Liberi Tutti
(Elogio della infedeltà)
Vogliamo raccontare un aneddoto interessante, tratto da un telefilm. Dopo una epidemia che ha decimato l’intero genere umano, un sopravvissuto pensa di essere rimasto solo sulla faccia della terra. Tuttavia dopo avere girato per mesi e mesi incontra una donna, bruttina e petulante, che dovrebbe di conseguenza essere l’ultima del suo genere. All’inizio il rapporto è talmente irritante che neppure l’ovvietà di essere soli al mondo consente ai due non solo di volersi bene, ma addirittura di tollerarsi a vicenda. Poi, un po’ per l’insistenza di lei, un po’ per necessità, e un po’ per l’ostentato proposito di far rifiorire la vita sulla terra, obtorto collo lui accetta di vivere quella relazione. E siccome lei, neppure di fronte alla straordinarietà della circostanza, vuole derogare ad alcuni “principi elementari di civiltà”, accetta persino di sposarla. Ma proprio quando il matrimonio è stato celebrato spunta una “seconda Eva” che, differentemente dalla prima, incarna tutto ciò che lui ha sempre cercato nel mondo femminile. Ma oramai il dado è tratto, perché dalla creazione del triangolo in poi, si apre la lunga sequela di gag ed equivoci della serie televisiva.
Tutta da ridere, almeno nelle intenzioni degli autori. E forse da riflettere. Perché il protagonista si sente “vincolato” alla prima donna? O forse dovrei dire: perché gli autori della serie attingono a piene mani da un immaginario dove il legame coniugale ha un valore giuridico vincolante a prescindere dalle condizioni, a dir poco eccezionali, in cui è stato contratto?
Chi ha avuto modo di incrociare le riflessioni dello scrivente, saprà quanto gli immaginari collettivi siano, per lui, una vera e propria priorità, quasi una ossessione. Paradigmi la cui solidità antecede di molto qualsiasi evoluzione o dialettica, persino in un prodotto di dubbio valore artistico.
Ci domandiamo perché sia così importante evocare la parola “fedeltà” non solo come un valore indefettibile, ma persino come un beneficio costantemente esigibile. E perché il “tradimento” è associato esclusivamente a un valore negativo. Semiologi di comprovata serietà hanno documentato come la parola contiene nella radice semantica il latino “tradere”, ovvero portare, così come la tradizione o la traduzione.
Proviamo allora a giocare con le parole. Una persona contrae un legame (con un’altra persona, una squadra di calcio, una religione, una ideologia politica) che, nel momento in cui lo accetta, pensa debba durare. Ma la vita non consente staticità. Ci si evolve, si cambiano convinzioni, specie se si scopre quanto fossero parziali e limitate quelle precedenti. Eppure esiste un sistema di convenzioni sociali, per cui se si è sempre fatta una cosa, si deve continuare a farla. Persino i supermercati, le compagnie telefoniche e quelle petrolifere tendono a stabilire linee di continuità – non a caso il fenomeno si chiama “fidelizzazione” – per cui una volta che si è clienti di quel determinato distributore ci si fa scrupoli a passare a un altro. Ci sembra di tradire qualcosa o qualcuno. Siamo stati educati sin dai primi momenti di vita a pensare che dobbiamo sempre qualcosa a qualcun altro. Molto meno a riconoscere quanto si debba, piuttosto, a se stessi. Ma forse non dovrebbe essere così. Quando cambiamo banca o fruttivendolo lo si può fare per una unica e semplicissima ragione, ovvero il luogo verso cui andiamo ci sembra più conveniente rispetto a quello da cui si proviene. Questo semplice dato, prima di essere una regola del marketing, è un principio di salubrità psichica. Se intorno a noi esiste tanta nevrosi e altrettanta depressione è il frutto della progressiva erosione del principio di convenienza. Ed è vero che esiste tanto egoismo, tuttavia si tratta di un egoismo inconscio, nella sua forma più grezza e meno consapevole, nato come contrappeso di una generosità mai realmente elaborata. Insomma, non è affatto scontato agire nell’ordine del proprio tornaconto, mentre è molto comune vivere giostrandosi su traiettorie debitorie e creditorie verso “altri”.
Nella preghiera del Giovane Esploratore (scout) c’è una frase che sintetizza molto bene il concetto:
Insegnami (…) a comportarmi lealmente quando tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi.
Giova ricordare che si tratta di una preghiera e che dovrebbe riguardare una realtà, un tempo almeno, pedagogicamente rilevante. A nessuno è dato vivere con lo sguardo dell’intero mondo rivolto su di sé. Ma se fosse possibile, l’azione diventerebbe per questo più morale? Non ci è dato sapere se Dio intende esaudire il contenuto della preghiera, ma sicuramente il supplicante, convinto della bontà della richiesta, potrebbe vivere “come se” quello sguardo esistesse: sarebbe allora più etico?
Ovviamente non lo sappiamo, ma di sicuro agire monitorati dallo sguardo del mondo rende il soggetto più ricattabile. È quello che accade nella suddetta serie televisiva, dove “tutto il mondo” giudicante è ridotto ai minimi termini. Eppure il suo monito viene recepito in modo altrettanto vincolante e coriaceo, nemmeno dalla considerazione della parzialità delle condizioni in cui era stato carpito.
Perché pensiamo di “dovere” così tanto agli altri? Crescere è un compito assai improbo, noi crediamo, proprio per questa ragione. Si diventa grandi sotto il fuoco incrociato di cecchini e franchi tiratori, pronti a stabilire cosa – secondo loro, o secondo il mondo, la parrocchia, Dio o Dio sa cos’altro – si dovrebbe essere. E così, a partire da un’età in cui si è intrinsecamente ricattabili, si finisce per subire una serie di aggressioni che l’ambiente, pronto ad autoalimentarsi “Lo faccio solo per il tuo bene…”, continua a somministrare.
Non è difficile immaginare la vita di qualcuno che continua a tentare di adeguarsi alle aspettative in lui riposte. E il tasso di rassegnazione, è/sarebbe inversamente proporzionale alla coercizione e ricattabilità dei primi anni di vita. La possibilità (e non necessariamente i suoi agiti) di “tradire” i valori nella cui continuità è stato educato, sarebbe sicuramente il primo, insperato, segno di vitalità psichica.
Poniamo un uomo cresciuto in una famiglia borghese, tradizionalista e cattolica, la cui vita senza troppi scossoni ha seguito il letto del torrente segnato dal suo ambiente familiare. Insomma il nostro uomo è cattolico, più per non essersi imbattuto in motivi di apostasia che per reale convinzione. La madre, molto più invasiva, miope e radicata però i quegli stessi valori, sul letto di morte gli domanda di esaudire un ultimo desiderio: consacrarsi e diventare presbitero, come già lo zio e il prozio vescovo prima di lui. Il giovane accetta e la madre muore con il sorriso sulle labbra.
Molti anni dopo, concluso il seminario e ricevuto l’ordine, il nostro uomo potrebbe cominciare a misurare i passi con cui era giunto fin lì, e prendere una tardiva coscienza del sopruso subito. Per divincolarsi dal giogo dovrebbe tuttavia confrontarsi con lo sguardo di centinaia di persone, che si sono confessate da lui e che hanno seguito le sue omelie dal pulpito, con lo sguardo dei parenti, alcuni “amici” (il virgolettato è d’obbligo), con gli altri sacerdoti e i superiori della gerarchia ecclesiale (che non hanno indagato a sufficienza sulla autenticità delle sue intenzioni e sono magari invece ora propensi a scandalizzarsi) e, peggio ancora, con lo sguardo, oramai introiettato di una madre che, morendo, si è sottratta a qualsiasi confronto successivo. Per quell’uomo la possibilità del tradimento, di contravvenire a una molteplicità di sguardi riversi su di lui, di venire meno a una aspettativa diffusa nei suoi confronti, sarebbe quanto più di auspicabile potrebbe volere per lui chi gli volesse autenticamente bene.
Mentre il mondo potrebbe rimanere indignato, con la bocca spalancata, a osservarlo nell’atto di levarsi l’abito talare, egli non dovrebbe domandare perdono a quanti così deluderebbe, ma – ecco uno di quei paradossi che tanto piacciono allo scrivente – a se stesso, per avere esagerato il dovere contratto con gli altri più di quanto non sapesse di dovere a sé.
Non dovrebbe vergognarsi, oppure dovrebbe vergognarsi di provare vergogna per un motivo così distante dalla propria umanità.
Cos’è infatti la vergogna?
Darwin ritiene che “il rossore” che imporpora le guance di un essere umano, sia una delle prerogative che maggiormente lo separano dal regno animale; ovverosia nella prospettiva del naturalista britannico, la vergogna è uno dei vertici della evoluzione.
Nella Genesi ci è consegnato uno degli esempi più antichi della vergogna:
Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gn. 3,7).*
* ci piace, solo a livello di provocazione, sottolineare come mentre per due secoli i creazionisti e gli evoluzionisti abbiano passato gran parte del loro tempo a darsele di santa ragione, il tema della vergogna riesca a metterli sorprendentemente d’accordo.
Essa è il contrappasso per aver rotto la prima delle alleanze che il signore aveva proposto. Tuttavia in una prospettiva “cronologica” la vergogna è anche il primo (chiediamo scusa per il pasticcio di parole) “frutto” dell’avere mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Di più ancora: Dio proibisce di consumare quel frutto, e punirà l’uomo e la donna per averlo disatteso, ma – si noti bene – non attraverso il mancato godimento di ciò che l’assunzione del frutto avrebbe comportato. Adamo ed Eva, infatti “aprono gli occhi” in quell’istante. Insomma il frutto… frutta, e continua a maturare dentro le viscere del traditore. Il primo sintomo è proprio la vergogna. L’uomo non si vergogna per la natura fraudolenta del gesto, ma per il fatto di scoprirsi nudo. Era nudo anche prima, ma solo adesso ne prende coscienza. Egli per la prima volta si vede, e si vede attraverso lo sguardo dell’Altro- cui si cela con le foglie di un fico -, e nel pudore vede anche l’Altro, che sia Dio oppure no, ne percepisce la presenza, e lo sguardo indagatore e giudicante. Meglio ribadirlo: Adamo non si vergogna inizialmente del “tradimento”, ma della nudità/inermità con cui aveva accettato il vincolo. Il tradimento ha portato immediatamente a un incremento decisivo della propria autocoscienza, perché fino a quel momento non si era mai percepito come “Altro” rispetto all'”Altro” che gli aveva imposto un ordine. Per la prima volta vede se stesso e proprio per questo comincia a misurarsi con l’altrui sguardo. La stessa libertà nasce, non ontologicamente ma cronologicamente, con l’atto di insubordinazione: il tradimento “fa” la libertà.
Da questo momento, che sancisce la fine dell’unitarietà di Adamo con Dio, nascono il tempo, la vita, la coscienza e la fede stessa dell’uomo resa possibile esclusivamente dalla distanza che si è imposta, per sempre, tra la creatura e il Creatore.
Il peccato rompe una situazione di identificazione ingenua con il Tutto, ed è nella frattura- non nella saldatura – che la libertà comincia ad avere un senso.
Gli psichiatri ci dicono che la psicosi si verifica quasi sempre quando il paziente non riesce a differenziarsi dal corpo – dapprima fisico, poi evocato simbolicamente – della madre. Senza percepire la possibilità di spaccare il nesso sancito nel sangue del cordone ombelicale, l’uomo postmoderno prende a fluttuare inerte, soggetto solo alla gravità, come un satellite dimenticato intorno alla superficie liscia della madre terra.
Non è riuscito a tradire.
Dice sulla vergogna il grande filosofo Emanuel Levinas:
La vergogna non dipende, come si è portati a credere, dalla limitatezza del nostro essere in quanto suscettibile di peccato, ma dallo stesso essere, dalla sua incapacità di rompere con se stesso. La vergogna si fonda sulla solidarietà del nostro essere, che ci obbliga a rivendicare la responsabilità di noi stessi.
La vergogna quindi si fonda sulla anteposizione della coerenza rispetto alla capacità di “rompere” un quadro preesistente. Il “non traditore” ha un unico volto, che crede essere il proprio, ma è costantemente l’effetto di una molteplicità di adattamenti delle proprie istanze a quelle dell’ambiente circostante. Perciò egli finisce per identificarsi con la maschera dei comportamenti sociali, cui ha imparato suo malgrado ad assoggettarsi. Soffre di una paresi dell’azione, ha subito un ictus della propria anima, perché progressivamente la maschera ha finito per fondersi col derma del volto, e non potendo più toglierla non riconosce come propria la carne sottostante. Nella “inconcepibilità del tradimento”, diversamente da Adamo, perde per strada anche quella della fedeltà, che a questo punto diventa soltanto la ripetizione di un automatismo. Nulla più.
Assomiglia alla frustrazione del fratello del “Figliol Prodigo”, che della parabola è l’unico vero perdente:
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.
Abbiamo riportato un lungo stralcio perché ne emergono alcuni dettagli terribili. Il fratello maggiore vive qui l’unico frangente in cui possa dirsi al centro delle economie familiari. Per la prima volta egli si occupa di sé, e suo padre sembra accorgersi di lui. Per il resto è condannato al rango di subalterno, e proprio la sua subalternità cagiona la rabbia. Chissà quante volte, tornando dal duro lavoro dei campi, avrà mormorato contro il fratellino, forse non arrivando ad augurargli il male – il non traditore teme persino gli si possa contestare di essere meschino -, ma risolvendosi che avendo sperperato tutto in prostitute, ora giacerà prostrato nella polvere, come in fondo si è meritato. Certo lui non ha goduto come “quello là” – non ne ripeté più il nome -, ma almeno ha evitato al padre i grattacapi e i dolori che gli indovina quando lo vede scrutare i campi, e ogni tanto scendergli una lacrima. Non ama realmente il genitore, gli manca lo spazio per l’elaborazione di un sentimento così complesso, tuttavia quantomeno non è a causa sua che lo vede mese dopo mese sempre più piegato dalla fatica e dalla preoccupazione.
Ma gli avvenimenti di quella sera sono un rovesciamento e antropologico concettuale che non è attrezzato per sopportare. Non lo è ontologicamente, perché la fedeltà ingenua al mandato non gli consente di intravedere uno spazio ulteriore, in questo caso l’oltre-misura dell’amore di suo padre. Anche il padre non può fare nulla per aiutare o premiare il figlio fedele:
“Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo.”
Tuttavia quel che è suo è anche del figlio che non è sempre stato lì. Anzi, lo è persino di più. La preferenza del padre non va al fedele, non segue l’ordine naturale della primogenitura e della morale, ma va a quello che ha rotto il giocattolo.
Nel rapporto col figlio maggiore non si è creata la frattura circolare vista in Adamo/Dio nonché in Adamo/Adamo. E nella ottusità del monolite non si è spalancato l’orizzonte di (auto)coscienza: poiché si ha coscienza solo di ciò che si può tradire. Il padre potrebbe avere fatto festa tutte le notti per lui, e potrebbe avere ucciso ogni sera un vitello – un vitello che non riconosce né come suo, né come non suo – ma egli non se ne sarebbe accorto. Il padre non gli ha mai donato un vitello perché per farlo avrebbe dovuto registrare una distanza che non c’è mai stata. Tuttavia anche per il fratello maggiore i giochi non sono definitivamente chiusi, perché il tradimento del minore ha aperto comunque orizzonti nuovi, dei quali forse saprà approfittare. Non è la vergogna che separa il figlio fedele e il padre, ma la rabbia, che è tuttavia una emozione collegata alla vergogna. Se l’ingiustizia che ritiene di avere, a ragione, subito gli facesse spaccare qualcosa, o dire qualcosa di terribile, potrebbe in seguito pentirsi. E vergognarsi. Intanto quella sera i due sembrano incontrarsi, vedersi davvero, per la prima volta.
C’è nel vocabolario della lingua italiana un termine, “doppiezza”, normalmente usato per indicare falsità e ipocrisia. Tuttavia la parola ha anche un significato positivo, normalmente dimenticato dagli studiosi del linguaggio: occorre una doppiezza per stabilire la distanza tra identità e ambiente. Occorre una diversificazione interiore, difesa dallo sguardo altrui (celata sotto le foglie di fico), che consenta alla persona di non essere definita dal contesto dove si trova a vivere, perché la misura dello iato costituisce la possibilità della coscienza, e in questa la libertà medesima, che è il contrassegno della similitudine tra il Creatore e la Creatura. Noi siamo liberi perché siamo valigie a doppio fondo. Senza la doppiezza siamo tuttalpiù software che eseguono un programma. Se Adamo non avesse mangiato il frutto non ci sarebbe stata la morte, ma neppure la vita.
Non saremmo troppo lontani dal vero dall’affermare che la Bibbia è una lunga sequenza di tradimenti. Forse una propedeutica. Dio saccheggia metodologicamente il tradimento per portare a compimento il suo progetto di salvezza. Da Adamo a Giuda, da Caino a Davide, passando per Giacobbe e l’inganno perpetrato con l’aiuto della madre (un’altra traditrice) ai danni di Esaù e Isacco. Persino Dio non può chiamarsi fuori, perché chissà se Abramo non si è sentito tradito nella forzatura di quella prova di fedeltà, per non dire del mite Giobbe che ha dovuto subire un trattamento terrificante a causa di una disputa tra Dio e il diavolo.
Il tradimento coniugale, ad esempio, visto come il più nefando dei crimini – il matrimonio, in cui due diventano “una sola carne”, riproduce lo schema indifferenziato, visto in Adamo prima che cogliesse il frutto – viene ridimensionato molto da Cristo medesimo:
Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. (Mt. 5,28)
In quel “già”, che contiene una precisa indicazione sul non coltivare immagini velleitarie di fedeltà, e un invito implicito a passare oltre, a vedere oltre ciò che appare come inevitabile.
È altresì vero che nel passaggio immediatamente successivo Gesù invita a separarsi dall’occhio e la mano che sono state motivo di scandalo, tuttavia non crediamo intenda meramente una amputazione degli agenti di scandalo, che potrebbe valere per la mano, ma non per l’occhio. Complicato immaginare Colui che perdona l’adultera auspicare l’asportazione dell’occhio dell’uomo che si sorprende a concupire l’avvenente sconosciuta incrociata per strada, come forse nemmeno il più rigido dei Farisei farebbe. Il Nazareno stesso è “scandalo per i Giudei”, e trae da quella scandalosità l’irruenza della propria Rivelazione. Piuttosto l’occhio può essere motivo di scandalo essendo esageratamente propenso a farsi scandalizzare. Ne abbiamo scritto ne “Un elefante in cucina”, dove abbiamo cercato di descrivere una misura oggettiva e una soggettiva nel tema dello scandalo. Gesù non mette in guardia solo chi compie qualcosa di scandaloso, ma anche – forse soprattutto – chi si lascia infettare con troppa facilità dal morbo della supponenza di come gli altri dovrebbero agire o vivere.
In un legame esiste la ragionevole aspettativa che coloro che ci stanno intorno soddisfino una certa serie di obblighi di continuità, che in più delle volte si sovrappongono, o sostituiscono la natura del legame medesimo. Tuttavia ci siamo altresì abituati a giurisprudenzializzare questa aspettativa, a percepire queste linee di continuità tra identità e ruolo – padre, figlio, marito o moglie, amico o amica – come debito, un obbligo e una prescrizione che l’Altro, o noi stessi, è costretto a soddisfare.
Ma non è questa la natura più autentica di qualsiasi relazione, che invece è la libertà. Un rapporto dura fino a un istante prima che uno dei contraenti stabilisce unilateralmente che non sia giunto al termine.
Nella parola “legame” c’è una dimensione d’ombra, coincidente con la fenomenologia che, chi lo contrae rimane in qualche misura “legato.” Ma a essere legate sono le persone sequestrate, non quelle che scelgono la direzione da imprimere al proprio destino.
Ci permettiamo di infilare le citazioni tratte da due nostri racconti:
“(…) Oppure sì, ‘ti prometto che non succederà mai che…’. Potrei sì, a condizione di sapere- io e te- che vi sono promesse nella vita che non possono essere mantenute. O meglio: non possono essere mantenute soltanto a cagione del fatto di essere state formulate. Giacché se fosse per questo diverrebbero un debito. E i debiti sono il contrario dell’amore. Amare è non dover mai dire ‘ti devo’, poiché ciò che si deve non lo si può mai scegliere. E ciò che si deve restituire non lo si può certo donare.” (Io, Maggie e la Luna)
E ancora:
“Se l’Amore è Dio, forse è anche eterno, e l’indissolubilità coniugale potrebbe essere una conseguenza di questa verità…”, don Patrizio dopo il lungo silenzio aveva scelto una tempistica perfetta per tentare di sigillare la discussione in un modo congeniale al ruolo che pur sempre rivestiva, “Non credi Piero?”
L’amico lo guardò con una irruenza da metterlo in imbarazzo.
“Stai scherzando vero? Certo che in ogni amore, se autentico, c’è qualcosa che resiste al tempo. Ma non nel modo vagamente ricattatorio come quello che sembrano intendere i tuoi superiori. È una eternità mai esigibile, la cui principale caratteristica è che lascia le persone libere di fare ciò che vogliono: per quanto questo possa essere doloroso, o per quante convinzioni possa infrangere. Una pianta perenne verde che avvizzisce nell’istante stesso in cui qualcuno pensa di avere diritto alla frescura della sua ombra. Una eternità gracile come la brina, pronta a dissolversi al primo raggio del possesso. Un infinito che finisce non perché uno dei contraenti rompe il patto, ma perché l’altro esige che venga rispettato.” (Corso per fidanzati)
La libertà, e non il prerequisito di una fedeltà ottusa, guadagnata alla sottoscrizione di un documento, è la condizione perché un rapporto – ripetiamo, qualsiasi rapporto – possa essere considerato autentico. In una relazione vera ognuno dei contraenti fa ciò che vuole, e fino a quando lo vuole. Il resto sono costruzioni aprioristiche che poco hanno a che fare con la verità. Che merito avrebbe un uomo che fosse fedele alla sua compagna semplicemente per non avere mai concepito la possibilità di una alternativa? E quello che non avesse mai desiderato una donna diversa dalla propria, non sarebbe piuttosto malato di una grave forma di autismo?
Non l’obbligo, ma il dono è l’unico territorio su cui l’Altro dovrebbe essere incontrato. E sul dono non si può ammantare diritto alcuno. Ma unicamente questo apre alla possibilità della “sorpresa”: l’altro potrebbe andarsene, ma se vuole, e SOLO SE lo vuole, rimane:
”Se tu volerai mi perderai…”
”Se io sapessi di non poter volare saresti tu ad avermi perso comunque. Si ama solo ciò che non si trattiene.”
”Ma come possono una margherita e una farfalla stare per sempre insieme?”
”Forse non possono, o forse sì ma non scegliendo una volta per tutte. Tu ogni mattina aprirai i tuoi petali, e quando mi vedrai saprai che ho scelto ancora quel giorno e quella notte di essere qui.”
“Correndo il rischio di soffrire ogni giorno?”
”Se ciò vale quel rischio, sì.” (Io, Maggie e la Luna)
Sappiamo di offrire una visione alquanto paradossale, molto diversa da percezioni universalmente diffuse. Tuttavia nello stereotipo delle relazioni che si esauriscono quando i contraenti “si danno per scontati”, c’è un germe di verità. Perché se ogni cosa viene assunta sotto il regime dell’obbligo, e della espletazione di compiti costantemente rivendicabili dal beneficiario, allora ogni relazione si trasformerà nella eutanasia di se stessa. Diverso è l’approccio stabilito nella libertà. Ogni persona ha diritto a ché l’Altro con cui è in relazione faccia una scelta, ma non ha diritto alcuno di essere il contenuto di quella scelta.
”Chi ama non deve niente! Gli schiavi ‘devono’, gli amanti no.” La voce di Io si era fatta improvvisamente perentoria. Fece una pausa. “Solo chi ha paura pretende di riscuotere un debito, giacché pensa di avere acquisito nell’altro un credito o una proprietà da difendere. Non chi ama o si sa amato. In amore non vi è nessuna garanzia.” (Io, Maggie e la Luna)
Ogni essere umano può diventare scarto, accessorio e inessenziale alla causa della altrui felicità. Ciò dà quasi sempre luogo a vissuti abbandonici, tanto più frequenti in una umanità poco evoluta come quella di questo momento storico, più propensa a foraggiare vissuti narcisistici, a collocarsi al centro dell’Universo e chiedere ai circostanti una oblazione, recepita come un dovere. Il sedicente Prometeo del XXI secolo non concepisce la possibilità di essere abbandonato, e non di rado (purtroppo) si scopre incline alla violenza quando ritene non gli venga dato quanto ritiene pattuito. Ma nessun legame ha più valore della quantità di libertà necessaria per romperlo. E solo questo, esclusivamente questo, apre al sorprendente dono della dedizione e della fedeltà.
Liberi tutti.
Liberi Tutti
(Elogio della infedeltà)
Vogliamo raccontare un aneddoto interessante, tratto da un telefilm. Dopo una epidemia che ha decimato l’intero genere umano, un sopravvissuto pensa di essere rimasto solo sulla faccia della terra. Tuttavia dopo avere girato per mesi e mesi incontra una donna, bruttina e petulante, che dovrebbe di conseguenza essere l’ultima del suo genere. All’inizio il rapporto è talmente irritante che neppure l’ovvietà di essere soli al mondo consente ai due non solo di volersi bene, ma addirittura di tollerarsi a vicenda. Poi, un po’ per l’insistenza di lei, un po’ per necessità, e un po’ per l’ostentato proposito di far rifiorire la vita sulla terra, obtorto collo lui accetta di vivere quella relazione. E siccome lei, neppure di fronte alla straordinarietà della circostanza, vuole derogare ad alcuni “principi elementari di civiltà”, accetta persino di sposarla. Ma proprio quando il matrimonio è stato celebrato spunta una “seconda Eva” che, differentemente dalla prima, incarna tutto ciò che lui ha sempre cercato nel mondo femminile. Ma oramai il dado è tratto, perché dalla creazione del triangolo in poi, si apre la lunga sequela di gag ed equivoci della serie televisiva.
Tutta da ridere, almeno nelle intenzioni degli autori. E forse da riflettere. Perché il protagonista si sente “vincolato” alla prima donna? O forse dovrei dire: perché gli autori della serie attingono a piene mani da un immaginario dove il legame coniugale ha un valore giuridico vincolante a prescindere dalle condizioni, a dir poco eccezionali, in cui è stato contratto?
Chi ha avuto modo di incrociare le riflessioni dello scrivente, saprà quanto gli immaginari collettivi siano, per lui, una vera e propria priorità, quasi una ossessione. Paradigmi la cui solidità antecede di molto qualsiasi evoluzione o dialettica, persino in un prodotto di dubbio valore artistico.
Ci domandiamo perché sia così importante evocare la parola “fedeltà” non solo come un valore indefettibile, ma persino come un beneficio costantemente esigibile. E perché il “tradimento” è associato esclusivamente a un valore negativo. Semiologi di comprovata serietà hanno documentato come la parola contiene nella radice semantica il latino “tradere”, ovvero portare, così come la tradizione o la traduzione.
Proviamo allora a giocare con le parole. Una persona contrae un legame (con un’altra persona, una squadra di calcio, una religione, una ideologia politica) che, nel momento in cui lo accetta, pensa debba durare. Ma la vita non consente staticità. Ci si evolve, si cambiano convinzioni, specie se si scopre quanto fossero parziali e limitate quelle precedenti. Eppure esiste un sistema di convenzioni sociali, per cui se si è sempre fatta una cosa, si deve continuare a farla. Persino i supermercati, le compagnie telefoniche e quelle petrolifere tendono a stabilire linee di continuità – non a caso il fenomeno si chiama “fidelizzazione” – per cui una volta che si è clienti di quel determinato distributore ci si fa scrupoli a passare a un altro. Ci sembra di tradire qualcosa o qualcuno. Siamo stati educati sin dai primi momenti di vita a pensare che dobbiamo sempre qualcosa a qualcun altro. Molto meno a riconoscere quanto si debba, piuttosto, a se stessi. Ma forse non dovrebbe essere così. Quando cambiamo banca o fruttivendolo lo si può fare per una unica e semplicissima ragione, ovvero il luogo verso cui andiamo ci sembra più conveniente rispetto a quello da cui si proviene. Questo semplice dato, prima di essere una regola del marketing, è un principio di salubrità psichica. Se intorno a noi esiste tanta nevrosi e altrettanta depressione è il frutto della progressiva erosione del principio di convenienza. Ed è vero che esiste tanto egoismo, tuttavia si tratta di un egoismo inconscio, nella sua forma più grezza e meno consapevole, nato come contrappeso di una generosità mai realmente elaborata. Insomma, non è affatto scontato agire nell’ordine del proprio tornaconto, mentre è molto comune vivere giostrandosi su traiettorie debitorie e creditorie verso “altri”.
Nella preghiera del Giovane Esploratore (scout) c’è una frase che sintetizza molto bene il concetto:
Insegnami (…) a comportarmi lealmente quando tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi.
Giova ricordare che si tratta di una preghiera e che dovrebbe riguardare una realtà, un tempo almeno, pedagogicamente rilevante. A nessuno è dato vivere con lo sguardo dell’intero mondo rivolto su di sé. Ma se fosse possibile, l’azione diventerebbe per questo più morale? Non ci è dato sapere se Dio intende esaudire il contenuto della preghiera, ma sicuramente il supplicante, convinto della bontà della richiesta, potrebbe vivere “come se” quello sguardo esistesse: sarebbe allora più etico?
Ovviamente non lo sappiamo, ma di sicuro agire monitorati dallo sguardo del mondo rende il soggetto più ricattabile. È quello che accade nella suddetta serie televisiva, dove “tutto il mondo” giudicante è ridotto ai minimi termini. Eppure il suo monito viene recepito in modo altrettanto vincolante e coriaceo, nemmeno dalla considerazione della parzialità delle condizioni in cui era stato carpito.
Perché pensiamo di “dovere” così tanto agli altri? Crescere è un compito assai improbo, noi crediamo, proprio per questa ragione. Si diventa grandi sotto il fuoco incrociato di cecchini e franchi tiratori, pronti a stabilire cosa – secondo loro, o secondo il mondo, la parrocchia, Dio o Dio sa cos’altro – si dovrebbe essere. E così, a partire da un’età in cui si è intrinsecamente ricattabili, si finisce per subire una serie di aggressioni che l’ambiente, pronto ad autoalimentarsi “Lo faccio solo per il tuo bene…”, continua a somministrare.
Non è difficile immaginare la vita di qualcuno che continua a tentare di adeguarsi alle aspettative in lui riposte. E il tasso di rassegnazione, è/sarebbe inversamente proporzionale alla coercizione e ricattabilità dei primi anni di vita. La possibilità (e non necessariamente i suoi agiti) di “tradire” i valori nella cui continuità è stato educato, sarebbe sicuramente il primo, insperato, segno di vitalità psichica.
Poniamo un uomo cresciuto in una famiglia borghese, tradizionalista e cattolica, la cui vita senza troppi scossoni ha seguito il letto del torrente segnato dal suo ambiente familiare. Insomma il nostro uomo è cattolico, più per non essersi imbattuto in motivi di apostasia che per reale convinzione. La madre, molto più invasiva, miope e radicata però i quegli stessi valori, sul letto di morte gli domanda di esaudire un ultimo desiderio: consacrarsi e diventare presbitero, come già lo zio e il prozio vescovo prima di lui. Il giovane accetta e la madre muore con il sorriso sulle labbra.
Molti anni dopo, concluso il seminario e ricevuto l’ordine, il nostro uomo potrebbe cominciare a misurare i passi con cui era giunto fin lì, e prendere una tardiva coscienza del sopruso subito. Per divincolarsi dal giogo dovrebbe tuttavia confrontarsi con lo sguardo di centinaia di persone, che si sono confessate da lui e che hanno seguito le sue omelie dal pulpito, con lo sguardo dei parenti, alcuni “amici” (il virgolettato è d’obbligo), con gli altri sacerdoti e i superiori della gerarchia ecclesiale (che non hanno indagato a sufficienza sulla autenticità delle sue intenzioni e sono magari invece ora propensi a scandalizzarsi) e, peggio ancora, con lo sguardo, oramai introiettato di una madre che, morendo, si è sottratta a qualsiasi confronto successivo. Per quell’uomo la possibilità del tradimento, di contravvenire a una molteplicità di sguardi riversi su di lui, di venire meno a una aspettativa diffusa nei suoi confronti, sarebbe quanto più di auspicabile potrebbe volere per lui chi gli volesse autenticamente bene.
Mentre il mondo potrebbe rimanere indignato, con la bocca spalancata, a osservarlo nell’atto di levarsi l’abito talare, egli non dovrebbe domandare perdono a quanti così deluderebbe, ma – ecco uno di quei paradossi che tanto piacciono allo scrivente – a se stesso, per avere esagerato il dovere contratto con gli altri più di quanto non sapesse di dovere a sé.
Non dovrebbe vergognarsi, oppure dovrebbe vergognarsi di provare vergogna per un motivo così distante dalla propria umanità.
Cos’è infatti la vergogna?
Darwin ritiene che “il rossore” che imporpora le guance di un essere umano, sia una delle prerogative che maggiormente lo separano dal regno animale; ovverosia nella prospettiva del naturalista britannico, la vergogna è uno dei vertici della evoluzione.
Nella Genesi ci è consegnato uno degli esempi più antichi della vergogna:
Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gn. 3,7).*
* ci piace, solo a livello di provocazione, sottolineare come mentre per due secoli i creazionisti e gli evoluzionisti abbiano passato gran parte del loro tempo a darsele di santa ragione, il tema della vergogna riesca a metterli sorprendentemente d’accordo.
Essa è il contrappasso per aver rotto la prima delle alleanze che il signore aveva proposto. Tuttavia in una prospettiva “cronologica” la vergogna è anche il primo (chiediamo scusa per il pasticcio di parole) “frutto” dell’avere mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Di più ancora: Dio proibisce di consumare quel frutto, e punirà l’uomo e la donna per averlo disatteso, ma – si noti bene – non attraverso il mancato godimento di ciò che l’assunzione del frutto avrebbe comportato. Adamo ed Eva, infatti “aprono gli occhi” in quell’istante. Insomma il frutto… frutta, e continua a maturare dentro le viscere del traditore. Il primo sintomo è proprio la vergogna. L’uomo non si vergogna per la natura fraudolenta del gesto, ma per il fatto di scoprirsi nudo. Era nudo anche prima, ma solo adesso ne prende coscienza. Egli per la prima volta si vede, e si vede attraverso lo sguardo dell’Altro- cui si cela con le foglie di un fico -, e nel pudore vede anche l’Altro, che sia Dio oppure no, ne percepisce la presenza, e lo sguardo indagatore e giudicante. Meglio ribadirlo: Adamo non si vergogna inizialmente del “tradimento”, ma della nudità/inermità con cui aveva accettato il vincolo. Il tradimento ha portato immediatamente a un incremento decisivo della propria autocoscienza, perché fino a quel momento non si era mai percepito come “Altro” rispetto all'”Altro” che gli aveva imposto un ordine. Per la prima volta vede se stesso e proprio per questo comincia a misurarsi con l’altrui sguardo. La stessa libertà nasce, non ontologicamente ma cronologicamente, con l’atto di insubordinazione: il tradimento “fa” la libertà.
Da questo momento, che sancisce la fine dell’unitarietà di Adamo con Dio, nascono il tempo, la vita, la coscienza e la fede stessa dell’uomo resa possibile esclusivamente dalla distanza che si è imposta, per sempre, tra la creatura e il Creatore.
Il peccato rompe una situazione di identificazione ingenua con il Tutto, ed è nella frattura- non nella saldatura – che la libertà comincia ad avere un senso.
Gli psichiatri ci dicono che la psicosi si verifica quasi sempre quando il paziente non riesce a differenziarsi dal corpo – dapprima fisico, poi evocato simbolicamente – della madre. Senza percepire la possibilità di spaccare il nesso sancito nel sangue del cordone ombelicale, l’uomo postmoderno prende a fluttuare inerte, soggetto solo alla gravità, come un satellite dimenticato intorno alla superficie liscia della madre terra.
Non è riuscito a tradire.
Dice sulla vergogna il grande filosofo Emanuel Levinas:
La vergogna non dipende, come si è portati a credere, dalla limitatezza del nostro essere in quanto suscettibile di peccato, ma dallo stesso essere, dalla sua incapacità di rompere con se stesso. La vergogna si fonda sulla solidarietà del nostro essere, che ci obbliga a rivendicare la responsabilità di noi stessi.
La vergogna quindi si fonda sulla anteposizione della coerenza rispetto alla capacità di “rompere” un quadro preesistente. Il “non traditore” ha un unico volto, che crede essere il proprio, ma è costantemente l’effetto di una molteplicità di adattamenti delle proprie istanze a quelle dell’ambiente circostante. Perciò egli finisce per identificarsi con la maschera dei comportamenti sociali, cui ha imparato suo malgrado ad assoggettarsi. Soffre di una paresi dell’azione, ha subito un ictus della propria anima, perché progressivamente la maschera ha finito per fondersi col derma del volto, e non potendo più toglierla non riconosce come propria la carne sottostante. Nella “inconcepibilità del tradimento”, diversamente da Adamo, perde per strada anche quella della fedeltà, che a questo punto diventa soltanto la ripetizione di un automatismo. Nulla più.
Assomiglia alla frustrazione del fratello del “Figliol Prodigo”, che della parabola è l’unico vero perdente:
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.
Abbiamo riportato un lungo stralcio perché ne emergono alcuni dettagli terribili. Il fratello maggiore vive qui l’unico frangente in cui possa dirsi al centro delle economie familiari. Per la prima volta egli si occupa di sé, e suo padre sembra accorgersi di lui. Per il resto è condannato al rango di subalterno, e proprio la sua subalternità cagiona la rabbia. Chissà quante volte, tornando dal duro lavoro dei campi, avrà mormorato contro il fratellino, forse non arrivando ad augurargli il male – il non traditore teme persino gli si possa contestare di essere meschino -, ma risolvendosi che avendo sperperato tutto in prostitute, ora giacerà prostrato nella polvere, come in fondo si è meritato. Certo lui non ha goduto come “quello là” – non ne ripeté più il nome -, ma almeno ha evitato al padre i grattacapi e i dolori che gli indovina quando lo vede scrutare i campi, e ogni tanto scendergli una lacrima. Non ama realmente il genitore, gli manca lo spazio per l’elaborazione di un sentimento così complesso, tuttavia quantomeno non è a causa sua che lo vede mese dopo mese sempre più piegato dalla fatica e dalla preoccupazione.
Ma gli avvenimenti di quella sera sono un rovesciamento e antropologico concettuale che non è attrezzato per sopportare. Non lo è ontologicamente, perché la fedeltà ingenua al mandato non gli consente di intravedere uno spazio ulteriore, in questo caso l’oltre-misura dell’amore di suo padre. Anche il padre non può fare nulla per aiutare o premiare il figlio fedele:
“Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo.”
Tuttavia quel che è suo è anche del figlio che non è sempre stato lì. Anzi, lo è persino di più. La preferenza del padre non va al fedele, non segue l’ordine naturale della primogenitura e della morale, ma va a quello che ha rotto il giocattolo.
Nel rapporto col figlio maggiore non si è creata la frattura circolare vista in Adamo/Dio nonché in Adamo/Adamo. E nella ottusità del monolite non si è spalancato l’orizzonte di (auto)coscienza: poiché si ha coscienza solo di ciò che si può tradire. Il padre potrebbe avere fatto festa tutte le notti per lui, e potrebbe avere ucciso ogni sera un vitello – un vitello che non riconosce né come suo, né come non suo – ma egli non se ne sarebbe accorto. Il padre non gli ha mai donato un vitello perché per farlo avrebbe dovuto registrare una distanza che non c’è mai stata. Tuttavia anche per il fratello maggiore i giochi non sono definitivamente chiusi, perché il tradimento del minore ha aperto comunque orizzonti nuovi, dei quali forse saprà approfittare. Non è la vergogna che separa il figlio fedele e il padre, ma la rabbia, che è tuttavia una emozione collegata alla vergogna. Se l’ingiustizia che ritiene di avere, a ragione, subito gli facesse spaccare qualcosa, o dire qualcosa di terribile, potrebbe in seguito pentirsi. E vergognarsi. Intanto quella sera i due sembrano incontrarsi, vedersi davvero, per la prima volta.
C’è nel vocabolario della lingua italiana un termine, “doppiezza”, normalmente usato per indicare falsità e ipocrisia. Tuttavia la parola ha anche un significato positivo, normalmente dimenticato dagli studiosi del linguaggio: occorre una doppiezza per stabilire la distanza tra identità e ambiente. Occorre una diversificazione interiore, difesa dallo sguardo altrui (celata sotto le foglie di fico), che consenta alla persona di non essere definita dal contesto dove si trova a vivere, perché la misura dello iato costituisce la possibilità della coscienza, e in questa la libertà medesima, che è il contrassegno della similitudine tra il Creatore e la Creatura. Noi siamo liberi perché siamo valigie a doppio fondo. Senza la doppiezza siamo tuttalpiù software che eseguono un programma. Se Adamo non avesse mangiato il frutto non ci sarebbe stata la morte, ma neppure la vita.
Non saremmo troppo lontani dal vero dall’affermare che la Bibbia è una lunga sequenza di tradimenti. Forse una propedeutica. Dio saccheggia metodologicamente il tradimento per portare a compimento il suo progetto di salvezza. Da Adamo a Giuda, da Caino a Davide, passando per Giacobbe e l’inganno perpetrato con l’aiuto della madre (un’altra traditrice) ai danni di Esaù e Isacco. Persino Dio non può chiamarsi fuori, perché chissà se Abramo non si è sentito tradito nella forzatura di quella prova di fedeltà, per non dire del mite Giobbe che ha dovuto subire un trattamento terrificante a causa di una disputa tra Dio e il diavolo.
Il tradimento coniugale, ad esempio, visto come il più nefando dei crimini – il matrimonio, in cui due diventano “una sola carne”, riproduce lo schema indifferenziato, visto in Adamo prima che cogliesse il frutto – viene ridimensionato molto da Cristo medesimo:
Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. (Mt. 5,28)
In quel “già”, che contiene una precisa indicazione sul non coltivare immagini velleitarie di fedeltà, e un invito implicito a passare oltre, a vedere oltre ciò che appare come inevitabile.
È altresì vero che nel passaggio immediatamente successivo Gesù invita a separarsi dall’occhio e la mano che sono state motivo di scandalo, tuttavia non crediamo intenda meramente una amputazione degli agenti di scandalo, che potrebbe valere per la mano, ma non per l’occhio. Complicato immaginare Colui che perdona l’adultera auspicare l’asportazione dell’occhio dell’uomo che si sorprende a concupire l’avvenente sconosciuta incrociata per strada, come forse nemmeno il più rigido dei Farisei farebbe. Il Nazareno stesso è “scandalo per i Giudei”, e trae da quella scandalosità l’irruenza della propria Rivelazione. Piuttosto l’occhio può essere motivo di scandalo essendo esageratamente propenso a farsi scandalizzare. Ne abbiamo scritto ne “Un elefante in cucina”, dove abbiamo cercato di descrivere una misura oggettiva e una soggettiva nel tema dello scandalo. Gesù non mette in guardia solo chi compie qualcosa di scandaloso, ma anche – forse soprattutto – chi si lascia infettare con troppa facilità dal morbo della supponenza di come gli altri dovrebbero agire o vivere.
In un legame esiste la ragionevole aspettativa che coloro che ci stanno intorno soddisfino una certa serie di obblighi di continuità, che in più delle volte si sovrappongono, o sostituiscono la natura del legame medesimo. Tuttavia ci siamo altresì abituati a giurisprudenzializzare questa aspettativa, a percepire queste linee di continuità tra identità e ruolo – padre, figlio, marito o moglie, amico o amica – come debito, un obbligo e una prescrizione che l’Altro, o noi stessi, è costretto a soddisfare.
Ma non è questa la natura più autentica di qualsiasi relazione, che invece è la libertà. Un rapporto dura fino a un istante prima che uno dei contraenti stabilisce unilateralmente che non sia giunto al termine.
Nella parola “legame” c’è una dimensione d’ombra, coincidente con la fenomenologia che, chi lo contrae rimane in qualche misura “legato.” Ma a essere legate sono le persone sequestrate, non quelle che scelgono la direzione da imprimere al proprio destino.
Ci permettiamo di infilare le citazioni tratte da due nostri racconti:
“(…) Oppure sì, ‘ti prometto che non succederà mai che…’. Potrei sì, a condizione di sapere- io e te- che vi sono promesse nella vita che non possono essere mantenute. O meglio: non possono essere mantenute soltanto a cagione del fatto di essere state formulate. Giacché se fosse per questo diverrebbero un debito. E i debiti sono il contrario dell’amore. Amare è non dover mai dire ‘ti devo’, poiché ciò che si deve non lo si può mai scegliere. E ciò che si deve restituire non lo si può certo donare.” (Io, Maggie e la Luna)
E ancora:
“Se l’Amore è Dio, forse è anche eterno, e l’indissolubilità coniugale potrebbe essere una conseguenza di questa verità…”, don Patrizio dopo il lungo silenzio aveva scelto una tempistica perfetta per tentare di sigillare la discussione in un modo congeniale al ruolo che pur sempre rivestiva, “Non credi Piero?”
L’amico lo guardò con una irruenza da metterlo in imbarazzo.
“Stai scherzando vero? Certo che in ogni amore, se autentico, c’è qualcosa che resiste al tempo. Ma non nel modo vagamente ricattatorio come quello che sembrano intendere i tuoi superiori. È una eternità mai esigibile, la cui principale caratteristica è che lascia le persone libere di fare ciò che vogliono: per quanto questo possa essere doloroso, o per quante convinzioni possa infrangere. Una pianta perenne verde che avvizzisce nell’istante stesso in cui qualcuno pensa di avere diritto alla frescura della sua ombra. Una eternità gracile come la brina, pronta a dissolversi al primo raggio del possesso. Un infinito che finisce non perché uno dei contraenti rompe il patto, ma perché l’altro esige che venga rispettato.” (Corso per fidanzati)
La libertà, e non il prerequisito di una fedeltà ottusa, guadagnata alla sottoscrizione di un documento, è la condizione perché un rapporto – ripetiamo, qualsiasi rapporto – possa essere considerato autentico. In una relazione vera ognuno dei contraenti fa ciò che vuole, e fino a quando lo vuole. Il resto sono costruzioni aprioristiche che poco hanno a che fare con la verità. Che merito avrebbe un uomo che fosse fedele alla sua compagna semplicemente per non avere mai concepito la possibilità di una alternativa? E quello che non avesse mai desiderato una donna diversa dalla propria, non sarebbe piuttosto malato di una grave forma di autismo?
Non l’obbligo, ma il dono è l’unico territorio su cui l’Altro dovrebbe essere incontrato. E sul dono non si può ammantare diritto alcuno. Ma unicamente questo apre alla possibilità della “sorpresa”: l’altro potrebbe andarsene, ma se vuole, e SOLO SE lo vuole, rimane:
”Se tu volerai mi perderai…”
”Se io sapessi di non poter volare saresti tu ad avermi perso comunque. Si ama solo ciò che non si trattiene.”
”Ma come possono una margherita e una farfalla stare per sempre insieme?”
”Forse non possono, o forse sì ma non scegliendo una volta per tutte. Tu ogni mattina aprirai i tuoi petali, e quando mi vedrai saprai che ho scelto ancora quel giorno e quella notte di essere qui.”
“Correndo il rischio di soffrire ogni giorno?”
”Se ciò vale quel rischio, sì.” (Io, Maggie e la Luna)
Sappiamo di offrire una visione alquanto paradossale, molto diversa da percezioni universalmente diffuse. Tuttavia nello stereotipo delle relazioni che si esauriscono quando i contraenti “si danno per scontati”, c’è un germe di verità. Perché se ogni cosa viene assunta sotto il regime dell’obbligo, e della espletazione di compiti costantemente rivendicabili dal beneficiario, allora ogni relazione si trasformerà nella eutanasia di se stessa. Diverso è l’approccio stabilito nella libertà. Ogni persona ha diritto a ché l’Altro con cui è in relazione faccia una scelta, ma non ha diritto alcuno di essere il contenuto di quella scelta.
”Chi ama non deve niente! Gli schiavi ‘devono’, gli amanti no.” La voce di Io si era fatta improvvisamente perentoria. Fece una pausa. “Solo chi ha paura pretende di riscuotere un debito, giacché pensa di avere acquisito nell’altro un credito o una proprietà da difendere. Non chi ama o si sa amato. In amore non vi è nessuna garanzia.” (Io, Maggie e la Luna)
Ogni essere umano può diventare scarto, accessorio e inessenziale alla causa della altrui felicità. Ciò dà quasi sempre luogo a vissuti abbandonici, tanto più frequenti in una umanità poco evoluta come quella di questo momento storico, più propensa a foraggiare vissuti narcisistici, a collocarsi al centro dell’Universo e chiedere ai circostanti una oblazione, recepita come un dovere. Il sedicente Prometeo del XXI secolo non concepisce la possibilità di essere abbandonato, e non di rado (purtroppo) si scopre incline alla violenza quando ritene non gli venga dato quanto ritiene pattuito. Ma nessun legame ha più valore della quantità di libertà necessaria per romperlo. E solo questo, esclusivamente questo, apre al sorprendente dono della dedizione e della fedeltà.
Liberi tutti.
Liberi Tutti
(Elogio della infedeltà)
Vogliamo raccontare un aneddoto interessante, tratto da un telefilm. Dopo una epidemia che ha decimato l’intero genere umano, un sopravvissuto pensa di essere rimasto solo sulla faccia della terra. Tuttavia dopo avere girato per mesi e mesi incontra una donna, bruttina e petulante, che dovrebbe di conseguenza essere l’ultima del suo genere. All’inizio il rapporto è talmente irritante che neppure l’ovvietà di essere soli al mondo consente ai due non solo di volersi bene, ma addirittura di tollerarsi a vicenda. Poi, un po’ per l’insistenza di lei, un po’ per necessità, e un po’ per l’ostentato proposito di far rifiorire la vita sulla terra, obtorto collo lui accetta di vivere quella relazione. E siccome lei, neppure di fronte alla straordinarietà della circostanza, vuole derogare ad alcuni “principi elementari di civiltà”, accetta persino di sposarla. Ma proprio quando il matrimonio è stato celebrato spunta una “seconda Eva” che, differentemente dalla prima, incarna tutto ciò che lui ha sempre cercato nel mondo femminile. Ma oramai il dado è tratto, perché dalla creazione del triangolo in poi, si apre la lunga sequela di gag ed equivoci della serie televisiva.
Tutta da ridere, almeno nelle intenzioni degli autori. E forse da riflettere. Perché il protagonista si sente “vincolato” alla prima donna? O forse dovrei dire: perché gli autori della serie attingono a piene mani da un immaginario dove il legame coniugale ha un valore giuridico vincolante a prescindere dalle condizioni, a dir poco eccezionali, in cui è stato contratto?
Chi ha avuto modo di incrociare le riflessioni dello scrivente, saprà quanto gli immaginari collettivi siano, per lui, una vera e propria priorità, quasi una ossessione. Paradigmi la cui solidità antecede di molto qualsiasi evoluzione o dialettica, persino in un prodotto di dubbio valore artistico.
Ci domandiamo perché sia così importante evocare la parola “fedeltà” non solo come un valore indefettibile, ma persino come un beneficio costantemente esigibile. E perché il “tradimento” è associato esclusivamente a un valore negativo. Semiologi di comprovata serietà hanno documentato come la parola contiene nella radice semantica il latino “tradere”, ovvero portare, così come la tradizione o la traduzione.
Proviamo allora a giocare con le parole. Una persona contrae un legame (con un’altra persona, una squadra di calcio, una religione, una ideologia politica) che, nel momento in cui lo accetta, pensa debba durare. Ma la vita non consente staticità. Ci si evolve, si cambiano convinzioni, specie se si scopre quanto fossero parziali e limitate quelle precedenti. Eppure esiste un sistema di convenzioni sociali, per cui se si è sempre fatta una cosa, si deve continuare a farla. Persino i supermercati, le compagnie telefoniche e quelle petrolifere tendono a stabilire linee di continuità – non a caso il fenomeno si chiama “fidelizzazione” – per cui una volta che si è clienti di quel determinato distributore ci si fa scrupoli a passare a un altro. Ci sembra di tradire qualcosa o qualcuno. Siamo stati educati sin dai primi momenti di vita a pensare che dobbiamo sempre qualcosa a qualcun altro. Molto meno a riconoscere quanto si debba, piuttosto, a se stessi. Ma forse non dovrebbe essere così. Quando cambiamo banca o fruttivendolo lo si può fare per una unica e semplicissima ragione, ovvero il luogo verso cui andiamo ci sembra più conveniente rispetto a quello da cui si proviene. Questo semplice dato, prima di essere una regola del marketing, è un principio di salubrità psichica. Se intorno a noi esiste tanta nevrosi e altrettanta depressione è il frutto della progressiva erosione del principio di convenienza. Ed è vero che esiste tanto egoismo, tuttavia si tratta di un egoismo inconscio, nella sua forma più grezza e meno consapevole, nato come contrappeso di una generosità mai realmente elaborata. Insomma, non è affatto scontato agire nell’ordine del proprio tornaconto, mentre è molto comune vivere giostrandosi su traiettorie debitorie e creditorie verso “altri”.
Nella preghiera del Giovane Esploratore (scout) c’è una frase che sintetizza molto bene il concetto:
Insegnami (…) a comportarmi lealmente quando tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi.
Giova ricordare che si tratta di una preghiera e che dovrebbe riguardare una realtà, un tempo almeno, pedagogicamente rilevante. A nessuno è dato vivere con lo sguardo dell’intero mondo rivolto su di sé. Ma se fosse possibile, l’azione diventerebbe per questo più morale? Non ci è dato sapere se Dio intende esaudire il contenuto della preghiera, ma sicuramente il supplicante, convinto della bontà della richiesta, potrebbe vivere “come se” quello sguardo esistesse: sarebbe allora più etico?
Ovviamente non lo sappiamo, ma di sicuro agire monitorati dallo sguardo del mondo rende il soggetto più ricattabile. È quello che accade nella suddetta serie televisiva, dove “tutto il mondo” giudicante è ridotto ai minimi termini. Eppure il suo monito viene recepito in modo altrettanto vincolante e coriaceo, nemmeno dalla considerazione della parzialità delle condizioni in cui era stato carpito.
Perché pensiamo di “dovere” così tanto agli altri? Crescere è un compito assai improbo, noi crediamo, proprio per questa ragione. Si diventa grandi sotto il fuoco incrociato di cecchini e franchi tiratori, pronti a stabilire cosa – secondo loro, o secondo il mondo, la parrocchia, Dio o Dio sa cos’altro – si dovrebbe essere. E così, a partire da un’età in cui si è intrinsecamente ricattabili, si finisce per subire una serie di aggressioni che l’ambiente, pronto ad autoalimentarsi “Lo faccio solo per il tuo bene…”, continua a somministrare.
Non è difficile immaginare la vita di qualcuno che continua a tentare di adeguarsi alle aspettative in lui riposte. E il tasso di rassegnazione, è/sarebbe inversamente proporzionale alla coercizione e ricattabilità dei primi anni di vita. La possibilità (e non necessariamente i suoi agiti) di “tradire” i valori nella cui continuità è stato educato, sarebbe sicuramente il primo, insperato, segno di vitalità psichica.
Poniamo un uomo cresciuto in una famiglia borghese, tradizionalista e cattolica, la cui vita senza troppi scossoni ha seguito il letto del torrente segnato dal suo ambiente familiare. Insomma il nostro uomo è cattolico, più per non essersi imbattuto in motivi di apostasia che per reale convinzione. La madre, molto più invasiva, miope e radicata però i quegli stessi valori, sul letto di morte gli domanda di esaudire un ultimo desiderio: consacrarsi e diventare presbitero, come già lo zio e il prozio vescovo prima di lui. Il giovane accetta e la madre muore con il sorriso sulle labbra.
Molti anni dopo, concluso il seminario e ricevuto l’ordine, il nostro uomo potrebbe cominciare a misurare i passi con cui era giunto fin lì, e prendere una tardiva coscienza del sopruso subito. Per divincolarsi dal giogo dovrebbe tuttavia confrontarsi con lo sguardo di centinaia di persone, che si sono confessate da lui e che hanno seguito le sue omelie dal pulpito, con lo sguardo dei parenti, alcuni “amici” (il virgolettato è d’obbligo), con gli altri sacerdoti e i superiori della gerarchia ecclesiale (che non hanno indagato a sufficienza sulla autenticità delle sue intenzioni e sono magari invece ora propensi a scandalizzarsi) e, peggio ancora, con lo sguardo, oramai introiettato di una madre che, morendo, si è sottratta a qualsiasi confronto successivo. Per quell’uomo la possibilità del tradimento, di contravvenire a una molteplicità di sguardi riversi su di lui, di venire meno a una aspettativa diffusa nei suoi confronti, sarebbe quanto più di auspicabile potrebbe volere per lui chi gli volesse autenticamente bene.
Mentre il mondo potrebbe rimanere indignato, con la bocca spalancata, a osservarlo nell’atto di levarsi l’abito talare, egli non dovrebbe domandare perdono a quanti così deluderebbe, ma – ecco uno di quei paradossi che tanto piacciono allo scrivente – a se stesso, per avere esagerato il dovere contratto con gli altri più di quanto non sapesse di dovere a sé.
Non dovrebbe vergognarsi, oppure dovrebbe vergognarsi di provare vergogna per un motivo così distante dalla propria umanità.
Cos’è infatti la vergogna?
Darwin ritiene che “il rossore” che imporpora le guance di un essere umano, sia una delle prerogative che maggiormente lo separano dal regno animale; ovverosia nella prospettiva del naturalista britannico, la vergogna è uno dei vertici della evoluzione.
Nella Genesi ci è consegnato uno degli esempi più antichi della vergogna:
Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gn. 3,7).*
* ci piace, solo a livello di provocazione, sottolineare come mentre per due secoli i creazionisti e gli evoluzionisti abbiano passato gran parte del loro tempo a darsele di santa ragione, il tema della vergogna riesca a metterli sorprendentemente d’accordo.
Essa è il contrappasso per aver rotto la prima delle alleanze che il signore aveva proposto. Tuttavia in una prospettiva “cronologica” la vergogna è anche il primo (chiediamo scusa per il pasticcio di parole) “frutto” dell’avere mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Di più ancora: Dio proibisce di consumare quel frutto, e punirà l’uomo e la donna per averlo disatteso, ma – si noti bene – non attraverso il mancato godimento di ciò che l’assunzione del frutto avrebbe comportato. Adamo ed Eva, infatti “aprono gli occhi” in quell’istante. Insomma il frutto… frutta, e continua a maturare dentro le viscere del traditore. Il primo sintomo è proprio la vergogna. L’uomo non si vergogna per la natura fraudolenta del gesto, ma per il fatto di scoprirsi nudo. Era nudo anche prima, ma solo adesso ne prende coscienza. Egli per la prima volta si vede, e si vede attraverso lo sguardo dell’Altro- cui si cela con le foglie di un fico -, e nel pudore vede anche l’Altro, che sia Dio oppure no, ne percepisce la presenza, e lo sguardo indagatore e giudicante. Meglio ribadirlo: Adamo non si vergogna inizialmente del “tradimento”, ma della nudità/inermità con cui aveva accettato il vincolo. Il tradimento ha portato immediatamente a un incremento decisivo della propria autocoscienza, perché fino a quel momento non si era mai percepito come “Altro” rispetto all'”Altro” che gli aveva imposto un ordine. Per la prima volta vede se stesso e proprio per questo comincia a misurarsi con l’altrui sguardo. La stessa libertà nasce, non ontologicamente ma cronologicamente, con l’atto di insubordinazione: il tradimento “fa” la libertà.
Da questo momento, che sancisce la fine dell’unitarietà di Adamo con Dio, nascono il tempo, la vita, la coscienza e la fede stessa dell’uomo resa possibile esclusivamente dalla distanza che si è imposta, per sempre, tra la creatura e il Creatore.
Il peccato rompe una situazione di identificazione ingenua con il Tutto, ed è nella frattura- non nella saldatura – che la libertà comincia ad avere un senso.
Gli psichiatri ci dicono che la psicosi si verifica quasi sempre quando il paziente non riesce a differenziarsi dal corpo – dapprima fisico, poi evocato simbolicamente – della madre. Senza percepire la possibilità di spaccare il nesso sancito nel sangue del cordone ombelicale, l’uomo postmoderno prende a fluttuare inerte, soggetto solo alla gravità, come un satellite dimenticato intorno alla superficie liscia della madre terra.
Non è riuscito a tradire.
Dice sulla vergogna il grande filosofo Emanuel Levinas:
La vergogna non dipende, come si è portati a credere, dalla limitatezza del nostro essere in quanto suscettibile di peccato, ma dallo stesso essere, dalla sua incapacità di rompere con se stesso. La vergogna si fonda sulla solidarietà del nostro essere, che ci obbliga a rivendicare la responsabilità di noi stessi.
La vergogna quindi si fonda sulla anteposizione della coerenza rispetto alla capacità di “rompere” un quadro preesistente. Il “non traditore” ha un unico volto, che crede essere il proprio, ma è costantemente l’effetto di una molteplicità di adattamenti delle proprie istanze a quelle dell’ambiente circostante. Perciò egli finisce per identificarsi con la maschera dei comportamenti sociali, cui ha imparato suo malgrado ad assoggettarsi. Soffre di una paresi dell’azione, ha subito un ictus della propria anima, perché progressivamente la maschera ha finito per fondersi col derma del volto, e non potendo più toglierla non riconosce come propria la carne sottostante. Nella “inconcepibilità del tradimento”, diversamente da Adamo, perde per strada anche quella della fedeltà, che a questo punto diventa soltanto la ripetizione di un automatismo. Nulla più.
Assomiglia alla frustrazione del fratello del “Figliol Prodigo”, che della parabola è l’unico vero perdente:
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.
Abbiamo riportato un lungo stralcio perché ne emergono alcuni dettagli terribili. Il fratello maggiore vive qui l’unico frangente in cui possa dirsi al centro delle economie familiari. Per la prima volta egli si occupa di sé, e suo padre sembra accorgersi di lui. Per il resto è condannato al rango di subalterno, e proprio la sua subalternità cagiona la rabbia. Chissà quante volte, tornando dal duro lavoro dei campi, avrà mormorato contro il fratellino, forse non arrivando ad augurargli il male – il non traditore teme persino gli si possa contestare di essere meschino -, ma risolvendosi che avendo sperperato tutto in prostitute, ora giacerà prostrato nella polvere, come in fondo si è meritato. Certo lui non ha goduto come “quello là” – non ne ripeté più il nome -, ma almeno ha evitato al padre i grattacapi e i dolori che gli indovina quando lo vede scrutare i campi, e ogni tanto scendergli una lacrima. Non ama realmente il genitore, gli manca lo spazio per l’elaborazione di un sentimento così complesso, tuttavia quantomeno non è a causa sua che lo vede mese dopo mese sempre più piegato dalla fatica e dalla preoccupazione.
Ma gli avvenimenti di quella sera sono un rovesciamento e antropologico concettuale che non è attrezzato per sopportare. Non lo è ontologicamente, perché la fedeltà ingenua al mandato non gli consente di intravedere uno spazio ulteriore, in questo caso l’oltre-misura dell’amore di suo padre. Anche il padre non può fare nulla per aiutare o premiare il figlio fedele:
“Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo.”
Tuttavia quel che è suo è anche del figlio che non è sempre stato lì. Anzi, lo è persino di più. La preferenza del padre non va al fedele, non segue l’ordine naturale della primogenitura e della morale, ma va a quello che ha rotto il giocattolo.
Nel rapporto col figlio maggiore non si è creata la frattura circolare vista in Adamo/Dio nonché in Adamo/Adamo. E nella ottusità del monolite non si è spalancato l’orizzonte di (auto)coscienza: poiché si ha coscienza solo di ciò che si può tradire. Il padre potrebbe avere fatto festa tutte le notti per lui, e potrebbe avere ucciso ogni sera un vitello – un vitello che non riconosce né come suo, né come non suo – ma egli non se ne sarebbe accorto. Il padre non gli ha mai donato un vitello perché per farlo avrebbe dovuto registrare una distanza che non c’è mai stata. Tuttavia anche per il fratello maggiore i giochi non sono definitivamente chiusi, perché il tradimento del minore ha aperto comunque orizzonti nuovi, dei quali forse saprà approfittare. Non è la vergogna che separa il figlio fedele e il padre, ma la rabbia, che è tuttavia una emozione collegata alla vergogna. Se l’ingiustizia che ritiene di avere, a ragione, subito gli facesse spaccare qualcosa, o dire qualcosa di terribile, potrebbe in seguito pentirsi. E vergognarsi. Intanto quella sera i due sembrano incontrarsi, vedersi davvero, per la prima volta.
C’è nel vocabolario della lingua italiana un termine, “doppiezza”, normalmente usato per indicare falsità e ipocrisia. Tuttavia la parola ha anche un significato positivo, normalmente dimenticato dagli studiosi del linguaggio: occorre una doppiezza per stabilire la distanza tra identità e ambiente. Occorre una diversificazione interiore, difesa dallo sguardo altrui (celata sotto le foglie di fico), che consenta alla persona di non essere definita dal contesto dove si trova a vivere, perché la misura dello iato costituisce la possibilità della coscienza, e in questa la libertà medesima, che è il contrassegno della similitudine tra il Creatore e la Creatura. Noi siamo liberi perché siamo valigie a doppio fondo. Senza la doppiezza siamo tuttalpiù software che eseguono un programma. Se Adamo non avesse mangiato il frutto non ci sarebbe stata la morte, ma neppure la vita.
Non saremmo troppo lontani dal vero dall’affermare che la Bibbia è una lunga sequenza di tradimenti. Forse una propedeutica. Dio saccheggia metodologicamente il tradimento per portare a compimento il suo progetto di salvezza. Da Adamo a Giuda, da Caino a Davide, passando per Giacobbe e l’inganno perpetrato con l’aiuto della madre (un’altra traditrice) ai danni di Esaù e Isacco. Persino Dio non può chiamarsi fuori, perché chissà se Abramo non si è sentito tradito nella forzatura di quella prova di fedeltà, per non dire del mite Giobbe che ha dovuto subire un trattamento terrificante a causa di una disputa tra Dio e il diavolo.
Il tradimento coniugale, ad esempio, visto come il più nefando dei crimini – il matrimonio, in cui due diventano “una sola carne”, riproduce lo schema indifferenziato, visto in Adamo prima che cogliesse il frutto – viene ridimensionato molto da Cristo medesimo:
Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. (Mt. 5,28)
In quel “già”, che contiene una precisa indicazione sul non coltivare immagini velleitarie di fedeltà, e un invito implicito a passare oltre, a vedere oltre ciò che appare come inevitabile.
È altresì vero che nel passaggio immediatamente successivo Gesù invita a separarsi dall’occhio e la mano che sono state motivo di scandalo, tuttavia non crediamo intenda meramente una amputazione degli agenti di scandalo, che potrebbe valere per la mano, ma non per l’occhio. Complicato immaginare Colui che perdona l’adultera auspicare l’asportazione dell’occhio dell’uomo che si sorprende a concupire l’avvenente sconosciuta incrociata per strada, come forse nemmeno il più rigido dei Farisei farebbe. Il Nazareno stesso è “scandalo per i Giudei”, e trae da quella scandalosità l’irruenza della propria Rivelazione. Piuttosto l’occhio può essere motivo di scandalo essendo esageratamente propenso a farsi scandalizzare. Ne abbiamo scritto ne “Un elefante in cucina”, dove abbiamo cercato di descrivere una misura oggettiva e una soggettiva nel tema dello scandalo. Gesù non mette in guardia solo chi compie qualcosa di scandaloso, ma anche – forse soprattutto – chi si lascia infettare con troppa facilità dal morbo della supponenza di come gli altri dovrebbero agire o vivere.
In un legame esiste la ragionevole aspettativa che coloro che ci stanno intorno soddisfino una certa serie di obblighi di continuità, che in più delle volte si sovrappongono, o sostituiscono la natura del legame medesimo. Tuttavia ci siamo altresì abituati a giurisprudenzializzare questa aspettativa, a percepire queste linee di continuità tra identità e ruolo – padre, figlio, marito o moglie, amico o amica – come debito, un obbligo e una prescrizione che l’Altro, o noi stessi, è costretto a soddisfare.
Ma non è questa la natura più autentica di qualsiasi relazione, che invece è la libertà. Un rapporto dura fino a un istante prima che uno dei contraenti stabilisce unilateralmente che non sia giunto al termine.
Nella parola “legame” c’è una dimensione d’ombra, coincidente con la fenomenologia che, chi lo contrae rimane in qualche misura “legato.” Ma a essere legate sono le persone sequestrate, non quelle che scelgono la direzione da imprimere al proprio destino.
Ci permettiamo di infilare le citazioni tratte da due nostri racconti:
“(…) Oppure sì, ‘ti prometto che non succederà mai che…’. Potrei sì, a condizione di sapere- io e te- che vi sono promesse nella vita che non possono essere mantenute. O meglio: non possono essere mantenute soltanto a cagione del fatto di essere state formulate. Giacché se fosse per questo diverrebbero un debito. E i debiti sono il contrario dell’amore. Amare è non dover mai dire ‘ti devo’, poiché ciò che si deve non lo si può mai scegliere. E ciò che si deve restituire non lo si può certo donare.” (Io, Maggie e la Luna)
E ancora:
“Se l’Amore è Dio, forse è anche eterno, e l’indissolubilità coniugale potrebbe essere una conseguenza di questa verità…”, don Patrizio dopo il lungo silenzio aveva scelto una tempistica perfetta per tentare di sigillare la discussione in un modo congeniale al ruolo che pur sempre rivestiva, “Non credi Piero?”
L’amico lo guardò con una irruenza da metterlo in imbarazzo.
“Stai scherzando vero? Certo che in ogni amore, se autentico, c’è qualcosa che resiste al tempo. Ma non nel modo vagamente ricattatorio come quello che sembrano intendere i tuoi superiori. È una eternità mai esigibile, la cui principale caratteristica è che lascia le persone libere di fare ciò che vogliono: per quanto questo possa essere doloroso, o per quante convinzioni possa infrangere. Una pianta perenne verde che avvizzisce nell’istante stesso in cui qualcuno pensa di avere diritto alla frescura della sua ombra. Una eternità gracile come la brina, pronta a dissolversi al primo raggio del possesso. Un infinito che finisce non perché uno dei contraenti rompe il patto, ma perché l’altro esige che venga rispettato.” (Corso per fidanzati)
La libertà, e non il prerequisito di una fedeltà ottusa, guadagnata alla sottoscrizione di un documento, è la condizione perché un rapporto – ripetiamo, qualsiasi rapporto – possa essere considerato autentico. In una relazione vera ognuno dei contraenti fa ciò che vuole, e fino a quando lo vuole. Il resto sono costruzioni aprioristiche che poco hanno a che fare con la verità. Che merito avrebbe un uomo che fosse fedele alla sua compagna semplicemente per non avere mai concepito la possibilità di una alternativa? E quello che non avesse mai desiderato una donna diversa dalla propria, non sarebbe piuttosto malato di una grave forma di autismo?
Non l’obbligo, ma il dono è l’unico territorio su cui l’Altro dovrebbe essere incontrato. E sul dono non si può ammantare diritto alcuno. Ma unicamente questo apre alla possibilità della “sorpresa”: l’altro potrebbe andarsene, ma se vuole, e SOLO SE lo vuole, rimane:
”Se tu volerai mi perderai…”
”Se io sapessi di non poter volare saresti tu ad avermi perso comunque. Si ama solo ciò che non si trattiene.”
”Ma come possono una margherita e una farfalla stare per sempre insieme?”
”Forse non possono, o forse sì ma non scegliendo una volta per tutte. Tu ogni mattina aprirai i tuoi petali, e quando mi vedrai saprai che ho scelto ancora quel giorno e quella notte di essere qui.”
“Correndo il rischio di soffrire ogni giorno?”
”Se ciò vale quel rischio, sì.” (Io, Maggie e la Luna)
Sappiamo di offrire una visione alquanto paradossale, molto diversa da percezioni universalmente diffuse. Tuttavia nello stereotipo delle relazioni che si esauriscono quando i contraenti “si danno per scontati”, c’è un germe di verità. Perché se ogni cosa viene assunta sotto il regime dell’obbligo, e della espletazione di compiti costantemente rivendicabili dal beneficiario, allora ogni relazione si trasformerà nella eutanasia di se stessa. Diverso è l’approccio stabilito nella libertà. Ogni persona ha diritto a ché l’Altro con cui è in relazione faccia una scelta, ma non ha diritto alcuno di essere il contenuto di quella scelta.
”Chi ama non deve niente! Gli schiavi ‘devono’, gli amanti no.” La voce di Io si era fatta improvvisamente perentoria. Fece una pausa. “Solo chi ha paura pretende di riscuotere un debito, giacché pensa di avere acquisito nell’altro un credito o una proprietà da difendere. Non chi ama o si sa amato. In amore non vi è nessuna garanzia.” (Io, Maggie e la Luna)
Ogni essere umano può diventare scarto, accessorio e inessenziale alla causa della altrui felicità. Ciò dà quasi sempre luogo a vissuti abbandonici, tanto più frequenti in una umanità poco evoluta come quella di questo momento storico, più propensa a foraggiare vissuti narcisistici, a collocarsi al centro dell’Universo e chiedere ai circostanti una oblazione, recepita come un dovere. Il sedicente Prometeo del XXI secolo non concepisce la possibilità di essere abbandonato, e non di rado (purtroppo) si scopre incline alla violenza quando ritene non gli venga dato quanto ritiene pattuito. Ma nessun legame ha più valore della quantità di libertà necessaria per romperlo. E solo questo, esclusivamente questo, apre al sorprendente dono della dedizione e della fedeltà.
Liberi tutti.
Liberi Tutti
(Elogio della infedeltà)
Vogliamo raccontare un aneddoto interessante, tratto da un telefilm. Dopo una epidemia che ha decimato l’intero genere umano, un sopravvissuto pensa di essere rimasto solo sulla faccia della terra. Tuttavia dopo avere girato per mesi e mesi incontra una donna, bruttina e petulante, che dovrebbe di conseguenza essere l’ultima del suo genere. All’inizio il rapporto è talmente irritante che neppure l’ovvietà di essere soli al mondo consente ai due non solo di volersi bene, ma addirittura di tollerarsi a vicenda. Poi, un po’ per l’insistenza di lei, un po’ per necessità, e un po’ per l’ostentato proposito di far rifiorire la vita sulla terra, obtorto collo lui accetta di vivere quella relazione. E siccome lei, neppure di fronte alla straordinarietà della circostanza, vuole derogare ad alcuni “principi elementari di civiltà”, accetta persino di sposarla. Ma proprio quando il matrimonio è stato celebrato spunta una “seconda Eva” che, differentemente dalla prima, incarna tutto ciò che lui ha sempre cercato nel mondo femminile. Ma oramai il dado è tratto, perché dalla creazione del triangolo in poi, si apre la lunga sequela di gag ed equivoci della serie televisiva.
Tutta da ridere, almeno nelle intenzioni degli autori. E forse da riflettere. Perché il protagonista si sente “vincolato” alla prima donna? O forse dovrei dire: perché gli autori della serie attingono a piene mani da un immaginario dove il legame coniugale ha un valore giuridico vincolante a prescindere dalle condizioni, a dir poco eccezionali, in cui è stato contratto?
Chi ha avuto modo di incrociare le riflessioni dello scrivente, saprà quanto gli immaginari collettivi siano, per lui, una vera e propria priorità, quasi una ossessione. Paradigmi la cui solidità antecede di molto qualsiasi evoluzione o dialettica, persino in un prodotto di dubbio valore artistico.
Ci domandiamo perché sia così importante evocare la parola “fedeltà” non solo come un valore indefettibile, ma persino come un beneficio costantemente esigibile. E perché il “tradimento” è associato esclusivamente a un valore negativo. Semiologi di comprovata serietà hanno documentato come la parola contiene nella radice semantica il latino “tradere”, ovvero portare, così come la tradizione o la traduzione.
Proviamo allora a giocare con le parole. Una persona contrae un legame (con un’altra persona, una squadra di calcio, una religione, una ideologia politica) che, nel momento in cui lo accetta, pensa debba durare. Ma la vita non consente staticità. Ci si evolve, si cambiano convinzioni, specie se si scopre quanto fossero parziali e limitate quelle precedenti. Eppure esiste un sistema di convenzioni sociali, per cui se si è sempre fatta una cosa, si deve continuare a farla. Persino i supermercati, le compagnie telefoniche e quelle petrolifere tendono a stabilire linee di continuità – non a caso il fenomeno si chiama “fidelizzazione” – per cui una volta che si è clienti di quel determinato distributore ci si fa scrupoli a passare a un altro. Ci sembra di tradire qualcosa o qualcuno. Siamo stati educati sin dai primi momenti di vita a pensare che dobbiamo sempre qualcosa a qualcun altro. Molto meno a riconoscere quanto si debba, piuttosto, a se stessi. Ma forse non dovrebbe essere così. Quando cambiamo banca o fruttivendolo lo si può fare per una unica e semplicissima ragione, ovvero il luogo verso cui andiamo ci sembra più conveniente rispetto a quello da cui si proviene. Questo semplice dato, prima di essere una regola del marketing, è un principio di salubrità psichica. Se intorno a noi esiste tanta nevrosi e altrettanta depressione è il frutto della progressiva erosione del principio di convenienza. Ed è vero che esiste tanto egoismo, tuttavia si tratta di un egoismo inconscio, nella sua forma più grezza e meno consapevole, nato come contrappeso di una generosità mai realmente elaborata. Insomma, non è affatto scontato agire nell’ordine del proprio tornaconto, mentre è molto comune vivere giostrandosi su traiettorie debitorie e creditorie verso “altri”.
Nella preghiera del Giovane Esploratore (scout) c’è una frase che sintetizza molto bene il concetto:
Insegnami (…) a comportarmi lealmente quando tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi.
Giova ricordare che si tratta di una preghiera e che dovrebbe riguardare una realtà, un tempo almeno, pedagogicamente rilevante. A nessuno è dato vivere con lo sguardo dell’intero mondo rivolto su di sé. Ma se fosse possibile, l’azione diventerebbe per questo più morale? Non ci è dato sapere se Dio intende esaudire il contenuto della preghiera, ma sicuramente il supplicante, convinto della bontà della richiesta, potrebbe vivere “come se” quello sguardo esistesse: sarebbe allora più etico?
Ovviamente non lo sappiamo, ma di sicuro agire monitorati dallo sguardo del mondo rende il soggetto più ricattabile. È quello che accade nella suddetta serie televisiva, dove “tutto il mondo” giudicante è ridotto ai minimi termini. Eppure il suo monito viene recepito in modo altrettanto vincolante e coriaceo, nemmeno dalla considerazione della parzialità delle condizioni in cui era stato carpito.
Perché pensiamo di “dovere” così tanto agli altri? Crescere è un compito assai improbo, noi crediamo, proprio per questa ragione. Si diventa grandi sotto il fuoco incrociato di cecchini e franchi tiratori, pronti a stabilire cosa – secondo loro, o secondo il mondo, la parrocchia, Dio o Dio sa cos’altro – si dovrebbe essere. E così, a partire da un’età in cui si è intrinsecamente ricattabili, si finisce per subire una serie di aggressioni che l’ambiente, pronto ad autoalimentarsi “Lo faccio solo per il tuo bene…”, continua a somministrare.
Non è difficile immaginare la vita di qualcuno che continua a tentare di adeguarsi alle aspettative in lui riposte. E il tasso di rassegnazione, è/sarebbe inversamente proporzionale alla coercizione e ricattabilità dei primi anni di vita. La possibilità (e non necessariamente i suoi agiti) di “tradire” i valori nella cui continuità è stato educato, sarebbe sicuramente il primo, insperato, segno di vitalità psichica.
Poniamo un uomo cresciuto in una famiglia borghese, tradizionalista e cattolica, la cui vita senza troppi scossoni ha seguito il letto del torrente segnato dal suo ambiente familiare. Insomma il nostro uomo è cattolico, più per non essersi imbattuto in motivi di apostasia che per reale convinzione. La madre, molto più invasiva, miope e radicata però i quegli stessi valori, sul letto di morte gli domanda di esaudire un ultimo desiderio: consacrarsi e diventare presbitero, come già lo zio e il prozio vescovo prima di lui. Il giovane accetta e la madre muore con il sorriso sulle labbra.
Molti anni dopo, concluso il seminario e ricevuto l’ordine, il nostro uomo potrebbe cominciare a misurare i passi con cui era giunto fin lì, e prendere una tardiva coscienza del sopruso subito. Per divincolarsi dal giogo dovrebbe tuttavia confrontarsi con lo sguardo di centinaia di persone, che si sono confessate da lui e che hanno seguito le sue omelie dal pulpito, con lo sguardo dei parenti, alcuni “amici” (il virgolettato è d’obbligo), con gli altri sacerdoti e i superiori della gerarchia ecclesiale (che non hanno indagato a sufficienza sulla autenticità delle sue intenzioni e sono magari invece ora propensi a scandalizzarsi) e, peggio ancora, con lo sguardo, oramai introiettato di una madre che, morendo, si è sottratta a qualsiasi confronto successivo. Per quell’uomo la possibilità del tradimento, di contravvenire a una molteplicità di sguardi riversi su di lui, di venire meno a una aspettativa diffusa nei suoi confronti, sarebbe quanto più di auspicabile potrebbe volere per lui chi gli volesse autenticamente bene.
Mentre il mondo potrebbe rimanere indignato, con la bocca spalancata, a osservarlo nell’atto di levarsi l’abito talare, egli non dovrebbe domandare perdono a quanti così deluderebbe, ma – ecco uno di quei paradossi che tanto piacciono allo scrivente – a se stesso, per avere esagerato il dovere contratto con gli altri più di quanto non sapesse di dovere a sé.
Non dovrebbe vergognarsi, oppure dovrebbe vergognarsi di provare vergogna per un motivo così distante dalla propria umanità.
Cos’è infatti la vergogna?
Darwin ritiene che “il rossore” che imporpora le guance di un essere umano, sia una delle prerogative che maggiormente lo separano dal regno animale; ovverosia nella prospettiva del naturalista britannico, la vergogna è uno dei vertici della evoluzione.
Nella Genesi ci è consegnato uno degli esempi più antichi della vergogna:
Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gn. 3,7).*
* ci piace, solo a livello di provocazione, sottolineare come mentre per due secoli i creazionisti e gli evoluzionisti abbiano passato gran parte del loro tempo a darsele di santa ragione, il tema della vergogna riesca a metterli sorprendentemente d’accordo.
Essa è il contrappasso per aver rotto la prima delle alleanze che il signore aveva proposto. Tuttavia in una prospettiva “cronologica” la vergogna è anche il primo (chiediamo scusa per il pasticcio di parole) “frutto” dell’avere mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Di più ancora: Dio proibisce di consumare quel frutto, e punirà l’uomo e la donna per averlo disatteso, ma – si noti bene – non attraverso il mancato godimento di ciò che l’assunzione del frutto avrebbe comportato. Adamo ed Eva, infatti “aprono gli occhi” in quell’istante. Insomma il frutto… frutta, e continua a maturare dentro le viscere del traditore. Il primo sintomo è proprio la vergogna. L’uomo non si vergogna per la natura fraudolenta del gesto, ma per il fatto di scoprirsi nudo. Era nudo anche prima, ma solo adesso ne prende coscienza. Egli per la prima volta si vede, e si vede attraverso lo sguardo dell’Altro- cui si cela con le foglie di un fico -, e nel pudore vede anche l’Altro, che sia Dio oppure no, ne percepisce la presenza, e lo sguardo indagatore e giudicante. Meglio ribadirlo: Adamo non si vergogna inizialmente del “tradimento”, ma della nudità/inermità con cui aveva accettato il vincolo. Il tradimento ha portato immediatamente a un incremento decisivo della propria autocoscienza, perché fino a quel momento non si era mai percepito come “Altro” rispetto all'”Altro” che gli aveva imposto un ordine. Per la prima volta vede se stesso e proprio per questo comincia a misurarsi con l’altrui sguardo. La stessa libertà nasce, non ontologicamente ma cronologicamente, con l’atto di insubordinazione: il tradimento “fa” la libertà.
Da questo momento, che sancisce la fine dell’unitarietà di Adamo con Dio, nascono il tempo, la vita, la coscienza e la fede stessa dell’uomo resa possibile esclusivamente dalla distanza che si è imposta, per sempre, tra la creatura e il Creatore.
Il peccato rompe una situazione di identificazione ingenua con il Tutto, ed è nella frattura- non nella saldatura – che la libertà comincia ad avere un senso.
Gli psichiatri ci dicono che la psicosi si verifica quasi sempre quando il paziente non riesce a differenziarsi dal corpo – dapprima fisico, poi evocato simbolicamente – della madre. Senza percepire la possibilità di spaccare il nesso sancito nel sangue del cordone ombelicale, l’uomo postmoderno prende a fluttuare inerte, soggetto solo alla gravità, come un satellite dimenticato intorno alla superficie liscia della madre terra.
Non è riuscito a tradire.
Dice sulla vergogna il grande filosofo Emanuel Levinas:
La vergogna non dipende, come si è portati a credere, dalla limitatezza del nostro essere in quanto suscettibile di peccato, ma dallo stesso essere, dalla sua incapacità di rompere con se stesso. La vergogna si fonda sulla solidarietà del nostro essere, che ci obbliga a rivendicare la responsabilità di noi stessi.
La vergogna quindi si fonda sulla anteposizione della coerenza rispetto alla capacità di “rompere” un quadro preesistente. Il “non traditore” ha un unico volto, che crede essere il proprio, ma è costantemente l’effetto di una molteplicità di adattamenti delle proprie istanze a quelle dell’ambiente circostante. Perciò egli finisce per identificarsi con la maschera dei comportamenti sociali, cui ha imparato suo malgrado ad assoggettarsi. Soffre di una paresi dell’azione, ha subito un ictus della propria anima, perché progressivamente la maschera ha finito per fondersi col derma del volto, e non potendo più toglierla non riconosce come propria la carne sottostante. Nella “inconcepibilità del tradimento”, diversamente da Adamo, perde per strada anche quella della fedeltà, che a questo punto diventa soltanto la ripetizione di un automatismo. Nulla più.
Assomiglia alla frustrazione del fratello del “Figliol Prodigo”, che della parabola è l’unico vero perdente:
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.
Abbiamo riportato un lungo stralcio perché ne emergono alcuni dettagli terribili. Il fratello maggiore vive qui l’unico frangente in cui possa dirsi al centro delle economie familiari. Per la prima volta egli si occupa di sé, e suo padre sembra accorgersi di lui. Per il resto è condannato al rango di subalterno, e proprio la sua subalternità cagiona la rabbia. Chissà quante volte, tornando dal duro lavoro dei campi, avrà mormorato contro il fratellino, forse non arrivando ad augurargli il male – il non traditore teme persino gli si possa contestare di essere meschino -, ma risolvendosi che avendo sperperato tutto in prostitute, ora giacerà prostrato nella polvere, come in fondo si è meritato. Certo lui non ha goduto come “quello là” – non ne ripeté più il nome -, ma almeno ha evitato al padre i grattacapi e i dolori che gli indovina quando lo vede scrutare i campi, e ogni tanto scendergli una lacrima. Non ama realmente il genitore, gli manca lo spazio per l’elaborazione di un sentimento così complesso, tuttavia quantomeno non è a causa sua che lo vede mese dopo mese sempre più piegato dalla fatica e dalla preoccupazione.
Ma gli avvenimenti di quella sera sono un rovesciamento e antropologico concettuale che non è attrezzato per sopportare. Non lo è ontologicamente, perché la fedeltà ingenua al mandato non gli consente di intravedere uno spazio ulteriore, in questo caso l’oltre-misura dell’amore di suo padre. Anche il padre non può fare nulla per aiutare o premiare il figlio fedele:
“Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo.”
Tuttavia quel che è suo è anche del figlio che non è sempre stato lì. Anzi, lo è persino di più. La preferenza del padre non va al fedele, non segue l’ordine naturale della primogenitura e della morale, ma va a quello che ha rotto il giocattolo.
Nel rapporto col figlio maggiore non si è creata la frattura circolare vista in Adamo/Dio nonché in Adamo/Adamo. E nella ottusità del monolite non si è spalancato l’orizzonte di (auto)coscienza: poiché si ha coscienza solo di ciò che si può tradire. Il padre potrebbe avere fatto festa tutte le notti per lui, e potrebbe avere ucciso ogni sera un vitello – un vitello che non riconosce né come suo, né come non suo – ma egli non se ne sarebbe accorto. Il padre non gli ha mai donato un vitello perché per farlo avrebbe dovuto registrare una distanza che non c’è mai stata. Tuttavia anche per il fratello maggiore i giochi non sono definitivamente chiusi, perché il tradimento del minore ha aperto comunque orizzonti nuovi, dei quali forse saprà approfittare. Non è la vergogna che separa il figlio fedele e il padre, ma la rabbia, che è tuttavia una emozione collegata alla vergogna. Se l’ingiustizia che ritiene di avere, a ragione, subito gli facesse spaccare qualcosa, o dire qualcosa di terribile, potrebbe in seguito pentirsi. E vergognarsi. Intanto quella sera i due sembrano incontrarsi, vedersi davvero, per la prima volta.
C’è nel vocabolario della lingua italiana un termine, “doppiezza”, normalmente usato per indicare falsità e ipocrisia. Tuttavia la parola ha anche un significato positivo, normalmente dimenticato dagli studiosi del linguaggio: occorre una doppiezza per stabilire la distanza tra identità e ambiente. Occorre una diversificazione interiore, difesa dallo sguardo altrui (celata sotto le foglie di fico), che consenta alla persona di non essere definita dal contesto dove si trova a vivere, perché la misura dello iato costituisce la possibilità della coscienza, e in questa la libertà medesima, che è il contrassegno della similitudine tra il Creatore e la Creatura. Noi siamo liberi perché siamo valigie a doppio fondo. Senza la doppiezza siamo tuttalpiù software che eseguono un programma. Se Adamo non avesse mangiato il frutto non ci sarebbe stata la morte, ma neppure la vita.
Non saremmo troppo lontani dal vero dall’affermare che la Bibbia è una lunga sequenza di tradimenti. Forse una propedeutica. Dio saccheggia metodologicamente il tradimento per portare a compimento il suo progetto di salvezza. Da Adamo a Giuda, da Caino a Davide, passando per Giacobbe e l’inganno perpetrato con l’aiuto della madre (un’altra traditrice) ai danni di Esaù e Isacco. Persino Dio non può chiamarsi fuori, perché chissà se Abramo non si è sentito tradito nella forzatura di quella prova di fedeltà, per non dire del mite Giobbe che ha dovuto subire un trattamento terrificante a causa di una disputa tra Dio e il diavolo.
Il tradimento coniugale, ad esempio, visto come il più nefando dei crimini – il matrimonio, in cui due diventano “una sola carne”, riproduce lo schema indifferenziato, visto in Adamo prima che cogliesse il frutto – viene ridimensionato molto da Cristo medesimo:
Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. (Mt. 5,28)
In quel “già”, che contiene una precisa indicazione sul non coltivare immagini velleitarie di fedeltà, e un invito implicito a passare oltre, a vedere oltre ciò che appare come inevitabile.
È altresì vero che nel passaggio immediatamente successivo Gesù invita a separarsi dall’occhio e la mano che sono state motivo di scandalo, tuttavia non crediamo intenda meramente una amputazione degli agenti di scandalo, che potrebbe valere per la mano, ma non per l’occhio. Complicato immaginare Colui che perdona l’adultera auspicare l’asportazione dell’occhio dell’uomo che si sorprende a concupire l’avvenente sconosciuta incrociata per strada, come forse nemmeno il più rigido dei Farisei farebbe. Il Nazareno stesso è “scandalo per i Giudei”, e trae da quella scandalosità l’irruenza della propria Rivelazione. Piuttosto l’occhio può essere motivo di scandalo essendo esageratamente propenso a farsi scandalizzare. Ne abbiamo scritto ne “Un elefante in cucina”, dove abbiamo cercato di descrivere una misura oggettiva e una soggettiva nel tema dello scandalo. Gesù non mette in guardia solo chi compie qualcosa di scandaloso, ma anche – forse soprattutto – chi si lascia infettare con troppa facilità dal morbo della supponenza di come gli altri dovrebbero agire o vivere.
In un legame esiste la ragionevole aspettativa che coloro che ci stanno intorno soddisfino una certa serie di obblighi di continuità, che in più delle volte si sovrappongono, o sostituiscono la natura del legame medesimo. Tuttavia ci siamo altresì abituati a giurisprudenzializzare questa aspettativa, a percepire queste linee di continuità tra identità e ruolo – padre, figlio, marito o moglie, amico o amica – come debito, un obbligo e una prescrizione che l’Altro, o noi stessi, è costretto a soddisfare.
Ma non è questa la natura più autentica di qualsiasi relazione, che invece è la libertà. Un rapporto dura fino a un istante prima che uno dei contraenti stabilisce unilateralmente che non sia giunto al termine.
Nella parola “legame” c’è una dimensione d’ombra, coincidente con la fenomenologia che, chi lo contrae rimane in qualche misura “legato.” Ma a essere legate sono le persone sequestrate, non quelle che scelgono la direzione da imprimere al proprio destino.
Ci permettiamo di infilare le citazioni tratte da due nostri racconti:
“(…) Oppure sì, ‘ti prometto che non succederà mai che…’. Potrei sì, a condizione di sapere- io e te- che vi sono promesse nella vita che non possono essere mantenute. O meglio: non possono essere mantenute soltanto a cagione del fatto di essere state formulate. Giacché se fosse per questo diverrebbero un debito. E i debiti sono il contrario dell’amore. Amare è non dover mai dire ‘ti devo’, poiché ciò che si deve non lo si può mai scegliere. E ciò che si deve restituire non lo si può certo donare.” (Io, Maggie e la Luna)
E ancora:
“Se l’Amore è Dio, forse è anche eterno, e l’indissolubilità coniugale potrebbe essere una conseguenza di questa verità…”, don Patrizio dopo il lungo silenzio aveva scelto una tempistica perfetta per tentare di sigillare la discussione in un modo congeniale al ruolo che pur sempre rivestiva, “Non credi Piero?”
L’amico lo guardò con una irruenza da metterlo in imbarazzo.
“Stai scherzando vero? Certo che in ogni amore, se autentico, c’è qualcosa che resiste al tempo. Ma non nel modo vagamente ricattatorio come quello che sembrano intendere i tuoi superiori. È una eternità mai esigibile, la cui principale caratteristica è che lascia le persone libere di fare ciò che vogliono: per quanto questo possa essere doloroso, o per quante convinzioni possa infrangere. Una pianta perenne verde che avvizzisce nell’istante stesso in cui qualcuno pensa di avere diritto alla frescura della sua ombra. Una eternità gracile come la brina, pronta a dissolversi al primo raggio del possesso. Un infinito che finisce non perché uno dei contraenti rompe il patto, ma perché l’altro esige che venga rispettato.” (Corso per fidanzati)
La libertà, e non il prerequisito di una fedeltà ottusa, guadagnata alla sottoscrizione di un documento, è la condizione perché un rapporto – ripetiamo, qualsiasi rapporto – possa essere considerato autentico. In una relazione vera ognuno dei contraenti fa ciò che vuole, e fino a quando lo vuole. Il resto sono costruzioni aprioristiche che poco hanno a che fare con la verità. Che merito avrebbe un uomo che fosse fedele alla sua compagna semplicemente per non avere mai concepito la possibilità di una alternativa? E quello che non avesse mai desiderato una donna diversa dalla propria, non sarebbe piuttosto malato di una grave forma di autismo?
Non l’obbligo, ma il dono è l’unico territorio su cui l’Altro dovrebbe essere incontrato. E sul dono non si può ammantare diritto alcuno. Ma unicamente questo apre alla possibilità della “sorpresa”: l’altro potrebbe andarsene, ma se vuole, e SOLO SE lo vuole, rimane:
”Se tu volerai mi perderai…”
”Se io sapessi di non poter volare saresti tu ad avermi perso comunque. Si ama solo ciò che non si trattiene.”
”Ma come possono una margherita e una farfalla stare per sempre insieme?”
”Forse non possono, o forse sì ma non scegliendo una volta per tutte. Tu ogni mattina aprirai i tuoi petali, e quando mi vedrai saprai che ho scelto ancora quel giorno e quella notte di essere qui.”
“Correndo il rischio di soffrire ogni giorno?”
”Se ciò vale quel rischio, sì.” (Io, Maggie e la Luna)
Sappiamo di offrire una visione alquanto paradossale, molto diversa da percezioni universalmente diffuse. Tuttavia nello stereotipo delle relazioni che si esauriscono quando i contraenti “si danno per scontati”, c’è un germe di verità. Perché se ogni cosa viene assunta sotto il regime dell’obbligo, e della espletazione di compiti costantemente rivendicabili dal beneficiario, allora ogni relazione si trasformerà nella eutanasia di se stessa. Diverso è l’approccio stabilito nella libertà. Ogni persona ha diritto a ché l’Altro con cui è in relazione faccia una scelta, ma non ha diritto alcuno di essere il contenuto di quella scelta.
”Chi ama non deve niente! Gli schiavi ‘devono’, gli amanti no.” La voce di Io si era fatta improvvisamente perentoria. Fece una pausa. “Solo chi ha paura pretende di riscuotere un debito, giacché pensa di avere acquisito nell’altro un credito o una proprietà da difendere. Non chi ama o si sa amato. In amore non vi è nessuna garanzia.” (Io, Maggie e la Luna)
Ogni essere umano può diventare scarto, accessorio e inessenziale alla causa della altrui felicità. Ciò dà quasi sempre luogo a vissuti abbandonici, tanto più frequenti in una umanità poco evoluta come quella di questo momento storico, più propensa a foraggiare vissuti narcisistici, a collocarsi al centro dell’Universo e chiedere ai circostanti una oblazione, recepita come un dovere. Il sedicente Prometeo del XXI secolo non concepisce la possibilità di essere abbandonato, e non di rado (purtroppo) si scopre incline alla violenza quando ritene non gli venga dato quanto ritiene pattuito. Ma nessun legame ha più valore della quantità di libertà necessaria per romperlo. E solo questo, esclusivamente questo, apre al sorprendente dono della dedizione e della fedeltà.
Liberi tutti.