La mancanza

Viviamo di mancanza. Quantifichiamo la consistenza magmatica del nostro esistere polarizzandola su un punto fermo, un’isola, una terra solida che emerge tra le onde. In fondo sapere chi, o cosa, ci manca, ci consente di tenere fermo cosa siamo. E questo ci permette di stabilire un postulato che si auto invera, paradossalmente persino quando viene confutato, ovvero che “non” dovremmo essere mancanti. Ci focalizziamo su un volto, un tempo che è stato, una stagione della vita, una condizione preesistente, dove fummo più felici di quanto non si è. E se felici non si può essere, si apre la stagione infinita delle recriminazioni. Divoriamo porzioni del mondo alla ricerca di un pieno che tuttavia non potrà riempire mai il vuoto – poiché le sue radici non sono “fuori” –, in una bulimia autoalimentante, che se non ci risarcisce mai, ci restituisce la “solidità” della convinzione che di solidità si dovrebbe vivere. Il dolore della mancanza è il contrassegno che sigilla pacchi polverosi in magazzini che nessuno visiterà mai. Non ci verranno mai recapitati, eppure pare sufficiente la convinzione che, sotto la fuliggine, ci sia scritto il nostro nome. Questo semplice (e presuntuoso) sospetto, tuttavia, sembra farci sentire paradossalmente appagati. Pieni di vuoto. Ma forse non è realmente così. Magari la mancanza non è la congiuntura straordinaria nella quale ascrivere i nostri vissuti, ma la condizione autentica di tutti gli altri. Prenderne coscienza non è semplice. Affatto. Siamo esseri sincronici, la diacronia è un equivoco. E’ una prassi oscena quella di sezionare l’esistenza in tempi chiusi, camere stagne comunicanti tra loro solo attraverso il canale perverso della perdita. Perché non è vero che perdiamo solo le cose eccezionali che un tempo ci fecero lieti, ma le perdiamo tutte, in un gomitolo che si dipana senza posa. Non erano straordinarie solo le cose la cui mancanza tiene aperte le nostre ferite, ma lo erano e lo sono tutte. E’ troppo semplice, e molto comodo, convincersi di essere mancanti solo di quella eccezionalità che ci vide un giorno protagonisti, finanche si fosse costretti a un’attualità da subalterni. Poiché a mancare invece è tutto. Non saperlo un fraintendimento.

L’Universo è fatto di corpi gassosi, che si allontanano gli uni dagli altri a una velocità umanamente non concepibile, le cui estreme propaggini si solidificano un istante soltanto, e noi chiamiamo quel pallore “realtà”. Di solido non c’è nulla, eccetto la tracotanza di considerarlo tale. Quando si comprende che l’unica sostanza è il flusso medesimo si perdono le ultime guarnizioni, con le quali avevamo congelato l’ineffabilità del passato, la condanna del futuro e la transitorietà del presente, ricostituendo un movimento solo, la transumanza di stagioni le cui differenze altro non sono che pieghe e sporgenze nell’unico velo di Maia. Occorre cambiare, e lasciare che cambino persino i nostri cosiddetti punti fermi. Oppure che esse siano postulate, quanto alla propria fissità, solo dalla volontà, o dalla necessità del postulante. Bisogna che il bruco diventi, un poco per volta, farfalla. Sapendo però che sia la trasformazione medesima l’autentica natura delle cose.

Non è semplice cambiare. Forse la più difficile delle cose. Tuttavia è relativamente semplice comprendere quando, con il vento a favore oppure ostacolato in ogni modo, il cambiamento sia iniziato. Esiste infatti una cartina tornasole della sua attivazione, ed è da che un tempo si provava nostalgia per una cosa, ora la mancanza si invera, e a lasciarci ammaccati sia la perdita di qualsiasi altra. Come un viaggiatore, dapprima annoiato, che a un tratto viene calamitato dai fuggevoli paesaggi fuori dal finestrino. Tutti sconosciuti, e una volta inerti, ora vengono accesi dal tramonto di una inspiegabile nostalgia. Permangono un solo istante sulla tavolozza del vetro, e sono lì a chiamarci a un ignoto appello, per poi varcare la soglia. E non sono più. Non saranno mai più. Né per questo li potremo dimenticare.

 

quel giorno

Ti stringerò

Come non avessi mai smesso di farlo

Ti proteggerò

Perché ti aspetti questo da me

Ti addormenterai

Sul mio petto

Poggerai la testa

Sotto la mia ascella

E ti dimenticherai

(ci dimenticheremo)

Di quando fummo distanti

Mi perdonerai

(ti perdonerò)

Di quanto fummo meschini

Mi placherò dietro la tenda

Dei tuoi capelli ondeggianti

Mi ristorerò

Nella greppia rigogliosa del tuo seno

Mi nasconderò

Dietro la tettoia del tuo sguardo severo

Mi affiderò

(ti affiderai)

Alle bave dell’alba che ci sorprenderà abbracciati

Conterò i mesi

(conterai gli istanti)

Con le stalagmiti della tua presenza

Le stalattiti della mia attesa

Poiché se anche io mai sono

Un giorno, quel giorno, saremo