Parigi, una controriflessione

Davanti agli attentati di Parigi e Bamako, ho taciuto. Non è sempre stato facile, poiché i grandi avvenimenti suscitano – persino in me – forti emozioni, e le forti emozioni portano quasi inevitabilmente alla assertività. Meno frequentemente alla lucidità. Molteplici le tentazioni di imbrattare le pagine dei social con le mie ridondanti opinioni. Sarebbe stato facile, tralasciando il dettaglio di non poco conto della mia crassa ignoranza in materia. Non sono edotto sugli scenari di politica internazionale, non conosco le implicazioni della questione palestinese dalla nota Balfour in poi, e non so nulla delle relazioni tra ISIS e Al-Qaeda, ma per fortuna non sono sufficientemente arrogante da pensare che una breve ricerca su Google sarebbe in grado di colmare questa lacuna. I rischi di fraintendimenti e le mistificazioni sono ovunque, e si nascondono proprio dove i più detengono i capisaldi delle proprie statuarie convinzioni. Tuttavia sembra che il mio esempio, mai così buono, non abbia lasciato un segno particolarmente indelebile, e la strada della prudenza sia stata imboccata molto raramente.

Dopo il silenzio breve e attonito, quasi fisiologico – un silenzio doveroso e non solo come segno di rispetto, ma proprio perché è la condizione per ascoltare anche le voci più flebili di ciò che accade, tanto fuori quando dentro –, durato si e no qualche ora, giornali e frequentatori dei social, si sono scagliati nella crociata della banalità, a perorare con maggior convinzione esattamente la causa che appoggiavano un istante prima che i colpi venissero sparati. Ancora le ambulanze spiegavano le sirene, che già sui media proliferavano, come macchie del morbillo, saccenti spiegazioni sulle “vere” responsabilità, con tutta l’improvvisazione del caso, se non altro per le tempistiche adottate. Non arrivo a dire che questo fosse “il vero scopo dei terroristi”, ritengo però che sia stata una ulteriore mancanza di rispetto per le vittime poiché, considerando la sostanziale impermeabilità a quello che accade, la realtà è diventata solo un pretesto. I filo palestinesi a dar la colpa a Israele, i filo israeliani ad Hamas, i leghisti che ce l’avevano coi migranti e Giulietto Chiesa (tanto per fare un nome) a buttare la croce sulle spalle dei servizi segreti francesi. Il linguaggio massimalista, dovunque scaturisca, denota una povertà morale e una pochezza intellettuale.

Tornano in mente le illuminanti parole, riferite agli scenari post 11 settembre, del filosofo Alain Finkielkraut:

“Questo stupore carico di orrore non è durato però, almeno in Francia, che qualche giorno, una settimana al massimo. Molto in fretta ho avuto l’impressione che la realtà non fosse più riportata per ciò che era.”

E invece ci siamo ricascati. Ci affrettiamo a istituire minuti di silenzio, quando piuttosto occorrerebbero giorni, settimane e forse mesi nei quali abbassare il volume, elaborare i lutti, lasciare risuonare interiormente le sensazioni, rendere prudente il linguaggio e consapevoli le riflessioni, preferendo invece riempire lo scatolone del tempo delle stesse becere idiosincrasie cui lo avevamo farcito in precedenza. Si parla subito, si parla troppo e a sproposito. E il più di volte si dicono sciocchezze inenarrabili. L’accelerazione dei media, la sovrabbondanza di argomentazioni stantie, l’inversione delle colpe e “certezze granitiche”, immuni a ogni forma di autocritica non sono tuttavia prerogative soltanto di una gretta precomprensione ideologica, ma anche – come mi hanno insegnato le letture di Luigi Zoja – sintomi del modo che ha la paranoia di entrare nelle cose della polis. La paranoia, il lucido delirio, la “patologia delle opinioni” che non si limita a rendere solide le, pur legittime, convinzioni ideologiche, ma arriva ad esasperarle fino a trovare un nemico totale per ogni tipo di circostanza.

Come per tutte le patologie psichiche se si vuole individuare la motivazione recondita non bisogna cercarla nella plasticità dei sillogismi – in questa prospettiva la coerenza infatti vale come difetto –, ma nelle invisibili economie dell’inconscio dei popoli. E anche per entrare in questo campo continuo a sentirmi sguarnito dei necessari arnesi. Tuttavia vorrei sottolineare, tra i tanti, uno dei principali difetti di tale modo di approcciare la questione. Dopo gli attentati di venerdì 13 Libero ha vomitato un titolo, “Bastardi islamici”, pronto a titillare le peggiori visceralità dei lettori, scatenando allo stesso tempo reazioni e controreazioni su un tema dove continuiamo a divederci da più di un decennio. Siamo oppure o no alle prese con uno scontro di civiltà? A questo tema seguono poi una serie di corollari: chi spara addosso a giovani inermi ad un concerto, lo può fare oppure o no nel nome di Allah? E noi dobbiamo oppure o no brandire la croce per respingere i nemici che, dopo la battaglia di Lepanto, continuano a essere gli stessi? Ancora, quanta parte della storia del terrorismo mediorientale si può attribuire a quel mare magnum che indichiamo come “distribuzione iniqua delle ricchezze planetarie”? E’ infine vero che i morti occidentali continuano a pesare molto di più di quelli delle aree più povere – e meno mediaticamente appetibili – del mondo? Ovviamente se pensassi di avere la risposta a una o tutte queste domande non farei altro che alzare di un centimetro il muretto di quelli che mi propongo di criticare. Nemmeno relativamente all’ultima domanda, che sembra la più scontata e rigonfia di retorica, perché se ho imparato qualcosa dalla psicanalisi è che per capire meglio le cose occorre spostare l’attenzione da queste ai processi con cui le si è fatte entrare. Per arrivare alla radice del problema, non si può non attenzionare il “come” queste sono diventate rilevanti. Al di fuori di un simile lavoro il rischio di continuare a gettare all’infinito carbone  nella fornace della propria paranoia è altissimo. Quella di diventare spietati terroristi della parola, inverando la profezia di Baudelaire per cui “il giornale trasuda delitto”, è purtroppo una certezza. In tutte le disamine ho notato un difetto, perché primariamente – qui in senso cronologico, non assiologico – lo scontro di civiltà non è un tema geopolitico, ma psicologico. Il senso di invasione, di allergia alla diversità, di timore che sin dalle remote propaggini della nostra infanzia “l’uomo nero” continua a incutere, la pseudo speciazione che rifocilla i movimenti di destra, moderata ed estrema, attiene alle paure più profonde e non al razzismo di De Gobineau. Quindi affermare che i “terroristi” siano un fatto privato, mentre l’Islam in quanto tale sarebbe un collettivo che nulla ha da spartire con quelli, è una spiegazione miope. La nostra mente attinge infatti dall’individuale quanto dal collettivo. Non esistono fenomeni socialmente rilevanti che si possano addossare a una di queste prospettive senza coinvolgere l’altra. Il farlo conduce a uno strabismo ideologico nel migliore dei casi, se non a una vera scissione psicotica in quello peggiore. Esiste una parentela tra (questo) terrorismo e Islam, sebbene lascio agli studiosi delle Sure del Corano e a quelli dei flussi migratori l’individuazione, come ne esiste uno tra il cristianesimo e le Crociate, uno tra l’Italia e il fascismo e un altro tra la Germania e il nazismo. Persino gli stereotipi hanno almeno un aspetto verace, che determina quasi sempre le forme di approccio collettivo. Arrivo a dire che esisterebbero sul piano psichico persino quando non sussistessero su alcun piano storico, così come le responsabilità collettive (quelle delle faide familiari per fare un esempio) lasciano segni profondi nell’inconscio degli individui. Non si tratta di sovrapporre i fenomeni, stabilire identificazioni tout-court e aprire così quelli che si chiamano, non a torto, “processi sommari”. Ma non è corretto l’atteggiamento opposto, che finisce per imbastire “assoluzioni a prescindere” antistoriche, facendosi sfuggire quanto articolati possano essere i fenomeni. Dando luogo inoltre a macroscopiche difformità nei giudizi, poiché chi si ostina a sguainare la spada per evitare quelle sovrapposizioni, non dispensa a praticarne altre o inventarne di nuove. Non è raro il caso di chi rifiuta – legittimamente – il linguaggio del titolo di Libero, però poi indica gli americani, gli israeliani o i francesi come i “veri” colpevoli. Difendendosi (troppo) da una idiosincrasia, si finisce spesso per ricadere in altre. Se si vogliono comprendere i fenomeni occorre abbandonare il pericoloso sentiero della paranoia (o delle paranoie dovremmo dire) e avventurarsi nell’imprevedibile territorio della complessità. E’ un lavoro necessario e salutare. Speriamo di riuscire a gettare sul tavolo verde fiche migliori di queste prima che la pallina smetta di carambolare.

Come un passo

Un ultimo passo
Un passo leggero, come di fata,
E tutto è compiuto
Quando te ne sarai andata
 
Sotto palpebre di cielo
Ho lacrime di cenere da versare
Che asciugano la terra
Inaridiscono il mare
 
Dimentica il mio volto
Scorda la voce sussurrata
Ma non mi impedirai di volere
[con tutto il me di me stesso]
Che tu ci sia stata
 
Non è pronto ad avere
Chi teme troppo il lasciare
Sbatte la neve sul cuore
Di chi volle la luce legare
 
Accarezzai il tuo venire
Riempio i polmoni del tuo andare
Pur se pagherò ogni giorno l’immane
[leggero dazio]
D’averti potuto amare

PORTERO’ I FIORI

Porterò i fiori
Dove nacque il mio amore
Ghirlande di fiori di pesco
E ciliegio
Dove giacemmo e i respiri
Si fecero nubi
Dove gli abbracci si fecero ali

Porterò il giglio
Dove il vento nascose le parole
E dove la luna
Parlò a Dio di Te
E di Me
Dove il fuscello
Divenne foresta
A celare questo amore

Porterò i giacinti
Dove seppi che
Ti sarei appartenuto, io sì
Per sempre
E per sempre
Il torrente promise
Che mi avrebbe lambito
Le caviglie
Mentre il tempo si faceva Destino

Porterò fiori profumati di cielo
Dove la spada ci fece distanti
Porterò l’edera e il caprifoglio
Dove il ricordo si fece sangue
E dove le lacrime
Piovvero sugli amanti
Che piansero di Te
E di Me

Se puoi
Un giorno
Sii tu a portare
Un piccolo fiore
Bianco e fragile
Lì dove l’attesa, la mia
Si e fatta sasso.