Non cade foglia

Gli anziani (quelli che lo erano durante gli anni della mia infanzia) avevano trovato una frase, asciutta ed essenziale, in grado di raccogliere tutta quanta l’eredita metafisica occidentale, nonché la tradizione cristiana di cui facevano orgogliosamente parte: “Non cade foglia che Dio non voglia.” Sette parole, come note sul pentagramma, una filastrocca con tanto di rima, facilissima da apprendere e mandare a memoria.

Ma cosa intendevano dire? O cosa potevano voler dire ben oltre le intenzioni? Essi tramandavano la loro fiducia senza riflettere troppo – è questo il senso delle tradizioni – su tutte le implicazioni che questa cantilena comporta. Nonostante avessero veduto due conflitti mondiali, la loro fede ne era uscita indenne, talvolta rafforzata. Avevano ricevuto notizie inimmaginabili di ciò che era accaduto in Polonia, in villaggi dai nomi impronunciabili; si erano barricati per giorni nei rifugi a causa dei bombardamenti alleati, avevano drammaticamente constatato l’oltraggio blasfemo della guerra, ma non avevano fatto dietrofront rispetto alle convinzioni più intime, e continuavano ad affollare le panche delle chiese a Natale e Pasqua. Non avevano sentito la necessità di chiedere a Dio, o ai suoi interlocutori, ragione di tutte le cose “diverse da una foglia” che gli erano precipitate addosso. Eppure…

Mio nonno non era uno stinco di santo. Era un bestemmiatore convinto, e bastava nonnulla perché inanellasse le sue giaculatorie blasfeme. Eppure persino lui – magari dietro una lunga ed elaborata trattativa della sua dolcissima e devota moglie – durante le feste comandate si asteneva dal calpestare il secondo comandamento. Lo ricordo ancora entrare qualche volta – non spesso – in chiesa, e togliersi il suo cappellaccio grigio da contadino, e piegare la nuca bianca al cospetto del Santissimo. Aveva combattuto a Caporetto, chissà quante atrocità aveva veduto, lui stesso ne aveva commesse, ma nonostante tutto nei momenti più importante sapeva riconoscere il Disegno della Provvidenza nella sua vita. In fondo persino quando bestemmiava invocava una causalità, pur rovesciata, e chiedeva a Dio, e non a qualcun altro, di ciò che accadeva. Nel comandamento si dice infatti di non nominare il nome di Dio invano. Invano… Quando si impara il decalogo, facilmente non si calca troppo la mano. Perché introduce un elemento di arbitrarietà che facilmente contraddice l’impianto educativo cui miravano i catechisti. Chi stabilisce la misura dell’utilità di una declamazione, persino blasfema? Cosa ci impedisce di pensare che mio nonno non conseguisse nella sfida di Capaneo il medesimo vantaggio di quando si genufletteva davanti al tabernacolo? Mancava di continuità sicuro, e poteva arrecare scandalo ai più piccoli, ma neanche questo contraddice in assoluto il principio di convenienza. Arrivo a dire di più: l’atto blasfemo, e quello dettato da una fede autentica, hanno due requisiti in comune, ovvero il destinatario (non uno qualsiasi) e, appunto, la “convenienza”, come colse molti anni fa don Luigi Giussani, come racconta in un aneddoto del Senso Religioso:

La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito: l’anarchico è l’affermazione di sé all’infinito e l’uomo autenticamente religioso è l’accettazione dell’infinito come significato di sé. Personalmente ho intuito ciò con chiarezza molti anni fa, quando un ragazzo è venuto a confessarsi da me spinto dalla madre. Egli in realtà non aveva fede. Abbiamo cominciato a discutere e, a un certo punto, di fronte alla valanga dei miei ragionamenti, ridendo mi dice: «Guardi, tutto ciò che lei si affatica a espormi non vale quanto sto per dirle. Lei non può negare che la vera statura dell’uomo è quella del Capaneo dantesco, questo gigante incatenato da Dio all’inferno, ma che a Dio grida: “Io non posso liberarmi da queste catene perché tu mi inchiodi qui. Non puoi però impedirmi di bestemmiarti, e io ti bestemmio”. Questa è la statura vera dell’uomo». Dopo qualche secondo di impaccio ho detto con calma: «Ma non è più grande ancora amare l’infinito?».

 

L’affermazione del sacerdote brianzolo, il cui ruolo nella storia della chiesa è dirompente, quale che sia il giudizio su Comunione e Liberazione, convince il suo interlocutore da una traiettoria di convenienza a un’altra (secondo lui) migliore. Ma non misconosce quella precedente. Non dileggia Capaneo, non parte dal presupposto che nominare Dio in una prospettiva differente dalla propria, non abbia una pertinenza. E’ lo stesso don Giussani a riportare che quel ragazzo fosse “spinto” dalla madre. Non sappiamo con quale carico di imposizione, di pervasività e di prevaricazione, perciò possiamo solo immaginare che la contrapposizione a Dio avesse il valore del “no” ostentato verso la costrizione perpetrata dalla genitrice. E probabilmente non ci sarebbe psicanalista al mondo che non sottoscriverebbe che la salvaguardia di un minuscolo spazio di identità fosse, a dir poco, “conveniente”. Non si va troppo lontano dal vero a pensare che la bestemmia altro non sia che una preghiera capovolta, oppure quella di una persona ferita. Quella di mio nonno lo era  di sicuro, e sono convinto che accogliendolo alla sua morte, Dio – un Dio con le spalle molto più larghe di come pensano tanti preti – così l’abbia conteggiata.

Tempo fa mi raccontarono di una donna che aveva veduto il marito paracadutista precipitare e accartocciarsi al suolo, senza che il salvavita si fosse aperto per tempo. Bestemmiava come uno scaricatore di porto. Ovviamente non possiamo escludere che quello fosse il suo linguaggio “normale”, ma mi piace pensare di no, e che nel momento del dolore più atroce avesse chiesto a Dio, e non alla fabbrica dei paracadute, di darle conto. Quella donna stava rinnovando i voti del figlio di Abramo:

“Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.  Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!».  Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!».” (Gn. 32,25-29)

Perché la lotta è lotta, senza esclusioni di colpi, e non un torneo di dama all’oratorio. La vedova stava lottando affinché la promessa di significato che intravisto nell’idea stessa di Dio, era stata messa radicalmente in discussione. Chi può biasimarla? Se Dio fa cadere le foglie, non può farsi da parte quando a precipitare dal cielo sono le persone amate. Certo, noi diciamo che “è un Mistero”, tuttavia il mistero non lo vediamo (altrimenti la parola sarebbe un ossimoro), e lo possiamo appunto “credere”. Ma l’atto del credere, ancorché conveniente, richiede per la sua affermazione il combattimento affrontato dalla moglie dell’acrobata. Non si scappa da qui. Persino un ateo compie un atto di fede, perché crede in qualcosa che non vede – non vede che Dio non ci sia – ed esprime piuttosto una valutazione pertinente a un ordine di convenienza. Per esempio considerare inammissibile l’istanza della fede potrebbe risparmiare il non-credente dallo spingere la lotta verso dimensioni troppo distanti, e difficili da gestire. Insomma, ovviamente non valgono le generalizzazioni, ma “credere in non-Dio” sutura una serie di questioni, impedendo una emorragia che per alcuni può essere angosciosa.

Ma si tratta sempre di convenienza.

Cosa vuol dire credere? Si assente a un sistema di valutazioni che per definizione non possono essere né immediatamente, né mediatamente evidenti. Si crede solo ciò di cui non si può avere alcuna evidenza. In fondo ogni atto di fede sancisce la vittoria della opacità dalle (pretese) evidenze della metafisica. Riprendo un altro passaggio di don Luigi Giussani, sempre dal Senso Religioso:

Certo, c’è una opzione che è secondo la natura, ed essa evidenzia la ragione, e un’opzione che è contro la natura, ed essa oscura la ragione. Però, alla fin fine, l’opzione è decisiva. Riflettiamo su un paragone. Se voi, nella penombra, volgete le spalle alla luce, esclamate: «Tutto è nulla, è oscurità, senza senso». Se volgete le spalle allo scuro, dite: «Il mondo è il vestibolo della luce, l’inizio della luce». Questa diversità di posizione è esclusivamente una scelta. È pur vero che tutto il problema non è qui. Delle due posizioni, quella di chi volta le spalle alla luce e dice: «Tutto è ombra», o quella di chi volta le spalle all’ombra e dice: «Siamo all’inizio della luce», delle due posizioni una ha ragione, l’altra no. Una delle due elimina un fattore, sia pure appena accennato: infatti se c’è la penombra, c’è la luce. Ciò richiama quello che parecchie volte ha detto Gesù nel Vangelo: «Io ho fatto tra voi molti segni. Perché non mi credete?».

Uno schema scarno, ma efficace. Nel credere qualcosa ogni persona esprime una valutazione su qualcosa che non vede. Ciò che vistosamente manca al dilemma posto in questi termini è la riduzione a un problema gnoseologico. Non lo è mai. Perché nella penombra noi “crediamo” – indifferentemente al buio o alla luce – non solo in proporzione alla onestà intellettuale con cui si privilegia un elemento piuttosto che l’altro, ma invece esprime una convenienza, anche estremamente complessa, degli scenari che comporterebbe ognuna delle opzioni.

Un esempio chiarificatore è quello della Fortuna, ovvero di quel mitologema che passa attraverso i secoli e le diverse fedi e contesti culturali, con immutabile potenza.

Per Noah Webster, la fortuna è:

“una forza senza scopo, imprevedibile e incontrollabile che plasma gli eventi in maniera favorevole o sfavorevole per un individuo, un gruppo o una causa”.

Facciamo un esempio autobiografico. Nel 1997 mi rubarono l’auto di famiglia. Non un’auto qualsiasi però, ma “il pullmino” verde, la cui sola presenza nel vialetto di casa era per me e per i miei familiari motivo di gioia. Disperazione e lacrime. Dopo qualche fiacca ricerca e poche speranze irragionevoli, feci la denuncia alla polizia, e subito mi rivolsi all’assicurazione, perché un nuovo automezzo serviva al più presto. 48 ore dopo l’effrazione ero già in giro per cercare un concessionario e portarmi così avanti. Era febbraio, e alle cinque del pomeriggio era già buio. Avevo studiato un concessionario Mazda in via Tolstoj, a Milano, ma non riuscivo a trovarlo. Dopo avere percorso un tratto, scorbutico, feci per tornare indietro, quindi svoltai a destra in via Lorenteggio (i non milanesi mi perdoneranno, ma la toponomastica ha un significato), quindi la prima a destra e di nuovo la prima a destra, compiendo la cosa più simile a un quadrato, per ricominciare al più presto la ricerca del concessionario. Ero in via Bertieri, una via privata talmente piccola da consentire solo il numero civico 1. Non credo di esserci passato mai in precedenza, e se l’avessi fatto sarebbe stato un passaggio rapido, mentre tuttora se capito in zona, ci faccio un salto. Ebbene lì, davanti a me, parcheggiato a lisca di pesce c’era quasi intatto il mio pulmino. Ero talmente incredulo da rimanere stordito. Chiamai, col mio Motorola pesante un chilo a casa dove ovviamente gridavano tutti per la gioia. E persino quando chiamai la polizia rimasi acquattato nei paraggi, forse per timore del ritorno dei ladri, o che svanisse come la nebbia, oppure perché mi sentivo alle prese con forze così potenti da dover essere spaventato. Ero stato molto, molto, molto fortunato. Quante chance avevo di trovarlo come esito di una decisione? Il calcolo delle probabilità era tutto contro. Perché “un” fatto straordinario nel computo ci poteva stare, ma quel pomeriggio se ne verificarono almeno tre, forse quattro. Avevo trovato il pulmino il giovedì – dopo che l’effrazione si era verificata martedì notte -, senza che lo cercassi, in una via microscopica distante da casa, dove oltretutto ero passato esclusivamente grazie a un’altra concomitanza di cause. Un miracolo, ma propiziato da quale potenza celeste? Francamente non lo so. Perché “Non cade foglia che…”, mi costringerebbe non solo a immaginare Dio con un fortissimo senso dell’humour, ma anche un altro un po’ cattivello quando il furto l’avevo subito. E poi, suvvia, il fatto è certo straordinario, almeno per me, ma si trattava di una macchina, non della guarigione da un carcinoma. Ecco allora quando si verificano fatti che percepiamo superare il calcolo delle probabilità, invochiamo la “dea bendata”, ovvero la fortuna appunto. O molto più spesso la sorella funesta. Non scomodiamo le convinzioni religiose “più nobili”, le certezze metafisiche granitiche (la cui fruizione tuttavia risulta nella quotidianità più complessa e articolata) e invochiamo la iella. Ma cos’è la fortuna?

Naturalmente la risposta a questa domanda non esiste. Si potrebbe dire la fortuna risponde a tutte le domande cui la teologia, o la metafisica, proprio non riescono. La definizione di Webster era già sufficientemente chiara: “forza senza scopo”, che agisce in deroga, o addirittura contraddicendo le leggi causa-effetto nelle quali abbiamo (forse un po’ troppo in fretta) ascritto il nostro universo. Se durante una partita di calcio molto importante la mia squadra colpisce sei o sette volte i legni, mentre gli avversari al primo tiro sbilenco fanno centro, e si aggiudicano immeritatamente l’intero palio, io ricorro al tema della sfortuna, piuttosto che pensare al Dio “defogliatore” che parteggia per la squadra avversaria. E si noti bene, il risultato di una partita non è affatto irrilevante nella vita emotiva di un tifoso. Ma se siamo soggetti alla disteleologia del fato, perché lo invochiamo, oppure perché ci affidiamo a gesti scaramantici?

Quando il calcolo delle probabilità è tale da richiedere – secondo una percezione fortemente soggettiva – l’intervento di una forza esterna, benevola o malevola, finiamo per ipostatizzare una divinità nella quale nessuno crede, cui però nessuno scampa. Almeno questo è il caso in cui, per usare la nomenclatura kantiana, la noesi fa il noema: l’atto di fede costituisce il creduto.

Da più di un secolo il mondo scientifico ha accettato le acquisizioni della meccanica quantistica, mai consentendole tuttavia di andare a mettere in discussione la rappresentazione globale della realtà – la weltanschauung – in cui sguazzano quelli che scienziati non sono, e che perseverano in una visione newtoniana, più affidabile e meno problematica. Ma se avessimo, anche solo in parte, accettato la mutazione del paradigma, avremmo visto che non è più concepibile una rappresentazione del mondo solida, di fatti che non attendono altro che l’esser scoperti da un soggetto intelligente. Non è così. La conoscenza è un processo dove il conoscente modifica, e molto, ciò che ritiene di conoscere. E se questo è vero per la valigetta che ho sul tavolo in questo momento, è sicuramente più macroscopico per quel tipo di oggetti che sono distanti dai nostri sensi. Come la fortuna. O come Dio.

Probabilmente uno statistico ci potrebbe raccontare che il suddetto calcolo della probabilità non sia poi identico a come lo percepiamo. Un tale deve andare in auto a un appuntamento estremamente importante, vuoi per la sua vita professionale, o per quella affettiva. Il tempo stringe il suo cappio e deve fare più in fretta possibile. Ma non ha fatto i conti con i cinquanta semafori che si frappongono tra lui e la destinazione. Perché sono tutti rossi, o almeno così gli pare. Anzi, sembra che il destino si stia facendo beffe di lui perché quando intravvede un semaforo verde dalla distanza, e fa di tutto per passare, quando è proprio a una trentina di metri scatta il giallo, e subito il rosso. Cinquanta semafori e tutti rossi. Una maledizione. Eppure se potesse rivedere il percorso, si accorgerebbe che invece 25 erano verdi, solo che i suoi vissuti persecutori non glieli hanno fatti cogliere. Prevedendo l’insuccesso nella corsa, la sua necessità di creare un capro espiatorio ha preso il sopravvento, gli ha fatto immaginare un poco probabile complotto di cui farebbero parte la sfortuna e il piano regolatore cittadino. Ha visto solo una parte dei “fatti” e li ha piegati in una ermeneutica inconscia, inevitabile, che gli ha fatto costruire la lettura, almeno per quella precisa circostanza, più conveniente. Anche la sfortuna può essere infatti conveniente. Perché consente alle nostre biografie di consolidare alcuni “punti di ripristino” (mi si passi la metafora informatica), necessari per continuare a vivere. Un giorno particolarmente sfortunato è pur sempre un giorno memorabile, degno di creare pagine e paragrafi nella biografia di un individuo, a differenza dei tanti passati senza che il baricentro oscillasse da una parte o dall’altra.

La nostra mente è biografica, mitopoietica (come abbiamo visto per la fortuna), ed è soprattutto capace non di scovare la finalità, ma di imprimerla in ciò che osserva.

Ho citato il Senso Religioso. Commetterei una svista se tuttavia non ricordassi che la conclusione più importante del libro di don Giussani, è che la “realtà sia segno”. Ne riportiamo un brano:

Il metodo con cui capisco che mia madre mi vuole bene, attraverso cui sono certo che molti mi sono amici, non è fissato meccanicamente, ma è intuito dalla intelligenza come unico senso ragionevole, unico motivo adeguato, per spiegare la convergenza di determinati «segni». Moltiplicate indefinitamente questi segni, a centinaia, a migliaia: il punto del loro senso adeguato è che mia madre mi vuol bene. Migliaia di indizi convergenti su questo punto: l’unico senso del comportamento di mia madre è questo, che «mia madre mi vuol bene». La dimostrazione per una certezza morale è un complesso di indizi il cui unico senso adeguato, il cui unico motivo adeguato, la cui unica lettura ragionevole è quella certezza.

La mente coglie migliaia di indizi, e su questi crea le proprie certezze fondamentali. Estremamente semplice, quasi rudimentale nella sua efficacia. Tuttavia le cose potrebbero essere molto più complicate di così. Perché la mente umana più che trovare gli indizi li crea, con alterno tasso di arbitrarietà, ma sempre mossa dal principio di convenienza. La psicanalisi ha mostrato come ci siano molte più madri distruttive di quanto il senso comune, o i titoli di cronaca nera, non lascino supporre. Anzi la distruttività è una parte del processo. Ebbene i figli delle madri depresse, indifferenti, iperprotettive, raramente “colgono” i milioni di indizi che potrebbero renderli edotti. Anzi, spesso costruiscono un racconto inverosimile, addirittura antitetico a quelle evidenze. Perché avere una madre amorosa è più conveniente della ipotesi contraria. Come la versione postmoderna di Pangloss, che si ostina a vedere tutti i semafori verdi, e rimuovere quelli più faticosi. In assoluto il quadro clinico che coglie meglio tutti gli indizi, e che riesce a collocare ogni singolo pezzo in un intricato puzzle, è quello della paranoia.

Si cancellano traumi, si rimuovono esperienze durate anni, si dimenticano centinaia di fattori e si ricostruisce come Penelope la propria autobiografia in funzione di un disegno che però non è “nelle cose”, ma nelle chimiche inconsce dell’osservatore. Con buona pace dei “raccoglitori di indizi”, continueremo a vedere solo la punta del famigerato Iceberg, e non le fondamenta.

Si potrebbe dire che vedere solo i 25 semafori rossi costituisce l’ingrediente fondamentale che ci consente di significare il carico di frustrazione di cui ognuno è portatore, i 25 verdi sono il nostro inguaribile ottimismo, l’escamotage migliore perché il mondo non ci appaia troppo brutto e la vita insostenibile.

Mi rendo conto d’inoltrarmi in un ginepraio se dico che anche la fede, ogni fede, ha le medesime prerogative. Una fede ci consente di vedere quella parte della realtà che ci fa vivere meglio, e di eliminare le cose che non possiamo assimilare. Anzi una fede che si appella al mistero – qualsiasi cioè – ha il suo punto di forza proprio in questa dimensione: esprime una certezza confortante persino su ciò che è più distante dalla capacità di monitorare. E questo, oltre a esprimere una verità metafisica (che potrebbe anche rivelarsi tale), ha il ruolo di fornire al fedele qualcosa di cui ha radicalmente bisogno: attestare un significato per ciò che sembra contraddire ogni possibile attribuzione. Nel 1500 i contadini lombardi subirono una grave pestilenza, con i raccolti messi a dura prova da una invasione di formiche. La fede ingenua di tanti e uomini e donne ricorse, come spesso accadeva, alla fede. Un popolo intero si radunava nelle cappelle votive, nei cori delle chiese, nelle pievi, a supplicare Dio e i Santi che si liberasse da quella piaga. Anzi, fecero qualcosa in più, escogitando una entità spirituale onomatopeica – san Formicone – che costituisse una sorta di interlocutore privilegiato per quella emergenza. Non importa constatare che san Formicone non venga ricordato dalla agiografia ufficiale della chiesa (che tuttavia contiene molti santi sulla cui storicità si potrebbe discutere a lungo). Ci basta osservare il processo, perché è questo che conta. La funzione crea l’organo come la disperazione crea la speranza. Il politeismo aveva quantomeno questo pregio, di non ingannare mai chiamando “cose” quelli che dovevano per forza essere dei “processi”.

Il significato che si attribuisce – legittimamente, ci mancherebbe – al mondo, è come un film che si proietta sulla superficie bianca di uno schermo. Questa è una ricchezza, non una povertà. Noi non vediamo il mondo come lo schermo bianco e inerte, perché possediamo questa straordinaria capacità. Certo non vediamo il fascio luminoso che si apre dalla nostra mente sul panorama, è questo è un limite. Perché così non si possiedono le cose nelle quali si crede, e se ne è piuttosto posseduti. Continuiamo a immaginare Dio che muove foglie, senza accorgerci del decespugliatore che invece teniamo acceso in mano.

Ovviamente il processo che ho cercato fin qui di descrivere, comporta l’avvicinarsi a questioni metafisiche troppo importanti, che non ho affrontato. E non affronterò. Perché la scoperta delle dinamiche proiettive non esclude, ma non risponde neanche, alla domanda su cosa sia davvero la realtà, né su cosa si celi dietro il lenzuolo dello schermo. E le domande restano tali. Voglio raccontare però un aneddoto che ho trovato, per dir così, liberante.

Carl Gustav Jung un giorno lesse sul giornale di un soldato nigeriano che sosteneva gli alberi gli parlassero. Un matto. A partire dall’aneddoto prese carta e penna e scrisse del cosiddetto “ritiro della proiezione”, che avviene secondo lui in cinque fasi. Cinque passaggi attraverso cui il soldato, se curato, avrebbe potuto far rientrare in sé l’origine della convinzione. Ma nell’ultima riga, dopo avere descritto il quinto e ultimo punto, Jung conclude:

“E poi, forse, gli alberi parlano.”

Forse sì. Con tutte quelle foglie…

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