Month: ottobre 2015
L’Angelo
Fu in quel momento che accadde. Fu quando avvertì il corpo nudo dell’Angelo che lo abbracciava da dietro che avvenne. Fu in quel preciso momento che egli scoprì quale rumore facesse la felicità. Era un sibilo, eppure un fragore di montagne che venivano scaraventate in abissi senza fine, eppure era un suono soave come le carezze di un oceano sfinito che trovava infine il suo letto. E fu in quel momento che egli scoprì cosa fosse l’Amore. Era dunque questo ciò di cui parlavano i poeti? Alludevano a quell’istante i musicisti? In quel momento in cui l’Universo si spezzò in due, e le due metà cominciarono a rincorrersi, fuggendo e ritraendosi allo stesso tempo. Capì perché gli uomini e le donne di tutta la storia avessero desiderato vivere un solo istante come quello. E sentì perché quegli uomini e quelle donne ne fossero spaventati. Poiché come ricevette l’abbracciò intuì che come esso era iniziato, sarebbe finito. In quell’istante fuori dal tempo. E l’intera vita sua sarebbe stata spesa nel calibrare la distanza siderale fra sé e quell’abbraccio. Senti che anche l’Angelo aveva intuito la medesima cosa e indugiava a riaprire le braccia, nel tentativo inutile di protrarre ciò che lì, proprio lì e proprio in quel momento, sarebbe finito. Perché le galassie non lo avrebbero consentito. Se Dio avesse voluto che quell’abbraccio si protraesse, avrebbe solo dovuto portare i cancelli del Paradiso in quella stanza, tra la sedia bianca e il comò disadorno. Ma già due amanti erano stati cacciati da quel luogo, perché non vi poteva essere un Paradiso in Paradiso. Un Paradiso più profondo di quello dai cui alberi sgorgavano la vita e il tempo. Un abisso di fronte al quale Dio stesso era impallidito.
Sentiva il fiato leggero dell’Angelo soffiargli sulla spalla sinistra. Ebbe l’impressione che la guancia dell’Angelo fosse ora umida, e che le lacrime stessero scivolando lungo la sua schiena. Ma non poteva voltarsi, guardare l’Angelo in volto. Quel volto così puro, così conosciuto in ogni singola sporgenza, in ogni ciglia e in ogni ombra. Quel volto altresì tanto sconosciuto, che aveva portato nella sua anima una pace che non aveva nome. Non si voltò, perché un milione di stelle si sarebbero spente se avesse fatto solo un movimento. Lasciò che le lacrime gli colassero copiose addosso, e che come una sorgente divina mondassero la sua anima per avere osato tanto. Egli seppe, e lo seppe in quel momento, che ogni singolo giorno della sua vita quell’abbraccio gli sarebbe mancato come l’acqua manca al deserto, o come le nubi a un cielo vuoto. Seppe che nel momento in cui avrebbe lasciato questo mondo avrebbe ripensato a quell’abbraccio. E si sarebbe domandato se Dio sapesse abbracciare in quel modo. Un giorno sì, avrebbe restituito ciò che aveva cominciato ad esistere perché quell’istante si compisse. In quel momento, quando le braccia dell’Angelo si sciolsero.
Con le spalle al muro
Vorrei raccontare due aneddoti della mia storia di insegnante. Episodi distanti sotto ogni punto di vista, tanto per la natura della circostanza quanto per il tipo di scuola con cui sono accaduti, differenti per le persone che vi sono state coinvolte (eccetto ovviamente me) quanto per i tempi in cui sono accaduti. Circostanze tuttavia che hanno qualcosa ad accomunarli più di quanto non si vorrebbe pensare.
Il primo aneddoto. Fine anni ’90, mi trovo in una scuola di frontiera, un professionale della periferia di Milano, di cui ovviamente non farò il nome. Una scuola completamente disastrata, dove nessun intercapedine resta al proprio posto, nessun muro è stato risparmiato da imbrattatori scurrili e blasfemi, nessuna porta si apre o chiude a dovere, nessun banco è sfuggito al cataclisma, e nessuna cattedra è integra. Un anno difficile, ma entusiasmante. Quando parlo dell’unico anno passato in quell’istituto dico ai miei amici che “sono stato al fronte”, perché al cospetto di quel posto tutti gli altri mi sono sembrati di retrovia. Solo un ambito, in quella scuola, è stato risparmiato dalla furia degli elementi, e cioè la bar scolastico. Mi propongo di dedicare alle “oasi” dei bar scolastici una riflessione futura. Come le infrastrutture anche le persone in quella scuola sono ammaccate, docenti e studenti, coinvolti in una lotta impari per la sopravvivenza. In una quarta vengo a scoprire che alcuni ragazzi dopo qualche giorno avranno una interrogazione di chimica organica, da cui dipende molto del loro, già precario, destino scolastico. Non sanno tuttavia dove sbattere la testa, quindi d’istinto – siccome di chimica ne ho studiata tanta – offro loro il mio aiuto. Quindi, in due, vengono a casa mia una domenica mattina e facciamo qualche ora di full immersion tra aldeidi, gruppi carbossilici e nomenclature IUPAC. Passa qualche giorno, e incontro i due ragazzi al bar. Uno dei due mi chiama a gran voce, e dice di volermi offrire un caffè. Accetto.
“Professore, lei aiuta i ragazzi. Le posso fare una domanda?”, mi dice con aria pensierosa mentre agitiamo i cucchiaini nell’intruglio.
“Ma certo…”, rispondo io un po’ imbarazzato, ché non lo desse per scontato.
“Perché lei fa l’insegnante?”
Superfluo dire che, di rimando, gli chiesi se fosse proprio così inconcepibile che “un insegnante avesse a cuore i propri studenti”. Tuttavia era tale la sua percezione.
Faccio un salto di quasi venti anni, e arrivo alla scorsa settimana. Una classe femminile, una prima, di un liceo – nuovamente non farò il nome, ma certamente molto distante dal campo di battaglia appena descritto – della periferia meneghina. Sono anagraficamente poco più che bambine, candide come le ninfe della mitologia greca. Talmente cristalline che si commuovono, e applaudono, alla conclusione di un cartone animato. Sono, per dirla come Jung, figure di anima potentissime, trasparenti come un cielo di montagna, cerbiatti lontani anni luce (ma forse meno di come io sia stato portato a pensare) dai bucanieri del professionale. Alla prima lezione, quando ancora le logiche del sistema sono ancora sguarnite e gli orari provvisori, decido di leggere un mio racconto. Mi ascoltano, con le orecchie e gli occhi spalancati, e quel tipo di attenzione che ogni insegnante vorrebbe. Per fortuna il racconto piace loro, e molto, si direbbe dall’applauso esagerato scaturito alla fine. Poi Bambi mi guarda con i lucernari aperti, e dice:
“Prof, ma lei cosa ci fa a scuola?”
Sono sufficientemente consapevole della mia boria da sapere che mi piacerebbe intendesse “lei deve stare tutto il giorno a scrivere”, ma mi sbaglierei. Non è tutto qui.
I due appelli hanno molto in comune, al netto delle differenze che ho già evidenziato. Anzi proprio la distanza tra gli aneddoti potrebbero indicare una questione “strutturale” del sistema scuola, e non una semplice contingenza.
Mi viene in mente il racconto riportato da un conoscente, di un ranch in Toscana dove il tenutario prende in consegna i cavalli reduci da cento gare in cento ippodromi. Cavalli che sono a fine carriera, e non servono più e nulla e a nessuno. Perciò le stesse mani che li hanno sferzati, costretti a correre con il cuore in gola, mani che hanno violato la loro natura, frustati perché corressero fino allo spasmo, ora li hanno abbandonati. Quando arrivano in quella fattoria i cavalli sono malfidenti, e non si aspettano altro che nuovi maltrattamenti. Allora per far loro comprendere che non verranno più, mai più, picchiati, l’unico sistema è di avvicinarsi loro lentamente, un giorno dopo l’altro, centimetro dopo centimetro, guadagnando nel tempo lo spazio e la fiducia. I poveri animali, traumatizzati, ogni volta che vedono un essere umano, si mettono istintivamente con le spalle al muro, in una postura difensiva.
Dov’è l’analogia?
Intanto nella percezione. È ovviamente legittimo pensare che gli episodi da me citati siano, appunto, episodi; e che collegarli non sia corretto. Sacrosanto. Tuttavia il legame potrebbe esserci molto di più di quanto non vorremmo, come insegnanti, riconoscere.
Insegno da un quarto di secolo, ho avuto centinaia di colleghi, tra i quali riconosco tuttora figure sublimi e molte di una fatta inferiore. Ma credo di non avere quasi mai avuto per collega un aguzzino. Al massimo un paio. E anche lì forse occorrerebbe fare dei distinguo.
Eppure credo che la percezione di cui sto scrivendo esista eccome: il concetto di “bene”, o quello di vantaggio, nella scuola contraddice l’essenza dell’istituzione. A scuola ci si va perché obbligati, e non perché ci si ricevano cose vantaggiose. Perciò se qualcuno fa qualcosa di buono, si tratta di uno sbaglio, e non dovrebbe trovarsi lì. Tirando le somme, come è possibile che insegnanti, che non sono aguzzini, abituano studenti a vivere, scolasticamente parlando, con le spalle al muro?
Azzardò una risposta: perché nella scuola vige il principio della coercizione, della obbligatorietà delle azioni, delle reazioni e delle relative sanzioni. In classe non esiste la libertà. Gli insegnanti e gli studenti non si incontrano mai perché lo vogliono, e a partire da questa forzatura originale, ogni desiderio autentico di apprendimento, di comprensione e di conoscenza viene frustrato sin dalle fondamenta. Questo il peccato originale del mondo della scuola. I suoi principali attori non incocciano mai, e ribadisco mai, sul territorio del consenso e della scelta, ma su quello della dialettica perversa del gradiente di potere: troppo da una parte e nessuno dall’altra. Docenti e discenti allungano nel presente, loro malgrado, le sinistre sagome di Servo – Padrone di Hegel. E questo, repetita iuvant, senza che gli insegnanti abbiano una particolare responsabilità. Ma per la semplicissima ragione che tutto ciò che viene concepito nell’ottusa enclave dell’obbligo e della costrizione non può, nel tempo, non partorire i figli dell’abuso. Se a un bambino affamato gli si strofinano le patatine sulla faccia con violenza, forse si riuscirà persino a nutrirlo, alla lunga tutto, ma certamente si abuserà della sua vulnerabilità, non rispettando la sua libertà di accedere a un certo numero di risorse secondo tempi e modalità che possono essere esclusivamente sue. Il carattere impositivo della scuola ha finito per corrompere la spontaneità e il desiderio (che pure esiste) di comprendere meglio il mondo, o di comprenderlo magari attraverso i propri insegnanti.
Vorrei fare un altro esempio, che dovrebbe aiutare ulteriormente a mostrare come la falla sia nel sistema, e prescinda dalla responsabilità diretta dei singoli docenti.
Anni fa ho intervistato un valente nutrizionista il quale, nella veste di dirigente di una società di mense scolastiche, aveva cura dei valori nutrizionali perfettamente equilibrati, della freschezza della verdura, e della tracciabilità delle carni portate sulla tavola. I bambini serviti da quella società sicuramente potevano fruire di una alimentazione “sana”. Eppure è quasi impossibile incontrare un ragazzo che dei propri trascorsi alle elementari, o alle medie, racconti che in mensa “si mangiava davvero bene.” Come mai? Io credo che l’ingrediente mancante, mai contemplato da quel nutrizionista, fosse il… gusto. Dietro a pedanti tabelle nutrizionali, non vengono mai contemplate le prerogative organolettiche del cibo. E la ragione per cui si possa glissare tanto facilmente sull’unico fattore “appetibile”, è perché la mensa è quel tipo di ristorante dove non esiste la facoltà di alzarsi, e di provarne uno migliore. Manca banalmente la scelta. La mensa è l’obbligo della ristorazione.
Un’obiezione potrebbe essere, “ma se i bambini mangiassero quello che gli va, lavorerebbero solo i fast-food e le fabbriche di caramelle. In capo a pochi mesi avremmo una schiera di obesi malnutriti, satolli di carboidrati e poco altro”. Ed è vero. Ma tra lo spontaneismo totale, l’anarchia nutrizionale e l’obbligo di mangiare a vita broccoli sconditi, ci sono certamente migliaia di cose intermedie.
Abbandono l’esempio della mensa per tornare alla scuola. Ciò che è criminale nel mondo della formazione è che la capacità di valutare dei ragazzi non è in alcun modo stata tenuta in considerazione. Eppure ci sarebbero state miriadi di opportunità di farlo, creando (faccio per dire) percorsi modulari, con la possibilità di scegliere un docente piuttosto che un altro, di rendere i tragitti più flessibili, con insegnamenti fondamentali, e altri più accessori dove i ragazzi potessero coltivare cose più vicine alle proprie passioni, recuperando anche lì i propri crediti. Davvero ci si potrebbe sbizzarrire con l’immaginazione.
Nossignori! Niente di tutto questo. Abbiamo tenuto stretto il monolite dell’obbligo, dei premi per i più meritevoli e le bocciatura per i recalcitranti. E guai a chi si lamenta.
Probabilmente non dovremo mai rispondere di essere stati “cattivi insegnanti”, perché nelle aule, dietro alla cattedra, si muovono anime inquiete che, per lo più, fanno il meglio che possono. Ma di avere accettato che il sistema restasse uguale a se stesso, di questo almeno, dovremmo rispondere.