Era mio Padre

(da “Il giorno in cui mia madre distrusse l’Universo”)

Ma non sarebbe stato utile ad alcunché, perché si accorse che nessuna spiegazione sarebbe stata in grado di prefigurare il vuoto in cui si trovò a galleggiare, come una foglia di magnolia, di quelle che industriosamente suo padre assemblava in modo tale che ad una superficie concava si incastrasse una velatura di platano, ottenendo una rudimentale imbarcazione, che fluttuava tenace e disperata nella enorme fontana circolare di alcuni sabati autunnali della sua infanzia. Galleggiava in modo sorprendente tra i gorghi che, un soffio di d’acqua sparato verso l’alto, produceva in una sorta di tempesta senza requie. Accanto a lui altri bambini e altri padri, in procinto a varare nel battistero della complicità, natanti radiocomandati che al cospetto delle figlie della magnolia cui era legata la sua sorte, parevano transatlantici o baleniere, pronti a spezzare qualsiasi incantesimo avesse tentato di impedire le 100 traversate che compivano in un pomeriggio. Ma non gli era mai importato. Anzi, proprio quel confronto lo faceva sentire orgoglioso di come il padre non si fosse limitato a estrarre il contante davanti alla commessa annoiata di un grande magazzino. Quella navigazione era proprio come percepiva la sua esistenza: precaria!, in attesa che il natante giungesse nel campo gravitazionale del geyser e che dopo molto tentativi a vuoto riuscisse di spedire le foglie a sfaldarsi nel gelido Valhalla sul fondo della fontana. Eppure non gli dispiaceva assecondare quel Destino, per quanto tragico. Perché su quella imbarcazione c’era lui, e c’era stato suo padre, e insieme prima della inevitabile resa, avevano affrontato i marosi, sperimentando fino oltre quale limite di sopportazione si potevano spingere in quel sodalizio irrinunciabile. “Libeccio”, “Katyusha”, “Ghibli”… i bambini che potevano giostrare in quell’opale di indefinita possibilità le proprie navi viziate che avevano soltanto i nomi a evocare distanze, spingevano annoiati i pollici sul cilindretto metallico a far gorgogliare il motorino afono, così separato per cimentarsi nelle sfide che aveva intercettato lui. E si sentiva così anacronisticamente orgoglioso. Suo padre allora lo guardava con la caratteristica espressione nella quale si mescolava una trepidazione incolore e una vivida partecipazione distante ai suoi vissuti. Distanza sì. Ecco cosa ricordava di suo padre. Una distanza non voluta, ancorché una effigie ineludibile di quella relazione. Era come se suo padre fosse una presenza enorme nella sua vita, cui però era riuscita soltanto una parziale fusione, e per il resto lo avesse dovuto guardare attraverso un prisma, gelido e deformante. Come quella volta che andarono nella piscina più caotica della città, dove c’era una vasca con un lastrone di vetro, dal quale si potevano vedere le persone che si tuffavano o quelle che si immergevano. Il futuro signor Uguale era affascinato e terrorizzato per quelle figure la cui pelle si pigmentava di azzurro una volta che avevano abbandonato le confortanti certezze dell’ossigeno, e i cui corpi gli si dilatavano o accartocciavano davanti. Particolarmente impressionanti per il fanciullo erano poi gli occhi, che i più ardimentosi si sforzavano tenere aperti nonostante il gioco della pressione e la brutalità del cloro, ancorché le venuzze si irroravano all’istante di un eccesso di sangue, e quei volti che si pretendevano divertenti diventavano delle maschere di morte. Una volta anche suo padre gli aveva detto di aspettare lì, e che l’avrebbe salutato. Poi era salito dalla rampa di scale di cemento ruvido e non l’aveva veduto per una manciata interminabile di secondi. Poi, ecco, una tromba d’aria di minuscole bollicine annunciarne il tuffo, e subito dopo papà impacciato si agganciava con un piede- il piede di un uomo mite- alla protuberanza della finestrella e si issava fino a incontrare il suo volto. Il bambino non aveva paura, e l’uomo coi capelli mossi come la fiamma di un accendino scarico, gli sorrideva e gli domandava perdono, perché per tutta la vita non avrebbe potuto guardarlo se non attraverso un vetro. Non sarebbe mai stato capace di spezzare l’incantesimo, e non avrebbe mai rovesciato i metri e metri cubi della propria incompiutezza addosso a quel figlio. Così amato. Così distante.

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