Ci fu quel giorno. Il giorno in cui scesi dall’ascensore, volai sullo zerbino rosso- facendo uno di quei salti che mandavano su tutte le furie la signora Bellini-, scesi gli ultimi cinque gradini, aprii la porta dell’ingresso, uscii all’aperto, ed ero felice. Ero felice di ciò che ero e di ciò che avevo. O meglio… ero felice di avere quel che ero.
Ed ero quel che avevo perché avevo te.
Ti ricordi?
Ti ho telefonato, e tu eri in taxi, e non capivi la mia gioia contagiosa. Però mi dicesti che l’autista si era girato per capire cosa stesse gridando quell’invasato che parlava con te, e tu sorridevi “come una deficiente”, e non capivi, io non capivo. Parlavi con la mano sul microfono, e sei certamente arrossita. Sono sicuro che quell’uomo ebbe voglia di ridere. Dicevi che ero matto, e che non capivi il perché di quella euforia.
Ma capire la gioia non è come tentare di fermare le balene col retino delle farfalle? La mia gioia era la tua gioia. Tu eri la luce e io il vetro smerigliato che ne consente la diffusione.
Ti ricordi?
Salii sulla Subaru, era una giornata piena di sole. Volai da te, e tu mi aspettasti nel nostro bar di corso Buenos Aires; e mi parlavi, mi parlavi. Volevi che l’estate andassimo a Mykonos, che Roberta la tua amica ne era stata entusiasta. Parlavi, e io ascoltavo. Ma soprattutto ti guardavo, mai mi sarei perso il disegno che le tue labbra riempivano con il colore del loro suono.
Dicevi che il nostro incontro fosse stato il più importante della tua vita, che non avresti permesso a nulla e nessuno di contaminare un diamante tanto prezioso.
Ti ricordi?
Facemmo l’amore quel pomeriggio, e i tuoi occhi, Dio i tuoi occhi. I tuoi occhi. Tu eri il mio giardino senza spine, la casa di un soldato che ha visto troppe guerre poteva tornare. I tuoi occhi, sì.
A un tratto mi dicesti “ti amo.” Eri seria in quel momento. Tutti gli amanti si dicono cose così. Invece no. I tuoi occhi, la tua voce avevano una pastosità, una tonalità, una verità che non molti hanno potuto raccontare. E solo pochissimi hanno potuto ascoltare.
Ti ricordi?
Siamo andati a fare la spesa all’Esselunga e tu avevi quel modo buffo di metterti al centro delle corsie, di indicare gli scaffali con un dito dove pensavi avresti trovato la marmellata di agrumi, i fiori di zucca o una birra canadese. Avevi la lista la spesa scritta su un tovagliolo e non lo consultavi mai.
Sorridesti a quella signora che non riusciva a prendere la confezione del caffè più a buon mercato- che ovviamente viene posizionato dove solo i più determinati possono arrivare. Lei ti ringraziò, e tu le prendesti le mani tra le tue. Le sorridesti, sì. Lo sai che quella donna si ricorderà del tuo sorriso? Se ne ricorderà anche quando il barattolo del caffè sarà vuoto, e le dispiacerà doverne prendere un altro. E quando si aggirerà per gli scaffali troppo alti, appena prima di chiamare un commesso esausto ad aiutarla, si guarderà un ultima volta in giro, per vedere se…
Anche lei non può dimenticare.
Ti ricordi?
Dovevamo andare a trovare Carlo e Cinzia, e in autostrada ci sorprese la tempesta e ci fermammo sotto un ponte ad aspettare spiovesse. Sotto quel ponte incontrammo due signori anziani, una coppia, che avevano paura che la loro vecchia 127 si fermasse sotto l’acqua. Ci parlarono della loro vita, dei figli che andavano a trovarli la domenica, e dei nipoti dei quali ogni tanto confondevano i nomi. Si prendevano in giro bonariamente, ma dagli sguardi si capiva che non avessero sprecato la propria vita, perché si erano avuti e si sarebbero avuti ancora per i giorni che il destino avrebbe concesso loro. Le loro rughe erano la cartina topografica della saggezza, dove le montagne erano ciò che si erano donati a vicenda, le valli i luoghi dove si erano dati ristoro,e i fiumi il segreto di un tempo che non li avrebbe potuti separare.
Ti ricordi?
Salirono in macchina prima di noi, e quando se ne andarono scoppiasti a piangere improvvisamente come la tempesta che ci aveva fermato sotto quel ponte. E mi dicesti che non era giusto, no, non era giusto che uno dei due avrebbe un giorno perso l’altro. Io tacqui perché avrei detto solo una stupidata. Ti abbracciai. Non te lo dissi ma desiderai che quel qualcuno un giorno saresti potuta essere tu. Sono uno stronzo, lo so. Ma come avrei potuto vivere senza di te. Già… come avrei potuto. Come?
Dunque, ti ricordi?
Volevo dirti che quel giorno, quella tempesta, quel ponte, quel barattolo di caffè e la marmellata di agrumi, le valli e i fiumi sul volto di quegli anziani, la Subaru e quel tassista che tornando a casa ha detto alla moglie che aveva portato in giro una matta, poi però l’ha baciata sulle labbra come non faceva da molti mesi. Forse da anni.
Ecco quel giorno e i cento giorni prima e i cento giorni dopo, tutto questo è. Non dico che “è ancora lì”, perché nulla è uguale a se stesso neppure per un istante. Tutto decade, si trasforma e diventa un’altra cosa. Un oceano di gocce diverse. Eppure è. Tutto è finito in ciò che era, eppure è ancora.