letteraria, perché il testo della canzone usa la parola “addio”, e non “Dio”. Ne chiediamo scusa al cantautore milanese).

Si fa presto a non credere in Dio. Da una parte forse per colpa proprio degli oligopoli delle religioni, che hanno lucrato sui vantaggi derivanti da una rendita di posizione. Incassando però anche le cocenti sconfitte quando quella determinata immagine veniva avversata per una serie di ragioni, talvolta legittime.

Fin da bambini veniamo educati a rappresentarci Dio in un determinato modo, e nel corso degli anni lo teniamo stretto, lo svalutiamo, lo riponiamo in soffitta o lo recuperiamo da uno scaffale polveroso se le prove dell’esistenza sono troppo dure per viverne dispensati, ma sempre a partire da quella immagine. In una sequenza del film dei Simpson quando su Springfield si sta per abbattere una piaga apocalittica, si vedono gli etilisti del locale di Boe’s uscire dalla taverna e precipitarsi in chiesa, incrociando giusto per un istante i fedelissimi del reverendo Lovejoy che compiono lo stesso percorso, ma nella direzione opposta. La straordinaria ironia di Matt Groening ha qui raggiunto un punto altissimo, documentando quanto parziali fossero gli approcci di entrambe le fazioni alle questioni di fondo della esistenza umana. E almeno questo è il caso che due metà non fanno un intero.

Anche noi abbiamo imparato a intrallazzare in quella parzialità, sottovalutando quanto le prese di posizione successive ne fossero figlie. Se, ad esempio, siamo stati educati a pensare Dio come il vecchio con la fluente barba bianca, che da sopra le nuvole dispensa sorrisi e ammiccamenti, quasi inevitabile che diventando adulti si torni a rivisitare la maggiore o minore adeguatezza di quella rappresentazione ai propri vissuti. Inutile dire che nella maggioranza dei casi una immagine tanto puerile non tiene, quando le priorità della vita cambiano.

Ma è veramente Dio quello di cui ci di disfa tanto facilmente?

Proviamo a riflettere sulla parola “Dio”, evitando di connotarla per come- pur legittimamente- tutte le religioni ne hanno stabilito l’uso.

IL PERCHÉ DELLE COSE

“L’amore è Dio”, S. Agostino, Commento alla prima Lettera di Giovanni

Possiamo immaginare la parola Dio come una scatola vuota, che storicamente tutti i popoli e tutte le civiltà hanno riempito con una serie di contenuti. Oppure come un foglio bianco, dove ogni cultura e ogni tempo ha scarabocchiato a lungo. Non è l’oggetto di questa riflessione esprimersi su cosa vi sia effettivamente dentro la scatola, o dietro al foglio bianco. Ci interessa di più capire il perché si sia avvertita impellente l’esigenza di darvi un contenuto, o di disegnarvi sopra, perché senza risolvere questo problema ogni altro risuonerà come un pretesto.

Rappresentazioni individuali o collettive, con alterni tassi di arbitrarietà, e con una enorme quantità di differenze. Eppure se ci soffermiamo sulla scatola vuota, possiamo individuare un minimo comune multiplo, perché tutte quelle rappresentazioni trovano la propria giustificazione più profonda, l’essenza più intima, nel rispondere a un unico grande interrogativo. Ovvero “perché?”. Possiamo dire che, riducendo la questione all’essenziale, Dio è “il perché delle cose”. L’uso della minuscola è qui voluto perché finora non abbiamo esposto tesi particolarmente rivoluzionarie. Tuttavia se avessimo sottolineato l’essere Dio “il Perché” delle cose, avremmo già preso la famosa scatola piena di molti dei contenuti che la storia del pensiero occidentale ha meticolosamente appoggiato, secolo dopo secolo, al suo interno. Crediamo che si possa- e si debba- provare un percorso diverso, spogliando di tutti gli orpelli lasciati lì dalla inflazione cui questa parola è da sempre sottoposta. Si tratta di ritrovare un uso quasi “primitivo” della parola, senza l’appiattimento cui ha condotto l’uso comune e paradigmatico. Vorremmo anzi provare un ulteriore stratagemma linguistico. Non più “Dio è il perché delle cose” ma la formula rovesciata, ovvero “il perché delle cose è Dio”. Perché un perché ci vuole, un motivo per giustificare la propria presenza al mondo occorre, quale che sia il rapporto che si è consumato con le religioni tradizionali, o per quanti siano gli anni in cui si sono disertate le panche di una chiesa. Non possiamo rassegnarci a essere qui solo per bruciare ossigeno e rilasciare anidride carbonica. Un “Dio”, nella definizione testé formulata, occorre. Non si tratta di convenire sulle formule con le quali i filosofi medievali hanno pensato di poter giustificare l’esistenza di un principio trascendente, o la passione con cui si sono lette le pagine di Aristotele sul Motore Immobile. E men che meno si tratta di “credere” in qualcosa. Occorre perché altrimenti la vita non avrebbe spessore. Nella formula da noi appena suggerita, riusciremo a compendiare qualsiasi valutazione, teorica o pragmatica, che chiunque tra di noi deve compiere. Se ad esempio ciò che spinge un uomo ad alzarsi tutte le mattine dovesse essere la passione per una squadra di calcio, allora dovremo accettare che per quella persona il posto tradizionalmente occupato da Dio lo sarà da una compagine sportiva. E la cosa nello specifico non dovrebbe nemmeno farci storcere il naso, poiché è esattamente quello che molto spesso accade, dove il tifo viene vissuto come una vera e propria fede, con tanto di rito domenicale e i toni massimalisti con i quali si infervorano vere e proprie guerre di religione contro i devoti della squadra avversaria.

DUE CARTE

William Wallace: “Certo chi combatte può morire, chi fugge resta vivo, almeno per un po’. Agonizzanti in un letto fra molti anni da adesso, siete sicuri che non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi, per avere l’occasione, solo un’altra occasione, di tornare qui sul campo a urlare ai nostri nemici che possono toglierci anche la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà!“, dal film Braveheart

Viviamo in una società evoluta, possiamo camminare nelle nostre strade con un discreto livello di sicurezza, la percentuale di persone occupate in un lavoro è piuttosto alta, abbiamo un automobile ad attenderci nel cortile sotto casa, e difficilmente moriamo di sete o di fame. Eppure…

In questa parte del mondo opulenta, dove abbiamo trovato risposte per la maggior parte delle esigenze cosiddette primarie, si vanno diffondendo patologie psichiche che contaminano le conquiste sino qui ottenute- secondo chi scrive sarebbe più corretto dire che quelle patologie contrassegnano la parzialità degli orizzonti di benessere-, come la depressione, il disturbo bipolare, o la nevrosi con cui misuriamo ogni giorno la nostra inadeguatezza a questo mondo. Sono patologie che codificano una “perdita degli scenari di senso”, senza i quali ogni esistenza vacilla nel passaggio a diventare una vera e propria narrazione.

Provo a spiegarmi con un esempio. Immaginiamo la vita “normale” di un uomo, i cui trend esistenziali- reddito, affettività, gratificazioni relazionali e situazione abitativa- siano intermedi al centro di una curva. Il nostro “signor Uguale” (ndr, il nome del protagonista del mio romanzo, “Il giorno in cui mia madre distrusse l’Universo” di prossima pubblicazione) si alza al mattino e va a dormire la sera sempre alla medesima ora, fa un lavoro moderatamente gratificante- eppure molto ripetitivo-, e ha una famiglia come tante altre. La sua esistenza si snoda su canali eternamente uguali, e in fondo egli stesso non si definirebbe infelice. Eppure a quella esistenza manca qualcosa. Manca un quid che le consentirebbe di diventare realmente vissuta.

Immaginiamo che il nostro signor Uguale una mattina, proprio davanti al bar dove va a bere il caffè dopo la pausa pranzo, si accorga che lì, proprio sotto il marciapiede, il vento ha portato una carta da gioco, un 4 di fiori. La cosa più di tanto non lo colpisce, e nei giorni successivi la sua vita riprende a snodarsi lentamente nel letto del fiume da sempre conosciuto. All’incirca una settimana dopo, però, mentre sta liberando il parabrezza della sua utilitaria dalle foglie rinsecchite dall’autunno, trova una seconda carta, un fante di quadri. In quel momento l’associazione di questi due fattori- che di per sé potrebbe non esistere- diventa inevitabilmente una ipotesi di senso da seguire. Un messaggio cifrato da parte degli adepti di una eccentrica setta segreta? Un Destino misterioso che si affaccia in quella routine attraverso missive affidate alla voce del vento?

Si noti bene che non importa che il messaggio vi sia effettivamente, quanto alla necessità di ipotizzare che un nesso vi possa essere. E quel nesso si chiama, appunto, “senso”. Possiamo solo immaginare poi lo sbigottimento dell’anonimo signor Uguale che si ritrovasse un nove di picche deposto sul vassoio con cui il cameriere gli porge l’aperitivo, perché mano a mano che le probabilità di trovarsi di fronte a eventi scollegati sembrano esaurirsi, nella mente del nostro protagonista la certezza sulle più inverosimili spiegazioni diventerebbe tenace.

Lo facciamo sempre, persino quando parliamo della sfortuna o della fortuna. E lo facciamo perché questi nessi sono la condizione perché la nostra esistenza possa diventare effettivamente un racconto.

LE PAGINE DELLA VITA

“Sei raggiungibile ovunque, sai sempre dove andare, hai il totale controllo della tua vita. Ma sei ancora capace di perderti?”, Pubblicità BMW, 2006

Se la prosaicità della nostra esistenza non venisse infilzata da alcuni elementi di rottura, non avrebbe una trama, non ci sarebbe un intreccio e “vivere” corrisponderebbe semplicemente alle scansione delle funzioni fisiologiche soddisfatte tra il momento della nascita e quello della morte. Se torniamo alla vicenda del nostro signor Uguale, e togliamo la possibilità che intervengano gli scenari narrativi che le due/tre carte potrebbero portare, cosa resterebbe? Una somma di gesti ripetuti, non all’infinito solo perché anche il signor Uguale dovrà un giorno morire. La sua esistenza, per quanto sicura e confortevole, non diventerebbe mai narrazione, e sarebbe privata dell’unica cosa realmente necessaria , ovvero “il perché delle cose”.

Chi leggerebbe un libro le cui pagine raccontassero le non-avventure del signor Uguale? Eppure un romanzo così più che leggerlo siamo costretti a viverlo. Una esistenza che non è diventata mai racconto è, in definitiva, una vita priva di valore. Cosa potremo raccontare di noi stessi ai nostri figli e ai nostri nipoti? Dove siamo stati? In quale avventura ci siamo imbarcati? Per quale causa ci siamo spesi? Quale amore ha effettivamente divampato nel nostro cuore? Qual è stata la volta in cui abbiamo fatto la differenza? Che magro bottino se potremo raccontare al massimo di quando abbiamo fatto la differenziata! Che miseria se saremo orgogliosi al massimo di non avere mai mancato una scadenza delle spese condominiali; che amarezza se tutto ciò che potremo dire sarà di non avere mai alzato la voce con un vicino maleducato, o se l’esperienza più avvincente fu andare a prendere il pane sotto il temporale.

Insomma, se si può fare tranquillamente a meno del “Dio, vegliardo con la barba bianca” è decisamente più complicato non confrontarsi con il tema di cosa possa realmente infondere nella propria esistenza il colore e la forza di una grande narrazione.

UN PROBLEMA ECONOMICO, A BEN VEDERE

“Dov’è carità e amore, qui c’è Dio.”, canto liturgico

Il problema dovrebbe essere anzi posto in termini economici. Perché la vita è come il denaro, e ognuno di noi è/sarà tenuto a rispondere di come la si è amministrata (si veda la parabola dei Talenti, Mt. 25,14-30), non necessariamente davanti a un tribunale differente dalla propria coscienza.

Il denaro ha infatti una prerogativa che ci interessa per gli obiettivi della presente trattazione: oggetto delle più viscose ambizioni di accumulo, esso non è tuttavia un valore in se stesso, ma l’intrinseca unità di misura di uno scambio. Il denaro vale esclusivamente per ciò con cui può essere scambiato.

E così è anche la nostra esistenza, nella quale la dimensione del valore assurge quando ci si imbatte in qualcosa per cui quel cambio risulta vantaggioso. Mutati mutandis, una lvita vale nella misura in cui si trova una alterità per cui spenderla, con la quale scambiarla. Ecco servito il grande paradosso: vivere assume un significato nella misura in cui troviamo qualcosa per cui morire sia vantaggioso.

Vorremmo infilare tre citazioni l’una dietro l’altra dove questa dimensione viene evocata con una potenza che lo scrivente non avrà per sua sfortuna mai:

Molte volte ho studiato la lapide che mi hanno scolpito:

una barca con vele ammainate, in un porto.

In realtà non è questa la mia destinazione, ma la mia vita.

Poiché l’amore mi si offrì ed io mi ritrassi dal suo inganno;

il dolore bussò alla mia porta

ed io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò,

ma io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.

E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino,

dovunque spingano la barca.

Dare un senso alla vita può condurre a follia,

ma una vita senza senso è tortura

dell’inquietudine e del vano desiderio;

è una barca che anela al mare eppure lo teme.

Edgar Lee Masters, “George Gray, Antologia di Spoon River”

“Forse che fine della vita è vivere? Forse che i figli di Dio resteranno con fermi piedi su questa miserabile terra? Non vivere, ma morire, e non digrossar la croce ma salirvi, e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna. Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per esser data?”

Paul Claudel, “L’Annuncio a Maria”

“Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e, per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo. Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle; e, trovata una perla di gran valore, se n’è andato, ha venduto tutto quello che aveva, e l’ha comperata.”

Vangelo di Matteo (vv.13,44-46)

Tre prospettive diverse, ma con un comune denominatore: il guadagno nella perdita di tutto. Così come la lapide di George Gray, l’uomo pieno di rimpianto di avere vissuto come una nave ancorata, e non avere solcato gli oceani, e di sapere ora- quando oramai è troppo tardi- che “dare un senso alla vita” può condurre a follia. Eppure la vita troppo assennata è tortura. Analogamente il potente brano dello scrittore cattolico Claudel, dove in modo esplicito si dice che il senso della vita è morire, ovvero- come precisa nella riga successiva- spendere la vita per qualcosa. Paradossalmente laica è l’iperbole del Vangelo, dove “il tesoro nel campo” non viene caratterizzato sufficientemente da escludere una qualsiasi attribuzione; esso è l’oggetto che vale abbastanza perché quell’uomo sacrifichi- renda sacro- ogni suo bene per poterlo ottenere. Qualsiasi oggetto cui venga attribuito tale valore.

Si potrebbe dire che questi tre brani condensano una dimensione antropologica molto solida: ogni esistenza, così come il denaro, vale per ciò con cui può essere scambiata. E la peggiore condanna è che essa si possa attraversare senza che venga mai celebrata una tale consunzione.

Riteniamo non si tratti di una dimensione religiosa nel senso sovrastrutturale della parola, ma una proposizione vera per l’uomo in quanto tale. Lo vogliamo ribadire: una esistenza nella quale non ci si imbatte in un valore assoluto- tale da giustificare lo scambio sacrificale di cui stiamo qui parlando- rimane svilita e priva di valore. Prendendo, per ora provvisoriamente per vera la sovrapposizione tra l’idea stessa del “perché delle cose” e quella dell’amore, troviamo la stessa immagine resa incandescente dai fratelli Karamazov:

“Padri e maestri, io mi domando: ‘Che cos’è l’inferno?‘ E do la seguente risposta: ‘La sofferenza di non essere più capaci di amare’.” Fëdor Dostoevskij, “I Fratelli Karamazov

Non solo, quindi, la vita di un uomo, ma la sua radicalizzazione in una dimensione definitiva, svuotata dalla dimensione del valore, diventa appunto un inferno. Sembra di leggere nuovamente le parole di Edgar Lee Masters sulla vita senza senso equiparata alla tortura, o l’immagine del servo che ha ricevuto un talento e che, per paura, non riesce a fare altro che seppellirlo. Oppure ancora l’immagine del fratello maggiore del figliol prodigo, il vero dannato della parabola, cui solo il ritorno del fratello, dissoluto finché si voglia ma infinitamente più vitale, apre un barlume di autocoscienza sulla propria miseria (Lc. 15-20,30).

L’esistenza svela la propria finalità (mai quanto qui il fine coincide con la fine) quando si compie l’equazione amorosa per cui l’oggetto d’amore vale la perdita della vita. Queste le ferali parole usate da Romeo per preconizzare l’atroce destino che lo avvilupperà con la sua amata Giulietta:

“Ma qualunque dolore me ne venga, non potrà bilanciare il gaudio d’un solo istante della sua presenza. Congiungi tu, con le parole sante, le nostre mani, e poi venga la Morte, la gran divoratrice dell’amore, a far di noi tutto quello che vuole. A me basta poterla chiamar mia.” William Shakespeare, Giulietta e Romeo

Di nuovo lo scambio, l’attribuzione di un valore per cui un solo istante “bilancia” e supera la morte medesima. Una operazione economica che ha per obiettivo- come dicono le ultime parole dell’imberbe rampollo dei Montecchi- l’acquisizione di una proprietà, come il Tesoro nel campo della parabola evangelica. È questa l’equazione amorosa, per la quale il tema dell’amore si accompagna inscindibilmente da sempre a quello della morte.

Come non ricordare la letteratura psicoanalitica, dove se le poltroncine parlassero, racconterebbero migliaia di storie di depressione, di uomini e donne che giunti a un certo passaggio della propria esistenza, pur avendo conseguito una serie di obiettivi di tranquillità e benessere, si sentono affondare nelle sabbie mobili di orizzonti paludati privi di valore.

Potremmo facilmente dire che la depressione è una esistenza vissuta distante dal “perché di tutte le cose.” Senza Dio, nella prospettiva qui documentata, una esistenza appare senza prospettiva.

Persino quando ci sediamo sulla confortevole poltrona di un cinema, o sul divano nel nostro pigro salotto, e accendiamo la televisione, per un paio d’ore ci immedesimiamo con le scelte ardimentose di un eroe- mai con quelle del pedestre impiegato dell’ufficio paghe di un supermercato-, perché almeno lì la nostra esigenza di narrazione trovi soddisfazione. Del resto l’eroe ha esattamente la prerogativa che serve a questa riflessione: egli non vive in funzione del principio di auto conservazione, ma ne ha quasi disprezzo- la lingua italiana confina esclusivamente a questo caso il sostantivo “sprezzo” dove nuovamente si configura una operazione economica-, perché getta il cuore oltre la barricata: ha trovato la cosa per cui valga la pena morire. Così come il martire, l’eroe non sopravvive, oppure vive, ma a discapito delle azioni intraprese. Quasi sempre il vero eroe muore per avere vissuto autenticamente, anche se magari per un giorno solo.

È facile comprendere quante azioni nella vita di un uomo siano dettate dal principio di sopravvivenza, che nutre le nostre paure e ci fa fuggire da un grande pericolo. Nessuno di noi ne è immune. Adoperiamo continuamente una economia del dolore che ci fa, costantemente optare per la situazione meno conflittuale e meno dispendiosa. Si tratta di sopravvivere. Tuttavia ci identifichiamo, appunto con le vicende degli eroi, che quel principio contraddicono e che ne affermano uno antitetico, all’origine tanto della conoscenza quanto dell’amore.

Nelle circostanze più estreme sono i codardi a sopravvivere, ma di essi il nome si perde immediatamente. Non quello dei martiri- come Massimiliano Kolbe o Salvo D’Acquisto-, delle agiografie, delle saghe e persino dei fumetti. Il loro sangue versato- sia esso drammaticamente reale oppure immaginato- nutre la terra affinché possa essere un luogo migliore.

EROS E THANATOS

“Non giurare; o, se ti piace, giura su te stesso, su codesta graziosa tua persona, l’idolo della mia venerazione, e tanto basterà perch’io ti creda.” William Shakespeare, Romeo e Giulietta

“Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?” Giobbe 2,10

Abbiamo usato poco fa, ancorché in modalità provvisoria, la sovrapposizione tra “significato” e “amore”; ora la vorremmo considerare nuovamente in modo più pregnante. Perché la parola “amore” è il significante di una delle realtà più difficili da descrivere, per la quale forse mai si potranno superare i limiti della esperienza soggettiva. Eppure, pur rispettando una siffatta complessità, assoggettandola per un momento al meccanismo economico descritto, le cose tornerebbero ad avere un senso: “amore” sarebbe il luogo dove quella alchimia si compie, dove trova soddisfazione l’esigenza di avere qualcosa per cui perdere tutto. Amore è dove un uomo possa dire “io per te darei la vita”. Questo il senso più profondo, almeno in questa prospettiva del sacrificio, dello spendersi senza misura per qualcosa, del tesoro trovato in un campo, comprato (spesso anche se non necessariamente) con la moneta del dolore. Amare è il gesto incredulo con cui Romeo dice a Giulietta “Io sono tu e tu sei io”, dove l’alterità viene levata in una intimità accessibile solo ai mistici:

“Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso? O che cosa potrebbe dare l’uomo in cambio di sé?(Mc. 8,36-37)

Ancora una volta, a discapito della provenienza, questa lettura dell’amore può essere fatta nella sua dimensione antropologica, e non necessariamente nella variante religiosa: l’amare si compie quando- e ogni volta che- si scopre ciò che vale quello scambio. In questo senso l’amore è il perché delle cose, poiché quando si riesce a stabilire una così profonda connessione, allora si è conseguito il massimo risultato possibile in una vita. Ed è possibile, ma non necessario, che conduca verso una dimensione trascendente dell’esistenza. Oppure, se si vuole, l’amore porta sempre nella direzione di una trascendenza, che tuttavia non deve per forza risiedere negli angusti limiti degli oggetti tradizionali della metafisica. Dice in proposito Bruno Bettelheim, nel suo saggio sulle fiabe:

“La fiaba prende molto sul serio le ansie e i dilemmi esistenziali e s’ispira direttamente ad essi: il bisogno di essere amati e la paura di non essere considerati, l’amore della vita e la paura della morte. Inoltre, la fiaba offre soluzioni in modi che il bambino può afferrare in base al proprio livello intellettivo. Per esempio, le fiabe pongono il problema del desiderio di vita eterna, concludendo talvolta: ‘Se non sono morti sono ancora vivi’. L’altra conclusione- ‘E vissero felici per sempre’- non fa credere per un solo istante al bambino che la vita eterna sia possibile. Essa indica qual è l’unica cosa che può farci sopportare gli angusti limiti del nostro tempo su questa terra: la formazione di un legame veramente soddisfacente con un’altra persona. Le fiabe insegnano che quando si è giunti a questo si è arrivati al massimo di sicurezza emotiva nella vita, e di durata di una relazione che sia alla portata dell’uomo; e soltanto questo può dissipare la paura della morte. Se una persona ha trovato il vero amore adulto, dice inoltre la fiaba, non ha bisogno di desiderare la vita eterna. Ciò è suggerito da un altro finale delle fiabe: ‘E vissero a lungo felici e contenti’.” Bruno Bettelheim, Il mondo incantato

Se fosse vera l’intuizione che abbiamo seguito sin qui si potrebbe parlare di un “perché di tutte le cose”, senza dover scomodare per forza il Dio del catechismo. E forse si dovrebbe, almeno per lasciar risuonare nella cassa toracica del nostro petto anche alcune delle prerogative che, sfibrate dall’uso corrotto che talvolta ne fanno i preti, più facilmente vengono dimenticate di quello.

Fra tutte la più importante è questa: l’amore/perché delle cose, non è solo “ordo ab chaos” ma anche caos dall’ordine. Proviamo a spiegarci meglio.

Nella psicanalisi freudiana vengono individuate due grandi pulsioni che caratterizzano il vivente, e che noi vorremmo dilatare a dinamiche universali: Eros e Thanatos, intese come la pulsione di costruzione e quella di distruzione. Lo stesso padre della psicoanalisi si riconosceva in questa distinzione debitore nei confronti del filosofo greco Empedocle, il quale parla d’un “dissidio cosmico” fra il principio di Amore/Amicizia cui si contrappone l’Odio/Discordia.

In questa parte del mondo, dove le religioni rivelate si sono fuse con le grandi sintesi di Platone e Aristotele, ha prevalso una immagine parmenidea di Dio “tutto pieno” di Essere e di attributi esclusivamente positivi- fino al paradosso di san Pier Damiani secondo cui “se Dio avesse voluto che il male fosse stato bene, sarebbe stato bene.” In questa tradizione, differentemente dalle filosofie religiose orientali, la concezione del Dio “perché delle cose” è in grado di sostenere solo uno dei due movimenti. Il Dio della Bibbia, quello del Corano o quello della Torah è un Dio esclusivamente erotico, e praticamente mai si è riusciti a fare ch’Egli integrasse la dimensione Thanatoica. A ben vedere forse ha avuto qui origine l’immagine di un Dio “vecchio con la barba bianca”, escludendo la dimensione oscura del Mistero. Eppure l’Amore “perché delle cose” contiene invece la dimensione distruttiva, e introduce sempre l’entropia lì dove, per il secondo principio della termodinamica, un ambiente cerca piuttosto di conservare un assetto e un proprio equilibrio interno. É l’inizio di uno squilibrio che coincide con il processo di vita. Che è disordine, non solo omeostasi. Enantiodromia, non solamente quiete. Dioniso, non solo Apollo.

Crediamo che il progressivo allontanamento dalla dimensione dirompente dell’amore/perché delle cose, della sua propulsione distruttiva, sia uno dei motivi fondamentali dalla secolarizzazione nel mondo occidentale.

In un suo bel testo il fenomenologo Rudolph Otto ascrive con la categoria del “numinoso”, tremendum et fascinans, proprio la duplice percezione primitiva del Mistero, da cui il mondo ebraico e cristiano si è progressivamente allontanato intraprendendo il sentiero parziale degli attributi trascendentali.

LA PROFEZIA DI GIULIETTA E L’INCAPACITÀ DI FRATE LORENZO

“Troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante.” Lucio Battisti, La collina dei ciliegi

Una rappresentazione di questa parzialità, nella tragedia di Giulietta e Romeo, viene collocata da Shakespeare con la figura di Frate Lorenzo, con un rigore e una consequenzialità tali da farci credere non sia un caso. Frate Lorenzo è una figura molto più centrale, e complessa di quanto non venga normalmente percepita. È lui che inizialmente agisce da pompiere nei confronti delle passioni del giovane Montecchi, lui che architetta usando un pragmatismo tutto ecclesiale il matrimonio con un obiettivo politico, sempre lui che dà alla giovanissima Capuleti il siero della morte apparente, lui che si affida per portare la comunicazione a Mantova al pacioso e poco reattivo Frate Giovanni, lui che scappa dalla cripta dove Giulietta sta per darsi la morte, e lui infine che davanti al principe adopera una stonata apologia delle proprie azioni. Le colpe, le negligenze e gli errori di sottovalutazione del francescano sono tantissimi- e con lui forse anche quelli della chiesa di cui è un portavoce diligente-, i quali mescolati in un cocktail micidiale portano alle tragiche conseguenze che sappiamo. La sua inettitudine è profetizzata già dalle parole di Giulietta:

“Perciò mi dia la tua lunga esperienza qualche pronto consiglio; se no, guarda, questo pugnale farà da arbitro tra me e le mie estreme tribolazioni, e saprà lui risolvere d’un colpo ciò che la tua età e la tua scienza saranno state incapaci di addurre a una degna e giusta conclusione.

Come in ogni tragedia che si rispetti il profeta viene frainteso, oppure non viene ascoltato e all’origine del mancato ascolto c’è quasi sempre una negligenza, una parzialità, un marchiano errore di valutazione. Frate Lorenzo non fa eccezione. Il personaggio viene descritto fin dalle prime battute, con un profilo molto coeso. Al primo incontro con Romeo, Shakespeare lo pone alle prese con le erbe officinali, fornito di una coscienza della duplicità della realtà:

“Di tutta la natura la Terra è madre e anche sepoltura.”

Un attimo dopo tuttavia documenta che questa dualità non verrà successivamente gestita: uno solo è il lato delle cose da considerare.

“Oh grande e varia è l’interna virtù delle erbe, delle piante e delle pietre, nelle lor naturali qualità, e niente è così vile sulla terra da non rendere ad essa, in contraccambio, qualche particolare beneficio; così come non v’è cosa sì docile che, distratta dal suo naturale impiego, non devii dalla sua vera origine, si corrompa e degradi in abuso. La virtù stessa si converte in vizio e il vizio talora si nobilita col compimento d’una bella azione. Nell’esile epitelio che riveste la corolla di questo fragil fiore stanno insieme un umore velenoso e una proprietà medicinale: a odorarlo t’inebria, a ingerirlo t’uccide, con il cuore, tutti i sensi. Due sovrani di questo stesso tipo, tra loro nemici, son sempre accampati, così come nelle erbe, anche nell’uomo: la Grazia e la brutale Volontà.”

Abbiamo riportato questo lungo brano perché vi abbiamo riscontrato una sorta di cifra non solo del personaggio, ma dell’intera tragedia, poiché da questa premessa discenderà ogni conseguenza. Frate Lorenzo è consapevole del potenziale trasformativo delle cose, delle prerogative “mercuriali” degli oggetti. Tuttavia che di questo dualismo intercetterà solo uno degli aspetti e non prenderà mai seriamente in considerazione l’altro, venendone alla fine travolto. Il paradosso è in agguato: le persone che cercherà di preservare attraverso la somministrazione dell’antidoto della prudenza, moriranno, di un avvelenamento- quello di Romeo e quello fittizio, concluso con il pugnale della profezia, di Giulietta- proprio a causa della sua paura di “ingerire” gli aspetti più potenti dell’erba amara dell’amore. Frate Lorenzo, paventando l’abuso irriflessivo del fiore del sentimento, si separa dagli effluvi del suo profumo: se nessuno se ne lascerà inebriare quel fiore non potrà uccidere. Ma quanto si sbaglia poiché proprio i suoi freni accelereranno il martirio dei giovani.

Poche righe dopo, quando Romeo gli rivela di non essere più innamorato di Rosalina, il chierico dapprima si complimenta- “Bravo il mio figliolo!”-, ma quando scopre che il giovane ha solo spostato il proprio desiderio, per giunta su un obiettivo molto più pericoloso, recrimina per ciò che un istante prima aveva meritato il suo plauso:

“Che voltafaccia è questo? E Rosalina, l’hai bell’e scordata? Sembrava che per lei volessi struggerti. Com’è vero che non nel cuore ha sede l’amor dei giovani, ma sol negli occhi!”

Romeo tuttavia non ci sta, e quando gli rinfaccia la difformità di valutazione si difende sostenendo che quella misura era stata o suggerita

Perché ti conducevi come un folle, figliolo, ma non già perché l’amassi”

Ma non è sincero perché subito rivela dove vorrebbe collocare entrambi gli amori:

“Ma non dentro una fossa dove calarne uno e trarne un altro.”

Il problema del chierico è quello di una sepoltura delle passioni giovanili, non d’una evoluzione. Nella sua ostinazione a buttare via l’acqua sporca, non comprende come così finisca per buttare il bambino dell’amore.

Tuttavia decide di aiutarli, ma senza cambiare ordine di valutazioni. L’amore/perché delle esistenze dei due sfortunati amanti rimane fuori dalla portata del radar di Frate Lorenzo; la sua complicità riguarda solo un obiettivo politico:

“C’è comunque una ragione per la quale m’induco ad aiutarti: ed è il pensiero che codesta unione possa riuscire sì provvidenziale da convertire in affetto sincero la bile delle due vostre famiglie.”

Romeo e Giulietta non vengono ascoltati, la loro passione non viene accolta né legittimata dal chierico. L’unica dimensione che riesce a comprendere è l’utilità sociale, mentre aborrisce la potenza dionisiaca, nei cui confronti l’unica misura è opporre calma e il contenimento. Vi si appella sin dalla prima sequenza fino alle parole sfinite lanciate a Giulietta affinché lo segua fuori dalla cripta dove giace il corpo del marito. Non elabora null’altro che questo. Non vi sono aspetti che possa comprendere e accompagnare. Il sentimento è per Frate Lorenzo sempre e solo un problema. Le sue sono solo svalutazioni. Risponde infatti a Romeo subito dopo l’espressione della “morte divoratrice dell’amore” che abbiamo riportato poco sopra.

“Codesti subitanei piacimenti hanno altrettanta subitanea fine, e come fuoco o polvere da sparo s’estinguono nel lor trionfo stesso, si consumano al loro primo bacio. Miele più dolce si fa più stucchevole proprio per l’eccessiva sua dolcezza, e toglie la sua voglia al primo assaggio. Perciò sii moderato nell’amare. L’amor che vuol durare fa così. Chi ha fretta arriva sempre troppo tardi, come chi s’incammina troppo adagio.”

Parla l’erborista che riconosce le proprietà medicamentose accostate a quelle velenose nelle erbe, ma teme le seconde così tanto da tentare sempre una meticolosa separazione, anche quando si tratta si una impresa poco realistica. Frate Lorenzo “non ha fretta”, e soprattutto non la capisce nemmeno negli altri. Nella sua percezione l’amore di Giulietta e Romeo è esclusivamente un veleno e mai un linimento. Cosicché per paura che qualcuno correndo inciampi, non si accorge dei tragici effetti della propria lentezza. Dopo che il rampollo dei Montecchi uccide in duello Tebaldo Capuleti, il Principe lo ha esiliato a Mantova, e dopo che infine il suo stratagemma ha condotto Giulietta per una morte apparente nella cripta funeraria, manda un proprio confratello nella città lombarda ad avvisare sui reali avvenimenti Romeo.

L’ironia aleggia nelle tragedie e si fa beffe degli strumenti del fato, Frate Lorenzo ha persino un barlume di consapevolezza quando promette, quasi contraddicendosi, alla giovanissima Capuleti:

“Io mando in fretta un mio fratello a Mantova con una lettera per tuo marito.”

Sembra intuire quanto il fattore tempo potrebbe essere determinante nell’evitare più nefaste conseguenze, tuttavia quel barlume si spegne subito, e riprende il suo lavoro di sottovalutazione di ciò che accade nei cuori dei due ragazzi. Nella scelta del messo è come se il chierico si disincarnasse dalla circostanza, ed effettua una valutazione che si rivelerà inadeguata. Invia il confratello Giovanni, che non essendo al corrente di quale importanza rivesta la missiva- come potrebbe esserlo, se la persino la coscienza del latore è frammentata?-, perde tempo preziosissimo. Dice con indolenza criminale Frate Giovanni, quando il danno irreparabile è stato fatto:

“Per avere una compagnia nel viaggio, m’ero messo a cercare un confratello, un fraticello scalzo del nostro ordine che assiste gli ammalati qui in città, e alla fine l’avevo rintracciato, quand’ecco che le guardie sanitarie, sospettando che noi si fosse usciti da una casa infestata dalla peste, ci hanno chiuso le porte di città, e non ci hanno permesso più di uscire. E lì è rimasto il mio viaggio per Mantova.”

Frate Giovanni, ignaro, ha tergiversato poiché Frate Lorenzo non aveva avuto fretta, e non gli ha comunicato ragioni per correre. Quasi atroce il sarcasmo involontario con cui si mette a cercare il compagno di viaggio in un fraticello scalzo, il quale presumibilmente se ne avesse avuto l’opportunità avrebbe camminato lentamente fino a Mantova. E come se non bastasse Frate Giovanni non solo si lascia smontare alla prima difficoltà, ma non ha alcuna premura di tornare dal confratello perché magari trovi una strategia alternativa.

Frate Lorenzo commette una gravissima negligenza poiché, coerentemente con il proprio personaggio, sottovaluta ciò che sta avvenendo nel cuore altrui. Nel cuore dei giovani. Come giovane è il cuore del servo Baldassarre, che differentemente dal pacato fraticello, si precipita alla volta della città dei Gonzaga cavalcando a perdifiato, e portando a Romeo la ferale, e non vera, notizia. Questa “doppia velocità”, dei cuori, delle menti e poi delle gambe, viene rappresentata nella trasposizione cinematografica più nota della tragedia shaekesperiana- quella di Zeffirelli del 1967- con una sequenza dove sulla strada per Mantova il servo di Romeo supera a folle velocità il fraticello, qui partito, che invece serafico cammina ammirando il paesaggio.

Sembra che solo dopo la restituzione della lettera ancora sigillata tra i due monaci nasca l’intesa sulla fretta che sarebbe stata necessaria dall’inizio:

Frate Lorenzo: Oh, sorte avversa! Questa lettera, pel sacro mio ordine!, non era cosa di poca importanza, ma gravida di serie conseguenze, ed averne mancato la consegna può esser causa di grossi guai! Va’, corri a procurarti un grimaldello, e portamelo qui, nella mia cella, ma subito, però.

Frate Giovanni: Vado, fratello: vado di corsa, e te lo porto subito.”

La fretta incorre quando oramai è del tutto inutile. Il grimaldello, infatti, serve solo per entrare nella cripta al cospetto della morte causata da tanta negligenza.

Quando il frate giunge al cimitero incontra proprio Baldassarre- i due si conoscono, e al lettore non può non venire in mente che forse avrebbe potuto contattare lui, e non Frate Giovanni, per portare la lettera a Mantova-, il quale gli rivela di essere lì proprio con Romeo. Nubi fosche si addensano all’orizzonte, ma ancora Frate Lorenzo cerca di scansarle. Nella cripta infine trova il corpo senza vita del giovane mentre Giulietta si risveglia. Il paggio del conte Paride intanto ha chiamato le guardie che si odono in distanza, e il frate a questo punto non ha nemmeno il coraggio di attenderle, e la sua viltà costerà, dopo che la sua lentezza avrà ucciso Romeo, il suicidio di Giulietta. Davanti alle conseguenze estreme delle proprie azioni Frate Lorenzo non riesce a fare altro che tutelare il proprio ruolo istituzionale.

“Sento qualche rumore… Vieni fuori, figliola mia, da quel nido di morte, di contagio e di sonno innaturale. Un potere, cui non possiamo opporci perché a noi superiore, ha contrastato il nostro piano. Vieni. Tuo marito è lì, morto sul tuo petto; e Paride con lui. Andiamo, vieni. Penserò io a procurarti asilo fra una comunità di pie sorelle. Non indugiarti a far domande adesso, sta venendo il guardiano. Vieni, andiamo, Giulietta, non mi far trovare qui.”

Persino quando viene colto con in mano “gli strumenti per scoperchiare queste tombe”, comincia prima di tutto a protestare la sua distanza da quei terribili fatti:

“Il maggiore di tutti sono io: il più sospetto, quanto il men capace di perpetrare un tale orrendo crimine. Ma l’ora e il luogo son contro di me. Eccomi dunque pronto ad accusarmi e a discolparmi di quello che in me sia degno di condanna e di discolpa.”

Concludendo con una giustificazione vagamente patetica il racconto della fine di Giulietta:

“(…) io la supplicai di venir via e sopportar con pia rassegnazione la volontà del cielo; in quell’istante, un rumore mi fece allontanare, per subita paura, dalla tomba, ed ella, in preda alla disperazione, si rifiutò di venir via con me, e, come pare, si tolse la vita. Questo è tutto ch’io so. La sua nutrice sa del suo matrimonio clandestino. Ora, se per mia colpa in tutto questo, è potuto accader qualche sciagura, si sacrifichi la mia vecchia vita al più severo rigor della legge: sarà solo un anticipo di ore alla sua naturale conclusione.”

Nemmeno ora, davanti ai corpi non ancora freddi dei giovani sposi, si assume le sue responsabilità. Preferisce invocare la volontà del Cielo, piuttosto che ammettere quanto la propria sia stata flaccida, rallentata, svalutante e inefficace. Nel (mancato) dramma di Frate Lorenzo- egli viene immediatamente scagionato dalle parole del Principe, che lo riconosce come “un sant’uomo”: l’abito ha fatto il monaco e appellarsi al ruolo non è risultato superfluo- si è compiuta l’ineluttabile tragedia.

Romeo e Giulietta muoiono, per la propria stessa mano, armata tuttavia non solo dall’odio delle rispettive famiglie, ma anche- e forse soprattutto- dalla incapacità del mondo circostante di comprendere qualcosa di altrettanto potente e profondo.

Essi sono gli acerbi sacerdoti di un culto dimenticato in un mondo, pur bigotto, profano; le telescriventi inconsapevoli di un ignoto autore in un mondo di analfabeti.

Non si tratta solo della vita o della morte dei due giovani, ma della enormità scaraventata sulla terra attraverso il loro sacrificio. Solo pochi giorni prima del secondo funerale di Giulietta il padre l’aveva minacciata con parole durissime, se avesse rifiutato la mano del conte Paride:

Mano sul cuore, medita e rifletti: se pensi ancora d’essere mia figlia, io ti darò per moglie a questo amico; altrimenti va’ pure ad impiccarti, ad elemosinare per la strada, a crepare di fame e di miseria, perché, sulla mia anima, ti disconoscerò come mia figlia, e nulla avrai di quello che possiedo.

Non osiamo immaginare la reazione se avesse saputo del suo amore per l’assassino di Tebaldo. Eppure ora è lì, attonito, davanti al corpo della figlia sul sagrato della chiesa.

La vicenda del loro amore “illegale” ha innescato una serie di conseguenze, tra cui le morti di Tebaldo, Mercuzio, e persino il conte Paride, la cui fine peraltro risulta la meno giustificata di tutta la tragedia. Eppure nessuna di queste perdite si avvicina lontanamente alla gravità del lutto per i giovani amanti. In queste morti si officia un sacrificio universale, e per un breve istante è come se la città di Verona, e il mondo intero, venisse messo di fronte alla sua ragione più profonda d’esistere. Una ragione fino a quel momento obliata. Tutti i concittadini di Giulietta e del suo Romeo, sono puniti- e forse salvati- dalla ierofania d’amore scaturita da quei corpi.

PARADOSSO PARADISO

Solo: “Aspetta! Se mi cancelli, io cosa… cosa divento?”

Jimi Dini: “Un fiocco di neve che non cade in nessun posto.”, dal film Nirvana, Gabriele Salvatores

“Se Dio avesse voluto che quell’abbraccio si protraesse, avrebbe solo dovuto portare i cancelli del Paradiso lì, in quella stanza, tra la sedia bianca e il comò disadorno. Ma già due amanti erano stati cacciati da quel luogo, perché non vi poteva essere un Paradiso in Paradiso. Un Paradiso più profondo di quello dai cui alberi sgorgavano la vita e il tempo.”, Claudio Mercandelli, L’Angelo

Siamo partiti in questa riflessione dalla parola Dio. Era importante soffermarsi sul significante, prima che sul significato, poiché in ogni forma di pensiero religioso avvengono una serie di attribuzioni, sottovalutando le quali si scambiano per “cose” quelle che continuano a essere per lo più proiezioni. Non ne è immune nemmeno l’idea stessa di Rivelazione, in quanto anche un evento “rivelato”, oppure “storico”, continua a ospitare le proiezioni di quanti vi ripongono una serie di aspettative e corrono il rischio di vedere frustrate speranze che ad esso sono ancorate. Di per sé nessun “fatto” è tale se non nel rapporto con un osservatore, e nessuno schermo funziona se non davanti a un proiettore, e va da sé che il tipo di aspettativa può accrescere o diminuire la maggior parte degli oggetti osservati. Se questo vale persino per la penna appoggiata sul tavolo davanti a me, ciò vale ancor di più per quel tipo di oggetto da cui dipende la rappresentazione del significato di ogni cosa. La parola Dio, che sussume in un solo punto la più grande aspettativa di significato e la minore fruibilità empirica, è per definizione quindi il ricettacolo di tutte le proiezioni di senso, che si configurino nella ortodossia di una religione oppure no.

Proprio gli scenari di senso in quanto tali diventano, però, caratterizzanti la parola considerata. Abbiamo voluto suggerire che ogni qual volta stabiliremo una connotazione di significato parleremo di Dio. Abbiamo poi osservato che la parola significato imprime all’esistenza umana un effetto dinamico, per cui una cosa comincia ad avere autenticamente senso solo quando produce una perdita e uno scambio. Ma in quanto si produce nel suo massimo sforzo si trasformazione, il significato cambia nuovamente nome, e assume quello dell’amore: amare è sapere “per cosa” spendere la propria esistenza. Ciò vale tanto in una prospettiva trascendente quanto in una immanente. Possiamo spingerci a dire che il Paradiso, oppure uno stato di beatitudine assoluta, lo si può raggiungere solo attraverso la consumazione di un amore.

Questo però conduce a un paradosso, poiché in molte tradizioni religiose il Paradiso appare come una condizione pregressa al divenire, una quiete priva di qualsiasi perturbazione. Ecco allora che forse, qui il paradosso, occorrono due paradisi diversi. Così come il Cosmo si mescola ovunque con il Caos, così come la realtà è attraversata sin dalle sue più remote profondità dalle oscure potenze dell’Eros e del Tanathos, e ognuna si contrappone all’altra e tuttavia ne proviene e in essa si estingue, occorre che come i due estremi di una corda vi siano due paradisi- o due versanti del Paradiso- che ne contengano le ancestrali dinamiche della permanenza e del divenire, Eros e Thanatos. Qualcosa del genere lo troviamo nel dualismo Jing e Yang nel Taoismo, oppure nel Buddismo dei Nikāya dove vi sono due Nirvana differenti: uno inferiore e statico (pratishtita Nirvana) e uno superiore e dinamico (apratishtita Nirvana).

Uno dei simboli più antichi e potenti siano mai stati prodotti dall’uomo, è quello dell’Uroboro, il mitico serpente rappresentato mentre si divora la coda. Esso produce un cerchio perfetto, il cui movimento non è realmente tale, poiché mentre si consuma si rigenera, non entrando mai nel mondo del divenire, un Paradiso privo di creazione. Nella letteratura psicanalitica una esistenza uroborica è quella del bambino prima della sua nascita, cui consegue una “cacciata dal Paradiso”, e la discesa in una esistenza terrea e dolorosa: la vita.

L’Uroboro è anche uno dei simboli dell’eternità, appunto perché non è soggetto alla scansione del tempo. Non si può dire che sia, in senso stretto, neppure un Dio, perché stante la sua autosufficienza non sente nemmeno il desiderio di creare. Nè quello di amare. A questo infinito occorre contrapporne un altro, quello del divenire, o anche quello- e questo sì che è un paradosso- del finito.

La legge dell’amore che abbiamo sino qui descritto non può che tenerli insieme, pur nella lacerazione delle loro differenze. Solo da ciò può scaturire la vita.

Del resto la parola simbolo (syn-ballein, tenere insieme) questo sta a significare. E tutti i Frate Lorenzo della storia, che fanno della separazione di ciò che andrebbe tenuto insieme finiscono, loro malgrado, per rivestire un ruolo “diabolico” (dia-ballein, tenere separati).