Lacrime di granito

Accanto al muro di recinzione del campo di Bolzano un cartello getta la sua ombra panciuta sull’asfalto. Il disegno stilizzato non lascia dubbi: Rimozione Forzata. Vietato parcheggiare; ma non è l’unica forzatura. Si direbbe sia vietato ricordare. Dentro al muro palazzine dalle mattonelle pallide, non particolarmente alte e nemmeno troppo appariscenti, dall’aspetto discreto e gradevole, segnano il passo di un appetito di vita che non può guardare troppo in faccia al dolore congelato nel muro. Non vuole ascoltare, non può vedere. Una donna un giorno quasi aggredì gli uomini attempati che si fermavano davanti a quei muri, che toccavano le pietre con una intimità sofferta, e protestò, perché non gliel’avevano detto, nessuno le aveva raccontato che il quadrilatero di terra dove aveva messo radici, la stradina con cui avrebbe accompagnato i figli alla scuola elementare, trasudava dolore da ogni poro della pietra. Era furiosa, e aveva ragione: quegli stessi marciapiedi solo quaranta, sessanta o trenta anni prima, avevano sentito gemere uomini e donne la cui unica colpa, il cui più grande merito, era di essere finiti in mezzo agli ingranaggi con cui la storia spezza le ginocchia degli innocenti, li costringe a salire su dei carri bestiame, e li fa salire su a nord, su su, quando talvolta l’unica destinazione è una doccia al monossido di carbonio, un forno crematorio, un alito di vento che ne disperda le ceneri. Certo non erano gli incanutiti uomini che erano lì a recitare una preghiera laica che glielo avrebbero dovuto far sapere.

Non si può vivere senza memoria, perché “ricordare” ci costituisce, ci consente di avere una biografia, di non essere un cumulo di pietruzze buttate per terra, ma un mosaico, dove tutto assume- nel tempo- una forma e un significato. Eppure per sopravvivere talvolta occorre dimenticare.

L’uomo è un essere diacronico, la cui storia si svolge in molti tempi, e in quei tempi ci sono emozioni che si vorrebbero vivere all’infinito, e altre che si associano a un dolore che inebetisce. Ci sono in alcune esistenze avvenimenti così brutali, sulla cui superficie ruvida si grattugiano le anime degli uomini che vi sono venuti a contatto.

Circostanze che quando vengono vissute al presente sono schermate per i più, da un meccanismo di estraniazione che consente di non capire, non fino in fondo, ciò che si ha di fronte. Perché “viverlo” e riconoscerne contemporaneamente la portata diventerebbe un peso insostenibile per qualsiasi autocoscienza. O si subiscono le circostanze, e si evita di capire che ciò che accade stia accadendo per davvero, oppure in altro tempo si ricorda. La sincronia è piuttosto l’immane compito dei testimoni i quali, non a caso, ne vengono sovente schiacciati. Come Primo Levi che visse un presente dilatato all’infinito di ciò che aveva veduto in Polonia, non trovando mai la pace. Nemmeno lanciandosi nella tromba delle scale della sua amata Torino.

Si chiude il cielo d’asfalto di Mauthausen sotto il quale aspersero il sangue 122.000 innocenti. La staffa di una bandiera si dimena con questo vento fradicio, e sbatte afona sul palo metallico di sostegno. Nessuno l’ascolta. Dai muri, dai gradini, dalle mattonelle rosse dei forni crematori, dai graffi impressi nella parete interna delle camere a gas, sgorga un grido. Un grido di sasso, l’unico linguaggio della memoria. Un vecchio dai capelli bianchissimi si aggira spaesato tra le vecchie baracche. Indossa una camicia disadorna a righe verticali, il codice a barre della violenza. Gli occhi sembrano due zaffiri spenti. La bandana recita un paradossale “peace”, che quasi stona al collo di uno che avrebbe tutto il diritto di condurre una guerra perenne. Il diritto di odiare. Solo “Pace”. I zaffiri ogni tanto lanciano lampi segreti. Ma lo devi guardare in faccia, e ascoltare le sue rughe per accorgerti.

A Gusen un uomo ha comprato- in saldo- il lotto dove giaceva l’ingresso del lager: “In fondo”, deve avere pensato, “non è nemmeno brutto…”, perciò aggiungi un arco qui, cambia gli infissi là, non ha neanche buttato giù l’edificio precedente prima di edificare la propria lussuosa abitazione, limitandosi a una cosmesi esterna. Una BMW, parcheggiata di sedere, ringhia coi quattro fari nel vialetto a quanti si avvicinano troppo ai nervi della memoria occultata. In giardino c’è anche uno schiacciasassi, a figurare quanti strati di realtà abbia dovuto stritolare chi abita in un luogo così. Ma in questo ordine di grandezze nessuna cautela può rivelarsi sufficiente, nessun Cerbero meccanico abbastanza guardingo, perché sono i luoghi stessi a ricordare, e non si limitano a esserne presaghi. Come la veranda da cui il comandante Ziereis insegnava al figlio undicenne a sparare sui deportati, quasi fossero orsi del tirassegno. Quel padre sorridente, che indica al bambino come allineare occhio/ mirino/ tunica a righe, compie un abuso così truce nei confronti della vittima, del bambino stesso e persino di ciò che resta della propria umanità, da costringere la terra stessa a partecipare a un atto cui non può essere consenziente. Lì dove avvenne uno stupro senza fine cala una scure da dove una volta c’era il cielo, e rimane una piaga talmente profonda da scendere nei recessi più intimi delle cose. Il dolore, spiegano gli psicologi, ha una scala di misurazione soggettiva, tale da non valere mai sempre, e certo non per tutti. E hanno ragione. Ma il dolore che viene scagliato nel cielo plumbeo di Mauthausen è “talmente tanto” che è come se la realtà stessa si contorcesse, trascendendo ogni scala di rilevazione, producendo un ultrasuono lungo quanto la storia, in grado di far esplodere i lampadari dei ben pensanti di tutte le epoche, appannando gli occhiali dei teorici di ogni tempo. Talmente tanto da far diventare lo spazio che si apre dietro alla Porta Mongola “sacro”, perché in quel luogo si commise tanto un sacrificio quanto un sacrilegio.

Come una dolce pianura dove un terremoto viene a lacerare la terra, e crea una voragine; un dislivello che manterrà per sempre separati i due piani della realtà: la memoria e la rimozione, l’ineffabile e il temporale, l’assoluto e la banalità descritta da Hannah Arendt, l’altare della sofferenza e la profanità di tutto il resto. I luoghi della memoria sorgono sulle cicatrici, come paradossali tentativi di saldare l’inconciliabile.

Nel 1941 Heinrich Himmler in visita al campo afferrò un cronometro, e ordinò che un deportato prendesse in grembo una pesante pietra della cava, e si mettesse a correre fino al sopraggiungere della morte per sfinimento. Quando la giugulare stabilì che la vita si fosse allontanata dalla desolazione di pietra, si compiacque per l’ottimo risultato. Un esperimento riuscito.

Il vice comandante Georg Bachmayer, quando si annoiava spediva i suoi mastini a sbranare un prigioniero, conferendogli la speciale onorificenza del “bacio dei cani”.

Mauthausen giace pigra sul dolce pendio delle ordinate colline austriache, così graziosa che molti novelli sposi vengono a farsi fotografare qui davanti; ma sotto il tappeto verde, lì vicino al cuore della terra, scorre inesorabile e occulta una emorragia di lava, un cratere di dolore, che non si spegnerà mai più.

Qui vengono ogni anno migliaia di persone, vecchi con  occhi nei quali si apre il panorama cupo della memoria, e giovani col sorriso di alabastro, per promettere a se stessi di non cadere nell’abisso appena scoperchiato. E lanciano un fiore nel buio onnivoro. Un fiore che, anche se per un solo istante, lenisce le ferite e copre tutto l’orrore. C’è stato un passato in cui la mostruosità sembrò normale. E c’è un presente che pretende che quel passato sia, proprio a causa della sua malformazione, relegato nella teca delle cose impossibili. Fare memoria significa camminare sulla cerniera che tiene insieme questo ossimoro, prendersi cura delle gengive sventrate della propria storia. È la prosecuzione ideale del lavoro di quanti, settanta anni fa, constatarono che l’abominio era possibile ma non sarebbe mai stato normale. Molti tra essi pagarono con la vita per avere tenuto tesi i quattro lembi del lenzuolo su cui si regge il mondo e che, se avesse ceduto, lo avrebbe fatto rotolare in un dirupo della barbarie che nessun armistizio avrebbe fatto cessare.

Sopra di noi un cielo di sasso non smette ancora di piangere. Piange lacrime di granito. A Mauthausen.

Ma, ora so, che qualcuno le raccoglierà.

Era mio Padre

(da “Il giorno in cui mia madre distrusse l’Universo”)

Ma non sarebbe stato utile ad alcunché, perché si accorse che nessuna spiegazione sarebbe stata in grado di prefigurare il vuoto in cui si trovò a galleggiare, come una foglia di magnolia, di quelle che industriosamente suo padre assemblava in modo tale che ad una superficie concava si incastrasse una velatura di platano, ottenendo una rudimentale imbarcazione, che fluttuava tenace e disperata nella enorme fontana circolare di alcuni sabati autunnali della sua infanzia. Galleggiava in modo sorprendente tra i gorghi che, un soffio di d’acqua sparato verso l’alto, produceva in una sorta di tempesta senza requie. Accanto a lui altri bambini e altri padri, in procinto a varare nel battistero della complicità, natanti radiocomandati che al cospetto delle figlie della magnolia cui era legata la sua sorte, parevano transatlantici o baleniere, pronti a spezzare qualsiasi incantesimo avesse tentato di impedire le 100 traversate che compivano in un pomeriggio. Ma non gli era mai importato. Anzi, proprio quel confronto lo faceva sentire orgoglioso di come il padre non si fosse limitato a estrarre il contante davanti alla commessa annoiata di un grande magazzino. Quella navigazione era proprio come percepiva la sua esistenza: precaria!, in attesa che il natante giungesse nel campo gravitazionale del geyser e che dopo molto tentativi a vuoto riuscisse di spedire le foglie a sfaldarsi nel gelido Valhalla sul fondo della fontana. Eppure non gli dispiaceva assecondare quel Destino, per quanto tragico. Perché su quella imbarcazione c’era lui, e c’era stato suo padre, e insieme prima della inevitabile resa, avevano affrontato i marosi, sperimentando fino oltre quale limite di sopportazione si potevano spingere in quel sodalizio irrinunciabile. “Libeccio”, “Katyusha”, “Ghibli”… i bambini che potevano giostrare in quell’opale di indefinita possibilità le proprie navi viziate che avevano soltanto i nomi a evocare distanze, spingevano annoiati i pollici sul cilindretto metallico a far gorgogliare il motorino afono, così separato per cimentarsi nelle sfide che aveva intercettato lui. E si sentiva così anacronisticamente orgoglioso. Suo padre allora lo guardava con la caratteristica espressione nella quale si mescolava una trepidazione incolore e una vivida partecipazione distante ai suoi vissuti. Distanza sì. Ecco cosa ricordava di suo padre. Una distanza non voluta, ancorché una effigie ineludibile di quella relazione. Era come se suo padre fosse una presenza enorme nella sua vita, cui però era riuscita soltanto una parziale fusione, e per il resto lo avesse dovuto guardare attraverso un prisma, gelido e deformante. Come quella volta che andarono nella piscina più caotica della città, dove c’era una vasca con un lastrone di vetro, dal quale si potevano vedere le persone che si tuffavano o quelle che si immergevano. Il futuro signor Uguale era affascinato e terrorizzato per quelle figure la cui pelle si pigmentava di azzurro una volta che avevano abbandonato le confortanti certezze dell’ossigeno, e i cui corpi gli si dilatavano o accartocciavano davanti. Particolarmente impressionanti per il fanciullo erano poi gli occhi, che i più ardimentosi si sforzavano tenere aperti nonostante il gioco della pressione e la brutalità del cloro, ancorché le venuzze si irroravano all’istante di un eccesso di sangue, e quei volti che si pretendevano divertenti diventavano delle maschere di morte. Una volta anche suo padre gli aveva detto di aspettare lì, e che l’avrebbe salutato. Poi era salito dalla rampa di scale di cemento ruvido e non l’aveva veduto per una manciata interminabile di secondi. Poi, ecco, una tromba d’aria di minuscole bollicine annunciarne il tuffo, e subito dopo papà impacciato si agganciava con un piede- il piede di un uomo mite- alla protuberanza della finestrella e si issava fino a incontrare il suo volto. Il bambino non aveva paura, e l’uomo coi capelli mossi come la fiamma di un accendino scarico, gli sorrideva e gli domandava perdono, perché per tutta la vita non avrebbe potuto guardarlo se non attraverso un vetro. Non sarebbe mai stato capace di spezzare l’incantesimo, e non avrebbe mai rovesciato i metri e metri cubi della propria incompiutezza addosso a quel figlio. Così amato. Così distante.